I NOBILI OPPOSITORI DI HAMAS NELLA
STRISCIA - Carlo Augusto Melis-Costa
Da qualche giorno sono tutti in apprensione per le sorti degli
"oppositori di Hamas" già assurti al ruolo di "dissidenti".
Nientemeno.
Ma vediamo chi sono i Gandhi della Palestina.
Il più noto è Yasser Abu Shabab, leader di una banda dal nome ambizioso
"Forze popolari", talmente popolare da essere stato rinnegato persino
da tutta la sua famiglia.
Abu Shabab inizia la sua carriera come ladro, attirando non a caso le
simpatie dei sionisti.
Trafuga oggetti antichi dall'Egitto e li vende agli israeliani.
Passa poi allo spaccio di droga a causa del quale nel 2015 viene arrestato
a Gaza governata da Hamas, e condannato a 25 anni di prigione.
A fine ottobre 2023, Israele bombarda il carcere di Asda, i superstiti
evadono, come anche il nostro eroe che raduna un centinaio di uomini, in gran
parte conosciuti in carcere, e forma una banda di gangsters.
Notati dai servizi segreti israeliani, vengono finanziati e armati con
kalashnikov sottratti alla Resistenza palestinese diventando di fatto
collaborazionisti degli sterminatori del loro popolo e dai quali prendono
ordini in cambio di denaro e protezione.
Quando lo scorso giugno Haaretz diede la notizia di bande di criminali
palestinesi armate dal governo israeliano, Netanyahu ammise: "Ci siamo
avvalsi di clan a Gaza che si oppongono ad Hamas. Che male c'è? È solo
positivo, salva la vita dei nostri soldati".
Alla banda di Abu Shabab vengono dati gli ordini più abietti con il chiaro
intento di creare caos e malcontento verso la resistenza e porre le basi per la
guerra civile.
Spetta poi alla miriade di giornalisti e politici venduti o sotto ricatto
trovare il modo per addossare ogni colpa ad Hamas.
Lo scorso maggio, l'European Council on Foreign Relations, pubblica un
rapporto dettagliato dove afferma che "La banda di Abu Shabab è coinvolta
in diverse attività. Tra queste figurano il saccheggio degli aiuti umanitari
delle Nazioni Unite e la loro vendita al mercato nero.
Nel.primo scambio prigionieriche e venuto a Febbraio, il prigioniero
israeliano liberato Alexander Turbanov ha rilasciato una dichiarazione che ha
scioccato l'Israele occupato:
La vostra gentilezza è impressa per sempre nella mia coscienza.
Durante i 498 giorni che ho vissuto tra voi, nonostante le aggressioni e i
crimini che avete subito,
ho imparato il vero significato della virilità, del puro eroismo e del
rispetto per l'umanità e i valori.
Voi eravate uomini liberi assediati mentre ero prigioniero.
Eravate i protettori della mia vita.
Vi siete presi cura di me come un padre premuroso si prende cura dei suoi
figli.
Avete preservato la mia salute, la mia dignità e le mie benedizioni.
Sebbene fossi nelle mani di uomini che lottavano per la loro terra e i loro
diritti rubati, e sebbene il governo del mio paese stesse commettendo il più
atroce genocidio contro un popolo assediato,
non mi avete mai permesso di soffrire la fame o di essere umiliato.
Non ho mai conosciuto il vero significato di "Per la virilità"
finché non l'ho visto nei vostri occhi. E non ho capito il valore del
sacrificio finché non ho vissuto tra voi.
Finché non vi ho visti sorridere di fronte alla morte.
Resistere a un nemico armato di strumenti di distruzione.
Non avete altro che i vostri corpi nudi.
Non importa quanto io sia eloquente o espressivo,
non troverò mai parole che riflettano il vostro vero valore o esprimano il
mio stupore e la mia ammirazione per la vostra nobile morale.
La vostra religione vi insegna davvero a trattare i prigionieri in questo
modo?
Quanto è grande questa fede che vi eleva a un livello di fronte al quale
tutte le leggi sui diritti umani stabilite dall'uomo crollano.
E di fronte al quale tutti i protocolli di guerra crollano! Anche nei
momenti più difficili, dimostrate giustizia e misericordia.
Non attraverso slogan vuoti,
Ma attraverso la realtà delle vostre esperienze.
Non scendete mai a compromessi sui vostri principi, nemmeno nelle
circostanze più buie.
Credetemi, se dovessi tornare qui,
sarei solo un mujahid tra le vostre fila.
Perché ho imparato la verità dal vostro popolo. E ho capito che non siete
solo i proprietari della terra,
ma siete i proprietari dei principi e di una giusta causa.
Diffondetelo affinché il mondo fuorviato possa saperlo.
La morale dei mujaheddin di Gaza è orgoglio e dignità.
In molti
casi le milizie armate, spesso criminali, sono appoggiate da Israele in
funzione anti-Hamas
L’esistenza
eil ruolo dei gruppi e dei clan armati di Gaza sono tornati
centrali nella cronaca del dopo 7 ottobre 2023. Il premier israeliano
Netanyahu, nel giugno di quest’anno, ha ammesso ciò che da mesi diverse fonti
stavano riportando: Israele ha cooptato e armato diversi gruppi palestinesi in
funzione anti-Hamas. Quello diventato più celebre, per la sua natura criminale,
è la milizia armata guidata da Yasser Abu Shabab, della tribù Tarabin,
nota a Gaza per una lunga storia di collaborazionismo con le autorità
israeliane. Alcuni membri della famiglia beduina Tarabin si erano rifugiati
per anni in un campo di “protezione” costruito dai militari israeliani a Rafah.
La piccola città, circondata da filo spinato, era nata proprio come rifugio per
coloro che avevano ceduto alle promesse e ai compensi israeliani, accettando di
operare per la destabilizzazione politica nella Striscia.
Le famiglie
di Gaza abbastanza grandi da rappresentare dei clan tribali spesso non operano,
tuttavia, come un corpo unico. Anche nel caso della tribù Tarabin, non tutti i
membri hanno appoggiato e sostenuto le attività di Yasser Abu Shabab. Anzi, già
anni prima del 7 ottobre, una parte consistente della famiglia aveva
pubblicamente preso le distanze dalle attività criminali del loro parente.
Abu Shabab si dedicava a furti e omicidi, ed è stato nelle prigioni di Hamas
per diversi anni, accusato di traffico di stupefacenti. Sotto la sua guida,
Israele ha armato un piccolo esercito di mercenari, per lo più
criminali o disperati che avevano perso ogni cosa a causa della guerra,
impegnati a saccheggiare i convogli delle Nazioni Unite per rivendere la merce
al mercato nero. A queste milizie, autoproclamatesi “Forze popolari”, Israele
ha consegnato un’area nei pressi di Rafah, da occupare e gestire militarmente,
controllandone il territorio. Dopo la firma dell’accordo di cessate il
fuoco tra Israele e Hamas, alcune milizie sono state abbandonate da Tel Aviv,
mentre ad altre è stata offerta protezione. Non si conoscono le sorti di Abu
Shabab. Qualcuno pensa che si sia ritirato insieme all’esercito israeliano, e
che viva protetto dai militari sotto la cosiddetta “linea gialla”. Qualcun
altro dice che si trovi già al sicuro in Egitto.
Ma le “Forze
popolari” non sono l’unico gruppo che Israele ha finanziato. Molti altri hanno
collaborato con Tel Aviv, subendo l’ira di Hamas dopo il ritiro dei militari.
Come il clan Doghmush, uno dei gruppi jihadisti-salafiti più antichi e
potenti di Gaza. La famiglia Doghmush fondò, tra il 2005 e il 2006, il
gruppo denominato Jaysh al-Islam (Esercito dell’Islam), guidato da Mumtaz
Doghmush. Secondo diverse ricostruzioni, durante gli anni Novanta, Mumtaz
faceva parte delle Preventive Security Organization – Pap (Organizzazione di
sicurezza preventiva): un’agenzia di sicurezza interna dell’Autorità
palestinese, nata con lo scopo di contrastare l’opposizione agli accordi di
Oslo e, più in generale, il programma di pace tra l’Organizzazione per la
liberazione della Palestina (Olp) e Israele. Il Pap lavorava a stretto contatto
con la Cia e con Tel Aviv, per cui spesso eseguiva arresti, interrogatori e
torture di palestinesi. Dopo le elezioni del 2006, le milizie Doghmush, guidate
da Mumtaz, operavano autonomamente e, insieme alle Brigate al-Qassam (braccio
armato di Hamas) e ai Comitati di resistenza popolare, presero parte al rapimento
del soldato israeliano Gilad Shalit. I militanti armati costruirono un
tunnel che, nella zona di Rafah, collegava Gaza a Israele e lo percorsero per
attaccare una postazione dell’esercito israeliano. Due militari vennero uccisi
(e anche due combattenti palestinesi), e Shalit venne fatto prigioniero. Dopo
cinque anni di lunghe trattative con Israele e la comunità internazionale, si
raggiunse un accordo di scambio: per la liberazione del soldato,Tel
Aviv rilasciò 1027 prigionieri palestinesi. Tra essi, Yahya Sinwar, che
diventerà capo dell’ufficio politico di Hamas e uno degli ideatori dell’attacco
del 7 ottobre 2023.
