Il dibattito politico in
Europa, anche per le scadenze elettorali prossime, è molto incentrato
sull’avanzata dell’estrema destra, sottolinea il Corriere. In Francia, Marine
Le Pen o Jordan Bardella pregustano il pieno di voti. In Germania, cresce
Alternative für Deutschland e mette in crisi in cancelliere Friedrich Merz. In
Gran Bretagna è di questi giorni è di questi giorni il successo di Nigel Farage
alle amministrative. In Italia, la destra di governo comincia a fare i conti
con il generale Roberto Vannacci. L’analisi di Massimo Nava
Tutta destra
ovunque?
Ma intanto,
in Francia, c’è un uomo che continua a mietere consensi sul fronte opposto e
rischia di diventare con il suo successo un riferimento per tutti gli scontenti
e i ribelli d’Europa, soprattutto giovani. Il che è sorprendente perché
parliamo, peraltro non da oggi, del settantacinquenne Jean Luc Mélenchon,
intramontabile e agguerrito leader della France Insoumise, da sempre e anche
stavolta candidato alle elezioni presidenziali del 2027. Non con enormi
possibilità di vittoria, ma certamente di condizionare il quadro politico del
Paese e indispensabile per il successo della sinistra riformista. Le ragioni
del consenso risiedono nella combinazione di diversi fattori: il clima sociale
della Francia, sempre più il Paese degli arrabbiati e degli scontenti, e la
straordinaria abilità comunicativa e oratoria di un uomo che sembra peraltro
disceso da un altro secolo, quando bandiere rosse, lotta di classe e slogan
contro i padroni avevano un senso.
Nessun fantasma
rosso
Mélenchon
tuttavia non è un fantasma rosso che agita un tardo marxismo: il suo discorso
(e il suo programma) combina giustizia sociale, pacifismo, ecologia, seduzione
dei giovani, soprattutto le seconde e terze generazioni di immigrati, peraltro
a grande maggioranza pro Palestina. Un fattore che spinge Mélenchon a una forte
retorica anti sionista. Questo «alieno» molto reale della politica ha suggerito
una lunga inchiesta al settimanale britannico The Economist, che non nasconde
un «qualche cosa di affascinante» nella figura di Mélenchon. E questo fascino
consiste anche nella modernità del suo modo di comunicare slogan e programmi.
Propone limiti alla proprietà privata e tasse sui grandi patrimoni, si avvicina
ai tribuni del popolo sudamericani, vanta milioni di follower in rete ed è
stato il primo fra i leader francesi a utilizzare tecnologie d’avanguardia per
i suoi comizi per sembrare presente in diverse città contemporaneamente.
Possibile
presidente dopo lo sbiadito Macron
Mélenchon si
è già candidato tre volte alle elezioni presidenziali, ma questa volta è
convinto di farcela. Di certo il quadro politico gli è favorevole. Destra
gollista e sinistra riformista sono ancora ansiosamente alla ricerca di
candidati. L’estrema destra attende l’esito del processo contro Marine Le Pen,
con possibile condanna alla ineleggibilità. Il presidente Emmanuel Macron non
può candidarsi per un terzo mandato e il suo movimento è ormai ai minimi
termini. Nel caso Mélenchon arrivasse al ballottaggio, la sfida contro il
candidato dell’estrema destra potrebbe vederlo trionfare. Alle ultime elezioni
comunali, il partito di Mélenchon ha conquistato città simboliche. Tra queste,
la periferia parigina di Saint-Denis, conquistata da Bally Bagayoko, di origini
maliane, e Roubaix, grande città del Nord industriale. La sua rivoluzione
cittadina mira all’avvento di una «nuova Repubblica», dotata di una
Costituzione nuova e di un regime meno presidenziale, che dovrebbe spazzare via
il regno «monarchico» cui assomiglia da sempre l’Eliseo. In politica estera,
propone da tempo di uscire dalla Nato, vorrebbe un riavvicinamento alla Russia,
sogna una completa riformazione della Ue.
The
Economist: residui di ‘68
Secondo
l’analisi di The Economist, fra le ragioni del successo, c’è un po’ di cultura
marxista e «sessantottina» persistente nell’opinione pubblica francese. Il
discorso rivoluzionario di Lfi trova eco in certi quartieri. Gli studenti
applaudono alla promessa di un mondo «più inclusivo e antirazzista». Le prese
di posizione su Gaza e la Palestina gli hanno valso, un ampio sostegno nelle
università. Secondo un sondaggio condotto, il 58% dei 18-24enni ha un’opinione
favorevole di Mélenchon, una cifra che crolla al 14% per i 50-64enni. «Cosa si
deve dire alle giovani generazioni?», si chiedeva recentemente in televisione,
deridendo i partiti concorrenti: «Risparmiate denaro e tagliate i servizi
pubblici!». I comunisti hanno perso gli elettori delle classi popolari a
vantaggio di Marine Le Pen, i socialisti sono sostenuti in gran parte da
funzionari pubblici e universitari. Mélenchon si è costruito una base
elettorale di giovani istruiti, minoranze etniche e periferie. Secondo un
secondo sondaggio Ifop, ben il 69% degli elettori musulmani ha sostenuto
Mélenchon al primo turno delle elezioni presidenziali del 2022. Il leader di La
France Insoumise ha rovesciato a suo vantaggio gli slogan allarmistici
dell’estrema destra.
Ovviamente
anche molto detestato
Per certi
suoi eccessi caratteriali, i sondaggi gli attribuiscono anche un tasso di
disapprovazione particolarmente elevato. Inoltre si moltiplicano le accuse di
antisemitismo, anche se in realtà si tratta soprattutto di attacchi alla
leadership di Israele per i crimini di Gaza. Il populismo di sinistra ostentato
da Jean-Luc Mélenchon si ispira in gran parte ai suoi legami con Venezuela,
Ecuador e Spagna. Fa eco anche a politiche al di fuori della sua orbita
naturale, come Zohran Mamdani e il suo socialismo democratico a New York, o
Zack Polanski, leader dei Verdi britannici. Mélenchon sa anche leggere la posta
in gioco, anche con senso di responsabilità, come quando, alle ultime elezioni
anticipate, questo tribuno dello popolo decise di ritirare molti candidati del
suo partito per evitare che l’Assemblea fosse dominata dall’estrema destra. Un
merito gli fu riconosciuto. Quello di avere compreso che per fermare l’avanzata
apparentemente inesorabile di Marine Le Pen e Jordan Bardella bisognasse fare
un passo indietro e chiedere agli elettori di votare per la democrazia e la
Repubblica.
Ai milioni
di francesi scontenti ed esclusi
Oggi, a
milioni di francesi scontenti ed esclusi, propone un progetto de-ideologizzato
di giustizia sociale e sviluppo sostenibile, la cui realizzazione è possibile
con tasse sui redditi più alti e attraverso una rifondazione solidale
dell’Europa comunitaria, oggi – secondo Mélenchon – al servizio dei capitali,
succube di diktat fiscali, non autonoma dagli Stati Uniti, divisa su politiche
di accoglienza e difesa. Mélenchon rilancia quel «cambiare la vita dei francesi»
che fu lo slogan di Mitterrand. Il che significa pensione a sessant’anni,
aumenti salariali e della spesa pubblica in un Paese il cui debito pubblico ha
già superato i tremila miliardi. C’è da chiedersi quale sarebbe il peso di
Parigi in un momento così drammatico e decisivo per le sorti del Vecchio
Continente.
La Nato e la
politica estera
Mélenchon
definisce la Nato una macchina per creare problemi, uno strumento dell’impero
americano in declino. Ma non ha risparmiato critiche a Vladimir Putin per
l’invasione dell’Ucraina, pur criticando l’embargo delle forniture energetiche,
perché «soltanto lo zio Sam si riempirà le tasche». Il riconoscimento della
Palestina è stato un suo cavallo di battaglia e la Francia di Macron è stata
fra i primi Paesi a fare questo passo. L’accusa che viene mossa a Mélenchon è
di avere incentivato un antisemitismo d’ispirazione islamica per intercettare
il voto di milioni di elettori di origine maghrebina e di fede islamica. In
realtà, il tribuno dalla faccia feroce cammina sulla strettoia sempre meno
visibile fra atteggiamenti antisemiti e la critica per la politica
espansionista di Israele nei territori occupati e l’eliminazione di migliaia di
palestinesi nella striscia di Gaza. Critica che non è certo un’esclusiva di
Mélenchon.
D’altra parte, il consenso dei giovani è anche il risultato di scarsa
memoria storica, di riferimenti al passato, di un quadro di analisi più
complesse. La rete offre le immagini della tragedia di Gaza. È quanto basta per
scegliere da che parte stare e da che parte manifestare.
L’Enciclica
papale sui pericoli dell’Intelligenza Artificiale è un po’ la somma delle
riflessioni che finalmente cominciano ad affiorare fra scienziati, politici e
opinione pubblica e persino fra gli artefici del nuovo modello cognitivo. Hanno
partorito un «mostro» o il «mostro» può anche contribuire al progresso del
genere umano? Domanda ultima, teologica, che tuttavia va declinata in vari
ambiti del sapere, dell’economia, della società civile, della politica.
Forse il
bene, ma a quale prezzo?
Non ci sono
dubbi sugli sviluppi positivi ad esempio nel campo della medicina. Ma
basterebbe chiedersi, mentre ci angosciamo per la crisi energetica aperta dalla
guerra di Hormuz, quanta energia sarà necessaria in tempi brevi per mantenere i
giganteschi data center utili al funzionamento della IA. E di conseguenza,
collegare i conflitti attuali e la competitività fra grandi potenze con la
necessità di accumulare il più possibile di terre rare e fonti energetiche.
Mentre
l’intelligenza umana cala
Oppure
interrogarci sul comportamento dei nativi digitali, nel momento in cui tutti
gli organismi competenti della scuola e delle università denunciano il
preoccupante calo della soglia di attenzione e la profonda trasformazione già
in atto dei modelli cognitivi. Al punto che anche frequenti episodi di cronaca
nera, come scontri all’arma bianca o aggressioni di docenti filmate con il
cellulare, dimostrerebbero una drammatica disconnessione di molti giovanissimi
dalla realtà, in quanto precipitati in una realtà virtuale e
deresponsabilizzante.
Dall’Africa
la denuncia dell’onnipotenza miliardaria
Un’interessante
denuncia (e allarme) ci arriva dall’Africa, grazie alla coraggiosa campagna
intrapresa da una ex ricercatrice della Silicon Valley, licenziata appunto per
avere denunciato le distorsioni del «mostro» che lei stessa aveva contribuito a
creare. Timnit Gebru, etiope, non è una ricercatrice qualsiasi. È una rinomata
ingegnere informatica, che ha lavorato ad Apple e Microsoft ed è stata
allontanata da Google, dove peraltro era in minoranza come donna e ancora di
più come ricercatrice di colore. In un’intervista al settimanale sudafricano
«The Continent», spiega i disastri del «dio onnisciente». Sostiene che il
futuro del mondo è nelle mani di una manciata di miliardari che controllano il
settore tecnologico. Cosa risaputa, meno esplorato il dato che si tratta di
miliardari bianchi, i quali hanno di fatto uniformato il meccanismo di
funzionamento della IA secondo canoni bianchi, ovvero riproducendo l’approccio
culturale dell’epoca coloniale. Un approccio che ha probabilmente ispirato
anche le decisioni dell’Amministrazione Trump di interrompere gran parte delle
attività dell’agenzia Usaid, con il risultato di condizionare lo sviluppo dei
Paesi coinvolti agli interessi americani, soprattutto nel campo della ricerca e
della sanità.
Convinzioni
radice e sogni infranti
«È
impossibile comprendere la rivoluzione che stanno cercando di avviare– né
orientarsi in questo mondo in mutamento – senza comprendere la loro dottrina»,
sostiene la Gebru. Le sue ricerche sulle convinzioni radicali che animano la
maggior parte dei dirigenti della Silicon Valley l’hanno resa una delle
critiche più influenti – sebbene a volte isolata – nei confronti delle Big
Tech. «Per molto tempo ho sognato di essere una ricercatrice discreta, che passasse
totalmente inosservata e facesse come tutti gli altri – racconta – Poi ho
capito che ciò significava fare del male ai miei cari e sminuire me stessa».
Nessun
‘tacnofobo’
Timnit Gebru
non è affatto «tecnofoba». Ingegnere informatico di formazione, ha contribuito
allo sviluppo di software di riconoscimento facciale. E proprio in questo
ambito, aveva denunciato il fatto che il software su cui lavorava era molto più
efficace nel riconoscere i volti bianchi rispetto a quelli neri. Inoltre, il
suprematismo coltivato negli Usa negli ultimi anni e immagazzinato nei data
center fa sì che molte delle risposte fornite dalla IA non rispettino la parità
di genere.
I rischi non
vanno nascosti
Nel 2018,
Google l’aveva nominata co-direttrice della nuova unità sull’etica dell’IA. Due
anni dopo, l’ha costretta a fare i bagagli per aver partecipato a una
pubblicazione accademica che metteva in luce diversi rischi connessi alla IA:
l’impatto ambientale e finanziario, nonché gli stereotipi sessisti e razziali
prodotti da contenuti a partire da banche dati grezze. «Si suppone che Gemini
(il modello di Google) possa fare tutto. Come una sorta di dio onnisciente in
grado di rispondere a tutte le tue domande, risolvere tutti i tuoi problemi,
organizzare tutta la tua vita quotidiana. È così che viene presentato. Se siamo
arrivati a questo è perché un piccolo gruppo di uomini bianchi ha deciso di
creare quella che viene chiamata “intelligenza artificiale”, che è più o meno
un dio robotizzato».
Nuova era
dell’umanità-macchina
Timnit Gebru
ha fondato una sua struttura, il Distributed AI Research Institute (Dair). Con
il suo collega, il filosofo Émile P. Torres, ha coniato l’acronimo Tescreal
(transumanesimo, estropianesimo, singolaritarismo, cosmismo, razionalismo,
altruismo efficace e long-termismo). Queste diverse terminologie, secondo la
ricercatrice, partono dal principio che il progresso tecnologico permetterà di
sviluppare l’intelligenza umana, di risolvere i problemi sociali e darà vita a
una nuova era dell’umanità – nella quale forse ci trasformeremo in macchine, o
fonderemo con esse. Diverse figure di spicco dell’IA hanno adottato alcuni
aspetti di queste ideologie. Basti pensare a Elon Musk, Sam Altman, il capo di
OpenAI, e Peter Thiel, quello di Palantir.
I neri sono
più stupidi dei bianchi?
