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giovedì 22 luglio 2021

Le verità acquisite e quelle ancora nascoste - Gian Giacomo Migone

 

Nei mesi scorsi si sono levate voci autorevoli allo scopo di chiedere verità riguardo alle pagine più oscure della storia della nostra Repubblica. Aderiamo tote corde e, nei limiti delle nostre capacità individuali e collettive, cerchiamo di contribuirvi, con le verità acquisite e quelle ancora nascoste. Ritengo, però, altrettanto importante individuare e diffondere le verità già acquisite; non soltanto tali da essere comprese dall’io so pasoliniano, ma verificabili con strumenti storiografici e giuridici; testimonianze inoppugnabili, smentibili soltanto in maniera dolosa e strumentale. L’anniversario imminente del G8 di Genova costituisce un’occasione significativa per consolidare e diffondere anche questo impegno.

Sergio Mattarella – oltre che presidente della Repubblica, anche fratello di Piersanti che ha dato la vita per interrompere il rapporto malato tra le istituzioni e la mafia – in varie occasioni recenti è tornato sulla necessità di acquisire quanto ancora dolosamente occultato (cfr. ad es. la sua intervista a “La Repubblica”, 9 maggio 2021). Nello stesso giorno Daria Bonfietti – per quarant’anni instancabile presidente dell’Associazione delle vittime di Ustica – ha fatto altrettanto dalle colonne de “il Manifesto”. L’iniziativa di Gianni Marilotti, presidente della Commissione archivio e biblioteca del Senato, ha consentito l’apertura della documentazione segreta prodotta da commissioni d’inchiesta parlamentari ed ha ospitato un seminario intitolato al diritto alla conoscenza tuttora negata da leggi e governi (il nostro continua a non dare seguito ad impegni precedentemente assunti), in nome della ragion di stato.

La ricerca che essa presuppone, difficile e pericolosa, come dimostrano casi come quello di Julian Assange, costituisce una condizione indispensabile per la difesa e l’eventuale progresso della nostra democrazia. Nel caso dell’Italia non soltanto repubblicana si tratta di illuminare e combattere una sua peculiarità costitutiva, ma del tutto incostituzionale, consistente in forme di limitazioni di sovranità, che hanno permeato lo stato e che non possono essere liquidate o spacciate per deviazioni. Poiché tali forme di prevaricazione della sovranità nazionale sono per l’appunto incostituzionali e illegali, esse aprono la strada a forme svariate di illegalità, successivamente occultate.

Facciamo, invece, alcuni esempi di verità ormai acquisite. Oggi conosciamo la testimonianza di Paolo Emilio Taviani – non un gauchiste qualunque, allora vicepresidente del consiglio, ripetutamente ministro dell’interno e della difesa – in seduta segreta di fronte alla commissione Gualtieri, secondo cui la strage di Piazza Fontana non fu soltanto opera di alcuni esecutori materiali, neonazisti veneti, tardivamente condannati. Essa fu programmata, sostenuta, armata da esponenti dei servizi segreti italiani e statunitensi. Sempre grazie a Taviani, sappiamo anche che il governo dell’epoca, insieme con le articolazioni nazionali e milanesi dello stato, fin dal primo momento al corrente della matrice dell’attentato, costruirono strumentalmente, a tavolino, la pista anarchica che costò la vita a Giuseppe Pinelli. Che la strage era di stato, come recitava il titolo del libro ai cui autori ogni democratico è e resta indebitato.

Oggi noi sappiamo, attraverso una testimonianza, tra le tante, altrettanto inequivocabile, quella di Steven Pieczenik (cfr. Emmanuel Amara, Steve R. Pieczenik, Nous avont tué Aldo Moro, Patrick Robin Editions, 2006) – all’epoca Deputy Assistant Secretary, responsabile dell’antiterrorismo presso il Dipartimento di Stato e membro della famigerata commissione nominata e gestita dal presidente Cossiga – che le Brigate Rosse, consapevoli o meno, furono soltanto gli esecutori materiali dell’omicidio di Aldo Moro, per arrestarne un disegno politico inviso a Washington quanto a Mosca. Dedichiamo tale consapevolezza alla sua memoria, a quella della sua scorta ugualmente trucidata, alle loro famiglie, al rispetto nei confronti della lotta da lui condotta, in primo luogo non in difesa della propria vita, bensì della sua politica votata all’evoluzione democratica del suo e nostro paese.

