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lunedì 16 dicembre 2024

Il lapsus freudiano di Repubblica – Alberto Capece

Pochi avvertono che il tempo della menzogna è insieme quello dell’incompetenza e dell’atarassia cognitiva, anche se le due cose vanno necessariamente assieme: se occorre mentire non ha importanza che si sappia o meno qualcosa di quello che si va dicendo. Anzi in queste condizioni il non sapere è un sollievo morale per così dire e si fa di tutto per tenersi aggrappati alle parole d’ordine, senza mai alzare il tappeto per scoprire l’ordito. E allora non sembrerà poi tanto strano che due inutili inviati in Siria, i quali devono comunque dare un’idea edenica del nuovo regime – cosa che si può fare tranquillamente da casa leggendo le agenzie di stampa e guardando le televisioni che appartengono, in un certo senso a un unico editore globale – producano un articolo che ha poi come risultato quello che vedete nell’immagine a fianco.

Certo so bene che i titoli non li fa chi scrive i pezzi, ma è mai possibile che un’intera redazione non si accorga del clamoroso errore di creare un valico inesistente tra Libia e Siria che fanno parte di due continenti diversi? Questa informazione che asserisce falsamente di controllare i contenuti, in realtà sembra non sapere nulla nemmeno della geografia elementare e dimostra un’ incredibile sciatteria. In un quotidiano gli errori sono all’ordine del giorno e anche io ne ho fatti alcuni, per non dire dei refusi che accompagnano i mei post, ma qui si tratta proprio delle conoscenze di base: eppure questo titolo è passato al vaglio di parecchi occhi senza obiezioni, visto si stampi o si mandi in rete. Non posso che provare pena per chi si fa menare il naso da questi organi di cosiddetta informazione.

Si tratta di un errore da ciuchi irrecuperabili che personalmente non avrei fatto nemmeno in terza media, però quelli erano altri tempi, in cui si studiava anche sugli atlanti muti. Tuttavia non è solo un’evidente carenza di cultura di base ad aver originato il risibile incidente di Repubblica, perché dietro questo titolo sospetto che ci sia una sorta di lapsus freudiano: Libia e Siria sono state investite da analoghe operazioni, condotte con gli stessi pretesti. con le medesime modalità terroristiche e stanno producendo gli stessi effetti di disgregazione, creando una vicinanza storica che è stata tradotta in vicinanza geografica. Alcuni anni fa nei test di ammissione alla facoltà (uso ancora i vecchi termini) di Medicina, quasi nessuno rispose correttamente alla domanda se il Cairo fosse più vicino a Oslo o a Rabat che è la capitale del Marocco. La differenza culturale fece sì che tutti considerassero Oslo molto più lontana, mentre in effetti  è più vicina della città marocchina. La domanda era insidiosa, molto più complessa e rivolta a un insieme eterogeneo di persone, mentre qui siamo di fronte a gente che pretende di spiegare le cose al pubblico e non ha chiaramente in testa  che tra Libia e Siria ci sono di mezzo l’Egitto, Israele e il Libano. Il fatto è che a volte ignorare è meglio che prendersi delle responsabilità e l’incidente potrebbe a giusto titolo far parte di quella raccolta di deliziosi saggetti di William Hazlitt, L’ignoranza delle persone colte, solo che in questo caso bisognerebbe ribaltarlo nella cultura delle persone ignoranti.

da qui




lunedì 2 settembre 2024

“Repubblica” e la felicità della trincea - Michele Prospero

 

Circola sui mezzi di comunicazione un tifo sempre più caldo per affidare alla guerra diffusa la risoluzione del disordine globale. Dinanzi a un titolo del quotidiano diretto da Maurizio Molinari che recita: «Con i soldati ucraini al di là del confine: “Felici di guidare un tank in Russia”», si è tentati di scandire, prendendo in prestito un antico motivo anarchico, “Repubblica borghese, un dì ne avrai vergogna”. Ogniqualvolta la battaglia viene sublimata agitando i toni della fascinazione estetica, si finisce intrappolati in una regressione di civiltà. E quindi diventa possibile narrare, alla maniera del foglio romano, la “felicità” della trincea.

