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mercoledì 12 novembre 2025

Mamdani e l'isterismo "liberal" - Alessandro Volpi

 

L'elezione di Zohran Mamdani a sindaco di New York meriterebbe moltissime considerazioni, a partire da quella relativa alla straordinaria affluenza al voto, la più alta da 50 anni, a dimostrazione, forse, che solo con proposte davvero radicali è possibile rimobilitare la partecipazione elettorale, in particolare delle fasce con redditi più bassi. Ma io vorrei soffermarmi su un paio di aspetti peraltro tra loro collegati. Il primo ha a che fare con la reazione isterica di gran parte della stampa e dei media italiani. I grandi saggi Mieli, Rampini, la mobilitata redazione del "Sole 24", la grande famiglia della Rai, il pensoso Molinari si sono immediatamente prodigati nel sostenere che la vittoria di un socialista musulmano nella Grande Mela, oltre ad essere una profonda sciagura, rappresenta un unicum non certo trasferibile al caso italiano dove, affermano in coro, si vince correndo al Centro ed evitando estremismi perdenti.

Ora, varrebbe la pena ricordare a questa aulica compagnia di "liberal" che, in realtà le proposte "eversive" di Mamdami sono state parte integrante del patrimonio della Sinistra italiana dalla Costituente fino alla conclusione degli anni Settanta (Servizi pubblici gratuiti, indicizzazione delle retribuzioni, salari minimi, asili e nidi gratuiti, piani di edilizia popolare, calmiere degli affitti ed equo canone, tutela dei diritti individuali e collettivi).

La pensavano così infatti Di Vittorio, Trentin, Berlinguer, i tanti sindaci rossi a cominciare da Zangheri, Ingrao, Lombardi, ma anche La Pira, Moro e un eretico radicale come Ernesto Rossi. La pensavano così anche i movimenti che dalla metà degli anni Novanta hanno provato a rispondere alla ondata socialmente durissima della glòobalizzazione. Il patrimonio di Mamdani è dunque ben radicato nella cultura politica della Sinistra e del pensiero sociale del nostro paese che, come il neo sindaco, erano convinti della necessità di coinvolgere il mondo degli intellettuali in maniera organica, secondo la migliore tradizione gramsciana.

Il vero problema è che poi gran parte della Sinistra italiana ha abbandonato questa visione per aderire appunto al modello neoliberale dove l'assunto principale era la competizione di mercato e l'abbattimento del carico fiscale per i ricchi. Ma, pure su questo Mamdani sostiene una linea cara alla vera Sinistra che parlava di fisco negli anni 50 e 70, e a cui non sarebbe certo stata estranea l'idea di portare l'aliquota per coloro che hanno un reddito annuo superiore al milione di dollari dal 3,9 al 5,9 e quella sulle società dal 7,2 all'11%, procedendo al contempo ad una maggiorazione degli oneri di urbanizzazione e delle imposte immobiliare nelle aree di New York più ricche.

Dunque il vero punto per la futura Sinistra italiana è riconoscere in Mandani la parte migliore e più efficace della propria storia, resistendo all'offensiva dei liberali terrorizzati da un giovane sindaco molto più che da Trump perché quel sindaco ha risposto al centro il tempo cruciale: la Sinistra deve essere capace di rappresentanza di classe, intesa come quella estesissima fascia di popolazione ormai in condizioni di precarietà e di costante minaccia di povertà. E allora "alziamo il volume".

https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-mamdani_e_listerismo_liberal/39602_63470/

martedì 29 luglio 2025

La strategia dell'Unione europea spiegata da Pino e gli Anticorpi, anni fa




fra i modelli trumpiani, oltre a Jeffrey Epstein, poteva mancare Al Capone?

"Vogliono rimanere al 2%, penso sia terribile. E sai, stanno andando molto bene. L’economia va molto bene, e potrebbe essere spazzata via se succedesse qualcosa di brutto", ha riferito Trump durante una conferenza stampa a L'Aia. E poco dopo ha svelato in cosa consiste la sua minaccia: "Sapete, che faremo? Negozieremo con la Spagna un accordo commerciale, faremo pagare loro il doppio. E sono davvero serio al riguardo. Faremo in modo che la Spagna paghi". Il tycoon ha quindi aggiunto che gestirà il dossier in prima persona: "Negozierò direttamente con la Spagna. Lo farò io stesso. Pagheranno. Pagheranno di più in questo modo. Dovreste dire loro di tornare indietro e pagare. Sei un giornalista. Digli di tornare indietro", ha affermato rivolgendosi a un giornalista spagnolo.
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domenica 27 ottobre 2024

L'elenco di quello che BlackRock possiede oggi in Italia - Alessandro Volpi

 

Per rendere chiaro il peso di BlackRock nell'economia italiana può essere utile elencare tutte le società quotate a cui partecipa: un elenco in cui sono comprese le grandi partecipate pubbliche, le multiutility, l'energia, la moda, le banche, la meccanica, le armi e altro ancora.

Ecco l'elenco: A2a, Amplifon, Azimut, Mps, Banca Generali, Banco Bpm (dove ha il 4,75), Banca Mediolanum, Bper Banca, Brunello Cucinelli, Buzzi, Campari, Diasorin, Enel (dove ha il 5%), Eni (dove ha superato il 5%), Erg, Ferrari, FinecoBank (dove ha quasi il 10%), Generali (dove ha il 3%), Hera, Interpump, Intesa San Paolo (dove ha il 4%), Inuit, Iveco, Leonardo, Mediobanca (dove ha il 5%), Moncler (dove ha il 5%), Nexi, Pirelli, Poste italiane, Prysmian (dove ha il 7%), Recordati, Saipem, Snam (dove ha il 5%), Stellantis (dove ha il 4%), StMicroeletronics (dove ha il 5%), Telecom, Tenaris, Terna (dove ha il 5%), Unicredit (dove ha più del 7%) e Unipol.


Il totale del valore azionario di BlackRock in queste società è pari a 25 miliardi di euro. Nel giro di pochissimi anni, la politica italiana è riuscita a trovarsi un nuovo padrone, che ha realizzato formidabili dividendi mentre l'economia reale languiva e le retribuzioni diventavano tra le più basse d'Europa. Non un bel modello.

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lunedì 8 gennaio 2024

un grande avvenire dietro le spalle

Dopo la morte del settore pubblico - Marco Della Luna

Il settore pubblico è morto, morto di privatizzazione ed espropriazione. Morto sul piano economico-politico e su quello ideale. Rimane la sua vuota armatura. Vuota innanzitutto socialmente e moralmente.

In un mondo che affonda in un debito pubblico e privato inestinguibile sotto il peso di una massa crescente di ricchezza finanziaria costituita perlopiù da promesse di pagamento fuori della realtà, i soggetti privati che si sono presi il potere di creare moneta automaticamente dettano la legge.

Tre gruppi finanziari (Vanguard, Blackrock e State Street) gestiscono 25.000 miliardi l’anno, 1/3 del prodotto lordo globale. Se ne aggiungiamo altri tre dei maggiori, controllano tutte le banche centrali attraverso numerose società intermediarie che però mandano a votare nelle assemblee sempre quei quattro o cinque delegati, perlopiù, in Italia, di un unico studio legale milanese. I gruppi finanziari fanno capo a loro volta a pochissime famiglie, Rothschild e Rockefeller in testa. Praticamente tutto il settore pubblico è ormai caduto in mano a multinazionali finanziarie private, anzi a famiglie dinastiche, le quali, attraverso il finanziamento o definanziamento, e la modulazione del rating, dettano le politiche degli Stati.

Di fatto, il settore pubblico non esiste più, se non come facciata e finzione buona per legittimare gli atti di un potere privato, assumendosi le sue responsabilità.  E quasi tutti gli atti di questa politica risultano, prima o poi, avere come scopo il trasferimento di ricchezza, reddito e peso sociale dalla popolazione generale a cerchie elitarie. Le rimanenti istituzioni pubbliche, persino quelle sanitarie, vengono trasformate in aziende, e si instilla nelle masse il received wisdom che ogni espressione della volontà o consapevolezza della base, che non sia allineata alle loro direttive tecnocratiche e autocratiche, sia estremista o populista o sovranista e comunque irrazionale e immorale. Viene così liquidata la stessa idea della volontà popolare come fondamento della legittimazione del potere politico.

