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venerdì 19 febbraio 2021

VIVERE CON LE PIETRE - John Berger

 


Dalla corrispondenza tra John Berger e il subcomandante Marcos, una lettera in cui il critico d’arte e saggista si sofferma sull’importanza delle pietre nell’interpretare la formazione politica e umana di Antonio Gramsci. L’assenza di dogmatismo nel pensiero di Gramsci, per Berger, deriva da quella speciale pazienza e da quel senso del tempo che gli sono stati ispirati dalla vita in Sardegna.

 

Marcos, voglio dirti qualcosa a proposito di una sacca di resistenza. Una in particolare. Le mie osservazioni possono sembrare remote, ma come dici tu, «Un mondo può contenere molti mondi, può contenerli tutti»...

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John Berger (1926-2017) è stato uno scrittore, critico d’arte e pittore britannico, autore di romanzi e di numerosi saggi sulle arti visive. 



Maria Nadotti (traduttrice) è una giornalista, saggista, consulente editoriale, curatrice e traduttrice delle opere di John Berger e di bell hooks in Elogio del margine/Scrivere al buio.

 

 


sabato 12 settembre 2020

Imparare (a vivere con) la guerra - Gustavo Esteva

 

Non abbiamo voluto crederci. Ci aveva avvertito, oltre vent’anni fa, il defunto subcomandante Marcos, ma non abbiamo voluto dargli ascolto. Ci sembrò una metafora utile per l’analisi, non quel che era, un avvertimento. Siamo di fronte a una guerra. Non possiamo continuare a comportarci come se non lo fosse o non ci toccasse direttamente.

La guerra ha aspetti apertamente criminali. Il Messico è già il paese più violento del mondo, in particolare per certe categorie di persone, come i giornalisti, i dirigenti sociali e i difensori dei diritti umani. Con l’attuale amministrazione (quella progressista guidata da Andrés Manuel López Obrador, AMLO, ndt), si verificano già quattro assassinii ogni ora. Zone sempre più ampie del paese vengono controllate con la forza. In alcune di esse a farlo sono i cosiddetti “cartelli”, che distribuiscono risorse o impongono il coprifuoco. In altre c’è la Guardia Nazionale, che ha un numero di effettivi tre volte superiore a quello della guerra di Calderón, oltre alle forze paramilitari e alle squadre d’assalto. Alcune di queste sono una metamorfosi grottesca di organizzazioni sociali, come quelle che hanno appena attaccato le basi di appoggio zapatiste; altre sono frammenti agguerriti usciti dai sindacati confederali, che controllano lo stesso opere pubbliche e sistemi di trasporto. Nulla di tutto questo, naturalmente, si considera corruzione. Viene consentito e promosso dal governo.

La guerra modifica le relazioni sociali e i modelli di vita. Riduce le modalità classiche della condizione operaia ed emergina il sindacalismo, che negli Stati Uniti è già tornato ai livelli degli inizi del XX secolo. In Messico la guerra ha smantellato le nostre capacità produttive mediante il “libero commercio”, che fu siglato da Salinas (il presidente che allora AMLO indicava come “il capo di tutte le mafie”, ndt) e si è approfondito lo scorso anno (con AMLO presidente, ndt) con grande entusiasmo di Trump. I lavoratori del settore manifatturiero si trovano soprattutto nelle maquiladoras, nelle quali prevalgono le donne, molte di loro indigene.

Dagli anni Novanta la guerra ha creato una nuova classe sociale: gli scartabili, coloro che mai vorrà impiegare o usare il capitale. La Banca Mondiale ha progettato, per loro, quelli che saranno di troppo, programmi che li manterranno sotto stretti livelli di sussistenza e permetteranno loro di compiere qualche funzione di consumo. Nell’amministrazione del governo di AMLO chiamano questo programmi sociali.

Già nel 2003, il defunto Marcos sembrava anticipare la forma-pandemia di praticare la guerra, quando descriveva la nuova forma del complesso industriale: “Alcune pecore si tosano e altre vengono sacrificate per ottenere alimenti, le “inferme” vengono isolate, eliminate e ‘bruciate’ perché non contaminino il resto“. In questa guerra, “la dignità, la resistenza, la solidarietà, disturbano”. Non si distrugge fisicamente il genere umano, però lo si distrugge “in quanto essere umano”. Non sono solo i funzionari etnocidi e i sicari a perdere la condizione umana. La perdono anche coloro che si attaccano a dispositivi elettronici che li formattano e li controllano. Nel 2011, poco prima di morire, in una lettera a Luis Villoro, il defunto Marcos mostrava come si impone la paura, l’incertezza e la vulnerabilità, una imposizione che da gennaio ha preso la forma pandemia e ha provocato l’esercizio dell’obbedienza passiva più grande della storia umana, per imporre condotte che dissolvono l’umano. Il confinamento esaspera tutti gli individualismi. La mascherina impedisce di vedere le persone sorridere.