Ma i
rapporti tra Hamas e la famiglia Doghmush si incrinarono presto. Nel 2007,
l’Esercito dell’Islam rapì Alan Johnston, un giornalista della Bbc.
L’azione non era coordinata con Hamas, la quale, come l’Autorità nazionale
palestinese, mediò per la liberazione del reporter. In quel momento l’Esercito
dell’Islam era diviso al suo interno: mentre una parte rivendicò l’azione,
un’altra smentì di esserne responsabile. Il giornalista venne rilasciato dopo
114 giorni di prigionia. Il capo della redazione mediorientale della Bbc, Simon
Wilson, ringraziò sia il primo ministro di Hamas, Ismail Haniyeh, sia Abu Mazen
per il loro impegno. In un momento di grande instabilità a Gaza, l’Esercito
dell’Islam (vicino ad al-Qaida), entrò in uno scontro ideologico ma
soprattutto politico e di potere con il movimento che controllava la Striscia.
Nel 2008, prima ancora che Gilad Shalit venisse rilasciato, sanguinosi scontri
a fuoco avvennero a Sabra, quartiere di Gaza City roccaforte dei Doghmush, e,
in un solo giorno, il potere del clan familiare venne ridimensionato.
Almeno dodici persone, tra cui una bambina, persero la vita. In un comunicato
Hamas dichiarò che l’azione militare aveva lo scopo di combattere “individui
responsabili di causare il caos”.
Nel 2015
l’Esercito dell’Islam ha giurato fedeltà formale a Daesh, il cosiddetto Isis
(ovvero l’organizzazione denominata Stato islamico). Così scriveva il gruppo
nel suo comunicato stampa: “Noi, i soldati di Jaish al-Islam nella Striscia di
Gaza e il nostro leader Mumtaz Doghmush, che Allah lo protegga, ci consideriamo
parte integrante di Wilayat Sinai [Isis nella penisola del Sinai, ndr]
(…), promettiamo fedeltà ad Abu Bakr al-Baghdadi al-Qurayshi, il califfo di
tutti i musulmani nella Casa dell’Islam e in ogni luogo in cui risiedono i
musulmani”. Mentre il gruppo, o parte di esso, accusava Hamas di imprigionare i
suoi membri e di fare gli “interessi degli ebrei”, il Cairo faceva
pressioni sulla stessa Hamas perché si liberasse dei salafiti legati all’Isis,
organizzazione che stava compiendo diversi attacchi in Egitto. Le relazioni
tra Hamas e i gruppi salafiti-jihadisti di Gaza si erano già complicati dopo le
elezioni del 2006, quando Hamas, salita al potere, fu accusata di non
imporre una interpretazione salafita della Sharia.
Nonostante
le divergenze, Hamas è riuscita, in tutti questi anni, a mantenere sotto
controllo i clan di Gaza. La maggior parte di essi si è dedicata a furti e
contrabbando, e buona parte della famiglia Doghmush ne ha preso le distanze.
Diversi membri sono stati arrestati passando lungo tempo nelle prigioni della
Striscia. Ma dopo il 7 ottobre 2023 le cose sono cambiate. Con il conseguente
attacco israeliano, l’uccisione dei leader del movimento islamista che
amministrava Gaza e l’occupazione da parte delle truppe di terra, i
clan potevano tornare ad avere un ruolo, approfittando del vuoto di potere.
Tel Aviv ne
è stata ben consapevole: così ha provato a sfruttare la situazione, prendendo
contatti con i clan avversi a Hamas, armandoli e, insieme, creando dal
nulla nuove milizie formate per lo più da mercenari. Israele ha scavato
nella galassia salafita, promettendo di favorire questo e altri gruppi una
volta che Hamas fosse stata sconfitta. I leader dell’esercito sono convinti
che, se non si creano gruppi armati capaci di prendere il posto di Hamas,
non sarà mai possibile assicurare un’alternativa governativa. Ovviamente,
la stabilità non è l’obiettivo del governo Netanyahu (né di quelli precedenti).
Poco importa se le bande rivali dovessero scatenare una guerra civile.
In ogni
caso, nonostante le previsioni israeliane, dopo due anni di stragi, la
distruzione quasi totale della Striscia, l’assedio e il blocco di cibo e
medicine, non sono bastati a distruggere Hamas. Anzi, appena il
cessate il fuoco ha avuto in inizio, il 10 ottobre scorso, il gruppo
palestinese ha ripreso a gestire la sicurezza. Cosa che, in questo
frangente, comprende arresti ed esecuzioni dei leader dei clan alleati con
Israele. È quello che è accaduto ai Doghmush.Secondo le
ricostruzioni, la polizia di Hamas è andata a cercare, per arrestarli, alcuni
membri del clan. Quando uno di loro ha risposto sparando e
uccidendo un poliziotto, è scattata la vendetta, con esecuzioni sommarie
sulla pubblica piazza. Nelle operazioni, è rimasto ucciso anche Saleh al
Jafarawi, un giornalista molto noto a Gaza e nel mondo, che stava seguendo gli
scontri a Sabra. Era scampato agli attacchi di Israele, che hanno ammazzato più
di duecento reporter, ma ha perso la vita dopo l’inizio del cessate il fuoco,
mentre raccontava gli scontri tra Hamas e il clan Doghmush. Intanto Israele,
come in passato, ha creato delle zone sicure in cui far prosperare una
galassia di gruppi armati da utilizzare in funzione anti-Hamas. Il clan
Doghmush non è tra questi.
Sono passati
due anni da quel tristemente celebre 7 ottobre del 2023.
Dopo due anni di massacri a senso unico, ci sono ancora persone che pongono la
condanna di ciò che accadde in quel giorno come condizione imprescindibile per
qualsiasi discussione sulla situazione in Palestina.
Sentendo le
polemiche sterili — tra chi vuole festeggiarlo come fosse stata una grande
vittoria e chi invece lo condanna come il più grande crimine contro esseri
umani mai commesso su questa terra — torno, come spesso mi accade, alle parole
di mio padre.
Morire o scalciare?
Mio padre fu
un giovane militante del Fronte di Liberazione Nazionale durante la guerra
d’Algeria.
Un giorno, da bambino, mentre guardavamo in TV l’ennesima replica del
capolavoro La battaglia di Algeri, gli chiesi: “Papà, non ti
sembra brutto mettere bombe in caffè e locali dove ci sono solo civili?”...
La memoria
del pogrom del 7 ottobre seppellita sotto 70mila corpi - Marco Bascetta
Perfino i governi europei più vicini a Tel Aviv hanno
dovuto prendere qualche distanza. Il disegno egemonico ed espansivo israeliano
non ha più nulla a che fare con il 7 ottobre
Che fine ha fatto il 7 ottobre, la memoria di quel
sanguinoso pogrom che i miliziani di Gaza scatenarono due anni fa contro inermi
cittadini israeliani? La risposta più diretta e immediata è che è finito
sepolto sotto decine di migliaia di morti e una montagna di rovine.
All’indomani della strage del 7 ottobre Israele fu oggetto di una estesa
solidarietà. Tuttavia non mancarono in diversi paesi esponenti e militanti
della sinistra che accecati da fanatismo antisraeliano salutarono il massacro
come un atto di liberazione. Dall’altra parte anche il più timido accenno,
privo di ogni intento giustificatorio, al contesto di oppressione e sofferenza
in cui quell’attacco era maturato fu subito tacciato di antisemitismo
filoterrorista. Comprensibilmente, le modalità raccapriccianti dell’incursione
dei miliziani non lasciavano spazio a divagazioni storico-politiche.
Ma cosa è cambiato due anni dopo nell’opinione
pubblica mondiale e nei rapporti tra Israele e i suoi alleati? Quasi tutto.
Perfino i governi europei più vicini a Tel Aviv, hanno dovuto alla fine far
ricorso a un’espressione, che più ipocrita e viscida non poteva essere, come
«reazione sproporzionata», per nominare eufemisticamente il massacro di 70mila
persone e l’immane devastazione della striscia di Gaza da parte dell’Idf.
