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lunedì 24 luglio 2023

Popolazioni (ovvero: incidenza di idiozia) - Il Chimico Scettico

 

"I social media danno diritto di parola a legioni di imbecilli che prima parlavano solo al bar dopo un bicchiere di vino, senza danneggiare la collettività. Venivano subito messi a tacere, mentre ora hanno lo stesso diritto di parola di un Premio Nobel. È l’invasione degli imbecilli".

Queste stranote parole di Umberto Eco, del 2015, erano un assunto imperfetto. In primo luogo perché Nobel rimbecilliti non mancano. In secondo luogo perché tra gli imbecilli sui social sono facilmente rilevabili figure con incarichi istituzionali, cattedratici e professionisti. E sono quelli che offrono lo spettacolo più penoso. Quindi imbecille da bar contrapposto a non imbecille titolato oggi non regge, e direi che non reggeva neanche nel 2015. Già, 2015: quando il nemico erano gli antiscientifici grillini e tra i caporioni della milizia proscienza sui social italiani c'erano pasticcere, gioiellieri, ragioniere. E rilevare in tutto ciò una profonda contraddizione era sommamente cafone.

Anni e anni fa iniziai a sentire i due opposti mantra "Gli italiani sono migliori di chi li governa" e "gli italiani non sono migliori di chi li governa". Ovviamente usati a seconda di chi governava e spesso dalle stesse persone al cambiare dei governi.

Questo per dire che in nuce la polemica è vecchia e molto plasmabile o flessibile.

Fermo restando il fatto che i social media sono la finestra definitiva sull'idiozia umana il tema, al contrario di quel che i più credono, non si ferma al riduzionismo che fu praticato da Eco. Ammetto di aver saputo dell'esistenza di Idiocracy, il film, sui social, perlappunto. Col tempo ho constatato che chi lo citava e si poneva il problema della dilagante idiozia era idiota quanto lo erano i suoi bersagli.

Nel quadro prevalente della "critica all'idiozia" (che include la critica al suffragio universale e tante altre belle cose del genere) si rilevava uno schema fisso: ovvero il presupposto che il tasso di idiozia non fosse omogeneo tra popolazioni italiane diverse. Per esempio, la popolazione di chi vota per x ha un tasso di idiozia del 100%, mentre quella che vota per -x ha un tasso di idiozia irrilevante. I ricercatori e i professori universitari poi hanno un tasso di idiozia nullo. Beh, quasi nullo, perché quando il professor X o il dottor Y o il ricercatore Z andavano contro la parola d'ordine corrente (o il rosario del giorno, se preferite) beh, allora immediatamente venivano collocati nel campo dell'idiozia. Cosa che è successa ad Alessandro Barbero e a Carlo Rovelli, per fare due esempi a caso. Ma comunque si tratterebbe di eccezioni trascurabili.

A seguito dell'esperienza CS sarei portato a ipotizzare che queste metriche dell'idiozia siano buone unicamente per lo smaltimento come rifiuto indifferenziato.

Cominciamo prima a definire idiozia. Vediamo la Treccani

idiozìa s. f. [dal fr. idiotie, der. di idiot «idiota»]. – 1. a. Nel linguaggio com., condizione da idiota, stupidità, scarsa intelligenza: rivelare la propria i.; anche di cose fatte o dette stupidamente: i. di una domanda, di una risposta, di un comportamento. b. Con sign. concr., azione, comportamento, pensiero, frase da idiota: fare, dire, scrivere una i., delle idiozie; sarebbe un’i. rinunciare all’offerta; che i., andarglielo a dire! 2. In medicina...

Lasciamo perdere la definizione medica, che non è pertinente, e approfondiamo o meglio estendiamo:

An Educated Idiot is a person that went to college, but is dumber than a rock. The Educated Idiot feels like he/she is smart, but they screw up everything they get involved in. They have a hard time getting dressed, driving a car, or eating. Only the parents are proud of their Educated Idiot children mainly because they themselvs are also Educated Idiots.