Al contempo, il liberalcapitalismo, nei passati decenni di ‘libertà’, ‘ha costruito una mentalità e un senso della vita diametralmente antirivoluzionari: un’immunizzazione perfetta contro la ribellione, una precondizione perfetta per liquidare, senza ostacoli, ogni forma di reale rappresentanza democratica e persino di stato di diritto. Per mezzo secolo nel secondo dopoguerra, in condizioni controllate, è stato condotto un esperimento di progresso economico e civile con distribuzione popolare del reddito, partecipazione dal basso, miglioramento dei servizi pubblici, libertà di insegnamento e di pubblico dibattito politico e culturale. Da tempo questo esperimento è terminato, ma voi ancora pensate che fossero vostri diritti, e non volete capire che invece era un loro esperimento su di voi.

Oggi anche personaggi in vista come il geopolitologo Dario Fabbri ardiscono dire al grande pubblico che l’Italia è un paese vassallo degli USA, e che pertanto non ha libertà di decisioni strategiche in scelte economiche di fondo, politica estera, impegni militari, etc., perché è Washington che decide. E che questa situazione può finire solo se gli USA collassano internamente oppure vengono sconfitti e sostituiti nel ruolo di potenza egemone. Ma ciò non è esatto: Chi decide, chi ha il potere, non sono gli USA, non è uno Stato, un soggetto pubblico e pubblicamente responsabile, bensì la suddetta cerchia privata e pubblicamente irresponsabile di grandi famiglie bancarie, le quali si servono degli USA come si servono dell’Italia e anzi sembrano orientate a esercitare il loro potere globale servendosi sempre meno degli USA e sempre più dell’ONU (OMS innanzitutto), della NATO, delle banche centrali e di altri plessi che controllano le reti vitali della moneta, dell’informazione, del biopotere, della ricerca tecnologica. Probabilmente stanno realizzando un apparato di poteri in cui sembrerà che non ci sia più un paese padrone dominante sugli altri, e che viga l’eguaglianza e l’indipendenza tra i vari stati, e che questi siano coordinati non da un potere soprastante, tirannico, ma dal libero consenso, dal buon senso, dalla morale, dalla scienza.

Davanti al vuoto di res publica aperto dalla privatizzazione della politica ad opera della tecnocrazia finanziaria, vedremo se e in che forme il corpo sociale saprà rigenerare qualche forma di res publica, la demosìa, ossia una potestas responsabile (accountable) verso il popolo, stante che il potere finanziario non lo è, essendo privato e trincerato dietro la giustificazione dei mercati, e offrendo al popolo, come responsabili, i burattini della politica visibile e “democratica”.

Forse la dimensione pubblica della vita sociale potrà essere rifondata in forma di piccole, amicali comunità di difesa contro i poteri finanziari e gli stati stessi,  l’Onu etc., loro longa manus. E naturalmente contro Bill Gates, GAVI e l’Organizzazione Mondiale dello Sterminio. Forse la dimensione pubblica verrà resuscitata anche in forma di sistemi abbaziali di tipo alto-medievale, dove un nucleo di monaci dava vita e dirigeva una comunità composta anche, anzi in prevalenza, di laici, dediti alle varie arti e mestieri. Oppure, paradossalmente, si espanderà a ruoli superiori quella dimensione pubblica già presente nelle strutture sociali di tipo mafioso tradizionale, che hanno una vocazione sia autonomistica dallo ‘stato’ – quindi una componente di sovranità, congiunta a una forte solidaristica e disciplinare, ma comunque protettiva, verso la propria gente. Se ciò avverrà, impareremo a parlare di essa con più attenzione e meno sicumera.

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I dati della spesa pubblica e quella privata: come si costruiscono le diseguaglianze - Alessandro Volpi

Come si costruiscono le disuguaglianze. La spesa sanitaria pubblica si è ridotta negli ultimi dieci anni di quasi 50 miliardi di euro. Nel frattempo è cresciuta la spesa sanitaria privata che ormai ha ampiamente superato i 40 miliardi di euro annui, di cui 35 provengono direttamente dai cittadini e dalle cittadine e circa 7 dalla sanità integrativa.

Questa mutazione in corso significa che circa 1,5 milioni di famiglie utilizza oltre il 20% della propria capacità di spesa per cure mediche e quasi 500 mila persone sostengono spese mediche che le portano sotto la soglia di povertà. A questi dati bisogna aggiungere una fetta di popolazione, pari al 7%, che ha rinunciato a curarsi.

Difendere la sanità pubblica con una dura lotta all'evasione fiscale, con il pieno rispetto del principio di progressività dell'imposizione e con una tassazione in grado di ottenere un gettito dai grandi patrimoni e dalle rendite finanziarie è la strada per battere queste disuguaglianze. Pensare di affrontare il tema della sanità riducendo il carico fiscale per consentire ai cittadini e alle cittadine di disporre delle risorse da destinare alla sanità integrativa vuol dire, invece, accentuare ancor di più le disuguaglianze, dal momento che i redditi più bassi non riusciranno a dotarsi di polizze capaci di garantire loro le cure necessarie e il minor gettito genererà l'inevitabile smantellamento del sistema sanitario nazionale.

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giovedì 4 gennaio 2024

Patto di Stabilità

Nuovo Patto di Stabilità: un furto di futuro - Pino Cabras

La riforma è una grave minaccia per i popoli europei, in particolare il nostro. Rischia di portare a un aumento della povertà, nonché alla deindustrializzazione e alla perdita di sovranità. È necessario costruire una nuova idea di Europa

Dire no alla riforma del trattato del MES da parte di un’occasionale maggioranza di voti in Parlamento è stato un salutare rinvio di una trappola. Il problema è che non era l’unica. L’altra trappola, il nuovo Patto di Stabilità, non ha incontrato argini italiani.

Dobbiamo prepararci alle gravi conseguenze del nuovo Patto di Stabilità e alle implicazioni che esso comporta in termini di austerità. Nel momento in cui sarebbe più che mai necessario uscire dai “trent’anni perduti” in cui la nostra società ha subito un degrado e un declino, sono state messe le premesse per altri decenni perduti, in grado di impoverire drammaticamente i popoli europei. Il nostro più di altri. Un furto di futuro che minaccia già le generazioni che lavorano o sono in pensione, ma che compromette gravemente soprattutto l’intera vita delle generazioni più giovani.

 

Giorgetti e Giorgetta: il cedimento

Durante il vertice del consiglio Ecofin, il ministro dell’economia italiano, Giorgetti, ha accettato il nuovo accordo deciso dai soliti noti, senza esporre quel potere di veto sulla riforma che la premier Giorgia Meloni aveva evocato, quasi esibito. La parola “riforma”, si sa, ormai è sempre un incubo, quando viene pronunciata a Bruxelles e Francoforte. Scrivi “riforma” e leggi “riforma in peggio”. Questa riforma non fa eccezione. L’accordo franco-tedesco la impone introducendo vincoli più stringenti, andando oltre la semplice ingiunzione di regole fiscali rigide. Tutto il modo di spendere le risorse diventerà sempre più condizionato e comandato dai «dittatori dello ‘spread’».

La novità principale riguarda la clausola di salvaguardia sul debito, che impone agli Stati con un debito superiore al 90% una riduzione annuale media dell’1% dello stesso, influenzando anche i deficit permessi. Il nuovo Patto rende più immediata l’attivazione delle procedure per deficit eccessivo, legate sia al deficit che al debito. La riforma, in vigore per la legge di bilancio del 2025, impone “aggiustamenti strutturali” annuali, anziché su una media spalmata su più anni. In pratica, la tagliola interviene da subito e sarà sempre più impossibile anche solo immaginare di fare una vera programmazione o una politica economica, con tanti saluti alle costituzioni che settant’anni fa diedero corpo ai diritti sociali. Quei diritti sociali, via via indeboliti dall’Unione europea nata a Maastricht nel 1992, saranno svenduti e consegnati per intero agli algoritmi dissennati degli eurocrati.