Ma queste
visioni tecno-utopistiche integrano anche idee eugenetiche e razziste,
sottolinea Gebru. «I neri sono più stupidi dei bianchi. Mi piace questa frase e
penso che sia vera», scriveva così Nick Bostrom, filosofo dell’Università di
Oxford i cui lavori hanno ispirato i teorici del long-termismo, nel 1996. Nel
2015, Elon Musk ha donato un milione di dollari al Bostrom Institute for the
Future of Humanity, affiliato all’Università di Oxford. La sua piattaforma di
IA ripropone regolarmente elementi di linguaggio derivati dal suprematismo
bianco. Occorre invece promuovere una visione diversa di un futuro tecnologico.
Una strada ormai in salita, come teme il «pentito» Bill Gates, perché l’immensa
fortuna dei magnati della tecnologia «può farli sembrare invulnerabili, tanto
che è difficile, sia per gli utenti medi di Internet che per i responsabili
politici, impegnarsi su un’altra strada».
Africa delle
sorprese con propri strumenti di IA
Secondo la
ricercatrice etiope, l’Africa dispone delle competenze e della lungimiranza
necessarie per creare i propri strumenti di IA. Il suo istituto, ad esempio,
collabora con piccole imprese del settore che operano a difesa delle lingue
africane. E mette in guardia i decisori africani dai bei discorsi della Silicon
Valley, tracciando un parallelo con la retorica utilizzata dagli imperi
coloniali per giustificare la propria espansione.
«Anche loro
avevano un discorso benevolo, spiegavano che i popoli locali non sapevano
autogovernarsi, che bisognava aiutarli a elevarsi. Oggi, i governi africani
firmano accordi con Microsoft, Anthropic o OpenAI», conclude la ricercatrice.
«Mi sembra assurdo che ci sia un sacco di gente molto competente anche qui, che
tuttavia non chiede altro che sviluppare queste tecnologie e che i propri
governi non vogliano aiutarli a farlo»
Prendere atto di queste tendenze significa immaginare al più presto le
contromisure, vuoi per contrastarle e renderle reversibili, vuoi per
accompagnarle e costruire a proprio vantaggio nuovi equilibri geopolitici,
commerciali, culturali e persino ideali. In realtà, nessuno dei decisori (forse
ad eccezione della sola Cina) sembra avere chiara in testa questa alternativa e
muoversi di conseguenza. Nemmeno Donald Trump, che pure ha innescato la grande
rivoluzione ma naviga a vista. E tantomeno l’Europa, come sempre in ordine
sparso o assente su tutti i fronti caldi.
Decisioni
dettate da improvvisazione
Le minacce
attuali sono ancora più angoscianti proprio per la quasi assenza di visioni
responsabili condivise e per il prevalere di decisioni dettate da
improvvisazione/reazione, talvolta isterica. Come se non fosse la prima volta
nella storia recente che una grande potenza rompe gli equilibri internazionali
e sceglie il protezionismo. Lo fecero gli Stati Uniti e la Gran Bretagna fra le
due guerre.
Trump/Vance/Musk
piccoli Stranamore
Se andiamo a
rileggere le ultime dichiarazioni del trio Trump/Vance/Musk a proposito di Nato
ed Europa e prendiamo alla lettera i programmi di riarmo della UE, viene in
mente «Il dottor Stranamore», di Stanley Kubrick. Il film ruota attorno al
dilemma di un attacco nucleare da parte degli Stati Uniti contro la Russia,
mentre nella realtà di oggi si immagina un attacco russo all’Europa. La
sostanza non cambia, così come la percezione del pericolo, esaltata o ridotta
secondo convenienza, a prescindere comunque dalla logica: se la Russia ha in
mente un attacco, dovremmo essere pronti da ieri, non fra dieci anni, quando
Putin sarà probabilmente fuori scena. E se Mosca dialoga con Washington e
vorrebbe riaffacciarsi al G7, perché dovrebbe invadere o bombardare l’Europa?
Francia,
Gran Bretagna, Polonia
In ogni
caso, Francia e Gran Bretagna stanno già valutando le proprie capacità nucleari
(con simulazioni di attacco e possibili risposte) per alzare la posta in gioco
nel dibattito sulla difesa in Europa. La Polonia è il capofila europeo del
riarmo. La Germania ha mandato al macero in poche settimane il proprio debito
con la Storia e con l’umanità. La Lituania e l’Estonia si sono calate nei panni
del cavaliere bianco contro l’orso russo.
L’estone
Kaia Kallas agli esteri
L’alto
rappresentante per la politica estera della Ue, l’estone Kaja Kallas, si è
distinta per avere gettato olio bollente sull’approccio americano alla guerra
in Ucraina. A nome della Ue, è ancora convinta che l’Ucraina riesca a vincere,
dopo il fallimento di tre anni di sanzioni alla Russia e di forniture armi
all’Ucraina come unica politica dell’Ue. Peraltro, il suo piano di riarmo
dell’Ucraina – 40 miliardi di nuove forniture – è morto prima di nascere,
avendo riscontrato l’opposizione di diversi Paesi. In pratica, una prova
d’improvvisazione mista a personalizzazione ideologica. La perplessità – se non
proprio l’irritazione – delle cancellerie europee starebbe soprattutto nel
metodo: una fonte ha spiegato che la liberale estone si comporta ancora come se
fosse il primo ministro della piccola Repubblica baltica, senza prestare grande
attenzione ai delicati equilibri e alle diverse sensibilità dei 27 in politica
estera.
Problema
‘deterrenza’ nucleare
Ancora più
preoccupante è il fatto che l’isolazionismo degli Stati Uniti, non più garanti
della sicurezza internazionale, l’aggressione della Russia all’Ucraina e i
piani segreti di Iran e Cina, abbiano spinto diversi paesi, dalla Polonia
all’Australia, dal Giappone alla Corea del Sud a porsi anche la questione della
deterrenza nucleare. Tutti sembrano avere dimenticato la crisi di Cuba, quando
nel 1962, lo stallo della Baia dei Porci tra Stati Uniti e Russia sfiorò uno
scambio missilistico tra le superpotenze. La logica del dottor Stranamore ruota
attorno a un dilemma irrisolvibile che tuttavia è alla base del riarmo: se il
mio avversario dispone di armi nucleari e teme di essere colpito o potrebbe
pensare di colpirmi, meglio essere pronti a colpire per primi.
È una logica
che vale anche per le armi convenzionali, come si vede dai processi di riarmo
già lanciati in Polonia, Germania, Sud Corea, Australia, Gran Bretagna e presto
Canada, e dal lancio del programma europeo, «Rearm Eu».
L’accoppiata
Trump/Musk
Paradossalmente,
questi processi sono innescati dal venire meno degli Stati Uniti come
iperpotenza imperiale che oggi si pone come potenza continentale, decisa a
proteggere i propri interessi economici e il giardino di casa. Questo ha
generato ovunque insicurezza strategica e volatilità economica, tanto più che
l’atteggiamento della Casa Bianca, non essendo dettato da una strategia
lineare, non sembra nemmeno prevedibile.
Di fatto, l’accoppiata Trump/Musk sta azzerando i tentativi di costruire una
globalizzazione intelligente e un sistema di relazioni multipolare per
sostituirli con una forte deregulation commerciale, finanziaria, militare,
peraltro in contraddizione con i principi delle democrazie liberali incarnati
dal modello economico, sociale e statuale americano.
Suprematismo
bianco e tecno imperialimo
La
deregulation americana è inoltre accompagnata da tendenze culturali e
ideologiche che stanno cambiando la pelle della società americana e si pongono
come tendenze da esportazione che poco hanno a che vedere con una democrazia
matura: suprematismo bianco, criminalizzazione e disprezzo per gli avversari,
controllo dei media, attacchi alla magistratura, nuove barriere statuali,
delegittimazione dei contrappesi istituzionali, immigrazione e integrazione
narrati come pericoli e disvalori.
Qualcuno ha parlato di tecno-integralismo, se si considerano lo strapotere
economico e tecnologico del personaggio Musk accoppiato alla sua visione del
mondo e dei rapporti umani. È un percorso che sta mandando in soffitta i valori
dell’Occidente, l’etica protestante del capitalismo, la visione keynesiana
dell’economia e del ruolo dello Stato e che oggi rischia di travolgere anche i
valori dell’Europa.
Democrazia
Usa molto malata, quella Ue brutti sintomi
Se la
democrazia americana sembra oggi malata, quella europea non se la passa molto
bene. Le dinamiche politiche interne ai Paesi più importanti sembrano
assecondare la rivoluzione americana. Basti osservare la crescita dei populismi
in Francia e Germania e il recente attacco alla magistratura dal parte di
Marine Le Pen dopo la condanna all’ineleggibilità e la solidarietà che essa ha
riscosso fra le destre europee e negli Usa. D’altra parte, la cronica incapacità
di decisioni rapide e condivise condanna la Ue alla marginalità politica oggi e
a quella economica domani. In tre anni di guerra in Ucraina, la Ue non ha
nemmeno immaginato un piano di pace né ha inventato una figura super partes che
sapesse dialogare fra le parti. Lo stesso dicasi per il Medio Oriente.
«Burn After
Reading – A prova di spia»
Se il dottor
Stranamore di Stanley Kubrick ci richiama l’angosciante incertezza del mondo,
un film molto meno conosciuto – «Burn After Reading – A prova di spia» dei
fratelli Coen – ci rimanda alla stupidità e al dilettantismo del potere a
proposito del giornalista americano di The Atlantic accidentalmente aggiunto
alla messaggeria segreta fra ministri e alti funzionari della Casa Bianca. Le
disfunzioni sono altrettanto e forse più pericolose delle decisioni autoritarie
e improvvisate.
Il consenso
non è sinonimo di competenza
Donald Trump
sta così mettendo in scena la sua presidenza, illudendo se stesso e il suo
staff che il consenso popolare sia sinonimo di competenza (vale anche per
l’Italia, Ndr). E come in ogni sistema di potere praticamente assoluto, fra
buffoni di corte, approfittatori, clientele e consiglieri interessati alla
carriera, nessuno osa dire che «Il Re è nudo». Se solo l’opinione pubblica
facesse tesoro delle sue affermazioni, delle fake news e dei suoi propositi su
Covid e vaccini, confine messicano e Groenlandia, trasformazione di Gaza nella
Miami del Mediterraneo, propositi di deportazione di migranti, confusione fra
Iva e dazi e via delirando, forse non saremmo a questo punto. Eppure queste
cose non sono sceneggiatura da film: sono state dette, teorizzate, conclamate
senza contraddittorio. Ma l’opinione pubblica è assente o schierata. E la
critica, come la magistratura, è un trascurabile impiccio.
Quanto ai
contrappesi istituzionali, basti pensare al ruolo assunto da Elon Musk nella
politica americana e sulla scena mondiale: l’amministrazione, il sistema di
telecomunicazioni satellitari, le nuove tecnologie trasformate in affari di
Stato gestiti personalmente e con pieni poteri. In pratica in affare privato.
Kosovo attaccabrighe per arrivare a cosa? Tensioni alle stelle - Remocontro
L’esercito illegale del Kosovo travestito da ‘Polizia speciale’ ad
arrestate serbi nel nord dove si è isolata la popolazione di etnia serba che
non è fuggita. Ieri l’arresto di altri due serbi accusati di aver aggredito a
male parole giornalisti kosovari di etnia albanese. Azioni di forza che si
aggiungono ai tre serbi arrestati nei giorni scorsi con l’accusa di coinvolgimento
negli scontri e disordini del 29 maggio scorso a Zvecan, nel nord del Kosovo.
Il ministro
a provocare
Il ministro
dell’interno kosovaro Xhelal Svecla, a cui spetterebbe di garantire
ordine pubblico e convivenza, sulle orme del premier Albin Kurti ha
poi dichiarato, «La Repubblica del Kosovo non si tira indietro
davanti ai criminali fascisti della polizia serba». Chi sa se ancora
una volta le forze internazionali testimoni sul campo, tra Kfor Nato ed Eulex
Ue, faranno ancora una volta finta di non vedere e, soprattutto,
decideranno di ‘non fare’.
Belgrado e i
serbi del Kosovo
Gli ultimi
arresti di serbi sono stati duramente condannati dalla dirigenza di Belgrado e
dal partito Srpska Lista, la maggiore forza politica dei serbi del
Kosovo, accusano il governo di Pristina e il premier Albin
Kurti di voler esasperare la situazione con continue provocazioni, avendo
l’obiettivo finale di provocare un nuovo conflitto armato nella regione. Utile
ricordare che Balgrado ha spostato suoi reparti speciali sul confine a ridosso
dell’area delle tensioni.
Politica di
Pristina stile Kurti
Una
situazione di crescente tensione e contrapposizione che non è un buon
presupposto in vista del nuovo incontro al vertice fra il premier Kurti e
il presidente serbo Aleksandar Vucic, convocato per la prossima
settimana a Bruxelles dall’Alto rappresentante Ue Josep
Borrell. O forse proprio per quello da parte di chi deve affermate di
volere l’accordo per poi non impedirlo.
‘Forze
speciali’ nella zona serba al confine
L’esercito
kosovaro vietato travestito da forza speciale di polizia. Più marines che
sbirri. Un corpo che il governo definisce di ‘polizia speciale’ e ha
schierato nelle cittadine a maggioranza serba nel nord del Kosovo dove si sono
concentrate le tensioni delle ultime settimane, compresa la manifestazione dei
kosovari di etnia serba in cui sono stati feriti i soldati italiani del
contingente NATO in Kosovo.
La ‘strana
polizia’ denuncia Post
«La polizia
speciale è un corpo armato kosovaro albanese dalle caratteristiche piuttosto
peculiari: i suoi membri sono vestiti con equipaggiamento militare, cioè molto
più simile a soldati che a poliziotti, sono persone esclusivamente di etnia
albanese, che in Kosovo è maggioritaria, e alcuni hanno il sospetto che il
Kosovo li utilizzi soprattutto per intimorire e scoraggiare iniziative
pubbliche dei kosovari di etnia serba».
Presidio
albanese armato a Leposavić
La ‘polizia
speciale’ è attiva dal 2021 a Leposavić, uno dei paesi a
maggioranza serba in cui grazie al boicottaggio delle elezioni amministrative
da parte dei kosovari di etnia serba è stato eletto con poche decine di voti un
sindaco di etnia albanese, che il governo centrale ha fatto regolarmente
insediare. Dal 26 maggio la polizia speciale kosovara ha insediato il nuovo
sindaco, Lulzim Hetemi, albanese, aprendo a forza le porte
dell’edificio.
