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lunedì 8 giugno 2026

L’Europa baltica al comando senza dircelo - Ennio Remondino

Ursula von der Leyen il 26 maggio a Vilnius, insieme al commissario alla Difesa, il lituano Andrius Kubilius, Dopo aver incontrato i presidenti di Estonia, Lettonia e Lituania, la presidente ha dichiarato che i discussi ‘attacchi ibridi’ sui Paesi baltici sarebbero «una strategia deliberata della Russia che cerca di destabilizzare le nostre realtà democratiche». Chi sa se mentiva sapendo di mentire. O se -forse peggio-, era a sua volta vittima di una ben organizzata disinformazione occidentale.

Von der Leyen d’assalto

La presidente Ue in veste di stratega, «Mosca sta fallendo e le persone nei Paesi Baltici stanno vivendo ciò che molti credevano appartenesse a un’altra era». Ritrovata guerra fredda, sembra di capire. Ursula, ex ministra della difesa tedesca insiste: «questa è una strategia deliberata della Russia che cerca di destabilizzare le nostre società democratiche». Una ‘quasi’ dichiarazione di guerra. E Bruxelles garantisce ‘piena solidarietà a Estonia, Lettonia e Lituania, senza però precisare con quale esercito. Per Kubilius, il lituano ministro della difesa Ue, Putin sta cercando di influenzare le opinioni pubbliche e politiche europee, «perché inizino a esitare sul proseguimento del sostegno all’Ucraina». Fosse vero, ci sta riuscendo molto bene. Intanto, Lettonia, Estonia e Lituania riceveranno ulteriori 12 miliardi di euro dal programma europeo SAFE, avverte Von der Leyen, e 16 nuovi progetti nella difesa cibernetica e nei sistemi anti-drone dei tre Paesi da schiarare non si sa bene su quale fronte.

Cieli baltici invasi dai droni ucraini

In 20 maggio la prima ministra lituana, Inga Ruginiene, ha annunciato l’apertura 24 ore su 24 dei rifugi antiaerei del Paese. Allarme nazionale generale così segnalato lancio dell’ANSA: «provvedimento causato degli sconfinamenti di droni ucraini nel territorio lituano». Droni ucraini e non russi? Ma come? Von der Leyen che ci racconta? O greve inciampo o peggio. Sempre l’ANSA scrive che il ministero degli Esteri ucraino si è scusato con gli Stati baltici per i ripetuti sconfinamenti di droni e velivoli senza pilota nel loro spazio aereo. Ma spesso -scopriamo-, il ‘dettaglio’ viene omesso dalle cronache. Gli ucraini sostengono che i loro droni sconfinano nei cieli baltici deviati dalle contromisure russe mentre, secondo Mosca, le tre piccole repubbliche ex sovietiche hanno offerto il loro spazio aereo ai reparti di droni ucraini che hanno colpito recentemente installazioni petrolifere. Legittimo sospetto: molti indizi rendono credibile la presenza di basi segrete ucraine all’estero (ad esempio in Libia). Possibile che questo accada anche in qualche repubblica baltica (dove gli ucraini assemblano droni) a spiegare questa improvvisa presenza di tanti droni ucraini sul loro spazio aereo?

Imbarazzante silenzio Ue ed Europa

Forse non abbiamo sottolineato adeguatamente il teatrino dell’assurdo. I vertici dell’UE che esprimono sostegno ai baltici contro la minaccia russa quando i droni che minano la sicurezza delle tre repubbliche sono ucraini. Incapacvi o collusi a Bruxelles, ma i singoli governi dei 27? Ancopra più avvilente che nessuna nazione europea denunci una simile politica prendendone le distanze. Il tema dei droni ucraini del resto ha provocato la caduta del governo lettone, dopo le dimissioni del ministro della Difesa, Andris Spruds. La premier di centro-destra Evika Silina ha rassegnato le dimissioni sempre sulla scia di un drone, anzi due, e sempre ucraini, che avevano colpito degli impianti petroliferi del paese baltico. Il 23 maggio un altro incidente con protagonista un drone ucraino ha scosso la Lettonia. Il velivolo fuori controllo è esploso schiantandosi nel lago Dridza, a 15 chilometri dal confine con la Bielorussia.

Due pesi e due misure

In evidente imbarazzo, il ministro degli Esteri lettone, Baiba Braze, aveva affermato che i droni ucraini che hanno violato lo spazio aereo “non costituiscono un problema militare”. Bene. Ma perché Von der Leyen e Kubilius parlano di ‘grave minaccia russa’ se i droni sono ucraini, e ‘costituiscono un problema militare’? Eppure il drone russo caduto la notte scorsa su un edificio in Romania ha scatenato le proteste dei vertici UE, NATO. Strabismo politico o plateale disonestà? E la Nato. Il 10 maggio un jet F-16 rumeno schierato nelle Repubbliche Baltiche ha abbattuto un drone ucraino sopra l’Estonia. Il portavoce del ministero degli Esteri ucraino, Heorhii Tykhyi, si è “scusato con l’Estonia”. Il 20 maggio la violazione dello spazio aereo da parte di un drone ha portato alla sospensione del traffico presso l’aeroporto di Vilnius e la rete ferroviaria della capitale. Con i parlamentari fatti rifugiare in un bunker. Allarmismo a creare panico. L’incidente è durato circa un’ora e l’allerta aerea è stata successivamente revocata, con la ripresa del traffico aereo e ferroviario. Il drone proveniva dalla Lettonia, ha precisato il ministro della Difesa lituano, Robert Kaunas.

Europei strabici e politiche claudicanti

Con tempismo perfetto, la presidente del parlamento europeo, la maltese Metsola, il 20 maggio ha cercato di spingere il parlamento oltre le stesse posizioni della Commissione. «La nostra piena solidarietà a tutti in Lituania, Lettonia, Estonia e al nostro fianco orientale, che affrontano il pericolo rappresentato da attività di droni ostili legate alla Russia e alla Bielorussia», ed necco che i droni ritornano russi per magia.  Il presidente lituano Nauseda ora promette che la Lituania inizierà ad abbattere ogni tipo di aereo senza pilota che varcherà il suo spazio aereo nazionale con l’impiego di strumentazione di vario tipo, inclusi missili. «Il costo non è la cosa più importante». Anche perché parliamo di costose armi Ue e Nato. Poi l’immancabile Kaia Kallas, estone, commissario Ue per la politica estera e di sicurezza, contraria di fatto a qualsiasi tentativo di aprire un dialogo tra Ue e Mosca. Per lei ‘Sanzioni a raffica’: «Troppi paesi continuano a far

Il ministro degli Esteri russo, Serghei Lavrov ha replicato in modo lapidario: «Io non discuto di dichiarazioni idiote». Noi a volte siamo invece costretti. Ponendoci per ora solo il dubbio: com’è possibile che, con tante istituzioni coinvolte nelle sue scelte (Consiglio europeo, Commissione, Parlamento europeo) e tante responsabilità, l’attuale Alto rappresentante esibisca credenziali così fragili nell’esperienza diplomatica e, più in generale, nella conoscenza della storia dell’Europa? Sulla difficile ricerca di un mediatore europeo tra Ucraina e Russia, l’esploit: «L’Europa non sarà mai un mediatore neutrale tra Russia e Ucraina, perché siamo dalla parte dell’Ucraina e difendiamo i nostri interessi di sicurezza». Un genio!

