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mercoledì 28 dicembre 2016

Chomsky e Brian Eno: perché abolire l’accordo con la Turchia sui migranti





Pubblichiamo l’appello di DieM25 alle più alte cariche europee affinché venga interrotto l’accordo con la Turchia, definito “un meccanismo perverso e surrettizio con cui gli stati membri negano le proprie responsabilità verso i rifugiati”. Tra i firmatari Noam Chomsky, Brian Eno, Yanis Varoufakis e Slavoj Žižek.
Lo scorso 29 novembre è stato presentato alla Corte di giustizia europea un ricorso per annullamento per conto di Shabbir Iqbal, un rifugiato che dopo un pericoloso viaggio è al momento in Grecia, dove rischia di essere deportato.
Si è chiesto alla Corte di controllare la legalità dell’Accordo tra l’Unione europea e la Turchia dello scorso 18 marzo, ivi comprese le disposizioni sul “ritorno” in Turchia di tutti “i clandestini e richiedenti asilo” arrivati sulle “isole greche” dopo il 20 marzo 2016. L’azione mira ad annullare l’atto nella sua interezza.
Noi, i sottoscritti, crediamo che la Corte di giustizia debba pronunciarsi a favore di questo ricorso, non solo sulla base della sua solidità giuridica e delle prove a suo sostegno, ma anche affinché i membri della più alta corte dell’Unione facciano sì che tutte le leggi e i trattati siano pienamente conformi con il diritto europeo ed internazionale, sia nella forma che nella sostanza.
Con questo ricorso è stata chiesta alla Corte una domanda molto semplice: l’accordo tra l’Unione europea e la Turchia riesce a realizzare il suo presunto obiettivo di “porre fine all’immigrazione clandestina dalla Turchia all’Unione europea”? Oppure è un meccanismo perverso e surrettizio con cui gli stati membri negano le proprie responsabilità verso i rifugiati e richiedenti asilo che arrivano sulle nostre coste, volgendo le spalle a queste vite umane e tradendo – sia nella forma che nella sostanza – ciò su cui è stato fondato questo spazio comune?
Vogliamo porre lo stesso interrogativo a voi, rappresentanti delle più alte istituzioni dell’Unione Europea, chiedendovi di fare un passo avanti e di fermare una volta per tutte questo infame accordo.
Tra i numerosi procedimenti su cui la Corte di Giustizia è chiamata a intervenire, questo potrebbe essere uno dei più cruciali di sempre: la vostra decisione avrà delle conseguenze di vasta portata per il futuro della nostra Unione e per la credibilità delle sue istituzioni.
Vi esortiamo dunque ad agire immediatamente e a fermare questo accordo. Facciamo appello a voi affinché facciate nuovamente vostre le radici umaniste dell’Unione europea, rispettiate l’obbligo di proteggere tutti i diritti umani dei migranti – a prescindere dal loro status – e mettiate fine a delle inutili sofferenze agendo prima che la Corte di Giustizia annulli il vostro patto con la Turchia.

