La Libertà Non Sta Nello Scegliere Tra Bianco E Nero, Ma Nel Sottrarsi A Questa Scelta Prescritta. (Theodor W.Adorno)
sabato 31 gennaio 2026
sabato 14 giugno 2025
domenica 20 aprile 2025
Il suicidio dell'UE e l’antica Grecia - Pino Arlacchi
(da Fatto Quotidiano, 16 aprile 2025)
L’Europa di
oggi è afflitta, come la Grecia antica, da disuguaglianze e fratture: si sta
spegnendo perché è caduta in mano a élite scadenti, preoccupate solo della
propria sopravvivenza
Con il suo
folle piano di riarmo l’élite al potere in Europa Occidentale sta tentando di
costruire una minaccia russa che esiste solo nei suoi deliri e che serve a
nascondere la sua incapacità di giocare la vera partita, che è tutta interna
all’Europa stessa.
La partita del lento e inesorabile impoverimento della sua popolazione a
vantaggio di pochi privilegiati che dura da mezzo secolo. La partita della
perdita dell’energia vitale del continente, sempre più isolato in un pianeta
non più dominato dall’Occidente e che trabocca di voglia di emancipazione e di
pace.
Il progetto
europeo, concepito dopo il 1945 come reazione a due guerre mondiali che avevano
portato l’Europa sull’orlo dell’autodistruzione, ha esaurito la sua spinta
propulsiva.
Non è più un
grande piano di pace e prosperità condivisa. Si è corrotto e ribaltato in un
cupio dissolvi, in un rinnovato impeto suicida.
Che altro
può essere se non un folle voto verso la morte l’attacco che l’oligarchia
dell’occidente europeo sta sferrando ad un’altra parte dell’Europa, la Russia,
dotata di armi di distruzione di massa in grado di distruggere l’intera civiltà
europea?
E se la
Russia decidesse di prendere sul serio la minaccia di aggressione lanciata da
Bruxelles giocando d’anticipo e prendendo l’iniziativa invece di aspettare
vent’anni come nel caso dell’Ucraina? Per il momento Putin pare più propenso a
considerare poco più che un vaniloquio le dichiarazioni della von der Leyen e
le isterie anti-russe del Parlamento europeo. Ma nel caso opposto non credo che
la fine dell’Europa avverrebbe lentamente, nell’arco di secoli o di
generazioni, come è accaduto alla sua casa madre, la Grecia classica, estintasi
per le stesse assurde ragioni promosse oggi dagli inetti leader europei.
Non sono
stati gli archi dell’invasore persiano né le lance macedoni a spegnere la voce
di Atene, ma il graduale avvelenamento delle sue stesse radici. La Grecia
classica non cadde sotto i colpi di un nemico esterno. Morì per un prolungato
suicidio, consumato nell’arco di guerre fratricide. Lo sfacelo della Grecia
antica conserva una risonanza inquietante e un’attualità che non possiamo
permetterci di ignorare.
La
narrazione tradizionale che attribuisce alla “minaccia persiana” le origini del
declino ellenico è una semplificazione storica che non regge all’analisi
critica degli eventi. Come ha osservato Arnold Toynbee, le civiltà non muoiono
assassinate, ma si suicidano. Il caso greco ha contribuito a ispirare questa
massima, rivelando come il sistema delle poleis, le città-stato, con la sua
straordinaria vitalità culturale e le sue profonde contraddizioni politiche,
contenesse già in sé i semi del proprio disfacimento.
L’evento
catalizzatore di questo processo di autodistruzione fu indubbiamente la guerra
del Peloponneso (431-404 a.C.), un conflitto che lacerò il mondo greco per 27
anni, contrapponendo Atene e la sua Lega Delio-Attica a Sparta e la Lega
Peloponnesiaca. La guerra fu iniziata dagli Spartani ma Tucidide, il grande
storico testimone diretto degli eventi, distingue tra la “causa vera” e i
“pretesti immediati”.
Secondo lui,
la causa profonda era stata “la crescita della potenza ateniese e il timore che
essa provocava in Sparta”. Atene aveva trasformato la Lega di Delo (nata come
alleanza difensiva in stile Nato contro i Persiani) in un vero e proprio impero
marittimo le cui navi minacciavano le coste del Peloponneso spartano. Quindi,
se formalmente fu Sparta a dichiarare guerra, Tucidide suggerisce che fu
l’espansionismo ateniese a rendere il conflitto praticamente inevitabile. (Vi
viene in mente qualcosa?).
I numeri
parlano da soli: Atene perse circa 30.000 cittadini durante l’epidemia di peste
del 430-429 a.C., un quarto della sua popolazione.
L’aggressione
del 415-413 a.C. contro Siracusa, una splendida polis siciliana colpevole solo
di far ombra ad Atene, si concluse con la sconfitta e la perdita di 40.000
uomini e 200 navi. Quando, nel 404 a.C., la città si arrese a Sparta, le sue
mura furono abbattute mentre i suoi abitanti piangevano la fine dell’egemonia
ateniese e, con essa, di un’epoca d’oro del pensiero umano.
Come scrive
Luciano Canfora, “La Grecia classica morì così, consumandosi in
un’interminabile successione di guerre, in cui ogni vittoria era effimera e
ogni sconfitta permanente. Solo l’arte e il pensiero greco sopravvissero, ma in
forme sempre più distaccate dalla realtà politica”.