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sabato 3 gennaio 2026

La capitale mondiale della diplomazia – Manlio Dinucci

 

“La capitale mondiale della diplomazia – scrive l’ANSA – non è né a New York dove ha sede l’ONU, né alla Casa Bianca a Washington. È a Mar-a-Lago, in quella Florida che Donald Trump ha scelto come residenza. È il cuore pulsante della sua Amministrazione: lì vengono decise le politiche e scelti i Segretari.  Trump ha acquistato la prestigiosa proprietà nel 1985 e l’ha trasformata in sede anche di un club privato di 500 membri con una quota di ammissione di 1 milione di dollari e spese annuali di decine di migliaia di dollari. Fra le residenze che Trump ha, Mar-a-Lago è quella che rispecchia maggiormente il suo gusto estetico: il marmo e l’oro dominano gli opulenti interni, dove il Presidente gestisce gli Stati Uniti e riceve gli ospiti”. 

In questa sfarzosa “capitale mondiale della diplomazia” – che sostituisce il Palazzo di Vetro dell’ONU, ormai svuotato di reali funzioni e poteri, e la stessa sede istituzionale della Casa Bianca – Trump ha ricevuto Zelensky per un altro giro nel gioco delle tre carte del “piano di pace”. Questi   sono i punti centrali del piano, secondo quanto riferiscono portavoce dell’Amministrazione Trump.

·         Gli Stati Uniti, la NATO e gli Stati firmatari europei forniranno all’Ucraina garanzie di sicurezza che rispecchiano l’Articolo 5 del Trattato NATO.

·         Forze internazionali saranno dispiegate lungo la linea di contatto per monitorare il rispetto dell’Accordo.

·         L’attuazione del presente accordo sarà monitorata e garantita da un Consiglio di Pace presieduto da Trump.

·         Le Forze armate ucraine rimarranno a 800.000 effettivi in tempo di pace.

·         L’Ucraina diventerà membro dell’Unione Europea, godrà di un accesso privilegiato al Mercato europeo, riceverà un solido Pacchetto di sviluppo, concluderà un Accordo di libero scambio con gli Stati Uniti. L’obiettivo sarà di mobilitare 800 miliardi di dollari per aiutare l’Ucraina a realizzare appieno il proprio potenziale.

Su tale base, anche se la Federazione Russa ottenesse in un eventuale accordo il riconoscimento della sua sovranità sui territori della Crimea e del Donbass, abitati da popolazioni russe perseguitate e attaccate da Kiev, essa si troverebbe esposta a una minaccia ancora maggiore di quella che ha provocato il suo intervento armato in Ucraina. Truppe NATO, camuffate da “forze internazionali per il monitoraggio dell’Accordo”, sarebbero schierate ancora più a ridosso del territorio russo.  Allo stesso tempo l’Ucraina – strumento della guerra provocata e condotta dalla NATO contro la Russia – diverrebbe a tutti gli effetti membro della NATO in base alle “garanzie di sicurezza che rispecchiano l’Articolo 5 del Trattato NATO”: tale articolo sancisce che, se un membro della Alleanza viene attaccato (o si finge di essere attaccato), tutti gli altri membri della Alleanza devono entrare in guerra a suo fianco.   

In tale quadro si inserisce la crescente militarizzazione dei paesi europei della NATO, alleanza sotto comando degli Stati Uniti che detengono tutti i comandi chiave a partire da quello di Comandante Supremo Alleato in Europa. Sotto pressione statunitense, in particolare da parte della Amministrazione Trump, i membri europei della NATO hanno accresciuto la loro spesa militare prima al 2% del PIL, impegnandosi a portarla al 3;5% (obiettivo ormai quasi raggiunto) e quindi al 5% del PIL. Il 3,5% comporta il raddoppio della spesa militare dei Paesi europei della NATO al livello di 770 miliardi di euro annui.  Secondo i dati ufficiali della NATO, la spesa militare annua dell’Italia è salita a oltre 45 miliardi di euro nel 2025, il doppio della Manovra di bilancio appena approvata, equivalenti a una media di 124 milioni di euro al giorno.

Ad accrescere fortemente i loro profitti sono le grandi industrie belliche come l’italiana Leonardo, la tedesca Rheinmetall e la francese Dassault. Anche piccole imprese partecipano alla produzione di armi: nell’industria militare dell’Unione Europea operano circa 12.000 aziende.  

La militarizzazione dell’Europa è alimentata da una frenetica campagna bellicista. “La Russia rimane una minaccia oggi, domani e nel prossimo futuro per l’intera Europa”, ha dichiarato il primo ministro finlandese Petteri Orpo al primo vertice sulla “difesa del fianco orientale dell’Europa”, al quale hanno partecipato i leader di Bulgaria, Estonia, Finlandia, Lettonia, Lituania, Polonia, Romania e Svezia: membri della NATO che si presentano semplicemente come membri della UE.

Contemporaneamente il presidente Trump, mentre tende la mano a Putin presentandosi come paciere, ordina lo schieramento in Germania dei missili ipersonici da attacco nucleare a raggio intermedio Dark Eagle, che in pochi minuti possono colpire Mosca e obiettivi ancora più distanti: armi che si aggiungono alle nuove bombe nucleari USA B6 1-12 schierate anche in Italia. Gli stessi missili nucleari, lanciati dalla base USA sull’isola di Guam, possono colpire Pechino in pochi minuti. 

Dalla “capitale mondiale della diplomazia” il presidente Trump ordina l’attacco in Nigeria, ufficialmente per “proteggere i cristiani dall’ISIS”, in realtà per rimettere piede nel Sahel, zona ricchissima di preziose materie prime, dove gli Stati Uniti avevano due grandi basi militari in Niger che sono stati costretti a chiudere; ordina il blocco militare e una serie di attacchi al Venezuela, il paese con le maggiori riserve petrolifere del mondo, prima controllate dagli Stati Uniti.  

Nella stessa “capitale mondiale della diplomazia” Trump riceve Netanyahu, assicurandolo che gli Stati Uniti sono pronti a nuovi attacchi contro l’Iran e lodandolo con queste parole: “Ci voleva un uomo davvero speciale per portare a termine il compito e aiutare Israele a superare questa terribile situazione. Non mi preoccupa nulla di ciò che sta facendo Israele”.  Gli dà così luce verde al proseguimento del genocidio del popolo palestinese, preparandosi a trasformare Gaza in una lussuosa “Riviera del Medio Oriente” che potrebbe funzionare anche da succursale di Mar-a-Lago. 

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domenica 30 marzo 2025

Le guerre e l’orizzonte di un mondo diverso - Alberto Bradanini

 

1. All’inizio c’è sempre l’Indignazione, cui segue un indistinto sentimento d’irritazione, non importa se intellettuale, etica o epidermica, che cresce a dismisura se si getta lo sguardo sulle ingiustizie perpetrate dai potenti e sulla macchina della manipolazione che modella una popolazione narcotizzata da consumismo e rimbambimento smartfonico, quella medesima manipolazione che sul piano internazionale impone il delirio paranoico bellicista del principale avversario della pace nel mondo, l’Impero americano. Non v’è dubbio che una sintesi estrema come quella che precede porta con sé il rischio di risultare apodittici. Essa tuttavia ci fa almeno guadagnare in chiarezza di posizionamento.