Insomma Netanyahu avrebbe semplicemente esagerato. Ma in questa «esagerazione»
c’è una logica. Vi è infatti qualcosa che il governo di Israele voleva ad ogni
costo seppellire attraverso un’azione smisuratamente devastatrice. Non certo la
memoria dei suoi morti e delle violenze subite, ma quella del suo fallimento,
del mito infranto di una intelligence infallibile e dell’esercito più
efficiente e tempestivo del mondo, garante di una protezione ermetica dei
cittadini israeliani. A questo scopo, per riscattare la classe dirigente e
ristabilire il prestigio del suprematismo militare israelita e degli inafferrabili
007 infiltrati per ogni dove, nonché restituire consistenza alle sue minacce,
lo stato ebraico ha deciso di colpire indiscriminatamente e ovunque, di radere
al suolo città, villaggi, quartieri e palazzi, non solo a Gaza e in
Cisgiordania, ma dalla Siria allo Yemen, dal Libano all’Iran al Qatar. Di porsi
al di fuori e al di sopra di ogni regola del diritto internazionale e di ogni
ragionevole moderazione.
La «dismisura» diveniva il cuore della politica
israeliana. Al servizio di un disegno egemonico ed espansivo che col 7 ottobre
e la sicurezza del paese non aveva da tempo più nulla a che fare.
Man mano che le operazioni militari si allargavano e
approfondivano, pure la loro narrazione cambiava di tono. Sparivano, anche
perché smentite dall’evidenza dei fatti, le celebrazioni delle qualità etiche e
democratiche dell’Idf, le finte inchieste sulle sopraffazioni e le violenze
gratuite da parte dei soldati israeliani, i bombardamenti chirurgici e
l’attenzione per l’incolumità dei civili, fino ad arrivare al tiro al bersaglio
sulle persone in attesa di cibo. L’esercito «più morale del mondo» lasciava
volutamente la scena a quello più spietato, vendicativo e indiscriminato
nell’uso della forza. Ogni palestinese un terrorista o un suo complice, ogni
edificio una «infrastruttura di Hamas».
Con questo sfacciato cambio di tono in gran parte
dell’Europa diveniva praticamente impossibile mettere a tacere il moltiplicarsi
delle denunce dei crimini di guerra commessi dall’esercito israeliano,
reprimere le manifestazioni sempre più partecipate a favore della Palestina,
assimilare al terrorismo simboli e slogan, come avveniva durante il primo anno
di guerra, soprattutto in Italia e Germania. Anche l’accusa di antisemitismo,
rivolta in una prima fase contro ogni critica indirizzata all’azione politica e
militare di Israele, che aveva esercitato una certa deterrenza soprattutto a
sinistra, è stata talmente abusata, stravolta e strumentalizzata, da perdere di
forza e significato. Se si denuncia l’intera Onu, come covo di antisemiti, non
si può pretendere di essere presi sul serio. Nonostante si registri
effettivamente una ripresa di vecchi e nuovi sentimenti antisemiti in Europa
anche tra quelli che stigmatizzano la guerra di Netanyahu, però sulla base di
torbidi presupposti antiebraici.
Ma intanto l’immagine e la credibilità di Israele
hanno subito altri colpi micidiali: l’entusiastica condivisione della grottesca
idea trumpiana di trasformare Gaza, una volta sterminati e deportati i suoi
abitanti, in una riviera di lusso fonte di lucrosi affari immobiliari è già
apparsa abbastanza ripugnante.
Si aggiungono poi le ripetute esternazioni dei due
ministri dell’estrema destra nazionalista che tengono in piedi il governo di
Netanyahu e che nessuno stato anche solo formalmente democratico potrebbe mai
tollerare. Fino ad oggi i governi europei hanno cercato di ignorarle per non
essere obbligati a troncare i rapporti con un governo che annovera tra i suoi
ministri fautori della superiorità razziale ebraica e del diritto divino allo
sterminio dei nemici. Personaggi che non hanno nulla da invidiare ai tagliagole
dell’Isis o ai Talebani e che sfoggiano orgogliosamente la propria ferocia.
Di pari passo con le difficoltà dei governi europei
nel salvaguardare i rapporti politici e affaristici con questa Israele, cresce
in tutta Europa un imponente movimento di solidarietà con i palestinesi che
incrocia però anche diverse altre linee di conflitto: dall’erosione degli spazi
democratici al riarmo, dal nazionalismo xenofobo alle diseguaglianze e all’avanzata
dei nuovi fascismi. Per dimensioni e partecipazione questo grande movimento
filopalestinese ha un precedente: l’imponente ondata di manifestazioni e
proteste in tutta la Germania dopo il convegno dell’estrema destra a Potsdam
intento a pianificare la «remigrazione», ossia la deportazione di massa degli
stranieri. A ben vedere c’è più di una affinità tra questi due movimenti
europei nello spirito antifascista e antisuprematista in lotta contro
quell’idea di purezza, omogeneità sociale e proprietà etnica del suolo, che
accomuna gli Smotrich e i Ben Gvir ai neonazisti europei.
Il piano di
pace del Gangster dei due mondi - Tomaso Montanari
Il piano di pace del Gangster dei
due mondi riporta indietro la storia di più di un secolo, quando alla fine
della prima guerra mondiale e con il disfacimento dell’impero ottomano, la
Palestina divenne un Protettorato britannico. Allora, pero’, il mandato britannico
della Palestina si concluse con la risoluzione dell’ONU 181 del 29.11.1947 che
proponeva la spartizione della Palestina in due Stati, uno ebraico e uno arabo
palestinese. Quel che ne è seguito -guerre, risoluzioni ONU a tutela dei
diritti dei Palestinesi- lo conosciamo.
Il piano concepito da Trump, che
esautora del tutto qualsiasi legittima Autorità palestinese, e’ stato subito
condiviso da Netanyahu e sottoposto ad Hamas, sapendo che non lo avrebbe mai
accettato. Il Commissario della ricostruzione sarà probabilmente Blair che,
avendo dato prova in passato di cinico supporto ai piani predatori degli US,
andrà a completare la triade criminale.
Il Popolo palestinese, vittima sacrificale, e’ letteralmente obliterato in
questa tragica, oscena pantomima che verrà ricordata come una delle pagine più
buie della Storia.
“Mentre seguiamo la Flotilla con il
cuore gonfio di ansia, arriva dalla corte del Grande Gangster un ‘piano di pace
per Gaza’.
È una proposta oscena: immaginate se
qualcuno avesse trattato con Hitler, ma non con gli ebrei, proponendo la fine
della Shoah in cambio di una cessione dei beni delle vittime, e di sovranità
sulle loro vite. E con la minaccia di riaccendere i forni, se gli ebrei
avessero rifiutato.
Non siamo molto distanti. Il primo
coautore del genocidio, Trump, insieme all’autore principale Netanhyau,
propongono di trasformare Gaza in un protettorato americano, governato da quel
Tony Blair che si è conquistato sulla pelle degli iracheni i galloni di
criminale di guerra. E se le vittime – ritenute indegne perfino di partecipare
alla genesi del piano, perché inferiori e subumane: oggetti, non soggetti –
dovessero dire di no, che riprenda il «lavoro»: il genocidio, lo sterminio, la
soluzione finale.
In un distopico ritorno al 1948, le potenze
occidentali riassumono il controllo della Palestina: un trionfo del peggior
colonialismo predatorio, tutto devastazione e saccheggio. Un quadro in cui i
crimini terribili di Hamas rischiano di sfigurare per inconsistenza.
Non so cosa potranno fare i
palestinesi, disperati e allo stremo. Collaborazionisti, speculatori, avvoltoi
di ogni tipo volteggiano sulla scena del genocidio, che naturalmente il ‘Piano
di Pace’ (che profanazione, usare questa parola!) ha il preciso scopo di lavare
per sempre, annullando crimini e responsabilità.
So cosa dovremmo fare noi, italiani
ed europei: insorgere. E invece il nostro governo nero, e quello guerrafondaio
di Von der Leyen si precipitano a lodare il piano, genuflettendosi al Gangster.
E l’eclissi dell’Europa, lo schianto della civiltà occidentale.
Sono sempre più vere le parole
scritte da Omar el Akkad sul genocidio di Gaza: «Considerando anche lo
spargimento di sangue che scatenerà in futuro, quello che è successo sarà
ricordato come il momento in cui milioni di persone hanno guardato
all’Occidente, all’ordine basato sulle regole, al guscio del liberalismo e a
come è asservito al capitalismo, e hanno detto. Non voglio averci più niente a
che fare».
“Nessuno ha alternative ad Hamas: piano Blair pura fantasia coloniale” - Gideon
Levy
(intervista di Riccardo Antoniucci)
“È stato un discorso allucinante, ma un discorso inutile. Ha paragonato
Israele ai nazisti, complimenti”. Gideon Levy, editorialista di Haaretz tra
i più noti, è atterrato a Roma (dove ha ricevuto ieri il premio Kapuscinski
nell’ambito del Festival della Letteratura di Viaggio promosso dalla Società
Geografica Italiana) qualche ora dopo aver finito di vedere in televisione il
discorso di Benjamin Netanyahu all’Onu. “L’unica cosa rilevante del discorso è
stata la platea vuota, segno dell’isolamento di Israele”.
Ieri hanno ripreso a circolare ipotesi di tregua a Gaza, Netanyahu le
sembra pronto?