Nel cuore di
questa autodissoluzione giaceva un paradosso irrisolto: il sistema delle
città-stato, che aveva generato l’incredibile fioritura culturale del V secolo
a. C., si rivelò incapace di evolversi verso forme di aggregazione politica più
ampia.
Ogni polis
difendeva gelosamente la propria autonomia (autonomia) e libertà (eleutheria),
considerando l’indipendenza un valore assoluto e non negoziabile. Nessun
pensatore greco andò oltre effimeri vagheggi su una federazione delle poleis di
lingua greca.
Non
dimentichiamo, al riguardo, come i padri fondatori dell’Unione europea
consideravano l’inclusione della Russia come la meta finale del cammino verso
un Europa estesa dall’Atlantico agli Urali. Cammino interrotto e progetto
espansivo crollati ormai senza rimedio. E senza alternativa.
La lezione
della caduta della Grecia classica è che nessuna eccellenza artistica e
filosofica può salvare una civiltà la cui leadership non sa affrontare le sfide
politiche e sociali del momento. Le civiltà muoiono quando perdono la capacità
di rinnovarsi dall’interno, di ringiovanire come sta adesso accadendo alla
Cina: il paese più povero del mondo che diventa tra i più ricchi nell’arco di
soli 40 anni grazie alla qualità della sua leadership e del suo progetto
socialista.
L’Europa
contemporanea è afflitta, come la Grecia antica, da disuguaglianze e fratture
che appaiono insanabili. La nostra civiltà si sta spegnendo perché è caduta in
mano a élite scadenti, preoccupate solo della propria sopravvivenza, pronte ad
asservirsi a padroni esterni e condannate a diventare vittima delle proprie
paranoie.
Se la parte
russa dell’Europa decide di prendere davvero in considerazione la minaccia
armata che l’oligarchia dell’Europa occidentale sta cercando di costruirle
contro, la storia si ripeterà sotto forma di una tragedia ancora più definitiva
di quella che ha distrutto l’antichità greca. Perché adesso c’è in scena
l’Apocalisse nucleare.
Ma la storia
sembra ripetersi, fino adesso, sotto forma di farsa. Speriamo.
lunedì 5 febbraio 2024
lunedì 13 novembre 2023
giovedì 9 novembre 2023
sabato 30 settembre 2023
le mummie egizie non possono riposare
Chi vuole colonizzare anche le mummie del Museo Egizio? - Tomaso Montanari
Nella sesta
tesi sul concetto di storia (1942), Walter Benjamin scrive che «neppure i morti
saranno al sicuro dal nemico, se vince. E questo nemico non ha smesso di
vincere». Neppure le mummie del Museo Egizio di Torino sembrano al sicuro dalla
vittoria di questa estrema destra di matrice fascista, che si salda con la precedente
vittoria di una destra economica che ha smontato lo Stato stesso, imponendo il
pensiero unico della privatizzazione. Si legge tutto questo, a ben guardare,
nella violenta campagna contro il direttore dell’Egizio Christian Greco.
Il gene di
Neanderthal non spiega (forse) solo la mortalità lombarda da Covid, ma anche il
livello cavernicolo dei leghisti e dei fratellitalioti che odiano un direttore
che prova (con successo) a decolonizzare un museo che nacque sottraendo
all’Egitto, e a tutto il continente africano, un patrimonio capitale. Le
aperture del museo alla comunità egiziana piemontese, e più in generale a
quella arabofona in Italia, sono passi preziosi di un percorso che dovrebbe
portare i musei italiani ad aprirsi «a tutti», come la Costituzione dice della
scuola. Il terrore dei fascio-cavernicoli è evidente: in quelle sale si
comincia a intravedere che una società multiculturale è non solo possibile, ma
perfino più bella, umana, ricca e aperta al futuro di una asfittica e astratta
celebrazione dell’identità italiana usata come una clava (per di più usata da
un personale politico che ha serie difficoltà perfino con la lingua italiana).
Si capisce che Greco non sia il tipo ideale di direttore, per questa destra
orribile: che a Firenze medita di candidare a sindaco il direttore degli Uffizi
Eike Schmidt, appena sorpreso a mettere in cattedra un terrorista nero
(affidandogli una conferenza su Caravaggio, la legge e l’onore…).
Difendendo
Greco, molti osservatori democratici hanno aggiunto che le pretese della destra
sarebbero anche inattuabili perché l’Egizio è un ente di diritto privato. Ma
questo non è vero: e anzi qua vengono alla luce gli effetti della vittoria
dell’altra destra, quella neoliberista.
Alle 11.30
del 6 ottobre 2004 il Museo Egizio di Torino fu «il primo grande museo italiano
a diventare Fondazione: una scelta – esultò il ministro Giuliano Urbani,
Governo Berlusconi II – che renderà possibile una gestione più efficiente e
moderna». La Fondazione a cui è stato conferito quell’inestimabile patrimonio
pubblico per la durata di trent’anni è composta da Ministero per i Beni e le
Attività Culturali, Regione Piemonte, Provincia di Torino, Città di Torino,
Compagnia di San Paolo e Fondazione Cassa di Risparmio di Torino. Il primo
consiglio di amministrazione assunse il direttore del museo senza nemmeno
consultare il Comitato Scientifico, composto da egittologi illustri. Ma ciò che
rese subito ben chiaro cosa significasse il passaggio da museo dello Stato a
museo di una fondazione di diritto privato fu il nome del presidente, che non
fu quello di un serio egittologo ignoto al grande pubblico (benché il
regolamento di Urbani sancisse che egli avrebbe presieduto anche il comitato
scientifico), bensì quello di un membro della famiglia Agnelli, e padre
dell’allora vicepresidente della Fiat: lo stazzonato Alain Elkann, poi divenuto
famoso come nemico mortale dei nuovi lanzichenecchi. Finito, nel 2012, il
memorabile mandato di quest’ultimo, il posto è toccato ad Evelina Christillin.