In dettaglio, se si getta lo sguardo al dipanare degli accadimenti è possibile identificare con buona approssimazione i nemici principali da cui occorre guardarsi: sul piano economico un capitalismo selvaggio e la società della mercificazione; su quello politico l’assolutismo neoliberalista; sul piano filosofico l’alienazione solipsista; su quello sociale il dominio mercantile e sull’arena geopolitica, ça va sans dire, gli Stati Uniti d’America.

Parafrasando l’incipit della Bibbia, all’inizio c’è il Verbo, americano beninteso, che andrebbe chiamato in realtà statunitense, perché i nobili abitanti di quel continente non andrebbero confusi con le oligarchie malate che guidano la locomotiva impazzita di quella nazione. Ma la lingua imperiale deforma senso e controsenso, imponendosi persino nel balbettio lessicale di ridicoli operatori mediatici. Per Verbo statunitense deve comunque intendersi una forma mentis, variante della nozione di caos, luogo metafisico che consente alla plutocrazia bellicista di quel paese di acquisire legittimazione abolitoria di ogni restrizione agli interventi armati contro chiunque osi mantenere la posizione retta. Da lì la patologia dell’eccezionalismo americanista si è poi diffusa nell’inconscio filosofico-valoriale di tante nazioni non solo occidentali, deformando la coscienza di miliardi di individui intellettualmente fragili e indifesi, corredati di difese deboli davanti alle nefande intimidazioni della «nazione scelta da dio per governare un mondo altrimenti ingovernabile» (W. Clinton, 1999).

Gli Stati Uniti costituiscono oggi il supremo garante strategico-militare dell’egemonismo estrattivo planetario, un’oligarchia bulimica di super-ricchi che sventola la bandiera dei diritti umani con le mani insanguinate, massacrando popoli indifesi, colpevoli solo di perseguire la libera scelta del proprio destino. Negli ultimi ottant’anni la cupola oligarchica statunitense ha fatto uso di ogni genere di armi: nucleari, al napalm, al fosforo, al drone, al cianuro e via massacrando, ricorrendo al metodo scientifico della tortura, direttamente (Guantanamo, Abu Ghraib, Bagram e in altre prigioni note e segrete), per procura (educando al riguardo dittature sudamericane, autocrazie militari africane e asiatiche) o per saldatura ideale con compagni di merende (spicca in proposito lo Stato terrorista/apartheid di Israele, sospettato di genocidio dalle Corti Penali e di Giustizia internazionali (che ora chiedono di arrestare B. Netanyahu e il suo ex ministro della difesa, Y. Gallant), sebbene poco cambierebbe per i poveri palestinesi bombardati o sepolti vivi dalle armi democratiche statunitensi se tali crimini fossero definiti solo massacri. A Israele è consentita ogni atrocità etica e giuridica. L’ideologia sionista, usurpatrice della sofferenza ebraica, si offre alla commiserazione del mondo come vittima iconica della storia, dopo aver costruito sull’olocausto una fiorente industria e aver esteso a tutto l’Occidente la colpa inespiabile della follia sterminatrice nazi-tedesca. Quando tutto ciò non è sufficiente, la medesima ideologia ricorre alla sorveglianza mediatica e alle minacce delle lobbies israeliane (in Usa e nel mondo). È così che la strumentale assimilazione tra sionismo da una parte, e religione/etnia dall’altra, avanza parallela con l’asservimento psico-culturale e la viltà politica delle classi dirigenti statunitensi ed europee (che ne estraggono carriere, onori e denari). L’Occidente non ha scampo, la sua colpa olocaustica può essere scontata solo nell’eternità!

Una schiera di analisti (una per tutti Lindsay O’Rourke, Covert Regime Change, Cornell University, 2018) ha documentato con dovizia di evidenze che a partire dal secondo dopoguerra gli Stati Uniti hanno tratto benefici giganteschi dai conflitti provocati, sostenuti e combattuti nel mondo. L’elenco delle guerre, interferenze e sistematiche violazioni del diritto e dell’etica pubblica da parte di questa nazione malata è noto, ma proprio perché noto, affermava Hegel, non è conosciuto: un sintetico rinfresco di memoria è disponibile nella nota a margine[1]. È bene chiarire che non si tratta qui di posizioni antiamericane pregiudiziali. L’avversario, sia chiaro, non è il popolo americano, oppresso come altri e sia detto en passant tra i più politicamente analfabeti del pianeta, ma quell’1% che esprime l’oligarchia plutocratica, predatoria e bellicista che lo dirige. Del resto, le coscienze più sensibili di quella nazione si son sempre battute contro tali aberrazioni, pagando anche pesanti tributi personali.

Gli Stati Uniti, impaludati nell’infantile convincimento di essere stati scelti da dio per governare un mondo irrequieto, impongono la mistica stravagante di una preminenza etico-culturale (estesa alle altre nazioni anglosassoni, ma non del tutto), più altre ridicole perle di mitologica superiorità, che per ragioni indecifrabili i governi europei digeriscono senza conati di vomito, mentre il Sud del Mondo (Brics-plus[2] e tanti altri) ha da tempo abbandonato tale grottesca sottomissione psicologica, economica e politica, avendo acquisito consapevolezza del valore delle loro civiltà.

 

2. Le guerre, sono i governi a volerle, non i popoli, anche se occorre sondare la dinamica strutturale che spinge i primi a preferire il conflitto, male supremo, in luogo della pace, opprimendo la volontà dei secondi. Se talvolta anche i popoli si convincono che la guerra sia inevitabile, togliendo spazio al percorso della pace, va tenuto a mente che un ruolo cruciale tra i decisori politici è ricoperto da propaganda, manipolazione, corruzione morale e materiale, insieme a cinismo e distacco dalla realtà dei detentori ultimi del potere, quelli che modellano a piacimento le maschere di carattere interscambiabili di politici/burocrati, giornalisti e accademici, fatte salve le usuali eccezioni che non fanno la differenza.

I motori di questa macchina letale si situano nelle sfere finanziarie dominanti (il cuore putrido del sistema), politiche (i maggiordomi) e mediatiche (il popolo va sorvegliato attraverso menzogna e paura, non si sa mai!), sfere occultate sotto qualifiche meno indigeribili quali rappresentanti del popolo, parlamentari eletti, ministri illuminati, presidenti acclamati dalle plebi e via infinocchiando.

Le guerre, dunque, possono essere giuste o ingiuste (sotto il profilo etico), legittime o illegittime (sul piano giuridico, il diritto internazionale), opportune o inopportune (per i risultati prodotti). Per quanto concerne i due ultimi profili, i conflitti in Medio Oriente provocati o sostenuti dagli Usa (Iraq, Siria, Libia, Yemen, Afghanistan, Palestina e Libano) sono stati illegittimi e inopportuni (hanno violato la Carta delle Nazioni Unite e numerose Risoluzioni del Consiglio di Sicurezza). Quanto al criterio della giustizia, il giudizio dipende dal sistema di valori di riferimento (l’etica, affermava Nietzsche, non è che la cornice dei valori a sostegno degli interessi del potere). Secondo il Diritto Internazionale, le guerre sono legittime in due sole circostanze: a) quando vi è il consenso formale della Comunità Internazionale, vale a dire una decisione del CdS delle N.U. (art. 51 della Carta), ovvero, a prescindere dal CdS, in caso di aggressione da parte di un’altra nazione.