Da allora
Hetemi non ha più lasciato l’edificio, e con lui una scorta di truppe della
polizia speciale.
Serbi
discriminati e minacciati
Gli abitanti
serbi di Leposavić ritengono che la polizia speciale li discrimini
sistematicamente, con posti di blocco e atti di violenza: a gennaio e ad aprile
la polizia speciale ha aperto il fuoco contro kosovari serbi a un posto di
blocco, ferendo alcune persone. «Sta iniziando ad assomigliare a una
presenza permanente. La gente la considera un’occupazione», ha
denunciato a PoliticoAleksandar Arsenijević, leader
di Piattaforma Civica.
Versioni
contrapposte
Il governo
centrale del Kosovo, ovviamente, racconta una ‘polizia speciale’ virtuosa
che lavora in contesti difficili, in cui le provocazioni e le violenze dei
kosovari serbi sarebbero frequentissime. Il governo centrale kosovaro per
esempio ritiene Piattaforma Civica un partito che compie anche
attività criminali e che «per anni ha terrorizzato i nostri
cittadini», secondo il ministro dell’Interno kosovaro, Xhelal
Svecla, della cui moderazioni abbia visto all’inizio.
Condanna
occidentale e persino Usa
La condotta
della polizia speciale è stata condannata anche dai paesi occidentali, molti
dei quali alleati del Kosovo (che fin dalla sua nascita ha avuto governi
filo-europeisti e filo-occidentali). Dopo che la polizia speciale aveva fatto
irruzione nei municipi delle cittadine a maggioranza serba per insediare i
sindaci di etnia albanese, il dipartimento di Stato americano aveva diffuso un
duro comunicato per condannare queste operazioni, «compiute contro
il consiglio degli Stati Uniti e degli alleati europei del Kosovo».
Il premier
provocatore
Finora il
primo ministro kosovaro Albin Kurti ha difeso l’operato della polizia speciale,
spiegando che la sua presenza è necessaria per contenere le «gang
criminali serbe che operano in quelle zone», e ha respinto gli inviti
degli alleati occidentali a ritirare la polizia speciale dai paesi a
maggioranza serba nel nord del Kosovo.
Forse il problema Kosovo, a sintesi estrema, si chiama Albin Kurti.
L’ipocrisia
delle grandi potenze nel discorso all’ONU di Vucic - Chiara Nalli
“I principi non si
applicano solo ai forti, si applicano a tutti. Se non è così, allora non sono
più principi”.
Il primo estratto del discorso del presidente serbo Vucic davanti
all'Assemblea generale dell'ONU è apparso sulla stampa serba intorno alle 17.00
di giovedì 21 settembre. Il principale quotidiano del Paese ha titolato “Dov'era
il diritto internazionale quando avete attaccato la Serbia?”. E se il
resoconto dei giornali nazionali è stato capace di suscitare un immediato
entusiasmo, l’intero discorso, disponibile qui https://www.youtube.com/watch?v=PXt1bBtHxVI -
in inglese - può essere considerato, a pieno titolo, un intervento di portata
storica. Tanto che la frase citata nel titolo è stata interrotta dagli applausi
della sala.
In un consesso dominato dalle tematiche legate alla guerra in Ucraina, sgranellate
dalla stampa con la consueta superficialità, il presidente serbo è intervenuto
riportando al centro la vicenda del proprio Paese, sotto una duplice
prospettiva: ricordando, da un lato, come le attuali situazioni di conflitto
(con particolare riguardo all’Ucraina) siano in massima parte la conseguenza
della violazione del diritto internazionale da parte delle grandi potenze,
nell’ambito di un processo di espansione strategica avviato proprio con
l’attacco NATO alla Serbia; dall’altro - denunciando l’attuale stato delle
relazioni con il Kosovo, in cui le stesse superpotenze - USA e UE - coinvolte
come meditatori, applicano sistematicamente “doppi standard” - capaci di
portare alla cronicizzazione - o peggio l’inasprimento - del conflitto.
Vucic ha scelto di parlare del proprio Paese, con la consapevolezza della
dimensione universale, profondamente politica e attuale, insita nella sua
storia e nella sua posizione strategica: “Sono davanti a voi come
rappresentante di un Paese libero e indipendente, la Serbia, che si trova nel
percorso di adesione all'Unione europea ma che, al tempo stesso, non è pronto a
voltare le spalle alle sue tradizionali amicizie costruite da secoli (con
la Russia, NDR)”. Significativa in questo senso è anche la scelta dell’inglese,
al fine raggiungere una platea più ampia possibile senza l’intermediazione di
traduttori, come egli stesso ha chiarito nei successivi incontri con i
giornalisti, i quali hanno evidenziato, per l’appunto, come il suo intervento
sia andato oltre l'ambito regionale e non fosse diretto al solo pubblico
locale.
Ancor più in un momento storico in cui il rispetto dei principi del diritto
internazionale, dell’integrità territoriale e della sovranità degli stati viene
sbraitato con foga e tradotto, in pratica, nel sostegno illimitato a uno dei
due belligeranti - diventando la maschera per protrarre una guerra senza fini -
il presidente serbo ha sottolineato l'ipocrisia delle maggiori potenze mondiali
sull’argomento, ricordando l’appoggio - concesso da quasi tutti i paesi del
blocco euro-atlantico, alla dichiarazione unilaterale di indipendenza del
Kosovo, in aperta violazione della Risoluzione 1244 dell’ONU: “Voglio alzare
la voce a nome del mio Paese, ma anche a nome di tutti coloro che oggi, a 78
anni dalla fondazione delle Nazioni Unite, credono veramente che i principi
della Carta delle Nazioni Unite siano l’unica difesa essenziale della pace nel
mondo, del diritto alla libertà e all’indipendenza dei popoli e degli Stati. Ma
anche di più: sono la garanzia della sopravvivenza stessa della civiltà umana.
L'ondata globale di guerre e violenze che colpisce le fondamenta della
sicurezza internazionale è una conseguenza dolorosa dell'abbandono dei principi
delineati nella Carta delle Nazioni Unite […] Il tentativo di smembrare il mio
Paese, formalmente iniziato nel 2008 con la dichiarazione unilaterale di
indipendenza del Kosovo è ancora in corso. Per la precisione, la violazione
della Carta delle Nazioni Unite nel caso della Serbia è stato uno dei
precursori visibili di numerosi problemi che tutti dobbiamo affrontare oggi,
che vanno ben oltre i confini del mio Paese o il quadro della regione da cui
provengo. Più in generale, dall’ultima volta che ci siamo incontrati qui, il
mondo non è né un posto migliore né più sicuro. Al contrario, la pace e la
stabilità globale sono ancora minacciate. […] Onorevoli colleghi, anche se da
tre giorni da questo palco tutti giuriamo di rispettare i principi e le regole
della Carta delle Nazioni Unite, proprio la loro violazione è all'origine della
maggior parte dei problemi nelle relazioni internazionali - mentre
l’implementazione di doppi standard è un aperto invito per tutti quelli che
cercano di affermare i loro interessi con la guerra e la violenza, violando le
norme del diritto internazionale ma anche le fondamenta della moralità umana.”
A questo punto si potrebbe pensare che sul piano diplomatico, il presidente
serbo abbia detto più che abbastanza. E invece no, Vucic si è spinto fino a
nominare ciò che nella situazione attuale è, di fatto, diventato innominabile,
chiamando in causa i diretti responsabili: “Tutti i relatori finora, e credo
tutti dopo di me, hanno parlato della necessità di cambiamenti nel mondo,
menzionando il proprio Paese come esempio di moralità e rispetto della legge.
Oggi non parlerò molto del mio Paese […] Ma parlerò dei principi che sono stati
violati e che ci hanno portato alla situazione odierna, e non dai piccoli
paesi, che spesso sono bersaglio di tali attacchi, ma dai paesi più potenti del
mondo, soprattutto quelli che si sono arrogati il diritto di dare lezioni a
tutto il mondo, esclusivamente dal proprio punto di vista, su politica e
morale.”
E ancora “Qui in questa sala, appena due giorni fa, abbiamo potuto
sentire dal Presidente degli Stati Uniti che il principio più importante nelle
relazioni tra i paesi è il rispetto della loro integrità territoriale e
sovranità - e solo come terzo fattore più importante ha menzionato i diritti
umani. E mi è sembrato che tutti in questa stanza lo sostenessero. Io, come presidente
della Serbia, l'ho accolto con palese entusiasmo. […] Sarebbe tutto bello se
fosse vero. Quasi tutte le principali potenze occidentali hanno brutalmente
violato sia la Carta delle Nazioni Unite sia la Risoluzione ONU 1244, che era
stata adottata in questa Alta Camera, negando e calpestando tutti quei principi
che oggi difendono, e ciò è accaduto ventiquattro anni fa e ancora quindici
anni fa. Per la prima volta, senza precedenti nella storia del mondo, i
diciannove paesi più potenti hanno preso una decisione senza il coinvolgimento
del Consiglio di Sicurezza dell’ONU - lo ripeto, senza alcuna decisione del
Consiglio di Sicurezza dell’ONU – di attaccare brutalmente e punire un Paese
sovrano sul suolo europeo - come ebbero a dire - “per impedire il disastro
umanitario” […]. E quando ebbero finito con questo lavoro, dissero che la
situazione del Kosovo era un fatto di democrazia e che sarebbe stata risolta in
base alla Carta della Nazioni Unite e al diritto internazionale. E poi,
contraddicendo tutto questo e soprattutto contrariamente al diritto
internazionale, nel 2008 hanno deciso di supportare l’indipendenza del Kosovo.
La decisione illegale di secessione della provincia autonoma di Kosovo e
Metohija dalla Serbia è stata presa dieci anni dopo la fine della guerra, senza
un referendum o qualsiasi altra forma di consultazione democratica affinché i
cittadini in Serbia o almeno nel Kosovo stesso, potessero dichiarare le loro
intenzioni. Questa decisione è stata presa in un momento in cui la Serbia aveva
un governo impegnato nell’integrazione europea ed euroatlantica […]. Tutto
questo non ha impedito che la violenza politica e legale arrivasse proprio da
coloro che oggi sono in prima fila nell’impartirci lezioni […]. La cosa
peggiore è che tutti coloro che hanno contribuito all’aggressione contro la
Serbia oggi ci danno lezioni sull’integrità territoriale dell’Ucraina. Come se
non la supportassimo. Noi la supportiamo e continueremo a farlo perché noi non
cambiamo le nostre politiche e i nostri principi, non ostante la nostra
centenaria amicizia con la Federazione Russa. […] Sono il presidente della
Serbia, al mio secondo mandato; in innumerevoli occasioni ho subito pressioni
politiche, sono un veterano politico. Ciò che vi dico oggi è la cosa più
importante per me: i principi non cambiano in base alle circostanze. I principi
non si applicano solo ai forti, si applicano a tutti. Se non è così, non sono
più principi”. […] Un’altra cosa importante è che la pace è diventata una
parola proibita. Tutti loro (NDR, le grandi potenze) hanno i
loro preferiti e i loro colpevoli. I soli valori che rimangono alle grandi
potenze sono proprio i principi. Ma sono principi falsi: li invocheranno solo
fin quando gli staranno bene.”
Nei giorni
scorsi una formazione di serbo-kosovari, definiti “criminali” dal Corriere,
mentre sono degli indipendentisti come lo erano i russofoni del Donbass, ha
teso un’imboscata ad agenti dell’esercito “regolare” del Kosovo.
Risultato:
un agente morto, sette assalitori uccisi nonostante si fossero rifugiati in una
chiesa ortodossa e quindi non rispettando nemmeno il secolare “diritto
d’asilo”.
La notizia è
passata quasi inosservata sulle pagine degli esteri dei nostri giornali, tutti
impegnati a esaltare l’Ucraina del buffone Zelensky ai danni della Russia
secondo diktat Usa. Non c’è articolo che cominci, o non dia
per presupposto, che “c’è un aggressore e un aggredito”, d’accordo ma c’era un
aggressore anche nel 1999 proprio nei confronti della Serbia (Nato, cioè
americani), c’era un aggressore, sempre Nato con i suoi satelliti, anche nel
2003 in l’Iraq, c’era un aggressore, anzi più aggressori, americani, francesi e
italiani, nel 2011 quando fu invasa la Libia e ucciso Muammar Gheddafi nel modo
barbaro che conosciamo, ma in questi casi non si è mai fatta la distinzione fra
“aggressore e aggredito” trovando per queste aggressioni motivazioni farsa e
nomignoli grotteschi come “operazione di peacekeeping”, “operazione
di polizia internazionale” (e per pietas nei confronti del
lettore lascio perdere tutta la vicenda afghano-talebana).
La questione
del Kosovo ha origine nelle guerre balcaniche fra croati, serbi e musulmani.
Queste guerre avevano a loro volta alle spalle la disgregazione della
Jugoslavia. Nel 1991 la Slovenia dichiarò la propria indipendenza dalla
Jugoslavia di Tito senza colpo ferire, sempre nel 1991 la Croazia, cattolica,
chiese e ottenne dall’Onu l’indipendenza con l’appoggio della Germania e del
Papa, il cosiddetto “santo padre”. Allora anche i serbi di Bosnia chiesero
quello che avevano ottenuto Slovenia e Croazia, l’indipendenza o la riunione
con la madrepatria serba. Ma gli venne negata. Quella guerra i serbi l’avevano
vinta, perché a sentire gli addetti ai lavori, sono i migliori combattenti sul
terreno. Ma intervennero gli americani che decisero di creare uno Stato
inesistente, la Bosnia, che nella Jugoslavia era solo una regione, e
trasformarono i vincitori in vinti. I serbi di Bosnia, oltre a quelle già
accennate, avevano delle buone ragioni dalla loro parte: è ovvio che una Bosnia
multietnica era concepibile solo all’interno di una Jugoslavia multietnica, una
Bosnia multietnica a guida musulmana, integralista, era proprio una cosa che
non si poteva vedere. L’accordo di Dayton del 1995, firmato da tutte le parti
in causa e in più dagli Stati Uniti e dalla Germania che non si capisce che
cazzo c’entrassero, mise fine alle guerre balcaniche. Fu firmato anche,
ovviamente, da Slobodan Milosevic che in seguito sarà mandato davanti al
cosiddetto Tribunale Internazionale dell’Aja per “crimini di guerra”, il solito
tribunale dei vincitori, e morirà in carcere per un infarto molto sospetto,
diciamo un infarto alla Putin.
