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venerdì 24 dicembre 2021

Questione di sicurezza - Julio Monteiro Martins

 

(un racconto del 2013)

 

– Grazie per essere venuta, Milagros. Non so proprio come farei senza di te. Devo scappare. Ho lasciato sul fornello il pranzetto della bimba. Vai a prenderla a scuola all’una e un quarto, ma è meglio arrivarci cinque minuti prima, che se succede qualcosa e la bimba non ti trova si prende paura, va bene?
– Va bene, señora.
– Poi, non lasciarla davanti alla televisione tutto il pomeriggio. Deve fare i compiti, ricordaglielo, che da sola finisce che non fa niente. E magari le parli un po’ in spagnolo, ci giochi, così comincia ad abituarsi al suono di una lingua straniera… Poi, ricordati, verso un quarto alle quattro, la porti alla lezione di scherma e aspetti che abbia finito, alle cinque e mezza. Alle sette, sette e mezza arrivo e preparo io la cena, va bene? Anzi, mi fai un piacere, se alle sette e mezza non sarò ancora arrivata, metti una pentola grande con l’acqua sul fuoco, va bene? Così arrivo e butto subito la pasta. Grazie mille. Sei un angelo.
– Di niente, dottoressa. Buon lavoro.
– Qualsiasi emergenza, chiamami pure al cellulare. Lo lascio acceso, d’accordo?
– Sì, señora. Non si preoccupi. Andrà tutto bene.
– Grazie. Ora scappo.

Letto n° 11

– Ho saputo che sei svenuta stamani, durante il primo bagnetto del bimbo? Come mai?
– Non sono svenuta. Mi è solo girata la testa e stavo per cadere. Mi sono seduta ed è passato tutto.
– Una caduta di pressione, via. Devi mangiare, però.
– Ma io mangio. Ho fatto fuori tutto il pranzo. Sto bene, dottoressa. Sono solo molto stanca.
– Ti darò delle gocce per alzare la pressione, va bene? Poi prendimi queste vitamine, ma l’importante è mangiare, hai capito? Ti vedo un po’ stressata.
– Perché non dormo già da quattro giorni, due notti in bianco con le contrazioni, che sono state lunghissime, e altre due notti dopo il parto, con la bimba qui, che la notte piange, vuole poppare…
– Devi rilassarti e cercare di seguire i ritmi della bimba, lei poppa e poi si stacca da sola e dorme, e allora anche tu devi fare un sonnellino, va bene? Vedrai che ci si abitua. I primi giorni sono così. Ma tieni duro, eh.
– Grazie, dottoressa.

Letto n° 12

– Non dovevi essere già a casa?
– Sì, ma ho chiesto ieri sera al dottor Forlani, che era di turno, di lasciarmi qui un giorno in più. I punti mi fanno troppo male, non riesco ad andare in bagno, mi bruciano da morire. E poi il bimbo non riesce a prendermi l’aureola, prende solo il capezzolo, con una forza incredibile. Io lo chiamo il mio “cinghialetto” tanto è vorace, e così mi ha fatto venire le ragadi al seno. Qui l’ostetrica del nido mi aiuta, apre col dito la bocchina del bimbo e lo fa attaccare bene, ma da sola ancora non ci riesco.
– Va bene, Laura. Ti darò una pomata per i punti e un’altra per le ragadi, ma devi lavare sempre i seni prima di allattare, che altrimenti fa male al bimbo, e domani potete andarvene a casa, altrimenti non imparerai mai. Poi se avrai bisogno, l’ostetrica viene anche a domicilio, va bene? Quando avrai bisogno di andare in bagno, chiama l’infermiera, non andare da sola. C’è qualcuno che può stare con te? Tua madre? Tuo marito?
– Sì, c’è mamma che mi aiuta.
– Ecco, chiedile di darti una mano anche con il bimbo. Magari spieghiamo anche a lei come fare al momento della poppata, va bene?
– Sì, dottoressa.
– Allora ripasso prima di finire il turno. Ciao.
– Grazie.