La guerra resta in ogni caso una dimensione arcaica e selvaggia, assenza dello Stato di diritto, prevalenza della legge della giungla, massacri, omicidi mirati, stupri di massa, sopraffazioni e violenze di ogni genere. Se chi dichiara la guerra fosse tenuto ad andare lui stesso a farla, insieme alla sua famiglia, si porrebbe fine una volta per tutte a tale flagello. Mentre auspichiamo che Irene, la dea greca della pace, possa rendere tale norma universale, proviamo a ragionare.

Nulla è peggiore di una guerra (quella tra grandi potenze poi sarebbe fatale per tutti, in presenza di armi nucleari), nemmeno convivere con un dittatore, il quale va convinto con il dialogo politico ed economico a diventare ogni giorno meno dittatore (come avvenuto in vari paesi di Sud America, Asia e Africa), e come avverrebbe in Medio Oriente, se l’impero egemone e il suo cagnolino da passeggio israeliano fossero costretti a rispettare i principi della ragione e della dimensione umana del vivere civile.

Resta cruciale, ma in ombra, il profilo strutturale del conflitto dominati/dominanti (individui o nazioni non fa differenza), vale a dire la natura socioeconomica dei rapporti di classe, solitamente occultata per inconsistenza filosofica o convenienza, sfuggendo alla consapevolezza a causa di ritardo culturale, ricatti/povertà, violenze e manipolazioni. Come rileva G. Orwell nel suo libro iconico (1984), l’obiettivo della guerra non è la sconfitta dell’avversario, ma il mantenimento della struttura classista del potere all’interno del sistema. Non è certo un caso se le guerre arricchiscono i già ricchi e potenti, spesso nascosti tra le quinte.

 

3. Quanto sopra premesso, non v’è dubbio che la guerra costituisca fattore dominante dell’azione degli Stati sulla scena internazionale: la sola ipotesi anche lontana che possa profilarsi all’orizzonte condiziona a fondo il modo in cui gli Stati interagiscono tra loro. Che si abbia a che fare con un conflitto aperto o sullo sfondo, l’ombra della guerra domina l’orizzonte, generando cupidigia, angoscia, terrore su un’arena internazionale ontologicamente competitiva.

Nella nota sintesi del generale prussiano Carl von Clausewitz, la guerra è la prosecuzione della politica con altri mezzi, strumento occulto e ineludibile del governare, che ha poco a che fare con la morale o il diritto. Gli Stati entrano in conflitto quando lo ritengono nel loro interesse. Sotto questo aspetto, si hanno due tipologie di guerre: preventiva e di opportunità, solo la prima all’interno del recinto teorico di guerra giusta o legittima, seppure a date condizioni.

Quattro sono le principali teorie delle relazioni internazionali: quella realista/neorealista, quella liberale, quella costruttivista e quella marxista/neomarxista. Per il realista gli Stati competono tra loro per il potere, al fine di garantirsi la propria sicurezza, pacificamente e quando inevitabile anche con l’uso della forza. A suo parere, agire in conformità con la logica del bilanciamento dei poteri risponde anche alla legge morale e comunque ne tiene maggiormente conto. L’equilibrio costituisce la precondizione per giungere alla pace, seppure entro i confini di un’inevitabile precarietà (l’equilibrio è biologicamente instabile). Quando gli Stati entrano in competizione sia sul piano politico che economico, per la scuola realista, sono le preoccupazioni di sicurezza a prevalere sempre sugli interessi materiali. Chiudere gli occhi sull’evidenza compromette la capacità del sistema di gestire la competizione per la sicurezza quale percorso realistico verso la pace.

Per i realisti, la competizione per la sicurezza è dunque una tragica necessità, data la struttura anarchica del sistema internazionale. Per costoro, tale competizione è indisciplinabile, in assenza di un potere gerarchico che disponga del monopolio dell’uso della forza. Secondo la scuola realista – che si oppone alla scuola liberale, sfidando insieme la narrativa pubblica prevalente  l’operazione militare speciale iniziata da Mosca il 24 febbraio 2022 non è stata una derivata non-provocata dell’intento russo di riposizionarsi sul quadrante dell’Europa Orientale un tempo presidiato dall’Unione Sovietica.

Ai suoi occhi l’impegno della scuola liberale nel combattere la politica di potenza con le armi della moralità (i valori essendo ontologicamente precari e di parte) finisce per generare esiti immorali. Per l’idealismo liberale, la condotta degli Stati deve invece ispirarsi alla dimensione etica. Se questa non è rispettata, emerge il dovere morale di imporla, talora anche con le cattive. La scuola liberale ha poco a che vedere con la nozione di libertà, finendo per voler sottrarre alle altre nazioni la libera scelta sul proprio destino. Non sorprende, del resto, che essa esprima valori allineati agli interessi imperiali degli Stati Uniti. I suoi sostenitori ritengono che essa sarebbe sostenuta da evidenze fattuali. L’implosione dell’Unione Sovietica del 1991, secondo la pittoresca profezia mai avveratasi del politologo giappo-statunitense F. Fukuyama, avrebbe generato la fine della storia, vale a dire l’imbuto democrazia liberale/economia di mercato, nel quale tutte le nazioni del mondo, senza scampo, sarebbero prima o poi precipitate. E qui iniziano i guai.

Nella fattispecie della guerra in corso, la scuola realista contesta l’assolutezza giuridica dell’Ucraina di aderire alla Nato, discostandosi dal semplicismo strumentale dell’Occidente (governi e media). L’argomento liberale, di genesi idealista – sulla base del quale l’Ucraina viene quotidianamente devastata, deve aggiungersi – è giudicato seducente ma pericoloso. Esso implica che quel paese disponga della sovranità e della libertà (entrambe in forma incondizionata) di aderire a qualsiasi alleanza, politica o militare che sia. Tale astratta statuizione – che porterebbe a riconoscere alla Russia l’inaccettabile pretesa di condizionare la libertà di scelta dell’Ucraina – raccoglie beninteso il primitivo sostegno di opinioni pubbliche notoriamente narcotizzate da rimbambimento televisivo-cellularico e ontologicamente aliene all’approfondimento.

L’argomento idealistico esposto (libertà incondizionata di aderire a qualsiasi alleanza) fonda le radici su una proiezione onirica del mondo basata su una puerile onnipotenza che ignora le ragioni della prassi, alimentando impulsi infantili.

L’espansione di alleanze militari decise sulla carta che oblitera la sicurezza di una Grande Potenza, nega le lezioni della storia. L’Ucraina confina con un paese nucleare, tra i più armati al mondo. Le sue preoccupazioni securitarie sono quanto mai legittime. Ma proprio tali preoccupazioni avrebbero consigliato la massima prudenza. L’aver invitato la Grande Potenza rivale, gli Stati Uniti, a mettere radici nel salotto di casa ha reso la competizione incandescente. Questo invito, sia stato esso spontaneo o estorto dalla Cia con la corruzione o il ricatto, rischia oggi di compromettere la sopravvivenza dell’Ucraina quale Stato funzionale e sovrano.

Se si fosse dato spazio alle ansie russe in tema di sicurezza, si sarebbe aperto un orizzonte di pace, senza rinunciare a diritti/interessi fondamentali. Ciò avrebbe garantito all’Ucraina una realistica sovranità. Condizione questa che, alla luce della sua posizione geografica privilegiata, le avrebbe consentito di prosperare dialogando e commerciando con gli uni e gli altri. Nei decenni di guerra fredda nessun paese occidentale, nemmeno gli oscillanti Stati Uniti, ha mai temuto che prestare attenzione agli interessi di sicurezza dell’Unione Sovietica potesse essere giudicato una capitolazione. Non a caso, in quegli anni, gli Stati europei neutrali (Finlandia, Svezia, Jugoslavia, Austria) fungevano da cuscinetto tra Est e Ovest, mitigando la competizione per la sicurezza dei due fronti.

