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venerdì 6 marzo 2026

Attacco all’Iran: imperialismo, tirannia e auto-illusioni


Una riflessione di Karim Metref. A seguire un articolo di Gianluca Cicinelli. E riprendiamo da FB un messaggio di Antonella Bundu.

 

Una riflessione molto personale sui balli degli iraniani e sulle lacrime degli antimperialisti

di Karim Metref

Mentre la congrega criminale Stati Uniti-Israele prosegue il suo spietato attacco sulla regione dell’Asia sudoccidentale, questo palcoscenico globale in cui si è trasformato il mondo ci offre due immagini contrastanti: da un lato, iraniani che gioiscono per l’attacco contro il loro paese; dall’altro, persone impegnate nella difesa della libertà e della laicità che si stracciano le vesti per la morte dell’Ayatollah Supremo dell’Iran.

Sono due modi di vedere le cose che cerco di decifrare da anni. In apparenza sembrano opposti, ma, dalle conclusioni a cui sono giunto nelle mie umili riflessioni, condividono molte più somiglianze che divergenze.

 

Il nemico del mio nemico non è mio amico

Prima di tutto, vorrei sgombrare il campo da ogni equivoco: non credo minimamente nella motivazione umanitaria di qualsivoglia intervento politico, spionistico o militare messo in atto dalle potenze occidentali o orientali dalla Seconda guerra mondiale a oggi. Quello in corso in Iran rappresenta per me l’ennesimo atto di pirateria compiuto da Stati Uniti e Israele, sulla scia della distruzione del Vietnam, dell’Iraq, dell’Afghanistan, della Somalia, della Siria, della Libia e del genocidio in corso del popolo palestinese.

Dall’altro lato, non credo nemmeno che Gheddafi, Saddam Hussein. Assad o Khamenei siano stati leader virtuosi, che hanno fatto tanto bene ai loro popoli e che per questo sono odiati da un Occidente diabolico, causa di tutti i mali dell’umanità.

Non aderisco all’equazione matematica per cui il nemico del mio nemico è automaticamente mio amico. Posso avere due amici che si odiano tra loro, così come posso avere due nemici che, pur essendo in conflitto, nutrono entrambi ostilità verso di me o comunque non vogliono il mio bene.

Detto questo, torno al tema che volevo affrontare: perché alcuni amici originari di paesi del Sud del mondo – persone che non sono guerrafondai, né hanno simpatie fascistoidi, né sono nemiche del loro popolo – si mettono a ballare per le strade quando l’imperialismo israelo-statunitense o la NATO attacca la loro terra, rapisce o assassina i loro leader?

E ancora: perché amici che conosciamo come grandi difensori delle libertà democratiche nei paesi occidentali mostrano poi un’inspiegabile ammirazione per certi dittatori dei nostri paesi del Sud, arrivando a stracciarsi le vesti quando questi vengono assassinati, come se si fosse perso un grande rivoluzionario?

Se rivoluzione sarà, sarà altrove

Alcuni anni fa giravo l’Italia per raccontare una rivolta popolare che era in corso in Algeria all’epoca, chiamata “primavera nera del 2001”. I ragazzi della Cabilia erano per le strade, tutti i giorni, a petto nudo, pronti ad affrontare la violenza dei gendarmi che sparavano senza risparmio sui manifestanti, uccidendo più di cento ragazzi e ferendone decine di migliaia.

I media italiani e internazionali scelsero il silenzio. Non raccontarono quell’insurrezione. L’Algeria stava privatizzando lo sfruttamento delle sue enormi riserve di idrocarburi e tutti volevano una fetta della torta. Di conseguenza, nessuno osava offendere il governo del presidente Bouteflika, che distribuiva concessioni e contratti succulenti a pioggia: non si morde la mano che ti nutre. Ancora meno quella che ti apre i rubinetti del petrolio.

Gli unici che, fin da subito, si erano entusiasmati per quella rivolta popolare – orizzontale, senza leadership, partita dal basso, dai ragazzi senza lavoro e senza futuro – erano gli anarchici. Tutta la galassia dei gruppi anarchici, dei centri sociali e delle occupazioni a loro vicine si mobilitò, organizzando incontri, dibattiti, conferenze e proiezioni in tutta Italia. Con alcuni amici, di una associazione amazigh che avevamo creato all’epoca a Torino, abbiamo percorso il paese in lungo e in largo per raccontare quello che succedeva nella nostra terra.

Ben presto mi accorsi che erano contenti di ascoltarci raccontare quella rivolta solo a patto che confermassimo l’idea che si erano fatti: che si trattasse cioè di una sorta di rivoluzione anarchica. Che quella rivolta orizzontale, senza leader, che aveva cacciato via i politici e i partiti tradizionali, che voleva distruggere le caserme dei gendarmi, fosse una manifestazione di anarchismo spontaneo. E che il suo obiettivo ultimo fosse quello di smantellare lo Stato per realizzare l’ideale anarchico di una società senza Stato.

E’ vero che il sistema tradizionale cabilo è una sorta di società anarchica, in cui ogni comunità funzionava come un piccolo Stato dotato di democrazia diretta e partecipata – almeno per i maschi adulti. È indubbio anche che, in un momento di smarrimento e di perdita di credibilità del sistema politico tradizionale, i cabili abbiano fatto appello a un sistema di organizzazione ancestrale basato sulla democrazia diretta e sulla partecipazione popolare.

Tuttavia, gli stessi attivisti della rivolta dichiaravano che quella fase era solo transitoria, necessaria per correggere il sistema e le istituzioni della Repubblica in Algeria, non per abolirla. Io continuavo a raccontare quella storia –sbagliando su molte cose, come ho capito con il senno di poi. Ma raccontarla come mi sembrava realmente fosse e non come altri volevano vederla, mi portò a subire alcuni attacchi da parte degli organizzatori degli incontri. E Dopo l’uscita nel 2002 del film “Il ritorno degli Aarch”1, fui definitivamente escluso da quel ciclo di conferenze e incontri, che proseguì con altri attivisti, più allineati sulla visione dei compagni italiani.

Questo accadeva nella sfera anarchica. All’altra estremità del ventaglio della galassia della sinistra, nel campo antimperialista di stampo staliniano, mentre Bouteflika riconsegnava le riserve energetiche alle multinazionali, si continuava a sognare quell’Algeria intesa come “Mecca dei Rivoluzionari” di tutto il mondo, quella degli anni Sessanta e Settanta. E chiunque, come noi, osasse dire che le cose in Algeria andavano male diventava automaticamente un agente del capitalismo mondiale.

Ostaggi del benessere

Quell’esperienza mi portò a riflettere sul rapporto che la classe media colta – di sinistra, ma non solo – intrattiene con la narrazione del mondo e con il desiderio di libertà e diritti.

Franz Fanon, ne I dannati della terra2, sosteneva che solo abbandonando le città per rifugiarsi nelle campagne, ed entrando in contatto con “le masse contadine, e in particolare i contadini senza terra”, l’attivismo dei giovani intellettuali indipendentisti può trasformarsi in una guerra rivoluzionaria.

Fanon osserva che nelle città l’attivismo politico e sindacale dei colonizzati urbani non riesce a essere abbastanza radicale da trasformarsi in una vera guerra di liberazione. Questo dipende, secondo lui, dal fatto che la popolazione indigena urbana – operai, insegnanti, funzionari pubblici – ha acquisito alcuni privilegi. Pochi, forse, ma sufficienti ad assaggiare il sapore del benessere. E una volta assaporato, l’obiettivo diventa aumentarli, non metterli in discussione.

La stessa cosa si potrebbe dire, a mio parere, delle classi medie colte nel mondo di oggi.

Dagli anni Sessanta in poi, dopo la vittoria delle ultime lotte per le indipendenze, non si è più ripetuta quell’unione – magica ed effimera – tra élite intellettuali e masse lavoratrici per contrastare con la rivoluzione il potere politico e militare dei ricchi. L’unico moto rivoluzionario vincente è stata la rivoluzione iraniana, che però venne presto recuperata dal clero sciita e dagli ultraconservatori.