 

Il ritorno all'austerità

Nonostante gli obiettivi di deficit strutturale che all’inizio lasciano spiragli meno gravosi, la riforma del Patto di Stabilità segna un ritorno all’austerità, con ulteriori vincoli alle riforme e una possibile procedura di deficit eccessivo. La discussione sull’importanza di politiche “anticicliche” è stata totalmente ignorata. C’è spazio solo per un approccio più inflessibile, come se nell’Eurozona non fosse mai possibile una recessione. Ha vinto l’approccio tedesco, che non conosce la retromarcia nei confronti del «rispetto delle regole» da parte dei paesi perdenti (per Berlino è sempre più facile farla franca, invece), anche quando incontrano difficoltà politiche ed economiche. E queste difficoltà sono peraltro un effetto diretto dell’austerity, quel sistema che parla di crescita mentre fa tornare indietro l’economia, come se si pretendesse di aumentare la massa sanguigna facendo invece dei salassi sistematici.

 

I dirigenti tedeschi ci cooptano nel suicidio industriale

Le regole ci vengono imposte – non dimentichiamolo – da una classe dirigente molto particolare, quella tedesca, che ha accettato di “suicidare” la propria potenza industriale così come l’abbiamo conosciuta dopo la Seconda guerra mondiale. Non solo, è una classe dirigente che ha accettato di subire – senza dire né ai né bai – un atto di guerra dai propri alleati d’Oltreoceano che hanno prima rivendicato e poi attuato la distruzione di un’infrastruttura energetica costosissima come il Nord Stream. Ha acconsentito all’imposizione tragica di separare artificialmente le sorti germaniche – alla fine europee – da ogni conveniente integrazione con le economie eurasiatiche. Una classe dirigente siffatta accetta insomma un drastico ridimensionamento dell’autostrada che essa stessa aveva costruito. Sono pazzi, forse? Può essere. Ma da qualche parte ci deve essere un intento razionale, una convenienza, un’aspirazione a un nuovo cammino, magari un sentiero accidentato, che le porti a un posto al sole. In estrema sintesi, le classi dirigenti stanno sacrificando il proprio e altri popoli intorno a una Europa più rigida, più impoverita, più insicura, più esposta alla guerra, purché possano riservare per sé stesse un potere di intermediazione delle risorse che presume una rigidissima gerarchia.

 

La vecchia-nuova gerarchia

Pensano a un sistema più compatto, nell’insieme più povero ma più controllabile, basta che non si metta in discussione la gerarchia riorganizzata.

Al vertice si installano gli interessi degli Stati Uniti, diventati meno negoziabili, da accettare in blocco contro i nostri interessi.

Sotto ci sono gli interessi della superclasse europea che potrà persino tentare una fuga in avanti costituzionale per aumentare i poteri del sistema di comando continentale (Draghi scalda già i motori): nel bagno di sangue della deindustrializzazione si seleziona un sistema di imprese senza più velleità globali o di indipendenza. Nessuna ambizione alla Enrico Mattei sarà tollerata e le varie classi dirigenti nazionali sono state già rieducate in proposito fino al midollo: cieca obbedienza, a destra e a sinistra, arrese a un “vincolo esterno” reso sempre più indiscutibile.

Più sotto ancora, si accentuerà la demolizione sistematica delle classi medie e la distruzione di qualsiasi velleità di “ascensore sociale”. Moltitudini di individui saranno sacrificate, assieme a intere regioni. Per le isole mediterranee e per il Mezzogiorno d’Italia è una prospettiva terribile.

Moneta unica e infrastrutture giuridiche dell’austerity saranno sempre di più il sistema di dominio degli oligarchi, cui si affiancheranno le nuove leggi digitali europee che svuoteranno dall’interno, per via amministrativa, i diritti costituzionali di libertà, consegnando il senso comune a una manciata di super-feudatari della comunicazione, integrati con l’apparato militare-industriale e con l’intelligence statunitense.

Un’Europa così ingabbiata, ormai “ucrainizzata”, sarà pronta a offrire carne da cannone alle nuove guerre egemoniche mondiali, per interessi che risiedono molto lontano.

 

Un'idea diversa da costruire

Pino, ma come, – mi direte – ci proponi di leggere e vederci dentro tutte queste cose nel Patto di Stabilità? Non starai mica esagerando? In fondo è solo la prosecuzione di un “trend”, tristemente burocratico, non necessariamente la premessa di un nuovo regime dalle venature così luciferine.

Posso rispondere a mia volta con una domanda: possiamo permetterci di sbagliare per sottovalutazione? Troppe volte si è ripetuto, per anni e per decenni, questo errore. Stavolta non possiamo permetterci di sottovalutare i progetti dell’élite, tantomeno quando di presentano con la loro ottusità formalista. Non è solo inerzialmente dannosa. È un progetto sulla vita. La nostra vita. E se c’è in ballo la vita nostra e dei nostri figli, dovremo agire con un’idea diversa della nostra esistenza, della sovranità, dello stare nei popoli. Parliamone insieme e costruiamo questa vita.

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Patto di stabilità. Il governo Meloni ha dato il via libera al suicidio dell'Italia - Gilberto Trombetta

Il Governo Meloni ha accettato di fare 20 miliardi di euro di tagli alla spesa pubblica. Ogni anno. Fino al 2027. Dal 2028 i tagli raggiungerebbero invece i 100 miliardi di euro l’anno visto che rientrerà in gioco il computo degli interessi sul debito (più di 80 miliardi di euro l’anno) che è invece temporaneamente accantonato per il triennio 2025-27. Quadriennio se calcoliamo il 2024 che è l’anno in cui tornerà il Patto di (in)stabilità e (de)crescita e quello delle elezioni europee.

Il piano di rientro verrà elaborato dalla Commissione Europea e riguarderà un periodo di 4 anni. Piano di rientro che, su richiesta del Paese sanzionato, potrà essere dilazionato in 7 anni in cambio di… indovinate di cosa? Esatto! In cambio delle riforme (quelle lacrime e sangue che i vari Governi ci hanno imposto negli ultimi 30 anni al grido di “ce lo chiede l’Europa!”).
Il Governo ha accettato l'accordo raggiunto da Francia e Germania sul nuovo Patto «in uno spirito di compromesso», per usare le parole del Ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti.

Il nuovo Patto di Stabilità e Crescita risulta addirittura peggiorativo rispetto alla versione precedente. Non era facile. Hanno insomma vinto i falchi guidati dalla Germania. Quella che trucca i conti nascondendo dal bilancio federale centinaia di miliardi di euro.

Nel nuovo patto restano ovviamente sia il tetto del 60% al rapporto debito/PIL, sia quello del 3% per il deficit/PIL.

I Paesi con un rapporto debito/PIL superiore al 90% dovranno ridurre il debito dell’1% l’anno (dello 0,5% i Paesi con rapporto superiore al 60% ma inferiore al 90%).

Per l’Italia, come dicevamo, si tratterebbe di oltre 100 miliardi di euro di taglio della spesa pubblica tenendo contro degli interessi sul debito (86 miliardi di euro, il 4,2% del PIL, nel 2024). Scomputando il costo degli interessi, il taglio è di “soli” 20 miliardi di euro l’anno.

L’accordo prevede anche che i Paesi che abbiano un rapporto debito/PIL superiore al 60% e un rapporto deficit/PIL superiore al 3% riducano il deficit dello 0,5% l’anno fino a raggiungere un rapporto dell’1,5%.

La Commissione Europea ha già detto che la legge di bilancio 2024 di molti Paesi non rispetta i nuovi parametri e che questi Paesi saranno quindi sanzionati.

L’unica concessione ottenuta (dalla Francia, ovviamente) è che i Paesi sottoposti al piano di rientro forzoso possano nel triennio 2025/27 scomputare gli interessi sul debito dal taglio della spesa pubblica.

Non è chiaro al momento se ci sarà un occhio di riguardo per la spesa legata agli investimenti. Ovviamente solo per quelli a debito legati al PNRR. Che sono poi quelli di cui non abbiamo bisogno.