 

4. Sempre secondo la scuola realista (in particolare J. Mearsheimer, Università di Chicago), l’errore strategico degli Stati Uniti è stato di aggredire la Russia, la quale invece doveva venir reclutata sul fronte occidentale in funzione anticinese, poiché il vero peer contender della superpotenza americana è la Cina, non la Russia, per ragioni demografiche (1,42 mld di abitanti contro 145 mln) ed economiche (la Cina è dal 2015 la prima economia al mondo a parità di potere d’acquisto, ed entro 8/10 anni lo sarà anche in potere d’acquisto internazionale).

Ma qui l’esegesi del prestigioso esponente della scuola realista ha un cedimento. Se i bellicosi strateghi statunitensi hanno messo nel mirino la Federazione sin dal 1991, una ragione deve pur esserci stata, per quanto fallace la si possa ritenere. Vediamo.

La prima ragione, non v’è dubbio, è stata la hybris di ogni impero: gli Stati Uniti hanno ritenuto di poter travolgere oggi la Russia, principale obiettivo della guerra ucraina, e domani la Cina, per destabilizzare la quale, sembra di capire, l’Amministrazione Trump si servirà di Taiwan, obiettivo velleitario, ma gli imperi declinano perché iniziano a chiudere gli occhi sulla realtà.

Un’altra ragione alla base della strategia Usa di destabilizzare la Russia deve rinvenirsi nell’incubo che la saldatura di quest’ultima con Europa genera nell’impero egemone, che avrebbe in tal caso rischiato di essere emarginato al di là dell’Atlantico. La forte complementarità euro-russa avrebbe creato un cemento unificante nella regione eurasiatica, alla quale si sarebbe aggiunta gradualmente la Cina che con la Nuova Via della Seta persegue proprio l’obiettivo di ridurre le distanze tra Estremo Oriente ed Europa, con la successiva ulteriore aggregazione delle altre nazioni asiatiche. In tale prospettiva d’orizzonte, la fibrillazione del dell’impero talassocratico avrebbe superato la soglia di tolleranza. In tale evenienza, il potere del mondo sarebbe passato dal mare (la talassocrazia americana) alla terra (la heartland centroasiatica di Halford Mackinder).

Con l’implosione sovietica, i paesi europei hanno perso l’occasione storica per costruire un orizzonte di distensione e prosperità nella regione euro-asiatica, non in alternativa ma a complemento della dimensione euro-atlantica, cui avrebbero potuto associarsi, in uno scenario ideale, persino gli Stati Uniti, i quali però, per le ragioni menzionate, non l’hanno consentito. Tale prospettiva resta tuttavia nella logica della storia (Asia ed Europa costituiscono un’unica entità continentale, non due come si pensava un tempo) e prima o poi rialzerà la testa, con buona pace degli strateghi imperiali al tramonto.

Il mondo, inoltre, non è più diviso in due blocchi, che la scuola realista chiama Grandi Potenze. La tutela della sicurezza in un’arena a più voci trova bilanciamento su più livelli, in una dimensione prismatica, che coinvolge una panoplia di soggetti, seppure alcuni più potenti di altri.

Dunque, e qui entra in gioco la scuola costruttivista, in un’interlocuzione a più voci il ruolo delle organizzazioni internazionali, oggi poco influenti, torna cruciale per contenere frizioni e contrasti consustanziali sulla scena del mondo.

La scuola neomarxista, infine, che vede il confronto nel mondo quale riflesso della lotta di classe all’interno dei paesi, pone enfasi sulla prevaricazione dei paesi ricchi, potenti, dotati di armi, tecnologie e capitali, sulle nazioni povere, oppresse e colonizzate. Sulla strada eterna dell’emancipazione e nell’orizzonte ideale di una nuova umanità, la palingenesi interna agli Stati, dopo aver conquistato una diversa modulazione dei rapporti di forza tra dominati e dominanti, saprà gettare le basi per una graduale e universale alleanza tra nazioni ideologicamente vicine per la costruzione di una nuova etica della convivenza. La sintesi di tali percorsi che intrecciano teoria e prassi è beninteso lasciata al paziente apprezzamento del lettore.

 

5. Se l’odierna scena internazionale è fonte di preoccupazione, dunque, essa non è però priva di qualche speranza. Il peso complessivo dei paesi Brics-plus, Sco[3], dell’Unione Economica Euroasiatica e delle numerose aggregazioni già operanti nei cinque continenti, ha già creato un faro strategico alternativo al dominio occidentale a guida Usa, e in espansione.

Per comprendere l’ampiezza dei cambiamenti in corso, non sarà inutile guardare alla ricchezza prodotta nei due campi, quello occidentale e quello emergente[4]. Al 31 dicembre 2023, secondo il Fmi[5] il Pil dei paesi G7 è stato di 52.151 mld di dollari in parità di potere d’acquisto (Ppp)[6]. Quello dei Brics-plus ha superato 63.157 mld. Se poi si sommano i paesi che hanno già chiesto di aderire[7] (e la lista è destinata a crescere) il Pil complessivo sfiora i 78.000 mld: una ricchezza enorme. Resta vero che se al G7 si sommano le economie dell’Occidente che non ne fanno parte, quest’ultimo è tuttora più ricco. Le distanze, tuttavia, si accorciano ogni giorno, poiché i paesi emergenti crescono a tassi più elevati.

Il G7 è un simulacro di potere che non riflette più quello che la retorica occidentale chiamava un tempo comunità internazionale. Ormai, le discussioni che vi hanno luogo appassionano soprattutto i cultori di storia medievale. Quel tempo è scaduto, e i sedicenti padroni del mondo, insieme a Nato e Unione Europea (v. dichiarazione congiunta Consiglio Ue-Nato[8]), servono soprattutto a orientarsi su tempi e luoghi del prossimo conflitto armato. Dove si collochi, su tale palcoscenico, l’ostentata democrazia occidentale resta un quesito aperto.

Divenuto plurale, multipolare e multinodale, il pianeta dà il benvenuto a una miriade di nuovi protagonisti (come si è visto al vertice Brics-plus di Kazan, 24-26 ottobre scorsi): Cina e India (le nazioni più popolose del pianeta) e poi Russia (grande potenza nucleare e solida economia energetica e agricola), Brasile, Sud Africa e altri paesi a seguire, tutti determinati a contenere l’arroganza del capitalismo corporativo privato e dei Dottor Stranamore che si agitano nel ventre dell’impero.

L’obiettivo del Sud Globale non è, tuttavia, il dominio sul mondo al posto dell’impero egemone. Molti paesi hanno del resto interessi sui due fronti. Il cemento unificante è invero il principio di sovranità, vale a dire il recupero della libertà di scegliere il proprio destino, obiettivo sul quale – sia detto anche qui en passant – anche il nostro paese avrebbe interesse a concentrarsi se vuole evitare un drammatico declino, così come l’Europa tutta, le cui classi dirigenti, in cambio di carriere, denari e onori, hanno consegnato del futuro dei nostri figli a interessi altrui.