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venerdì 11 novembre 2016

Fare i conti con il trumpismo per capire l’era post-democratica – Luca Celada


Il voto di ieri ha espresso il verdetto degli americani sulle elezioni più singolari nella storia recente del paese. Quelle che hanno visto un corpo estraneo insinuarsi in un sistema politico parso d’improvviso disperatamente anacronistico e in profonda crisi.
Le elezioni Usa del 2016 sono le ultime nell'ordine ad aver comprovato la crisi fisiologica delle democrazie sotto il peso del liberismo transnazionale che ha sconquassato le classi medie e lavoratrici ed esautorato gli elettori.
L’ascesa «distopica» e post-politica di Trump ha incarnato la reazione viscerale a un alienante ordine globale.
Proprio per questo è un errore leggerla come idiosincrasia americana. Soprattutto nel continente che nell’arco di pochi mesi ha visto barricate contro donne e bambini rifugiati, il trionfo isolazionista della Brexit, vagoni piombati in Ungheria, le ascese di Viktor Orbán, Marine Le Pen, Nigel Farage e Matteo Salvini e nelle frontiere sigillate a Ventimiglia la pietra tombale di Schengen e del progetto comunitario.
Trump probabilmente è più pericoloso di ognuno di questi aspetti ma il rancore che ha fomentato nella rust belt deindustrializzata, la paura e le divisioni come strumento demagogico legittimato dal trumpismo, è lo stesso che oggi riverbera da Mosca all’hinterland padano, agli swing states del Midwest.
Quella che inizialmente, insomma, era parsa a molti una anomalia da epoca reality o uno svarione destinato ad autocorreggersi, è finito per rivelarsi sintomo di un fenomeno più ampio, quella nuova era nazionalista in cui si possono annoverare anche le prese di potere di Temer a Brasilia e Duterte a Manila.
Sfidando i pronostici il populista post berlusconiano si è impadronito del partito conservatore nazionale e ha trascinato la politica americana fuori da ogni binario con una inquietante quanto efficace campagna demagogica. I primi ad imparare a proprie spese la lezione sono stati i repubblicani debellati come birilli nelle primarie da un candidato che nel giro di poche settimane si è impossessato del Gop sotto gli occhi increduli dell’establishment del partito.
L’esproprio è stato sancito durante la convention dai sorrisi tesi all’interno del palasport di Cleveland e dagli slogan nei comizi degli «insurrezionalisti» di Trump all’esterno, quelli in cui il leader dei Bikers for Trump, Chris Cox, mi assicurava che a gennaio avrebbe portato 1000 Harley Davidson a Washington per festeggiare l’insediamento del proprio beniamino. I tatuati centurioni ed i «patrioti» con vistose armi alla cintola sembravano improbabili corsari all’arrembaggio di un sistema che li aveva troppo a lungo ignorati. Barbari pronti a scorrazzare nei palazzi espugnati di Washington con la foga dei soviet nel Palazzo d’Inverno.
In altre parole depositari di un ardore «rivoluzionario» che Donald Trump ha cavalcato fino all’uscio dello studio ovale.
Nei giorni scorsi ha provocato abbondante scalpore e polemica in rete l’endorsement di Trump da parte di Slavoj Žižek. In realtà il filosofo sloveno ha semplicemente sottolineato che fra il liberismo socialmente moderato di una congenita insider come Hillary Clinton e il ribaltone «distruttivo» del suo avversario, è quest’ultimo ad esprimere l’impeto più plausibilmente rivoluzionario rispetto al sistema costituito.
Quello che Žižek ha definito un «riconoscimento disperato» è la valutazione che, fra i due programmi, sia la gestione oculata e moderata di una globalizzazione crepuscolare, cioè il progetto Clinton, il più nocivo. Žižek ha dato voce a chi si domanda in cuor proprio se il nichilismo nefasto, carico di isolazionismo e xenofobie, oggi espresso in molte parti del mondo non sia il fuoco purificatore che è necessario attraversare per poter costruire sulle macerie della democrazia tardo-liberista qualcosa di nuovo.
Trump, nel bene e soprattutto nel male, ha espresso col suo catartico «vaffa» al sistema, un Weltanschauung con cui i progressisti, la sinistra del mondo, non può evitare di continuare a misurarsi. E questo significa come avvenuto in America valutare se sostenere candidati imperfetti come argine alle catastrofi prorompenti o tralasciare le battaglie strategiche di retroguardia.
E ancora, se lottare per riformare il tardo capitalismo dall’interno come esorta a fare ad esempio Robert Reich, o cercarvi alternative «esterne» come propone Cornel West. E in ogni caso quali strategie adottare (ambientalismo, localismo, impegno territoriale?) in un panorama post-ideologico, post-fattuale, post-politico – sostanzialmente post-democratico.
Dalle urne americane è uscita un’unica certezza: gli interrogativi si porranno, non solo in America, sempre più urgentemente nei prossimi quattro anni. E oltre.
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Chi voterebbe alle elezioni statunitensi? "Trump", è la risposta di Žižek, noto filosofo sloveno. "Sono orrificato da lui, ma penso che sia Hillary il vero pericolo". "E' una guerriera a sangue freddo, connessa con le banche e che finge di essere progressiva a livello sociale", prosegue. Dopo aver sottolineato che Trump "disturba" il sistema americano, Žižek conclude: "se dovesse vincere, tutti e due i partiti, democratico e repubblicano, dovranno ripensarsi. Se vince Trump, il paese non diventa un regime fascista ma ci sarà un risveglio. Un nuovo processo politico si azionerebbe".
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venerdì 23 gennaio 2015