Insomma una riforma che avrebbe fatto la gioia d i qualsiasi governo tecnico. O a guida PD. Che sono poi la stessa cosa.
Parafrasando il deputato leghista Alberto Bagnai «La differenza tra un governo di centrodestra e uno di centrosinistra non salta all’occhio. Perché non c’è. Un giorno capirete».

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giovedì 28 dicembre 2023

Il debito federale Usa e l'austerità dell'UE - Alessandro Volpi

Gli Stati Uniti hanno fatto lievitare il loro debito federale e continueranno a farlo crescere per finanziare la spesa pubblica, che si affiancherà alla enorme liquidità dei grandi fondi finanziari già in possesso del 40% delle 500 più grandi società mondiali. La Federal Reserve stampa dollari, paga una parte del debito americano mentre l'altra è pagata in larga misura dai fondi finanziari.


Esiste quindi un capitalismo in cui fondi finanziari, Fed e governo partecipano avendo nel dollaro la merce più pregiata, scelta come moneta unica della grande finanza e così, di fatto, imposta al mondo.

L'Unione Europea, e in particolare l'Eurozona, vuole stare dentro questo capitalismo scegliendo la strada dell'austerity, senza fare debito e rifiutando qualsiasi ipotesi di utilizzo dell'euro per il finanziamento del debito stesso, anzi imponendo agli Stati una riduzione dei loro debiti. In estrema sintesi abbiamo un capitalismo globale dove gli Stati Uniti della Finanza usano debito e liquidità in dollari senza limiti mentre l'Europa misura i debiti per non indebolire l'euro, cancellando così la tradizione degli Stati sociali e finendo, in toto, preda dagli Stati Uniti. Però in Italia discutiamo di affidabilità e responsabilità.

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sabato 25 novembre 2023

Piange il telefono

 

TIM, la sudditanza del governo Meloni contro gli interessi del popolo italiano - Francesco Erspamer

Per chi non lo sapesse, una volta la TIM era la SIP, operatore telefonico controllato dallo Stato. Allora il settore delle telecomunicazioni era considerato di vitale importanza per la sovranità e sicurezza nazionale: che è la ragione per cui fu frettolosamente privatizzato durante il golpe globale americano immediatamente seguito alla crisi e dissoluzione dell’Unione Sovietica. Principali responsabili (non dimenticatelo mai) furono i radicali più o meno chic, apripista del neoliberismo liberal e libertario; anche se ad approfittarne e guadagnarci furono poi i due poli pseudo-politici altrettanto frettolosamente costituiti a imitazione del modello statunitense: a fingersi destra, i liberisti berlusconiani (inclusi quelli che in precedenza si erano detti e magari erano stati conservatori o addirittura fascisti), a fingersi sinistra, una coalizione di liberisti veltroniani (quelli che si erano definiti socialisti o addirittura comunisti) e di liberisti prodiani (quelli che si erano definiti cattolici). Così nel 1994 nacque Telecom Italia e tre anni dopo l’immarcescibile Prodi la privatizzò (il popolo della finta sinistra era troppo occupato a fare girotondi con Nanni Moretti per preoccuparsi di questo o altri dettagli come l’ingresso nell’euro).

Qualche giorno fa l’ultimo passo: il consiglio di amministrazione della TIM ha autorizzato la vendita della rete fissa (ossia le infrastrutture che a suo tempo furono costruite dallo Stato e a spese dei contribuenti, come le autostrade) a un colosso finanziario americano, la KKR, specializzata in acquisizioni di imprese, spesso gigantesche, con soldi presi a prestito: pura speculazione finanziaria, che se va bene arricchisce oscenamente gli speculatori e se va male danneggia lo Stato e la gente ordinaria (nel latinorum anglofono dei media, nuovi Azzecca-garbugli al servizio dei potenti, si chiama «leveraged buyout», così non capite cosa significa e vi entusiasmate se Draghi diventa presidente del consiglio, perché è uno che di soldi ci capisce). Per saperne di più leggete l’articolo di una rivista non proprio comunista, «Forbes», raggiungibile con la connessione che ho copiato sotto, nel primo commento.


Niente di nuovo, peraltro: è il mondo che democraticamente vi siete scelto e che sostenete quotidianamente acquistando e facendo tutto quello che prescrive la pubblicità delle banche e delle altre multinazionali, anche se da voi stessi considerato superfluo, inutile o dannoso.


La ragione per cui ne parlo è che a sostenere questa operazione palesemente svantaggiosa per l’Italia e, direi, per l’Europa, dunque contraria agli interessi nazionali, sono Giorgia Meloni e il suo governo, eletti a furor di popolo per salvare la nazione e i suoi valori. Ora, che Meloni fosse una neoliberista e non una nazionalista a me è sempre parso evidente: qualcuno si sarà fatto ingannare dalla sua finta opposizione al governo Draghi (che non aveva bisogno del suo appoggio e quindi poteva farle giocare la parte dell’opposizione) ma io non avevo dimenticato la sua partecipazione al IV governo Berlusconi, quello che sfasciò la pubblica istruzione con il decreto Gelmini e destabilizzò la Libia a tutto vantaggio di Francia e Stati Uniti. Il comportamento di Meloni sulla TIM come sull’Ucraina o su Gaza, mi pare dunque perfettamente coerente.


Invece di deprimermi, ciò mi pare motivo di speranza. A patto di saperne approfittare. Non so perché Meloni abbia avuto tanto successo: una concomitanza di fattori, immagino, che si sono aggiunti alla mediocrità dei suoi avversari. Ma so che ha ritenuto necessario presentarsi come una sovranista, come una cattolica, come una conservatrice e addirittura come una fascista, non come la filoamericana e globalista che è (come invece ha fatto, apertamente, la Lega, oltre ovviamente al Pd di Renzi, Letta, Draghi e Schlein). Come mai? Perché sa bene, Meloni, che ci sono molti italiani che sono sensibili a quel tipo di retorica, e alcuni che ci credono davvero.


Dove ripongo la mia speranza, allora? Proprio in questo popolo che confusamente resiste alla normalizzazione globalista e che si sente sconfitto, escluso, marginalizzato. Una maggioranza non solo silenziosa come quella che mezzo secolo fa si lasciò dominare, no, non dai comunisti, piuttosto dai liberali atlantisti e dai sessantottini; dicevo, una maggioranza (o ampia minoranza), oggi, non solo silenziosa ma frustrata, rassegnata, depressa: composta di ex conservatori, ex cattolici, ex comunisti, ex moralisti, ex tradizionalisti, ex provinciali, ex umanisti, i tanti che ancora danno valore ai valori ma che non hanno il coraggio di difenderli apertamente, che cominciano a diffidare delle novità fini a sé stesse ma non sanno come rifiutarle. Se il liberismo trionfante ancora li deve corteggiare e ingannare forse vuol dire che sono parecchi, a destra come a sinistra, e che anche se divisi, deboli, passivi, la loro rabbia repressa fa paura.

Ecco, si tratta di raggiungerli, aggregarli, organizzarci, prepararci: in modo che quando arriverà la prossima crisi, più catastrofica delle precedenti (e verrà, state sicuri), si possa reagire con lucidità e determinazione, approfittando dell’occasione per spazzare via la dittatura mediatica e finanziaria del neocapitalismo insieme ai suoi burattini.

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mercoledì 19 luglio 2023

Quando privatizzare fa rima con finanziarizzare. E distruggere lo stato sociale - Alessandro Volpi

 

 

Lo Stato delega sempre più ai privati l'erogazione di servizi, costruendo un sistema fiscale conseguente. A brindare sono anche le banche

 

Spesso i temi finanziari sono considerati questioni per esperti, ma in realtà è proprio attraverso quei temi che passano profonde trasformazioni. Esiste infatti un legame ormai molto stretto tra finanziarizzazione e smantellamento dello stato sociale. La privatizzazione significa infatti il progressivo trasferimento di una serie di servizi dal pubblico al privato, compresi servizi essenziali come la sanità e l’istruzione. Come avviene questo passaggio?

La “guerra alle tasse” sposta i servizi dal pubblico al privato

Il percorso da un trentennio in atto prevede la riduzione del gettito fiscale, in nome della “guerra alle tasse”, attraverso una accurata, e ricorrente, narrazione che le considera ingiuste e odiose. Ne consegue dunque l’inevitabile contrazione dei servizi finanziati con la spesa pubblica. Con l’aumento dei tassi d’interesse anche il debito pubblico è diventato troppo costoso e quindi non utilizzabile per finanziare quella stessa spesa pubblica.