Ancora a quarant’anni dall’abbattimento del DC 9 Italia nel cielo di Ustica, continuano a circolare versioni che attribuiscono quella strage di civili ad un cedimento strutturale del velivolo o ad un esplosivo in esso collocato, malgrado esperti ineccepibili abbiano addirittura precisato il punto d’ingresso di un missile nella ricostruzione effettuata del velivolo. Grazie all’istruttoria condotta dal giudice Rosario Priore, noi oggi abbiamo certezza che la sua caduta fu causata da una battaglia aerea in cui esso fu incidentalmente colpito.

Tale fatto è inequivocabilmente documentato da percorsi aerei a suo tempo forniti dal segretario generale della Nato, Xavier Solana, al giudice istruttore, su richiesta della commissione esteri del Senato, avvallata da Lamberto Dini, allora ministro degli esteri. È vero che mancano tuttora informazioni importanti, giustamente sollecitati da Daria Bonfietti, tra cui, essenziali, la nazionalità del missile e il chiarimento delle circostanze della morte, coincidentale o meno, di almeno dieci testimoni di occultamenti effettuati da parte di autorità italiane. Tuttavia, ciò non deve oscurare quanto si è inequivocabilmente accertato.

Le vicende legate al G8 di Genova sono, invece, del tutto o prevalentemente italiane. Grazie all’opera compiuta dalla magistratura genovese, conosciamo nei minimi dettagli l’uccisione di Giuliani, l’attacco notturno a freddo dei pacifici dimostranti che soggiornavano alla Diaz da parte delle forze di polizia guidate dal prefetto La Barbera, stretto collaboratore del capo della polizia Gianni De Gennaro (ora presidente della multinazionale delle armi Leonardo), la disseminazione di prove fasulle a giustificazione di tale atto, i successivi trasferimenti a Bolzaneto ove ebbero luogo atti di tortura, da parte di guardie carcerarie, successivamente sanzionate anche da parte della magistratura europea. Grazie anche alla testimonianza dell’allora presidente della provincia di Genova, Marta Vincenzi, sappiamo anche che tali eventi furono preceduti dalla passività totale delle forze dell’ordine nei confronti dei c.d. black bloc che poterono ritirarsi in buon ordine dalla città dopo averla messa a ferro e fuoco.

Il futuro della nostra democrazia, insomma, è in larga parte legata all’ulteriore conoscenza di eventi passati che ne condizionano tuttora il futuro.