Dovrà farlo per forza, se sarà Trump a costringerlo. Gli Stati Uniti sono
rimasti l’unico alleato di Israele, dopo che Netanyahu è riuscito a perdere il
sostegno degli europei. Senza gli Usa, Israele non sarebbe la potenza militare
che è. Per questo l’unico vero evento che conta è l’incontro di lunedì con
Trump a Washington.
Cosa resterà di Gaza dopo la fine della guerra?
Nessuno di noi può anche solo immaginare la dimensione della distruzione.
Mi fanno ridere i piani di ricostruzione che circolano: 1 o 2 anni non
basteranno mai a rimettere in piedi la Striscia. E poi, vogliono mettere a capo
di tutto Tony Blair. Cioè, tornare alle colonie britanniche? La verità è che
l’unica alternativa reale è che si torni al 6 ottobre. Hamas non se ne andrà,
non la cacceremo così, nessuno, né i sauditi né gli americani, vogliono
finanziare la ricostruzione di un posto che sanno che Israele distruggerà di
nuovo tra 5 anni.
Il suo ultimo libro (Meltemi) si chiama Killing Gaza, non Killing
Hamas…
Da mesi ho capito che non possiamo chiamare quest’offensiva in nessun altro
modo che un genocidio. La Striscia viene sistematicamente distrutta, muoiono
decine di palestinesi al giorno, non c’è un giorno in cui non muoiano bambini.
Ci sono prove indubitabili della fame. E quello che vediamo è una minima parte
di quanto accade. Una risposta militare dopo il 7 ottobre era attesa e
legittima, ma subito dopo il 7 ottobre è diventato una scusa per portare avanti
il vecchio piano di pulizia etnica dell’estrema destra al governo.
All’Onu il premier ha detto che l’Idf evita vittime civili, consente aiuti
umanitari e chiede alla popolazione di lasciare le zone di guerra…
Ha detto che i nazisti non hanno trasferito gli ebrei, è falso: lo hanno
fatto eccome, ed era parte della strategia dell’Olocausto. È quello che stiamo
facendo a Gaza: pulizia etnica. Gli unici a credere alle bugie di Netanyahu
ormai sono gli israeliani.
Non sono abbastanza i critici di Netanyahu in Israele?
La maggioranza degli israeliani purtroppo non vuole sapere, non vuole
vedere. Cercano di evitare il dilemma morale di sapere che sono i loro figli
che, nell’Idf, stanno massacrando i palestinesi. Le proteste sono per gli
ostaggi, in troppi dicono ‘fate tornare gli ostaggi e poi ricominciamo la
guerra’. E la cosa grave è che i media israeliani li assecondano e non mostrano
immagini di Gaza nei notiziari e sui giornali. Da due anni sembra che a Gaza
vivano solo 20 persone: gli ostaggi. Qualsiasi italiano di provincia ha visto
più immagini dalla Striscia di noi. E non c’è la censura, è tutta auto-censura.
La colpa non è del governo, ma dei miei colleghi che hanno tradito la
professione. Siamo peggio della Russia, almeno lì la censura esiste e i
giornalisti che tacciono la verità sono giustificabili.
Come spiega questa mancanza di critica dell’opinione pubblica israeliana?
Con un lavaggio del cervello lungo decenni. E poi c’è stato il 7 ottobre.
Quando faccio vedere ai miei amici i video da Gaza la loro prima reazione è
dire che sono fake.
La Flotilla è ripartita per Gaza, le autorità israeliane minacciano di
arrestarli o peggio. Gli europei possono mediare corridoi umanitari?
Su Haaretz abbiamo scritto un editoriale col titolo
‘Fateli entrare’. Lasciateli andare a Gaza per raccontarci la realtà di quella
tragedia! Ma non succederà, e quanto agli Stati europei, direi che prima di
trattare con la Flotilla dovrebbero fermare Israele, militarmente o meno.
Il piano di Trump per Gaza: un tentativo di impresa
coloniale nel XXI secolo
(da
lavaligiablu.it)
Aggiornamento
4 ottobre 2025: Hamas ha risposto al piano di 20 punti per la pace e la
ricostruzione di Gaza, proposto da Trump. Il presidente statunitense aveva dato
un ultimatum di tre o quattro giorni preannunciando gravi conseguenze in caso
di rifiuto. Il piano prevede il disarmo di Hamas, il rilascio degli ostaggi
israeliani, la fine graduale degli attacchi, l’ingresso di aiuti umanitari e la
ricostruzione. Gaza sarebbe governata da un’autorità transitoria di tecnocrati,
supervisionata da un “Consiglio di pace” internazionale guidato dallo stesso
Trump.
Hamas ha affermato di accettare il
piano, di essere pronto a rilasciare a tutti gli ostaggi e a cedere
l'amministrazione di Gaza a un organo palestinese di “tecnocrati”, ma chiede di
poter negoziare alcune questioni.
Poco dopo la comunicazione di
Hamas, Trump ha chiesto a Israele di “interrompere immediatamente i
bombardamenti su Gaza”, aggiungendo che Hamas era “pronto per una pace
duratura”. “Vedremo come andrà a finire”, ha detto Trump: “È molto importante,
non vedo l'ora che gli ostaggi tornino a casa dai loro genitori”. Il Forum
delle famiglie degli ostaggi ha chiesto “al primo ministro Netanyahu di avviare
immediatamente negoziati efficaci e rapidi per riportare a casa tutti”.
Il primo ministro israeliano
Benjamin Netanyahu ha affermato che Israele si preparerà ad
attuare la “prima fase” del piano di Trump per il rilascio degli ostaggi e si è
impegnato a lavorare “in piena collaborazione con il presidente e il suo team
per porre fine alla guerra”.
Il piano statunitense prevedeva
che, una volta che Israele avesse accettato pubblicamente l'accordo, si sarebbe
aperto un periodo di 72 ore per il ritorno di tutti gli ostaggi.
Andando nel dettaglio, Hamas ha
dichiarato che rilascerà gli ostaggi “secondo la formula di scambio contenuta
nella proposta del presidente Trump e una volta soddisfatte le condizioni sul
campo per lo scambio”, senza però specificare quali sono queste condizioni.
Per quanto riguarda il futuro di
Gaza, il gruppo accetta “di cedere l'amministrazione della Striscia di Gaza a
un organo palestinese composto da tecnocrati indipendenti, sulla base del
consenso nazionale palestinese e del sostegno arabo e islamico”. Non è chiaro
se Hamas veda un posto per sé o per i suoi membri all'interno di tale organo di
tecnocrati.
La dichiarazione chiarisce che
Hamas vuole svolgere un ruolo nella discussione sul futuro del popolo
palestinese. Hamas vuole un dibattito tra i palestinesi sulle questioni
“relative al futuro della Striscia di Gaza e ai diritti intrinseci del popolo
palestinese”. Ha inoltre affermato che “Hamas prenderà parte” a tale
discussione e “contribuirà in modo responsabile” alla stessa.
Non ci sono riferimenti, infine, sul
disarmo del gruppo e sulla proposta di amnistia per i membri che si impegnano a
coesistere.
I leader mondiali hanno accolto con
favore la dichiarazione di Hamas che – ha commentato a BBC Oliver McTernan, che
che da oltre vent'anni si occupa di risoluzione dei conflitti in Medio Oriente
– “ha rimesso la palla nel campo di Trump e di Netanyahu, chiedendo loro di
decidere se accettare la richiesta di Hamas di ulteriori negoziati su alcuni
aspetti del piano di pace”.
L’immediata risposta di Trump
sembra aumentare, a sua volta, la pressione su Israele, già alta dopo l'attacco
israeliano del 9 settembre contro i rappresentanti di Hamas in Qatar che aveva
spinto il presidente statunitense a premere su Netanyahu affinché sostenesse un
accordo quadro per porre fine alla attacchi su Gaza. Come rivelato da Axios, Trump ha
firmato lunedì scorso un ordine esecutivo per fornire al Qatar una garanzia di
sicurezza degli USA con condizioni simili a quelle dell'articolo 5 della NATO.
È stato uno degli elementi chiave che hanno portato all’appoggio di Israele al
piano di Trump.
Dopo la dichiarazione di Trump, un
giornalista della stazione radio militare ufficiale israeliana Galatz ha
riferito che l'IDF avrebbe ridotto al minimo l'attività delle truppe a Gaza.
Tuttavia, diverse esplosioni sono state udite nelle prime ore di sabato. Gli
attacchi continuano.