Appare allora indispensabile “spostare” i servizi prima coperti dallo Stato attraverso la spesa pubblica verso il settore privato: in parole semplici, i cittadini e le cittadine dovranno dotarsi di assicurazioni private appunto che coprano i servizi non più garantiti dallo Stato stesso. Simili polizze sono “vendute” da fondi di investimento che in Italia sono in larghissima parte gestiti dalle banche. Qui emerge in tutta evidenza il legame tra privatizzazione e finanziarizzazione.

La detassazione dei fondi di gestione

Per incentivare gli italiani a fare ricorso a questi fondi che devono sostituire lo Stato sociale si è creato nel tempo un regime fiscale destinato a favorire in maniera evidente simili forme di risparmio. O meglio, si sono creati meccanismi di adesione più o meno volontaria a simili fondi, come nel caso della destinazione del Tfr o in quello della firma dei contratti sindacali con esplicito riferimento ai fondi stessi.  E, al contempo, proprio per questa natura “sociale” assunta dai fondi stessi, si è proceduto ad una serie di agevolazioni fiscali.

Così a partire dal 2011 si è sancita, di fatto, la detassazione pressoché completa dei fondi di gestione italiani, definibili anche Organismi di investimento collettivo del risparmio. Che, per effetto delle modifiche introdotte dal D.L. n. 255/2010,  pur essendo ricompresi in linea di principio tra i soggetti passivi dell’IRES di cui all’art. 73 del T.U.I.R., non scontano di fatto alcuna imposizione sui propri redditi (ivi inclusi i dividendi e i capital gain) in quanto espressamente esonerati dalle imposte sui redditi, ai sensi del comma 5-quinquies del medesimo art. 73, a condizione che l’organismo collettivo, ovvero il soggetto incaricato della sua gestione, sia sottoposto a forme di vigilanza prudenziale.

Inoltre, i fondi, qualificandosi come soggetti lordisti, salvo alcune eccezioni, non subiscono alcuna ritenuta sui redditi da capitale percepiti. Pertanto, ai dividendi distribuiti da società italiane a favore di fondi regolamentati istituiti in Italia non si applica la ritenuta di cui all’art. 27 del D.P.R. n. 600/1973. Questa norma, di chiaro vantaggio, ha però creato una condizione di disparità di trattamento rispetto ai fondi stranieri e così, si potrebbe dire in forma un po’ paradossale, a seguito di notevoli ricorsi in sede europea, si è giunti alla decisione, contenuta nella legge di bilancio del 2021 di introdurre la sostanziale equiparazione del trattamento dei fondi esteri a quelli italiani. In pratica neppure loro pagano più le imposte in Italia.

I benefici della finanziarizzazione per le banche

In nome della necessità di agevolare la previdenza e la sanità private, come condizione per supplire al superamento dello Stato sociale, divenuto troppo costoso per la riduzione fiscale si è proceduto quindi alla detassazione pressoché completa della finanza “gestita” che non contribuisce all’imponibile sul reddito e paga solo sulla plusvalenza, quando si realizza, il 26%. Nel caso di minusvalenze, sia ben chiaro, la tassazione non c’è, eliminando così ogni fattispecie di rischio. La riduzione del gettito fiscale favorisce la privatizzazione che, per essere realizzata, ha bisogno di un’ulteriore riduzione fiscale, destinata a renderla ancora maggiormente indispensabile.

C’è però di più. Le banche italiane hanno realizzato utili miliardari dopo il rialzo dei tassi di interesse della Bce, ma continuano a godere di una normativa di grande favore. Molti dei fondi sopra ricordati sono gestiti da società riconducibili alle banche, in Italia circa il 90% è legato agli istituti di credito. Spesso tali società acquistano fondi di diritto estero, prodotti cioè da società che sono domiciliate in “paradisi fiscali”, a cominciare da Irlanda e Lussemburgo, dove il regime fiscale è persino più favorevole di quello italiano sopra descritto e dove, di fatto, non esiste regime di vigilanza.

Tutto si spiega

In questo senso gli istituti bancari italiani traggono indubbi benefici dalla finanziarizzazione e dal ricordato spostamento dei servizi dal settore pubblico a quello privato. Perché è con tale spostamento che vedono alimentata la quantità di risparmio gestito nelle loro mani: in Italia nel 2022 oltre 200 miliardi di euro. Vorrei chiudere queste considerazioni con un aspetto molto specifico ma decisamente eloquente. Per la normativa italiana gli Etf, i prodotti finanziari che replicano indici o il prezzo di beni che non possiedono, pagano il 26% sulle plusvalenze, ma se si tratta di Etf che “replicano” l’indice dei titoli del debito pubblico italiano pagano solo il 12,5%, come se il titolo lo avessero comprato. Davvero fantastico. La finanza sta certamente vincendo e la politica è il suo principale sponsor. 

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venerdì 17 febbraio 2023

chiamala, se vuoi, autonomia differenziata

 

Non chiamatela autonomia differenziata ma deregulation egoista per ricchi - Paolo Pileri

 

 “A noi non interessa tanto di colmare l’abisso di ignoranza, quanto l’abisso di differenza”. Queste parole, così forti e belle, le pronunciava don Lorenzo Milani per sostenere che la scuola doveva essere eccezionale ovunque nel Paese, così come l’impegno a far sì che tutti potessero comprendere tutti e tutto, per non essere tagliati fuori. Ecco basta questa frase per demolire quell’attentato all’equità che il governo sta impacchettando con la legge sull’autonomia differenziata. Una norma che renderà più ricchi i ricchi e più poveri i poveri. Più forti i poli territoriali forti e ancor più deboli e dipendenti quelli marginali e in sofferenza. Più emarginati i periferici e più centrali quelli che sono in centro. Pensavo che uno Stato degno del nome di “Stato democratico” fosse tale se avesse il chiodo fisso di generare equilibri, appianare differenze, creare condizioni di uguaglianza in ogni dove, e non il contrario.

Quel che è stato già dato in termini di autonomie alle Regioni ha spessissimo generato problemi, ai più poveri e periferici ovviamente. Prendete il trasporto ferroviario regionale il cui servizio si è ridotto al minimo del minimo del minimo in alcune Regioni che sono in difficoltà finanziaria rendendo quei cittadini meno cittadini di altri. E non bisogna andare al Sud, come dice qualcuno, basta andare in Piemonte o nelle periferie regionali di alcune Regioni “ricche”.

E potremmo dire cose simili per le scuole. Per le infrastrutture. Acuire questi disastri con una legge che dividerà, di fatto, l’Italia in venti Regioni ancor più diseguali, è necessario? Qualcuno ha calcolato gli effetti sociali devastanti? Già oggi vediamo spopolarsi intere aree del Paese per scivolare verso quattro polarità italiane, con tutti i doppi effetti disastrosi di abbandono territoriale da un lato e di eccesso territoriale dall’altro. Persone che si trovano stritolate in una macchina urbana che li spolpa ma a cui non possono fare a meno perché da dove vengono i servizi sono ridotti ovvero “differenziati”. Continuiamo a vedere giovani che emigrano da un Paese sempre più diseguale e sempre più chiuso alle loro aspettative. Questa legge arginerà quelle emorragie? No, anzi le aggraverà. Stanno chiedendo il loro parere? No, ovviamente. Men che meno si interrogano su questioni ambientali…

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L’errore di fondo della cosiddetta “autonomia differenziata” - Alessandro Volpi

 

La cosiddetta “autonomia differenziata” contiene, tra i tanti, un errore di fondo. Uno dei temi centrali sostenuti in particolare dalla Lega è il cosiddetto residuo fiscale che consiste nella differenza tra quanto i contribuenti di una Regione versano e quanto ricevono in termini di spesa pubblica. Secondo tale indicatore, la Lombardia “verserebbe” 54 miliardi di euro in più di quanti ne riceve dallo Stato, subendo dunque una profonda ingiustizia.

