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giovedì 27 aprile 2023

Chiamatemi Sisifo - Piero Cipriano

 

L’omicidio della psichiatra di Pisa compiuto da un ex paziente dell’Spdc (Servizio Psichiatrico Diagnosi e Cura) è per molti una clava con la quale attaccare la legge Basaglia. Era accaduto qualcosa di simile nel 2013, dopo la morte di una psichiatra in un Centro di Salite Mentale di Bari, come ricordano alcune pagine del libro Il manicomio chimico (elèuthera), tornato in queste settimane nelle librerie (con una nuova introduzione), un testo scritto da Piero Cipriano intrecciando parti saggio e parti narrative. Un libro che mostra come in realtà i manicomi non sono mai stati chiusi, semplicemente oggi ci sono quelli chimici, e che aiuta proprio in questi momenti a ricordare con coraggio prima di tutto da dove occorre ripartire: non possiamo legare le persone negli Spdc come ancora accade; non ha senso considerare malattia qualsiasi disagio psichico; non possiamo dimenticare la potenza terapeutica della libertà; non è una cura prescrivere sempre più spesso e per tutta la vita psicofarmaci. Ampi stralci del primo capitolo

 

Ore, giorni, mesi, anni, asserragliato in questa Fortezza. È triste la vita, chiusa nei fortini della cura, ad aspettare. Fuori c’è il deserto dei Tartari, silente, minaccioso, dentro colleghi rassegnati e disadattati, forse più arresi alla vita dei reclusi stessi, disadattati per una loro follia diversa, scaltra, la follia della gente normale che non si fa rinchiudere ma rinchiude, che non si fa violentare ma violenta.

Io sono un infiltrato. Quando è notte aspetto. Se non dormo, vedo film. Se non vedo film, leggo. Se non leggo, scrivo. Forse, in fondo, è questa la vita che voglio. La vita di un recluso. La vita di un Minotauro. Finché, ogni tanto, suona il cicalino. Arriva, dal deserto dei Tartari, un uomo che ha perso la testa. Un folle. Arriva trasportato da un’autoambulanza, la sirena mi avvisa ancor prima del cicalino. Ma forse, ancor prima della sirena dell’ambulanza, mi avvisa un sesto senso. Un senso d’inquietudine. E mi avvio, per il dedalo dell’ospedale, verso il pronto soccorso, lo devo sedare, lo devo obbligare, lo devo spaventare, lo devo rinchiudere nel labirinto, nella Fortezza. E lo so fare. Perché io sono un Minotauro, meno mostruoso degli altri, forse, meno carnefice della fredda, meno leguleio dello svedese, meno infame della iena, meno vigliacco dello psicanalista, meno ignavo del fatalista (gli orridi personaggi che abitano il mio inconscio, sempre ammesso che l’inconscio esista, sempre ammesso che io ce l’abbia un inconscio, le parti cattive di me che ho gettato nel mondo di fuori), ma comunque, il mio, è il mestiere del carnefice.

A proposito di questo doppio ruolo, di avere a che fare con la carta e con la carne, fa comodo a tutti avere due mestieri. Così, quando sei stufo di fare il giudice dei matti, disgustato dalla delega a controllarli che lo Stato t’impone, puoi sempre dire che in fondo lo fai per campare, che di qualcosa bisogna pur vivere, ma il mio vero mestiere è scrivere, inventare le storie, viverci dentro, io vivo là, in un altro mondo. Quando, al contrario, la scrittura non viene, la pagina non rimane bianca ma peggio che bianca, imbrattata da frasi ignobili e storie ridicole, oppure le storie ci sono ma sono tutte uguali e sembrano non interessare nessuno, allora mi torna comodo dire che in fondo questo è solo uno svago, un passatempo, c’è chi gioca a carte io scrivo, che in realtà non pubblico perché non voglio, perché sono una persona seria, curo chi ha l’anima malata, io, ho altro a cui pensare che scrivere storielle, quelle sono capaci tutti, provate a tranquillizzare un agitato, provate, provate a convincere un suicida, e vedete se non vi gela il sangue nelle vene, altro che storie.

E sgravo metafore, che meglio rendano l’idea di questo mio mestiere, che forse è perfino inutile (David Graeber ha scritto qualcosa sui mestieri inutili, a volte credo che di tutti il più inutile sia il mio): sono il tenente Drogo, con una fortezza Bastiani da presidiare, sono il Minotauro, divoro chi arriva fino a questo labirinto, sono Ismaele, stivo nel Pequod magnifici capodogli impazziti, ma soprattutto sono e sarò Sisifo finché campo, l’eroe tragico, l’eroe assurdo, il brigante, e per me non esiste un lavoro più terribile, più vano, e più disperato di questo.

L’altro ieri, per esempio. Arrivo in spdc (Servizio Psichiatrico di Diagnosi e Cura) alle venti. Esce, dalla porta chiusa del reparto, l’infermiera. Le chiedo come va, com’è la situazione là dentro. Mica c’è qualcuno legato? Sì, risponde. E chi è? Uno che è arrivato ieri sera, da quando è entrato che è legato. Vado a conoscerlo. Cinquant’anni. Voce roca, un po’ impastata, per le sigarette e per i farmaci. Dice che ieri sera ha fatto un po’ di casino, perché era troppo contento. L’hanno portato in pronto soccorso. Un infermiere l’ha trattato male, lui ha reagito, e l’hanno legato. Chi era il medico? Quella donna che c’è in turno stasera, mi fa. Ma mica sono una bestia, continua, qualunque cosa avessi fatto, e le assicuro che non ho fatto nulla di che, ma è modo questo di trattare un essere umano? Dico: ho intenzione di toglierle le fasce, ma lei mi deve aiutare. Ora chiamerò qui la dottoressa che l’ha legato, no ma quella non mi slega!, non si preoccupi, chiamerò pure gli infermieri, e le farò delle domande, davanti a loro, lei dimostri che è pronto per essere sciolto.

Cerco la collega. Mi racconta, a modo suo, dell’uomo legato. Dice è un alcoolista e un cocainomane. Dice è uno che ruba in casa e fuori casa. Dice è uno senza un lavoro fisso. Dice aggredisce i familiari. Dice fa una terapia antidepressiva ma forse ne fa troppa, e insieme con la cocaina e l’alcool deve essere andato in eccitamento. Dice ieri sera era così eccitato che si arrampicava sui muri (questa è una di quelle espressioni stereotipe che chi lega spesso adopera, per enfatizzare l’ineluttabilità delle fasce, però io non ho mai visto nessuno arrampicarsi sui muri). Dico ok, ora però vieni con me che lo andiamo a slegare. Dice non sono d’accordo, l’ho valutato appena due ore fa e straparlava, era logorroico, disorganizzato, minaccioso. Dico io invece ci ho parlato giusto due minuti fa e tutto ciò che elenchi non c’è più, quindi vieni con me a slegarlo, per favore. Convoco tutti nella stanza dell’uomo legato, dottoressa e infermieri. Formulo al paziente le assurde domande che questi operatori vogliono sentire per poter procedere allo slegamento. Si sente più tranquillo? Sì vostro onore. Accetta di prendere i farmaci che le daremo? Sì vostro onore. Accetta di proseguire il ricovero per almeno un’altra settimana? Sì vostro onore. Ebbene, dico agli altri, la decisione è presa, il paziente verrà sciolto. L’infermiere maschio abbozza. Gli va a fare la terapia, Depakin per bocca, Abilify intramuscolo nel sedere, en endovena nel braccio, tutte le vie di somministrazione le abbiamo percorse. Questo è il baratto necessario. Per togliergli le fasce dagli arti gli devi mettere i farmaci nel cervello. Da qualche parte lo devi legare. Lo sciogliamo. L’uomo legato non batte ciglio. L’infermiere si aspetta qualche reazione. Un minimo. Invece rimane in posizione clinica ancora un po’, anche se le fasce non le ha più. L’uomo con la calamita esce e l’uomo sciolto mi stringe la mano, con molta forza, e mi dice: se non c’era lei, stasera, io restavo fino a domani mattina, come minimo. Grazie, gli dico, grazie a lei, per la pazienza. Io non l’avrei avuta la sua stessa pazienza, davvero.