Naturalmente la scelta cadde su un’altra componente dell’oligarchia torinese
(in una regressione dei musei pubblici verso l’antico regime), ma bisogna
riconoscere che Christillin ha guidato la fondazione con saggezza, riuscendo ad
assicurarle un direttore di prim’ordine come Greco: sotto la loro guida
l’Egizio è tornato a svolgere, e assai bene, un servizio pubblico intellettuale
(per usare un’espressione di Antonio Gramsci). Basta questo breve sunto della
storia recente del museo per far capire quale sia il problema: tutto dipende
dalla personalità del presidente, e dalle decisioni del consiglio
d’amministrazione. Se MiC e Regione Piemonte volessero cacciare il direttore,
anche contro il parere del Comune, con chi si schiererebbero i rappresentanti
in consiglio di amministrazione delle fondazioni bancarie? È davvero difficile
immaginare una ferma opposizione di queste ultime al potere esecutivo, e dunque
alla fine sarà comunque la politica a decidere se fermarsi o se andare fino in
fondo. E non basta. La riforma dei musei di Dario Franceschini (celebrata quasi
da tutti coloro che oggi giustamente insorgono a favore di Greco) ha preso a
modello proprio la fondazione dell’Egizio: affidando anche agli enti locali i
consigli di amministrazione e i consigli scientifici dei grandi musei
nazionali, e mettendo saldamente nelle mani del ministro stesso la nomina dei
direttori dei musei di fascia A, scelti da una terna preparata da una
commissione in cui il ministro ha sempre avuto suoi autorevoli emissari. In
questo modo, si è passati dal concorso pubblico (garanzia di oggettività, e di
indipendenza) a una soggezione diretta dei musei al potere politico, con esiti
clamorosamente grotteschi, come per esempio la trasformazione di Pompei in una
specie di sala stampa del governo Renzi, e oggi di quello Meloni.
È dunque
giusto, e necessario, difendere oggi Greco e il Museo Egizio, e lottare perché
i nipotini del duce si accontentino della mummia di Predappio: ma se vogliamo
essere credibili, e onesti, dobbiamo anche denunciare i disastri della
(non)sinistra che ha privatizzato il patrimonio, e lo ha usato come strumento
di propaganda.
Lo sconto agli arabi
un giusto risarcimento, per secoli abbiamo sottratto beni culturali - Luciano Canfora
Caro Direttore,
ho seguito su vari quotidiani e
innanzitutto sulla torinese «Stampa» le aggressioni rivolte al direttore del
Museo egizio. Brutto segno di decadenza intellettuale e civile nel nostro non
felicissimo presente.
Non tocca a me ripetere l’ovvio,
che cioè Christian Greco è tra i migliori egittologi su scala planetaria. Mi
sembra invece opportuno soggiungere una considerazione che immagino
contribuisca a dissipare equivoci che si stanno accumulando su questa vicenda.
Non mi permetto di interpretare il pensiero del direttore dell’Egizio, sembra
però a me molto elegante l’iniziativa che gli viene invece rimproverata: basti
pensare che tanti tesori dei nostri musei di antichità provengono da paesi cui
quei tesori sono stati sottratti. Faccio un esempio celebre: l’ambasciatore
britannico presso l’impero ottomano, Lord Elgin, poté sottrarre a man bassa i
marmi del Partenone incoraggiato a ciò dal sultano, perché l’Inghilterra
cinicamente aveva aiutato l’impero ottomano contro Bonaparte, generale allora
della Repubblica francese, il cui disegno era di sottrarre la Grecia al dominio
turco. La liberale e civile Inghilterra preferì impedire questo disegno
liberatorio, ricevendo in cambio un bel bottino di beni culturali da esporre
nei propri musei. Queste storie non andrebbero mai dimenticate. Nel caso
dell’Egitto il prelievo disinvolto di tantissimi beni culturali è durato
secoli. Ristabilire un rapporto civile e cordiale è una forma elegante di
«risarcimento».
So benissimo quante repliche
nevrotiche susciteranno queste mie righe e tuttavia Gliele invio serenamente.
Spero davvero che Torino non perda
Christian Greco.
venerdì 9 giugno 2023
venerdì 25 marzo 2022
Guerra senza fine?
Finché c’è guerra c’è speranza? e per chi? – Francesco Masala
cosa possiamo sperare, in Italia, se i padri (ig)nobili di un partito al governo – partito che ha lo stesso nome di quello della guerrafondaia Hillary Clinton – sono a libro paga di una delle più grandi imprese europee che fa i soldi con le guerre?
ultimo arrivo: leggi qui
possiamo pensare che siano impegnati a promuovere la pace?
possiamo pensare che siano interessati alla vita dei poveri ucraini, se finché c’é guerra c’é speranza di fare ancora più soldi?
canta un premio Nobel (*):
Lasciate che vi faccia una domanda
il vostro denaro è così potente
che pensate potrà comprarvi il perdono?
