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domenica 20 aprile 2025

Il suicidio dell'UE e l’antica Grecia - Pino Arlacchi

(da Fatto Quotidiano, 16 aprile 2025)

 

L’Europa di oggi è afflitta, come la Grecia antica, da disuguaglianze e fratture: si sta spegnendo perché è caduta in mano a élite scadenti, preoccupate solo della propria sopravvivenza

Con il suo folle piano di riarmo l’élite al potere in Europa Occidentale sta tentando di costruire una minaccia russa che esiste solo nei suoi deliri e che serve a nascondere la sua incapacità di giocare la vera partita, che è tutta interna all’Europa stessa.


La partita del lento e inesorabile impoverimento della sua popolazione a vantaggio di pochi privilegiati che dura da mezzo secolo. La partita della perdita dell’energia vitale del continente, sempre più isolato in un pianeta non più dominato dall’Occidente e che trabocca di voglia di emancipazione e di pace.

Il progetto europeo, concepito dopo il 1945 come reazione a due guerre mondiali che avevano portato l’Europa sull’orlo dell’autodistruzione, ha esaurito la sua spinta propulsiva.

Non è più un grande piano di pace e prosperità condivisa. Si è corrotto e ribaltato in un cupio dissolvi, in un rinnovato impeto suicida.

Che altro può essere se non un folle voto verso la morte l’attacco che l’oligarchia dell’occidente europeo sta sferrando ad un’altra parte dell’Europa, la Russia, dotata di armi di distruzione di massa in grado di distruggere l’intera civiltà europea?

E se la Russia decidesse di prendere sul serio la minaccia di aggressione lanciata da Bruxelles giocando d’anticipo e prendendo l’iniziativa invece di aspettare vent’anni come nel caso dell’Ucraina? Per il momento Putin pare più propenso a considerare poco più che un vaniloquio le dichiarazioni della von der Leyen e le isterie anti-russe del Parlamento europeo. Ma nel caso opposto non credo che la fine dell’Europa avverrebbe lentamente, nell’arco di secoli o di generazioni, come è accaduto alla sua casa madre, la Grecia classica, estintasi per le stesse assurde ragioni promosse oggi dagli inetti leader europei.

Non sono stati gli archi dell’invasore persiano né le lance macedoni a spegnere la voce di Atene, ma il graduale avvelenamento delle sue stesse radici. La Grecia classica non cadde sotto i colpi di un nemico esterno. Morì per un prolungato suicidio, consumato nell’arco di guerre fratricide. Lo sfacelo della Grecia antica conserva una risonanza inquietante e un’attualità che non possiamo permetterci di ignorare.

La narrazione tradizionale che attribuisce alla “minaccia persiana” le origini del declino ellenico è una semplificazione storica che non regge all’analisi critica degli eventi. Come ha osservato Arnold Toynbee, le civiltà non muoiono assassinate, ma si suicidano. Il caso greco ha contribuito a ispirare questa massima, rivelando come il sistema delle poleis, le città-stato, con la sua straordinaria vitalità culturale e le sue profonde contraddizioni politiche, contenesse già in sé i semi del proprio disfacimento.

L’evento catalizzatore di questo processo di autodistruzione fu indubbiamente la guerra del Peloponneso (431-404 a.C.), un conflitto che lacerò il mondo greco per 27 anni, contrapponendo Atene e la sua Lega Delio-Attica a Sparta e la Lega Peloponnesiaca. La guerra fu iniziata dagli Spartani ma Tucidide, il grande storico testimone diretto degli eventi, distingue tra la “causa vera” e i “pretesti immediati”.

Secondo lui, la causa profonda era stata “la crescita della potenza ateniese e il timore che essa provocava in Sparta”. Atene aveva trasformato la Lega di Delo (nata come alleanza difensiva in stile Nato contro i Persiani) in un vero e proprio impero marittimo le cui navi minacciavano le coste del Peloponneso spartano. Quindi, se formalmente fu Sparta a dichiarare guerra, Tucidide suggerisce che fu l’espansionismo ateniese a rendere il conflitto praticamente inevitabile. (Vi viene in mente qualcosa?).

I numeri parlano da soli: Atene perse circa 30.000 cittadini durante l’epidemia di peste del 430-429 a.C., un quarto della sua popolazione.

L’aggressione del 415-413 a.C. contro Siracusa, una splendida polis siciliana colpevole solo di far ombra ad Atene, si concluse con la sconfitta e la perdita di 40.000 uomini e 200 navi. Quando, nel 404 a.C., la città si arrese a Sparta, le sue mura furono abbattute mentre i suoi abitanti piangevano la fine dell’egemonia ateniese e, con essa, di un’epoca d’oro del pensiero umano.

Come scrive Luciano Canfora, “La Grecia classica morì così, consumandosi in un’interminabile successione di guerre, in cui ogni vittoria era effimera e ogni sconfitta permanente. Solo l’arte e il pensiero greco sopravvissero, ma in forme sempre più distaccate dalla realtà politica”.

Nel cuore di questa autodissoluzione giaceva un paradosso irrisolto: il sistema delle città-stato, che aveva generato l’incredibile fioritura culturale del V secolo a. C., si rivelò incapace di evolversi verso forme di aggregazione politica più ampia.

Ogni polis difendeva gelosamente la propria autonomia (autonomia) e libertà (eleutheria), considerando l’indipendenza un valore assoluto e non negoziabile. Nessun pensatore greco andò oltre effimeri vagheggi su una federazione delle poleis di lingua greca.

Non dimentichiamo, al riguardo, come i padri fondatori dell’Unione europea consideravano l’inclusione della Russia come la meta finale del cammino verso un Europa estesa dall’Atlantico agli Urali. Cammino interrotto e progetto espansivo crollati ormai senza rimedio. E senza alternativa.