Oggi, per esempio. Un ragazzo di vent’anni, ricoverato da poche ore, un po’ delinquente (spaccio, uso di cannabis e cocaina, piccoli furti) e un po’ eccitato nell’umore (forse ancora per l’effetto di cocaina e cannabis), non vuole andare nel suo spdc di competenza territoriale. Gli spiego: guarda, qui abbiamo quattordici posti, e siete in diciotto. Se tu fossi il quattordicesimo ricoverato ti terrei, anche se appartieni a un altro spdc, ma siccome sei il diciottesimo, e lì hanno posto, devi essere trasferito. Lui mi dice che non ci va lì, manco morto, che lì ha già fatto due ricoveri, e ogni volta lo hanno legato, per cui se lo voglio trasferire devo passare sul suo corpo, anzi, lo devo uccidere. Dico no, guarda, non posso proprio, non puoi restare, ti do mezz’ora, preparati la borsa che faccio venire l’ambulanza per il trasferimento. Io mi giro e lui rompe un vetro con un pugno, e col pugno sanguinante mi minaccia: se mi trasferisci te la vedi con me, bastardo!

Ora, io lo comprendo perché lui non ci vuole andare in quell’altro spdc, è un spdc hard, di quelli dove, senza troppe cerimonie, prima ti legano, e poi discutono, però lui non lo sa che pure qui sta andando incontro allo stesso tipo di trattamento. Provo a spiegarglielo, a dirgli che il rischio di essere legato c’è anche qui, e che è meglio se accetta di andare perché, se rimane tranquillo, non potrà succedergli nulla, né qui né in quell’altro spdc. Ma lui niente. È irremovibile. Si spezza ma non si piega. Mentre io penso, ok, prendiamo tempo, qualcuno informa il direttore che lo psichiatra riluttante prende tempo, non decide, forse non sa che fare. Il direttore viene in reparto a parlare con me e dice: non esiste al mondo che lo tieni qua, abbiamo quattro pazienti in soprannumero e lui deve andare nel suo spdc, o con le buone o con le cattive, per cui ti do un quarto d’ora, o lo convinci oppure lo sedi, lo impacchetti e lo invii. Provo a spiegargli che non è né agitato né aggressivo, che non ci vuole andare in quel reparto perché ha paura, che lì l’hanno sempre legato nei precedenti ricoveri. E io che faccio, siccome ha paura che in quel reparto verrà legato, lo lego? Per un problema burocratico? Di competenza territoriale? Lui mi fa: ti do un quarto d’ora, se non lo fai tu lo faccio io.

Esco nel corridoio e ripenso a quel che sosteneva uno psichiatra di Napoli: l’urgenza, in psichiatria, non esiste. Non esiste l’urgenza, continuo a pensare, in questo quarto d’ora che mi ha dato. Intanto il quarto d’ora è passato e lui, con tutta la sua urgenza, tra poco verrà, e chiamerà i vigilantes, e raccoglierà tutto il personale sanitario e ausiliario per prenderlo, legarlo, sedarlo, e spedirlo. E io rimarrò a guardare. E lui, alla fine dell’urgenza, mi dirà che non sono adatto a lavorare in spdc, perché non so gestire l’urgenza. O forse perché non sono tagliato per la medicina dell’obbedienza.

E sono passati già venti minuti e penso a quel che suggerivano i fenomenologi, Edmund Husserl, che bisogna fare epoché, sospendere il giudizio, e a quel che diceva Basaglia, che bisogna mettere tra parentesi la malattia mentale, ma a volte, come adesso, mi sa che è necessario perfino sospendere l’azione, e io quello sto facendo, sto fermando l’azione, e se potessi fermerei anche il tempo. E mi ritorna in mente una cosa che ho letto mesi fa, uno dei più grandi manager degli ultimi decenni, Jack Welch della General Electric mi pare, per un’ora al giorno guardava dalla finestra. Ecco, ora lo faccio pure io, mi metto a guardare fuori dalla finestra, da questa finestra con le sbarre, così provo a fermare il tempo. E mentre guardo fuori mi ricordo di Oblomov, l’accidioso personaggio di Ivan Gončarov, e penso che ormai nessuno, e non solo tra chi fa il mio mestiere, ha più il tempo per pensare, per riflettere. Oblomov rappresenta l’ozioso, ma l’ozio permette di riflettere, e io sto riflettendo, e mi torna in mente La banalità del male, e la domanda di Hannah Arendt agli ebrei: ma perché non vi siete ribellati? Non sarebbero stati sei milioni, le vittime dell’olocausto, se i funzionari ebrei si fossero ribellati alle direttive naziste, e penso ad alcuni miei colleghi in particolare, non tutti, ma alcuni sono veramente dei burocrati, obbedienti agli ordini, tanti piccoli Adolf Eichmann che fanno il male mica perché amano fare il male, no, manco si rendono conto di fare il male, lo fanno proprio perché si attengono scrupolosamente alla legge, ai protocolli, alle regole, alle linee guida, alle direttive dei primari, a prescindere dall’eticità di queste leggi, di questi protocolli, di queste linee guida, potevate astenervi, dice la Arendt agli ebrei che hanno collaborato alla soluzione finale, potevate non partecipare, e io ora sento questo mio umore farsi sempre più socratico, e so che è proprio questo il momento giusto per disobbedire, perché è meglio subire un torto che commetterlo, è meglio che io sia in disaccordo col mondo, se il mondo ha leggi ingiuste, piuttosto che essere in disaccordo con me stesso, perché io, poi, con me stesso ci devo continuare a vivere, io, poi, torno a casa e devo guardare in faccia le mie figlie, e dunque sto continuando a riflettere invece di agire, l’urgenza del direttore, dov’è adesso l’urgenza di agire, e dove sarà adesso il direttore e a che punto sarà la sua urgenza, io intanto mi sto calmando, e magari pure il ragazzo sta riflettendo, e si sta calmando, ed è passata già mezz’ora, anzi quasi quaranta minuti, e meno male che il direttore non è ancora venuto, battagliero, risoluto, determinato ad acchiapparlo e sedarlo e legarlo e spedirlo. Sarà stato trattenuto da qualche telefonata, per fortuna, perché il ragazzo nel frattempo ha riflettuto e si è calmato, e viene da me e mi dice: va bene, se non ho alternative allora vado nell’altro spdc.