Io penso che scoprirete
quando la morte chiederà il suo pedaggio
che tutto il denaro che avete fatto
non riscatterà la vostra anima
E spero che voi moriate
spero che la vostra morte arriverà presto
seguirò la vostra bara
nel pomeriggio opaco
veglierò mentre siete sepolti
sotto il vostro letto di morte
e resterò sulla vostra tomba
finché sarò sicuro che siete morti.
Intervista a Noam Chomsky: i colloqui di pace in Ucraina “non andranno da nessuna parte” se gli Stati Uniti continuano a rifiutarsi di aderire
Mentre la Russia intensifica il suo assalto all’Ucraina e le sue forze avanzano su Kiev, i colloqui di pace tra le due parti dovevano riprendere il 14 marzo, poi sono stati rinviati un’altra volta al 15 marzo. Sfortunatamente, alcune opportunità per un accordo di pace sono già state sprecate, quindi è difficile essere ottimisti su quando la guerra finirà. Indipendentemente da quando o come finirà la guerra, tuttavia, il suo impatto si fa già sentire in tutto il sistema di sicurezza internazionale, come mostra il riarmo dell’Europa. L’invasione russa dell’Ucraina complica anche la lotta urgente contro la crisi climatica. La guerra sta avendo un pesante tributo sull’Ucraina e sull’ambiente, ma offre anche all’industria dei combustibili fossili una leva in più tra i governi.
Nell’intervista che segue, l’accademico e dissidente di fama mondiale Noam Chomsky condivide le sue opinioni sulle prospettive di pace in Ucraina e su come questa guerra possa influire sui nostri sforzi per combattere il riscaldamento globale.
Noam Chomsky, riconosciuto a livello internazionale come uno dei più importanti intellettuali viventi, è autore di circa 150 libri e destinatario di decine di premi prestigiosi, tra cui il Sydney Peace Prize e il Kyoto Prize (l’equivalente giapponese del Premio Nobel), e di decine di dottorati honoris causa dalle università più rinomate del mondo. Chomsky è Professore Emerito al MIT e attualmente Professore Emerito presso l’Università dell’Arizona.
C.J. Polychroniou: Noam, mentre un quarto round di negoziati doveva svolgersi oggi (14 marzo u.s., ndr) tra i rappresentanti russi e ucraini, ora è rinviato a domani (15 marzo u.s., ndr) e sembra ancora improbabile che la pace in Ucraina possa essere raggiunta presto. Gli ucraini non sembrano volersi arrendere e Putin pare determinato a continuare la sua invasione. In tale contesto, cosa pensa della risposta del presidente ucraino Volodymyr Zelensky alle quattro richieste fondamentali di Vladimir Putin, che erano (a) cessare l’azione militare, (b) riconoscere la Crimea come territorio russo, (c) modificare la Costituzione ucraina per sancire la neutralità, e (d) riconoscere le repubbliche separatiste nell’Ucraina orientale?
Noam Chomsky: Prima di rispondere, vorrei sottolineare la questione cruciale che deve essere in prima linea in tutte le discussioni su questa terribile tragedia: dobbiamo trovare un modo per porre fine a questa guerra prima che si intensifichi, possibilmente fino alla totale devastazione dell’Ucraina e fino ad inimmaginabili e ulteriori catastrofi. L’unico modo è un accordo negoziato. Piaccia o no, questo deve fornire una sorta di via di fuga per Putin, o accadrà il peggio. Non la vittoria, ma una via di fuga. Queste preoccupazioni devono essere al primo posto nelle nostre menti.
Non credo che Zelensky avrebbe dovuto semplicemente accettare le richieste di Putin. Penso che la sua risposta pubblica il 7 marzo sia stata giudiziosa e appropriata.
In queste osservazioni, Zelensky ha riconosciuto che l’adesione alla NATO non è un’opzione per l’Ucraina. Ha anche insistito, giustamente, sul fatto che le opinioni delle persone nella regione del Donbass, ora occupata dalla Russia, dovrebbero essere un fattore cruciale nel determinare una qualche forma di accordo. In breve, sta ribadendo quello che molto probabilmente sarebbe stato un percorso per prevenire questa tragedia, anche se non possiamo saperlo, perché gli Stati Uniti si sono rifiutati di provarci.
Come si è capito da molto tempo, decenni in effetti, per l’Ucraina entrare a far parte della NATO sarebbe un po’ come se il Messico si unisse a un’alleanza militare guidata dalla Cina, ospitando manovre congiunte con l’esercito cinese e mantenendo armi puntate su Washington. Insistere sul diritto sovrano del Messico a farlo sarebbe oltremodo stolto (e, fortunatamente, nessuno solleva una tale istanza). L’insistenza di Washington sul diritto sovrano dell’Ucraina di aderire alla NATO è ancora peggiore, poiché pone una barriera insormontabile alla risoluzione pacifica di una crisi che è già un crimine sconvolgente e che presto diventerà molto peggiore se non risolta mediante negoziati a cui Washington si rifiuta di aderire.