 

6. Epilogo. L’imperialismo Usa odierno non è diverso nei metodi e obiettivi da quelli del passato, ma ricchezza e potere vi sono concentrati come mai prima nella storia, mentre disinformazione e propaganda hanno raggiunto livelli senza precedenti.

Nel mondo occidentale, il capitalismo autoritario si manifesta attraverso politiche di disciplina sociale, quelle europee di austerità (imposte da una tecnocrazia globalista falsamente democratica), la strategia della paura (precariato permanente, disoccupazione, l’invasione russa, il terrorismo, l’espansione cinese, l’Iran, i virus). In America, si agitano milizie armate solo in parte controllabili, un irrisolto divario razziale, etnico e di benessere, le nefandezze dello stato profondo, il proliferare delle spese belliche, conflitti diretti o per procura e via dicendo. In Europa, al blocco unico di centro è affidato l’incaricato di sorvegliare il disagio sociale per scongiurare il punto di non ritorno, mentre sinistra destra si distinguono solo per i tratti somatici dei rispettivi vertici, e per una diversa perizia nell’organizzare l’intrattenimento, mentre le ali estreme, a destra impraticabili, a sinistra ridotte in cenere, non contano. A fronte di ciò, la maggior parte degli abitanti della terra dispone di redditi di sopravvivenza, mentre la natura strutturale del conflitto tra dominati e dominanti è tenuta nascosta da analfabetismo politico, ritardo culturale, emarginazione e manipolazione.

Il pianeta avrebbe invero precise urgenze: 1) i rischi di una guerra nucleare che marcherebbe il crepuscolo del genere umano. Secondo il doomsday clock – l’orologio dell’apocalisse – la distanza dalla mezzanotte, che segnerebbe la fine del mondo, è oggi misurata non più in minuti ma in secondi (per l’esattezza novanta), tanto più che quel pulsante è affidato alle macchine; 2) un capitalismo privo di limitazioni, reso estremo dalla ferocia neoliberista, che concentra immense ricchezze nelle mani di pochi; e 3) la distruzione dell’equilibrio ecologico, la cui ragione strutturale risiede nella bulimia delle corporazioni private interessate solo al profitto.

In una diversa prospettiva, gli Stati Uniti potrebbero riflettere sulla necessità di sedere intorno a un tavolo come un paese normale per contribuire alla soluzione pacifica delle emergenze. Oggi, tale prospettiva è una chimera. La sua ipertrofia oligarchica e bellicista, lontana dai bisogni del popolo, non può essere contenuta dalle deboli restrizioni del diritto internazionale, ma solo da profondi cambiamenti interni, valoriali e di potere (che non sono però alle viste) o da un graduale riequilibrio di forze sulla scena internazionale, al raggiungimento del quale il contributo del Sud Globale sarà quanto mai prezioso. A dispetto del fallace storicismo di F. Fukuyama, per finire, l’uomo resta arbitro del proprio destino. L’aspirazione a un mondo diverso e migliore rispetto a quello attuale è alimentata da una fiamma eterna che mai si spegnerà nel cuore degli uomini integri e di buona volontà.


Note

[1] Cuba, Vietnam, Iran, Serbia, Iraq, Siria, Libia, Afghanistan, 15 altri solo in Sud America, tra cui Nicaragua, Cile, Panama, le prigioni/torture di Guantanamo, Bagram, Abu Graib altre segrete, omicidi extragiudiziali “al drone”, la vicenda Julian Assange e quella di Edward Snowden, e via dicendo. Solo dal 1947 al 1989 gli Stati Uniti hanno organizzato 70 tentativi di regime change (l’eufemismo sta per colpi di Stato), 64 sotto copertura, 6 con sostegno militare aperto. In 25 casi, i tentativi hanno avuto successo con l’instaurazione di un governo amico, in altri 39 sono invece falliti (Covert Regime Change, Linsday A. O’Rourke, Cornell University Press, 2018). Ciò ha causato milioni di vittime, rifugiati, distruzioni, degrado e via dicendo, tutto per promuovere i sani valori della democrazia e dei diritti umani.

[2] Brasile, Russia, India, Cina, Sud Africa e altri cinque, più 13 con la qualifica di paesi partners.

[3] Shanghai Organization Cooperation.

[4] Al 31 dicembre 2021 il Pil complessivo dei paesi del G7, in potere d’acquisto internazionale (PAI), era stato di 42.368 mld di dollari (e 44.558 in PPP, potere d’acquisto interno). Al 31 dicembre 2022 tale Pil aggregato dovrebbe superare i 43.538 mld in PAI e 49.186 mld in PPP. Per i paesi Brics, al 31 dicembre 2021 i dati sono rispettivamente 24.709 mld di dollari in PAI e 46.615 in PPP, e nella proiezione al 31 dicembre 2022, rispettivamente 26.227 mld in PAI e 51.117 in PPP. Se all’attuale composizione dei Brics si aggiungono i paesi che hanno chiesto di aderirvi – vale a dire, Argentina, Algeria, Iran e Turchia – il Pil totale in PAI è 26.682 mld (al 31 dicembre 2021) e 28.497 mld (nella proiezione al 31 dicembre 2022), mentre in PPP è stato di 52.151 mld (al 31 dicembre 2021), e di 57.845 mld di dollari in PPP (nella proiezione al 31 dicembre 2022). Aggiungendo quindi l’Arabia Saudita – che intende anch’essa aderire ai Brics – il Pil complessivo al 31 dicembre 2021 è stato di 27515 mld di dollari in PAI e 53902 in PPP, mentre la proiezione al 31 dicembre 2022 è di 29.507 mld (in PAI) e 59.863 mld (in PPP).

[5] Fondo Monetario Internazionale.

[6] https://www.imf.org/external/datamapper/PPPGDP@WEO/OEMDC/ADVEC/WEOWORLD

[7] Algeria, Bangladesh, Bahrein, Belarus, Bolivia, Vietnam, Honduras, Indonesia, Cuba, Kazakistan, Kuwait, Marocco, Nigeria, Palestina, Senegal e Thailandia.

[8] Vedansi https://www.nato.int/cps/en/natohq/news_185000.htm per il vertice Nato giugno 2021 (Bruxelles), https://www.nato.int/cps/en/natohq/official_texts_196951.htm per il Vertice Nato del giugno 2022 (Madrid) e https://www.consilium.europa.eu/it/press/press-releases/2023/01/10/eu-nato-joint-declaration-10-january-2023/, per il comunicato del Consiglio Ue-Nato del 10 gennaio 2023.

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venerdì 21 marzo 2025

Il sorridente tramonto dell’Europa


                                  Giorgia Meloni e Ursula von der Leyen ridono di noi

di Francesco Masala

Nel governo italiano l’unica storia che hanno studiato è quella romana, bisogna armarsi perché gli Unni sono alle porte.

La diplomazia non ha motivo di esistere, se non per piazzare amici e camerati (qui), le armi parlano, taccia la diplomazia.

A proposito di armi e guerra, quanti figli dei governanti e parlamentari europei andranno a combattere contro i russi?

 

Sarebbe un gesto importante se Ursula von der Leyen (presidente della Commissione europea) dicesse in pubblico se i suoi sette figli andranno in guerra per la patria europea.

Sarebbe un gesto importante sapere se tutti i governanti e parlamentari europei, e i loro figli, hanno un pedigree speciale, destinati ai consigli di amministrazione o addirittura alla nomina ad amministratore delegato, magari delle floride imprese che producono armi?