Ora sono al bar, ho stimbrato, sono di nuovo un uomo libero, senza capi, via dall’urgenza e dalle leggi assurde, sorseggio un tè con due giovani tirocinanti, una molto bella, ma con uno sguardo melanconico, l’altra più lieve, con un piercing, quest’ultima mi fa: ma solo tu lavori in questo modo? Io dico: non proprio. Siamo in pochi, questo sì. Ma… siamo una minoranza forte. Quelli come me sapete come li chiamano? Ci chiamano i basagliani. E così ne approfitto per parlare loro di Franco Basaglia.

da qui

venerdì 10 dicembre 2021

Carriere e anticarriere in salute mentale - Piero Cipriano

 

(nuova introduzione a 'La fabbrica della cura mentale')

 

All’inizio del 2021 esce il libro di uno psichiatra ormai in pensione che romanza l’arte di legare le persone. Questo psichiatra ha esercitato la professione nella città di Genova, città molto poetica, lui si chiama Paolo Milone. Il libro è abbastanza ben scritto e siccome non è un saggio ma una sorta di romanzo ecco che ci frega. Abboccano per primi alcuni intellettuali insospettabili, che non avrei mai creduto capaci di applaudire a questa malafede psichiatrica camuffata da gesto narrativo. Intellettuali convinti che siccome la letteratura è letteratura, in quanto tale deve poter dire tutto, Contro l’impegno, per dirla con Walter Siti.

La letteratura d’altra parte è magica, e ha il potere di muovere gli eventi e far rinascere, come zombie, certe pratiche che credevamo di aver seppellito. Come ogni magia la letteratura può essere bianca oppure nera, quando la letteratura riesce a persuadere che legare le persone è un’arte, io dico che è una sorta di magia nera.

Come i topi del pifferaio di Hamelin, psichiatri afoni, psichiatri balbettanti, psichiatri che non hanno scritto, non dico un romanzo alla Mario Tobino (quanto gli piaceva a Mario Tobino il suo manicomio di Magliano, le libere donne, scriveva, e quanto odiò Franco Basaglia e i novatori che glielo tolsero quel suo manicomio) o alla Paolo Milone (quanto gli piace a Milone il manicomio di Quarto, quanto si è gustato la sua rivincita sui novatori con questo libro con cui ha persino vendicato Tobino di quel furto), ma nemmeno mezza pubblicazione scientifica su una qualche rivista a pagamento, ebbene psichiatri che per anni si sono vergognati di questa pratica – legare le persone, si faceva nei reparti ma senza dirlo, senza neppure scriverlo nelle cartelle cliniche talvolta – adesso che questo romanzo li ha rivalutati, dipingendoli non più come fascisti ma come artisti, ecco che anche la carriera diventa più facile. Devono ringraziare la superficialità di alcuni intellettuali, che inconsapevolmente hanno sdoganato l’arte in cui certi psichiatri si sentono maestri.

E così fa carriera lo psichiatra che nel 2006 lavorava nel SPDC di Cagliari dove fu ricoverato in TSO un venditore ambulante, Giuseppe Casu, che ebbe il TSO perché, sprovvisto di licenza elementare, senza la quale non poteva fare il venditore ambulante, lanciò una bottiglietta di acqua minerale al poliziotto municipale che gli smontava la bancarella e lo ricoverarono coattamente. Dopo una settimana di legamento al letto Giuseppe Casu morì, per un’embolia. L’immobilità forzata spesso causa tromboembolie, le persone legate quando muoiono annegano nel proprio stesso respiro. Poco dopo il corpo di Giuseppe Casu sparì dall’obitorio. Davvero. Non si trovò più. Che tipo di SPDC era questo reparto psichiatrico di Cagliari, nel 2006? Lo descrive molto bene Giovanna Del Giudice nel suo libro E tu slegalo subito. Un reparto chiuso, con una guardia giurata. Nel primo semestre dell’anno precedente i tredici medici che vi lavoravano avevano fatto ben 177 contenzioni – sì, avete letto bene, per 177 volte in sei mesi una persona era stata legata al letto – e inoltre praticavano l’elettrochoc, uno dei pochi SPDC, dei 323 attivi in Italia, dove ancora le persone venivano elettroscioccate. Nel 2012 a questo SPDC se ne aggiunge un altro, nella città di Cagliari, dove va a lavorare lo psichiatra che oggi ha vinto il posto di direttore di un CSM a Trieste. Entrambi i Servizi Psichiatrici di Diagnosi e Cura di Cagliari, dopo una felice liberazione nel periodo 2006-2012, quando la direzione del Dipartimento di Salute Mentale cagliaritano fu affidata a Giovanna Del Giudice (periodo in cui le contenzioni furono eliminate e le porte aperte), ritornarono velocemente allo status quo ante, tant’è che il Garante nazionale dei diritti delle persone detenute o private della libertà personale, nel suo rapporto del 2019, scrive che la qualità degli habitat, la pratica della contenzione, la rinnovata presenza di guardie giurate, le porte chiuse, caratterizzano entrambi i SPDC di Cagliari, in uno dei quali, tra l’altro, nel 2018 è morto un altro uomo legato.

La faccio breve: alcuni mesi fa il dottor Pierfranco Trincas, forte di questa sua lunga esperienza nei SPDC cagliaritani, ha pensato di concorrere a nuovo direttore di un Centro di Salute Mentale aperto nelle 24 ore di Trieste. Lo ridico: il direttore di un SPDC chiuso, con porte chiuse e fasce, si candida a dirigere uno dei CSM aperti 24 ore su 24, tra i più avanzati al mondo. Ciò accade perché lo psichiatra sa di avere delle chance. Forse perché l’arte di legare è stata riabilitata perfino dalla letteratura? Infatti, lo psichiatra restraint, pur senza titoli, vince il concorso.Impossibile, direte. La valutazione delle pubblicazioni e del curriculum dei candidati assegnava il primo posto a Mario Colucci, psichiatra di formazione basagliana e lacaniana, tra le altre cose redattore della rivista «aut aut», autore di decine di pubblicazioni importanti, tra le quali, coautore con Pierangelo Di Vittorio, la migliore monografia su Franco Basaglia. La prova orale, però, premia Pierfranco Trincas (era terzultimo quanto a titoli, con le sue due pubblicazioni).Per capire le ragioni di un sorpasso impossibile si può andare a vedere da chi era presieduto questo concorso che si svolge in una regione e una città amministrate dalla Lega. Lo presiedeva un’altra psichiatra della scuola dei legatori, potremmo dire. Emi Bondi, nel 2019, dirigeva il SPDC dell’ospedale Giovanni XXIII di Bergamo, reparto dove la diciannovenne Elena Casetto muore bruciata il 13 agosto di quell’anno, mentre è legata al letto. Anche in questo caso, non sto insinuando che la colpa della morte di Elena Casetto sia di questa psichiatra, ci mancherebbe altro, non posso dirlo anche perché non è stata condannata né lei né gli altri operatori sanitari del reparto (sono stati rinviati a giudizio solo due operai del servizio antincendi). Quel che voglio sottolineare, però, è il paradosso di una psichiatra, responsabile di un SPDC restraint (con porte chiuse e uso di fasce), che si trova a valutare chi debba essere il miglior candidato a direttore di un CSM aperto nelle 24 ore della città di Trieste, dove c’è un Dipartimento di Salute Mentale che ha un solo SPDC, sempre aperto e dove non si legano le persone.Insomma, si sarà ormai capito il mio punto di vista: l’arte di legare le persone è l’arte in cui devi eccellere, in questo momento storico, se vuoi fare carriera nella psichiatria italiana.