In realtà, il residuo fiscale fa parte di una narrazione decisamente sbagliata. Le entrate fiscali in Lombardia sono ingigantite dal fatto che in tale Regione hanno sede fiscale società e aziende che operano in tutto il Paese. In altre parole, il fatto che Milano in particolare sia la capitale economica italiana determina, in tale città, un enorme gettito che non può essere banalmente iscritto come entrata della sola Lombardia. Più in generale, dovrebbe essere evidente che, data l’attuale struttura del sistema fiscale italiano, l’autonomia differenziata è sostanzialmente impraticabile senza una vera, e costosa, opera di perequazione definita, del resto, come prioritaria dalla stessa riforma. Il gettito Irpef, destinato a costituire circa la metà delle entrate tributarie, è infatti concentrato in pochissime Regioni che, se lo trattenessero, svuoterebbero di fatto le risorse dell’erario nazionale. Considerazioni analoghe sono possibili per l’Imu trasferita allo Stato dai Comuni; se tale gettito rimanesse ai Comuni dove è versato, i fondi perequativi esistenti verrebbero meno, con conseguenze devastanti per molti degli enti locali. Anche per gli introiti dell’Iva sono possibili valutazioni analoghe: ci sono realtà dove si concentrano i consumi, attraendo bacini di utenza assai più estesi, e dunque vincolare quelle entrate ad una sede specifica indebolirebbe le risorse di interi territori.

È evidente alla luce di ciò che il racconto secondo cui l’autonomia migliorerebbe l’efficienza delle amministrazioni periferiche è privo di senso perché il nostro sistema fiscale è espressione di una geografia che non coincide con la geografia economica del Paese: il fisco si concentra in aree dove si versano i tributi partoriti anche da altre zone, che, con l’autonomia, sarebbero condannate a restare senza risorse. Non a caso, come accennato, l’iter della riforma prevedeva l’inserimento nella Legge di Bilancio, in realtà non quantificato, di specifiche cifre finalizzate a finanziare l’autonomia, nella chiara consapevolezza che la riduzione dei residui fiscali avrebbe impedito la realizzazione dei Livelli essenziali di assistenza

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mercoledì 28 settembre 2022

dopo le elezioni

scrive Luca Bravi

In quanto componente più anziana, toccherà a Liliana Segre aprire i lavori del Senato, quello a larga maggioranza composto dal partito che, se vai a ritroso (ma ce lo ricorda bene la fiamma sul simbolo), come minimo arrivi al MSI che si dichiarava erede dei fascisti. È una consuetudine, per carità, ma ci si aggiunge  un simbolismo potente, un po' come la sconfitta di Fiano (il figlio di Nedo) contro Rauti (la figlia di Pino). C'è chi legge il fatto che sia Liliana Segre ad aprire i lavori, come il simbolo di valori che restano a garantire il lavoro istituzionale democratico, forse pure sbattuto in faccia alla nuova maggioranza (e alla sua storia ripudiata a giorni alterni), eppure immaginarmelo mi crea un po' di pensieri negativi. Liliana Segre, come giusto che sia, sarà accolta dagli applausi dell'aula, sarà doveroso, scontato e pure giusto. A preoccuparmi è proprio questo: sarà l'ennesima occasione in cui, attraverso facili simbolismi esposti in pubblico e mai nella pratica quotidiana, l'estrema destra più forte di sempre in Italia potrà ancora una volta dirci di essere lontana da quella storia di odio, di sterminio e di razzismo del Novecento. Eppure restano gli stessi che, nel Ventunesimo secolo, hanno concretamente promosso politiche d'odio e di allontanamento, anche dalle scuole, perfino negando i pasti alla mensa ai bambini. 

La Shoah non è la stessa cosa delle politiche razziste di oggi, dal punto di vista storico è pure vero, ma attenzione ad usare la memoria della Shoah allontanandola dalle domande sul presente, perché diventa un simbolo vuoto, a quel punto utile solo come una fetta di prosciutto sugli occhi, per far finta che tutto procederà tranquillamente (ci siamo talmente abituati che è diventata un'abitudine bipartisan piangere per i crimini passati, ma giustificare sempre quelli del presente). L'esposizione pubblica del simbolo "Liliana Segre" in questa occasione, seppur azione dovuta per consuetudine istituzionale, porta con sé anche questa seconda faccia della medaglia, meno scontata e comunque presente.  Mi pare piuttosto il segno dei tempi.

 

 

Riflessione "a tiepido" - Francesco Filippi

E se fosse meglio così?

Il prossimo governo, probabilmente, gestirà la migrazione come un reato; chiuderà mille occhi sulle violenze ai confini della Festung Europa e anzi le favorirà; affosserà i progetti sull'allargamento dei diritti a tuttə; interverrà con leggi sul concepimento ma non sul fine vita; tratterà il diritto di  cittadinanza come un privilegio; smonterà coscientemente le tutele che difendono i diritti del lavoro; negherà lo sviluppo democratico dell'apparato di sicurezza dello stato, dai numeri sui caschi degli agenti alla protezione degli individui dall'invasione delle multinazionali dei dati; favorirà il privilegio di rendita rispetto al diritto al salario giusto; si occuperà di opere cementizie strategiche concepite anni fa trascurando l'infrastruttura sociale e culturale del paese di oggi; taglierà la sanità pubblica lasciando campo libero alla privata, ecc. ecc...

 

Rimarrà, insomma, nel solco di TUTTI i governi degli ultimi dieci anni.

Solo che almeno sarà "sincero": non racconterà favole sulle necessità contingenti, sulle opzioni limitate di breve termine, sulle difficoltà interne allo schieramento. Farà quel che ha sempre detto di voler fare.

E questo costringerà ad essere noi pure sincerə nell'opporci, o nell'accettare.

Ci costringerà a scegliere.

Finalmente.

 

 

Che fare dopo il voto? È ora di scelte radicali contro gli apparenti “padroni della storia” - Lorenzo Guadagnucci

La fine, stavolta, era nota. Chi ha corso per vincere (la destra) ha vinto, chi ha corso per non vincere (Partito democratico e possibili alleati) ha perso. Tutto come previsto, dunque, nelle elezioni politiche più scontate della storia recente, in virtù di un sistema elettorale non proporzionale e delle scelte compiute prima del voto (allearsi a destra, non allearsi nella non destra). Ora la parola la prenderanno i politologi (che passeranno in rassegna i flussi elettorali e i nuovi “colori” di città e Regioni) e gli editorialisti, che come al solito consiglieranno la linea politica ai vari leader di riferimento. Poi si insedierà il nuovo governo, che in Europa è già definito -seguendo gli standard internazionali- di estrema destra, invece del pudico e conciliante, nonché fuorviante, “centrodestra” in uso sui media italiani.

Poi c’è tutto il resto, ossia le cose più importanti, visto che queste surreali elezioni hanno eluso i temi cruciali del momento e del futuro più prossimo. Si è votato nel pieno di una guerra europea e nei giorni della sua escalation. Nessuno, in campagna elettorale, ne ha fatto davvero menzione ma mentre mettevamo le schede nelle urne, a Mosca, Kiev e Washington si discuteva e tuttora si discute, con sconcertante leggerezza, del possibile -se non probabile- uso di armi atomiche “tattiche” in Ucraina da parte di Vladimir Putin e del tipo di risposta che l’Occidente (cioè gli Stati Uniti) eventualmente sceglierà: una bomba “tattica” su una città russa o sulla capitale? Una bomba non tattica, o altro ancora? E mentre fingevamo di partecipare a una competizione (che, come detto, non c’è mai stata), tra cosiddetto centrodestra e cosiddetto centrosinistra, si contavano ancora morti e dispersi nell’alluvione delle Marche e scattavano in mezza Italia allarmi meteo sempre più allarmanti. Senza che, ovviamente, si parlasse davvero e seriamente di mitigazione degli effetti del disastro climatico in corso, del dissesto idrogeologico del Paese, dell’urgenza di riorganizzare la vita collettiva in modo da ridurre i consumi di energia, di suolo, di risorse scarse.