Questo atteggiamento riguardo alla sovranità appare del tutto incoerente rispetto allo spettacolo caricaturale che dà di sé il leader mondiale del disprezzo sfacciato per questa dottrina, dileggiata in tutto il Sud del mondo, sebbene gli Stati Uniti e l’Occidente in generale, millantino la loro impressionante disciplina e si atteggino a difensori della sovranità, o almeno fingano di farlo.
Le proposte di Zelensky riducono notevolmente il divario rispetto alle richieste di Putin e offrono l’opportunità di portare avanti le iniziative diplomatiche intraprese da Francia e Germania, con un limitato sostegno cinese. I negoziati potrebbero avere successo o potrebbero fallire. L’unico modo per scoprirlo è provare. Naturalmente, i negoziati non andranno da nessuna parte se gli Stati Uniti persisteranno nel loro ostinato rifiuto di aderire, sostenuti dal commissariato virtualmente unito, e se la stampa continuerà a insistere affinché il pubblico rimanga all’oscuro rifiutandosi persino di riportare le proposte di Zelensky…
(Traduzione dall’inglese di Veronica Tarozzi. Revisione di Thomas Schmid.)
articoli di Noam Chomsky, Luciano Canfora, Alessandro Robecchi, Disarmisti esigenti, Sandro Curatolo, Salvatore Palidda, Benedetta Piola Caselli, Avvocato di strada, Maurizio Acerbo, Antonio Tricarico, Stefano Galieni, Manifesta, Gianni Lixi, Vittorio Di Giuseppe, Pino Cabras, F. William Engdahl, Michele Bollino, Roberto Lovattini, Benito d’Ippolito, Stefano Fassina, Peace Brigades International, Comidad, Francesco Masala, Bob Dylan, Andrea Masala, Edoardo Sanguineti, Aldo Zanchetta, Riccardo Gianola, Mauro Biglino, Branko Marcetic, Vincenzo Costa, Edoardo Bennato e Franco Cardini
...continua qui
venerdì 18 marzo 2022
La guerra: troppo seria per lasciarla ai generali
La guerra è una cosa troppo seria per lasciarla fare ai generali, diceva Georges Clemenceau in altri tempi.
Ma i tempi cambiano, adesso i generali sono prudenti, e i politici sono incendiari, ed è un grave problema.
Vorrei provare a fare un piccolo ragionamento, che riguarda l’ignobiltà dei sostenitori dell’Ucraina che inviano armi, oltre che l’ignobiltà di Zelensky, non certo la nobiltà di Putin.
Intanto provo a fare una ricostruzione dei fatti, spero condivisibile e condivisa.
In questa storia ci sono anche i bari, che si chiamano Usa e Nato (dell’Europa nessuno si senta escluso), che avevano promesso che la Nato non si sarebbe allargata a Est. Nel grande gioco iniziato dopo la caduta del Muro di Berlino gli Usa e la Nato, contrariamente alle promesse di disgelo definitivo, hanno per trent’anni allargato la ragnatela della Nato per soffocare la Russia, questo è un fatto, basta guardare le carte geografiche, una partita a scacchi nella quale la Nato ha conquistato molte caselle che dopo il 1989 erano diventate libere.
Negli ultimi anni la Nato voleva inglobare l’Ucraina, per chiudere la Russia e per potere, se necessario, piazzare i suoi missili sui confini a est, oltre che chiudere il Mar Nero alle navi russe.
Nel 2014 la Russia si è ribellata al gioco Nato, si è ripresa la Crimea, e un referendum nel quale hanno votato i tre quarti degli aventi diritto, e di questi il 96% ha votato per l’annessione alla Russia (sulla legalità di tale determinazioni ci sono diverse opinioni, per esempio qui e qui) e ha sostenuto le due repubbliche russofone del Donbass.
Da allora sono successe molte cose in questi anni, la Russia ha continuato, ignorata, a chiedere che l’Ucraina non entrasse nella Nato, che la Crimea russa venisse riconosciuta e che le repubbliche del Donbass (in una continua situazione di guerra a bassa intensità, ma temo che le vittime non sarebbero d’accordo sull’aggettivo bassa) avessero un’ampia autonomia, e quest’autonomia fu riconosciuta dagli accordi di Minsk, che purtroppo non divennero mai operativi.
Interpretando che le cose stessero diventando pericolose per la Russia, Putin ha insistito che venissero discusse (con Ucraina, Usa, Nato) le sue richieste, per poter raggiungere i suoi obiettivi, evidentemente.
Risposta non pervenuta.
A questo punto ha cominciato ad ammassare le truppe ai confini, per dimostrare che faceva sul serio.
Risposta non pervenuta.
Intanto Usa e Nato, parole di Biden, in caso di invasione non sarebbero intervenuti.
Un aiutino all’invasione, conoscendo la psicologia, le paure e le ambizioni di Putin e così è successo.
Fino a qui la ricostruzione dei fatti.
E invasione e guerra ci sono state, mai così prevedibili, previste, auspicate, caldeggiate.
Premetto che non si parla della nobiltà di qualcuno, ma della ignobiltà di tutti.
Di Putin (e della Russia) mi sembra che parlino tutti, o quasi, male, abbastanza a ragione direi, ma mi interessa qui provare a dimostrare l’ignobiltà di chi sta a occidente della Russia.
Le carte di Zelensky non sono molto buone, i suoi alleati europei lo sanno, ma rilanciano sempre più, mandano armi, forse qualche volontario, foreign fighters buoni, chissà.