C’è un altro psichiatra che non ha mai preso le distanze dall’esercizio di quest’arte, nonostante nel 2018 la Cassazione abbia confermato la sua condanna per sequestro di persona e falso ideologico (pena sospesa perché inferiore ai due anni, mentre il reato di morte in conseguenza di altro delitto è andato in prescrizione) per la morte, nel 2009, di Franco Mastrogiovanni. Il maestro – lo chiamavano i suoi alunni – più alto del mondo. Dopo 87 ore di agonia – filmati inesorabilmente dalle telecamere a circuito chiuso del SPDC di Vallo della Lucania, poi diventati film grazie al magistrale lavoro di montaggio di Costanza Quatriglio – Mastrogiovanni, come un Cristo in croce, muore legato e l’intera équipe di medici e infermieri viene condannata. Uno di loro, il dottor Raffaele Basso, da qualche mese è il responsabile del SPDC di Frattamaggiore.

«Non si resta ancorati a una visione antica» ha puntualizzato Massimo Di Giannantonio, presidente della Società Italiana di Psichiatria, intervenendo nel dibattito del concorso triestino vinto da Trincas. Come dire che una salute mentale di comunità, senza fasce e senza reparti chiusi e con centri aperti nelle 24 ore è l’antico, mentre il ritorno dei manicomi camuffati in forma di circa 300 servizi psichiatrici ospedalieri di diagnosi, farmaco e fasce è il nuovo che avanza.

Io intanto divento sempre più vecchio, quando ho iniziato a scrivere i primi pezzi di questo libro non avevo quarant’anni e ora ho superato i cinquanta, eppure continuo a non sopportare quest’arte di legare e chi di quest’arte s’è innamorato e ne ha fatto narrazione. È più forte di me.

Sin dalla prima volta che ho messo piede in un reparto psichiatrico, l’ho sempre vista come una… cosa da pazzi, davvero, dell’altro mondo, che non sta né in cielo né in terra, una cosa che noialtri vocati a curare le persone con l’io fragile non ci possiamo permettere. Il lazo, il cappio, la fascia, la fune, la corda, noialtri che siamo gli psichiatri non dobbiamo più averli tra i nostri strumenti. E se pure fossero le nostre uniche armi per difenderci, noialtri che siamo psichiatri dobbiamo operare disarmati.

Quando arrivai in uno dei tanti SPDC dove ho lavorato, era il 2006, una delle mie prime notti di guardia, il collega che mi lasciò il reparto affidandomi i dodici pazienti ricoverati mi disse sommariamente come stava ognuno, del più turbolento disse, assertivo: Questo se continua a fare casino va legato. Nemmeno i cani lego, risposi – esagerando – al giovane collega che poi avrebbe fatto una splendida carriera come sindacalista.

Basaglia, quando il 16 novembre del 1961 arrivò nel manicomio di Gorizia come nuovo direttore, si confrontò col caposala (o meglio, l’ispettore, allora si chiamava ispettore) che voleva fargli firmare il registro delle contenzioni già fatte, e in veneziano disse E mì non firmo. Io non ero direttore, non ero veneziano e soprattutto, in quella primavera del 2006, erano già passati quarantacinque anni dal 1961 e trent’anni dall’abolizione dei manicomi, eppure quella pratica di legare le persone era più che mai in voga e anche io, come Basaglia, mi sentivo un cane, un cane in chiesa, un cane nella chiesa della psichiatria, un cane nella chiesa di questa miserabile psichiatria che legava – nei manicomi – e lega – nei SPDC – le persone, qualcuno credendo, o volendo far credere, che sia perfino un’arte. Se è un’arte, io dico che è la più miserabile delle arti.

L’ultimo episodio di non contenzione. Ve lo racconto. D’altra parte, ognuno racconta ciò che sa fare. Io, se c’è una mezza cosa che ho imparato, è cercare disperatamente di non legare le persone. Non sempre ci riesco. E le volte – non molte per fortuna – in cui non ci sono riuscito, per le tante condizioni avverse, mi sono sentito veramente una merda. Una delle volte che non ci sono riuscito l’ho raccontata proprio all’inizio de La fabbrica della cura mentale. Nel capitolo Prendila tienila legala! Allora mi dissi: mai più. Inutile dire che non sono riuscito a mantenere la promessa.

Alcuni mesi fa. Primo Maggio del 2021. Ancora non è iniziato il concertone, che stavolta si fa all’Auditorium, e ancora l’imprenditore Fedez non ha sostituito Che Guevara nel cuore del popolo della sinistra. Io sono in turno per tutto il giorno. C’è l’ex detenuto ricoverato perché fuori non ha più una casa. C’è l’euforico che è in fase mistica. Entra una nuova ragazza con idee esoteriche. I due si battono per dimostrare a se stessi e alla ragazza di essere il maschio alfa tra i ricoverati. L’euforico con un pugno stordisce l’ex detenuto. Ma l’euforico è smilzo e l’ex detenuto è un torello ex pugile. È chiaro che il duello proseguirà. Mi chiamano gli infermieri. Sono quattro. Due uomini, piazzati e calmi. Due donne, piccole e gentili. L’équipe è perfetta. Loro mi piacciono. Tutti e quattro. Non sono di quelli che perdono la pazienza, che vogliono guardare la televisione o sgranocchiare patatine o guardarsi il telefonino. E che al primo gesto di violenza ti chiedono di tirare fuori le fasce. Sanno che lavorare in un reparto psichiatrico è diverso che lavorare in altri reparti. Una specie di missione, mettiamola così. Parlo con l’euforico: Ok, hai fatto bene a mantenere la calma. Parlo con l’altro: Mi ha tirato un pugno ma non mi ha abbattuto, ora vedrà che gli faccio. Ma no, dai, tu sei un adulto in confronto a lui, un uomo maturo, dimostragli quanto sei saggio. Si puntano, si incontrano, gli infermieri ben piazzati li prendono, con forza e gentilezza allo stesso tempo, e li separano, io faccio l’arbitro, è un incontro di boxe o di lotta libera o di arte marziale da strada o da galera o da reparto psichiatrico, un duello che non si deve fare. Che dobbiamo impedire. Passa il tempo. Inizia una danza di noi, quattro infermieri, due ricoverati, un medico, altri pazienti. All’inizio il marcamento è a uomo poi diventa a zona, infine si sono sbolliti, viene l’ex detenuto da me, ride, dice: Ha visto che capacità di controllo che ho avuto? Ho preso un pugno ma non mi sono scomposto. Dico: Bravo, sei stato proprio bravo. Arrivano pure i carabinieri perché l’euforico, minacciato di morte dall’altro, lo vuole denunciare, è un suo diritto, di solito se un ricoverato chiama i carabinieri quelli non lo prendono sul serio perché è ricoverato in psichiatria quindi inattendibile, ma li faccio passare, dico: Venite perché lui è attendibile e ha tutto il diritto di dirvi ciò che crede. E anche l’altro deve sapere che se minaccia di morte qualcuno, ne risponde. Insomma, la faccio breve: nel 90% dei reparti psichiatrici d’Italia questi due sarebbero stati legati. Per molti giorni. Così funziona. Non legare è molto più faticoso. Ma vuoi mettere, tornare a casa stanco e non sentirsi una merda.