Mentre a Gaza proseguono gli
attacchi Israeliani e le uccisioni di civili – almeno 33 palestinesi nella sola
giornata di ieri, riferiscono gli ospedali gazawi – Trump ha dato ad Hamas un ultimatum di “tre o quattro giorni” per
rispondere al suo piano di pace e ricostruzione nella Striscia, preannunciando
gravi conseguenze in caso di rifiuto. “Abbiamo bisogno di una sola firma, e chi
non firmerà la pagherà cara”, ha detto Trump ai generali e agli ammiragli
statunitensi riuniti in una base militare a Quantico, in Virginia. Il
presidente ha già affermato che sosterrà Israele nel proseguimento degli
attacchi su Gaza se Hamas rifiuterà la proposta o rinnegherà l'accordo in
qualsiasi momento.
La proposta di cui si parla è
quella annunciata da Trump il 29 settembre in una conferenza stampa congiunta a
Washington con il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu. Trump lo ha
presentato come un accordo storico per portare la pace dopo due anni di
violenze catastrofiche ma, scrivono sul New York
Times Luke Broadwater e Shawn McCreesh, è parso più un
ultimatum ad Hamas.
Il piano di 20 punti prevede il disarmo di Hamas e
l’esclusione da ruolo politico futuro a Gaza, che sarebbe gestita da
un’autorità di transizione composta da tecnocrati apolitici guidata da Trump.
Nel caso in cui il piano venisse accettato da entrambe le parti, la fine degli
attacchi sarà accompagnata dal rilascio di tutti i 48 ostaggi israeliani, sia
vivi (circa le metà) che morti, “entro 72 ore”, e dal ritiro graduale delle
forze militari israeliane in una zona cuscinetto concordata, all’interno di
Gaza.
In cambio del rilascio degli
ostaggi, Israele rilascerà 250 palestinesi attualmente condannati all'ergastolo
e 1.700 palestinesi detenuti a Gaza dal 7 ottobre 2023, dopo l’attacco
terroristico di di Hamas contro Israele. Per ogni ostaggio israeliano i cui
resti saranno restituiti, Israele restituirà i resti di 15 palestinesi
deceduti. Durante il periodo di rilascio degli ostaggi saranno sospese tutte le
operazioni militari, compresi i bombardamenti aerei e di artiglieria.
Una volta rilasciati tutti gli
ostaggi, sarà concessa l'amnistia ai membri di Hamas che accetteranno la
coesistenza pacifica e la consegna delle armi. A coloro che desiderano lasciare
Gaza sarà garantito un passaggio sicuro verso i paesi che hanno accettato di
accoglierli.
Per quanto riguarda gli aiuti umanitari,
“l'ingresso avverrà senza interferenze da parte delle due parti attraverso le
Nazioni Unite e le sue agenzie, la Mezzaluna Rossa e altre istituzioni
internazionali non associate in alcun modo a nessuna delle due parti”. Il
ripristino degli aiuti comporterà la riapertura del valico di frontiera nella
città meridionale di Rafah, in gran parte rasa al suolo da Israele.
E la Gaza futura? Il piano parla di
“una zona deradicalizzata e libera dal terrorismo che non rappresenti una
minaccia per i paesi vicini”. In un altro punto, si dice che il territorio sarà
“riqualificato a beneficio della popolazione di Gaza, che ha sofferto già
abbastanza”.
Il piano promette che Israele non
occuperà né annetterà il territorio e che nessuno sarà costretto a lasciare Gaza.
Coloro che desiderano andarsene potranno farlo liberamente e potranno tornare.
Come detto, Hamas non potrà
svolgere alcun ruolo, “direttamente o indirettamente”, nella futura governance
del territorio. Il governo di Gaza passerebbe a un organo transitorio, definito
“comitato palestinese tecnocratico e apolitico”, che a sua volta sarebbe
controllato e supervisionato da un “Consiglio di pace” internazionale, guidato
da Donald Trump. Il consiglio includerebbe altri capi di Stato e funzionari
internazionali, tra cui l'ex primo ministro britannico Tony Blair.
Questo organismo lavorerebbe per
definire il quadro dei finanziamenti per la ricostruzione di Gaza, mentre
l'Autorità palestinese, l'entità politica nominalmente responsabile degli
affari palestinesi in Cisgiordania, dovrebbe intraprendere un processo di
riforme.
Verrà convocato un gruppo di
esperti per creare quello che il piano definisce un “piano di sviluppo
economico di Trump per ricostruire e rilanciare” il territorio, che il
presidente degli Stati Uniti aveva precedentemente immaginato di trasformare in
una “riviera” con una serie di megalopoli high-tech.
Lo scenario di uno Stato
palestinese resta una vaga possibilità. Alla fine del piano si parla
dell’istituzione di un “processo di dialogo interreligioso” per promuovere “i
valori della tolleranza e della coesistenza pacifica” e si dice che “con il
progredire della ricostruzione di Gaza e l'attuazione fedele del programma di
riforme dell'Autorità Palestinese, potrebbero finalmente crearsi le condizioni
per un percorso credibile verso l'autodeterminazione e la statualità
palestinese, che riconosciamo come aspirazione del popolo palestinese”.
Il piano è stato accolto con favore dalla comunità internazionale.
Sostegno è arrivato dal cancelliere tedesco Merz, dal presidente francese
Macron, dalla Russia e anche da Pakistan, Giordania, Emirati Arabi Uniti,
Indonesia, Turchia, Arabia Saudita, Qatar ed Egitto che hanno rilasciato una dichiarazione congiunta in cui
affermano di essere pronti a collaborare in modo costruttivo con gli Stati
Uniti e altri paesi per garantire la pace. L'Autorità palestinese, che esercita
un'autorità parziale su alcune parti della Cisgiordania occupata da Israele, ma
che potrebbe eventualmente assumere un qualche ruolo nel governo postbellico di
Gaza, ha accolto con favore gli “sforzi sinceri e
determinati” di Trump.
E i diretti interessati? “Nessuno
ci ha contattato, né abbiamo partecipato ai negoziati”, ha dichiarato Taher al-Nounou, un alto funzionario di
Hamas, in un'intervista televisiva. Secondo quanto dichiarato da una fonte di
Hamas all’Agence France-Presse, il gruppo ha “avviato una serie di
consultazioni all'interno della sua leadership politica e militare, sia in
Palestina che all'estero”, che “richiederanno diversi giorni a causa della
complessità delle comunicazioni tra i membri della leadership e i movimenti”.
Turchia, Egitto e Qatar potrebbero esercitare pressioni su Hamas, hanno
affermato gli analisti. Un funzionario qatariota ha dichiarato che il Qatar
incontrerà Hamas e la Turchia per discutere il piano.
Secondo quanto riportato dai media
locali, le fazioni palestinesi alleate con Hamas sembrano aver inizialmente
respinto il piano, mentre una fonte vicina ad Hamas ha definito i venti punti
presentati da Trump “completamente sbilanciati a favore di Israele” con
“condizioni impossibili” che hanno l’obiettivo di eliminare il gruppo. “In
questo modo, Israele sta tentando, attraverso gli Stati Uniti, di imporre ciò
che non è riuscito a ottenere con la guerra”, ha dichiarato la Jihad islamica.
In Israele, molti commentatori
hanno accolto con favore la proposta. Tuttavia, i ministri di estrema destra
hanno promesso di lasciare la coalizione di governo se Netanyahu interromperà
l'offensiva israeliana a Gaza senza ottenere la “vittoria totale” o assicurarsi
il territorio per gli insediamenti israeliani. Bezalel Smotrich, ministro delle
Finanze israeliano, ha affermato che il piano è un “clamoroso fallimento
diplomatico” che “finirà in lacrime”.
Intanto, in una dichiarazione video
pubblicata sul suo canale Telegram dopo la conferenza stampa congiunta con
Trump, Netanyahu ha già fatto sapere che l'esercito israeliano rimarrà nella
maggior parte di Gaza e che non è disponibile ad accettare la creazione di uno
Stato palestinese. “Recupereremo tutti i nostri ostaggi, vivi e in buona
salute, mentre l'esercito israeliano rimarrà nella maggior parte della Striscia
di Gaza”, ha affermato.
Il piano funzionerà? Nel
manifestare il proprio sostegno, il presidente francese Emmanuel Macron ha
affermato che è compatibile con il piano per la Palestina definito nella
dichiarazione di New York approvata questa settimana dall'Assemblea generale
delle Nazioni Unite. In effetti, ci sono alcuni aspetti in comune che
potrebbero far pensare a una convergenza: nessuno dei due piani prevede lo
sfollamento di massa dei palestinesi da Gaza, assegna ad Hamas un ruolo nel
futuro governo della Palestina e ulteriori annessioni israeliane in
Cisgiordania.
Ma poi iniziano le
differenze, evidenzia Patrick Wintour sul Guardian.
La dichiarazione di New York, approvata dall’ONU, propone un'amministrazione
tecnocratica per un solo anno nella fase iniziale di transizione, ma poi pone
l'Autorità Palestinese al centro di un nuovo governo unificato che copre Gaza,
la Cisgiordania e Gerusalemme Est. I paletti posti dal piano di Trump per
arrivare a un nuovo governo sembrano invece circoscrivere e marginalizzare il
ruolo dell’Autorità Palestinese. Inoltre, nessuno può dire quale tipo di
leadership politica palestinese potrebbe emergere dopo due anni di attacchi su
Gaza e di assalti in Cisgiordania. Per questo Trump è favorevole a un organismo
tecnocratico di transizione che consulti l'Autorità Palestinese.