Per quanto riguarda il mondo occidentale, l’assenza dell’energia necessaria per rovesciare i poteri economici e politici capitalistici in posto è legata anche a ciò che viene celebrato come grande conquista dei movimenti operai: lo Stato del welfare.

Bob Marley, credo, diceva che dai paesi ricchi si guarda al Sud del mondo come a una prigione, perché lì non si hanno tutti i privilegi di uno Stato moderno. Ma forse, suggeriva il poeta giamaicano, la vera prigione per i cittadini dei paesi ricchi sono proprio quei privilegi.

L’aiutante magico

Le classi medie colte dei paesi ricchi sanno che questo mondo in cui viviamo è ingiusto. Sanno che la ricchezza dei ricchi è costruita sulla povertà dei più poveri. Sanno dell’ingiustizia del colonialismo e poi del neocolonialismo. Sanno che il sovrasfruttamento del pianeta porta alla rovina di tutti. Sanno delle guerre neocoloniali, delle speculazioni delle banche che strozzano intere popolazioni. Sanno tutto.

Ma non si oppongono, perché hanno troppo da perdere. Lo stesso sistema che distrugge altri popoli e devasta il pianeta è quello che garantisce loro la casa, il riscaldamento, l’auto, le ferie, il buon cibo, le cure gratuite, la pensione, una buona scuola per i figli.

Allora la rivoluzione non si fa – abbiamo troppo da perdere – ma la si continua a sognare. Non saremo noi a farla, perché noi stiamo bene. Saranno i paesi poveri a farla per tutti. E così si proiettano i desideri di rivoluzione su qualche leader: Che Guevara, Mao, Ho Chi Minh, Castro, Chávez, Gheddafi. Si arriva persino a trasformare in rivoluzionario anche Putin – che nel frattempo finanzia e sostiene partiti fascisti in giro per il mondo e persino l’ayatollah Khamenei.

Nelle fiabe tradizionali esiste una forma di aiuto che arriva quando ogni via di salvezza sembra preclusa. Vladimir Propp, l’antropologo russo, massimo specialista della struttura del linguaggio fiabesco, lo chiamò “l’aiutante magico”3. È quella formica, quell’uccellino, quell’essere apparentemente piccolo e senza forza che il protagonista ha aiutato in qualche modo, o verso il quale ha dimostrato tenerezza o generosità, e che all’improvviso si trasforma in una forza salvifica.

Così funziona anche per certi leader terzomondisti: quelli che con fatica hanno liberato qualche piccola nazione un tempo colonia, per magia si trasformano -nell’immaginario di molti- in guide supreme pronte a condurre i popoli del mondo verso la libertà. Che poi trattino i loro stessi popoli come merda, en passant, è solo un piccolo dettaglio.

“I paesi latinoamericani hanno bisogno sempre di una figura forte al potere”, mi disse una compagna peruviana, un giorno. È una frase che ho sentito spesso ripetere anche da europei bianchi, non particolarmente razzisti.

“Ma ti rendi conto”, le dissi, “che stai ripetendo pari pari uno dei peggiori luoghi comuni infantilizzanti del pensiero colonialista? Il bianco evoluto sarebbe adatto alla democrazia, mentre il povero indigeno avrebbe sempre bisogno di essere comandato con il bastone”.

Non essendo stupida, ma solo priva di esperienza, la ragazza si rese conto subito dell’aberrazione delle sue affermazioni. Molti amici europei, invece, continuano a pensarla così.

Lontani dal popolo

Nei paesi del Sud del mondo il fenomeno che si è verificato è molto simile a quello dei paesi ricchi, ma ha riguardato in buona parte soltanto la classe media istruita. Dopo le indipendenze, le famiglie della classe media hanno preso possesso delle città, delle amministrazioni, del potere – se non politico, almeno amministrativo. La loro situazione è migliorata enormemente, mentre la maggior parte del popolo è rimasta molto povera. Questo divario ha progressivamente creato, e poi allargato, una frattura tra le classi.

Questo fossato separa la classe istruita dalla popolazione povera e con un basso livello culturale. Le persone colte che sono rimaste progressiste continuano a sognare progresso per tutti, libertà e benessere condiviso. Ma non avendo modo di dialogare con il popolo, e quindi di costruire un progetto rivoluzionario dal basso –barricati come sono nei loro quartieri residenziali, nei bar esclusivi e negli uffici con l’aria condizionata– proiettano il loro desiderio sul regime in carica.

Sarà il leader a portare il paese verso il progresso.

E se il leader si rivela un vigliacco venduto alle multinazionali o un tiranno megalomane, violento e corrotto – come è successo la maggior parte delle volte – allora riversano tutte le loro speranze sull’intervento esterno: ci libererà la NATO, o ci libererà Putin, o lo Spirito Santo.

Il vero lavoro rivoluzionario di costruzione dei movimenti dal basso – stare con i poveri, dare loro istruzione, orientamento politico e culturale – lo hanno fatto, negli ultimi decenni, i fascisti di ogni estrazione: integralisti musulmani, cristiani, induisti ed ebrei, ultranazionalisti di ogni dove. Ed è per questo che stanno fiorendo regimi conservatori, xenofobi, razzisti, violenti e intolleranti ovunque.

Ciò che è male per te può essere buono per me?

È pieno di contraddizioni il rapporto tra la classe media di sinistra dei paesi del Sud e le potenze imperialiste della NATO. Tutti sanno bene che l’intervento della NATO nei paesi aggrediti negli ultimi sessant’anni è sempre andato a favore delle multinazionali e del dominio delle ex potenze coloniali sulle risorse del Sud del mondo e mai a favore della popolazione. Ma quando si tratta del proprio paese, ecco che ci si convince che possa portare a un netto miglioramento grazie all’eliminazione del tiranno di turno.

Ero in Iraq nel 2004-2005, quando gli esuli iracheni rientrarono dall’estero con il cuore pieno di speranza, per vedere poi il loro paese sprofondare progressivamente nel caos. Un caos, in buona parte, programmato dalle potenze “liberatrici” – o dai loro alleati locali.

In quel periodo ho conosciuto amici siriani scandalizzati dall’invasione anglo-americana dell’Iraq. Alcuni andarono persino a combattere come volontari nelle fila della resistenza irachena per qualche tempo.

Quando toccò alla Libia, vidi alcuni amici libici – gli stessi che ieri erano contro l’invasione dell’Iraq e oggi contro l’aggressione all’Iran – fare il tifo per i bombardamenti franco-britannici e per l’abominevole linciaggio di Gheddafi.

Quando toccò alla Siria, iracheni e libici erano contro l’aggressione camuffata da guerra civile, orchestrata da una schiera di potenze locali (Israele, Turchia, paesi del Golfo) e internazionali (USA, Gran Bretagna, Francia). Eppure i miei amici antiimperialisti siriani erano molto contenti. Fuggiti all’estero, per la maggior parte, perché non in grado di sopravvivere al drago integralista creato dai Ben Saud e ben nutrito da Erdogan, ma comunque felici per l’imminente caduta del tiranno.

E ho visto, per le strade di Torino, ballare militanti – uomini e donne di sinistra, laici – per l’improvvisa ascesa al potere del macellaio oscurantista Al-Charaa. In questi giorni sono amici iraniani quelli che ballano.

Ecco la tragica situazione in cui ci ha gettato il naufragio universale della sinistra. Non il naufragio del pensiero – perché il pensiero ancora c’è, forte e giusto – ma quello delle persone che vi aderiscono idealmente senza voler accettare che per fare una rivoluzione, violenta o non violenta che sia, bisogna pur sacrificare qualcosa: soldi, benessere, sicurezza, tempo, energia. Qualche volta bisogna sacrificare tutto: la vita.

Finché non accettiamo questo fatto. Dico noi, perché in questo naufragio ci metto anche me stesso. Finché non lo accettiamo, saremo solo dei poveri sognatori.