La guerra ha trasformato in nemici le persone di uno stesso settore sociale, nel quale si potevano condividere interessi, essere amici, compagni. Sono, in primo luogo, i desaparecidos che si vedono obbligati ad agire come sicari, oppure coloro che nella vita non trovano altra opzione che una forma di delinquenza, ma sono anche quelli che affidano le proprie illusioni all’apparizione di un qualche messia e poi trasformano in nemici quelli che non ne condividono la fede. Altri ancora formano le onde contrapposte di quello che oggi si chiama “polarizzazione” e che in paesi come gli Stati Uniti prende già forme di guerra civile.

Fin dal 1997, però, lo scomparso Marcos aveva aperto la porta alla speranza. “L’impero delle borse finanziarie affronta la ribellione delle borse della resistenza”, diceva. E aggiungeva: “Se l’umanità ha ancora speranze di sopravvivenza, di essere migliore, quelle speranze sono riposte nelle borse che formano gli esclusi, gli avanzi, gli scartabili”. (Per questa e tutte le citazioni precedenti: Le 7 tessere ribelli del rompicapo globale – La IV guerra mondiale è cominciata a cura di Camminar Domandando).

Nel 2019 quelle borse si stavano moltiplicavano già da ogni parte. Estese mobilitazioni hanno scosso molti paesi. Si sono formati collettivi sempre più autonomi, che presto si consolideranno come nuclei molto solidi di resistenza. L’8 di marzo di quest’anno la speranza ha acquisito un significato nuovo, di peculiare radicalitàLe donne hanno fatto il passo avanti. Hanno rotto coraggiosamente la presunta “normalità” patriarcale, quella che per migliaia di anni ha “naturalizzato” la gerarchia maschile e il suo esercizio violento e distruttivo. Con loro, dal basso e a sinistra, si tesse ogni giorno il limite della guerra e si creano piccole isole di vita nelle quali entrano ancora il piacere e la speranza, sebbene intorno continuino a perseguitare la pandemia e la violenza, in questa guerra opprimente che sembra senza fine.

Fonte: La Jornada. Titolo originale: Aprender guerra

Traduzione per Comune-info: marco calabria

https://comune-info.net/imparare-a-vivere-con-la-guerra/

lunedì 26 maggio 2014

dichiaro che smette di esistere il Subcomandante Insurgente Marcos

A La Realidad alla chiusura dell'atto in omaggio al compagno Galeano ucciso dai paramilitari, prende la parola dal palco il Subcomandante Marcos che annuncia la fine del Subcomandante Marcos. Nel  lungo comunicato ripercorre la storia degli zapatisti e racconta la nascita del personaggio Marcos. Parla dell'avvicindamento e dell'attuale realtà zapatista e chiude dicendo che alle 2.08 "dichiaro che smette di esistere il Subcomandante Insurgente Marcos, autodenominato il Subcomandante di Acciao Inossidabile”.
I media liberi presenti alla Realidad raccontano poi che "alle 2:10 il Subcomandante Insurgente Marcos scende per sempre dal palco, si spengono le luci e dopo si ascolta un'onda di applausi degli aderenti alla La Sexta, seguita da un'onda più grande di appalausi delle basi d'appoggio zapatiste, miliziani e insurgentes. Alcuni minuti dopo, si ascolta la voce in off di quello che fu il Subcomandante zapatista: 
“Buone albe, compañeros, compañeros y compañeroas, io mi chiamo Galeano, Subcomandante Insurgente Galeano, mi hanno detto che quando sarei tornato a nascere lo avrei fatto in collettivo”.
Dopo la lettura ha preso la parola il Subcomandante Insurgente Moisés: “Quello che vi abbiamo spiegato si vedrà nei luoghi da cui venite, ojalá che lo abbiate compreso ”. Ha concluso.
da qui