«Io sono della vecchia scuola, non sopporto i tentativi di convincimento infiniti, li trovo più folli e violenti di una rapida virile e chiara contenzione». Perché – aggiunge – «bastano due minuti per capire se un paziente è convincibile o no». Così scrive Milone nel libro che non volevo leggere perché già il titolo mi suonava orribile.

Secondo lo psichiatra legatore, formato alla scuola del manicomio, quel che ho fatto io, per l’intero pomeriggio del Primo Maggio del 2021, è qualcosa di folle – beh, forse ha ragione, un po’ folle lo sono – ma soprattutto ingaggiarmi in una negoziazione e una de-escalation continua è stato violento. Poi è stato poco virile, si capisce. Giusto una femminuccia perde tempo con questi due, quando avrebbe le fasce per metterli a corpo morto.

E i TSO? «Fare un TSO vuol dire irrompere nella casa di qualcuno e trascinarlo di forza in ospedale. Questa è un’operazione militare. Come tutte le operazioni di tipo militare, richiede che nella squadra che parte vi sia conoscenza reciproca, fiducia reciproca e accordo sulla gerarchia».

Ecco la lezione di psichiatria militare, di psicopolizia, che prelude alla successiva contenzione di quando poi si arriva in SPDC. E sì. Perché certe contenzioni cominciano fuori, nel cosiddetto territorio, molto dipende da come il ricovero viene iniziato, condotto, gestito. Lo psichiatra dice all’infermiere suo sottoposto: «Procediamo», ma l’infermiere è Bartleby e risponde: «No, aspettiamo», ma lo psichiatra non è Basaglia e fa: «Aspettiamo cosa? […] Io sono medico e tu infermiere. […] La responsabilità è mia, quando dico procediamo, procediamo».

Applausi. I lettori che hanno letto questo trattatello di psichiatria manicomiale camuffato da romanzetto autobiografico si sdilinquiscono. Come dicevo: si sono commossi di tanta bellezza perfino intellettuali insospettabili.

L’infermiere sottoposto allo psichiatra a quanto pare era un fenomenologo e voleva fare epoché. Pur senza aver letto Husserl (ma non è detto), voleva fermare l’azione. Iniziare la negoziazione. Negoziare è l’arte di convincere, senza vincere. Farsi un’ora, due, tre di negoziazione per convincere a ricoverarsi. Si può fare. Ma bisogna aver pazienza. Quel paziente, rapidamente obbligato, sarà certamente giunto legato, in reparto.

Sapessi quante volte, o lettore, ho evitato legamenti solo perché ho fatto come quell’infermiere, ho aspettato. Talvolta ho aspettato anche tutta la notte. Prenderli per sfinimento. Il fatto è che voi non li conoscete, quelli che cantano l’arte di legare le persone sono i peggiori, con quello sguardo umano di chi dice ti lego per il tuo bene, sono colti il giusto e gli piace pure scrivere, e però sanno scrivere meglio ciò che hanno fatto peggio, non lo diresti mai, ma sono dei sadici che sanno farsi amare. Nel legare le persone e nel farne un’arte c’è una considerevole quota di sadismo che si bilancia col masochismo di chi si fa legare. È un gioco perverso. A cui partecipi pure tu, o lettore.

In tutta la mia carriera, ho lavorato sempre nei reparti restraint, quelli dove si lega, in tutto ne ho legati in numero che si conta sulle dita di due mani. Troppi, lo so. Purtroppo, non posso dire, come Peppe Dell’Acqua, per esempio, o Franco Rotelli o Giovanna Del Giudice o Roberto Mezzina o Mario Colucci (la razza dei triestini che ho sempre invidiato) di non sapere che cosa sia legare una persona. Ho legato ma avrei potuto non legare. Se fossi stato in un reparto no restraint, con altri infermieri, con altri colleghi… anche quei pochi che ho legato sono certo che sarei riuscito a non legarli. Però, se sono riuscito a legare così poco, in reparti dove si legava molto, è perché ho sempre fatto de-escalation. Significa: non provocare i pazienti, non rilanciare alle provocazioni o alle aggressioni. Non mi sono mai permesso, per esempio, di andare in pronto soccorso e a una ragazza che urla e spacca tutto – come scrive lo spaccone genovese – dire: «Calmati stella». Perché se dico stella a una di quelle persone definite borderline, do l’innesco perché mi salti addosso o mi tiri un pugno di modo che io abbia la giustificazione per legarla. Infatti, prosegue: «Poi, via con la sarabanda».

Ricordo, anni fa, un mio collega che legava i pazienti con cui io, poco prima, ero uscito amabilmente a prendere il cappuccino al bar. A uno gli disse: «Si calmi, a un vecchietto come lei, le parte un embolo». E quello lo atterrò con un pugno. E lui lo fece legare. Così funziona. Ci sono alcuni che fanno cento legamenti in un anno, e altri che ne fanno quattro in tutta la carriera. I primi, se sanno scrivere abbastanza bene, riusciranno perfino a scrivere L’arte di legare le persone. E giù applausi.

Sembra che il libro tardivo sia servito, allo psichiatra che lega, per giustificare quel tipo di carriera. E di esistenza. E di crimini di pace. Crimini trasformati letterariamente in atti terapeutici: «Noi veniamo al mondo non quando usciamo dal corpo della madre, ma quando la madre ci abbraccia e ci riconosce e, senza parole, ci contiene ancora in sé. […] La sacralità di questo abbraccio primigenio si riverbera e balugina in alcune contenzioni che facciamo».

Per giustificare il suo legare, lo psichiatra che lega redige il referto delle ferite di guerra: «Ferite di guerra in Sala 77. Quattro fratture costali più il dito di una mano e quello di un piede. Graffi, escoriazioni ed ematomi. Ingiurie, assalti, minacce».