Letto n° 13

– Che c’è? Perché piangi così? Dov’è la bambina?
– L’hanno portata via, dottoressa!
– Come “l’hanno portata via”? Chi l’ha portata via?
– Il medico è venuto qui con l’assistente sociale stamani presto e l’hanno portata via.
– E perché mai?
– A causa dei documenti. Che io non ho passaporto.
– Cosa?!
– Voglio mia figlia! Voglio…
– Per i documenti?
– È la legge nuova, mi hanno spiegato, dottoressa. Fanno così. Non dovevo venire in ospedale, dovevo partorire di nascosto, in casa. Qualcuno lo diceva. Ma io non pensavo che…
– Allattavi la bimba, no?…
– Sì, allattavo mia figlia…
– Allora senti, Farida. Ti chiami così, vero? Senti, calmati un po’, sei troppo agitata. Vado a informarmi su cosa è successo e torno qui appena saprò qualcosa, va bene? Tuo marito non c’è?
– No, lui non ha documenti. Con questa cosa adesso ha paura di venire qui ed essere arrestato.
– Aspettami che torno fra un pochino,

– Massimo, scusa. Mi puoi spiegare che cavolo sta succedendo qui? Dov’è la bambina della paziente del letto tredici, Farida Metref?
– Prima di tutto, datti una calmata, Marisa, che io non potevo nemmeno riceverti stamani, sono nel bel mezzo di una riunione di direzione ma sono venuto perché eri te. Se fosse stato un altro gli avrei chiesto di aspettare la fine della riunione, capito?
– Sei stato tu a prendere la bambina stamani?
– Sì, sono stato io, insieme a un paio di assistenti sociali e a un tipo della questura che era venuto apposta, perché qualcuno dell’ospedale, non io, aveva denunciato la presenza di una clandestina. Insomma, Marisa, non leggi i giornali? Ora è così. Non sai che da agosto è in vigore il pacchetto sicurezza?
– Ma noi qui…
– Non c’è “ma” né mezzo “ma”. La legge dice che i figli degli extracomunitari senza un valido permesso di soggiorno non possono registrare i propri figli all’anagrafe, e se non hanno con loro nemmeno un passaporto il bambino non gli può essere consegnato, a quelli cioè che si dicono i genitori perché…
– Si dicono? Come, “si dicono”? L’ho fatta partorire io quella donna!
– Lo so. Ma capisci, legalmente non possono rivendicare la maternità o la paternità. Perché non esistono. Per la burocrazia italiana, beninteso. È come se non esistessero. Così dice la legge. In questi casi il bambino è trattato come un orfano, va affidato allo Stato, che poi provvederà ad un’adozione.
– Ma cosa dici, Massimo? Dare in adozione un bambino che ha i genitori? Questo è sequestro di persona. Lo Stato italiano ora sequestra bambini?
– Sono orfani, a tutti gli effetti, Marisa. E devi cambiare tono, altrimenti vado dentro e ti lascio qui.
– E tu hai accettato questa… cosa ?
– Accettato? Allora ascoltami bene, non è il caso di “accettare” o no. Se non fai così, se lasci il bambino in mano a quella persona che per lo Stato è una “estranea”, commetti un reato tu, hai capito? Il funzionario della questura è venuto qui in ospedale giovedì scorso per spiegarci gli effetti della nuova legge. Chi lascia il bambino nelle braccia di una madre extracomunitaria senza documenti, e cioè, una clandestina, e la clandestinità ora è considerata un reato, rischia il licenziamento e tre anni di galera. Mi sono spiegato? Allora…