Nella comunità di La Realidad, la stessa in cui il 2 maggio scorso un gruppo di paramilitari della Central Independiente de Obreros Agrícolas y Campesinos Histórica (CIOAC-H), ha assassinato la base di appoggio zapatista Galeano, ilsubcomandante Marcos è apparso di buon mattino di fronte ai rappresentanti dei media liberi accompagnato da sei comandantes e comandantas del Comitato Clandestino Rivoluzionario Indigeno e del Subcomandante Insurgente Moisés, al quale nel dicembre scorso aveva trasferito il comando.
“È nostra convinzione e nostra pratica che per rivelarsi e lottare non sono necessari né leader né capi, né messia né salvatori; per lottare c’è bisogno solo di un po’ di vergogna, una certa dignità e molta organizzazione, il resto o serve al collettivo o non serve”, ha detto Marcos.
Con una benda nera col disegno di un teschio da pirata che copriva l’occhio destro, il finora portavoce zapatista ha ricordato l’alba del primo gennaio 1994, quando “un esercito di giganti, cioè, di indigeni ribelli, scese in città per scuotere il mondo. Solo qualche giorno dopo, col sangue dei nostri caduti ancora fresco per le strade, ci rendemmo conto che quelli di fuori non ci vedevano. Abituati a guardare gli indigeni dall’alto, non alzavano lo sguardo per guardarci; abituati a vederci umiliati, il loro cuore non comprendeva la nostra degna ribellione. Il loro sguardo si era fermato sull’unico meticcio che videro con un passamontagna, cioè, non vedevano. I nostri capi e cape allora dissero: ‘vedono solo la loro piccolezza, inventiamo qualcuno piccolo come loro, cosicché lo vedano e che attraverso di lui ci vedano’ “.
Così è nato Marcos, frutto di “una complessa manovra di distrazione, un trucco di magia terribile e meraviglioso, un gioco malizioso del nostro cuore indigeno; la saggezza indigena sfidava la modernità in uno dei suoi bastioni: i mezzi di comunicazione”.
La cronaca della conferenza, firmata dai “mezzi liberi, alternativi, autonomi o come si chiamino”, diffusa su diversi portali di comunicazione alternativa come Radio Pozol, Promedios e Reporting on Resistences, riproduce un clima di applausi ed evviva all’EZLN dopo l’annuncio della Comandancia.
La figura del subcomandante Marcos ha fatto il girò del mondo fin dalle prime ore del primo gennaio 1994. L’immagine di un uomo armato con cartucciere rosse ed un R-15, con indosso una divisa color caffè e nera coperto da un chuj di lana degli Altos del Chiapas, con il volto coperto da un passamontagna che fumava la pipa, era sulle prime pagine dei giornali più importanti del pianeta. Nei giorni e settimane successive arrivavano i suoi comunicati carichi di ironia ed umorismo, provocatori ed irriverenti. Qualche foglio bianco scritto a macchina da scrivere letteralmente raffazzonati per la stampa nazionale e internazionale. Venti anni e quattro mesi dopo, Marcos annuncia la fine di questa tappa.
…“Difficile credere che venti anni dopo quel ´niente per noi´ non fosse uno slogan, una frase buona per striscioni e canzoni, ma una realtà, La Realidad”, ha detto Marcos. Ed ha aggiunto: “Se essere coerente è un fallimento, allora l’incoerenza è la strada per il successo, per il potere. Ma noi non vogliamo prendere quella strada, non ci interessa. Su queste basi, preferiamo fallire che vincere.”
“Pensiamo”, ha detto, “che è necessario che uno di noi muoia affinché Galeano Viva. Quindi abbiamo deciso che Marcos oggi deve morire”.
“Alle 2.10 il Subcomandante Insurgente Marcos è sceso per sempre dal palco, si sono spente le luci ed è partita un’ondata di applausi degli e delle aderenti della Sexta, seguita da un’ondata ancora più grande di applausi delle basi di appoggio zapatiste, miliziani ed insurgentes“, hanno riferito dalla Realidad.
Fedele al suo stile ironico ed ai suoi tradizionali post scritti, il personaggio di Marcos ha concluso: P.S. 1 Game Over. 2. – Scaccomatto. 3. – Touché. 4. – Così Mhhh, è questo l’inferno? 5. – Cioè, senza la maschera posso andarmene in giro nudo? 6. – Qui è buio, ho bisogno di una torcia…”