Nessuno uccellino magico

Ma lo statuto di sognatore, seduto al calduccio a immaginare grandi rivoluzioni, è anche il mio. Non ne sono molto fiero, ma è mio. Il mio quindi non è un giudizio. Non giudico chi non fa niente. Non butto la pietra come raccomandava quell’altro compagno rivoluzionario di Nazareth.

Non giudico, non prendo in giro chi sogna. Soprattutto, non mi permetto di prendere in giro da osservatore esterno chi vive gli eventi sulla propria pelle, o sulla pelle dei propri cari.4 Ma almeno mi sforzo di non cercare nessun aiutante magico. Non ce n’è. Nessun uccellino, nessuna formica magica ci salverà. Se non ci salviamo da soli.

Quindi non aspetto che l’Algeria sia liberata da Trump o da Macron, nel rispetto dei vecchi accordi di Yalta, se ne è rimasto qualcosa. No, non lo voglio. Ma non aspetto nemmeno di essere liberato dall’oppressione dell’asse del male capitalista da Putin, Khamenei o Kim Jong-un. No, grazie. Forse Xi Jinping…?

No. Non c’è nessun salvatore. Nessun Messia.

Solo noi. E la nostra enorme, pesante, mastodontica responsabilità.

Torino il 04/03/2026. Ore 00.14


NOTE

1Il ritorno degli Aarch. I villaggi della Cabila scuotono l’Algeria. Documantario in Video 60′. di Karim Metref e Michelangelo Severgnini. Ed. Metissart – Carta-Cantieri Sociali. 2002

2. Frantz FANON. LES DAMNÉS DE LA TERRE. Paris: François Maspero, 1961,

3. Vladimir Propp, Morfologia della fiaba, Torino, Einaudi, 2000 [1928]

4. A questo proposito leggere qui la risposta che mi scrisse l’amico Farid Adli sull’intervento anglo francese in Libia: “…Tu puoi anche stare a guardare e aspettare per sapere dove e come finirà; io no. Io ho la mano sulle bracci ardenti. E devo prendere posizione, scegliere un campo. Oggi, in Libia il nemico, che si deve neutralizzare cacciandolo dal potere, è Gheddafi, la sua famiglia e le sue brigate di assassini.
https://karimmetref.blog/2011/03/25/la-risposta-di-farid-no-caro-karim-le-cose-non-stanno-cosi/

 

Iran: buio sulla «rivolta». Blackout non solo interno

di Gianluca Cicinelli (*)

Da più di quattro giorni l’Iran è, di fatto, un Paese a luci spente. Non è una metafora: secondo l’osservatorio NetBlocks, che misura la connettività su larga scala, siamo di fronte a un blackout prolungato che ha superato le cento ore, con ampie porzioni della popolazione senza accesso ai servizi online e senza la possibilità di comunicare con l’esterno.
Nel momento stesso in cui la voce si spegne, però, si accende un secondo buio, meno visibile ma altrettanto decisivo: quello che si forma fuori dall’Iran, nello spazio dell’informazione globale. Nella guerra moderna silenziare le voci autentiche crea un vuoto che viene riempito da narrazioni di parte e da disinformazione. Il blackout interno non è soltanto censura. È un moltiplicatore di opacità che rende più difficile verificare, più facile manipolare, più conveniente mentire.
Ma proprio su questo piano crolla la retorica “liberatoria” con cui questa guerra è stata presentata mostra la sua prima contraddizione strutturale. La Casa Bianca e l’ecosistema politico che la sostiene hanno invitato gli iraniani a “rialzarsi” e a “riprendersi il Paese”, come se la liberazione fosse un pulsante da premere. Una sollevazione popolare però non nasce da uno slogan, e non nasce da una rete clandestina di pochi contatti.
Perché una rivolta di massa esista serve una condizione banale: che le persone sappiano, nello stesso momento, che cosa sta accadendo, dove, con quali rischi, con quale speranza. Serve un linguaggio comune e un minimo di coordinamento. Serve, in altre parole, comunicazione.
Se davvero l’obiettivo dichiarato fosse “aiutare” una popolazione a sollevarsi contro gli ayatollah, la prima domanda più che quante bombe servono sarebbe con quale canale permettere a milioni di persone di restare connesse quando il regime taglia Internet. Il paradosso è questo: in una guerra che dice di voler liberare, la condizione tecnica e politica della liberazione – poter parlare, sapere, coordinarsi – viene resa impraticabile proprio quando la repressione si fa più pericolosa.
Come ha spiegato ieri Ben Rhodes, ex consigliere senior di Barack Obama, non si tratta di un dettaglio polemico: è il punto morale e operativo che inchioda alle sue menzogne la narrativa bellica. Se oggi la gente scendesse in piazza in Iran, chi la proteggerebbe dalla repressione?
Gli Stati Uniti e Israele possono colpire infrastrutture, possono decapitare vertici, possono distruggere radar. Ma non possono “scortare” una folla nelle strade di Sanandaj o di Teheran, non possono impedire a un apparato di sicurezza di fare ciò che gli apparati di sicurezza fanno quando temono di perdere il controllo: arrestare, sparare, terrorizzare. Invitare a sollevarsi quando non puoi proteggere chi si espone è un gesto politicamente irresponsabile.
La seconda contraddizione è ancora più rivelatrice, perché riguarda i mezzi. Non è vero che “non esiste” una tecnologia capace di bypassare la censura. Esistono connessioni satellitari, reti mesh, strumenti di aggiramento. Lo dimostra proprio la cronaca di questi mesi: il Wall Street Journal ha raccontato che l’amministrazione Trump avrebbe fatto arrivare clandestinamente in Iran migliaia di terminali Starlink, cioè dispositivi per collegarsi a Internet via satellite senza passare dalla rete controllata dallo Stato
Anche il Guardian ha descritto un vero e proprio ecosistema di tecnologia contrabbandata che, nelle settimane del grande blackout di gennaio, ha permesso a una minoranza di iraniani di restare agganciata al mondo, mentre Teheran rispondeva con disturbi elettronici, caccia ai terminali e pene durissime.
Foreign Policy ha aggiunto un dettaglio che fa capire quanto il conflitto sia entrato nella sfera delle comunicazioni: nelle fasi più dure non si bloccano solo social e messaggistica, ma anche reti mobili, linee telefoniche, servizi di base — e perfino l’accesso satellitare può essere ostacolato.
E allora la domanda che tutte le persone in buona fede capiscono immediatamente è: se esistono strumenti per “fare Radio Londra” nel 2026 – non una radio romantica, ma un’infrastruttura minima per mantenere informata una popolazione sotto censura – perché il risultato politico che si diceva di voler ottenere non si vede? Perché la sollevazione non arriva, o arriva solo in frammenti isolati e facilmente schiacciabili?
La risposta più onesta non è psicologica (“gli iraniani non vogliono”), ma strutturale: una sollevazione di massa non nasce nel buio, e soprattutto non nasce quando chi la invoca non paga il prezzo della repressione. Se la comunicazione alternativa è minoritaria, rischiosa, discontinua; se il Paese è spezzato tra chi riesce a connettersi e chi no; se la paura di essere individuati rende impossibile trasformare un messaggio in una folla; allora la “rivolta” resta un argomento da conferenza stampa, non un processo reale.
In questo senso, il blackout è già un pezzo di guerra: non perché “nasconde” soltanto, ma perché impedisce la formazione di una massa, cioè l’unico soggetto che potrebbe dare senso alla parola “liberazione”.
Il buio interno produce automaticamente il buio esterno. Quando dall’Iran escono meno immagini, meno testimonianze, meno verifiche incrociate, l’informazione globale cambia natura: diventa più dipendente da dichiarazioni ufficiali, da fughe di notizie, da account partigiani, da video non verificati.
È la condizione ideale per il rumore. Wired ha documentato come, dopo l’avvio dei raid, la piattaforma X sia stata invasa da contenuti fuorvianti sulla localizzazione e sulla scala degli attacchi. Un flusso che corre più veloce della verifica, e che si alimenta proprio dell’assenza di fonti dirette.
In questo ambiente, la volatilità comunicativa di Donald Trump è un acceleratore del caos. Annunci solenni, promesse di “opportunità storiche”, inviti alla popolazione a “riprendersi il Paese”, seguiti da smentite e correzioni operative. Il risultato non è solo la confusione nei commentatori: è un vantaggio per chiunque, dentro e fuori dall’Iran, abbia interesse a trasformare la guerra in una palude narrativa dove nessuno risponde davvero di ciò che dice e di ciò che fa.
Riprendendo quindi il filo della sollevazione popolare, che chi ha a cuore la libertà degli iraniani auspica materialmente, a differenza di chi la agita cinicamente, la continuazione dei bombardamenti senza comunicare con i soggetti della dichiarata rivolta denuncia ulteriormente la menzogna.
Se la guerra fosse davvero “per liberare”, il suo primo investimento sarebbe la possibilità per gli iraniani di parlare tra loro e con il mondo quando il regime chiude i rubinetti. Se la guerra fosse davvero “per liberare”, non basterebbe avere contatti clandestini con poche cellule interne – quelle del Mossad e della Cia già presenti all’interno del Paese – perché la liberazione non la fa una rete segreta, la fa una moltitudine.
Quindi: cosa stanno facendo concretamente, Usa e Israele per non consegnare quei civili alla repressione?
Questo doppio blackout, quello che spegne la società e quello che sporca la verità, non è un effetto collaterale. È la struttura stessa del conflitto. E la struttura di questa guerra che rende impraticabile la condizione minima della liberazione. La parola “liberazione” smette di essere un obiettivo e diventa un alibi. Ai civili si chiede il coraggio più alto mentre si offre la protezione più bassa. Perchè di quei civili in realtà non importa a chi sgancia bombe uccidendo anche loro.
(*) da diogenenotizie.com – 5 marzo