Il primo ignobile è il comico Zelensky, che non fa ridere, ha messo sul tavolo da gioco non il suo tesoro personale (al sicuro nei paradisi fiscali), ma la vita di 42 milioni di ucraini, un piatto pesante, la Russia ha accettato la partita.
In altri tempi uno come Zelensky sarebbe stato giustiziato per tradimento, ama il suo paese così tanto da spostare i suoi soldi al caldo, ma gioca con la vita dei connazionali.
(Qualcuno dirà che i conti nei paradisi fiscali li hanno tutti, ma è una bugia)
Zelensky ha detto l’altro giorno che l’entrata dell’Ucraina nella Nato non è nei piani (non poteva dirlo e scriverlo un mese fa?), intanto fa i suoi appelli alle armi in videoconferenza nei parlamenti occidentali, che gli tributano standing ovation.
Dove sta l’ignobiltà dell’Europa?
Ci sono tanti motivi, eccone alcuni:
per aver scelto di seguire gli interessi Usa, tra cui la distruzione nei fatti dell’Europa, un suicidio;
per dare armi ai mercenari ucraini, come se fosse normale, come se buttare la benzina nel fuoco lo facesse spegnere prima;
per aver scelto di aumentare gli stanziamenti di guerra nei bilanci statali (sapendo che le spese “sociali” diminuiranno nella stessa misura, almeno), per aver scelto di impoverire i cittadini europei, ormai solo nazionali;
per non aver fatto niente per scongiurare la guerra.
Quali sono gli obiettivi dell’Europa?
Comprare il gas del fracking Usa a prezzi tripli rispetto ai prezzi del gas russo?
Sostituire Putin con un ubriacone come Eltsin? E se a sostituire Putin fosse uno Stalin?
Rubare le risorse naturali russe, come si è fatto in Iraq e in Libia?
Ottenere manodopera a buon prezzo, di visi pallidi?
Far ripartire le economie nazionali col traino delle imprese di costruzioni italiane, francesi e tedesche?
Sostenere le imprese di armamenti, che contribuiscono al finanziamento dei politici vanesi, elargiscono tangenti (scusate, si dice commissioni) ai politici, e che magari li assumono a fine carriera?
E cosa succederà se e quando la Scozia e la Catalogna si staccheranno da Gran Bretagna e Spagna, referendum o bombe?
E cosa succederà se e quando fra 25 anni la Germania, riarmata, democraticamente un po’ nazista, metterà i suoi missili contro la Francia per riprendersi Alsazia e Lorena?
Qualcuno si ricorderà di questi mesi?
Si ricorderà qualucuno che il Kosovo serviva per piazzare basi Nato, e che l’Ucraina potrebbe avere la stessa destinazione d’uso?
Lasciamo da parte gli Usa, il paese più terrorista del mondo non ha bisogno di motivi per fare quello che fa, è la sua natura, nelle banconote, in filigrana, sotto In God We Trust (Crediamo In Dio), è scritto Shock And Awe (Colpisci E Terrorizza).
Il motto delle Nazioni Unite sarà Mors Tua Vita Mea, visto l’incessante impegno dell’Onu per la pace.
Intanto seguiamo, impotenti, la partita a poker.
L’ipotesi più probabile è che la Russia otterrà (quasi) tutto quello che chiedeva, e che la guerra prevedibile, prevista, auspicata, caldeggiata sarà stata inutile, e naturalmente anche l’Ucraina otterrà una pace a condizioni ottime.
Solo che all’accordo di pace si poteva arrivare prima della guerra, se solo l’ignobile Europa si fosse adoperata in quella direzione.
Alla fine i vincitori saranno i Padroni universali, i Masters of War, i signori delle guerre, e i sicuri perdenti, che novità, la povera gente.
La Russia sarà considerata dalla comunità internazionale (così si autodefiniscono i paesi della Nato) uno stato reietto, perché ha fatto una guerra sbagliata, a differenza degli Usa e degli stati europei, che, come sanno tutti, fanno solo guerre giuste.
E la Cina, seduta sulla riva del fiume, guarda i cadaveri (degli stati) passare, sapendo che poi toccherà a lei.
Probabilmente negli Usa qualche pazzo starà sperando in un’altra guerra mondiale in Europa, e per la terza volta in un secolo gli Stati Uniti d’America salverebbero l’Europa e il mondo.
Una proposta: e se al tavolo per discutere un duraturo accordo di pace sedessero solo i pacifisti ucraini e i pacifisti russi?
Francesco Masala...
sabato 12 marzo 2022
domenica 6 febbraio 2022
Motus in fine velocior - Gianandrea Piccioli
La crisi della democrazia rappresentativa, da noi e non solo, è evidente. E
per rendersene conto non c’era bisogno del minuetto tra Capo del Governo e Capo
dello Stato, con tutto il dovuto rispetto per entrambi, per il Capo dello Stato
in particolare, diventato per alcuni giorni ostaggio della Gondrand.
Nella crisi di gennaio ci sono stati
momenti da Commedia dell’Arte, soprattutto tra i cosiddetti partiti e il tourbillon dei
presunti candidati. Particolarmente gustosa la sequenza con Maria Elisabetta
Alberti Casellati, presidente del Senato. E il tutto è sembrato un
grottesco remake del mitico film di Sergio Corbucci, Gli
onorevoli (quello con Totò che col megafono esorta dalla finestra i
condomini a votarlo: “Vota Antonio! Vota Antonio!”).