Altro punto di divergenza è la
gestione degli aiuti umanitari. La dichiarazione di New York assegna un ruolo
centrale all'agenzia di soccorso delle Nazioni Unite, l'UNRWA, la stessa
agenzia accusata da Israele senza prove di terrorismo. C’è chi dice che Trump
possa assegnare all’Autorità Palestinese il ruolo dell'UNRWA, ma dall'ottobre
2023 Israele sta esercitando pressioni finanziarie sull'Autorità Palestinese
trattenendo le entrate fiscali che le spettano. “Come potrebbe Trump sostenere
il ruolo di un'organizzazione che Israele sta cercando di mandare in
bancarotta? La risposta è la riforma dell'Autorità Palestinese, un'espressione
che risuona nelle sale diplomatiche da oltre 20 anni, ma che non è mai stata
realizzata”, scrive Wintour.
Le incognite sono così tante che il
piano è lungi dal poter avere successo, osserva il diplomatico statunitense Michael Ratney su Haaretz.
Due aree sono particolarmente problematiche, scrive Ratney: il ritiro militare
di Israele e il percorso verso uno Stato palestinese.
Il ritiro militare israeliano da
Gaza sarà “basato su standard, tappe fondamentali e tempistiche legate alla
smilitarizzazione che saranno concordati tra l'IDF” e la Forza di
stabilizzazione internazionale creata per Gaza, nonché gli altri garanti del
piano e gli Stati Uniti. Ciò lascia essenzialmente qualsiasi ritiro dalla
Striscia quasi interamente a discrezione di Israele. Secondo Netanyahu, ciò
significa che, per quanto riguarda Gaza, “Israele manterrà la responsabilità
della sicurezza, compreso un perimetro di sicurezza per il prossimo
futuro”.
Per quanto riguarda la statualità
palestinese, il piano afferma che “mentre la ricostruzione di Gaza avanza e
quando il programma di riforma dell'Autorità Palestinese sarà fedelmente attuato,
potrebbero finalmente esserci le condizioni per un percorso credibile verso
l'autodeterminazione e la statualità palestinese”. Quindi, anche se l'Autorità
Palestinese attuerà le riforme, la statualità non è garantita. “Alle orecchie
della maggior parte dei palestinesi, questo suona molto simile a ‘mai’,
riflette Ratney.
La riuscita del piano, infine, è
particolarmente problematica perché chiede di fatto ad Hamas di smettere di
essere Hamas e di impegnarsi al disarmo come condizione preliminare, prima ancora
che siano attuate le altre misure (e nonostante il fatto che, secondo centinaia
di ex funzionari della sicurezza israeliani, la capacità militare di Hamas sia
stata ridotta al punto da non rappresentare più una minaccia strategica per
Israele già da molti mesi).
Perplessità raccolte anche da Jason Burke sul Guardian. È
improbabile che Hamas guardi con favore a un piano che afferma esplicitamente
che deve rinunciare a tutte o alla maggior parte delle sue armi e stare a
guardare mentre un “Consiglio di pace” tecnocratico guidato dallo stesso Trump
prende il controllo di Gaza. E “anche il collegamento tra il ritiro israeliano
e il ritmo e la portata del disarmo e della smilitarizzazione è vantaggioso per
Israele”, osserva Burke. “Tutti i territori ceduti sono stati rasi al suolo
dall’offensiva incessante di Israele. Un ritiro lento costa poco. Israele
potrebbe alla fine ritirarsi in un perimetro, ma non è chiaro quanto tempo ci
vorrà. Le mappe pubblicate sono vaghe. Tutto questo è molto lontano dalle
richieste di Hamas nei recenti negoziati. Né c'è stata alcuna promessa di
qualcosa che si avvicini a uno Stato palestinese”.
Più netto è il commentatore
americano M.J. Rosenberg. Il piano di Trump è il primo tentativo di impresa
coloniale di XXI secolo, scrive Rosengberg. “Non offre nulla ai palestinesi, nulla
alla pace e tutto ai due gruppi che dovrebbe servire: la leadership israeliana
e gli investitori miliardari (...) Israele può dire di aver ‘vinto’ fingendo di
aver sradicato Hamas, anche se mesi di bombardamenti non sono riusciti a
sconfiggere una forza di guerriglia. Il capitale straniero ottiene l'accesso
alle migliori terre del Mediterraneo, liberate dai loro abitanti grazie
all'assedio e agli attacchi aerei”.
Ecco perché questo piano è peggio
che inutile, conclude Rosenberg. “Non fa avanzare di un millimetro la pace. Non
riconosce i diritti dei palestinesi né la loro sovranità. Non garantisce
nemmeno la sopravvivenza, figuriamoci la dignità, dei gazawi. È un piano per
riciclare la sconfitta di Israele in una ‘vittoria’ di pubbliche relazioni e
consegnare la terra palestinese a imprenditori miliardari.
Il piano
“Gaza Riviera”: gentrificare il genocidio israeliano - Muhammad Shehada
Il cosiddetto Piano “Gaza Riviera” è
più un necrologio scritto nel linguaggio del lusso che una visione del futuro.
Avvolto in rappresentazioni patinate
e pubblicizzato come un balzo in avanti, è in realtà il culmine di anni di
devastazione deliberata: un Piano per Cancellare i palestinesi da Gaza e
rilanciare la loro assenza come innovazione.
Ciò che viene presentato come
investimento e rigenerazione è, in realtà, il riciclaggio del Genocidio in
spettacolo, una copertura estetica per un progetto politico il cui fondamento
sono le macerie di Gaza e il silenzio dei suoi abitanti espulsi.
Perchè Israele non ha mai sviluppato
un piano postbellico per Gaza
Il Piano “Gaza Riviera”, ampiamente
condannato, proposto per trasformare un’enclave completamente distrutta in una
serie di futuristiche megalopoli costiere ad alta tecnologia, si presenta con
il linguaggio degli investimenti e della modernità.
Ma se si guarda oltre le
presentazioni degli investitori, emerge una verità più cruda: questa non è una
strategia diplomatica, ma un’estetica della scomparsa. Mette a nudo il motivo
per cui, per due anni, non c’è stato un piano politico israeliano coerente per
Gaza, al di là della Distruzione di Massa, dello Sterminio di Massa e della
Fame di Massa; la Cancellazione di Gaza è stata il Piano stesso fin
dall’inizio.
La coreografia politica delle ultime
settimane tradisce le priorità di questo Piano. Mentre il Presidente degli
Stati Uniti Donald Trump, suo genero Jared Kushner, Tony Blair e gli inviati
israeliani si riunivano per immaginare il futuro di Gaza senza un solo
palestinese nella stanza, il Genocidio continuava a infierire, distruggendo ciò
che restava della densità urbana e del tessuto sociale della Striscia.
La conclusione è che la
Cancellazione non è un ostacolo al Piano, ma la precondizione.
Il piano di Netanyahu fin
dall’inizio
I contorni essenziali del Piano
Riviera sono emersi in documenti trapelati di recente che descrivono proposte
per porre Gaza sotto amministrazione fiduciaria statunitense per circa un
decennio, spopolare completamente l’enclave dei suoi abitanti palestinesi e
promuovere la costa come un futuristico polo turistico-tecnologico: “la Riviera
del Medio Oriente”.
Niente di tutto ciò, tuttavia, è una
novità. Il progetto originale di questo promettente polo fantascientifico,
costruito su fosse comuni e città rase al suolo, è stato creato dallo stesso
Benjamin Netanyahu diversi mesi prima dell’elezione di Trump.
La “Visione Gaza 2035” del Primo
Ministro israeliano, rivelata nel maggio 2024, immaginava l’enclave a lungo
assediata come una zona industriale e di libero scambio simile a Dubai e
utilizzava le stesse immagini generate dall’Intelligenza Artificiale che ora
vengono utilizzate nel Piano Riviera.
Non è un caso che entrambi i piani
abbiano una frase di apertura quasi identica. “Da una Gaza demolita a un
prospero alleato abramitico”, recita il Piano Riviera, mentre quello di
Netanyahu sottolineava “ricostruire dal nulla”.
Sono implicite le stesse due
precondizioni: che Gaza debba essere completamente rasa al suolo senza lasciare
nulla di sé, e che debba essere svuotata della sua popolazione per trasformarla
in una tela bianca su cui sviluppare il proprio sviluppo partendo da zero.
Questo era il Piano di Netanyahu fin
dall’inizio, quando il primo giorno di guerra ordinò alla popolazione civile di
Gaza di “andarsene subito” prima di una distruzione senza precedenti “ovunque”.