La lezione della caduta della Grecia classica è che nessuna eccellenza artistica e filosofica può salvare una civiltà la cui leadership non sa affrontare le sfide politiche e sociali del momento. Le civiltà muoiono quando perdono la capacità di rinnovarsi dall’interno, di ringiovanire come sta adesso accadendo alla Cina: il paese più povero del mondo che diventa tra i più ricchi nell’arco di soli 40 anni grazie alla qualità della sua leadership e del suo progetto socialista.

L’Europa contemporanea è afflitta, come la Grecia antica, da disuguaglianze e fratture che appaiono insanabili. La nostra civiltà si sta spegnendo perché è caduta in mano a élite scadenti, preoccupate solo della propria sopravvivenza, pronte ad asservirsi a padroni esterni e condannate a diventare vittima delle proprie paranoie.

Se la parte russa dell’Europa decide di prendere davvero in considerazione la minaccia armata che l’oligarchia dell’Europa occidentale sta cercando di costruirle contro, la storia si ripeterà sotto forma di una tragedia ancora più definitiva di quella che ha distrutto l’antichità greca. Perché adesso c’è in scena l’Apocalisse nucleare.

Ma la storia sembra ripetersi, fino adesso, sotto forma di farsa. Speriamo.

da qui


sabato 30 settembre 2023

le mummie egizie non possono riposare

 

Chi vuole colonizzare anche le mummie del Museo Egizio? - Tomaso Montanari

 

Nella sesta tesi sul concetto di storia (1942), Walter Benjamin scrive che «neppure i morti saranno al sicuro dal nemico, se vince. E questo nemico non ha smesso di vincere». Neppure le mummie del Museo Egizio di Torino sembrano al sicuro dalla vittoria di questa estrema destra di matrice fascista, che si salda con la precedente vittoria di una destra economica che ha smontato lo Stato stesso, imponendo il pensiero unico della privatizzazione. Si legge tutto questo, a ben guardare, nella violenta campagna contro il direttore dell’Egizio Christian Greco.

Il gene di Neanderthal non spiega (forse) solo la mortalità lombarda da Covid, ma anche il livello cavernicolo dei leghisti e dei fratellitalioti che odiano un direttore che prova (con successo) a decolonizzare un museo che nacque sottraendo all’Egitto, e a tutto il continente africano, un patrimonio capitale. Le aperture del museo alla comunità egiziana piemontese, e più in generale a quella arabofona in Italia, sono passi preziosi di un percorso che dovrebbe portare i musei italiani ad aprirsi «a tutti», come la Costituzione dice della scuola. Il terrore dei fascio-cavernicoli è evidente: in quelle sale si comincia a intravedere che una società multiculturale è non solo possibile, ma perfino più bella, umana, ricca e aperta al futuro di una asfittica e astratta celebrazione dell’identità italiana usata come una clava (per di più usata da un personale politico che ha serie difficoltà perfino con la lingua italiana). Si capisce che Greco non sia il tipo ideale di direttore, per questa destra orribile: che a Firenze medita di candidare a sindaco il direttore degli Uffizi Eike Schmidt, appena sorpreso a mettere in cattedra un terrorista nero (affidandogli una conferenza su Caravaggio, la legge e l’onore…).

Difendendo Greco, molti osservatori democratici hanno aggiunto che le pretese della destra sarebbero anche inattuabili perché l’Egizio è un ente di diritto privato. Ma questo non è vero: e anzi qua vengono alla luce gli effetti della vittoria dell’altra destra, quella neoliberista.

Alle 11.30 del 6 ottobre 2004 il Museo Egizio di Torino fu «il primo grande museo italiano a diventare Fondazione: una scelta – esultò il ministro Giuliano Urbani, Governo Berlusconi II – che renderà possibile una gestione più efficiente e moderna». La Fondazione a cui è stato conferito quell’inestimabile patrimonio pubblico per la durata di trent’anni è composta da Ministero per i Beni e le Attività Culturali, Regione Piemonte, Provincia di Torino, Città di Torino, Compagnia di San Paolo e Fondazione Cassa di Risparmio di Torino. Il primo consiglio di amministrazione assunse il direttore del museo senza nemmeno consultare il Comitato Scientifico, composto da egittologi illustri. Ma ciò che rese subito ben chiaro cosa significasse il passaggio da museo dello Stato a museo di una fondazione di diritto privato fu il nome del presidente, che non fu quello di un serio egittologo ignoto al grande pubblico (benché il regolamento di Urbani sancisse che egli avrebbe presieduto anche il comitato scientifico), bensì quello di un membro della famiglia Agnelli, e padre dell’allora vicepresidente della Fiat: lo stazzonato Alain Elkann, poi divenuto famoso come nemico mortale dei nuovi lanzichenecchi. Finito, nel 2012, il memorabile mandato di quest’ultimo, il posto è toccato ad Evelina Christillin. Naturalmente la scelta cadde su un’altra componente dell’oligarchia torinese (in una regressione dei musei pubblici verso l’antico regime), ma bisogna riconoscere che Christillin ha guidato la fondazione con saggezza, riuscendo ad assicurarle un direttore di prim’ordine come Greco: sotto la loro guida l’Egizio è tornato a svolgere, e assai bene, un servizio pubblico intellettuale (per usare un’espressione di Antonio Gramsci). Basta questo breve sunto della storia recente del museo per far capire quale sia il problema: tutto dipende dalla personalità del presidente, e dalle decisioni del consiglio d’amministrazione. Se MiC e Regione Piemonte volessero cacciare il direttore, anche contro il parere del Comune, con chi si schiererebbero i rappresentanti in consiglio di amministrazione delle fondazioni bancarie? È davvero difficile immaginare una ferma opposizione di queste ultime al potere esecutivo, e dunque alla fine sarà comunque la politica a decidere se fermarsi o se andare fino in fondo. E non basta. La riforma dei musei di Dario Franceschini (celebrata quasi da tutti coloro che oggi giustamente insorgono a favore di Greco) ha preso a modello proprio la fondazione dell’Egizio: affidando anche agli enti locali i consigli di amministrazione e i consigli scientifici dei grandi musei nazionali, e mettendo saldamente nelle mani del ministro stesso la nomina dei direttori dei musei di fascia A, scelti da una terna preparata da una commissione in cui il ministro ha sempre avuto suoi autorevoli emissari. In questo modo, si è passati dal concorso pubblico (garanzia di oggettività, e di indipendenza) a una soggezione diretta dei musei al potere politico, con esiti clamorosamente grotteschi, come per esempio la trasformazione di Pompei in una specie di sala stampa del governo Renzi, e oggi di quello Meloni.