Nella mia carriera mai nemmeno un graffio. Ho uno scudo santo che mi protegge, forse? Bevo acqua benedetta tutte le mattine prima di entrare in reparto? Ma no. I ricoverati si vendicano. Si segnano tutto. L’hai legato una volta? Al ricovero successivo cercano quel medico per vendicarsi, tanto lo sanno che da quel medico saranno ancora una volta legati e sanno ormai che dovranno farsi l’ennesima contenzione. Certi psichiatri formano, nei loro reparti, un’antropologia particolare di pazienti. Pazienti che vengono addestrati alla lotta, all’aggressione, alla tauromachia, alla contenzione, a stare qualche giorno legato. Pensano ormai che questo sia il ricovero. Certi psichiatri li hanno abituati così. E anche i tranquilli, a vedere certe scene, vivono il loro ricovero come un incubo. I tranquilli sono perfino rassicurati dal sapere che l’agitato è stato legato. Pure loro interiorizzano l’atto della contenzione come cosa inevitabile e giusta. I reparti restraint sono meno sicuri, sì, sono più pericolosi contrariamente a quel che si pensa, perché c’è la violenza sempre nell’aria, pronta a esplodere. Gli psichiatri che legano si fanno più male di quelli che non legano. Perché sono più odiati e aggrediti dai ricoverati. Se arriva un eccitato disforico che io ho trattato con gentilezza nei precedenti ricoveri, mi rispetta, al collega sarcastico che, come lo spaccone genovese gli dice stella, gli va diretto a dargli una testata in fronte.

Anche se ho scritto Il manicomio chimico in cui contesto l’uso a pioggia e per tutta la vita di psicofarmaci, nelle situazioni acute in cui è necessario tranquillizzare non lesino i farmaci, capiamoci. Scrive lo psichiatra di Genova: «Solo un anestetico endovena ha effetto immediato, ma bisogna chiamare l’anestesista. Mi chiedo: è meglio essere legati al letto o essere mandati in coma farmacologico?».

Alcune notti fa, alle quattro, una donna voleva andare via dal SPDC. Ma era in TSO. Era tesa come una corda. Un’ora di negoziazione. Aspettiamo domani, dai. Facciamo una flebo. Prendiamo una vena. Io e quattro infermiere. Donne. Entra il Tavor. Poi il Depakin. Non fa effetto. Anche un po’ di Midazolam. Sì, ok, ho fatto l’anestesista. Lo so fare. Per non legare ho imparato a usare bene i farmaci. Non ho bisogno di chiamare l’anestesista. Mettiamo il saturimetro: 94, perfetto. Non è meglio tranquillizzare una persona coi farmaci che lasciarla gridare tutta la notte legata?

Ancora lo spaccone: «Oggi ho rinunciato a contenere un paziente. Non ho graffi, non sono sudato e torno a casa in orario. Ma non sono contento». «Se mi chiedete un’immagine simbolica della Psichiatria d’urgenza è proprio il contenere».

Ecco il problema, aveva ragione Fausto Rossano, uno che, negli anni Ottanta, aveva impostato con pratica basagliana i servizi di salute mentale di Piedimonte Matese (dove ho lavorato dal 2003 al 2006): «L’urgenza in psichiatria non esiste», diceva. Se hai l’urgenza in testa, e vuoi fare come i chirurghi d’urgenza, e vuoi decidere in due minuti se devi o non devi legare, ecco che leghi. Se ti togli da dentro il cranio l’urgenza, e te la prendi comoda, pure il paziente, anche il più agitato, non voglio dire che si calmi, ma si mette un po’ più comodo.

E lo so, ho dedicato troppo spazio, in questa mia introduzione, al collega che ho eletto ad esempio letterario del tipo di psichiatra che io non ho mai voluto essere, lo spaccone di Genova, anche quelli di elèuthera me l’han fatto notare: Non gli stai dando un po’ troppa importanza a questo psichiatra? È opportuno impiegare tutto questo spazio nell’introduzione di questo tuo libro, un libro che resta, per uno psichiatra di cui tra qualche anno magari si sarà persa la memoria? Hanno ragione. Il fatto è che ritengo questo mio libro, che ora torna in libreria, un po’ la risposta alle spacconate dello psichiatra artista delle fasce. Anche se, a pensarci, è più probabile che sia stato il suo libro la risposta al mio. Lo avrà letto di certo, come lo lessero moltissimi psichiatri – come fa uno psichiatra che ama legare a non avere la curiosità di leggere un libro contro di lui? Non può, un libro dove perfino asserivo che chi non lega è felice e chi lega è infelice ognuno a modo suo – l’avrà letto e dopo si sarà messo di tigna per riabilitarsi, riuscendo a pubblicarlo, tu vedi i casi della vita, con lo stesso editore che negli anni Settanta pubblicava Franco Basaglia: ma non è un segno dei tempi tutto ciò?

Quanto a me, non mi aspettavo che questo libretto, uscito di soppiatto nel 2013 per la piratesca elèuthera, innescasse, negli anni successivi, la pubblicazione di altri miei libri di psichiatria critica, che mi avrebbero portato a fare centinaia di presentazioni, seminari, convegni, reading, in librerie, università, centri sociali, manifestazioni letterarie, saloni del libro, e dandomi l’opportunità di conoscere centinaia di pazienti impazienti ed esigenti, altrettanti giovani operatori di salute mentale, solo alcuni tra i mille giovani Basaglia che ci sono in Italia, per fortuna.

Grazie a La fabbrica della cura mentale nel 2014 fui invitato in audizione presso il Comitato Nazionale di Bioetica, in qualità di «esperto di contenzione» (già), dove tenni un seminario dal titolo Moderne tecniche di contenzione e problemi bioetici. Anche da questo mio intervento il CNB nel 2015 redasse un documento dal titolo La contenzione: problemi bioetici, in cui auspicava il superamento della contenzione meccanica nei luoghi di cura. Da questo documento il Forum di Salute Mentale, di cui facevo parte, promosse una campagna per abolire la contenzione meccanica, che iniziò con una conferenza al Senato nel gennaio del 2016 e che dura tuttora. Nel giugno di quest’anno perfino il ministro della Salute ha annunciato di voler superare, entro tre anni, l’uso della contenzione meccanica nei luoghi di cura. La cosa non accadrà, ovviamente, ma almeno serve a sapere da che parte sta il ministro della Salute.

Ecco, ho finito questa nuova introduzione. Mi fa piacere averla scritta. Mi fa piacere che questo libro, a otto anni dalla prima uscita, torni in libreria in una nuova edizione. Così ho avuto modo di fare questo piccolo raccordo di quello che è successo in questi anni. E ho avuto modo di rileggere alcuni passi del libro che, per fortuna, avevo completamente dimenticato. Bisogna sempre dimenticare i propri libri, scrisse Roberto Bolaño, oppure, tutt’al più, ricordarli come «un sogno o un incubo, per poter affrontare nuovi libri, nuovi giorni, senza la zavorra di tutto quello che, con ogni probabilità, avremmo potuto fare meglio e non abbiamo fatto».