da qui

martedì 20 ottobre 2015

Jacky Sutton si è suicidata, come Giuseppe Pinelli e Guido Calvi




E' stata trovata morta in un bagno dell'aeroporto Ataturk di Istanbul in Turchia. Jacky Sutton, ex giornalista della Bbc e inviata di guerra, secondo i media turchi si sarebbe impiccata con i lacci delle scarpe. Una storia ancora da chiarire che non convince gli amici della donna che hanno da subito escluso l'ipotesi del suicidio, parlando invece di assassinio. La Sutton era arrivata a Istanbul alle 22 di sabato 17 ottobre. Secondo i quotidiani turchi la donna, dopo aver perso il volo di transito, non aveva abbastanza soldi per acquistare un altro biglietto, è scoppiata a piangere e poi scomparsa. Due ore dopo è stata ritrovata morta nella toilette da due passeggeri russi.  Sutton durante la sua carriera giornalistica ha seguito i conflitti in Afghanistan e Iraq. E proprio all'aeroporto della capitale turca stava aspettando un volo, con partenza alle 00.15, che l'avrebbe portata nella città di Erbil, in una regione curda dell'Iraq. "Era una donna forte - come la descrivono i suoi amici - che ha raccontato da inviata di guerra della Bbc i conflitti in Afghanistan e Iraq e guidava un importante think tank giornalistico". Forse il suo lavoro l'ha resa una figura scomoda. La donna in Iraq era pro-tempore dell'Institute for War and Peace Reporting - una struttura che ha uffici in diversi paesi colpiti da conflitti per sostenerne la stampa indipendente - dimostra che si trattava di una persona impegnata ancora a costruire, progettare, scrivere. La ricostruzione delle ultime ore della Sutten però non convincono chi la conosceva, tanto più che il precedente direttore dell'Iwpr Ammar al Shahbander è stato ucciso in un attacco terroristico a Baghdad a maggio, assieme ad altre 17 persone.  Sutton era una giornalista di lunga e provata esperienza. In passato ha lavorato all'Onu, alla Fao a Roma e anche come producer della Bbc dal '98 al 2000.  Parlava cinque lingue e dopo il lavoro alla Bbc stava approfondendo la sua competenza presso il Centro per gli studi arabi e islamici all'Università nazionale d'Australia. La sua ricerca era incentrata sul sostegno internazionale allo sviluppo per sostenere le donne professioniste dei media tra il 2003 e il 2013 in Iraq e Afghanistan. "Non solo era una studiosa eccezionale, ma un'amica di alto valore e una collega che ha dato grandi contributi al lavoro e alle attività del centro", ha affermato il professor Amin Saikal. Per il centro stava scrivendo una tesi di dottorato sulla violenza contro le donne da parte dei miliziani dell'Isis, motivo che l'aveva spinta a giugno ad esprimere il timore di essere finita nel mirino del terrorismo.  Il suicidio non convince gli amici. Christian Bleuer, un ricercatore suo amico, quando si sono diffuse le notizie sulla morte della giornalista, ha immediatamente twittato: "Jackie Sutton ha lavorato in Afghanistan e Iraq. Era la donna più tenace che si potesse incontrare. E la polizia turca dice che si è uccisa perché ha perso un volo?" Poi, in un altro "cinguettio", ha rincarato la dose: "Non sono uno che crede alle cospirazioni, ma i turchi dicono che una videocamera di sorveglianza era 'malfunzionante' dove Jackie Sutton è stata assassinata". Sulla vicenda si è esposta anche Jane Pearce, direttrice del World Food Programme dell'Onu in Iraq, è altrettanto netta nella sua valutazione. "Semplicemente non credo a queste notizie", ha twittato a sua volta, riferendosi alle notizie su un eventuale suicidio. Per ora il governo di Londra mantiene un profilo basso e ha solamente confermato che la donna è stata trovata morta. Il Foreign Office ha detto di star fornendo "assistenza consolare alla famiglia" di Sutton. La donna aveva anche molte amicizie curde, di certo non ben viste dalla Turchia di Recep Tayyip Erdogan, dove la sua morte - a poche settimane dal voto del 1 novembre - rischia di creare un vero e proprio caso.


..Christian Bleuer, un ricercatore suo amico, ha immediatamente twittato, quando si sono diffuse le notizie sulla morte della giornalista: "Jackie Sutton ha lavorato in Afghanistan&Iraq. Era la donna più dura che si potesse incontrare. E la polizia turca dice che si è uccisa perché ha perso un volo?". Poi, in un altro "cinguettio", ha rincarato la dose: "Non sono uno che crede alle cospirazioni, ma i turchi dicono che una videocamera di sorveglianza eramalfunzionante nel punto in cui la Sutton è stata assassinata".
Jane Pearce, direttrice del World Food Programme dell'Onu in Iraq, è altrettanto netta nella sua valutazione. "Semplicemente non credo a queste notizie", ha twittato a sua volta, riferendosi a un eventuale suicidio…