È dunque giusto, e necessario, difendere oggi Greco e il Museo Egizio, e lottare perché i nipotini del duce si accontentino della mummia di Predappio: ma se vogliamo essere credibili, e onesti, dobbiamo anche denunciare i disastri della (non)sinistra che ha privatizzato il patrimonio, e lo ha usato come strumento di propaganda.

da qui

 

  

Lo sconto agli arabi un giusto risarcimento, per secoli abbiamo sottratto beni culturali - Luciano Canfora

Caro Direttore,

ho seguito su vari quotidiani e innanzitutto sulla torinese «Stampa» le aggressioni rivolte al direttore del Museo egizio. Brutto segno di decadenza intellettuale e civile nel nostro non felicissimo presente.

Non tocca a me ripetere l’ovvio, che cioè Christian Greco è tra i migliori egittologi su scala planetaria. Mi sembra invece opportuno soggiungere una considerazione che immagino contribuisca a dissipare equivoci che si stanno accumulando su questa vicenda. Non mi permetto di interpretare il pensiero del direttore dell’Egizio, sembra però a me molto elegante l’iniziativa che gli viene invece rimproverata: basti pensare che tanti tesori dei nostri musei di antichità provengono da paesi cui quei tesori sono stati sottratti. Faccio un esempio celebre: l’ambasciatore britannico presso l’impero ottomano, Lord Elgin, poté sottrarre a man bassa i marmi del Partenone incoraggiato a ciò dal sultano, perché l’Inghilterra cinicamente aveva aiutato l’impero ottomano contro Bonaparte, generale allora della Repubblica francese, il cui disegno era di sottrarre la Grecia al dominio turco. La liberale e civile Inghilterra preferì impedire questo disegno liberatorio, ricevendo in cambio un bel bottino di beni culturali da esporre nei propri musei. Queste storie non andrebbero mai dimenticate. Nel caso dell’Egitto il prelievo disinvolto di tantissimi beni culturali è durato secoli. Ristabilire un rapporto civile e cordiale è una forma elegante di «risarcimento».

So benissimo quante repliche nevrotiche susciteranno queste mie righe e tuttavia Gliele invio serenamente.

Spero davvero che Torino non perda Christian Greco.

da qui




venerdì 25 marzo 2022

Guerra senza fine?

 Finché c’è guerra c’è speranza? e per chi? – Francesco Masala

cosa possiamo sperare, in Italia, se i padri (ig)nobili di un partito al governo  – partito che ha lo stesso nome di quello della guerrafondaia Hillary Clinton – sono a libro paga di una delle più grandi imprese europee che fa i soldi con le guerre?

ultimo arrivo: leggi qui

possiamo pensare che siano impegnati a promuovere la pace?

possiamo pensare che siano interessati alla vita dei poveri ucraini, se finché c’é guerra c’é speranza di fare ancora più soldi?

canta un premio Nobel (*):

Lasciate che vi faccia una domanda
il vostro denaro è così potente
che pensate potrà comprarvi il perdono?

Io penso che scoprirete
quando la morte chiederà il suo pedaggio
che tutto il denaro che avete fatto
non riscatterà la vostra anima

E spero che voi moriate
spero che la vostra morte arriverà presto
seguirò la vostra bara
nel pomeriggio opaco
veglierò mentre siete sepolti
sotto il vostro letto di morte
e resterò sulla vostra tomba
finché sarò sicuro che siete morti.


 

Intervista a Noam Chomsky: i colloqui di pace in Ucraina “non andranno da nessuna parte” se gli Stati Uniti continuano a rifiutarsi di aderire

Mentre la Russia intensifica il suo assalto all’Ucraina e le sue forze avanzano su Kiev, i colloqui di pace tra le due parti dovevano riprendere il 14 marzo, poi sono stati rinviati un’altra volta al 15 marzo. Sfortunatamente, alcune opportunità per un accordo di pace sono già state sprecate, quindi è difficile essere ottimisti su quando la guerra finirà. Indipendentemente da quando o come finirà la guerra, tuttavia, il suo impatto si fa già sentire in tutto il sistema di sicurezza internazionale, come mostra il riarmo dell’Europa. L’invasione russa dell’Ucraina complica anche la lotta urgente contro la crisi climatica. La guerra sta avendo un pesante tributo sull’Ucraina e sull’ambiente, ma offre anche all’industria dei combustibili fossili una leva in più tra i governi.

Nell’intervista che segue, l’accademico e dissidente di fama mondiale Noam Chomsky condivide le sue opinioni sulle prospettive di pace in Ucraina e su come questa guerra possa influire sui nostri sforzi per combattere il riscaldamento globale.

Noam Chomsky, riconosciuto a livello internazionale come uno dei più importanti intellettuali viventi, è autore di circa 150 libri e destinatario di decine di premi prestigiosi, tra cui il Sydney Peace Prize e il Kyoto Prize (l’equivalente giapponese del Premio Nobel), e di decine di dottorati honoris causa dalle università più rinomate del mondo. Chomsky è Professore Emerito al MIT e attualmente Professore Emerito presso l’Università dell’Arizona.