(una terminologia simile è stata usata anche da Nassib Taleb, per dirne uno https://www.shortform.com/blog/intellectual-yet-idiot/)

Se si ridefinisce idiozia con educated idiocy ho il forte sospetto che il suo tasso si conservi tra una popolazione e l'altra, pari pari. Il campione CS non è di sicuro rappresentativo, ma in cinque anni gli educated idiots sono stati forse la presenza più rilevante, per tacere degli uneducated idiots che si credevano educated grazie a un diploma o una triennale, a volte presa online. Quindi Idiocracy è stato letto e citato con un certo pregiudizio, quello che vedeva il conflitto tra idioti classici e educated idiots (o chi si riteneva tale, anche se nella vita faceva, che ne so, il grafico, l'OSS, la donna delle pulizie etc.).

Il principale problema è "la scienza", anche parlando di formazione:

Scienze della produzione alimentare (anvedi)

Scienze della produzione animale (stica...)

Scienze della comunicazione (stica^3)

Scienze del turismo (stica^5)

Scienze economiche (Economia e Commercio non era abbastanza figo, evidentemente)

Scienze della Pubblica Amministrazione (che dire..)

Scienze per la Pace (loss for words)

Scienze dello spettacolo e della produzione multimediale (!)

Scienze della comunicazione grafica e multimediale (e qua ogni commento possibile è censurabile)

 

Direi che qualcosa è sfuggito pesantemente di mano qualche tempo fa, sia al ministero che nelle università. Davanti a un panorama del genere è quasi comprensibile che qualche laureato in medicina si sia ritenuto depositario del pensiero scientifico (in realtà il pensiero scientifico di del solito paio etc.).

Io vengo da una facoltà di Scienze Matematiche Fisiche e Naturali del tempo, in cui la posizione nella catena alimentare dei vari corsi di laurea era ben chiara. E bene o male, dati i tempi, ci dovevamo confrontare anche con Heidegger, che aveva scritto: la scienza non pensa. Heidegger non distingueva tra scienza e tecnologia (come quasi tutti al giorno di oggi) ma probabilmente aveva ragione. La scienza non pensa, ma qualche scienziato si e qualcuno educato in una disciplina scientifica pure.

I partigiani della scienza che danno dell'idiota agli altri sono perfetti adepti dello scientismo pop odierno, la compiuta ipostasi della scienza che non pensa. Decenni fa mi ricordo un certo attivismo riguardo a una "scienza responsabile". Oggi la scienza oltre a non pensare declina ogni responsabilità. In cinque anni di attività su isocial una cosa la posso affermare: al 98% i rappresentati dell'accademia presenti su quelle piattaforme erano scienza che non pensa (ma obbedisce).

Chi vende o pratica o vorrebbe praticare "comunicazione della scienza" ovviamente è iscritto alla scienza che non pensa (ma obbedisce), però ha centrato un punto, e il punto è la propaganda, o meglio la guerra per la narrativa. Dopo alcuni anni sono sempre più convinto che, riconoscendo la guerra in corso, non si debba lasciare al nemico la scelta del campo di battaglia.

da qui

venerdì 21 aprile 2023

Perchè si trova lavoro fuori e si espatria, se si può - Il Chimico Scettico

 

Se ne parla molto poco ma da anni:

Una delle maggiori criticità che affliggono l’economia italiana è il ridotto potere d’acquisto del denaro. Questo è dovuto non solo all’inflazione (12,8% su base annua, come riportato dall’Istat), che peraltro è comune a tutti i Paesi occidentali, bensì soprattutto ai salari praticamente bloccati da oltre 30 anni. Rispetto all’anno 1990, l’Italia è infatti l’unico Paese UE con salari addirittura decrescenti (-2,9%), a fronte di incrementi corposi nelle altre economie mature. A dispetto di facili conclusioni, questa situazione non è imputabile né al lockdown dovuto alla pandemia, né alla rottura delle global value chain in seguito ai recenti sconvolgimenti macroeconomici. È lecito domandarsi, dunque, come sia possibile che in un mercato occidentale volto al libero scambio, l’equalizzazione dei prezzi dei fattori produttivi non abbia influito positivamente anche sui salari italiani; analogamente, sembra controintuitivo vedere dei saggi di crescita tanto corposi in economie più avanzate -o “più mature”- di quella italiana (Francia, Germania e Svezia su tutte) (https://www.econopoly.ilsole24ore.com/2022/12/05/questione-salari-italia/?refresh_ce=1)