Non contenti
di aver umiliato la Serbia in tutti i modi, gli americani l’aggredirono, contro
la volontà dell’Onu, nel 1999, col pretesto del Kosovo. In Kosovo, terra serba
da sempre, anzi “la culla della nazione serba”, i musulmani erano diventati
maggioranza e chiedevano l’indipendenza e come in tutte le guerre partigiane
facevano largo uso, legittimamente a mio vedere, del terrorismo, la Serbia
rispondeva con l’esercito e gruppi paramilitari, le famose “tigri di Arkan”.
Era una questione interna allo Stato serbo. Ma intervennero gli americani che
decisero che i serbi avevano torto. Nei primi mesi del 1999, a Rambouillet fu
proposto alla Serbia un trattato di pace assolutamente inaccettabile: la Serbia
avrebbe dovuto rinunciare non solo a ogni diritto sul Kosovo ma alla sua stessa
sovranità. E fu la guerra. Per 72 giorni gli americani bombardarono una grande
e colta (Kusturica, Bregovic) capitale europea come Belgrado (poi non ci si può
lamentare se in una situazione quasi speculare Putin bombarda Kiev). Risultato:
5.500 morti civili (l’esercito serbo, privo di contraerea, non aveva potuto
rispondere) fra cui 500 albanesi, proprio quelli che si pretendeva di
proteggere. E sotto questi bombardamenti ci furono gli eccidi che furono
addebitati all’esercito serbo. In realtà ce ne fu solo uno, a Racak (45 vittime
civili), ma la Cnn, seguita caninamente dalle tv italiane, lo ripresentava ogni
sera, ma visto da prospettive diverse per aumentarne l’impatto sull’opinione
pubblica.
L’indipendenza
del Kosovo è ratificata da 101 Stati su 193. La questione è quindi ancora aperta.
È bene ricordare che il diritto su un Paese non appartiene all’etnia che in
quel momento ha la maggioranza, appartiene a chi quel Paese ha contribuito a
formare, lavorandoci sopra, altrimenti il Piemonte, qualora vi si imponesse una
maggioranza di immigrati musulmani, dovrebbe essere tolto all’Italia e dato a
questi ultimi.
Nel
frattempo dei 300 mila serbi che abitavano in Kosovo ne sono rimasti 100 mila.
La più grande “pulizia etnica” dei Balcani, dopo quella dal premier croato
Tudjman che in un sol giorno cacciò 800 mila serbi dalle krajine. E
questa volta complice è la Kfor, cioè le forze Nato che presidiano il Kosovo e
nella Kfor sono presenti anche gli italiani con 850 soldati.
L’Europa
intera dimentica di avere un grande debito di riconoscenza con i serbi. Fu la
resistenza serba, durata tre settimane, a ritardare l’aggressione nazista alla
Russia, tre settimane che furono fatali a Hitler perché la Wehrmacht si
trovò impantanata, come le armate di Napoleone, nell’inverno russo.
Particolarmente
stolida è l’ostilità dell’Italia verso la Serbia. Noi italiani non abbiamo mai
avuto contenziosi con la Serbia, li abbiamo avuti con i croati che verso la
fine della Seconda guerra mondiale “infoibarono” i nostri militari e
soprattutto civili. Nei primi anni del Novecento in Serbia si guardava alla
monarchia italiana come a un esempio e si pubblicava un quotidiano
intitolato Piemonte.
Gli scontri
di cui abbiamo parlato all’inizio sono solo l’antipasto di ciò che verrà. Il
sentimento generale serbo è quello espresso dal tennista Nole Djokovic: “Il
Kosovo è serbo e sarà sempre serbo”. In attesa che si sveglino anche i serbi di
Bosnia.
Ps. Una cosa intollerabile fu la
scomunica della squadra jugoslava dagli Europei di Svezia del 1992. Quella
squadra era formata, fra gli altri, da Stojkovic, serbo, Savicevic,
montenegrino, Prosinecki, croato, Jugovic, serbo, Boban, croato, Mihajilovic,
serbo, e dal basilare Bazdarevic, bosniaco, regista che calmava i bollori di
una squadra dove tutti, anche i terzini, erano votati all’attacco. Quella
squadra aveva vinto tutte le partite delle qualificazioni, tranne una
pareggiata. I ragazzi erano già in Svezia e per imposizione della Fifa e
dell’Uefa furono cacciati a pedate. Un’ignominia calcistica che fa quasi paro
con quelle, non sportive, di cui abbiamo parlato.
Kosovo, il diritto a geometria variabile, e fu il disordine mondiale - Massimo
Nava
Il Kosovo, teatro in queste ore di violenze e rivalse, è il punto focale di
un dramma, cominciato negli anni Novanta, in cui diritti e aspirazioni di
popoli e minoranze hanno continuato a confliggere con la sovranità degli Stati
e con interessi geopolitici di Grandi Potenze e Potenze regionali, scrive il
Corriere della Sera.
Il diritto internazionale fatto a pezzi o invocato a geometria variabile. Un
quadro in cui l’Europa ha recitato più spesso la parte della spettatrice o
della vittima (in termini di prezzi economici e sociali pagati) che dell’attore
politico, il rimprovero di un severissimo Massimo Nava.
«Decisamente paradossale che un fazzoletto di terra, fino a pochi anni fa
ignoto a molti, sia all’origine di tanti conflitti e tensioni internazionali».
Causa-effetto
Naturalmente,
il rapporto di causa ed effetto è più complesso, ma è un fatto che il diritto
internazionale fatto a pezzi o invocato a geometria variabile abbia provocato,
negli ultimi decenni, instabilità, conflitti e situazioni sociali ed economiche
diametralmente opposte a quelle auspicate: lacerazione di confini, pulizia
etnica, ondate migratorie, scontri religiosi sono diventati i tragici titoli
della nostra storia recente. Le strategie che Europa e Stati Uniti hanno
portato avanti dal 1991 nella ex Jugoslavia dovevano segnare la nuova era dei
diritti dei popoli, prevalenti sui confini degli stati e sul dispotismo dei
dittatori.
Separatismi,
e bramosie sulla Jugoslavia
Il rapido
riconoscimento da parte dei Paesi europei (Germania in testa)
dell’indipendenza di Croazia e Bosnia, gli accordi
di Dayton per l’unità della Bosnia dopo i massacri e il bombardamento della Serbia per
sostenere le aspirazioni separatiste della minoranza albanese del Kosovo,
minacciata da Belgrado, avevano affermato nella coscienza internazionale alcune
regole non scritte e non universalmente riconosciute, compreso l’eliminazione
violenta dei dittatori (Gheddafi, Saddam Hussein) o la loro
incriminazione nei tribunali internazionali (ieri Milosevic, domani, forse
Putin).
Autodeterminazione
per tutti o a concessione. E di chi?
Ma la
nobiltà morale delle regole (in primis, il diritto dei popoli
all’autodeterminazione) non ha tenuto conto dei modi e dei prezzi che si
dovevano pagare per affermarle. Anziché una nuova era, si sono innescate
instabilità e rivalse. Anziché un nuovo quadro di principii, applicabile ad
altri focolai di conflitto nel mondo, dalla Cecenia al Medio Oriente,
dall’Ucraina a Taiwan, si è alimentato il disordine internazionale.
‘Geometrie variabili’
I Balcani,
in particolare, sono rimasti in balia di strategie contraddittorie e
intercambiabili. I musulmani alla mercé dei serbi a Sarajevo e armati contro i
serbi in Kosovo. Milosevic, la soluzione per la stabilità (con gli accordi di
Dayton) e poi il problema da eliminare. L’unità e l’integrità dello Stato,
rispettate per la Bosnia, non riconosciute alla Serbia, costretta
all’amputazione del Kosovo.
Balcani
sulla giostra Ue ad avallo Nato
A questi
sviluppi, si è sovrapposta la marcia a zig zag per l’adesione all’Europa, con
le porte aperte a Slovenia e Croazia e
l’anticamera per la Serbia, il cui calendario è oggi condizionato
dalle ambizioni di Ucraina e Moldavia. Migliaia di
soldati dell’Onu, miliardi di dollari e complicati artifici politici hanno
soltanto sopito l’odio etnico e religioso in cui è cresciuta un’intera
generazione. L’esito più perverso è la Serbia: l’unica nazione rimasta
multietnica, nonostante Milosevic, si scopre più nazionalista e ortodossa senza
Milosevic ed essa stessa vittima, in Kosovo, di pulizia etnica. Il meno che si
possa fare è però ripensare in fretta una strategia coerente per tutta la
regione, che affermi i diritti di tutti i popoli e la possibilità d’immaginarsi
europei, senza più pagelle di affidabilità e sostegni di convenienza.
Occidente
Usa-Ue, sleale e traditore
Uno
spiraglio si era aperto nei mesi scorsi durante il vertice europeo di Tirana,
in presenza di tutti i protagonisti, compresi i nemici di ieri e di oggi. Come
rilevava per l’occasione Le Monde, «dopo l’invasione russa
dell’Ucraina, l’Ue ha cambiato tono nei confronti di questa regione». Se
da un lato l’Ue è mobilitata per aiutare l’Ucraina, dall’altro è evidente il
desiderio di mantenere la stabilità in una regione su cui incombono ombre russe
e cinesi, in particolare a Belgrado. La Serbia continua a mantenere relazioni
commerciali con Mosca ed è anche un hub interessante per aggirare le sanzioni.
Il problema
Serbia-Kosovo
«I Balcani
si sono sentiti traditi, bloccati nell’anticamera del club europeo che ha
accettato la candidatura di Ucraina e Moldavia».In realtà sono state mobilitate
risorse europee per sostenere lo sviluppo di questi Paesi, ma miliardi di euro
non sembrano sufficienti a calmare gli animi. Negli ultimi due anni, il Montenegro,
l’Albania e la Macedonia settentrionale hanno
visto convalidato il loro status di candidati all’Ue e sono iniziati i primi
colloqui. A novembre, la Commissione ha proposto che anche la Bosnia-Erzegovina si
qualifichi per lo status di candidato. Ma il nodo cruciale resta la Serbia,
fino a quando non sarà raggiunto un definitivo accordo politico con il Kosovo,
peraltro non ancora riconosciuto da cinque Stati membri dell’Unione Europea,
fra i quali la Spagna, per evidenti ragioni di politica interna, date le
tensioni in Catalogna.
Vuoto
occidentale a perdere
Logico
che Russia e Cina, alleati della Serbia e
interessati al futuro dei Balcani, prendano spesso le difese di Belgrado. La
questione del Kosovo è così diventata anche l’alibi per la politica di Putin,
prima in Crimea e poi nel Donbass. Belgrado coltiva aspirazioni di integrazione
europea, ma non può abbandonare le minoranze serbe. L’adesione all’Ue
aiuterebbe a consolidare le istituzioni democratiche, a proteggere i diritti
fondamentali e a far progredire lo Stato di diritto in tutta la regione
balcanica. Ma la guerra in Ucraina ha sconvolto disegni e priorità. E Putin
soffia sul fuoco.
Le
coincidenze della storia
Per quanti
si appassionano a questa storia complicata, si noti una coincidenza in queste
ore di violenze: il processo cominciato all’Aja contro l’ex presidente e leader
della guerriglia kosovara, Hashim Thaçi. Eroe della resistenza
contro i serbi e dei diritti delle minoranze, sostenuto dagli Stati Uniti,
considerato a suo tempo il «George Washington dei Balcani»,
amico personale dell’ex ministro francese Bernard Kouchner, è ora
incriminato per crimini di guerra e crimini contro l’umanità perpetrati contro
le forze serbe.
Un caso emblematico, a dimostrazione che la storia nei Balcani è davvero
ciclica e talvolta diventa un tragico gioco dell’oca.
Cosa ci fanno i militari italiani in Kosovo 24 anni dopo le bombe Nato - Ennio
Remondino
Breve storia della ‘Kosovo Force’ Nato che fece il suo ingresso nel paese
come ‘forza militare di pace’ dopo averlo ‘liberato’ dalle truppe jugoslave di
casa sommerse di bombe, nel 1999. Con simpatie diversificate per etnia e
precedente bersaglio. ‘Kfor’ la sigla meno direttamente Nato alla conversione
in forza di pace, o meglio, di interposizione tra odi e tensione che 24 anni
dopo non sembrano affatto superati.
Odio etnico
e provocazioni
«Ieri alcuni
soldati italiani e ungheresi che fanno parte di un contingente NATO chiamato
KFOR sono stati feriti durante una manifestazione di protesta a Zvecan, in
Kosovo. L’operazione KFOR è attiva in Kosovo dal 12 giugno del 1999, iniziò
dopo la conclusione dell’azione militare della NATO contro la Repubblica
Federale di Jugoslavia di Slobodan Milošević», la sintesi asettica da agenzia che
riposta il Post. Per memoria meno ‘neutrale’, quei tre mesi di bombardamento
nel cuore dell’Europa, definiti anche ‘interferenza umanitaria’, furono la
prima vera e massiccia ‘guerra calda’ dopo decenni di ‘Guerra fredda’,
preceduta solo da alcune incursioni aeree Usa su Sarajevo nel 1995 per imporre
l’armistizio di Dayton.
Sempre nel
racconto semi scolastico
Il Kosovo si
trova tra Serbia, Montenegro, Albania e Macedonia ed è grande un po’ più
dell’Abruzzo. È il paese più giovane d’Europa e le sei stelle che si vedono
sulla sua bandiera rappresentano i sei gruppi etnici che lo abitano: gli albanesi, che
sono più del 90 per cento della popolazione, e poi i serbi, i turchi, i gorani, i rom e
i bosniaci musulmani. Gli scontri da allora a oggi, il reale
esercizio del comando tra la maggioranza albanese che ha il numero e la forza,
e la ex forza politica slava del vecchio potere jugoslavo, con le
ritorsioni nel quotidiano. Nel 1999 l’intervento militare della NATO in Kosovo
venne giustificato con rilevanti forzature informative, per porre fine alla
campagna di oppressione, pulizia etnica e violenze portata avanti dai serbi
contro la popolazione di origine albanese. 24 anni dopo la situazione risulta
semplicemente rovesciata senza sostanziali progressi verso il superamento del
passato. Ma anche senza sensibilizzazione stampa.