C.J. Polychroniou: Noam, mentre un quarto round di negoziati doveva svolgersi oggi (14 marzo u.s., ndr) tra i rappresentanti russi e ucraini, ora è rinviato a domani (15 marzo u.s., ndr) e sembra ancora improbabile che la pace in Ucraina possa essere raggiunta presto. Gli ucraini non sembrano volersi arrendere e Putin pare determinato a continuare la sua invasione. In tale contesto, cosa pensa della risposta del presidente ucraino Volodymyr Zelensky alle quattro richieste fondamentali di Vladimir Putin, che erano (a) cessare l’azione militare, (b) riconoscere la Crimea come territorio russo, (c) modificare la Costituzione ucraina per sancire la neutralità, e (d) riconoscere le repubbliche separatiste nell’Ucraina orientale?

Noam Chomsky: Prima di rispondere, vorrei sottolineare la questione cruciale che deve essere in prima linea in tutte le discussioni su questa terribile tragedia: dobbiamo trovare un modo per porre fine a questa guerra prima che si intensifichi, possibilmente fino alla totale devastazione dell’Ucraina e fino ad inimmaginabili e ulteriori catastrofi. L’unico modo è un accordo negoziato. Piaccia o no, questo deve fornire una sorta di via di fuga per Putin, o accadrà il peggio. Non la vittoria, ma una via di fuga. Queste preoccupazioni devono essere al primo posto nelle nostre menti.

Non credo che Zelensky avrebbe dovuto semplicemente accettare le richieste di Putin. Penso che la sua risposta pubblica il 7 marzo sia stata giudiziosa e appropriata.

In queste osservazioni, Zelensky ha riconosciuto che l’adesione alla NATO non è un’opzione per l’Ucraina. Ha anche insistito, giustamente, sul fatto che le opinioni delle persone nella regione del Donbass, ora occupata dalla Russia, dovrebbero essere un fattore cruciale nel determinare una qualche forma di accordo. In breve, sta ribadendo quello che molto probabilmente sarebbe stato un percorso per prevenire questa tragedia, anche se non possiamo saperlo, perché gli Stati Uniti si sono rifiutati di provarci.

Come si è capito da molto tempo, decenni in effetti, per l’Ucraina entrare a far parte della NATO sarebbe un po’ come se il Messico si unisse a un’alleanza militare guidata dalla Cina, ospitando manovre congiunte con l’esercito cinese e mantenendo armi puntate su Washington. Insistere sul diritto sovrano del Messico a farlo sarebbe oltremodo stolto (e, fortunatamente, nessuno solleva una tale istanza). L’insistenza di Washington sul diritto sovrano dell’Ucraina di aderire alla NATO è ancora peggiore, poiché pone una barriera insormontabile alla risoluzione pacifica di una crisi che è già un crimine sconvolgente e che presto diventerà molto peggiore se non risolta mediante negoziati a cui Washington si rifiuta di aderire.

Questo atteggiamento riguardo alla sovranità appare del tutto incoerente rispetto allo spettacolo caricaturale che dà di sé il leader mondiale del disprezzo sfacciato per questa dottrina, dileggiata in tutto il Sud del mondo, sebbene gli Stati Uniti e l’Occidente in generale, millantino la loro impressionante disciplina e si atteggino a difensori della sovranità, o almeno fingano di farlo.

Le proposte di Zelensky riducono notevolmente il divario rispetto alle richieste di Putin e offrono l’opportunità di portare avanti le iniziative diplomatiche intraprese da Francia e Germania, con un limitato sostegno cinese. I negoziati potrebbero avere successo o potrebbero fallire. L’unico modo per scoprirlo è provare. Naturalmente, i negoziati non andranno da nessuna parte se gli Stati Uniti persisteranno nel loro ostinato rifiuto di aderire, sostenuti dal commissariato virtualmente unito, e se la stampa continuerà a insistere affinché il pubblico rimanga all’oscuro rifiutandosi persino di riportare le proposte di Zelensky…

(Traduzione dall’inglese di Veronica Tarozzi. Revisione di Thomas Schmid.)

continua qui


articoli di Noam Chomsky, Luciano Canfora, Alessandro Robecchi, Disarmisti esigentiSandro Curatolo, Salvatore PaliddaBenedetta Piola Caselli, Avvocato di strada, Maurizio AcerboAntonio Tricarico, Stefano Galieni, Manifesta, Gianni Lixi, Vittorio Di Giuseppe, Pino Cabras, F. William Engdahl, Michele Bollino, Roberto Lovattini, Benito d’Ippolito, Stefano Fassina, Peace Brigades International, Comidad, Francesco Masala, Bob Dylan, Andrea Masala, Edoardo Sanguineti, Aldo Zanchetta, Riccardo Gianola, Mauro Biglino, Branko Marcetic, Vincenzo Costa, Edoardo Bennato e Franco Cardini



...continua qui

venerdì 18 marzo 2022

La guerra: troppo seria per lasciarla ai generali

 La guerra è una cosa troppo seria per lasciarla fare ai generali, diceva Georges Clemenceau in altri tempi.

Ma i tempi cambiano, adesso i generali sono prudenti, e i politici sono incendiari, ed è un grave problema.

Vorrei provare a fare un piccolo ragionamento, che riguarda l’ignobiltà dei sostenitori dell’Ucraina che inviano armi, oltre che l’ignobiltà di Zelensky, non certo la nobiltà di Putin.

Intanto provo a fare una ricostruzione dei fatti, spero condivisibile e condivisa.

In questa storia ci sono anche i bari, che si chiamano Usa e Nato (dell’Europa nessuno si senta escluso), che avevano promesso che la Nato non si sarebbe allargata a Est. Nel grande gioco iniziato dopo la caduta del Muro di Berlino gli Usa e la Nato, contrariamente alle promesse di disgelo definitivo, hanno per trent’anni allargato la ragnatela della Nato per soffocare la Russia, questo è un fatto, basta guardare le carte geografiche, una partita a scacchi nella quale la Nato ha conquistato molte caselle che dopo il 1989 erano diventate libere.