 

ANTONELLA BUNDU ha scritto su FB

Il dolore della signora iraniana che è venuta in Piazza Goldoni per gridarci in faccia, a voce alta, urlando:

“Dove eravate quando hanno ucciso 40.000 persone? Dove eravate quando vi abbiamo chiesto aiuto? Se ci sono iraniani qui, sono quelli che non hanno parenti in Iran.”

Io ho sentito tutto quel dolore e non penso fosse una provocatrice mandata apposta.

E mi sono chiesta: dove eravamo?

C’eravamo.

Io c’ero.

Ero alla manifestazione in Piazza Santa Maria Novella, dove c’era anche lei, penso fra le organizzatrici.

Io c’ero e poi però ho visto le bandiere di Azione, la bandiera con il simbolo dello Shah.

Poi la bandiera di Israele.

C’ero e sono andata via perché no, non era la mia piazza.

Sono venuta via da quella piazza, perché quel dolore non poteva essere in alcun modo lenito dall’alleanza con chi opprime, bombarda, viola il diritto internazionale, commette genocidi.

Dov’eravamo?

C’eravamo anche in altre piazze.

C’ero in Piazza Sant’Ambrogio, in una piazza convocata in solidarietà con il popolo iraniano, che non era con la monarchia filo-occidentale ed era contro un intervento degli Stati Uniti e di Israele. Quella manifestazione ha avuto una contestazione con l’irruzione durante gli interventi di un paio di ragazzi con bandiere con il simbolo dello Scià.

C’ero e poi sono andata via.

E due giorni fa quella signora ci chiedeva perché eravamo lì, in Piazza Goldoni. Perché? Dov’eravate prima?

Io lì c’ero,

Due giorni fa siamo scesi in piazza contro gli attacchi USA e israeliani che hanno scelto unilateralmente di scendere in guerra e bombardare l’Iran,non come una risposta a un pericolo imminente reale, ma come  politica di dominio e di conflitto e di mantenimento di potere e influenza.

C’ero anche io in quella piazza quando urlava e l’ho sentita

Ero in piazza e ho proseguito nel corteo.

E penso anche alle proteste sciite.

Perché la figura di Khamenei non era soltanto politica: per milioni di sciiti è anche un punto di riferimento religioso, in Iran ma anche in Pakistan, in Libano e altrove.

Colpire o delegittimare una figura che ha questa doppia valenza — politica e spirituale — significa non guardare alle conseguenze, agli equilibri religiosi, alle reazioni identitarie che attraversano confini e generazioni, per una questione di potere.

In questo vuoto crescono gli estremismi.

Si alimentano raccontando il conflitto come una vendetta contro l’imperialismo statunitense e contro il sionismo israeliano.

E ogni aggressione rafforza quella narrazione.

Dove eravamo?

Io c’ero.

C’ero nelle piazze, in alcune sono andata via e in altre sono rimasta.

Pain and suffering.

La domanda resta: dove eravamo?

Eravamo lì.

E dove saremo?

Continueremo a esserci  contro oppressione,  sopraffazione, contro ogni conflitto, per costruire la pace

da qui

venerdì 10 ottobre 2025

ancora sul 7 ottobre, genocidio, resistenza palestinese, ecc.

Il 7 ottobre secondo mio padre - Karim Metref


Oggi è il 7 ottobre 2025.


Sono passati due anni da quel tristemente celebre 7 ottobre del 2023.

Dopo due anni di massacri a senso unico, ci sono ancora persone che pongono la condanna di ciò che accadde in quel giorno come condizione imprescindibile per qualsiasi discussione sulla situazione in Palestina.

Sentendo le polemiche sterili — tra chi vuole festeggiarlo come fosse stata una grande vittoria e chi invece lo condanna come il più grande crimine contro esseri umani mai commesso su questa terra — torno, come spesso mi accade, alle parole di mio padre.

Morire o scalciare?

Mio padre fu un giovane militante del Fronte di Liberazione Nazionale durante la guerra d’Algeria.
Un giorno, da bambino, mentre guardavamo in TV l’ennesima replica del capolavoro La battaglia di Algeri, gli chiesi: “Papà, non ti sembra brutto mettere bombe in caffè e locali dove ci sono solo civili?”...

continua qui


La memoria del pogrom del 7 ottobre seppellita sotto 70mila corpi - Marco Bascetta

Perfino i governi europei più vicini a Tel Aviv hanno dovuto prendere qualche distanza. Il disegno egemonico ed espansivo israeliano non ha più nulla a che fare con il 7 ottobre

Che fine ha fatto il 7 ottobre, la memoria di quel sanguinoso pogrom che i miliziani di Gaza scatenarono due anni fa contro inermi cittadini israeliani? La risposta più diretta e immediata è che è finito sepolto sotto decine di migliaia di morti e una montagna di rovine. All’indomani della strage del 7 ottobre Israele fu oggetto di una estesa solidarietà. Tuttavia non mancarono in diversi paesi esponenti e militanti della sinistra che accecati da fanatismo antisraeliano salutarono il massacro come un atto di liberazione. Dall’altra parte anche il più timido accenno, privo di ogni intento giustificatorio, al contesto di oppressione e sofferenza in cui quell’attacco era maturato fu subito tacciato di antisemitismo filoterrorista. Comprensibilmente, le modalità raccapriccianti dell’incursione dei miliziani non lasciavano spazio a divagazioni storico-politiche.

Ma cosa è cambiato due anni dopo nell’opinione pubblica mondiale e nei rapporti tra Israele e i suoi alleati? Quasi tutto. Perfino i governi europei più vicini a Tel Aviv, hanno dovuto alla fine far ricorso a un’espressione, che più ipocrita e viscida non poteva essere, come «reazione sproporzionata», per nominare eufemisticamente il massacro di 70mila persone e l’immane devastazione della striscia di Gaza da parte dell’Idf. Insomma Netanyahu avrebbe semplicemente esagerato. Ma in questa «esagerazione» c’è una logica. Vi è infatti qualcosa che il governo di Israele voleva ad ogni costo seppellire attraverso un’azione smisuratamente devastatrice. Non certo la memoria dei suoi morti e delle violenze subite, ma quella del suo fallimento, del mito infranto di una intelligence infallibile e dell’esercito più efficiente e tempestivo del mondo, garante di una protezione ermetica dei cittadini israeliani. A questo scopo, per riscattare la classe dirigente e ristabilire il prestigio del suprematismo militare israelita e degli inafferrabili 007 infiltrati per ogni dove, nonché restituire consistenza alle sue minacce, lo stato ebraico ha deciso di colpire indiscriminatamente e ovunque, di radere al suolo città, villaggi, quartieri e palazzi, non solo a Gaza e in Cisgiordania, ma dalla Siria allo Yemen, dal Libano all’Iran al Qatar. Di porsi al di fuori e al di sopra di ogni regola del diritto internazionale e di ogni ragionevole moderazione.