Da
terroristi a patrioti
A partire
dal 1996 il movimento armato militare di separatisti albanesi UçK (Ushtria
çlirimtare e Kosoves),sino ad allora per la Nato e gli Usa compreso tra le
‘organizzazioni terroristiche’, vienne riqualificato come movimento
patriottico e sostenuto in maniera più o meno aperta soprattutto da parte
statunitense, protagonista di una serie di azioni di guerriglia, arrivando anche
a controllare intere zone del territorio kosovaro. Il 28 febbraio del 1998
l’UçK uccise alcuni ufficiali della polizia serba causando la ritorsione della
polizia di Milošević, che lanciò un’offensiva con mezzi pesanti contro numerosi
villaggi della Drenica, al centro del paese. Altri scontri armati con decine di
vittime a Racak. Forzature e inganni delle parti in guerra con complicità
giornalistiche, hanno via via favorito la disponibilità dell’opinione pubblica
occidentale e italiana a condividere o a non opporsi quella che è stata la
prima vera guerra in casa europea dopo quella mondiale.
Il 24 marzo
1999 le bombe Nato sulla Jugoslavia
il 23 marzo
del 1999 il Segretario Generale della NATO Javier Solana diede inizio alle
operazioni militari contro la Serbia, senza alcun mandato del Consiglio di
Sicurezza dell’ONU. Le ragioni umanitarie dell’intervento furono più volte
ribadite sia dalla NATO che dai governi degli stati membri, e contestate da
molti altri. Di fatto, la notte del 24 su Belgrado suonarono nuovamente le
sirene di attacco aereo dopo quelle per le bombe dei nazisti nel 1944. L’allora
presidente del Consiglio italiano, Massimo D’Alema, alla Camera dei deputati:
«Il mio giudizio è che l’intervento militare si è reso necessario e
inevitabile», disse.
E diede
l’autorizzazione all’uso dello spazio aereo italiano per le missioni della NATO
mettendo a disposizione, per il conflitto, aerei militari e 19 basi che furono
usate per far decollare gli aerei, per la logistica, per la copertura radar
oppure per le informazioni meteorologiche. Gli aerei militari parteciparono
direttamente ai bombardamenti.
Nato a
comando Usa diventa d’attacco
Il ruolo
della NATO in un conflitto esterno ai confini dell’alleanza fu dibattuto allora
e dopo: chi lo ritenne fondamentale per difendere la popolazione kosovara e per
destituire Milošević, e chi lo giudicò una forzatura unilaterale e responsabile
di una escalation nelle violenze, oltre che causa di estese perdite civili tra
la popolazione serba. Molto discusso fu anche il ruolo del cosiddetto ‘fattore
CNN’, cioè il peso che ebbero i media nel giustificare e rendere legittimo
l’intervento militare (rinvio all’archivio di Remocontro sulla strage di
Racak e ai Lazzaro che camminano). Con l’intervento in Kosovo la NATO fondò
la sua nuova strategia che stiamo vivendo oggi nella crisi Ucraina:
trasformazione dell’alleanza da difensiva a organizzazione politica armata
operativa anche su territori esterni a quelli dei Paesi dell’organizzazione.
Quei tre
mesi di bombe
L’operazione Allied
Force della NATO cominciò la sera del 24 marzo: 80 aerei appartenenti
a Canada, Francia, Gran Bretagna, Paesi Bassi, Spagna, Germania, Stati
Uniti, Italia, e poi le navi da guerra statunitensi e britanniche
nell’Adriatico iniziarono i bombardamenti e i lanci di missili contro la
Serbia. In una prima fase vennero attaccati i radar e le installazioni per la
difesa aerea a nord di Pristina e intorno a Belgrado. La seconda fase del
conflitto iniziò il 27 marzo ed era diretta alla distruzione delle forze armate
serbe. Il 23 aprile gli alleati NATO riuniti a Washington decisero di
intensificare gli attacchi. Ebbe così inizio la terza e conclusiva fase della
guerra.
Le bombe nel
cuore del Paese
I
bombardamenti furono diretti anche verso obiettivi non strettamente militari
come centrali elettriche, ponti, acquedotti, depositi di carburante, radio e
televisioni (il missile mirato sulla Tv di Belgrado che uccise 16 tecnici ed
operai estranei a qualsiasi propaganda di regime). I ‘danni collaterali’ di
queste terza fase furono parecchi: l’8 maggio, ‘per un errore
nell’individuazione del bersaglio’, -ci viene raccontato-, venne colpita ad
esempio l’ambasciata cinese a Belgrado (ricostruzione diversa sempre su
Remocontro). Vi furono morti, feriti e forti polemiche nei confronti
dell’inadeguatezza del sistema di intelligence statunitense. Alla fine di
maggio ci furono quasi ottocento attacchi aerei. Di fronte all’aumento dei
bombardamenti e alla disponibilità offerta da tutti i paesi NATO di concedere
nuove basi all’esercito USA, Milosevic accettò la resa. Il 9 giugno venne
sottoscritto un accordo con le Nazioni Unite. Il segretario della NATO Solana
ordinò la sospensione degli attacchi e la conclusione ufficiale dell’operazione
Allied force.
Gli accordi
prevedevano il ritiro delle forze serbe dal Kosovo, l’inizio di una missione
dell’ONU per l’amministrazione provvisoria della provincia serba con il compito
di ristabilire ordine e pace, e l’ingresso a sostegno della missione di una
forza militare di pace guidata dalla NATO, la Kosovo Force (KFOR).
KFOR di
occupazione
Il
contingente iniziale di KFOR era formato da sei brigate di fanteria, due a
guida britannica, e una ciascuna da Stati Uniti, Francia, Germania e Italia. Il
paese venne diviso in cinque diverse zone, ognuna affidata a uno Stato.
Parallelamente all’istituzione di KFOR, il Kosovo nel 1999 passò sotto il
protettorato internazionale delle Nazioni Unite, che finalmente deliberarono (risoluzione
1244) a guerra fatta. Nel tempo le forze NATO presenti in Kosovo sono state
riorganizzate, sono stati costituiti nuovi gruppi e avviate nuove realtà
operative. Nel periodo di massima partecipazione, il numero delle truppe KFOR
ha raggiunto 50mila soldati provenienti da 39 paesi, mentre oggi in Kosovo sono
presenti 27 paesi con circa 3.800 militari.
Indipendenza
all’americana
Dopo essere
stato amministrato per quasi dieci anni da un protettorato internazionale delle
Nazioni Unite, nel 2008 il Kosovo ha dichiarato unilateralmente la propria
indipendenza. Nei mesi successivi i paesi della NATO decisero di proseguire la
missione, in accordo con le autorità del nuovo Stato e in collaborazione con le
Nazioni Unite. L’indipendenza del Kosovo non è però riconosciuta dalle
istituzioni serbe (da poco meno della metà dei Paesi Onu e non da tutti i
Paesi della Stessa Ue) e tra i due paesi continuano a esserci tensioni ed
episodi di violenza, come le proteste in cui sono stati feriti i militari della
NATO. Le zone più a rischio sono quelle del nord, a maggioranza serba e non
albanese.
Ora la Nato
a difendere i serbi
Oggi,
secondo il Netherlands Institute of International Relations Clingendael che
si occupa di relazioni internazionali, sulla presenza della NATO in Kosovo
fanno affidamento soprattutto i cittadini serbi: vedono infatti nel KFOR il
principale garante della loro protezione, in particolare dopo che nel 2018 il
parlamento del Kosovo, in aperta violazione degli accordi di pace e delle
disposizioni Onu, approvò una legge che conferiva un mandato militare alle
forze di sicurezza del Kosovo (KSF). Dalle armi leggere per operazioni di
polizia e protezione civile a un vero esercito con arruolamenti esclusivi da
parte albanese.
Nazionalismi marcati e contrapposti al culmine da un anno con la elezione a
premier di Albin Kurti, noto anche e livello internazionale per la sua
vocazione politica alla provocazione. Qualcuno di Remocontro, cercando in quel
lontano passato, potrebbe trovare ancora significative interviste dell’allora
giovane personaggio.
articoli e video di Vincenzo Costa, Roger Keeran, Clara Statello, Alberto Bradanini, Pietro Pinter, Alessandro Orsini, Massimo Nava, Alessandro Bianchi, Alessio Di Florio, Sergej Lavrov, Gustavo Petro, Demostenes Floros
LA RUSSIA DEVE MORIRE – Massimo Nava
Un’analisi premonitrice di “Foreign Affairs” nel 2014. “Putin è sicuramente consapevole che cercare di sottomettere l’Ucraina sarebbe come ingoiare un porcospino”.
La condanna della guerra di Putin, con strascico di crimini e infinite sofferenze inflitte alla popolazione civile non ha attenuanti sul piano morale e in relazione al diritto internazionale che non prevede il permesso d’invasione di uno Stato sovrano. Ma per il giudizio della storia conta anche la genesi geopolitica del conflitto. E in questo ambito vale la pena di ripercorrere alcune tappe con l’aiuto di una fonte non sospettabile di simpatie per il Cremlino: la prestigiosa rivista Foreign Affairs. Siamo nel 2014, quando la questione dell’Ucraina comincia a fare venire i sudori freddi alle cancellerie. Si tratta di un’analisi che contribuisce a far comprendere che, come in ogni guerra, c’è un presente (in cui la gerarchia delle colpe è del tutto evidente) e c’è un passato (in cui anche la gerarchia delle responsabilità deve essere considerata). Quanto al futuro, esso sembra spento come il sole a mezzanotte. Foreign Affairs, nel 2014, ricostruì così la genesi della crisi ucraina. «Il presidente Putin, si sostiene, ha annesso la Crimea per resuscitare l’impero sovietico, e potrebbe prendersela con il resto dell’Ucraina. Ma questa visione è sbagliata: Stati Uniti e alleati europei condividono la maggior parte della responsabilità della crisi. La radice del problema è l’allargamento della Nato, elemento centrale di una strategia volta a far uscire l’Ucraina dall’orbita della Russia e a integrarla nell’Occidente. Allo stesso tempo, anche l’espansione della UE verso est e il sostegno dell’Occidente al movimento pro-democrazia in Ucraina, a partire dalla Rivoluzione Orange nel 2004, sono stati elementi critici. Dalla metà degli anni Novanta, i leader russi si sono opposti all’allargamento della Nato e hanno chiarito che non sarebbero rimasti a guardare mentre il loro vicino strategicamente importante si trasformava in un bastione occidentale. Per Putin, il rovesciamento illegale del presidente ucraino democraticamente eletto e filo-russo è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso. Ha risposto prendendo la Crimea, una penisola che temeva potesse ospitare una base navale della Nato, e ha cercato di destabilizzare l’Ucraina fino a quando non avesse abbandonato i suoi sforzi per unirsi all’Occidente. La reazione di Putin non avrebbe dovuto sorprendere. Dopo tutto, l’Occidente si era spinto nel cortile di casa della Russia e aveva minacciato il suo nucleo centrale». «La crisi in Ucraina dimostra che la realpolitik rimane rilevante e che gli Stati che la ignorano lo fanno a loro rischio e pericolo. I leader statunitensi ed europei hanno commesso un errore nel tentativo di trasformare l’Ucraina in una roccaforte occidentale al confine con la Russia. Ora che le conseguenze sono state messe a nudo, sarebbe un errore ancora più grave continuare questa politica sbagliata». «Il primo ciclo di allargamento della Nato ha avuto luogo nel 1999 e ha coinvolto la Repubblica Ceca, l’Ungheria e la Polonia. Il secondo è avvenuto nel 2004 e ha incluso Bulgaria, Estonia, Lettonia, Lituania, Romania, Slovacchia e Slovenia. Ma i russi erano troppo deboli, all’epoca, per frenare il movimento verso est della Nato che, in ogni caso, non appariva così minaccioso, dal momento che nessuno dei nuovi membri confinava con la Russia, a parte i minuscoli Paesi baltici. Poi la Nato ha iniziato a guardare più a est. Al vertice dell’aprile 2008 a Bucarest, l’alleanza ha preso in considerazione l’ammissione della Georgia e dell’Ucraina. Putin ha sostenuto che l’ammissione di questi due Paesi alla Nato rappresenterebbe una “minaccia diretta” per la Russia. Un giornale russo ha riportato che Putin, parlando con Bush, “ha lasciato intendere in modo molto trasparente che se l’Ucraina fosse stata accettata nella NATO, avrebbe cessato di esistere”». «L’invasione della Georgia da parte della Russia nell’agosto 2008 avrebbe dovuto fugare ogni dubbio sulla determinazione di Putin a impedire l’ingresso della Georgia e dell’Ucraina nella Nato. Il presidente georgiano Mikheil Saakashvili, profondamente impegnato a far entrare il suo Paese nella Nato, aveva deciso nell’estate del 2008 di reincorporare due regioni separate, l’Abkhazia e l’Ossezia del Sud. Ma Putin ha cercato di mantenere la Georgia debole e divisa, e fuori dalla Nato. Dopo lo scoppio dei combattimenti tra il governo georgiano e i separatisti dell’Ossezia del Sud, le forze russe hanno preso il controllo dell’Abkhazia e dell’Ossezia del Sud. Mosca aveva chiarito il suo punto di vista. Tuttavia, nonostante questo chiaro avvertimento, la Nato non ha mai abbandonato l’obiettivo di portare la Georgia e l’Ucraina nell’alleanza. E l’espansione della Nato ha continuato a marciare in avanti, con l’adesione di Albania e Croazia nel 2009». «L’ultimo strumento a disposizione dell’Occidente per allontanare Kiev da Mosca è stato l’impegno a diffondere i valori occidentali e a promuovere la democrazia in Ucraina e in altri Stati post-sovietici, un piano che spesso implica il finanziamento di individui e organizzazioni pro-occidentali. Victoria Nuland, assistente del Segretario di Stato americano per gli affari europei ed eurasiatici, ha stimato nel dicembre 2013 che gli Stati Uniti hanno investito più di 5 miliardi di dollari dal 1991 per aiutare l’Ucraina a raggiungere “il futuro che merita”. Quando i leader russi guardano all’ingegneria sociale occidentale in Ucraina, temono che il loro Paese possa essere il prossimo. Il triplice pacchetto di politiche dell’Occidente – l’allargamento della Nato, l’espansione dell’UE e la promozione della democrazia – ha alimentato un incendio». «Putin ha poi esercitato una forte pressione sul nuovo governo di Kiev per scoraggiarlo a schierarsi con l’Occidente contro Mosca, chiarendo che avrebbe distrutto l’Ucraina come Stato funzionante prima di permettere che diventasse una roccaforte occidentale alle porte della Russia. A tal fine, ha fornito consiglieri, armi e supporto diplomatico ai separatisti russi nell’Ucraina orientale. Le azioni di Putin dovrebbero essere facili da comprendere. Un’enorme distesa di terra piatta che la Francia napoleonica, la Germania imperiale e la Germania nazista hanno attraversato per colpire la Russia stessa: l’Ucraina è uno Stato cuscinetto di enorme importanza strategica per la Russia. Washington può non gradire la posizione di Mosca, ma dovrebbe comprenderne la logica. Immaginate l’indignazione di Washington se la Cina costruisse un’alleanza militare di grande impatto e cercasse di includere Canada e Messico. Il diplomatico statunitense George Kennan ha articolato questa prospettiva in un’intervista del 1998, poco dopo che il Senato americano aveva approvato il primo ciclo di espansione della Nato. “Penso che i russi reagiranno gradualmente in modo piuttosto negativo e questo influenzerà le loro politiche”, ha detto. “Penso che sia un tragico errore. Non c’era alcun motivo per farlo. Nessuno stava minacciando nessun altro». L’analisi di Foreign Affairs è premonitrice anche a proposito di un’eventuale invasione dell’Ucraina. «Circa 15 milioni di persone – un terzo della popolazione ucraina – vivono tra il fiume Dnieper, che divide in due il Paese, e il confine russo. La stragrande maggioranza vuole rimanere in Ucraina e si opporrebbe a un’occupazione russa. Inoltre, il mediocre esercito russo avrebbe poche possibilità di pacificare tutta l’Ucraina. Anche se la Russia vantasse una potente macchina militare e un’economia impressionante, non sarebbe in grado di occupare con successo l’Ucraina. Basta pensare alle esperienze sovietiche e statunitensi in Afghanistan, a quelle americane in Vietnam e in Iraq e a quella russa in Cecenia per ricordarsi che le occupazioni militari di solito finiscono male. Putin è sicuramente consapevole che cercare di sottomettere l’Ucraina sarebbe come ingoiare un porcospino». E così avverrà, otto anni dopo. Tuttavia, una soluzione alla crisi ucraina esisteva, secondo Foreign Affairs. «Gli Stati Uniti e i loro alleati dovrebbero abbandonare il loro piano di occidentalizzazione dell’Ucraina e puntare invece a farne un cuscinetto neutrale tra la Nato e la Russia, simile alla posizione dell’Austria durante la Guerra Fredda. I leader occidentali dovrebbero riconoscere che l’Ucraina è talmente importante per Putin da non poter sostenere un regime anti-russo in quel Paese. Ciò non significa che un futuro governo ucraino debba essere filorusso o anti-Nato. Al contrario, l’obiettivo dovrebbe essere un’Ucraina sovrana che non rientri né nella sfera della Russia né in quella dell’Occidente». «Si sente anche affermare che l’Ucraina ha il diritto di determinare con chi vuole allearsi e che i russi non hanno il diritto di impedire a Kiev di unirsi all’Occidente. Ma diritti astratti come l’autodeterminazione sono in gran parte privi di significato quando gli Stati potenti si azzuffano con quelli più deboli. È nell’interesse dell’Ucraina comprendere questi fatti della vita e agire con cautela nei rapporti con il suo vicino più potente».