Negli ultimi anni la Nato voleva inglobare l’Ucraina, per chiudere la Russia e per potere, se necessario, piazzare i suoi missili sui confini a est, oltre che chiudere il Mar Nero alle navi russe.

Nel 2014 la Russia si è ribellata al gioco Nato, si è ripresa la Crimea, e un referendum nel quale hanno votato i tre quarti degli aventi diritto, e di questi il 96% ha votato per l’annessione alla Russia (sulla legalità di tale determinazioni ci sono diverse opinioni, per esempio qui e qui) e ha sostenuto le due repubbliche russofone del Donbass.

Da allora sono successe molte cose in questi anni, la Russia ha continuato, ignorata, a chiedere che l’Ucraina non entrasse nella Nato, che la Crimea russa venisse riconosciuta e che le repubbliche del Donbass (in una continua situazione di guerra a bassa intensità, ma temo che le vittime non sarebbero d’accordo sull’aggettivo bassa) avessero un’ampia autonomia, e quest’autonomia fu riconosciuta dagli accordi di Minsk, che purtroppo non divennero mai operativi.

Interpretando che le cose stessero diventando pericolose per la Russia, Putin ha insistito che venissero discusse (con Ucraina, Usa, Nato) le sue richieste, per poter raggiungere i suoi obiettivi, evidentemente.

Risposta non pervenuta.

A questo punto ha cominciato ad ammassare le truppe ai confini, per dimostrare che faceva sul serio.

Risposta non pervenuta.

Intanto Usa e Nato, parole di Biden, in caso di invasione non sarebbero intervenuti.

Un aiutino all’invasione, conoscendo la psicologia, le paure e le ambizioni di Putin e così è successo.

Fino a qui la ricostruzione dei fatti.

E invasione e guerra ci sono state, mai così prevedibili, previste, auspicate, caldeggiate.

Premetto che non si parla della nobiltà di qualcuno, ma della ignobiltà di tutti.

Di Putin (e della Russia) mi sembra che parlino tutti, o quasi, male, abbastanza a ragione direi, ma mi interessa qui provare a dimostrare l’ignobiltà di chi sta a occidente della Russia.

Le carte di Zelensky non sono molto buone, i suoi alleati europei lo sanno, ma rilanciano sempre più, mandano armi, forse qualche volontario, foreign fighters buoni, chissà.

Il primo ignobile è il comico Zelensky, che non fa ridere, ha messo sul tavolo da gioco non il suo tesoro personale (al sicuro nei paradisi fiscali), ma la vita di 42 milioni di ucraini, un piatto pesante, la Russia ha accettato la partita.

In altri tempi uno come Zelensky sarebbe stato giustiziato per tradimento, ama il suo paese così tanto da spostare i suoi soldi al caldo, ma gioca con la vita dei connazionali.

(Qualcuno dirà che i conti nei paradisi fiscali li hanno tutti, ma è una bugia)

Zelensky ha detto l’altro giorno che l’entrata dell’Ucraina nella Nato non è nei piani (non poteva dirlo e scriverlo un mese fa?), intanto fa i suoi appelli alle armi in videoconferenza nei parlamenti occidentali, che gli tributano standing ovation.

 

Dove sta l’ignobiltà dell’Europa?

Ci sono tanti motivi, eccone alcuni:

per aver scelto di seguire gli interessi Usa, tra cui la distruzione nei fatti dell’Europa, un suicidio;

per dare armi ai mercenari ucraini, come se fosse normale, come se buttare la benzina nel fuoco lo facesse spegnere prima;

per aver scelto di aumentare gli stanziamenti di guerra nei bilanci statali (sapendo che le spese “sociali” diminuiranno nella stessa misura, almeno), per aver scelto di impoverire i cittadini europei, ormai solo nazionali;

per non aver fatto niente per scongiurare la guerra.

 

Quali sono gli obiettivi dell’Europa?

Comprare il gas del fracking Usa a prezzi tripli rispetto ai prezzi del gas russo?

Sostituire Putin con un ubriacone come Eltsin? E se a sostituire Putin fosse uno Stalin?

Rubare le risorse naturali russe, come si è fatto in Iraq e in Libia?

Ottenere manodopera a buon prezzo, di visi pallidi?

Far ripartire le economie nazionali col traino delle imprese di costruzioni italiane, francesi e tedesche?

Sostenere le imprese di armamenti, che contribuiscono al finanziamento dei politici vanesi, elargiscono tangenti (scusate, si dice commissioni) ai politici, e che magari li assumono a fine carriera?

E cosa succederà se e quando la Scozia e la Catalogna si staccheranno da Gran Bretagna e Spagna, referendum o bombe?

E cosa succederà se e quando fra 25 anni la Germania, riarmata, democraticamente un po’ nazista, metterà i suoi missili contro la Francia per riprendersi Alsazia e Lorena?

Qualcuno si ricorderà di questi mesi?

Si ricorderà qualucuno che il Kosovo serviva per piazzare basi Nato, e che l’Ucraina potrebbe avere la stessa destinazione d’uso?

 

Lasciamo da parte gli Usa, il paese più terrorista del mondo non ha bisogno di motivi per fare quello che fa, è la sua natura, nelle banconote, in filigrana, sotto In God We Trust (Crediamo In Dio), è scritto Shock And Awe (Colpisci E Terrorizza).

 

Il motto delle Nazioni Unite sarà Mors Tua Vita Mea, visto l’incessante impegno dell’Onu per la pace.

 

Intanto seguiamo, impotenti, la partita a poker.

 

L’ipotesi più probabile è che la Russia otterrà (quasi) tutto quello che chiedeva, e che la guerra prevedibile, prevista, auspicata, caldeggiata sarà stata inutile, e naturalmente anche l’Ucraina otterrà una pace a condizioni ottime.

Solo che all’accordo di pace si poteva arrivare prima della guerra, se solo l’ignobile Europa si fosse adoperata in quella direzione.