Il bene comune e la sovranità popolare non sono più la stella polare,
spodestati dalla governance, letteralmente: amministrazione,
gestione; in soldoni: il management ormai totalitario e globale, vero padrone
del mondo. Come diceva il compianto Predrag Matvejević, viviamo in
“democrature”: della democrazia è rimasta la buccia o, se si preferisce, la
forma in cavo.
Lo sa bene Luciano Canfora, che ogni tanto abbandona gli studi classici per
scrivere lucidissimi pamphlet politici: a La scopa di don Abbondio,
del 2018 e ora ristampato, fa seguito La democrazia dei signori (entrambi
Laterza). Pamphlet per struttura e vivacità d’analisi; in realtà testi
utilissimi per inquadrare il disastro contemporaneo, italiano e globale.
Nel primo testo di capitolo in capitolo, apparentemente ciascuno autonomo,
si sviluppa una sintetica filosofia della storia, e in appendice è riportato
anche un breve straordinario discorso che nel 1948 Thomas Mann tenne negli USA
denunciando il fascismo americano: non quello caricaturale, sbeffeggiato
dai Blues Brothers o da Peter Sellers ne Il dottor
Stranamore, ma quello vero, paranoico, dei tanti che accusavano Roosevelt
“di far parte di un gigantesco complotto per vendere la nostra democrazia ai
comunisti.” Non ci siamo spostati di molto… basta pensare al “democratico”
Biden e al suo sereno e confuso tradimento degli accordi tra Kissinger e
Gorbacev sulla Nato e sull’autonomia degli Stati europei ex sovietici, Ucraina
inclusa (dovevano restare fuori dalla Nato, che si auspicava non avesse col
tempo più ragion d’essere). Accordi menzionati più volte in articoli e libri
anche da quel noto trinariciuto che è l’ambasciatore Sergio Romano… e ribaditi
dagli accordi di Minsk del 2014 e del 2015. Accordi su accordi, tutti inevasi
dall’Occidente, e ora siamo sull’orlo di una guerra epocale. Se così, col
rinforzo della crisi ecologica la frittata è fatta e non se ne parla più (ma i
supermiliardari si stanno già premunendo di rifugi extraterrestri.)
Pagine di straordinaria lucidità Canfora dedica anche al disastro
della sinistra italiana, alla sua “disintegrazione mentale e pratica”, alla sua
conversione “al più acceso liberismo in economia e al ‘liberalismo’ in
politica.” Fino alla conclusione: “Non resta più nessuno; e quella larva di
formazione politica che viene chiamata, in modo insapore, ‘partito democratico’
è abitata da figure della più diversa o nulla provenienza: pervase da pulsioni
e rivalità di tipo meramente personalistico. (…) Peraltro sembra essere un
tratto comune dei partiti politici quello di defungere senza possibilità di una
seconda vita.” (La scopa di don Abbondio, pp. 57-58) E infatti
ormai impera la governance, “pseudo-concetto grazie al quale è
stata mandata in soffitta la sovranità popolare” (ibidem, p.34,
dove si cita anche il saggio del canadese Deneault che nel suo Governance,
Neri Pozza, “fa a pezzi il management totalitario”.) La gestione sostituisce la
politica, e Draghi il 2 settembre 2021 può annunciare tranquillamente (“Com’è
buono lei” direbbe Fantozzi): “I partiti svolgano pure il loro dibattito. Il
governo va avanti.”
Se ne La scopa di don Abbondio Canfora intreccia di capitolo
in capitolo una sorta di filosofia della storia, nel recente La
democrazia dei signori denuncia apertamente lo stallo attuale. Intoppo
pantografato dal caso-limite di Mario Draghi, calato dall’alto, imposto al
Parlamento e giudicato direttamente trasferibile al Quirinale (Ciampi fu eletto
alla presidenza della Repubblica 5 anni dopo esser stato Presidente del
Consiglio.) Come fece notare Domenico Cella, presidente dell’Istituto De
Gasperi citato a p.7: “un governo del presidente esorbita dalla cornice, oltre
che dal senso, del nostro ordinamento costituzionale.” E così “il governo
Mattarella-Draghi (…) costituisce un tornante nella storia politica italiana.”
(p.9) Detto in soldoni: un commissariamento dei partiti. Figuriamoci poi anche
il ritorno di Mattarella a furor di popolo. E, nonostante tutto, meno male che
è tornato, vista l’impasse in cui il sistema era caduto.