La «dismisura» diveniva il cuore della politica israeliana. Al servizio di un disegno egemonico ed espansivo che col 7 ottobre e la sicurezza del paese non aveva da tempo più nulla a che fare.

Man mano che le operazioni militari si allargavano e approfondivano, pure la loro narrazione cambiava di tono. Sparivano, anche perché smentite dall’evidenza dei fatti, le celebrazioni delle qualità etiche e democratiche dell’Idf, le finte inchieste sulle sopraffazioni e le violenze gratuite da parte dei soldati israeliani, i bombardamenti chirurgici e l’attenzione per l’incolumità dei civili, fino ad arrivare al tiro al bersaglio sulle persone in attesa di cibo. L’esercito «più morale del mondo» lasciava volutamente la scena a quello più spietato, vendicativo e indiscriminato nell’uso della forza. Ogni palestinese un terrorista o un suo complice, ogni edificio una «infrastruttura di Hamas».

Con questo sfacciato cambio di tono in gran parte dell’Europa diveniva praticamente impossibile mettere a tacere il moltiplicarsi delle denunce dei crimini di guerra commessi dall’esercito israeliano, reprimere le manifestazioni sempre più partecipate a favore della Palestina, assimilare al terrorismo simboli e slogan, come avveniva durante il primo anno di guerra, soprattutto in Italia e Germania. Anche l’accusa di antisemitismo, rivolta in una prima fase contro ogni critica indirizzata all’azione politica e militare di Israele, che aveva esercitato una certa deterrenza soprattutto a sinistra, è stata talmente abusata, stravolta e strumentalizzata, da perdere di forza e significato. Se si denuncia l’intera Onu, come covo di antisemiti, non si può pretendere di essere presi sul serio. Nonostante si registri effettivamente una ripresa di vecchi e nuovi sentimenti antisemiti in Europa anche tra quelli che stigmatizzano la guerra di Netanyahu, però sulla base di torbidi presupposti antiebraici.

Ma intanto l’immagine e la credibilità di Israele hanno subito altri colpi micidiali: l’entusiastica condivisione della grottesca idea trumpiana di trasformare Gaza, una volta sterminati e deportati i suoi abitanti, in una riviera di lusso fonte di lucrosi affari immobiliari è già apparsa abbastanza ripugnante.

Si aggiungono poi le ripetute esternazioni dei due ministri dell’estrema destra nazionalista che tengono in piedi il governo di Netanyahu e che nessuno stato anche solo formalmente democratico potrebbe mai tollerare. Fino ad oggi i governi europei hanno cercato di ignorarle per non essere obbligati a troncare i rapporti con un governo che annovera tra i suoi ministri fautori della superiorità razziale ebraica e del diritto divino allo sterminio dei nemici. Personaggi che non hanno nulla da invidiare ai tagliagole dell’Isis o ai Talebani e che sfoggiano orgogliosamente la propria ferocia.

Di pari passo con le difficoltà dei governi europei nel salvaguardare i rapporti politici e affaristici con questa Israele, cresce in tutta Europa un imponente movimento di solidarietà con i palestinesi che incrocia però anche diverse altre linee di conflitto: dall’erosione degli spazi democratici al riarmo, dal nazionalismo xenofobo alle diseguaglianze e all’avanzata dei nuovi fascismi. Per dimensioni e partecipazione questo grande movimento filopalestinese ha un precedente: l’imponente ondata di manifestazioni e proteste in tutta la Germania dopo il convegno dell’estrema destra a Potsdam intento a pianificare la «remigrazione», ossia la deportazione di massa degli stranieri. A ben vedere c’è più di una affinità tra questi due movimenti europei nello spirito antifascista e antisuprematista in lotta contro quell’idea di purezza, omogeneità sociale e proprietà etnica del suolo, che accomuna gli Smotrich e i Ben Gvir ai neonazisti europei.

* Fonte/autore: Marco Bascetta, il manifesto

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sabato 26 agosto 2023

Liberté, égalité, fraternité, ma non per tutti

articoli e video di Mauro Armanino, Giuliano Martiniello, Jesús López Almejo, Davide Malacaria, Maria Zhakarova, Alberto Negri, Diego Ruzzarin, Nicolai Lilin, Francesco Masala, Eusebio Filopatro, Patricio Guzman, Gillo Pontecorvo.

A cosa somiglia il golpe militare nel Niger – Mauro Armanino

E’ il quinto della serie nel Paese dopo l’indipendenza ottenuta dalla Francia, come molti altri Paesi africani, nel 1960. Lo stadio nazionale di Niamey porta il nome del presidente Seyni Kountché , il militare autore del primo colpo di stato una dozzina d’anni dopo l’indipendenza citata. Nel breve arco della Repubblica si è visto il possibile e l’inimmaginabile in uno stato di diritto. Il Presidente militare Baré Mainassara, ad esempio,  è stato barbaramente trucidato nel 1999 all’aeroporto della capitale dalla sua guardia ravvicinata. Gli autori del delitto e i mandanti non si sono mai stati, a tutt’oggi, perseguiti penalmente. Il quinto golpe, in fase di sviluppo, appare singolare anche per la creativa modalità di esecuzione.

Il Presidente deposto, Mohamed Bazoum, si trova infatti prigioniero nel piano inferiore del suo palazzo e chi ha compiuto il golpe sono i militari della Guardia Presidenziale, in sé destinati a proteggerlo da quanto accaduto. Gli altri corpi militari si sono gradualmente allineati con gli autori del putsch che ha rovesciato il regime della settima Repubblica e sospeso la Costituzione con i partiti politici. Le minacce di intervento armato e le sanzioni economiche e politiche non hanno dato, almeno finora, nessun risultato di rilievo se non quello di compattare buona parte della popolazione attorno ai militari. Quanto al golpe stesso, atipico nell’esecuzione, contribuisce a creare, nel cuore della città un misto di sentimenti ed emozioni.

Nel frattempo, il  Consiglio Nazionale per la Salvaguardia della Patria, CNPS, ha provveduto alla nomina di un nuovo primo ministro, del ministri e dei governatori (militari) nelle differenti regioni in cui è suddivisa l’amministrazione del Paese. Ogni domenica e a volte anche durante la settimana, si assiste a manifestazioni popolari di appoggio alla giunta militare specie quanto più forte suonano i ‘tamburi di guerra’ della Comunità degli Stati dell’Africa Occidentale, Cedeao. Per il resto, per la gente comune, tutto continua come sempre e la quotidiana lotta per l’esistenza si conferma e rafforza con le interruzioni più lunghe di luce, l’aumento dei prezzi e le frontiere che bloccano i camion pieni di mercanzie deperibili.

Nell’aria della capitale c’è un senso di incompiutezza e di attesa di ulteriori sviluppi che bene potrebbe esprimere il dramma di Samuel Beckett ‘Aspettando Godot’. Il protagonista che ha invitato i personaggi sulla scena e che non arriverà mai. I suoi vari porta parola ripetono che Godot manda a dire che arriverà non ora ma ‘certamente domani’. Proprio questo sentimento di accadimento di un qualcosa o qualcuno sembra caratterizzare il momento di questo strano putsch. Tra tentativi di mediazione più meno felici e minacce ricorrenti di intervento armato, scorre come il fiume Niger il sopravvivere quotidiano della gente qualunque. Chi più di lei, la sabbia, che tutto ascolta, sopporta e accoglie può comprendere che il colpo di stato si realizza nell’attesa di ‘Godot’ che, certamente, arriverà domani.