I fondamentalisti e gli Ultimi Uomini - Slavoj Zizek

Ora, mentre siamo tutti sotto choc dopo la furia omicida negli uffici di Charlie Hebdo, è il momento giusto per trovare il coraggio di pensare. Dovremmo, com’è ovvio, condannare senza ambiguità gli omicidi come un attacco alla sostanza stessa delle nostre libertà e farlo senza riserve nascoste (del tipo «comunque Charlie Hebdo provocava e umiliava troppo i Musulmani»). Ma questo pathos di solidarietà universale non è abbastanza. Dobbiamo pensare più a fondo.
Pensare più a fondo non ha nulla a che fare con la relativizzazione a buon mercato del crimine (il mantra «chi siamo noi occidentali, perpetratori di massacri terribili nel Terzo Mondo, per condannare atti simili»). Ha ancora meno a che fare con la paura patologica di molta sinistra liberal occidentale: rendersi colpevole di islamofobia. Per questa falsa sinistra ogni critica versol’Islam è espressione di islamofobia occidentale: Salman Rushdie fu accusato di aver provocato inutilmente i Musulmani e quindi di essere responsabile, almeno in parte, della fatwa che lo ha condannato a morte, eccetera. Il risultato di una simile posizione è quello che ci può aspettare in questi casi: più la sinistra liberal occidentale esprime la propria colpevolezza, più viene accusata dai fondamentalisti di ipocrisia che nasconde odio per l’Islam. Questa costellazione riproduce perfettamente il paradosso del Super-io: più obbedisci a ciò che l’Altro ti chiede, più sei colpevole. Più tolleri l’Islam, più la pressione su di te è destinata a crescere.
Ecco perché trovo insufficienti i richiami alla moderazione sulla falsariga dell’appello di Simon Jenkins («The Guardian», 7 gennaio), secondo il quale il nostro compito è quello di «non reagire eccessivamente, di non pubblicizzare eccessivamente le conseguenze dell’accaduto. È invece quello di trattare ogni evento come un episodio di orrore passeggero». L’attacco a Charlie Hebdo non è stato un mero «episodio di orrore passeggero»: seguiva un preciso piano religioso e politico e, come tale, era parte di uno schema molto più ampio. Certo: non dobbiamo reagire eccessivamente se per questo si intende soccombere a una cieca islamofobia – dovremmo però analizzare questo piano in modo spregiudicato.
Non abbiamo bisogno di demonizzare i terroristi trasformandoli in fanatici eroi suicidi, ma di sfatare questo mito demoniaco. Molto tempo fa, Friedrich Nietzsche comprese che la cultura occidentale stava andando verso l’Ultimo Uomo, una creatura apatica senza grandi passioni o impegni. Incapace di sognare e stanco della vita, l’Ultimo Uomo non prende rischi; cerca solo comfort e sicurezza, tolleranza verso gli altri: «Un piccolo veleno di tanto in tanto: è quello che ci vuole per fare sogni piacevoli. E più veleno alla fine, per una morte piacevole. Hanno i loro piccoli piaceri diurni e i loro piccoli piaceri notturni, ma hanno riguardo per la propria salute. ‘Abbiamo scoperto la felicità’ – dicono gli Ultimi Uomini, e strizzano l’occhio». Può in effetti sembrare che lo iato tra il Primo Mondo permissivo e la reazione fondamentalista corra sempre di più lungo la linea divisoria fra chi conduce una vita lunga, soddisfacente e piena di ricchezza materiale e culturale, e chi invece dedica la propria esistenza a una qualche Causa trascendente. Non è forse questa l’antitesi fra ciò che Nietzsche chiama nichilismo «passivo» e «attivo»? Noi in Occidente siamo gli Ultimi Uomini nietzschiani, immersi in stupidi piaceri quotidiani, mentre i musulmani radicali sono pronti a rischiare tutto, impegnati nella lotta fino all’autodistruzione. La seconda venuta di William Butler Yeats sembra rendere a pieno la nostra situazione attuale: «I migliori sono privi di ogni convinzione, mentre i peggiori sono pieni di appassionata intensità». È un’eccellente descrizione della frattura tra i liberali anemici e i fondamentalisti appassionati: “i migliori” non hanno più la capacità di impegnarsi interamente; “i peggiori” si impegnano in un fanatismo razzista, religioso, sessista.