Alla fine i vincitori saranno i Padroni universali, i Masters of War, i signori delle guerre, e i sicuri perdenti, che novità, la povera gente.

La Russia sarà considerata dalla comunità internazionale (così si autodefiniscono i paesi della Nato) uno stato reietto, perché ha fatto una guerra sbagliata, a differenza degli Usa e degli stati europei, che, come sanno tutti, fanno solo guerre giuste.

E la Cina, seduta sulla riva del fiume, guarda i cadaveri (degli stati) passare, sapendo che poi toccherà a lei.

Probabilmente negli Usa qualche pazzo starà sperando in un’altra guerra mondiale in Europa, e per la terza volta in un secolo gli Stati Uniti d’America salverebbero l’Europa e il mondo.

Una proposta: e se al tavolo per discutere un duraturo accordo di pace sedessero solo i pacifisti ucraini e i pacifisti russi?

Francesco Masala...

continua qui

domenica 6 febbraio 2022

Motus in fine velocior - Gianandrea Piccioli

  

La crisi della democrazia rappresentativa, da noi e non solo, è evidente. E per rendersene conto non c’era bisogno del minuetto tra Capo del Governo e Capo dello Stato, con tutto il dovuto rispetto per entrambi, per il Capo dello Stato in particolare, diventato per alcuni giorni ostaggio della Gondrand. Nella crisi di gennaio ci sono stati momenti da Commedia dell’Arte, soprattutto tra i cosiddetti partiti e il tourbillon dei presunti candidati. Particolarmente gustosa la sequenza con Maria Elisabetta Alberti Casellati, presidente del Senato. E il tutto è sembrato un grottesco remake del mitico film di Sergio Corbucci, Gli onorevoli (quello con Totò che col megafono esorta dalla finestra i condomini a votarlo: “Vota Antonio! Vota Antonio!”).

Il bene comune e la sovranità popolare non sono più la stella polare, spodestati dalla governance, letteralmente: amministrazione, gestione; in soldoni: il management ormai totalitario e globale, vero padrone del mondo. Come diceva il compianto Predrag Matvejević, viviamo in “democrature”: della democrazia è rimasta la buccia o, se si preferisce, la forma in cavo.

Lo sa bene Luciano Canfora, che ogni tanto abbandona gli studi classici per scrivere lucidissimi pamphlet politici: a La scopa di don Abbondio, del 2018 e ora ristampato, fa seguito La democrazia dei signori (entrambi Laterza). Pamphlet per struttura e vivacità d’analisi; in realtà testi utilissimi per inquadrare il disastro contemporaneo, italiano e globale.

Nel primo testo di capitolo in capitolo, apparentemente ciascuno autonomo, si sviluppa una sintetica filosofia della storia, e in appendice è riportato anche un breve straordinario discorso che nel 1948 Thomas Mann tenne negli USA denunciando il fascismo americano: non quello caricaturale, sbeffeggiato dai Blues Brothers o da Peter Sellers ne Il dottor Stranamore, ma quello vero, paranoico, dei tanti che accusavano Roosevelt “di far parte di un gigantesco complotto per vendere la nostra democrazia ai comunisti.” Non ci siamo spostati di molto… basta pensare al “democratico” Biden e al suo sereno e confuso tradimento degli accordi tra Kissinger e Gorbacev sulla Nato e sull’autonomia degli Stati europei ex sovietici, Ucraina inclusa (dovevano restare fuori dalla Nato, che si auspicava non avesse col tempo più ragion d’essere). Accordi menzionati più volte in articoli e libri anche da quel noto trinariciuto che è l’ambasciatore Sergio Romano… e ribaditi dagli accordi di Minsk del 2014 e del 2015. Accordi su accordi, tutti inevasi dall’Occidente, e ora siamo sull’orlo di una guerra epocale. Se così, col rinforzo della crisi ecologica la frittata è fatta e non se ne parla più (ma i supermiliardari si stanno già premunendo di rifugi extraterrestri.)

Pagine di straordinaria lucidità Canfora dedica anche al disastro della sinistra italiana, alla sua “disintegrazione mentale e pratica”, alla sua conversione “al più acceso liberismo in economia e al ‘liberalismo’ in politica.” Fino alla conclusione: “Non resta più nessuno; e quella larva di formazione politica che viene chiamata, in modo insapore, ‘partito democratico’ è abitata da figure della più diversa o nulla provenienza: pervase da pulsioni e rivalità di tipo meramente personalistico. (…) Peraltro sembra essere un tratto comune dei partiti politici quello di defungere senza possibilità di una seconda vita.” (La scopa di don Abbondio, pp. 57-58) E infatti ormai impera la governance, “pseudo-concetto grazie al quale è stata mandata in soffitta la sovranità popolare” (ibidem, p.34, dove si cita anche il saggio del canadese Deneault che nel suo Governance, Neri Pozza, “fa a pezzi il management totalitario”.) La gestione sostituisce la politica, e Draghi il 2 settembre 2021 può annunciare tranquillamente (“Com’è buono lei” direbbe Fantozzi): “I partiti svolgano pure il loro dibattito. Il governo va avanti.”

Se ne La scopa di don Abbondio Canfora intreccia di capitolo in capitolo una sorta di filosofia della storia, nel recente La democrazia dei signori denuncia apertamente lo stallo attuale. Intoppo pantografato dal caso-limite di Mario Draghi, calato dall’alto, imposto al Parlamento e giudicato direttamente trasferibile al Quirinale (Ciampi fu eletto alla presidenza della Repubblica 5 anni dopo esser stato Presidente del Consiglio.) Come fece notare Domenico Cella, presidente dell’Istituto De Gasperi citato a p.7: “un governo del presidente esorbita dalla cornice, oltre che dal senso, del nostro ordinamento costituzionale.” E così “il governo Mattarella-Draghi (…) costituisce un tornante nella storia politica italiana.” (p.9) Detto in soldoni: un commissariamento dei partiti. Figuriamoci poi anche il ritorno di Mattarella a furor di popolo. E, nonostante tutto, meno male che è tornato, vista l’impasse in cui il sistema era caduto.