Allegria, gaudio, letizia, esultanza, giubilo. Senza volerlo, la Repubblica svela un volto nascosto e intimo dei miliziani della libertà, in estasi per il contatto ludico con i giocattoli della uccisione che brandiscono contro lo straniero ancora imberbe raggiunto oltre frontiera (il prototipo del baby soldato” di Putin). Presi dall’euforia per le nuove armi appena imbracciate, i combattenti agli ordini di Zelensky hanno persino mandato in fumo le trattative segrete in corso nel Qatar per far cessare le ostilità.

Nel catalogo dei “valori dell’Occidente”, di cui le penne nostrane della bella guerra si vantano di essere sentinelle, già con Dante però non trova spazio la celebrazione della poetica suggestione delle pratiche di morte. Nella nona bolgia dell’ottavo cerchio dell’Inferno, egli si imbatte (“e vidi cosa”) in mutilazioni fisiche così orribili che reputa indicibile, qualsiasi forma espressiva sia maneggiata (le “parole sciolte” della prosa al pari della lirica), il lugubre scenario osservato. Se anche venissero sommate le sofferenze dei caduti in ogni contesa violenta della storia (“s’el s’aunasse ancor tutta la gente”), nulla sarebbe il significato di un tale sacrificio nei secoli accumulato al cospetto delle terribili conseguenze abbattutesi sugli individui che della belligeranza sono stati cagione attiva.

Dante sta affrontando il peccato specificamente politico commesso da quanti hanno “partito”, cioè lacerato, la humana civilitas attraverso discorsi, consigli, proclami di inimicizia. La spada demoniaca provvede ad assicurare “lo contrapasso” per cui proprio coloro che hanno diviso il corpo politico o gli Stati non possono sfuggire – colpevoli come sono delle crudeltà che si consumano “per la lunga guerra” – all’immancabile rovina del loro corpo naturale. Per descrivere il “sangue dolente”, le creature che appaiono “dilaccate” “storpiate”, gli strazi di sagome aperte “dal mento infin dove si trulla”, non esistono modalità appropriate e “ogne lingua per certo verria meno”. Neanche Bertran de Born, che in qualità di cantore di guerra vaga anch’egli con “un busto sanza capo”, viene risparmiato dal destino “del sangue e de le piaghe”, giacché gli tocca muoversi “sì come andavan li altri de la trista greggia”. Solo il suo essere stato un apprezzabile poeta gli garantisce, quando compare con le fattezze di uno sfregiato che “‘l capo tronco tenea per le chiome”quella umana pietas generalmente negata da Dante ai guerrafondai.

Le folte schiere che, riscaldando l’immagine del martirio rigeneratore, spargono sulla stampa odierna il “mal seme” della pugna illimitata potrebbero essere raffigurate con l’aspetto di chi “forata avea la gola” per il fatto di non possedere più l’arte della parola, disastrosamente sciupata allo scopo di alimentare “la discordia”I grandi giornali, i quali danzano incoscienti in prossimità del terzo conflitto mondiale che avanza con i cingolati del Bene puntati verso Mosca, sono immersi in pieno nel “modo sozzo”, ovvero nell’universo di lerciume che caratterizza il canto ventottesimo. In spregio alla logica, avevano addirittura attribuito ai russi il sabotaggio del gasdotto Nord Stream, operazione avversa alla Germania che era stata invece compiuta da lucidi “sbronzi” – oligarchi e militari di Kiev assoldati nel duello per le risorse – protetti da governi e servizi di paesi (poco) amici.

Percuotere e ammazzare per “contastare” il nemico può essere una necessità, ma ricamare sulle “felici” reclute che assaporano la gioia di distruggere oggetti e annichilire persone è solamente il segno che in Europa, alla faccia dell’Alighieri, sono penetrate, prive di filtri, culture aliene dal gusto vagamente fondamentalista. L’intitolazione de la Repubblica rivela che non ci sono più argini per frenare la vichiana “barbarie ritornata” entro “l’età degli uomini”, nel cuore inquieto delle “repubbliche popolari” “libere” dove a causa di un “ricorso” funesto si annida l’inesprimibile.