Ma i terroristi fondamentalisti corrispondono veramente a questa descrizione? Ciò di cui sono privi è un tratto che si ritrova facilmente in tutti i fondamentalisti veri, dai buddisti tibetani agli Amish americani: l’assenza di risentimento e invidia, la profonda indifferenza verso lo stile di vita dei non-credenti. Se i cosiddetti fondamentalisti di oggi davvero credessero di aver trovato la loro via per la Verità, perché dovrebbero sentirsi minacciati dai non-credenti, perché dovrebbero invidiarli? Quando un buddista incontra un edonista occidentale, a malapena lo condanna: si limita a notare con benevolenza che la ricerca di felicità dell’edonista si sconfigge da sola. A differenza dei veri fondamentalisti, i terroristi pseudo-fondamentalisti sono profondamente turbati, intrigati, affascinati dalla vita peccaminosa dei non-credenti. È facile intuire che, combattendo l’altro peccaminoso, combattano in realtà la loro stessa tentazione.
È qui che la diagnosi di Yeats non è all’altezza della situazione attuale: l’intensità passionale dei terroristi testimonia una mancanza di vera convinzione. Quanto dev’essere fragile la fede di un musulmano se si sente minacciata da una stupida caricatura in un settimanale di satira? Il terrore fondamentalista non si fonda sulla certezza della propria superiorità e sul desiderio di salvaguardare l’identità religiosa e culturale dall’assalto della civiltà consumistica globale. Il problema dei fondamentalisti non è che noi li consideriamo inferiori, ma che loro stessi si sentono segretamente tali. Ecco perché le nostre rassicurazioni condiscendenti e politicamente corrette li rendono solo più furiosi, e nutrono il loro risentimento. Il problema non è la differenza culturale (il loro sforzo di preservare la propria identità), ma praticamente l’opposto: i fondamentalisti sono già come noi; segretamente hanno già introiettato i nostri parametri, alla luce dei quali misurano se stessi.
Paradossalmente, quello che manca ai fondamentalisti è proprio una dose di vera convinzione ‘razzista’: la certezza della propria superiorità. Le recenti vicissitudini del fondamentalismo islamico confermano la vecchia intuizione di Benjamin per cui «ogni ascesa del fascismo reca testimonianza di una rivoluzione fallita»: l’ascesa del fascismo rappresenta il fallimento della sinistra, ma al tempo stesso è la prova che c’era un potenziale rivoluzionario, il malcontento, che la sinistra non è stata capace di mobilitare. La stessa cosa vale per il cosiddetto ‘fascismo islamico’ di oggi? L’ascesa dell’islamismo radicale non è il correlativo esatto della scomparsa della sinistra laica nei paesi musulmani? Quando, nella primavera del 2009, i Talebani conquistarono la valle dello Swat in Pakistan, il «New York Times» scrisse che avevano organizzato «una rivolta di classe che sfrutta divisioni profonde fra un piccolo gruppo di latifondisti ricchi e i loro affittuari senza terra». Se, «approfittando delle condizioni difficili dei contadini», i Talebani stavano «sollevando l’allarme sulle condizioni sociali del Pakistan, che rimane largamente feudale», che cosa impedisce ai democratici liberal in Pakistan, così come negli Stati Uniti, di approfittare allo stesso modo di questa situazione e provare ad aiutare i contadini senza terra? La triste conseguenza di tutto questo è che le forze feudali in Pakistan sono le «alleate naturali» della democrazia liberale…
Che dire dei valori fondamentali del liberalismo: la libertà, l’uguaglianza, eccetera? Il paradosso è che il liberalismo stesso non è abbastanza forte per proteggerli dall’attacco fondamentalista. Il fondamentalismo è una reazione (una reazione falsa, mistificante, com’è ovvio) a un difetto vero del liberalismo, e per questo viene generato di continuo dal liberalismo. Lasciato a se stesso, il liberalismo si indebolirà lentamente da solo: la sola cosa che può salvare i suoi valori fondamentali è una sinistra rinnovata. Per far sopravvivere la sua eredità-chiave, il liberalismo ha bisogno dell’aiuto fraterno della sinistra radicale. È questo l’unico modo per sconfiggere il fondamentalismo, per togliergli il terreno da sotto i piedi.
Pensare in risposta agli assassinii di Parigi significa abbandonare la soddisfazione autocompiaciuta del permissivismo liberale e accettare che il conflitto fra il permissivismo liberale e il fondamentalismo è, in ultima analisi, un falso conflitto – un circolo vizioso fra due poli che si generano e si presuppongono l’uno con l’altro. Ciò che Max Horkheimer disse del fascismo e del capitalismo negli anni Trenta – quelli che non vogliono parlare in modo critico del capitalismo dovrebbero tacere anche sul fascismo – dovrebbe essere applicato anche al fondamentalismo di oggi: quelli che non vogliono parlare in modo critico della democrazia liberale dovrebbero tacere anche sul fondamentalismo religioso.
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sabato 9 giugno 2012