L’offensiva ucraina è fallita, ma guai a chi lo dice (in Italia) – Alessandro Orsini
Nessuno in Italia scriverebbe mai che la controffensiva ucraina è stata un fallimento, nonostante la stampa americana lo dica da mesi. Una frase così chiara certificherebbe il fallimento di un’intera classe […]
Nessuno in Italia scriverebbe mai che la controffensiva ucraina è stata un fallimento, nonostante la stampa americana lo dica da mesi. Una frase così chiara certificherebbe il fallimento di un’intera classe politica e mediatica. Pensate a tutti quei direttori di reti televisive, speaker radiofonici, leader di partito, direttori di istituti di ricerca sulla politica internazionale, schierati contro la diplomazia all’inizio della guerra per la sconfitta della Russia. Potreste mai immaginare che la classe mediatica riconosca di essere moralmente e politicamente corresponsabile della tragica situazione in cui l’Ucraina si contorce con Mario Draghi che viene riproposto come una pietanza che si ripropone al Quirinale verso il giorno più stomachevole della Repubblica Italiana? I signori dei media ricorrono a due strategie per non dire che la controffensiva è un fallimento: la strategia della “lente d’ingrandimento” e quella del “domani è un altro giorno”. La strategia della “lente di ingrandimento” ingigantisce conquiste ucraine talmente limitate che, cartograficamente parlando, non sono nemmeno visibili sulla mappa. È il caso di Andriivka, a sud di Bakhmut, che equivale grosso modo alla conquista di Villa Lazzaroni a Roma sulla Tuscolana. Con la differenza che Villa Lazzaroni ospita qualche piccolo ripostiglio per gli utensili, mentre Andriivka non ha nemmeno quelli essendo stata rasa al suolo al costo di decine di migliaia di ucraini uccisi e una quantità impressionante di mezzi Nato distrutti. Conquistare Villa Lazzaroni in una settimana è un fallimento reale; conquistarla dopo oltre tre mesi di devastazioni e sofferenze umane indicibili è un fallimento fantasy. La ragione per cui i media ingigantiscono la conquista di Andriivka si spiega con l’intreccio nefasto tra potere politico, giornalismo mainstream e dipartimenti di scienza politica all’italiana. Crosetto sarà presto chiamato a inviare nuove armi per la distruzione definitiva dell’Ucraina e, quindi, i soliti (s)giornalisti e i soliti (s)direttori di dipartimento dovranno spiegare che la strategia di Biden funziona. Conquistare Villa Lazzaroni in tre mesi di super-massacri e centinaia di bambini ucraini sotto terra dimostra che Ursula von der Leyen ha capito tutto della guerra in Ucraina. Se poi il teatro dell’assurdo vacilla, ecco intervenire la strategia del “domani è un altro giorno”. Agli italiani bisogna sempre spiegare che la vittoria arriverà domani perché la Nato aveva dimenticato di inviare l’arma magica. Gli ucraini vinceranno grazie agli Himars. Anzi no, grazie ai Samp/T di Crosetto. Anzi no, grazie agli Abrams. Anzi no, grazie alle bombe a grappolo. Anzi no, grazie ai 40 caccia di quarta generazione in primavera però la Russia ne ha 1000 subito. La strategia del “domani è un altro giorno” consente di rimandare all’infinito il giorno in cui le televisioni dovranno dichiarare che l’Unione europea è guidata da una classe politica fallita sorretta da una classe mediatica e accademica iper-corrotta. Mi raccomando: si tenga nascosto agli italiani che la Russia ha ammassato circa 100.000 soldati, 900 carri armati e 555 sistemi di artiglieria per lo sfondamento dell’oblast di Kharkiv. Con il dissanguamento per Villa Lazzaroni, vorrò vedere come Kiev respingerà un assalto frontale di quel tipo. Ecco il paradosso: quando una classe politico-mediatica è perfettamente fallita, si rappresenta come perfettamente vittoriosa. Crosetto aiuta il Corriere della Sera e il Corriere della Sera aiuta Crosetto. In tal modo, un po’ con lo scotch, un po’ con collanti odorosi meno nobili, gli zombie si compattano.
DOCUMENTI TRAPELATI – Una soluzione pacifica per il Donbass esisteva già nel 2014, ma Kiev scelse la guerra – Clara Statello
Durante una perquisizione dell’SBU a casa del deputo di Piattaforma dell’Opposizione, Nestor Shufrich, è stata trovata una bozza in 12 punti per l’autonomia al Donbass. Il progetto prevedeva la creazione di territori autonomi all’interno dell’Ucraina, per le regioni di Donetsk e Lugansk con ampi poteri di autogoverno. Il documento di quattro pagine era datato luglio 2014, firmato dallo stesso Shufrich e da Victor Medvedchuk, arrestato nel marzo 2022 e rilasciato alcuni mesi dono in uno scambio di prigionieri con Mosca.
Il ritrovamento è avvenuto venerdì 15 settembre. Lo stesso giorno Shufrich è stato arrestato (https://t.me/stranaua/122806) e portato in udienza a porte chiuse. Ai giudici ha Nestor Shufrich non ha smentito il progetto di accordo, anzi ha affermato che il documento “era stato concordato dall’OSCE”, ma era diventato irrilevante dopo la decisione di Poroshenko di andare in guerra. E’ stato accusato di tradimento, il tribunale di Pechersky ha disposto nei suoi confronti la misura cautelativa del carcere per 60 giorni (https://t.me/stranaua/122828), senza cauzione.
La rivista ucraina Strana sottolinea che alcune di queste disposizioni hanno poi costituito la base del primo e del secondo accordo di Minsk, firmato Petro Poroshenko. Gli accordi prevedevano la concessione di ampia autonomia alle aree di Donetsk e Lugansk. Tuttavia, successivamente, il processo di attuazione degli accordi di Minsk nella legislazione ucraina è stato interrotto. Non solo gli accordi non sono mai stati attuati ma chi ha promosso una soluzione pacifica viene perseguitato dalla giustizia ucraina. Perché Kiev ha scelto la guerra senza se e senza ma?
Shufrich verrà rimosso entro questa settimana dalla carica di capo della commissione parlamentare per la libertà di parola, ha detto oggi la Verkhovna Rada.
La trilogia distopica: estremisti e razionali dei nostri tempi – Alberto Bradanini
La trilogia distopica di G. Orwell (1984: la pace è guerra, la libertà è schiavitù, l’ignoranza è forza) è divenuta realtà, sebbene con qualche decennio in ritardo rispetto alle previsioni del grande scrittore britannico.
L’impalcatura plutocratica che domina il pianeta accredita la menzogna strutturale del nostro tempo, secondo la quale il cosiddetto Regno del Bene (l’Occidente) combatte quotidianamente per difendere la libertà e democrazia, e non si occupa affatto degli interessi di chi siede in cima alla piramide.
In Italia, il Partito Unico finge di operare come se il Paese fosse davvero sovrano (se invece fosse vero il contrario, gli esponenti del Partito Unico avrebbero gravi deficit cognitivi, e non osiamo crederlo), mentre si occupa sovranamente solo di temi che l’impero egemone reputa di poter lasciare alla sua cura. Gli esponenti di tale Partito (governo e opposizione ne fanno parte a pari merito) mostrano volti arcigni e pensierosi, curvi sotto il peso delle responsabilità di chi deve soddisfare i bisogni del popolo, come se fossero costoro a prendere le decisioni.
Il duplice livello di subordinazione (politico-militare alla Nato-Usa ed economico-monetario all’Ue-Germania-oligarchie nordeuropee) ha da tempo sottratto all’Italia gli strumenti essenziali della sua sovranità.
L’Italia è un protettorato americano (come l’Europa tutta, invero), un paese gregario e ricattato/saccheggiato (in complicità con il nostro ceto dirigente, economico, politico, mediatico e accademico). Non è un segreto che l’Europa non sia più, da decenni, protagonista della scena internazionale.
Davanti a una scena di tale distopia, fabbricata e controllata dall’alto, solo gli individui che chiameremo estremisti fuori dalla realtà si ostinano a respingere le quotidiane menzogne del Pensiero Unico, mentre le personerazionali e realistiche credono che gli ingenti ritorni a favore dei ricchi e dei potenti siano l’esito di una fortuita coincidenza.
Per gli estremisti fuori dalla realtà, i media – lautamente retribuiti insieme agli altri ceti di servizio, politici, burocrati e accademici – alimentano un’insensata narrazione per sorvegliare le inquietudini del popolo sofferente e generare consenso verso il ceto dominante contro gli interessi della collettività. Le persone razionali e realistiche credono invece che i media dicano la verità, che il popolo non debba avere pretese eccessive e che occorra sostenere i giustificati conflitti armati in tante parti del mondo insieme alle politiche che li rendono possibili, anche se la povertà aumenta e i servizi sociali degradano.
Per gli estremisti fuori dalla realtà sono necessari cambiamenti radicali per riattivare la speranza di poter creare una società giusta per tutti. Per le persone razionali e realistiche, invece, la società funziona sufficientemente bene (e anzi le cose potrebbero andare molto peggio) e dunque occorre continuare a sostenere quei partiti anche se danno talvolta l’impressione di impedire che una società giusta e pacificata possa realizzarsi.
Per gli estremisti fuori dalla realtà è necessaria una palingenesi totale della società, riducendo altresì l’abnorme concentrazione di ricchezza in mani private, se si vuole evitare un collasso sociale e ambientale, o l’olocausto nucleare. Per le persone razionali e realistiche, invece, il collasso ambientale e nucleare può essere facilmente evitato, apportando qualche cambiamento, perché la perfezione non è di questo mondo.
Per gli estremisti fuori dalla realtà, l’impatto dei cambiamenti del Partito Unico è solo cosmetico e richiederà secoli prima di essere avvertito, mentre la minaccia nucleare non è un’invenzione e la concentrazione illimitata di ricchezze, essenza del capitalismo neoliberista, è alla base della distruzione dell’ambiente di vita.
Per gli estremisti fuori dalla realtà, l’impero americano mente sistematicamente su tutto e da decenni, e le tante guerre da esso scatenate non hanno nulla a che vedere con la libertà, la democrazia o la sicurezza degli Stati Uniti (il paese più sicuro da quando esiste il mondo). Per gli estremisti fuori dalla realtà l’impero Usa mente senza pudore anche sulla guerra in Ucraina, mentre sorvola sovranamente sulle sue 800 basi militari in 80 paesi al mondo (oltre alle 145 del Regno Unito, suo fedele vassallo) e i 900 miliardi di dollari del suo bilancio militare (2023).
Per le persone razionali e realistiche, sebbene in passato gli Stati Uniti possano aver mentito su qualche guerra, questa volta però (la guerra in Ucraina) stanno dicendo la verità.
Per gli estremisti fuori dalla realtà l’accumulo di macchinari da guerra da parte dell’impero statunitense ai confini dei suoi principali rivali geopolitici (Russia e Cina) è un gesto d’aggressione, una provocazione che persegue obiettivi imperiali geostrategici. Per le persone razionali e realistiche, invece, l’accumulo di armamenti da parte degli Stati Uniti ai confini di quei due rivali non è altro che un’innocente decisione di legittima difesa.
Per gli estremisti fuori dalla realtà le agenzie governative e quelle dello stato nascosto sorvegliano tutti coloro che esprimono dissenso e stanno progettando di censurare anche Internet. Le persone razionali e realistiche ne sono anch’esse al corrente, ma pensano che sia una buona cosa.
Per gli estremisti fuori dalla realtà le guerre infinite, il militarismo, la politica del rischio nucleare calcolato, la distruzione dell’ambiente, lo sfruttamento, l’oppressione e l’autoritarismo sono insostenibili e si deve voltare pagina facendo ricorso a ogni mezzo. Le persone razionali e realistiche credono invece che per veder scomparire tali problemi basti semplicemente ignorarli, pensando a cose più piacevoli.