– Non potevi almeno aspettare il momento della dimissione per trattare il problema?
– Come ci ha spiegato bene il questore, non potevo rischiare che lei, o qualcuno per lei, portasse via la bambina senza che nessuno se ne accorgesse. Sai, i controlli qui non sono rigidi, perché fino a poco fa non ce n’era bisogno. Se uno decide di alzarsi e scappare, lo fa e basta.
– Allora ascoltami tu. Riprendi quel bambino e restituiscilo alla mia paziente Farida Metref entro stasera o io non metterò più piede in questo ospedale e ti denuncio per sequestro di persona, te e chiunque altro c’entri con questa faccenda.
– Denunci chi, Marisa? E per cosa, perché eseguiamo la legge? Sei fuori. La situazione è ben altra. Se dai una mano a un clandestino in difficoltà, come vuoi fare te, ti mettono in galera per “favoreggiamento”, hai capito? La considerano una forma di complicità con un criminale.
– Non lo so. Vi denuncio alle corti europee, alle organizzazioni per la difesa dei diritti dell’uomo, non lo so. Qualcuno deve esserci che vuole impedire un tale orrore, no?
– Invece devi proprio fartene una ragione. Il paese è cambiato. Le ronde di ragazzacci di estrema destra danno la caccia ai clandestini sugli autobus, nei treni… Basta guardare i giornali. Ora sono gli estremisti che danno le carte. Vai a casa. Per oggi basta. Riposati e torna domani, va bene?
– No che non va mica bene. Cosa dico alla mia paziente?
– La verità. E poi, doveva saperlo già. Doveva conoscere i rischi quando è venuta all’ospedale per partorire.
– Sì? E che doveva fare? Massimo, ascoltami, siamo amici da tanti anni, sei stato tu a farmi entrare qui, ma il fatto è che siete diventati dei mostri… Ma sai che nemmeno quando c’erano le leggi razziali del Fascismo si separavano i figli piccoli dalle madre ebree? Ma te ne rendi conto della gravità…
– Forse hai ragione, ma è la legge. Questa “gravità” che menzioni non è stata considerata tale quando la maggioranza del nostro parlamento ha approvato la legge e il Presidente della Repubblica l’ha firmata, quindi, cara mia, se per loro la gravità non c’è, non saremo né io né te a dire cos’è grave e cosa non lo è, ti pare? Ora devo tornare dentro. Mercoledì ci sarà una riunione con tutto il personale per chiarire meglio l’argomento, e allora tu potrai presentare le tue obiezioni. Voglio anche che le denunce siano riportate prima a me, e solo dopo comunicate alla questura. Non voglio spie nell’ospedale. Ma secondo me il problema delle denunce si presenta già all’accettazione, perché loro sono in contatto diretto con l’ufficio della polizia nell’ospedale, e io non posso farci niente a riguardo. Sai, quando entrano in vigore certe leggi, ci sono ovunque i “volenterosi carnefici”, la gente è proprio malata…
– Tutto questo mi fa schifo, non sai quanto. Io non ce la faccio. Non ho il coraggio di guardare quella donna negli occhi. Non saprei cosa dirle. Posso solo aiutarla a trovare un bravo avvocato, subito. Ed è quello che farò.
– Sarebbe uno sbaglio, Marisa. Attenzione. Così metti a rischio il tuo posto di lavoro. Ed io non potrò fare niente per aiutarti.
– Ho capito. Vado a parlare con la ragazza e poi vado a casa. Ci vediamo.