La Grecia ci salverà - Slavoj Zizek

Al termine della sua vita Sigmund Freud, il padre della psicoanalisi, fece la famosa domanda «che cosa vuole una donna?», ammettendo la perplessità di fronte all'enigma della sessualità femminile. Una simile perplessità sorge oggi: «Che cosa vuole l'Europa?» Questa è la domanda che voi, il popolo greco, state rivolgendo all'Europa. Ma l'Europa non sa quello che vuole. Il modo in cui gli stati europei e i media riportano ciò che sta accadendo oggi in Grecia è, credo, il miglior indicatore di che tipo di Europa vogliono. È l'Europa neoliberale, è l'Europa degli stati isolazionisti. I critici accusano Syriza di essere una minaccia per l'euro, ma Syriza è, al contrario, l'unica possibilità che ha l'Europa. Ma quale minaccia. Voi state dando all'Europa la possibilità di uscire dalla sua inerzia e di trovare una nuova via.
Nelle sue note sulla definizione di cultura, il grande poeta conservatore Thomas Eliot ha sottolineato quei momenti in cui l'unica scelta è tra eresia e il non credere. Vale a dire momenti in cui l'unico modo per mantenere il credo, per mantenere viva la religione, è necessario eseguire una diversione drastica dalla via principale. Questo è ciò che accade oggi con l'Europa. Solo una nuova eresia - rappresentata in questo momento da Syriza - può salvare ciò che vale la pena salvare dell'eredità europea, cioè la democrazia, la fiducia nelle persone, la solidarietà egualitaria. L'Europa che vincerà, se Syriza verrà messa fuori gioco, sarà un'Europa con valori asiatici: e, naturalmente, questi valori asiatici non hanno nulla a che fare con l'Asia, ma con la volontà attuale ed evidente del capitalismo contemporaneo di sospendere la democrazia.
Si dice che Syriza non ha abbastanza esperienza per governare. Sono d'accordo, manca loro l'esperienza di come far fallire un paese, truffando e rubando. Non avete questa esperienza. Questo ci porta all'assurdità dell'establishment della politica europea: ci fa la predica sul pagare le tasse, opponendosi al clientelismo greco e nello stesso tempo ripone tutte le lsue speranze sulla coalizione tra i due partiti che hanno portato la Grecia a questo clientelismo...

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