Possiamo dire, insomma, che abbiamo avuto elezioni menzognere (per il falso dibattito su una competizione che non c’è mai stata) e anche anacronistiche, poiché le questioni più pressanti e cruciali del nostro tempo ne sono rimaste incredibilmente fuori. Non c’è da sorprendersi, in questo quadro, se il numero degli astensionisti ha superato un terzo degli elettori, e nemmeno del successo di forze politiche che si rifanno al nazionalismo novecentesco, all’eterna fascinazione per il fascismo, a una vocazione identitaria vicina al suprematismo bianco statunitense: è il frutto, tutto ciò, del progressivo sgretolamento della cultura democratica, socialista e antifascista, minata al suo interno -ormai da un trentennio- dall’avvento dell’ideologia neoliberista. Nel rifiuto di un’analisi onesta della crisi profonda di un intero modello di sviluppo e di sistemi democratici che a quel modello hanno legato la propria sorte (vale ancora per tutti il motto di Margaret Thatcher “There is no alternative”, non ci sono alternative), la regressione verso una visione difensiva, suprematista e conservatrice del mondo non può essere una sorpresa.

Alcuni politologi già propongono una ridefinizione dello spazio politico istituzionale italiano ed europeo, secondo la quale ci sarebbero ormai tre poli: una destra neoliberista nazionalista con venature suprematiste (la destra al potere in Ungheria, Polonia e ora in Italia; il partito di Marine Le Pen in Francia; i neofranchisti di Vox in Spagna); un centro ugualmente neoliberista ma europeista e con venature progressiste sui diritti individuali (il partito di Emmanuel Macron in Francia; il binomio Spd-Verdi in Germania; il cosiddetto centrosinistra in Italia); infine una sinistra erede delle idee socialiste e aperta al nuovo vento ecologista, con venature populiste (qui si portano le esperienze della France insoumise di Jean-Luc Mélenchon e degli spagnoli di Podemos, mentre in Italia si attende una possibile evoluzione del Movimento 5 stelle o almeno del suo elettorato, con nuove organizzazioni da costruire). Osservato sotto questa lente, l’esito elettorale del 25 settembre risulta in effetti più chiaro e può far pensare a un astensionismo giovanile e di sinistra dovuto alla sommatoria di una campagna elettorale fuori dal tempo presente e di una proposta politica -quanto al polo di sinistra- ancora opaca e insufficiente.

In un quadro così bloccato, torna la domanda di sempre, l’assillo di chi vuole dare un senso al proprio impegno civile e politico guardando a un orizzonte di giustizia sociale e alle future generazione; la domanda è: che fare? La risposta è semplice a ardua allo stesso tempo: quello che si è sempre fatto, ma con più forza, con più lungimiranza, con l’urgenza imposta da avvenimenti sconvolgenti come la minaccia nucleare, l’annunciata recessione globale, gli effetti sempre più incombenti del disastro climatico: quindi studiare, organizzarsi, agire. È il tempo, questo, delle scelte radicali; è l’ora di mettere in discussione il modello di sviluppo e i sistemi politici che lo sostengono, avviati -lo abbiamo visto- verso una regressione illiberale; è l’ora di pretendere dagli apparenti padroni della storia -potenziali apprendisti stregoni- di indicare vie di uscita dalla guerra in Ucraina prima che sia troppo tardi (c’è sempre una via d’uscita ed è incredibile che le diplomazie e le istituzioni sovranazionali siano state messe in un canto); è l’ora di mettere la giustizia climatica, che è anche giustizia sociale globale, al centro delle scena, politicizzando l’ondata ecologista, rimasta finora sulla superficie delle cose; è l’ora di impegnarsi, di contestare e partecipare, è l’ora di organizzarsi avendo come orizzonte una trasformazione profonda dei modi di produrre, di consumare, di vivere, di stare insieme e una conseguente, altrettanto profonda trasformazione di sistemi politici che si stanno rivelando obsoleti, incapaci di affrontare le sfide del nostro tempo, se non proponendo illusorie scorciatoie destinate a moltiplicare ingiustizie, sopraffazioni e guerre.

È una sfida enorme, ma non deve spaventare: cambiare il corso apparentemente ineluttabile della storia si può, è già successo e può accadere di nuovo.

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Le prime considerazioni economiche sull’esito del voto. E su quello che ci attende - Alessandro Volpi


Non è semplice trarre considerazioni chiare, in termini economici, sugli esiti dell’ultima tornata politica. Tuttavia tre mi sembrano più evidenti di altre. La prima ha a che fare con le ragioni della sconfitta del centrosinistra nel suo insieme ed è riconducibile alla fantomatica “agenda Draghi”. Provo a spiegare il perché penso abbia influito, e molto.

L’agenda Draghi è stata il paradigma della volontà di alcune forze politiche di trasformare le elezioni in un plebiscito su Mario Draghi: volete ancora Mario Draghi? Votate per noi. Questa semplificazione ha determinato la composizione degli schieramenti nel centro sinistra e il loro programma, generando tuttavia, una serie di paradossi a cominciare dal fatto che neppure le forze a favore di Draghi hanno composto un’unica coalizione, rompendo subito l’alleanza in nome della maggiore o minore “ortodossia” nei confronti dell’agenda. C’è stato poi il paradosso che la coalizione di centrosinistra ha aperto subito ai cosiddetti “avversari” dell’agenda Draghi, creando un “certo” disorientamento. Ma i limiti veri dell’agenda Draghi erano altri.

Intanto, non esisteva un’agenda Draghi in quanto tale ma esisteva solo Draghi come garante, in pratica senza vincoli, del futuro italiano. In questo senso si configurava un altro limite di quell’agenda: se si trattava di un mero artificio narrativo per sostenere Draghi, allora diventava ben poco credibile che centrosinistra e “terzo polo” non avessero avuto la capacità, anche separatamente, di esprimere un proprio leader in grado di aspirare a ricoprire la carica di presidente del Consiglio.

C’era poi un ultimo, decisivo limite: un Paese piegato, con disuguaglianze sociali in continua crescita, con una povertà dilagante resa drammatica dall’inflazione non aveva bisogno di rigorosi custodi dell’equilibrio finanziario che si traduceva inevitabilmente nella riproposizione di un modello adottato dal 2011 in avanti. L’inesistente agenda Draghi è stata percepita come un mantenimento dello status quo sociale, con la conseguente ulteriore polarizzazione dei redditi e con una fiducia davvero cieca nell’Europa in quanto tale, nel momento in cui proprio l’Europa sta cambiando profondamente pelle. Come era possibile pensare che reggesse i termini elettorali un ceto politico, impegnato unicamente a ricandidarsi, limitandosi a ergere Mario Draghi a sola icona politica e abbandonando ogni rappresentazione sociale e ogni capacità critica verso la Nato, verso l’Unione europea e verso un liberalismo moderato da anni Novanta? L’inesistente agenda Draghi, a mio parere, ha fatto perdere il senso della complessità della democrazia popolare.

La seconda considerazione guarda in prospettiva futura. La recente audizione di Christine Lagarde, presidente della Banca centrale europea, presso la Commissione affari economici del Parlamento europeo è la dimostrazione che in Europa è in corso una pericolosa involuzione monetarista. In estrema sintesi la presidente della Bce ha dichiarato, in sequenza, che l’inflazione durerà a lungo e che l’economia europea sta per entrare in recessione. Di fronte a ciò -ha continuato Lagarde- la ricetta è molto chiara: aumenti dei tassi d’interesse, drastica riduzione degli acquisti di titoli del debito pubblico, contenimento salariale e scudo anti-spread applicabile solo con onerose condizionalità. Siamo tornati all’era Trichet, con la differenza non banale che ora l’inflazione può davvero fare male in termini sociali e aggravarla con soluzioni inefficaci e, al contempo, destinate a peggiorare le disuguaglianze sarebbe devastante. Per l’Italia, il messaggio è chiaro: basta debito per coprire la futura Legge di Stabilità. Si ha l’impressione, in tale ottica, che il governo Draghi fosse comunque finito vista l’impossibilità di fare una riforma fiscale e una certa diffidenza a mettere mano alle regole finanziarie.