– La señora ha dimenticato a casa qualcosa? – No, Milagros. Oggi non lavoro più. Puoi andare a casa che vado io a riprendere Michela a scuola.
– È sicura che non avrà bisogno di me? Posso restare per dare una mano.
– Grazie, ma non occorre. Puoi andare quando… No, no. Aspetta. Dimmi un po’, con cosa torni a casa?
– Come siempre, prendo l’autobus a Piazza Mazzini e poi…
– No, meglio di no. Ti porto io a casa in macchina, va bene? Poi, per strada devo spiegarti un paio di cose. Magari passiamo prima dalla scuola e poi andiamo tutte e tre a casa tua.
– Ma non c’è bisogno, señora…
– Ora sì, Milagros. L’Italia è cambiata. Poi ti spiego meglio.
– Sì, señora.
– Vado in camera mia a fare una telefonata e poi andiamo.

– Marco? Ciao, sono Marisa. Marisa Battistini.
– Marisa! Come stai? Ti pensavo proprio stamani, guarda…
– Senti, Marco. Ho bisogno di un favore. Sei ancora in rapporti con quelli di cui mi avevi parlato tanto quest’estate, quelli di Medici Senza Frontiere?
– Sì, certo. Ti ricordi che li aiutavo con la cosa degli strumenti chirurgici? Ora, a novembre, riprenderemo la campagna per le donazioni. Hai qualche potenziale donatore in vista?
– No, donatore di denaro non ce l’ho, ma di lavoro sì. Vi serve?
– Che vuoi dire?
– Che se mi accetteranno, vengo come volontaria. Ho letto da qualche parte che hanno aperto due ospedali da campo nel nord della Nigeria, in zona di guerra tra cristiani e musulmani, non è vero?
– Sì, lo so. Ma lì è molto pericoloso. Anche per i medici.
– Non mi interessa. Non ho paura. Non può essere peggio di qua in questo momento. Penso di lasciare Michela con mamma per qualche mese e andarci. In questa Italia non ce la faccio più a restare. Figurati che oggi i fascisti hanno portato via la figlia neonata di una mia paziente.
– Mammamia, Marisa! Ti capisco. Che vergogna! Ma, pensa un po’, se tutti quelli come te andassero via, chi rimarrebbe per cambiare queste cose? Resterebbero solo questi stronzi. È come una scritta che ho letto sul muro ieri, che diceva “stranieri, per favore, non ci lasciate soli con gli italiani”. Se gli italiani saranno…
– Le cose non cambieranno. Questi sono venuti per restarci. Non facciamoci illusioni. Sai quale sarà la via di uscita per l’Italia del futuro? L’aeroporto. Io me ne vado da qui, Marco. E poi porto via mia figlia. E tu devi aiutarmi.
– E il tuo lavoro all’ospedale?
– Se per mantenere il mio posto di lavoro dovrò diventare una collaborazionista, allora dico no grazie. Con questo andazzo fra poco dovrò strappare io stessa i bambini dalle braccia delle loro madri per consegnarli a un poliziotto o peggio ancora a quei delinquenti delle ronde, ed io ho fatto un giuramento, capisci? Ho un’etica, ho dei princìpi da rispettare.
– Va bene. Telefono oggi stesso a Gérard e gli chiedo di proporre il tuo nome come volontaria senza dover aspettare troppo tempo. Se lui vorrà incontrarti, quando potresti venire?
– Anche stasera. Il più presto possibile.
– Domani va bene?
–Va benissimo. A qualsiasi ora lui vorrà. Perdo il lavoro ma non perdo me stessa. Chiamami al cellulare appena saprai qualcosa, che ora devo scappare. A presto, Marco. E grazie!

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martedì 26 luglio 2016

la mia casa valigia – Anna Fresu


La mia casa è racchiusa in una valigia, la porto sempre con me ovunque vada. Ha pareti che cambiano, che si dilatano, si restringono. La mia casa ha lo stesso nome in molte lingue. Ma non in tutte. Il nome è lo stesso in tutti i luoghi che ho abitato. E questo è un conforto. La mia casa a volte è piena, a volte vuota. Piena delle memorie e dei giorni, vuota del tempo che resta e di tutte le assenze. La mia casa ho spazzato di tutti i rimpianti e a volte anche delle speranze. La mia casa è sola o vicina alle altre. Così strette che si fanno compagnia. A volte è troppo grande, a volte troppo piccola. La mia casa mi riflette, mi assomiglia. Porta tracce di voci e di corpi. Ha sempre porte e finestre mai chiuse, pronte all’attesa, all’incontro. Ha pareti di libri e di storie, una bocca per raccontarle. Ha lacrime appese al soffitto come gocce di cristallo. Brillano e non si muovono. Ha risa che battono contro i vetri delle finestre. Risa e lacrime non solo mie. La mia casa ha il gusto del  mare, di onde, di sale. I sette colori delle montagne, di pietra e rocce, di cime mai scalate. Ha il sapore del mirto e della papaya, di vino buono e acajù. Sa di pioggia e di vento, di raggi di sole. Certe volte non ha voglia di viaggiare e vorrebbe restarsene lì ben piantata sulla terra. Ma non faccio fatica a convincerla e piano piano, prima mestamente, riprende il suo posto in valigia. E forse ci pensa su, perché dopo un po’ la sento ridere e la guardo dormire sognando nuovi confini.