da qui

martedì 9 giugno 2020

La morte ai tempi del virus - Piero Cipriano



Il coronavirus ci ha ricordato, al di là dei tabù, che la morte è il finale obbligato di ogni vita e che vivendo ci si può ammalare.
Ma la paura di morire non può trasformarsi in paura di vivere.
Non scriverò di Foucault e del perché la tanatopolitica (il lasciar morire che frutta più di lasciar vivere) oggi sembra avere la meglio rispetto alla bio- politica (il lasciar vivere per meglio sfruttare) nono-stante nel paese, che dico nel paese, nel pianeta, infiammi il panico di morire di coronavirus. Le quarantene. I controlli. Le misure. Le quarantene. Le zone rosse. I tamponi. Il numero dei contagiati. Le mascherine. Le quarantene. Non scriverò di guerre e di sterminio biologico di prove generali di sorveglianza planetaria. Perché no? Perché stamattina mentre facevo colazione sotto uno splendido sole mi sentivo insolitamente felice.
Il pianeta, pensavo, s’è rotto il cazzo e sta scuotendo i suoi esseri più superbi, li sveglia dal torpore di una vita da zombie, li fa sentire in pericolo, minacciati dagli esseri che sul pianeta che geniale contrappasso sono i più elementari: i virus. Di cui si dice a differenza dei batteri non abbiano neppure la dignità di un organismo autonomo.
Mia moglie non vuole darlo a vedere ma è infastidita dalla possibilità di morire per uno stupido virus. Come se poi morire per un cancro, per un incidente d’auto o per annegamento fosse più dignitoso. Mia figlia grande filosofica tace, riflette, dice pure secondo Machiavelli l’uomo non cambia. Che cosa vorrà dire, non lo so. Questi che studiano al Classico hanno la citazione facile. Mia figlia piccola mangia i Nutella biscuits, vanno a ruba, fra poco se ci sarà il finimondo non saranno più prodotti i  Nutella  biscuits.  Dovremo ritornare a coltivarci  i  pomodori da noi, altro che  Nutella  biscuits. Dico a loro tre: immaginatevi ora, per un momento, che questo pianeta sia una sfera vitale, intelligente, con una coscienza sua, immaginatevi che la coscienza del pianeta si è proprio stufata della superbia degli esseri umani, che aggrediscono questo corpo sospeso su cui abitano, lo dissanguano lo depredano lo inaridiscono lo insozzano lo squagliano lo asfissiano e allora scatena le sue difese, un banale virus che, se  il pianeta vorrà, se l’intelligenza del pianeta vorrà, saprà ridurre in polvere il genere umano, sette miliardi di umani in un battibaleno torneranno a essere pochi milioni, sparsi in qualche continente, senza più l’amata tecnologia, senza i premi letterari, senza i premi Nobel, senza i social network, la palingenesi, il rasoio biologico di Occam; suvvia umani, abbiamo scherzato, avete esagerato, vi do un’altra possibilità, si ricomincia da capo. Ma fate i bravi stavolta, niente arroganza, se no fate la fine dei dinosauri.
L’altro giorno vado in ospedale, penso che sarà il luogo perfetto per lasciarsi incubare dal coronavirus. L’ospedale per ora ancora non è arrivato ma arriverà, è questione di giorni, al massimo qualche settimana, e il nosocomio dove lavoro vivo penso dormo mangio parlo impasticco, diventerà un lazzaretto che mi regalerà, anche a me, la peste del nuovo millennio invece vado e, per fortuna, per buona parte della notte dormo. Fino alle sei del mattino. Alle sei del mattino quando penso di averla ormai scampata chiama il pronto soccorso, dice c’è uno venuto con otto poliziotti. Già lo conosco, è venuto cinque giorni fa, era legato e sedato, ci ho parla- to, s’è calmato, l’ho fatto sciogliere se n’è andato. Ora ritorna. Dice il poliziotto che va di continuo al Vaticano perché vuole incontrare il papa, per con- vincerlo o per ucciderlo, dipende da come gli gira, a seconda dei giorni, della testa cosa gli dice in quel momento. Ci parlo. È gigantesco. È esaltato. È pazzo, sintetizza un’infermiera. Dice “dio mi è venuto in sogno mi ha detto cosa fare. Ho una missione, nessuno mi fermerà.”

Dimenticarsi della morte
Passa un giorno e ieri di nuovo arrivo nel nosoco- mio. L’Italia continua ad avere paura di morire per un virus. Anzi di più. La paura aumenta. E il mondo ha paura dell’Italia. Che ridere. Ho il cercapersone. Il cercapersone suona. Non l’ho disinfettato. Mi lavo spesso le mani.
Sono contento tutto sommato che il virus ci ri- cordi che tanto prima o poi si muore. È da un po’ che non  abbiamo  le pesti. Le  pesti  ricordavano che si doveva morire.
L’Europa medievale aveva una discreta consuetudine con la morte, le persone morivano, come le mosche potremmo dire perché sappiamo tutti che non stupisce vedere le mosche o peggio le più fastidiose zanzare morire, e non scandalizza ucciderle, esseri inutili e fastidiosi insomma epidemie guerre inquisizioni mettevano gli europei della fine del Medioevo al cospetto costante della morte.
Nasce una letteratura singolare, specifica, conosciuta generalmente come Ars Moriendi.  Mors certa hora incerta si diceva. Non è possibile rimuoverla, la morte, dunque meglio parlarne, memento mori, ricordarsene sempre, ossessivamente; si affermano poemi chiamati appunto Memento mori o Vado mori, che sviluppano temi dove il misticismo oserei dire sconfinava nell’anarchia, perché ribadire che non possediamo davvero un bel niente non era cosa da poco, che la proprietà privata non solo era un fur- to, come avrebbero detto gli anarchici tra qualche secolo, ma era più che altro un inganno, un’illusio- ne, come fai a possedere davvero ricchezze che, una volta morto, dovrai lasciare?
Ecco che gli scritti dell’Ars Moriendi arrivano a una saggezza che trascende l’aspetto terreno e si concentra sui grandi potenti della terra, che sono quelli che ci perderanno di più, morendo; immaginiamo adesso per un attimo un Trump, o un Putin, o un Erdogan a cui il Grande Livellatore o il Gran Mietitore segherà vita e beni in un colpo solo. A questi dittatorelli gli scoccerà molto di morire.
Di pari passo a questo tipo di letteratura si affermano le danze frenetiche, dove i vivi si accompagnano ai morti, danze macabre   dance macabre o danza de la muerte o totentanz o canti ad mortem festinamus.
I monaci si allenano, per consolidare il disprezzo dei beni, della proprietà, delle cose del mondo, a contempla- re l’orrido della morte. Sviluppano forme di meditazione dove visualizzano il proprio corpo morto putre- facente poi scheletrico poi polveriz- zato. Per farla breve, all’inizio l’Ars Moriendi è letteratura per preti, monaci e chiesastici, per preparar- li ad assistere i morenti. Solo in seguito, quando i preti scarseggiano e i morti aumentano, questi scritti vengono tradotti in  volgare cosicché ognuno possa, da solo, aiutarsi nell’arte di sa- per morire.