La nuova stagione della sinistra dovrebbe partire da un europeismo critico, da un filologico appello all’articolo 53 della Costituzione, da una valorizzazione del risparmio diffuso e dalla restituzione di un carattere politico alle strategie monetarie, quantomeno per fronteggiare la politicissima Federal Reserve statunitense e per difendere il welfare. Nel frattempo l’esecutivo Meloni dovrà trovare le tante risorse che mancano  -una quarantina di miliardi- non facendo troppo affidamento al suo programma, dai chiari tratti prociclici: concepito cioè solo per un’economia che va bene, dalla flat tax incrementale allo stralcio fiscale fino alle tante, maggiori spese, non copribili solo con l’auspicio di una ripresa.

La terza considerazione individua il limite con cui il nuovo governo dovrà misurarsi. L’inflazione ci sta riportando velocemente indietro, con pericoli antichi e nuovi al tempo stesso. Il debito pubblico italiano è esploso a partire dagli anni Ottanta, quando è diventato insostenibile il peso degli interessi da pagare per collocarlo. In pochi anni si è passati da un rapporto debito-Pil del 50% a uno del 120%, sulla spinta del debito secondario. Tali interessi dovevano essere pagati dal Tesoro italiano per reggere la concorrenza di altri titoli di Stato, a cominciare da quelli americani che beneficiavano della copertura del dollaro come moneta di scambio e di riserva internazionale. Oggi sta riproponendosi una situazione in parte simile. I tassi di interesse delle banche centrali sono saliti e i rendimenti dei titoli di Stato dei vari Paesi sono cresciuti per far fronte al loro deprezzamento, in parte dettato dall’inflazione. I Bund tedeschi hanno perso in pochi mesi il 18% del loro valore, i Btp italiani il 20% e questo ha spinto i rendimenti al rialzo. In tale ottica lo spread non cresce perché sia Italia sia Germania sono costrette ad alzare i tassi e dunque non sarà lo spread a determinare il quadro di riferimento, anche in termini politici.

Pesa invece, come negli anni Ottanta, la concorrenza dei titoli di Stato americani che rendono, sul decennale, il 4,5% e dunque sono molto appetibili. Ancora una volta, come allora, il Tesoro degli Stati Uniti può permettersi una simile operazione grazie alla forza del dollaro che sta schiacciando l’euro a 0,96 e sempre più giù. In altre parole, la politica economica degli Stati Uniti viene costruita, come in passato, scommettendo sulla debolezza degli altri Paesi e sull’aspettativa che la Cina non abbia intenzione, almeno nel breve periodo, di sganciarsi dal dollaro. Solo se l’Europa avesse una vera credibilità internazionale questa pesante rendita di posizione si indebolirebbe, in caso contrario ci troveremo a fare i conti con un nuovo decollo del debito soltanto per gli interessi da pagare; e gli appelli alla nazione rischiano di ricordare i famigerati “prestiti del littorio”.

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ALLA LUPA, ALLA LUPA - Gian Luigi Deiana

la favola di esopo in quota rosa

tutti i bambini sanno che non è bene esagerare nel dire bugie: poi infatti si finisce per non essere creduti nemmeno quando si dice la verità, soprattutto se le situazioni sono davvero serie; la favola antica del greco esopo, che narra di un pastore che lanciava per scherzo l'allarme sul lupo, insegna ai bambini esattamente questo: quando il lupo comparve davvero, nessuno più credette all'allarme, e il lupo ebbe campo libero sugli agnelli;

gli antichi romani ebbero la genialità di redimere in quota rosa il temuto animale: inventarono la lupa e ne fecero la mammina pagana della romanità; mito per mito, in tempi a noi più vicini se ne è fatta la mammina dell'italianità, per di più cristiana; a parte il discutibile gusto di dichiarazioni simili, gusto peraltro generalmente pessimo in tutto il linguaggio pubblico attualmente in voga tra i leader politici, sta di fatto che l'allarme sull'arrivo del lupo, immancabile da trent'anni in qua, si è man mano rivelato come stupida furbetteria, e alla fine la simpatica bestiola è sopraggiunta davvero: in variante romana, italiana, e cristiana; per un poco, quindi, ecco i figli della lupa;

le questioni che a questo punto si aprono sono molte e sono complesse, ma soprattutto sono indecidibili da parte del popolo elettore; sono invece decidibilissime, quanto al giudizio politico, le questioni che si chiudono: ma chiuderle bene, con un giudizio ponderato, è fondamentale per non ricascarci di nuovo;

le principali questioni oggi in chiusura sono due: primo, se il pd sia un partito di sinistra, e con ciò un baluardo della democrazia; secondo, se fdl sia un partito semifascista, e con ciò un pericolo per la democrazia;

il primo interrogativo deve trovare la risposta interpretando l'orientamento che il pd ha seguito da quando ha assunto questo nome di battesimo, partito democratico, ad oggi; cioè dal dopo prodi al naufragio draghi; rafforzando l'inchinamento totale alla dogmatica neoliberista, ai suoi culti e ai suoi sacerdoti, il pd è diventato un partito di chierici dell'ignavia; per vent'anni si è mascherato su verbosità vuote: il richiamo ai diritti e l'allarme sul lupo; verbosità vuote, che nel tempo hanno danneggiato la ragion d'essere di quei serissimi valori, in quanto troppo gratuitamente essi sono stati evocati nelle campagne elettorali, a corredo di liturgie sostanzialmente bugiarde; quindi, il pd, a ragion veduta, non è un partito di sinistra;

quanto poi questo ex partito di sinistra sia un baluardo della democrazia e dei diritti che la sostanziano, va misurato su dati fattuali grandi e piccoli, e non su stupidaggini come "scegli" , "o noi o loro", e via declamando; i dati fattuali sono per esempio l'oltranzismo atlantista, quindi l'esposizione alle ritorsioni nella vanteria delle sanzioni; le conseguenze delle privatizzazioni sui prezzi dell'energia, quindi extraprofitti selvaggi di grandi monopoli e crisi occupazionali nelle piccole aziende; l'emergenza ospedaliera, e l'insistenza sul numero chiuso a medicina; i peana sulla giustizia, e il silenzio atroce sui suicidi nelle carceri; la legge elettorale, più di tutto, è la corona di questo tripudio, e il chiodo più profondo inferto sulla costituzione della repubblica; insomma non sembrano buone credenziali per un baluardo della democrazia;

il secondo interrogativo, se il partito della lupa sia un partito semifascista, o al contrario una plausibile espressione politica di destra, è tutto da vedere; prima che si possa verificare nei fatti, l'allarme sul lupo fascista è peggio che vano; tra vedere e non vedere, la gente che è andata a votare, e più ancora quella che non vi è andata, è stata motivata non dal desiderio messianico del lupo, ma proprio dall'esaurimento della bugia sul suo terribile avvento, e dalla triste presa d'atto che dietro il lupo fasullo ci sarebbe stato invece di nuovo il drago vero; il popolo elettore ha dato la chance alla lupa non per una condizione di incoscienza, ma in obbedienza a una logica che non poteva più essere ingannata; l'ignavia è sempre vuota, e il vuoto viene inevitabilmente colmato per altra via, anche negli ordinamenti democratici;

per chi si troverà, probabilmente o necessariamente, a dover contrastare il governo di destra che si accinge a governare l'italia, sarà davvero dura; infatti dovrà produrre l'opposizione in una condizione nella quale non esiste quasi più l'organizzabilità del dissenso; ma questo black out, cioè l'insabbiamento del dissenso da parte del ceto politico, non può essere attribuito propriamente alla destra secondo la sua prerogativa consueta: il pd infatti, nell' illusione suicida di potersi rafforzare liquidando il dissenso organizzato a sinistra (e persino quello organizzato nel movimento cinque stelle), ha finito per dissolvere anche l'organizzabilità del consenso, persino il consenso su cui si basa esso stesso; la legge elettorale stessa testè sperimentata consiste in questo capolavoro: per liquidare gli altri, il pd, riducendosi in modo irreversibile a ceto politico autoreferenziato, ha suicidato se stesso;

è storicamente normale che il dissenso radicale venga contrastato e che i modi della sua organizzazione siano difficili; ma qui, col naufragio di questo partito di lunga storia e di larga base sociale, è l'organizzazione del consenso che è stata buttata alle ortiche: questo, e non la lupa, è ora per la sinistra il vero problema

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