  


 Noterete che nel grafico manca UK: beh, da novembre '22 a gennaio '23 i salari nel Regno Unito sono cresciuti del 2,4% al netto dell'inflazione (https://www.statista.com/statistics/933075/wage-growth-in-the-uk/).

Mi capita abbastanza spesso di parlare con expats provenienti dal fondo dela classifica salariale. I motivi che spingerebbero a tornare indietro sono sempre gli stessi: difficoltà o impossibilità ad integrarsi socialmente al di fuori del lavoro, nostalgia, clima, cibo. Quanto al cibo la scelta di abitare quanto più possibile vicino alla zona industriale dove si lavora non aiuta per niente (io questa scelta non l'ho fatta). Ma ci sono fattori piuttosto potenti che fanno rimanere lontano da casa.

In primo luogo il posto di lavoro, che magari in patria non ci sarebbe.

In secondo luogo il salario, che in patria sarebbe molto più basso senza costo della vita parimenti ribassato (questo nel caso dell'Italia).

Sento che il mio settore in Italia dà segni di vita, al di là dei numeri piccolissimi. Quindi quel che rimane dell'industria chimico farmaceutica in Italia qualche posizione la offre. I problemi sono la tipologia delle posizioni offerte e le retribuzioni. Ammettendo fosse offerta una posizione analoga a quella che occupo al momento accettandola rinuncerei a circa il 30% delle mie entrate annuali, e questo anche considerando la legislazione italiana sul rientro dei lavoratori dall'estero (https://ilchimicoscettico.blogspot.com/2023/01/skills.html).

Perché ho parlato di "quel che resta", riguardo al settore chimico farmaceutico italiano? Mi ripeterò, ma visto che è storia non scritta magari è opportuno. Già, una storia non scritta con vittime invisibili (https://ilchimicoscettico.blogspot.com/2021/07/invisibili-quindi-inesistenti.html).

Il 3 giugno 2008 la cronaca del Lazio di Repubblica titolava "Farmaceutica, fuga dal Lazio, fine di un sogno da 7 miliardi. Un polo industriale storico sulla via dello smantellamento"

È una pillola amara quella che l´industria chimico-farmaceutica laziale sta confezionando in questi giorni. La cura ricostituente di un polo industriale da 7 miliardi di euro passa infatti attraverso la via dolorosa di licenziamenti, cassa integrazioni, mobilità collettiva. Di addio si può parlare per la Pfizer, che dopo 51 anni ha confermato l´intenzione di vendere lo stabilimento di Latina... «Il 33% del pil di Latina – spiega Armando Cusani, presidente della provincia – deriva dalle attività di queste aziende. Qui operano 11 multinazionali: è un problema non territoriale, ma nazionale».(https://roma.repubblica.it/dettaglio/farmaceutica-fuga-dal-lazio-fine-di-un-sogno-da-7-miliardi/1471275)

Inutile dire che il problema non divenne mai un problema nazionale, forse perché a Latina sono fasci, oppure perché la chimica inquina, chissà. E non che fuori dal Lazio le cose andassero diversamente (https://ilchimicoscettico.blogspot.com/2021/05/cronistoria-dell-apocalisse-della.html). Quando il post fu pubblicato alcuni accademici di provincia la presero molto male, perché pensavano che la chimica farmaceutica italiana fosse quella che loro insegnavano nelle loro facoltà, mentre io parlavo di industria. Ma a loro di centinaia di posti di lavoro persi non interessava. Gente così, che magari si ritiene di sinistra.

da qui