sabato 25 giugno 2016

Non pugnalate la pace - Ferruccio Brugnaro


Non divorate la pace.
Non rispondete alle montagne
di morti
con altre montange
di morti.
Spegnete la fame nello sguardo 
di milioni
di bambini.
Accendete
il sorriso
sulla terra di Palestina
accendete il canto.
Non pugnalate
non pugnalate la pace
alle spalle.
Togliete il cappio di solitudine
al popolo irakeno
al popolo cubano.
Abbattete la notte agghiacciante 
profonda
in cui vagano milioni di creature.
Non rispondete,
non rispondete ai morti
con infiniti roghi di altre vite.
Mordetevi le labbra forte
mordetevi forte il cuore.
Non inneggiate alla guerra.
Non inneggiate alla guerra.


mercoledì 30 marzo 2016

In quale lingua - Anna Fresu


In quale lingua
mi accoglierà il tuo sguardo
scandirai le mie ore 
con racconti di fate e di misteri
al gioco mi aprirai
e alla conoscenza.
In quale lingua 
imparerò per te
il canto dell’amore
le parole leggere
spese lungo il cammino
e intorno al fuoco.
In quale lingua 
varcherò i confini
del mare e del ricordo
legherò l’odio
per lasciarlo al vento
custodirò sapore e senso 
di questa libertà
vedrò i miei figli 
crescere e partire
sentirò che il mio tempo 
è tramontato
e ancora chiederò:
“In quale lingua
dovrò dirvi -Addio”