 

Ma indipendentemente dalle nostre peripezie nazionali, comunque sempre condizionate dalla situazione globale, in entrambi i volumi Canfora analizza lucidamente e sinteticamente la situazione globale, richiamando anche qualche preveggente spunto marxista, a partire da una lettera di Marx a Engels in cui Marx scrive (l’8 ottobre 1858!) : “Il compito vero della società borghese è l’instaurazione del mercato mondiale (…). Poiché il mondo è rotondo, questo processo sembra essere arrivato a conclusione con la colonizzazione della California e dell’Australia e con l’apertura al commercio della Cina e del Giappone.” (La scopa di don Abbondio, p.37) E si arriva così all’attuale controllo economico-politico-militare di buona parte del pianeta, ai ricatti verso chi non si piega al sistema, alla devastazione ecologica in nome del decantato sviluppo (ma a vantaggio di chi?), al “progressivo avvicinamento tra le forze politiche un tempo portatrici di programmi ben diversi e visioni del mondo radicalmente contrapposte” (La democrazia dei signori, p.66), quando diventa difficile distinguere tra un Minniti e un Salvini e si concretizza un “partito unico articolato” (ibidem, p.27) mentre “la dilatazione abnorme dell’istituto regionale” ha prodotto “un contropotere paralizzante e caotico”. (ibidem, p.29) 

Si potrebbe continuare a lungo con citazioni da questo breve ma documentato e argomentato “report” sull’anomala situazione italica, sostanzialmente più o meno simile a quella della Grecia di alcuni anni fa ma con diversa importanza nel sistema, e sotto ricatto dell’Europa, con mass-media, quotidiani compresi, servi volontari di poteri forti internazionali prima ancora che locali. Il sistema è compatto, la catastrofe ambientale è arrivata all’ultimo miglio, l’Atlantico non è più il perno del mondo (e le prepotenti intemperanze statunitensi lo confermano): motus in fine velocior

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domenica 11 ottobre 2015

Il PD è naturalmente di destra e l’informazione fa la schiava


Sostiene Luciano Canfora: “Il Pd è da tempo un partito di centro e il centro da sempre ha una vocazione trasformista, quello che sta accadendo non mi stupisce”. Filologo classico, storico, saggista nonché marxista, Canfora ha un disincanto lucidissimo, se non crudele, rispetto alla cosiddetta mutazione genetica del Pd renziano.
Professore, però lo sdoganamento di Verdini è troppo anche per chi è cinicamente realista.
Verdini è una persona che dà fastidio anche avere accanto, detto questo, prenda Hollande e Valls in Francia che fanno le stesse cose della Le Pen o di Salvini contro i migranti, fenomeno epocale.
Che c’entra questo?
La crisi del socialismo reale nel 1989-1991 fa entrare in crisi anche le socialdemocrazie europee. È un paradosso ma è così. Da quel momento lo Stato sociale, che è stato lo strumento fondamentale dei socialdemocratici per contrastare l’alternativa bolscevica, è stato difeso sempre meno efficacemente dall’attacco delle destre. Allo stesso tempo è arrivata la crisi economica, che durerà ancora.
Risultato?
Negli Stati cosiddetti ricchi, le socialdemocrazie si sono snaturate tutte e Renzi fa le stesse cose degli altri, magari con maggior disinvoltura gattopardesca e trasformistica.
Se il Pd è di centro, allora non è di sinistra.
A dir il vero, la esse di sinistra, il Pd l’ha persa già quando è nato con Veltroni. Prima era Pds e poi Ds. Il Pd è una formazione centrista per la gestione dell’esistente.
Quindi ben vengano Verdini e anche Alfano.
Quello che conta è far vincere i ricatti di Confindustria e non intaccare il profitto. Per quanto riguarda Verdini, ricordo che fu Vespasiano a dire che il denaro non puzza, non olet, quando mise la tassa sui gabinetti pubblici. Lo so, è una risposta cinica ma è così.
Ma non tutto si può risolvere con il realismo. Ci sarà un’alternativa.
Lo spero ma non è facile. Ci vorrebbe una grande campagna culturale profonda. La critica ci può salvare ma ci sono le nebbie del sistema informativo.
 C’è una disinformazione di massa.
C’è una schiavitù spontanea del sistema informativo. Un autoasservimento nei confronti di un gruppo dirigente che si ritiene vincitore. Tutti si sono gettati ai piedi di Renzi. Non era riuscito, ripeto, nemmeno a Berlusconi.
C’è poi la deriva della riforma costituzionale.
La riforma è un aborto, sia chiaro ma già ai tempi della Costituente, Togliatti riteneva il Senato un ingombro. La tradizione giacobina è basata su una sola Camera a suffragio universale e con il sistema proporzionale. Il problema è che questo è un compromesso al ribasso in cui cento notabili di paese andranno lì, al Senato, a spese dei contribuenti.
La minoranza del Pd si è consegnata mani e piedi a Renzi, dopo aver minacciato per mesi battaglia.
Ma quale battaglia, c’è stata solo una contrattazione all ’interno del partito per contare di più.
Convenienze e tatticismi.
La vera questione però è un’altra. Tutto questo nasce dalla bubbola della governabilità attorno al principio maggioritario, introdotto dal referendum Segni. Vi è piaciuto il giocattolo? E adesso tenetevelo. Ecco se voi del Fatto volete fare una battaglia fondamentale dovete fare questa.
Il ritorno al proporzionale?
Sì, perché con questo astensionismo avremo solo governi della minoranza votante. Il già citato Verdini se lo augura, ha detto in tv che non c’è nulla di male nell’astensionismo. Lui non fa che ripetere con tracotanza ciò che i politologi sostengono. La sostanza è la stessa. Il Pd diventerà la nuova Dc sotto forma di Partito della Nazione. Quando Alcide De Gasperi fece il partito democratico cristiano poteva contare almeno su un elemento eversivo in più.
Cioè?
Il pensiero sociale della Chiesa che criticava i presupposti del capitalismo. Per Renzi invece c’è solo la gestione dell’esistente, anche grazie al trasformismo. Renzi ha già lo schema con cui tentare di vincere le prossime elezioni politiche. Tagli alle tasse e un po’ di salari sociali.
Il Fatto Quotidiano,  8 Ottobre 2015