ENTRE LA LUZ Y LA SOMBRA.
En La Realidad, Planeta Tierra.
Mayo del 2014.
Compañera, compañeroa, compañero:
Buenas noches, tardes, días en cualesquiera que sea su geografía, su tiempo y su modo.
Buenas madrugadas.
Quisiera pedirles a las compañeras, compañeros y compañeroas de la Sexta que vienen de otras partes, especialmente a los medios libres compañeros, su paciencia, tolerancia y comprensión para lo que voy a decir, porque éstas serán mis últimas palabras en público antes de dejar de existir.
Me dirijo a ustedes y a quienes a través de ustedes nos escuchan y miran.
Tal vez al inicio, o en el transcurso de estas palabras vaya creciendo en su corazón la sensación de que algo está fuera de lugar, de que algo no cuadra, como si estuvieran faltando una o varias piezas para darle sentido al rompecabezas que se les va mostrando. Como que de por sí falta lo que falta.
Tal vez después, días, semanas, meses, años, décadas después se entienda lo que ahora decimos.
Mis compañeras y compañeros del EZLN en todos sus niveles no me preocupan, porque de por sí es nuestro modo acá: caminar, luchar, sabiendo siempre que siempre falta lo que falta.
Además de que, que no se ofenda nadie, la inteligencia de l@s compas zapatistas está muy por arriba del promedio.
Por lo demás, nos satisface y enorgullece que sea ante compañeras, compañeros y compañeroas, tanto del EZLN como de la Sexta, que se da a conocer esta decisión colectiva.
Y qué bueno que será por lo medios libres, alternativos, independientes, que este archipiélago de dolores, rabias y digna lucha que nos llamamos “la Sexta” tendrá conocimiento de esto que les diré, donde quiera que se encuentren.
Si a alguien más le interesa saber qué pasó este día tendrá que acudir a los medios libres para enterarse.
Va pues. Bienvenidas y bienvenidos a la realidad zapatista.
I.- Una decisión difícil.
Cuando irrumpimos e interrumpimos en 1994 con sangre y fuego, no iniciaba la guerra para nosotras, nosotros los zapatistas.
La guerra de arriba, con la muerte y la destrucción, el despojo y la humillación, la explotación y el silencio impuestos al vencido, ya la veníamos padeciendo desde siglos antes.
Lo que para nosotros inicia en 1994 es uno de los muchos momentos de la guerra de los de abajo contra los de arriba, contra su mundo.
Esa guerra de resistencia que día a día se bate en las calles de cualquier rincón de los cinco continentes, en sus campos y en sus montañas.
Era y es la nuestra, como la de muchos y muchas de abajo, una guerra por la humanidad y contra el neoliberalismo.
Contra la muerte, nosotros demandamos vida.
Contra el silencio, exigimos la palabra y el respeto.
Contra el olvido, la memoria.
Contra la humillación y el desprecio, la dignidad.
Contra la opresión, la rebeldía.
Contra la esclavitud, la libertad.
Contra la imposición, la democracia.
Contra el crimen, la justicia.
¿Quién con un poco de humanidad en las venas podría o puede cuestionar esas demandas?
Y en ese entonces muchos escucharon….
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martedì 1 gennaio 2013

somos los zapatistas

...HERMANOS Y HERMANAS: 
COMPAÑEROS Y COMPAÑERAS: 

ANTES TUVIMOS LA BUENAVENTURA DE UNA ATENCIÓN HONESTA Y NOBLE DE DISTINTOS MEDIOS DE COMUNICACIÓN. LO AGRADECIMOS ENTONCES. PERO ESO FUE COMPLETAMENTE BORRADO CON SU ACTITUD POSTERIOR. 

QUIENES APOSTARON A QUE SÓLO EXISTÍAMOS MEDIÁTICAMENTE Y QUE, CON EL CERCO DE MENTIRAS Y SILENCIO, DESAPARECERÍAMOS, SE EQUIVOCARON. 

CUANDO NO HABÍAN CÁMARAS, MICRÓFONOS, PLUMAS, OÍDOS Y MIRADAS, EXISTÍAMOS. 

CUANDO NOS CALUMNIARON, EXISTÍAMOS. 

CUANDO NOS SILENCIARON, EXISTÍAMOS. 

Y AQUÍ ESTAMOS, EXISTIENDO. 

NUESTRO ANDAR, COMO HA QUEDADO DEMOSTRADO, NO DEPENDE DEL IMPACTO MEDIÁTICO, SINO DE LA COMPRENSIÓN DEL MUNDO Y DE SUS PARTES, DE LA SABIDURÍA INDÍGENA QUE RIGE NUESTROS PASOS, DE LA DECISIÓN INQUEBRANTABLE QUE DA LA DIGNIDAD DE ABAJO Y A LA IZQUIERDA. 