Ma indipendentemente dalle nostre peripezie nazionali, comunque sempre
condizionate dalla situazione globale, in entrambi i volumi Canfora analizza
lucidamente e sinteticamente la situazione globale, richiamando anche qualche
preveggente spunto marxista, a partire da una lettera di Marx a Engels in cui
Marx scrive (l’8 ottobre 1858!) : “Il compito vero della società borghese è
l’instaurazione del mercato mondiale (…). Poiché il mondo è rotondo, questo
processo sembra essere arrivato a conclusione con la colonizzazione della
California e dell’Australia e con l’apertura al commercio della Cina e del
Giappone.” (La scopa di don Abbondio, p.37) E si arriva così
all’attuale controllo economico-politico-militare di buona parte del pianeta,
ai ricatti verso chi non si piega al sistema, alla devastazione ecologica in
nome del decantato sviluppo (ma a vantaggio di chi?), al “progressivo
avvicinamento tra le forze politiche un tempo portatrici di programmi ben
diversi e visioni del mondo radicalmente contrapposte” (La democrazia dei
signori, p.66), quando diventa difficile distinguere tra un Minniti e un
Salvini e si concretizza un “partito unico articolato” (ibidem, p.27)
mentre “la dilatazione abnorme dell’istituto regionale” ha prodotto “un
contropotere paralizzante e caotico”. (ibidem, p.29)
Si potrebbe continuare a lungo con citazioni da questo breve ma documentato
e argomentato “report” sull’anomala situazione italica, sostanzialmente più o
meno simile a quella della Grecia di alcuni anni fa ma con diversa importanza
nel sistema, e sotto ricatto dell’Europa, con mass-media, quotidiani compresi,
servi volontari di poteri forti internazionali prima ancora che locali. Il
sistema è compatto, la catastrofe ambientale è arrivata all’ultimo miglio,
l’Atlantico non è più il perno del mondo (e le prepotenti intemperanze
statunitensi lo confermano): motus in fine velocior…
lunedì 12 aprile 2021
domenica 11 ottobre 2015
Il PD è naturalmente di destra e l’informazione fa la schiava
sabato 29 agosto 2015
Che fare. Tra nuove schiavitù e sfruttamento intellettuale – Luciano Canfora
a) Sta tornando, anche nel cuore di società ricche, la schiavitù; secondo una stima della Cgil in tale condizione si trovano (ma le stime sono riferite a ciò che è visibile, non al sommerso) già 400.000 esseri umani, in larga parte extracomunitari; il “profitto” se ne giova enormemente.
b) Strettamente connesso è il potere incontrastato dei grandi e meno grandi centri mafiosi equamente diffusi nel pianeta. (Con la vittoria della “libertà” a Mosca, anche Mosca è diventato un epicentro mafioso). Le banche riciclano indisturbate il “denaro sporco”, di cui droga, prostituzione, caporalato, ecc. sono l’alimento. Così l’intreccio tra capitale finanziario e malavita si è compiuto. Nella totale passività e complicità dei poteri politici.
c) Il cosiddetto fenomeno migratorio ha carattere strutturale ed epocale. Ogni trovata mirante a interromperlo (respingimenti, interventi nei luoghi di partenza) è risibile. E’ come voler svuotare il mare col mestolo. L’Occidente – fabbricanti di armi sempre pronti a commuoversi, interventi imperiali in Irak, Siria, Libia ecc. — ha creato i disastri, una cui conseguenza è tale migrazione di popoli.
d) La mutazione della Cina in paese ipercapitalistico a carattere nazionalsocialista ha chiuso il ciclo novecentesco del “socialismo”.
e) La fine del movimento comunista ha comportato anche il declino delle socialdemocrazie.
f) Il meccanismo elettorale pluripartitico (caratteristica e vanto dell’Occidente) è defunto. Ciò grazie a dinamiche liberticide irreversibili: delega dei poteri decisionali a strutture tecniche non elettive, e per di più massiccia introduzione di sistemi elettorali di tipo maggioritario. Il de profundis è stato il formale misconoscimento della volontà espressa dal referendum greco di luglio da parte dello stesso governo che lo aveva indetto. Ciò, per ordine e ricatto di una entità priva di qualunque legittimazione elettorale quale l’Eurogruppo.
g) Il soggetto sociale tradizionale dei partiti di sinistra è, numericamente, in via di estinzione. Mi riferisco all’operaio di fabbrica, o meglio a quella parte che veniva un tempo definita “operai coscienti”. Sono subentrati per un verso la nuova schiavitù, per l’altro un gigantesco ceto medio condannato ad un crescente impoverimento, in alcuni paesi appesantito dalle rigidità della moneta unica.
h) Una formazione politica di sinistra dovrebbe dunque decidere se: (1) scegliere di rappresentare i nuovi diseredati, ovvero (2) puntare, con qualunque alleato, ad andare al governo a qualunque costo per fare una qualunque politica. Da tempo, la ex-sinistra (in Italia, Francia, Germania, ora anche Grecia) ha scelto tale seconda opzione.
i) La sola battaglia possibile in questa situazione è di carattere culturale, il più possibile di massa. Descrivere scientificamente il “capitale” del XXI secolo e smascherare la cosiddetta “democrazia occidentale”; diffondere la consapevolezza della sua vera natura. I luoghi di intervento non sono molti. La grande stampa funziona sulla base di una costante censura del pensiero critico nei confronti dell’Occidente. Ma c’è un grande terreno di lotta culturale, che è la scuola. E’ lì che si può indirizzare una lotta tenace in favore del pensiero critico.
j) Verrà sollevata la questione: ma qual è la classe sociale di cui la sinistra dovrebbe rappresentare gli interessi? Lo sfruttamento non è affatto scomparso, ma è ormai soprattutto sfruttamento del lavoro intellettuale che costituisce la parte essenziale del ciclo produttivo. E persino ai quadri medio/alti — per ora ben pagati – andrebbe fatto capire che anch’essi sono degli sfruttati e che chi li sfrutta è meramente parassitario.
k) Nell’epoca del dominio mondiale del capitale finanziario, “il nemico” è quasi invisibile.