   

L’Ecowas prepara la macchina bellica per l’intervento in Niger – Davide Malacaria

…Eppure, nonostante i disastri che si profilano all’orizzonte, pochi leader politici delle nazioni europee hanno dichiarato pubblicamente la loro netta opposizione a questa avventura militare. Come se fosse qualcosa di fastidiosamente secondario. Sono gli stessi leader che si dicono addolorati per la sorte del popolo ucraino…

A proposito di questa indifferenza dei politici e dei media della UE, va notato che gli artisti della propaganda hanno impiegato un usuale escamotage semantico per diminuire la portata di quanto sembra profilarsi all’orizzonte.

Mentre per la guerra ucraina si parla ossessivamente di “invasione russa”, per la possibile guerra in Niger si usa l’espressione “intervento armato” (così è stata definita anche l’invasione dell’Iraq e le altre recenti guerre d’Occidente).

Peraltro, anche l’intervento russo in Ucraina deve la sua genesi a un golpe, quello di piazza Maidan, che ha portato al governo politici sempre più proni ai desiderata d’Occidente e sempre più ostili a Mosca.

La “brutale e non provocata invasione russa” è stato il refrain che ha accompagnato ossessivamente il conflitto ucraino. La brutale e non provocata invasione del Niger da parte delle truppe dell’ECOWAS, supportate dalla NATO, vedrà tutt’altra narrazione.

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Maria Zhakarova: Londra interviene in Africa con i suoi “burattini ucraini”

Il Regno Unito sta utilizzando personale militare ucraino per aumentare artificialmente “il potenziale di conflitto in Africa”, ha dichiarato la portavoce del ministero degli Esteri russo Maria Zakharova.

I media russi hanno riferito questa settimana che il servizio segreto britannico MI6 ha preparato una squadra di sabotaggio composta da personale militare ucraino da inviare in Africa con l’obiettivo di ostacolare la cooperazione tra la Russia e i Paesi africani, secondo una fonte diplomatico-militare.

“Dato che l’MI6, rappresentato dal suo capo Richard Moore, si è recentemente vantato apertamente del suo coinvolgimento nella pianificazione e nell’esecuzione di attacchi terroristici da parte del regime di Kiev contro il nostro Paese, notiamo le intenzioni delle autorità britanniche di utilizzare i fantocci ucraini per ‘risolvere i problemi’ anche in altre regioni del mondo”, ha dichiarato sabato la Zakharova a RIA Novosti.

In particolare, ha accusato Londra di continuare ad “aggrapparsi disperatamente alla sua eredità coloniale” e di non risparmiare sforzi per “mantenere i Paesi del continente in una posizione di dipendenza”.

“I britannici non sono disposti a parlare con loro su un piano di parità e ritengono possibile, come in passato, intervenire nei loro affari interni”, ha sottolineato.

Allo stesso tempo, il regime del presidente ucraino Vladimir Zelensky “ha bisogno solo di soldi”, ha ricordato, suggerendo che “in queste macchinazioni, i soldati ucraini, a quanto pare, servono come una sorta di pagamento da parte di Kiev per gli aiuti militari occidentali”.

“Secondo uno schema ben collaudato, il nesso NATO-Ucraina intensifica artificialmente il potenziale di conflitto in Africa. Allo stesso tempo, africani e ucraini pagheranno per la realizzazione delle ambizioni dei neocolonialisti britannici”, ha dichiarato.

La Zakharova vede i piani di collaborazione come un’ulteriore prova che “il regime di Zelensky è un degno successore di [Stepan] Bandera, [Roman] Shukhovich e dei loro scagnozzi”, riferendosi ai leader dell’estrema destra ucraina durante la Seconda Guerra Mondiale. “Anche allora i complici nazisti uccidevano e morivano, non nell’interesse dell’Ucraina e del suo popolo, ma nell’interesse dei loro padroni europei”, ha detto.

Una fonte diplomatico-militare ha riferito a RIA Novosti che i servizi segreti ucraini hanno selezionato una squadra di 100 militari ucraini con esperienza nel conflitto del Donbass, su ordine dell’MI6, per organizzare ed eseguire il sabotaggio di oggetti infrastrutturali in Africa e per eliminare i leader regionali orientati alla cooperazione con la Russia. L’obiettivo dell’operazione è impedire la crescente influenza di Mosca nel continente. Il gruppo eversivo dovrebbe lasciare il porto di Izmail per Omdurman (Sudan) nella seconda metà di questo mese.

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Il Niger e il neocolonialismo europeo in Africa: sul futuro di un’illusione – Eusebio Filopatro

Il 26 luglio 2023 gli uomini della guardia presidenziale nigerina hanno catturato il presidente Mohamed Bazoum, dando inizio ad un colpo di stato.

L’evento ha brevemente spostato i riflettori verso il Sahel, una delle regioni più trascurate e povere del mondo, che pure con buone ragioni è stata definita la frontiera meridionale d’Europa (da ultimo in una lettera di Roberta Pinotti a Repubblica).

Nella presente serie di articoli mi propongo (1) di contestualizzare il golpe nigerino nella sua storia e motivazioni, e in particolare sullo sfondo della travagliata dissoluzione del neo/postcolonialismo francese, (2) di valutare le prospettive e le difficoltà di un eventuale intervento ECOWAS, e (3) di inserire queste considerazioni nello scenario internazionale più ampio, in particolare rispetto alle aspirazioni realistiche che l’Europa se non l’intero Occidente può mantenere rispetto al suo (dis)impegno in Sahel e in Africa.

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Prima parte

Niger: Le ragioni di un golpe

In un articolo del 1989, Guy Martin ricostruiva le relazioni franco-africane da un punto di vista spinoso: l’estrazione dell’uranio. Martin introduceva la questione del Niger chiarendo senza troppi giri di parole che esso “può anche essere descritto come un’enclave neocoloniale dominata dagli interessi politici, economici, culturali e strategici francesi” (p. 634). In conclusione, alla sua disanima, Martin suggeriva anche un’interpretazione inquietante quanto plausibile del golpe del ’74:

“Nel marzo 1974, i rappresentanti di Francia, Niger e Gabon si incontrarono a Niamey per discutere della domanda e dell’offerta di uranio, ma a causa del rifiuto della delegazione francese di prendere in considerazione qualsiasi aumento del prezzo per i produttori, si decise di sospendere i negoziati e di riprenderli il mese successivo. È difficile credere che sia stata una completa coincidenza che il Presidente Diori sia stato rovesciato da un colpo di Stato militare appena 72 ore prima della ripresa dei negoziati tripartiti, e appena 48 ore prima che Diori partisse per New York, dove era previsto un discorso all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite sul tema delle materie prime.” (p. 637).

Insomma, storicamente, anche dopo la cessazione formale del colonialismo (1897-1960), è difficile descrivere i rapporti tra Francia e Niger se non come a una forma di imperialismo estrattivo, peraltro rivolto da uno degli stati più prosperi del mondo, una potenza nucleare e membro del Consiglio di Sicurezza, contro il paese che è terzultimo per indice di sviluppo umano.

Anche se scarseggiano analisi scientifiche altrettanto franche, comprensive e dettagliate quanto quella di Guy Martin, non ci si deve illudere che negli ultimi decenni la situazione sia sostanzialmente cambiata. E questo non a detta di media antioccidentali, siano essi russi o cinesi, o degli studiosi “radicali” che operano nello stesso occidente: sono invece le stesse testate occidentali, assieme alla diaspora nigerina, a testimoniare i problemi drammatici che hanno contribuito al rovesciamento di Bazoum.