Netanyahu poi raddoppiò l’impegno quando il suo Ministero dell’Intelligence
elaborò un Piano dettagliato per l’espulsione di massa e il trasferimento
forzato della popolazione di Gaza.
Gli israeliani convinsero persino
l’allora Segretario di Stato americano Anthony Blinken a visitare Paesi arabi
come l’Egitto e l’Arabia Saudita per promuovere l’idea del “trasferimento
temporaneo” della popolazione di Gaza nel Sinai. Questo tentativo fallì
all’epoca e Israele non riuscì a trovare un pubblico disposto a condividere il
futuristico Piano di Gaza.
Netanyahu ha continuato ad aspettare
il momento opportuno finché Trump non è entrato in carica ed è volato
rapidamente a Washington per convincere il Presidente americano a presentare
l’idea di una Pulizia Etnica e di Occupazione di Gaza come se fosse di sua
proprietà.
Da allora, Netanyahu ha continuato a
riferirsi alla sistematica ricerca di espulsioni di massa da parte di Israele a
Gaza come “attuazione del Piano Trump” per attribuire la responsabilità di
questa politica Genocida.
La storia di copertura di Netanyahu
e il pubblico per cui è stata creata
Gli esperti hanno ripetutamente
definito il Piano Riviera di Gaza “folle”, irrealistico, poco pratico e pieno
di ostacoli legali e morali che renderebbero chiunque lo promuova Complice di
Crimini di Guerra e Crimini Contro l’Umanità.
Ecco perché il Gruppo di Consulenze
di Boston si è affrettato a sconfessare i propri maggiori consulenti quando
hanno prodotto un Piano dettagliato che rendeva operativo il Trasferimento di
Massa della popolazione a Gaza, includendo scenari simulati e fogli di calcolo
che includevano la Pulizia Etnica. Chiunque contribuisse a questo abominio
sarebbe stato esposto a cause legali e procedimenti penali per i decenni a
venire.
Ma la futuristica fantasia di Trump sul
Mediterraneo potrebbe non essere intesa come un piano serio, tanto per
cominciare. È semplicemente una storia con un “lieto fine” artificiale al
Genocidio e alla Pulizia Etnica che Israele racconta ai suoi alleati Complici.
La vera utilità per Netanyahu in
questa idea stravagante è la gestione narrativa. Mentre il governo israeliano
porta avanti una campagna che riorganizza la geografia e la topografia di Gaza
e la rende inabitabile, radendo al suolo quartieri, espellendo in massa
centinaia di migliaia di persone nei Campi di Concentramento, bruciando case e
facendo morire di fame i bambini, le frane della Riviera forniscono un alibi
proiettato nel futuro.
Alla destra di Netanyahu, sussurrano
il vecchio sogno del ritorno degli insediamenti per soli ebrei a Gaza; ai suoi
alleati all’estero, offrono un ottimismo investibile. Alla base di Trump,
vendono la favola definitiva del MAGA: “Faremo fiorire il deserto e lo faremo
nostro”.
Il punto è lo sfarzo; Il Piano che
circola alla Casa Bianca è persino formalmente denominato GREAT (acronimo di
Ricostituzione, Accelerazione Economica e Trasformazione di Gaza). Per il
marchio politico di Trump, la promessa di trasformare le rovine in villaggi
turistici è un classico del teatro.
I paesaggi urbani scintillanti contribuiscono
a vendere al mondo del MAGA (Rendere l’America di Nuovo Grande) e ai gestori di
capitali di rischio un’immagine di Gaza come una tela bianca in attesa di un
genio esterno, mentre, sul campo, il Genocidio procede ininterrotto e senza
limiti verso la sua fase finale.
In questo senso, la fantasia della
Riviera non è una deviazione dagli ultimi due decenni di politiche draconiane
di assedio e Massacri a Gaza, ma piuttosto il loro culmine.
È un gioco di parole per camuffare
l’indifendibile; La distruzione diventa “preparazione del sito”, lo sfollamento
diventa “pianificazione urbana”, l’annientamento diventa un trampolino di
lancio verso profitti inesplorati e opportunità commerciali.
Questo è ciò che rende la
rappresentazione della Riviera di Gaza un potente strumento di propaganda, per
come capovolgono la realtà. Propongono spiagge senza abitanti, torri senza
inquilini, porti senza politica. Fanno apparire l’assenza dei palestinesi come
un progresso.
Israele promette Gaza ai coloni, non
a investitori futuristi
È illogico che Israele si spinga
fino in fondo per compiere un Genocidio a Gaza, spendere quasi 90 miliardi di
dollari (77 miliardi di euro) in questa guerra, perdere oltre 900 soldati,
diventare uno Stato reietto, solo per poi consegnare Gaza su un piatto
d’argento al governo degli Stati Uniti e ai magnati americani della tecnologia
e del mercato immobiliare.
Yehuda Shaul, co-fondatore di
Breaking the Silence (Rompere il Silenzio), ha dichiarato di ritenere che il
Piano per la Riviera di Gaza “non sia collegato allo sforzo principale del
Movimento dei Coloni israeliani”, che sta spingendo per un ritorno a Gaza.
“Il Piano originale delle
organizzazioni dei coloni, che si adatta anche alla geografia di base di Gaza,
è di tornare a quella che un tempo veniva chiamata ‘la zona settentrionale’,
ovvero i tre insediamenti nel Nord di Gaza: Elei Sinai, Nisanit e Dugit”, ha
aggiunto Yehuda.
“Questi sono gli insediamenti che un
tempo si trovavano a Nord di Beit Lahia. È su questo che i coloni hanno puntato
gli occhi”.
Shaul ha spiegato che commentatori
israeliani di destra come Amit Segal hanno insistito su questo aspetto sui
principali media. “Viene spacciato come una ‘semplice’ espansione dei confini
israeliani, invece di un’annessione di parti significative della Striscia di
Gaza”.
La promessa di torri e porti
turistici su una costa spopolata non è un piano di pace, ma un teatro di
espropriazione, una storia scritta per investitori stranieri, raduni del MAGA e
fantasie dei coloni.
La “Riviera di Gaza” non indica un
futuro di coesistenza o prosperità; rimanda alla più antica Logica Coloniale
che trasforma le vite in ostacoli e la Cancellazione in opportunità.
“Israele rilasci l’ostaggio Barghouti e
tratti con lui. Il piano Trump? È una truffa, e Blair un criminale”, parla Moni
Ovadia
(intervista diUmberto
De Giovannangeli)
Moni Ovadia è
tante cose. Attore, cantante, musicista, scrittore. Soprattutto, è uno spirito
libero, coscienza critica che sa andare controcorrente, mettendoci la faccia,
il cuore e una insaziabile sete di giustizia.
Cosa racconta la vicenda della Global Sumud Flotilla e come
definire la reazione d’Israele?
La reazione di Israele? Un atto di pirateria tout court. Invece di giustificare
l’ingiustificabile arrivando all’impudenza di incolpare le vittime e
giustificare gli assalitori, chi governa l’Italia dovrebbe dire chiaro e tondo
che questo è un atto di pirateria contro il nostro Paese. Questi signori
cianciano di nazione, di patriottismo, e poi si genuflettono ai piedi dei
prepotenti, dei criminali. Alla faccia dell’orgoglio patrio! L’atto di pirateria è
stato commesso da Israele con assoluta naturalezza, perché per
lo Stato d’Israele non esiste la legalità internazionale. Intanto, quelle in
cui si è consumato quel vile atto di pirateria – vile perché quello che si
favoleggia essere l’esercito più morale del mondo ha mostrato la forza contro
gente pacifica, disarmata – non sono acque israeliane, ma sono acque di Gaza. A
Gaza, Israele è un invasore. E poi, te lo dico apertis verbis, c’è una cosa che
non sopporto più.
Di cosa si tratta?
Di questa storia del terrorismo. Chi si batte per cacciare un occupante, un
colonizzatore, un aggressore, ha tutto il diritto a opporre resistenza.
L’aggressione israeliana a Gaza e alla sua gente non nasce dopo il 7 ottobre
2023. Si dice: “ma
Israele si era ritirato da Gaza”. Chi lo afferma si dovrebbe vergognare,
mente sapendo di mentire…
Perché?
Perché Israele ha blindato Gaza, l’ha resa la più
grande prigione a cielo aperto al mondo. L’ha assediata. E
questo dura da anni e anni. L’acqua, l’elettricità, tutto dipende da Israele,
tutto. Dall’epoca della guerra di Troia, l’assedio è un atto di guerra. Chi si
batte contro l’occupazione, la colonizzazione, l’oppressione, le violenze
continue, le punizioni collettive, i bombardamenti a tappeto con l’uccisione di
civili, di bambini, chi si batte contro tutto questo si chiama o patriota o
partigiano. Quanto al terrorismo, tutti i popoli che si sono liberati dalle
occupazioni coloniali, e il sionismo è una ideologia puramente colonialista,
razzista, segregazionista e da ultimo genocidaria, usa lo strumento del
terrorismo. L’hanno usato anche i combattenti ebrei della Palestina mandataria.