sabato 29 agosto 2015

Che fare. Tra nuove schiavitù e sfruttamento intellettuale – Luciano Canfora

Per sce­gliere come agire con­viene par­tire dalla cono­scenza dei dati di fatto. Eccone alcuni, a mio avviso rilevanti:

a) Sta tor­nando, anche nel cuore di società ric­che, la schia­vitù; secondo una stima della Cgil in tale con­di­zione si tro­vano (ma le stime sono rife­rite a ciò che è visi­bile, non al som­merso) già 400.000 esseri umani, in larga parte extra­co­mu­ni­tari; il “pro­fitto” se ne giova enormemente.

b) Stret­ta­mente con­nesso è il potere incon­tra­stato dei grandi e meno grandi cen­tri mafiosi equa­mente dif­fusi nel pia­neta. (Con la vit­to­ria della “libertà” a Mosca, anche Mosca è diven­tato un epi­cen­tro mafioso). Le ban­che rici­clano indi­stur­bate il “denaro sporco”, di cui droga, pro­sti­tu­zione, capo­ra­lato, ecc. sono l’alimento. Così l’intreccio tra capi­tale finan­zia­rio e mala­vita si è com­piuto. Nella totale pas­si­vità e com­pli­cità dei poteri politici.

c) Il cosid­detto feno­meno migra­to­rio ha carat­tere strut­tu­rale ed epo­cale. Ogni tro­vata mirante a inter­rom­perlo (respin­gi­menti, inter­venti nei luo­ghi di par­tenza) è risi­bile. E’ come voler svuo­tare il mare col mestolo. L’Occidente – fab­bri­canti di armi sem­pre pronti a com­muo­versi, inter­venti impe­riali in Irak, Siria, Libia ecc. — ha creato i disa­stri, una cui con­se­guenza è tale migra­zione di popoli.

d) La muta­zione della Cina in paese iper­ca­pi­ta­li­stico a carat­tere nazio­nal­so­cia­li­sta ha chiuso il ciclo nove­cen­te­sco del “socialismo”.

e) La fine del movi­mento comu­ni­sta ha com­por­tato anche il declino delle socialdemocrazie.

f) Il mec­ca­ni­smo elet­to­rale plu­ri­par­ti­tico (carat­te­ri­stica e vanto dell’Occidente) è defunto. Ciò gra­zie a dina­mi­che liber­ti­cide irre­ver­si­bili: delega dei poteri deci­sio­nali a strut­ture tec­ni­che non elet­tive, e per di più mas­sic­cia intro­du­zione di sistemi elet­to­rali di tipo mag­gio­ri­ta­rio. Il de pro­fun­dis è stato il for­male misco­no­sci­mento della volontà espressa dal refe­ren­dum greco di luglio da parte dello stesso governo che lo aveva indetto. Ciò, per ordine e ricatto di una entità priva di qua­lun­que legit­ti­ma­zione elet­to­rale quale l’Eurogruppo.

g) Il sog­getto sociale tra­di­zio­nale dei par­titi di sini­stra è, nume­ri­ca­mente, in via di estin­zione. Mi rife­ri­sco all’operaio di fab­brica, o meglio a quella parte che veniva un tempo defi­nita “ope­rai coscienti”. Sono suben­trati per un verso la nuova schia­vitù, per l’altro un gigan­te­sco ceto medio con­dan­nato ad un cre­scente impo­ve­ri­mento, in alcuni paesi appe­san­tito dalle rigi­dità della moneta unica.

h) Una for­ma­zione poli­tica di sini­stra dovrebbe dun­que deci­dere se: (1) sce­gliere di rap­pre­sen­tare i nuovi dise­re­dati, ovvero (2) pun­tare, con qua­lun­que alleato, ad andare al governo a qua­lun­que costo per fare una qua­lun­que poli­tica. Da tempo, la ex-sinistra (in Ita­lia, Fran­cia, Ger­ma­nia, ora anche Gre­cia) ha scelto tale seconda opzione.

i) La sola bat­ta­glia pos­si­bile in que­sta situa­zione è di carat­tere cul­tu­rale, il più pos­si­bile di massa. Descri­vere scien­ti­fi­ca­mente il “capi­tale” del XXI secolo e sma­sche­rare la cosid­detta “demo­cra­zia occi­den­tale”; dif­fon­dere la con­sa­pe­vo­lezza della sua vera natura. I luo­ghi di inter­vento non sono molti. La grande stampa fun­ziona sulla base di una costante cen­sura del pen­siero cri­tico nei con­fronti dell’Occidente. Ma c’è un grande ter­reno di lotta cul­tu­rale, che è la scuola. E’ lì che si può indi­riz­zare una lotta tenace in favore del pen­siero critico.

j) Verrà sol­le­vata la que­stione: ma qual è la classe sociale di cui la sini­stra dovrebbe rap­pre­sen­tare gli inte­ressi? Lo sfrut­ta­mento non è affatto scom­parso, ma è ormai soprat­tutto sfrut­ta­mento del lavoro intel­let­tuale che costi­tui­sce la parte essen­ziale del ciclo pro­dut­tivo. E per­sino ai qua­dri medio/alti — per ora ben pagati – andrebbe fatto capire che anch’essi sono degli sfrut­tati e che chi li sfrutta è mera­mente parassitario.

k) Nell’epoca del domi­nio mon­diale del capi­tale finan­zia­rio, “il nemico” è quasi invisibile.