Tra 2010 e 2014, il Guardian ha pubblicato una serie di articoli (ad esempio 1,2,3,4) che rivelavano non solo la mancata implementazione delle misure di sicurezza per le miniere di uranio promesse da parte della francese Areva (poi confluita in Orano), ma anche i difficili e poco trasparenti negoziati con il governo nigerino. I proventi del colosso francese dell’uranio superavano di 4 volte l’intero bilancio del Niger, e i negoziati riguardavano l’incremento delle royalties da un misero 5% al 12%. Nonostante non fosse neppure in discussione che circa nove decimi del ricavato dall’uranio rimanessero alla francese Areva, alla quale il Niger ha anche assicurato colossali esenzioni fiscali, Areva sosteneva che concedere un ulteriore 7% allo stato nigerino avrebbe reso insostenibile il suo modello d’affari. La conclusione dell’accordo non ha sostanzialmente intaccato questa relazione sbilanciata e, si sospetta, forzata. Addirittura, l’ONG “pubblica ciò che paghi” (Publish What You Pay) che monitora il pagamento ai governi da parte delle multinazionali che si occupano di risorse naturali, sostiene che Areva-Orano avrebbe diminuito le royalties grazie a un deprezzamento dell’uranio nigerino.

Ancora nel 2017, un eccellente reportage di due giornalisti, il belga Lucas Destrijcker e il maliano Mahadi Diouara, rivelava al mondo l’impatto devastante dell’estrazione dell’uranio nella città nigerina di Arlit. Citando organizzazioni e testimonianze locali, Destrijcker e Diouara spiegavano ad esempio che, mentre la popolazione locale era priva di acqua corrente, la miniera consumava miliardi di litri della falda acquifera locale, e delle interviste condotte su 688 impiegati nel sito mostravano che circa un quarto aveva sofferto gravi problemi di salute, al punto che 125 avevano dovuto abbandonare il lavoro per disturbi presumibilmente legati alla tossicità dell’uranio. Nel 2012, un tribunale francese ha condannato Areva per la morte di tumore di Serge Venel, ma ovviamente l’accesso a un tribunale è ben al di là delle possibilità dei minatori nigerini.

Anche il convincimento della stampa occidentale sulla “democraticità” di Bazoum sembra essere cosa recente. Il 25/6/20 Libération parlava di “politica repressiva nel silenzio colpevole della Francia” e di “degrado delle libertà pubbliche” in un articolo sugli arresti di attivisti anti-corruzione. Nel 2021, Amnesty International segnalava arresti di massa, violenze, e censura di internet in seguito alle contestate elezioni. Ancora più chiari sono una serie di comunicati ed editoriali apparsi negli ultimi anni sul sito ufficiale della diaspora nigerina, www.nigerdiaspora.net. Il 24/06/23, quindi un mese prima del colpo di stato, uno di questi si rivolgeva accoratamente al presidente Bazoum, spesso accusato di essere un fantoccio nelle mani della Francia, riguardo alla conferma della presenza militare francese in Niger: “Vi avrei consigliato di prendere le distanze dalla Francia, incapace di liberarsi del suo spirito neocoloniale e di fornire al nostro Paese ciò di cui ha davvero bisogno, senza dover subappaltare la sua sicurezza a nessun altro”.

Altrattanto negativo è quindi ben diverso dalla narrazione giornalistica, è il giudizio sul governo di Bazoum espresso da Padre Mauro Armanino, un missionario italiano che risulta tuttora presente in Niger. Scrive Armanino sul suo blog:

“Mohamed Bazoum è il successore – nonché il prescelto – di Mahamadou Issoufou, entrambi fondatori del PNDS. Il decennio di potere del suo mentore, contrariamente all’opinione occidentale e africana, ha gradualmente contribuito ad affossare la fragile democrazia nel Paese. Demoliti i partiti, eliminato l’oppositore principale Hama Amadou, divisa per compravendita la società civile e, infine, l’operazione seduzione ‘pecuniaria’ per la classe intellettuale del Paese, la democrazia si è trasformata nel regno tentacolare e fondamentalmente corrotto del PNDS. Bazoum, malgrado la complicità degli osservatori internazionali che hanno ratificato i risultati dello scrutinio delle ultime presidenziali del 2021, è stato eletto in modo fraudolento.”

Infine, il drammatico deterioramento della sicurezza in Niger è pure segnalato a margine delle ambiziose – e fallimentari – iniziative di cooperazione che in anni recenti l’Unione Europea ha rilanciato con il “G5 Sahel”. Questo gruppo di stati, formalizzato nel 2014 e con sede a Nouakchott, comprende Mauritania, Mali, Burkina Faso, Niger e Ciad: cioè, paesi la cui maggioranza è nel frattempo passata al di fuori dell’orbita d’influenza europea per una serie di colpi di stato. Limes lo presentava come un “consesso regionale fortemente sponsorizzato (anche economicamente) dall’Unione [Europea]”.  Ebbene in questo quadro già nel 2018 l’ISPI definiva il Niger “il perno instabile della politica UE nel Sahel” e nel rilevare il protagonismo dell’allora Ministro dell’Interno Mohamed Bazoum, ne citava il (poco) democratico compiacimento nel sopprimere le manifestazioni della società civile: ““li abbiamo arrestati come polli”, si rallegrava Bazoum. Le motivazioni dei manifestanti? “Aumento dell’IVA e delle imposte su beni di prima necessità, dal riso all’acqua corrente, avrebbero colpito le fasce deboli della popolazione”. E nel 2018, più generalmente, prima di rilanciare le ambiziose affermazioni di Tajani su un “Piano Marshall” per il continente africano, lo IAI riportava che “il Sahel è negli ultimi anni diventato una regione fuori controllo in cui, grazie alla vastità dei luoghi e al caos politico, trovano rifugio jihadisti pronti a riorganizzarsi”.

In questo contesto, sebbene sia già stato scritto ampiamente in proposito, è impossibile non sottolineare gli effetti destabilizzanti della distruzione della Libia scientemente voluta dai poteri occidentali, come del resto denunciava già nel 2014 lo stesso Bazoum, stavolta da Ministro degli Esteri.

Insomma, a conclusione di una pur rapida carrellata sull’argomento, e rivedendo la stessa stampa occidentale ed europea, inclusi alcuni articoli di analisi, accanto all’imprescindibile voce della diaspora nigerina e delle (poche) voci indipendenti dal posto, si riscontrano gli stessi problemi di instabilità, impoverimento, corruzione, e sfruttamento coloniale denunciati dai golpisti come motivazione per il loro atto di forza. Al contrario, l’insistenza sulla cristallina democraticità del deposto presidente Bazoum suona perlomeno esagerata, anche perché il medesimo ha occupato posizioni di responsabilità al vertice della politica nigerina per più di un decennio, durante il quale i gravi problemi che affliggono il popolo nigerino non sono stati risolti.

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Il colpo di stato della vergogna – Mauro Armanino

In realtà è lei, la vergogna, che ha provocato e poi accompagnato il colpo di stato di Niamey del 26 luglio scorso. Scomparsa da quasi dappertutto la vergogna, intesa come un … ‘profondo e amaro turbamento interiore che ci assale quando ci rendiamo conto di aver agito o parlato in maniera riprovevole o disonorevole’… era introvabile. Una scomparsa graduale, metodica e capillare, quella della vergogna, che non ha risparmiato alcun ambito, professione e circostanza. Proprio lei, dunque, è l’autrice principale del golpe militare che ha destituito il presidente. L’ha fatto anzitutto per lei, per non scomparire del tutto dalla storia e dalla cronaca quotidiana ma anche per chi, come noi, avendo agito (oppure omesso di agire) o parlato in maniera disonorevole desidera in qualche modo riscattarsi. Tra il colpo di stato e la vergogna c’è una relazione di mutua dipendenza e complicità.

Era infatti insopportabile continuare a trattare la politica in questo modo. Senza vergogna si trattava la cosa pubblica come un affare privato e la ‘transumanza’ di eletti ed elettori da un partito politico all’altro si accordava con la maggioranza del momento.

La costituzione della repubblica, l’applicazione della giustizia, l’assemblea legislativa e l’esecutivo erano trattati in funzione dell’affiliazione partitica. I contratti e bandi di concorso per i vari cantieri in progetto erano affidati con estrema disinvoltura a seconda delle ricompense elettorali o di future alleanze di governo. Senza vergogna si viveva la politica come avvenimento elettorale finalizzato all’accaparramento e la gestione amministrativa del potere. Lo spazio politico, inteso come esperienza di dialogo e liberazione della parola su un progetto comune di società, è stato gradualmente confiscato e reso obsoleto dal nuovo e implicito ‘ministero della verità’ di regime.