In Italia nell’ultimo quinquennio (2020-2024), rispetto a quello precedente, le esportazioni di armi sono cresciute del 138% (qui), i palestinesi ringraziano.

 

Se in un romanzo compare una pistola, bisogna che spari, scriveva Cechov, ma i governanti e parlamentari europei leggono solo il saldo del loro conto corrente.

Quando la pistola spererà ci sarà da piangere per tutti.

 

Qualche mese fa Manon Aubry ricordava che Ursula von der Leyen, con il suo stipendio, non poteva pensare agli europei in difficoltà:



Anche noi possiamo pensare lo stesso di Giorgia Meloni, che ha appena comprato un appartamentino per 1.254.000 euro (qui). Farà gli interessi di chi ha case da milioni di euro, o di chi vive sotto sfratto o in case sgarrupate?

Lo stesso vale per tutti i parlamentari italiani, con 14.000 euro mensili potranno pensare ai poveri?

 

Una modesta proposta per i parlamentari: d’ora in poi prendano 2-3 volte la pensione media degli italiani (oltre al rimborso spese, solo per loro, e non per i familiari).

Quando discuteranno gli aumenti delle pensioni, non si fermeranno a 1 o 10 euro, ci scommetto.


sabato 15 marzo 2025

Guerre e pace - Paolo Cacciari

  

Ci sono due modi per pensare alla sicurezza tra i diversi popoli e paesi. Uno è la deterrenza armata secondo l’abusata locuzione latina: Si vis pacem, para bellum («se vuoi la pace, prepara la guerra»). L’altro, all’opposto, è la ricerca dell’appianamento preventivo dei motivi di conflittualità e la de-escalation militare. Il primo atteggiamento si basa sul presupposto che tra i popoli e i rispettivi stati vi sia una inimicizia ontologica insuperabile, culturale, o religiosa, o di mera volontà di potenza. L’altro approccio ritiene invece che sia possibile contemperare pacificamente ogni tipo di diversità nel riconoscimento delle rispettive ragioni, senza farsi del male.

Si tratta di due strategie politiche opposte che hanno segnato a tratti la storia dell’umanità portando ad esiti diversi. La prima è quella seguita dalle potenze imperiali e coloniali (non solo europee, ma prevalentemente europee). La seconda è quella emersa dalle macerie lasciate dal secondo conflitto mondiale con la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo (1948), la nascita dell’Onu con la creazione della Corte internazionale di giustizia e molte agenzie specializzate (come l’Organizzazione mondiale della sanità, il Programma alimentare mondiale, l’Unesco, l’Unicef, ecc.). L’idea di un diritto internazionale condiviso e rispettato dagli stati ha portato ad importantissimi trattati, convenzioni e accordi, tra cui il Trattato di non proliferazione delle armi nucleare (TNP, firmato nel 1960) e vari accordi contro gli inquinamenti, per la salvaguardia dei mari, dell’atmosfera, della biodiversità. In Europa lo spirito di convivenza pacifica tra i “blocchi” occidentali e dell’Est portò agli accordi di Helsinki (1975) con la costituzione della Conferenza sulla Sicurezza e la Cooperazione tra tutti gli stati europei, gli Usa e l’Urss.

Tutta questa già fragile e incompleta impalcatura istituzionale sta da tempo traballando. L’Onu, inerte, umiliata e scavalcata dai veti incrociati delle grandi potenze nei momenti più acuti delle crisi internazionali (Palestina, Jugoslavia, Iraq, Libia e altrove) è oggi presa di mira esplicitamente dal nuovo corso della amministrazione degli Stati Uniti. Il nazionalismo suprematista e sciovinista di Trump sta inaspettatamente demolendo anche i legami storici esistenti tra gli stati del blocco atlantico. Il messaggio che viene da Washington è tanto brutale quanto coerente con l’ideologia iperliberista, competitiva e mercatista delle destre: ognuno pensi per sé, ognuno si faccia i business suoi, se ne è capace.

Tutto ciò ha, da un lato, il merito di far cadere i veli ipocriti con cui venivano coperte operazioni di potere gestite dalla Nato (“guerre umanitarie”, “missioni di pace”, rispetto dei principi democratici, ecc.), dall’altro però dà il via libera a un Risiko globale dove ciò che conta è solo la forza economica e militare che ogni stato, solo o alleato con altri, saprà mettere sul campo di battaglia. Prima commerciale, poi militare. Il risultato sarà tutt’altro che rappacificante. Altro che premio Nobel! Le relazioni internazionali tra gli stati si acuiranno, la spesa per armamenti ed eserciti crescerà ancora di più, dispotismo e militarismo prenderanno il sopravvento all’interno dei singoli paesi. In generale sta crescendo l’idea – anche nell’opinione pubblica – che non sia più possibile regolare pacificamente le relazioni tra i popoli e gli stati. Il pendolo della storia che oscilla tra pace e guerra sta di nuovo pericolosamente muovendosi dalla parte della guerra. Quasi fosse un destino inevitabile. Poco importa sapere contro chi va fatta, poiché qualunque “altro” può rappresentare una minaccia. La “cultura della difesa” è propinata dagli stati maggiori dell’esercito nelle scuole. Le università e i centri di ricerca pubblici lavorano senza distinzioni e senza vergogna per lo sviluppo delle tecnologie “duali” (leggi anche Maledetti i costruttori di morte). Come il nucleare. I principi del pacifismo vengono derisi, la non interferenza negli affari interni degli altri paesi svillaneggiata, la cooperazione internazionale abolita per decreto.

Come opporsi a questa deriva guerrafondaia? Come fare a risollevare le ragioni e le pratiche della pace vera?

Per riuscirci servirebbe domandarci – con pazienza e rigore – quali sono oggi i principali motivi di attrito tra gli stati (le “determinanti materiali dei conflitti militari”, per dirla con Emiliano Brancaccio, Le condizioni economiche per la pace, Mimesis, 2024) e, poi, quali sono i mezzi per risolverli senza far ricorso alle armi?

Questa è la faglia politica “contro-egemonica” che segna la distinzione tra la barbarie e la civiltà, tra il dispotismo e la democrazia, o, se volgiamo dare ancora un senso alle vecchie parole, tra la destra e la sinistra.

La prima causa di conflitto è sicuramente la competizione per l’uso delle risorse del pianeta, inteso sia come accesso alle materie prime, sia come distruzione delle condizioni di vita sulla Terra. L’enorme sete di energia e di materie naturali di un sistema industriale mondiale ipertrofico condanna intere regioni del Sud globale al ruolo di “zone di sacrificio”. Rapporti commerciali iniqui, ragioni di scambio capestro e la corruzione dei governi locali completano la endemica marginalità cui è condannata la gran parte delle popolazioni del pianeta. A questo aggiungiamo i cambiamenti climatici che rendono inabitabili le fasce costiere e le aree tropicali. Tutto ciò sta generando mostruose urbanizzazioni e migrazioni bibliche all’interno dei continenti africano, latino-americano e asiatico, ma anche – in piccola proporzione – verso i paesi del Nord globale. Nel breve arco di un ventennio saremo dieci miliardi: un miliardo abiterà nell’Occidente e tutti gli altri nel resto del mondo. Una questione che non potrà essere gestita dagli xeno-guerrieri che crescono nelle curve degli stadi e siedono nelle aule dei parlamenti.