Agli inizi ero contento di andare a scuola. Mamma era contenta, diceva che avrei imparato tante cose nuove che poi mi sarebbero servite nella vita. Ma già dal primo giorno avevo cambiato idea. Il maestro era proprio antipatico, senza un sorriso, con la voce dura. Proprio come mio padre. La cosa peggiore è che ci ha detto subito che dovevamo parlare solo in italiano. Ma, chi lo sapeva l’italiano! Io e i miei compagni parlavamo come le nostre madri ché con i nostri padri non ci parlavamo o meglio loro ci parlavano solo per sgridarci, per dirci “fa’ questo, fa’ quello”. E quando ci interrogava, il maestro, – anche una domanda semplice che capivamo benissimo – stavamo zitti per paura di sbagliare. Qualche volta ci provavo a rispondere – ché non mi andava di sentirmi chiamare scemo – bastava un piccolissimo errore, che so, una “u” al posto di una “o”, una doppia dove lui diceva che non c’era, che ti beccavi una bella bacchettata sulle dita che per giunta in inverno erano piene di geloni, e ti faceva un male boia. Speravo che almeno in cortile, durante la ricreazione, potessimo parlare fra di noi in dialetto – che poi mi hanno spiegato che era addirittura una lingua, che ci avevano scritto anche la Carta de Logu, con tutte le leggi – e invece no, se ti sentiva parlare così ti arrivava alle spalle e ti dava uno spintone o ti tirava le orecchie fino a fartele diventare rosse rosse. E mi’ che il maestro Fadda non era nemmeno continentale, era del Campidano (e ce l’aveva anche lui l’accento, eccome) però è vero che se parlava in campidanese magari lo capivamo ancora meno. E poi chi si credeva di essere questo maestro Fadda, mica era meglio del prete che le prediche le faceva in sardo e che l’italiano lo usava solo quando era arrabbiato, come quella volta che dal pulpito se l’era presa con mia sorella piccola, chiamandola per nome e per cognome (e quando mai!) perché aveva legato le punte delle faldette delle donne che stavano sedute sulla scala tutte prese ad ascoltare le parole del prete. E nemmeno era meglio di mio nonno Antoni Vizente che era il primo cantore della chiesa e cantava in logudorese i canti di Natale e della Quaresima. Nonno lo nomino solo per questo, perché per il resto era un gran bastardo, pieno di soldi e di poderi, però a mia mamma l’ha fatta morire di fame perché non aveva sposato chi voleva lui e quando io sono andato nel suo frutteto a prendere le mele per mamma che stava male mi ha chiamato ladro e mi ha riempito il sedere di pallettoni di sale col suo fucile.
Insomma, un po’ per paura delle bacchettate, un po’ per orgoglio – e di quello a noi sardi non ce ne manca – l’italiano l’ho imparato prima degli altri. Solo che se mi scappava qualche parola in italiano a casa era mio padre che si arrabbiava e mi chiedeva cosa mi ero messo in testa. E io qualcosa in testa ce l’avevo davvero, soprattutto dopo che è morta mamma. Me ne volevo andare da quella casa, dalle botte e dalle urla di mio padre, dai secchi pieni di cemento e dai mattoni che mi faceva caricare, senza mai un grazie, figurati una lira. Volevo lavorare ma non un lavoro qualunque; volevo un lavoro dove potevo continuare a studiare, a imparare, a guadagnare un po’ di soldi da mandare a mia zia per le mie sorelle. E allora me ne sono andato in Marina e lì l’italiano mi è servito se no come facevo a parlare con un calabrese, un ligure, un napoletano. Però quando incontravo un sardo, magari delle mie parti, era una festa e non solo perché saltava sempre fuori un pezzo di pecorino o magari di formaggio con i vermi o un salzizzeddu col finocchietto. Appena potevamo ci mettevamo a parlare nella nostra lingua e quand’eravamo in franchigia pigliavamo una chitarra e una mandola, che poi era quello che suonavo io, e cantavamo le belle canzoni delle nostre feste, quelle che cantavamo in campagna attorno al fuoco mentre intanto arrostivamo un capretto o un maialino rigorosamente sotto una coltre di rami di mirto e di lentisco e coperti terra. E lì meno male che gli altri, soprattutto i nostri capi, non ci capivano perché alcune canzoni ci andavano giù pesante – e non parlo di quelle un po’ sconce, che c’erano anche quelle – ma di quelle in cui la nostra gente aveva riversato tutta la sua rabbia, il suo rancore contro le ingiustizie, le dominazioni (e sì, pure quella dei sabaudi che in quel momento dovevamo servire).
Mi è servito quando ho fatto le Scuole a La Maddalena e lì il dialetto era un po’ corso un po’ gallurese e in quell’isola poi ci ho passato molti anni, mi sono fidanzato, sposato, ci ho fatto nascere mie figlie. Al lavoro, con gli amici parlavo in italiano; con Maria, mia moglie, e Michela, sua madre, parlavo in logudorese. Anche loro erano venute via dal mio paese e, certo, Maria era bella e in gamba ma il fatto che venisse dal paese, che avessimo tanti ricordi in comune, che parlasse come me, era un valore in più. Maria era “poliglotta”, parlava benissimo l’italiano – è sempre stata una gran lettrice, come me del resto- e anche il maddalenino. Quando poi sono nate le nostre figlie abbiamo continuato a parlare in sardo fra di noi ma con loro sempre in italiano perché volevamo che andassero bene a scuola e si prendessero anche la laurea. E così è stato. Però certo un po’ mi è dispiaciuto e sono stato contento quando anche loro hanno cominciato a cantare le nostre canzoni (quelle quand’erano piccole gliele cantavo anche io tenendole sulle ginocchia, niente era meglio di un “duru duru”) e a leggere i nostri poeti. Poi, negli ultimi anni a Roma, quando mia moglie se n’è andata e anche le mie sorelle e l’unico amico sardo che mi era rimasto, ho parlato sempre meno e solo in italiano. Mi consolavano a volte i libri che Vladimiro, un amico di mia figlia, mi portava, con storie e poesie della mia terra, scritte nella lingua di mia madre e mi capitava anche di scoprire che uno di quei poeti, di quegli scrittori, era stato un mio caro amico che da ragazzo quei versi li recitava attorno al fuoco.

Una sera di gennaio anche mio padre se n’è andato. Avrei voluto che il suo ultimo saluto fosse accompagnato dall’Ave Maria in sardo cantata da Maria Carta, ma il parroco della chiesa del nostro quartiere non me l’ha permesso.
E allora, babbo, te l’ho cantata io “Deus ti salvet Maria”, l’Ave Maria nella lingua di tua madre, con la mia pronuncia imperfetta, col pianto nella voce, con quell’amore che di lingue, lo sai, ne parla tante.