Begin è stato un terrorista, Shamir è stato un terrorista. Vogliamo dire che
l’Algeria è uno Stato terrorista perché ha conquistato l’indipendenza con una
lotta di liberazione nazionale usando anche un pesantissimo terrorismo? Bisogna
smetterla con questa storia. Anche i nazisti chiamavano i nostri partigiani,
banditi. Ricordiamocelo. La lotta al terrorismo è diventata la scusante per
ogni nefandezza perpetrata. Si manipola il linguaggio.
Ribellarsi è legittimo?
Ribellarsi è legittimo. Non lo dice Moni Ovadia, l’ha detto l’Onu e l’hanno
detto anche Giulio Andreotti e Bettino Craxi nel Parlamento italiano. Quelli
che compiono degli atti che sono considerati crimini contro l’umanità, come la
presa di ostaggi, vanno indagati, si deve istruire un processo, vanno giudicati
e condannati. Cito un caso che riguarda Israele. Quando ci fu l’attentato
contro la squadra olimpica israeliana a Monaco nel ’72, gli israeliani – allora
primo ministro era Golda Meir – cercarono uno per uno i responsabili, con
un’azione discutibile, però li individuarono e cercarono i colpevoli di
quell’azione. Non è che si misero a fare un genocidio contro i palestinesi.
Netanyahu è l’epitome del sionismo, anche se va ricordato, per verità storica,
che a fare la Nakba furono i laburisti. Va ristabilito l’ordine del linguaggio.
E poi, lasciami un altro grido di indignazione.
Quale?
Adesso sono tutti galvanizzati dal piano di Trump. Un
piano di pace dice il coro degli aedi. Questa non è una pace…
E cosa sarebbe?
Una operazione colonialista in stile ottocentesco. Lo definirei colonialismo
ottocentesco 5.0. Questa sarebbe una proposta di pace? Netanyahu continua a
dire, apertis verbis, che lo Stato palestinese non ci sarà mai. Che razza di
pace è mai questa! È una truffa. Una truffa sanguinosa che produrrà ancora
violenze, che produrrà altri disastri. Il popolo palestinese non viene tenuto
in minimo conto da questo “piano
di pace”. In minimo conto. Per fare una pace che
coinvolge il popolo palestinese, si vedono Trump e Netanyahu. E i palestinesi
non esistono? Ricordo che quando si volle fare la pace di Oslo,
alla fine, sul prato della Casa Bianca, erano presenti Rabin, come primo
ministro rappresentante dello Stato d’Israele, e Arafat come capo dell’Olp e
rappresentante del popolo palestinese, e il mediatore Bill Clinton. Sappiamo
tutti come andò a finire Oslo, ma almeno quella cerimonia mostrò al mondo un
riconoscimento reciproco.
Mentre adesso c’è il piano Trump…
Un’operazione di stampo commerciale. E per sommo disprezzo dei palestinesi,
propongono, anzi impongono, nella squadra Tony
Blair.
Non va bene Blair?
Tony Blair! Che è stato, pure lui, un criminale di guerra, perché ha
contribuito a scatenare una guerra, quella in Iraq, micidiale, che ha causato
la morte di 500mila civili innocenti, sulla base di acclarate menzogne. Questo
si definisce tecnicamente un criminale di guerra. Se tu scateni una guerra e
non ci sono presupposti per farlo, di nessun tipo, anzi sono menzogne quelle
che usi per giustificare e legittimare quella guerra, sei un criminale di
guerra. Punto. Blair e Bush non sono stati neanche portati davanti a una Corte
internazionale, non dico per essere condannati ma quantomeno per essere
indagati e giudicati. Invece Slobodan Milosevic si. E alla fine Milosevic è
stato prosciolto, però non lo sa quasi nessuno. L’Occidente è ancora intriso
della pestilenza colonialista. Il suo modo di vedere il mondo, il suo modo di
stabilire le relazioni con i popoli dell’alterità, quelli che non sono bianchi
caucasici. Cosa triste è che anche i neri d’America hanno interiorizzato questo
colonialismo. Colin Powell, ai tempi dell’Iraq segretario di Stato Usa, mostrò
una boccetta vuota dicendo che c’era antrace e poi la storia della presenza di
armi di distruzione di massa in Iraq… Tutte falsità. Ricordi che si sia scusato
per questo?
No. Ma torniamo sulla Global Sumud Flotilla. Verrà ricordata come
uno dei grandi momenti della storia dell’umanità di questa epoca. È
dal tempo delle brigate internazionali che accorsero in Spagna da tutto il
mondo per combattere il nazifascismo, che non c’è stato qualcosa di simile. Ha
lo stesso tenore: andiamo a impedire un genocidio. Andiamo a dichiarare che
esiste un’umanità. Perché se c’è una umanità disumana, c’è anche un’umanità
umana.
Un’umanità umana che si dichiara e dice ai palestinesi e al mondo: noi non vi
abbandoneremo, perché voi siete nostri simili, quindi nostri fratelli e
sorelle. Invece, per come si comportano, i reazionari di tutto il mondo
demoliscono il principio più sacrale, fondato dal monoteismo ebraico e poi dal
cristianesimo e poi ancora dalla grande cultura laica, cioè che l’essere umano
su questa terra è uno solo. È sacro e inviolabile, e questo è proprio del
monoteismo ebraico, perché porta l’impronta divina. Loro distruggono questo,
perché trattano quelli che non sono del loro clan come esseri inferiori. E poi
continuano a reiterare il 7 di ottobre.
Una ferita aperta per Israele.
Il 7 ottobre ha prodotto orrore. Però va ricordato che il 7 ottobre nasce dopo
decenni di oppressione da parte israeliana. Invece tutti vogliono far partire,
in modo squallido e miserabile, quello che di criminale e disumano che è
accaduto dopo, che continua ad accadere due anni dopo, da quel tragico giorno,
come una reazione giustificata, sia pure, qualcuno aggiunge per pudore, un po’
eccessiva. Il 7 ottobre è conseguenza di anni di oppressione del popolo
palestinese, di torture, di violenze, di uccisioni, di occupazione, di furto di
territori, di occupazione. Basta leggere un grande storico israeliano qual è
Ilan Pappé. La parola genocidio l’ha usata in Israele Amos Goldberg, professore
di Storia dell’Olocausto nel Dipartimento di Storia ebraica all’Università
ebraica di Gerusalemme. Credo un po’ più competente in materia di Matteo
Salvini. Queste posizioni vengono celate, quelle di eminenti storici israeliani
così come dei militari israeliani che lo dichiarano.
L’Occidente marcio e decadente si aggrappa ormai ad ogni cosa per cercare di
rilanciare il suo dominio, la sua egemonia. Solo che ha un problema, e che
problema…
Quale?
Adesso ci sono i Brics, in cui è entrata anche quella che viene considerata
l’ottava potenza economica mondiale: l’Indonesia.
Per tornare alla Palestina, e alla pace che non c’è. Su
cosa dovrebbe fondarsi ad avviso di Moni Ovadia, una vera pace?
Punto primo: tutto il mondo, compresi gli americani, riconosca lo Stato
palestinese e lo si dichiara nei suoi confini, ovvero Cisgiordania, la Striscia
di Gaza, Gerusalemme Est, con un corridoio che unisca la Cisgiordania a Gaza.
Poi si potevano discutere i tempi, le tappe di realizzazione. Non lo si fa,
secondo me, perché Israele rischierebbe una pesantissima guerra civile. Come
dice Ilan Pappé, in Israele ci sono due stati ebraici: uno è lo stato
d’Israele, del sionismo politico, e l’altro è quello della Giudea e Samaria,
quello degli ottocentomila coloni.
Costoro siccome pensano di agire in nome di Dio, chi li leva di lì? Il
riconoscimento di uno Stato palestinese non è contemplato. I palestinesi
resteranno, bontà loro, ma a fare cosa? Gli schiavi. Manodopera a basso costo.
Dicono: “Non c’è un
rappresentante del popolo palestinese con cui negoziare”. Il popolo
palestinese ha il diritto a indicare la propria rappresentanza. Non lo decidono
gli altri chi dovrebbe o non dovrebbe rappresentarlo. E poi, se ci fosse una
vera volontà di pace, il rappresentante ideale per trattare ci sarebbe. È
detenuto in un carcere israeliano, perché è un partigiano per la liberazione
del suo popolo. Si chiama Marwan Barghouti.
Lui gode del prestigio necessario e della stima di tutti i palestinesi. Lui
potrebbe negoziare anche perché conosce molto bene il mondo israeliano.
Liberarlo dimostrerebbe la vera volontà di una pace. Perché la pace si fa nella
giustizia, altrimenti si chiama diktat imposto con la forza.