Gli estremisti fuori dalla realtà credono che per ottenere il cambiamento necessario in una società i cui termini di funzionamento sono truccati dalle oligarchie di ricchi e potenti sia necessario acquisire coscienza e poi agire, perché i numeri e la ragione sono dalla nostra parte.
Per le persone razionali e realistiche è possibile ottenere i cambiamenti desiderati sostenendo con forza maggiore i soliti partiti alle prossime elezioni. Per gli estremisti fuori dalla realtà la definizione di follia consiste nel fare sempre la medesima cosa aspettandosi risultati diversi.
OFFENSIVA UCRAINA, QUEL CHE NE RESTA – Pietro Pinter
Sono passati più di 3 mesi da quando le forze armate ucraine hanno lanciato la loro preannunciata offensiva di primavera-estate. Negli ultimi 100 giorni un contingente di circa 12 brigate, equipaggiato con le migliori forniture militari che la NATO è stata in grado di offrire e con quanto restava della riserva strategica di veicoli corazzati sovietici, in preparazione almeno dall’inverno scorso, si è scagliato contro linee difensive russe altrettanto lungamente preparate. Secondo la maggior parte delle analisi autorevoli, una tra tutte quella del capo di stato maggiore americano Mark Milley, l’offensiva ucraina si esaurirà nei prossimi 30-60 giorni a causa del mutamento del meteo (che renderà il terreno prevalentemente rurale dello Zhaporozhye una palude fangosa) e del deterioramento delle capacità offensive dovuto all’attrito.
Le forze armate ucraine, nonostante alcuni successi tattici, sono lontane dal “conquistare obiettivi strategicamente importanti che garantiranno un maggior peso al tavolo delle trattative”, come il consigliere per la sicurezza nazionale USA, JakeSullivan, pronosticava all’inizio di giugno. Nel principale teatro delle operazioni, l’assalto ha raggiunto al massimo i 10 chilometri di profondità e, come mostrato chiaramente nell’intervista sopracitata di Milley, che risale all’11 settembre, non ha superato la prima delle tre principali linee difensive russe (vedi foto), contrariamente a quanto affermato da alcune fonti. Il contingente ucraino ha concentrato i suoi sforzi nelle insenature, caratterizzate sempre da terreno più basso rispetto a quello circostante, che si sono rivelate più vulnerabili nei primi giorni di “ricognizione in forze”: questo è avvenuto poco a Est del Dnipro presso il villaggio di Pyatikhatky, nel settore centrale (dove negli ultimi giorni si concentrano i combattimenti più feroci) a Rabotino, a 10km dalle linee di partenza ucraine, e nella “cengia di Vremensky”. L’assalto però non è riuscito a sfondare le principali linee di difesa e le alture controllate dalle forze armate russe, per raggiungere obiettivi strategici come Tokmak, città situata a 20km dalle attuali posizioni ucraine, snodo autostradale e ferroviario fondamentale del corridoio terrestre tra Russia meridionale e Crimea, bastione della terza (e ultima) linea difensiva. Almeno, per ora.
Se questo stato delle cose dovesse essere confermato alla fine dell’offensiva, il bilancio per Kiev non potrebbe che essere negativo. L’Ucraina avrebbe speso una forza d’assalto difficilmente replicabile nel breve-medio periodo per ottenere un limitato successo tattico, senza successo strategico. Una situazione simile a quella dell’”operazione Charlie”, l’ultimo assalto tedesco della prima guerra mondiale che, pur riuscendo a penetrare le linee anglofrancesi, non riuscì a cambiare il corso della guerra prima dell’arrivo in forze del contingente statunitense e dell’esaurimento delle risorse tedesche.
Il paragone è volutamente esagerato: le forniture NATO all’Ucraina non si esauriranno dall’oggi al domani, e la capacità dell’industria bellica russa – pur aumentata nell’ultimo anno – non sarà probabilmente in grado di consentire una massiccia offensiva in grado di mutare radicalmente il corso della guerra. Ma il problema, per Kiev, rimane. In Ucraina arriveranno gli F-16, i missili a lungo raggio ATACMS e forse – cosa che il ministro degli Esteri ucraino da per scontata, umiliando quasi ritualmente l’omologa tedesca Barbock, anche i missili Taurus. Ma tutti concordano sul fatto che tramonta il sogno di un Blitzkrieg verso il Mar Nero che colga la Russia di sorpresa e la porti ad una breve capitolazione. All’orizzonte si conferma la prospettiva, invero già piuttosto chiara dalla stabilizzazione delle linee russe dopo le dolorose (e disastrose) ritirate di Kherson e Kharkov, di una lunga guerra d’attrito.
Una forma di guerra che non gioca in favore dell’Ucraina, a causa di quell’”asimmetria della volontà” che ha caratterizzato pressoché tutte le guerre di spedizione della NATO (e questa è senza dubbio una guerra della NATO, a guida americana) dalla seconda guerra mondiale in poi. In discussione non è la volontà ucraina di combattere – che non ha mostrato alcun segno di cedimento – quanto invece la disponibilità (e in certi casi, la stessa possibilità) da parte della coalizione a supportare ai livelli attuali il suo sforzo bellico. Si legge sul prestigioso e influente Foreign Affairs che “il rischio principale per l’Ucraina non è tanto un brusco cambiamento politico in Occidente, quanto il lento disfacimento di una rete di assistenza estera accuratamente tessuta.” Ed è un giudizio piuttosto condivisibile. Un supporto costante ma ridotto (il Regno Unito ha già dichiarato, ad esempio, che non sostituirà il carro Challenger, uno su 14 inviati, distrutto in battaglia) potrà permettere all’Ucraina di sopravvivere alla guerra ma non di vincerla. E questo potrebbe portare a un mutamento di strategia: un’Europa occidentale preoccupata dalla crisi economica e dalla necessità di assicurare i propri legami commerciali in Eurasia, e un’America assorbita dal più importante conflitto con la Cina, o dalla meno importante ma più vicina crisi al confine meridionale, potrebbero voler porre fine alla guerra a oltranza in Ucraina e (posto che un’intesa si riesca a trovare, cosa non scontata vista la scommessa ormai totale di Mosca sulla “operazione militare speciale”) scendere a patti con i nemici russi.
Zelensky è ben conscio di questo e ha dichiarato di essere pronto a una guerra “perenne”, “senza lieto fine”. Per affrontarla, il leader ucraino cerca di ripulire il Paese dall’immagine di corruzione che sta sollevando sempre più critiche, soprattutto negli USA, relative alla destinazione dei fondi inviati all’Ucraina, mettendo sotto accusa oligarchi, commissari e persino licenziando il ministro della Difesa, accusato da mesi di appropriazione indebita. D’altro canto, in mancanza di una reale industria bellica (salvo alcune eccellenze nel settore dei droni aerei e navali) Zelensky manda all’offensiva la principale risorsa che l’Ucraina puòapportare alla guerra: la propria popolazione. Il licenziamento in blocco di tutti i commissari militari, la rimozione di esenzioni alla leva per studenti e alcune categorie di malati e la pressione sui Paesi europei per l’estradizione dei rifugiati idonei al servizio militare, preludono a una mobilitazione ancora più estesa delle precedenti, magari sul modello della mobilitazione totale sperimentata in alcuni distretti del Paese.
Meno chiari sono i prossimi passi della Russia, che dalla presa di Bakhmut non ha più tentato nessun significativo sforzo offensivo, salvo operazioni minori nella direzione di Kupyansk durante l’offensiva ucraina. Per il momento il Cremlino esclude nuove mobilitazioni, investe nell’espansione dell’industria bellica, rafforza la difesa delle sue infrastrutture critiche, tenta di riparare intese strategiche entrate in crisi (Turchia, Armenia), di sviluppare quelle che hanno funzionato (India, Cina, Arabia Saudita, Iran) e di forgiarne di nuove, per quanto improbabili (Corea del Nord, Myanmar). Risolve – con spettacolare violenza, e pensionando generali dalla sospetta lealtà – i suoi scontri di potere interni.
Verosimilmente, anche il Cremlino si prepara ad una guerra di lungo corso, che dovrà gestire come un fattore strutturale della sua politica estera e militare, e non più come una vorticosa emergenza. Ciò che la accomuna all’Ucraina è che i suoi risultati sul campo – e nell’eventuale diplomazia del conflitto – non saranno limitati tanto dalla volontà di combattere, quanto dalla capacità di farlo con i propri mezzi, a seconda di quelli che la NATO potrà e vorrà mettere in campo.
Gli interessi economici dietro il conflitto in Ucraina – Roger Keeran
Chiunque presti la pur minima attenzione al conflitto in Ucraina può rendersi conto della totale falsità della narrazione statunitense sulla sua causa, ossia che il dittatore Vladimir Putin si sia imbarcato in una guerra “non provocata” in uno sforzo sanguinario per ripristinare l’impero zarista russo. Purtroppo la maggior parte degli americani non ci fa caso, e così circola senza vergogna questa narrazione, come un imperatore senza vestiti.
Fortunatamente, accademici come John Mearsheimer e Jeffrey Sachs e The Nation hanno spiegato che questo conflitto è stato effettivamente provocato, provocato dagli Stati Uniti che, dal crollo dell’Unione Sovietica, hanno sconsideratamente esteso la NATO all’intero confine occidentale della Russia, un’ovvia minaccia alla sicurezza nazionale russa. Gli Stati Uniti intendono includere l’Ucraina nel circolo della NATO e dal 1991 interferiscono palesemente nella politica interna dell’Ucraina per sostenere le forze favorevoli all’Occidente. Ciò ha incluso il sostegno a un colpo di Stato contro il presidente regolarmente eletto Victor Yanoukovitch nel 2004, il sostegno alla cosiddetta ribellione di Maidan del 2014, l’indebolimento dei cosiddetti accordi di Minsk (I e II del 2014 e del 2015) e il sostegno all’attuale presidente corrotto Volodymyr Zelensky.
Un recente libro in francese dell’economista italiano Giulio Palermo, Le Conflit Russo-Ukrainien: L’imperialisme US à la conquete de l’Europe (Editions Delga, Paris, 2022) [ll conflitto russo-ucraino. L’imperialismo Usa alla conquista dell’Europa], non solo racconta questa storia, ma approfondisce il materiale che ho visto in inglese per spiegare gli interessi economici dell’imperialismo statunitense in questo conflitto.
Naturalmente, non ci vuole un genio dell’economia per capire che il grande vincitore di questo conflitto non è né la Russia né l’Ucraina, ma l’industria statunitense delle armi. Dall’inizio del conflitto, l’Ucraina ha ricevuto più di 75 miliardi di dollari, diventando di gran lunga il principale beneficiario degli aiuti esteri USA nel mondo. Questo include 18,3 miliardi di dollari in assistenza alla sicurezza, 23,5 miliardi di dollari in armi e attrezzature e 4,7 miliardi di dollari in sovvenzioni e prestiti per le armi (Council on Foreign Relations, 10 luglio 2023). Naturalmente, la maggior parte di questo denaro finisce nelle tasche dei produttori di armi statunitensi. Lockheed Martin fornisce missili anticarro Javelin e lanciarazzi Himars. Raytheon fornisce missili Javelin e missili antiaerei Stinger, e così via.
Palermo non si limita a questo ovvio saccheggio del contribuente americano, ma spiega che due dei principali beneficiari di questo conflitto sono gli interessi bancari e di investimento USA legati all’agricoltura e alle compagnie petrolifere e del gas statunitensi.
Le banche e le società di investimento americane hanno un interesse di lunga data nell’ottenere il controllo dell’agricoltura ucraina, il cosiddetto granaio d’Europa. Già nel 2014 il presidente filo-occidentale, Petro Porochenko,aveva negoziato un prestito di 15,5 miliardi di dollari da parte del Fondo Monetario Internazionale (FMI) che in cambio insisteva sulla liberalizzazione della vendita di terreni, intendendo la vendita di terreni statali a investitori privati. Ciò significava la fine della moratoria governativa su tali vendite in vigore dal 2001. Sotto Volodymyr Zelensky, la privatizzazione dei terreni si è estesa. Il 31 marzo 2020 il governo Zelensky ha fatto approvare una legge impopolare che legalizza la vendita di terreni agricoli, una misura a lungo richiesta dal FMI e da altri investitori internazionali.
Secondo un rapporto di febbraio 2023 del think tank Oakland Institute, circa cinque milioni di ettari (il doppio della Crimea) della terra più fertile del mondo “sono stati ‘rubati’ da interessi privati allo Stato ucraino”. Complessivamente, più del 28% della terra coltivabile è ora controllata da “oligarchi, individui corrotti e grandi imprese agroalimentari”.
Gli interessi finanziari statunitensi (ma anche europei e sauditi) sono i principali investitori e beneficiari di questo processo. Tra questi, Vanguard (una società finanziaria con sede in Pennsylvania che è il più grande fornitore di fondi comuni di investimento al mondo) e NN Investment Partners Holdings, di proprietà di Goldman Sachs. Secondo l’Oakland Institute, “anche diversi grandi fondi pensione statunitensi, fondazioni e fondi universitari sono investiti in terreni ucraini attraverso NCH Capital, un fondo di private equity con sede negli Stati Uniti, che è il quinto maggiore proprietario di terreni nel Paese” (Ucraina). L’Oakland Institute non potrebbe essere più chiaro: “Quanto emerso indica che i terreni agricoli ucraini sono un’importante posta in gioco nella guerra”.
Un’altra posta in gioco, forse ancora più grande dei terreni agricoli ucraini, è il mercato europeo del gas e del petrolio. Come i terreni agricoli, gli interessi del gas e del petrolio sono stati quasi completamente ignorati dai commentatori americani. Il grande vantaggio del resoconto di Palermo è che spiega come la guerra si inserisca nelle strategie a lungo termine delle compagnie petrolifere e del gas USA, con il sostegno di qualsiasi amministrazione di Washington. Storicamente, questo mercato dipendeva fortemente dal gas e dal petrolio russo. All’inizio della guerra, l’Unione Europea importava il 40% del gas naturale e il 25% del petrolio dalla Russia.
Le compagnie petrolifere statunitensi hanno a lungo desiderato questo mercato europeo. Questa brama si è intensificata dopo la crisi finanziaria del 2007-2009, quando nuovi massicci investimenti nel settore petrolifero e del gas hanno aumentato la produzione statunitense di gas naturale del 70% (tra il 2011 e il 2014) e hanno reso gli Stati Uniti il più grande produttore di petrolio al mondo, superando sia la Russia che l’Arabia Saudita. Le compagnie petrolifere e del gas USA avevano bisogno di uno sbocco per questo surplus. Dopo aver perpetrato in precedenza attacchi militari ed economici contro i fornitori storici di gas e petrolio all’Europa (Iran, Iraq, Libia e Venezuela), gli Stati Uniti avevano un solo rivale per il mercato europeo: la Russia.