La seconda causa capace di innescare conflitti tra gli stati è l’oppressione operata in misure diverse dai governi di molti Paesi ai danni delle minoranze interne (religiose, etniche, politiche) oltre che delle persone del genere femminile, ingabbiate in ordinamenti statali autoritari e mono-identitari (leggi anche Femminismi e nonviolenza). Movimenti che sollecitano il giusto sostegno internazionale alle lotte di liberazione e di indipendenza. Mandela in Sud Africa, le Giunte del buon governo in Chiapas, le comunità dei popoli indigeni andini e oggi, meravigliosamente, i curdi ci indicano la strada da seguire e il modello ideale di ordinamento democratico per rifondare dal basso una cooperazione internazionale multilaterale e multiculturale: il municipalismo confederale (Abdullah Öcalan, Gli eredi di Gilgamesh. Dai sumeri alla civiltà democratica, Edizioni Punto Rosso, 2011).

Non mi illudo certo che sia facile trovare soluzioni a problemi così vasti e complessi. Ma averne la consapevolezza è già un buon inizio e, soprattutto, è necessario entrare nell’ordine di idee che sia possibile dare risposte a ciascuna di queste questioni con mezzi pacifici, diplomatici, democratici, nonviolenti. Ci conforta sapere che comunque è vero il contrario: nessuna soluzione verrà da campagne militari, bombardamenti, fortificazioni delle frontiere, deportazioni e campi di concentramento.

Forse, in teoria, potrebbe nascere del bene dal crollo dell’alleanza imperiale occidentale a guida statunitense. La de-globalizzazione è una sfida anche per quelli di noi che hanno immaginato una riterritorializzazione (Alberto Magnaghi, Il principio territoriale, Bollati Boringhieri, 2020) dei sistemi di sostentamento e delle istituzioni di autogoverno delle comunità locali (leggi anche Riscoprire il territorio). Il ridimensionamento delle ambizioni e del raggio d’azione delle vecchie potenze coloniali potrebbe, forse, diminuire l’appetito dei “divoratori del mondo” (Malcom Ferdinand, Un’ecologia decoloniale. Pensare l’ecologia dal mondo caraibico, TAMU, 2024), l’abbandono di modalità d’azione predatorie da parte delle grandi imprese transnazionali, l’alleggerimento e il riequilibrio del carico antropico sui sistemi vitali terrestri. Insomma, un bagno di modestia, un’apertura alle ragioni degli altri, il rispetto e la condivisione e la presa in cura dei beni comuni naturali.

https://comune-info.net/guerra-e-pace/

lunedì 22 luglio 2024

L'ultima tesi delirante delle migliori penne della nostra "diplomazia" - Elena Basile

 

Il vertice Nato con le sue previste decisioni (altri 40 miliardi a Kiev, che entrerà in un ipotetico dopoguerra, la consegna dei sistemi di difesa antiaerei come i nostri Samp-t e l’arrivo degli F16 ) è stato, secondo copione, un pezzo di teatrale bellicismo che svela senza più pudori come l’europa e gli Stati Uniti intendano perseguire una politica di riarmo e di guerra nei confronti della Russia e della Cina, colpevoli di minacciare l’occidente economicamente e perseguendo i propri interessi geostrategici. In altre parole, la colpa storica di queste due potenze nucleari sarebbe quella di non accettare la pax americana e la de-sovranizzazione imposta dall’occidente.

Per quel che riguarda la Russia, Condoleezza Rice in tempi remoti e i gli analisti odierni sottolineano che Mosca ha perso la guerra fredda e deve quindi accettare i diktat (come fecero Germania e Giappone, per non parlare dell’italia, cioè gli sconfitti della seconda guerra mondiale). Non si comprende quale guerra abbia perso la Cina, ma anch’essa è sicuramente colpevole. Ha osato diventare un nostro rivale strategico dal punto di vista economico e ha intessuto da potenza indipendente relazioni col resto del mondo, spingendosi fino all’acquisto di asset industriali, porti e centri di produzione. Dall’alto di una cattedra che non poggia più sull’antico potere economico e culturale ma solo sulle armi, questi nani politici, che devono il potere alla loro acquiescenza alla volontà delle oligarchie finanziarie e delle armi, impartiscono lezioni e morale agli emergenti.

La Cina è diventata anch’essa il nemico. Non pochi mesi addietro c’era ancora una parte di politica, e quindi di accademia a essa legata, che tentava dei distinguo. Si provava a staccare Pechino da Mosca, si ammetteva l’interdipendenza economica. Ma ormai il rozzo linguaggio bellico e trionfalistico svela la vera natura di un’alleanza offensiva, destinata a seminare caos e guerre per proteggere l’arroccamento occidentale e la militarizzazione del dollaro. L’europeizzazione della Nato (altro che difesa europea) lascia la frontiera orientale all’europa, mentre gli Usa e gli alleati asiatici si occuperanno di Pechino, che viene ormai presa di petto. La Cina è il regno del male, come l’Iran e la Corea del Nord. La responsabilità cinese è quella di aiutare economicamente e con le armi la Russia. Noi facciamo lo stesso e di più con Kiev, ma la coerenza delle nostre posizioni è come sempre incomprensibile. Il linguaggio orwelliano esclude logica e razionalità.

Passo dopo passo, il riarmo dell’europa, il raggiungimento del 2% di Pil per le spese militari, la graduale arrendevolezza alle richieste di Zelensky che vuole armi letali a lungo raggio per colpire in profondità il territorio russo, il continuo riferimento a truppe Nato sul terreno come ipotesi da vagliare, l’appello del generale Cristopher Cavoli, a capo del comando europeo della Nato, ai ragazzi che devono tornare negli eserciti e infine la constatazione di dover dar vita a un’economia di guerra, ci fa palpare l’abisso di fronte al quale siamo stati catapultati. “Non in mio nome!”: dovremmo tutti gridarlo a questa Europa irriconoscibile, come suggerisce Marco Travaglio. Vi ricordate all’inizio del conflitto? I pochi, come la sottoscritta, che lo definivano una guerra per procura, per interposta Ucraina, della Nato contro la Russia, venivano contraddetti e zittiti. La tattica della rana bollita trova la sua più eclatante conferma nella strategia delle nostre classi dirigenti che trascinano in guerra un’opinione pubblica bollita a fuoco lento.

Le migliori penne della nostra diplomazia sono scese in campo per sostenere una tesi delirante: in vista della probabile vittoria di Trump, la Nato deve prendere decisioni irreversibili sul sostegno economico e militare all’ucraina e alla promessa del suo ingresso nell’alleanza. Si pensa quindi che la Nato debba lavorare contro Washington una volta che la presidenza diventerà repubblicana? Com’è possibile che diplomatici colti ed esperti sostengano posizioni tanto farneticanti? A quali poteri quindi la Nato risponderebbe per gli Usa, se non al loro presidente? La nostra premier Meloni incede raggiante tra Biden e Zelensky. Dalla Garbatella al vertice del mondo. È facile. Basta essere eletti con un programma anti-europeo e anti-dem americani, e poi fare l’opposto di quanto promesso. Con una minoranza di voti, il governo sta violando la nostra Costituzione: e la chiamano democrazia.

Indignez vous!, il manifesto di Stephane Hessel, è tragicamente attuale. Queste élite sono disposte a sacrificare la vita e la dignità umana. Oggi tocca ai ragazzi ucraini e ai 14mila bambini palestinesi innocenti di Gaza. Domani a chi?

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