A PARTIR DE AHORA, NUESTRA PALABRA EMPEZARÁ A SER SELECTIVA EN SU DESTINATARIO Y, SALVO EN CONTADAS OCASIONES, SÓLO PODRÁ SER COMPRENDIDA POR QUIENES CON NOSOTROS HAN CAMINADO Y CAMINAN, SIN RENDIRSE A LAS MODAS MEDIÁTICAS Y COYUNTURALES. 

ACÁ, CON NO POCOS ERRORES Y MUCHAS DIFICULTADES, ES YA UNA REALIDAD OTRA FORMA DE HACER POLÍTICA. 

POCOS, MUY POCOS, TENDRÁN EL PRIVILEGIO DE CONOCERLA Y APRENDER DE ELLA DIRECTAMENTE. 

HACE 19 AÑOS LOS SORPRENDIMOS TOMANDO CON FUEGO Y SANGRE SUS CIUDADES. AHORA LO HEMOS HECHO DE NUEVO, SIN ARMAS, SIN MUERTE, SIN DESTRUCCIÓN. 

NOS DIFERENCIAMOS ASÍ DE QUIENES, DURANTE SUS GOBIERNOS, REPARTIERON Y REPARTEN LA MUERTE ENTRE SUS GOBERNADOS. 

SOMOS LOS MISMOS DE HACE 500 AÑOS, DE HACE 44 AÑOS, DE HACE 30 AÑOS, DE HACE 20 AÑOS, DE HACE APENAS UNOS DÍAS. 

SOMOS LOS ZAPATISTAS, LOS MÁS PEQUEÑOS, LOS QUE VIVEN, LUCHAN Y MUEREN EN EL ÚLTIMO RINCÓN DE LA PATRIA, LOS QUE NO CLAUDICAN, LOS QUE NO SE VENDEN, LOS QUE NO SE RINDEN. 

HERMANOS Y HERMANAS: 

COMPAÑERAS Y COMPAÑEROS: 

.SOMOS L@S ZAPATISTAS, RECIBAN NUESTRO ABRAZO. 

¡DEMOCRACIA! 

¡LIBERTAD! 

¡JUSTICIA! 

Desde las montañas del Sureste Mexicano. 

Por el Comité Clandestino Revolucionario Indígena – Comandancia General del Ejército Zapatista de Liberación Nacional. 

Subcomandante Insurgente Marcos. 

México. Diciembre del 2012 – Enero del 2013.

venerdì 27 aprile 2012

Il Subcomandante Marcos e Luis Villoro si scrivono


Don Luis:
Salute e saluti.
Prima di tutto, auguri per il suo compleanno il 3 novembre. Speriamo che con queste lettere riceva anche l’abbraccio affettuoso che, anche se a distanza, le mandiamo.
Proseguiamo quindi in questo scambio di idee e riflessioni. Forse ora più solitari per la confusione mediatica che si solleva intorno alla definizione dei nomi dei tre bricconi che si disputeranno la guida sugli insanguinati suoli del Messico.
Con la stessa frenesia con cui spediscono le loro fatture per “spese di promozione immagine”, i mezzi di comunicazione si allineano alle diverse parti. Tutti concordano che le scempiaggini che esibiscono con impudicizia i rispettivi aspiranti, si possono coprire solo facendo più rumore sopra quelle dell’avversario.
Il periodo dell’ansia degli acquisti natalizi coincide con la vendita delle proposte elettorali. Chiaro, come la maggioranza degli articoli che si vendono in questo periodo dell’anno, senza garanzia alcuna e senza la possibilità di restituzione…

Saludos.
1. Continuemos este intercambio epistolar compartiendo visiones ante la devastación que sufre nuestro país
recurriendo a la reflexión que usted menciona sin pretender descubrir VERDADES.
Estamos de acuerdo en que nada se puede esperar de la partidocracia. Como dicen ustedes los
zapatistas, “todos los políticos son iguales” pues la izquierda institucional ha dejado de ser izquierda.
2. Coincido también en lo injustificable que es culpar a las víctimas, práctica común del gobierno, y saludo el
respeto que usted ha mostrado por el Movimiento por la Paz con Justicia y Dignidad que dirige Javier Sicilia,
en su última carta. Comparto el respeto con una recomendación adicional: continuar, sí, pero sin someterse
al juego del Estado…