Angoscia di morire o morire di angoscia

Pochi secoli fa, solo pochi secoli, pure in Europa c’era una cultura del morire. Ora è scomparsa. L’angoscia di morire ha fatto che la cultura, la medicina occidentale, non se ne occupi. Il medico occidentale si ferma, si blocca, si paralizza, poco prima che il paziente muoia. Non più Ars Moriendi, ma tecniche per non dire, non far sapere, occultare, dissimulare, mentire, ingannare. La negazione totale del morire.
Ma per fortuna proprio mentre scrivevo ciò, sono arrivate le sette regole che la Società Italiana di Psichiatria ha deciso di divulgare per affrontare e vin- cere la paura generata dalla circolazione di notizie infondate o non vagliate accuratamente. Sono vere. Non scherzo. Prendete subito nota:
1.   attenersi alle comunicazioni ufficiali delle autorità sanitarie;
2.   riconoscere che le cose spaventose che attraggono la nostra attenzione non sono necessaria- mente le più rischiose è il primo passo verso la consapevolezza;
3.   contenere la paura, mantenere la calma ed evi- tare di prendere decisioni fino a quanto il panico non è passato;
4.   affidarsi solo alle testate giornalistiche ufficiali e autorevoli;
5.   non fare tesoro di ciò che si intercetta online e sui social media, soprattutto se condiviso da amici solo virtuali, che in realtà non si conoscono davvero, e se non accuratamente verificato;
6.   rivolgersi al proprio medico e non fare domande su gruppi social, chiedendo opinioni;
7.   se compaiono sintomi come panico, ansia o depressione rivolgersi ad uno specialista al fine di un’adeguata diagnosi.
 Ecco, soprattutto, mi raccomando, l’adeguata diagnosi psichiatrica, è la prima cosa da ottenere, in questi casi.
Come vedete, il bello di questo coronavirus, questo virus che ancora non sappiamo se è una bufala e se la sua epidemia è un’epidemia fake scrivo questo pezzo che siamo ai primi di marzo, quando uscirà il numero di aprile di “A” sarà passato almeno un mese; adesso il mondo, il paese, è letteralmente diviso in due: chi se la fa sotto e pensa che la fine è arrivata, e chi non si capacita di come tutti stiano abboccando, scambiando questa sindrome solo un po’ più aggressiva dell’annuale influenza,  per la peste bubbonica è che per  un attimo ci ha ricordato, a noialtri che viviamo come zombie
in una specie di eterno presente, che:
1.   capita anche di morire;
2.   possono morire anche i ricchi non solo i morti di fame che arrivano  dall'Africa o i cinesi rurali che si mangiano topi, cani e pipistrelli;
3.   ogni tanto bisogna guardarsi attorno, guardare la disperazione che ci circonda, l’inferno che ci circonda;
4.   quasi tutto quello che facciamo nella vita, che acquistiamo, di cui ci nutriamo, è inutile, se ne potrebbe fare a meno;
5.   lavarsi le mani, nella vita, anche molte volte al giorno, anche sempre, può non bastare;
6.   a volte è meglio stringerle le mani, dare una mano, piuttosto che lavarle e tenersele in tasca;
7.   i politici, i giornalisti, i virologi e gli psichiatri, be’, come posso dirlo senza essere troppo offensivo? non è che siano dei grandi punti di riferimento per gli esseri umani che non sono politici giornalisti virologi o psichiatri.


Vivere fa ammalare

Aggiungo solo che adesso ho capito perché da un po’ di giorni mi porto dietro Il gaucho insostenibile nell’edizione Sellerio, che è più bella e più piccola e più comoda e nella traduzione di Maria Nicola, che non è Angelo Morino, il povero Angelo Morino che in 2666 Bolaño trasforma in Morini, il torinese Morini, uno dei quattro critici fanatici di Benno Von Arcimboldi; perché ne Il gaucho insostenibile non c’è solo il racconto omonimo, che non esito a definire il racconto perfetto, lo ridico, il racconto perfetto, non solo c’è Il poliziotto dei topi dove fa il verso a Kafka, non solo c’è Il viaggio di Alvaro Rousselot e Due racconti cattolici, non solo c’è Jim e I miti di Chtulhu, il vero motivo per cui me ne vado in giro da un po’ di tempo con il libretto blu Sellerio sempre nello zaino anche qui in ospedale ce l’ho sempre con me, nella tasca del camice le poche volte che indosso il camice, se no nella tasca dei jeans perché il libretto si riesce a infilarlo dicevo quando vengo nel reparto psichiatrico, questo buco nero da cui si apre il portale per gli altri mondi, altri mondi da dove i ricoverati entrano e escono mentre io sto qui solo a ratificarne l’andirivieni, il vero motivo per cui me lo porto dietro è che devo leggere e rileggere Letteratura + malattia = malattia. Dedicato al suo amico dottore epatologo, Vìctor Vargas.
Bolaño ha cinquant’anni. La mia età. Anche meno. Bolaño sta morendo. Il fegato non funziona. Aspettare che uno muoia, che il suo fegato sia non solo buono ma pure compatibile, sperare che il corpo di Bolaño non rigetti il fegato compatibile di quel corpo umano che è appena morto. Troppi eventi magici. Non ce la farà.  Bolaño lo sa. Bolaño infatti scrive Malattia e conferenze: “Nessuno deve stupirsi del fatto che il conferenziere salti di palo in frasca. È gravemente malato”. Malattia e Dioniso: “La colpa è tutta di Dioniso”. Malattia e Apollo: “Apollo è gravemente malato”.  E così via.   Ma è Malattia e viaggi che mi interessa particolarmente. È per questo che mi porto sempre dietro il libretto blu.
Pensate, mia figlia diciassettenne ora che compie la maggiore età vuol andare a Capo Nord col suo ragazzo. Venti giorni. E dopo vogliono andare a New York, due settimane. Ma che è questa smania che hanno, gli esseri umani, soprattutto quando sono giovani, di viaggiare? Di spostarsi per acqua o per mare o per aria intorno al pianeta? Ma non lo sanno che così pure i virus si spostano insieme a loro? E così, alcuni giorni fa, preso dall'esasperazione le ho letto Malattia e viaggi. Ascolta, e dopo vedi se avrai ancora voglia di viaggiare. Dopo vedi, se non ti pas- sa la voglia di muoverti.
“Viaggiare fa ammalare. Una volta i medici raccomandavano ai loro pazienti, soprattutto a quelli che soffrivano di malattie nervose, di viaggiare. I pazienti, che in genere erano ben provvisti di denaro, obbedivano e s’imbarcavano in lunghi viaggi che duravano mesi e talvolta anni. Quelli che soffrivano di malattie nervose ed erano poveri non viaggiava- no. Alcuni, come si può immaginare, impazzivano. Ma anche quelli che viaggiavano impazzivano o, peggio ancora, contraevano nuove malattie via via che cambiavano città, clima, abitudini alimentari. In realtà, è più sano non viaggiare, è più sano non muoversi, non uscire di casa, stare ben coperti d’inverno e togliersi la sciarpa solo d’estate, è più sano non aprire bocca e non battere ciglio, è più sano non respirare. Ma la verità è che uno respira e viaggia. Io, tanto per fare un esempio, ho cominciato a viaggiare da giovanissimo […] Risultato: molteplici malattie […] Ma tutto, prima o poi arriva. Arrivano i figli. Arrivano i libri. Arriva la malattia. Arriva la fine del viaggio”.
Il bello di aver riscoperto la morte ai tempi del coronavirus è che, per un po’, ci sarà proibito viaggiare.