Per conto delle compagnie petrolifere, Washington ha contrastato la dipendenza europea dall’energia russa. Washington si è opposta al gasdotto Nordstream, un piano per soddisfare il fabbisogno europeo di gas naturale attraverso un gasdotto che va dalla Russia alla Germania (Nordstream I seguito da Nordstream 2). Il Nordstream I è entrato in funzione nel 2011 [mentre il Nordstream 2, concluso nell’autunno 2021 non è mai entrato in funzione, ndt]. Nel febbraio 2022 la Russia invade l’Ucraina e il 26 settembre 2022 il gasdotto Nordstream viene colpito da tre esplosioni separate. Nessuno ha rivendicato la responsabilità, ma chiunque abbia un po’ di cervello può capire che l’unico beneficiario sono le compagnie petrolifere e del gas statunitensi.
Dopo l’invasione russa, gli Stati Uniti hanno reagito imponendo tre severe tipologie di sanzioni economiche volte a paralizzare l’economia russa. La prima è stata il congelamento dei beni della banca di Stato russa all’estero. La seconda è stata l’esclusione della Russia dal principale sistema di scambio monetario internazionale noto come Swift. La terza misura è stata l’imposizione di sanzioni contro l’importazione di gas e petrolio russo, con Washington che ha pressato l’Europa affinché si adeguasse a questo tipo di sanzioni. Infatti data la maggiore dipendenza dell’Europa dalla Russia (a differenza degli Stati Uniti che non hanno praticamente mai importato gas o petrolio russo), la mancanza di infrastrutture sufficienti per gestire il gas e il petrolio USA e il prezzo più alto dei prodotti statunitensi, l’Europa ha avuto difficoltà a conformarsi. Ciononostante, le compagnie petrolifere e del gas statunitensi sono riuscite a trarre vantaggio dalla guerra e dalle sanzioni. Già nel 2022 l’Europa è diventata la destinazione principale per il gas naturale liquefatto americano, con il 65% di tutte le esportazioni, un massimo storico per le esportazioni di gas americano in Europa.
Qualsiasi valutazione obiettiva della politica statunitense nei confronti dell’Ucraina dovrebbe concludere che si tratta di un fallimento abissale, con un’eccezione lampante. Tutte le armi e l’addestramento non hanno cambiato le sorti dell’Ucraina; il fallimento dell’offensiva ucraina di primavera/estate lo dimostra. Più armi per l’Ucraina hanno significato solo più morte e distruzione. Né le armi e né le sanzioni hanno avuto alcun effetto sulla politica o sull’economia russa. La Russia ha sostituito le sue esportazioni in Europa trovando nuovi mercati in Cina, India e altrove. Il rublo, dopo essere sceso leggermente dopo l’inizio del conflitto, è ora forte come non mai. Gli europei, che pagano di più l’energia, non hanno beneficiato delle sanzioni imposte dagli Stati Uniti alla Russia. Gli africani non hanno beneficiato dell’escalation dei prezzi dei cereali indotta dalla guerra. Né la guerra ha portato benefici ai contribuenti statunitensi, che devono pagare per la più grande porcheria militare dopo l’Afghanistan.
L’unico chiaro vincitore di questo sanguinoso conflitto è l’imperialismo statunitense, vale a dire l’industria militare USA, le banche e le società azionarie USA legate all’agricoltura ucraina e le compagnie USA del gas e del petrolio che si sono impadronite del mercato europeo.
(Traduzione per Resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare)
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Il 21 ottobre manifestiamo a Ghedi: contro la guerra, l’economia di guerra, il governo Meloni, la NATO
La guerra tra NATO e Russia in Ucraina, una guerra che è da ambo i lati dettata da interessi di dominio e di sfruttamento, e ha già prodotto un orrendo massacro di centinaia di migliaia di morti e di feriti, non accenna a finire. Anzi, nonostante si parli di proposte di pace, la continua fornitura di armi da parte di UE e Stati Uniti a Kiev prolunga la guerra e la porta sempre più in territorio russo.
Su scala globale, è in atto una crescita esponenziale delle tensioni commerciali, diplomatiche, militari e, in questo contesto, è partita una vera e propria corsa al riarmo che esprime e a sua volta alimenta la corsa verso nuove, catastrofiche guerre inter-capitalistiche per una spartizione del mercato mondiale tra le massime potenze capitalistiche dell’Ovest e dell’Est.
Intanto in Italia e nell’intero Occidente si afferma a grandi passi un’economia di guerra e un disciplinamento sociale sempre più soffocante nei luoghi di lavoro, nelle scuole, nelle università, sui territori, nei mezzi di comunicazione.
Il governo Meloni attacca frontalmente le condizioni di vita di milioni di lavoratori, disoccupati e precari, ha consentito senza muovere un dito l’aumento dei prezzi dei beni di prima necessità che colpisce salari che sono già in molti casi da fame, effettua altri tagli alla sanità pubblica, ai servizi sociali e al reddito di cittadinanza, con milioni di famiglie spinte verso la povertà estrema, ha dato il via libera alla violazione di tutte le norme di sicurezza sul lavoro con l’effetto di moltiplicare i morti sul lavoro, prosegue nell’opera di devastazione sociale e ambientale, aumenta le spese militari per l’invio di armi in Ucraina e per il potenziamento delle basi e delle infrastrutture belliche. E ora, per deviare la crescente rabbia su un falso bersaglio, indica negli emigranti-immigrati il “vero nemico” da cui difendersi.
In realtà, invece, il nostro primo e principale nemico è qui, ed è proprio il governo Meloni e la classe degli sfruttatori, grandi, medi e piccoli per conto dei quali l’esecutivo delle destre amministra le spese dello stato e il cosiddetto ordine pubblico.
La guerra e le politiche di austerity sono due facce della stessa medaglia: ad un aumento delle spese militari e per la repressione corrisponde, da un lato, il taglio di pari intensità ai salari, alle pensioni e alla spesa sociale, dall’altro un incremento della militarizzazione della vita sociale, del nazionalismo, del razzismo di stato, del sessismo favorendo la impressionante crescita della violenza fisica e psicologica contro le donne, dell’intervento poliziesco nelle lotte sindacali e sociali.
Contro questa nuova barbarie che avanza, facciamo appello a tutte le realtà attive contro la guerra, nelle scuole, nelle lotte sociali e ambientali, affinché la giornata di sabato 21 ottobre diventi l’occasione per rilanciare la mobilitazione contro la guerra, l’economia di guerra, il governo Meloni, per lo scioglimento della NATO, la chiusura di tutte le basi militari e il ritiro delle truppe italiane all’estero.
La scelta della giornata del 21 ottobre rappresenta per noi un ponte verso quei lavoratori e quelle lavoratrici che il giorno prima entreranno in lotta “contro guerra, carovita, precarietà, per fermare il governo Meloni” in occasione dello sciopero generale indetto dal sindacalismo di base.
Per questo – nel contesto di un insieme di iniziative contro la guerra in Italia e all’estero – promuoviamo il 21 ottobre una mobilitazione nazionale unitaria a Ghedi. Ghedi è la base storica di attacco dell’aeronautica militare italiana e il deposito di decine di bombe atomiche NATO-US da montare su aerei italiani. Mentre in molti vanno alla ricerca del nemico solo ed esclusivamente al di fuori dei confini nazionali, i duri fatti dimostrano che il nostro primo nemico è qui “in casa nostra”.
Da Ghedi vogliamo far arrivare il nostro messaggio anti-militarista e disfattista anche al di là delle frontiere italiane per dare il nostro contributo al coordinamento internazionale e internazionalista delle iniziative di lotta contro la guerra in Ucraina, contro tutte le guerre del capitale. La sola ed unica forza che può fermare la folle corsa alla distruzione reciproca dei paesi e alla catastrofe ambientale e umana che la accompagna è il disfattismo in Ucraina, in Russia e qui verso i “propri” governi, i “propri” capitalismi, e l’affratellamento, l’unità tra gli sfruttati e gli oppressi di tutti i paesi del mondo. Proletari di tutti i paesi uniamoci: è ancora e sempre questa la via della liberazione dallo sfruttamento e dalla guerra.
Brescia anticapitalista – Collettivo NN Brescia – Collettivo Linea Rossa della bassa bresciana – Centro di documentazione contro la guerra, Milano – Comitato internazionalista, Como – Comitato permanente contro le guerre e il razzismo, Marghera – Controtendenza Piacenza – Controvento – Laboratorio politico Iskra – Movimento di lotta per il lavoro 7 novembre, Napoli – Plat Bologna – Rete dei comitati e dei collettivi di lotta Roma e Viterbo – SI Cobas – Tendenza internazionalista rivoluzionaria
Guerra in Europa, la fine della sfera pubblica. La fine di un mondo – Vincenzo Costa
Sperando che non si giunga alla fine del mondo (cioè alla catastrofe nucleare), certamente siamo alla fine di un mondo, la fine della sfera pubblica, di un sistema di organizzazione mondiale, di strutture concettuali.
La fine della sfera pubblica
La nozione di sfera pubblica – lo sappiamo a partire da Mill e Tocqueville sino ad Habermas e alla Arendt – è fondante per la nozione di democrazia, poiché la democrazia presuppone un’opinione pubblica informata, critica, capace di discernimento.
A rendere possibile questa forma di governo erano i “corpi intermedi” (partiti, associazioni etc.) che erano condizione di possibilità di una decodifica critica, plurale, e senza pluralismo dell’informazione e delle interpretazioni non esiste sfera pubblica.
Un processo avviato da tempo, messo in luce da tanti pensatori in maniera differenziata – da Baudrillard a Byung-Chul Han– fa emergere che questa nozione di sfera pubblica è collassata.
In effetti siamo passati dalla tanto maltrattata partitocrazia alla Mediocrazia: i media ci fanno vivere nella realtà che essi costruiscono.
Così ora hanno costruito la figura di un Zelensky eroe, e hanno anche costruito il nazionalismo ucraino, che non si sarebbe sviluppato nelle forme che stiamo vedendo senza i media.
La tv non rappresenta la realtà, la produce, la fa accadere, e non solo perché la falsifica (fa anche questo), ma perché trasforma in realtà un modello. Il modello era: costruire un nazionalismo ucraino, costruendo la figura dell’eroe. Le immagini, la narrazione ha fatto si che il modello entrasse nella realtà.
Ma come la hanno costruita possono distruggerla in due giorni: basta che inizino a trasmettere altre immagini, altre informazioni, per esempio basta che spargano la voce che in Ucraina gli USA, col consenso di Zelensky, avevano laboratori di armi biologiche, notizia che circola sui media.
Basta che facciano emergere notizie che distruggono la faccia: crollerebbe il mito della lotta della libertà contro la barbarie, cambierebbe la narrazione, e cambiando la narrazione cambierebbe il vissuto.
I media posso fare accadere la realtà che vogliono.
Così Maduro era il dittatore, e in un istante diventa un interlocutore, dalle sanzioni a Maduro si passa all’acquisto di petrolio da lui. Tra poco, se conviene, diventerà un campione della libertà.
L’opinione pubblica mediatizzata non è più dotata di memoria culturale e comunicativa (assman): vive nell’istante, dimentica all’istante. I media non costruiscono una storia, ma una serie di istanti frammentati.
Questo non è senza un significato nella “realtà vera”
Putin sa di avere perso la guerra mediatica in Occidente, e se prima agiva cercando di non contrariare l’opinione pubblica europea, ora questo possibile freno inibitorio è cessato.
E lo stesso è oramai chiaro ai cinesi. E prendono le precauzioni: creazione di reti chiuse, perché mica vogliono finire come Trump che veniva bloccato da Facebook. Ma soprattutto: quello che pensa la sfera pubblica occidentale è del tutto indifferente per il resto del mondo, che oramai ci vede come dei fanatici che devono imporre il loro modo di vita ovunque.
E questo non è senza significato dal punto di vista militare. La vittoria mediatica dell’Occidente può rivelarsi un boomerang: possiamo creare la sfera pubblica che vogliamo, ma questa non ha più potere di pressione, di essa non si terrà più conto nei prossimi giorni, nel decidere come condurre le operazioni militari.
Una sfera pubblica che non ha più influenza sui decisori cessa di esistere, lo sappiamo a partire da Locke, che aveva colto il potere di interdizione della sfera pubblica, un potere che è cessato. E per questo la modernità è finita.
Oramai è chiaro che tutto si gioca nella sfera mediatica. Non siamo solo passati dal governo economico al governo della società, come mette anche giustamente in luce Foucault: siamo passati dal governo della società al governo delle opinioni.
Il ruolo degli USA
Forse questa guerra segnerà la fine della Russia, ma la cosa sembra più propaganda che realtà, e basta guardare una cartina con i paesi che veramente impongono sanzioni per rendersi conto che è una distorsione derivante da una prospettiva eurocentrica attardata.
Con o senza Putin si certificherà come già vediamo, solo il suo spostamento verso l’Asia, con la formazione di un grande blocco asiatico (Russia, Cina, India) e con una piccola propaggine europea, mentre la Russia, se avessimo avuto politici meno sciagurati e più lungimiranti, poteva essere un potente sporgersi dell’Europa verso l’Oriente, un ponte.
Molto più probabilmente siamo davanti al crollo degli USA: fine dell’egemonia del dollaro (dopo la decisione di congelare parte dei miliardi di dollari delle riserve russe nessuno si fiderà più degli Usa), fine del potere sui paesi arabi (l’Arabia che è entrata nei BRICS), creazione di un blocco anglo-americano con interessi sempre più divergenti rispetto a quelli europei, creazione di un fronte franco-tedesco, con Scholz che, in maniera prudente ma continua, sta disfacendo la politica di Steinmeier.
Siamo alla fine di un’epoca. E i nostri giornali e i nostri politici ci fanno vivere, come ama dire Roberto Buffagni, a Disneyland.
E pagheremo caro avere questa classe politica inetta, senza senso della misura, che parla come se fossero degli alcolizzati al bar, senza pensare che – se non c’è una guerra nucleare – dovremo riallacciare relazioni. Non hanno imparato, come si dice tra la gente del popolo, magari non colta ma con senso della misura, che “bisogna mangiare anche domani”.
Questi vivono e fanno politica come se non vi fosse un domani.