La vergogna è stata altresì espunta dalla scelta delle sanzioni economico e commerciali che, com’è noto ormai a tutti, sono deleterie per i più poveri e infliggono sofferenze a chi le perpetra e a chi le subisce. Senza vergogna vengono decise, condotte, precisate, applicate e giustificate da chi ha preso in ostaggio i popoli della sotto -regione soprattutto per assicurare e garantire a tempo indeterminato il proprio potere. Identificare gli stati, una creazione recente e ambigua, coi popoli è una truffa o, se vogliamo, un’indebita confusione che fa il gioco di chi usa il popolo come merce di scambio per manipolare la sovranità. Peggio ancora qualora si trattasse di innescare un intervento armato per riportare nel Paese un’ipotetica democrazia costituzionale. Sotto qualunque formato esso si presenti la stessa vergogna sarebbe tra le vittime collaterali dell’intervento. La guerra è sempre un’avventura senza ritorno, come scrisse qualcuno.

La vergogna è l’ ‘espressione di un disonore umiliante’ e sembra, come tale, latitante nell’ambito, sappiamo quanto importante, della creazione di condizioni di vita degradanti in una vasta porzione di popolo. Dal cibo all’educazione scolastica, dalla salute alla casa, dal lavoro alle prospettive d’avvenire per i propri figli, tutto sembra inghiottito dalla miseria quotidiana. Si sopravvive con nulla o poco più e si spera che l’indomani porti qualcosa di differente e che il Dio dei poveri si accorga di quanti gridano e tendono le mani. In effetti è proprio l’educazione alla mendicità che, strada facendo, caratterizza le relazioni e le classi sociali. Centinaia di piccoli scolari senza scuola sono inviati ogni giorno sulle strade delle città per mendicare e per chi ha lavorato poi, si tratta di mendicare il salario. Si mendica un posto in paradiso e nei taxi, in università e persino in carcere dove, per strano possa sembrare, si paga per trovare un posto per dormire in cella.

Forse, con l’aria di scusarsi per il ritardo, la vergogna tornerà ancora a bussare alla porta della giustizia.

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Alberto Negri – Meloni e il caos in Libia: allo sbando, altro che «piano Mattei»

L’Italia sta naufragando in Libia per la terza volta in poco più di un decennio

Altro che piano Mattei per l’Africa. L’Italia sta naufragando in Libia per la terza volta in poco più di un decennio. La prima fu quando nel 2011 venne abbattuto – con Francia, Gran Bretagna, Usa, Nato e la nostra attiva partecipazione militare – il regime di Gheddafi che solo mesi prima accoglievamo a Roma come un trionfatore.

La seconda avvenne nel 2019: il governo di Sarraj, insediato proprio con l’aiuto italiano – sempre interessato al controllo dei migranti – , fu abbandonato al suo destino già incerto, pur essendo riconosciuto dall’Onu, contro l’avanzata del generale di Bengasi Khalifa Haftar, alleato di Mosca, dell’Egitto, degli Emirati e corteggiato anche da Parigi. Sarraj fu “salvato” dall’intervento militare della Turchia di Erdogan.

La terza volta sta succedendo in questi giorni in maniera forse meno eclatante ma sicuramente alquanto ignorata: a cavallo di ferragosto due potenti fazioni di Tripoli si sono affrontate con circa una sessantina di morti. Una lotta intestina, con la partecipazione importante dei salafiti, che fa apparire assai fragile il governo di Daibaba con cui Meloni e company stringono accordi labili che contrabbandano agli italiani come pietre miliari dell’agire del governo. La realtà è ben diversa. Pur essendo l’Italia presente sul territorio libico con la sua intelligence, ben poco può fare – soprattutto da sola – con gli attori protagonisti della vicenda. In primo luogo la Turchia che in Tripolitania vuole dare ulteriore consistenza ai suoi disegni di potenza neo-ottomana e mediterranea e si propone persino di dare vita a un esercito libico unificato. I suoi piani si scontrano – ma in qualche caso anche si incontrano – con quelli della Russia, che oltre alla presenza della Wagner in Cirenaica, è disposta a negoziare con Ankara e con il Cairo.

Putin si prepara a incontrare Erdogan per la questione Ucraina e del grano mentre lo stesso reiss turco sta lavorando da mesi a un meeting con il generale-presidente egiziano Al Sisi. I due sono stati divisi dagli sviluppi delle primavere arabe del 2011 quando nel 2013 Al Sisi con il suo colpo di stato fece fuori sanguinosamente i Fratelli Musulmani sostenuti dalla Turchia. In questo quadro libico politico- diplomatico che vede anche la riunione dei Paesi Brics – sempre più lanciati a sganciarsi da quella che considerano come egemonia occidentale e del dollaro – l’Italia e l’Europa non toccano palla. E come loro gli Usa e l’Onu. Visto che proprio ieri il capo del Consiglio presidenziale, Mohammed Menfi, il presidente della Camera dei rappresentanti, Aqila Saleh, e il generale dell’Est Khalifa Haftar hanno annunciato che non parteciperanno a nessun comitato legato alla situazione politica, ad eccezione di quelli aderenti al quadro nazionale interno; un chiaro rifiuto di partecipare a un dialogo che potrebbe essere proposto dalla Missione di sostegno delle Nazioni Unite in Libia (Unsmil). Sono circa due anni che l’Onu e gli europei tentato invano di fare andare i libici alle urne.

Insomma uno schiaffo al Palazzo di Vetro e alla comunità internazionale “occidentale” che vengono giudicati sia a Ovest in Tripolitania che a Est in Cirenaica come degli intrusi. Cosa significa tutto questo? Non che la Russia, la Turchia o l’Egitto abbiano in Africa tutto questo successo. Anche loro devono avere a che fare con i sommovimenti di un continente dove sono in atto guerre, come in Sudan, rivolte jihadiste (Mali, Burkina), golpe e crisi economiche spaventose, dalla Tunisia al Sahel. Significa però che qui degli interventi occidentali non ne vogliono più sapere.

Si è visto recentemente in Niger dove alcune migliaia di soldati occidentali sono accucciati all’aereoporto di Niamey, consapevoli che c’è il rischio che alzando un dito potrebbe finire come a Kabul nel 2021.

Del resto come dare torto agli africani e ai leader della regione tra Medio Oriente e Nordafrica che hanno subito per vent’anni i disastri provocati dagli occidentali, dall’ Afghanistan all’Iraq alla Libia. Con i risultati che sappiamo tutti e una consapevolezza comune nel Sud del mondo: che gli Usa con il loro corteo di docili alleati lavorano più per la destabilizzazione che per la stabilità. Una stabilità che non ci può né ci deve piacere perché fatta di autocrati, democrazie calpestate e repressione: ma allo stesso tempo dovremmo anche smettere di volere imporre agli altri dei modelli al prezzo pesantissimo di morti, carestie e tanti, tanti profughi.

I risultati sono stati in questi anni peggiori dei mali che volevamo combattere. Un interlocutore di Tripoli è esplicito: «Voi europei siete arenati in una visione assai distante da questi territori». Vorrei replicare, come ho fatto, che questo non accade da oggi ma che è un a tendenza in atto da molti anni, il frutto avvelenato di una propaganda e di una narrativa distorta che voleva fare dell’Afghanistan, dell’Iraq o della Libia dei modelli poi respinti dalla realtà dei fatti e dal sentire dei popoli. Ma qui, come si usa dire, non c’è peggiore sordo di chi non vuole sentire.

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A noi piacciono i nostri colpi di stato – Francesco Masala


L’Algeria vieta il suo spazio aereo a Parigi per un attacco in Niger, gli algerini sono degli ingrati, dopo tutto il bene che la Francia ha fatto all’Algeria (il 17 ottobre 1961, per esempio)