L’articolo è tratto, in virtù di un rapporto di collaborazione, dal sito del CRS (Centro per la Riforma dello Stato)

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venerdì 8 maggio 2020

Le voci del padrone - Marco Revelli


Dunque la tanto attesa (e temuta) “riapertura” è andata meglio del previsto. L’Italia si è messa in movimento “con juicio”, senza assalti ai treni, code agli sportelli e movide estemporanee. Cautamente si è avventurata fuori di casa. Segno che la percezione del pericolo è forte e diffusa tanto da farsi “costume”. E che il Paese, nella sua maggioranza, ha imparato la lezione del virus rifiutando le pose da superuomini dei tanti negatori del rischio e fautori del contagiatevi liberamente. Insomma, almeno per questo inizio di settimana, abbiamo visto all’opera un’Italia tutto sommato responsabile.
Ma poi c’è un’altra Italia. Quella incarnata dai “guerriglieri di se stessi” (i “due Matteo”) che menano colpi su tutto pur di raccattare un briciolo di visibilità (anche se più strepitano più perdono): che occupano le aule parlamentari e vi bivaccano ostentatamente senza mascherina; o che evocano i morti di Bergamo per fargli invocare – estremo oltraggio – le condizioni che li hanno sterminati. O quella rappresentata dai promotori di quello sgangherato “Appello a Mattarella” (primo firmatario Vittorio Sgarbi, quello del delirante video sul “virus del buco del culo” sic) in cui si denuncia il carattere autoritario delle misure di prevenzione dal contagio come se si trattasse di brutali attentati alle libertà costituzionali, in nome della facoltà di ognuno di farsi i fatti propri indipendentemente dalle ricadute sugli altri. E come se la nostra Costituzione non tutelasse la salute (di tutti) come bene e diritto fondamentale. Manifesto di un iper-liberismo così radicale (così patologicamente egoistico) da coniugare il culto di Sé e delle proprie irrinunciabili prerogative sovrane con il disprezzo degli altri (delle vite di scarto): punto di vista non per nulla assai simile a quello di alcuni dittatori del nostro tempo, da Jair Bolsonaro a Viktor Orban, e di quelle leadership che interpretano la torsione populista in sovranismo di cui sia Trump che Johnson sono campioni, a dimostrazione del fatto che l’ultraliberismo militante, lungi dall’esserne l’antitesi, è in realtà sostanzialmente consustanziale alle espressioni fascistoidi post-novecentesche. 
Basterebbe anche solo un’occhiata alla lista dei firmatari, per cogliere l’aspetto grottesco – quasi ridicolo se non fossimo nel pieno di una tragedia – di un patchwork che mette insieme Sgarbi, appunto, e Clint Eastwood (in veste di “libertario trumpiano” o di gun nut?), Bernard-Henry Levy (in veste di comico?) e Massimo Boldi (in veste di nuovo filosofo?), e poi Edward Luttwak, Alain Elkan, Ornella Muti, Nicola Porro, Bechis, Bagnai, Becchi (le tre B della destra pop-sovranista), il cuoco Vissani, il post-fascista Marcello Veneziani (strano vederlo denunciare l’autoritarismo di Giuseppe Conte dopo aver celebrato in un libro quello di Mussolini, il politico), il performer televisivo Red Ronnie (noto per il suo anti-vaccinismo e come diffusore di “altre supposizioni scientificamente infondate sulla possibilità di eliminare virus e batteri tramite la risonanza su loro presunte frequenze” – cito da Wikipedia) insieme a figure per bene quali Tahar Ben Jalloun (come c’è finito lì dentro?) o Sergio Castellitto (che come attore a me personalmente piace)…
Qualcuno ha pensato a uno scherzo. E come tale lo si potrebbe archiviare, se non fosse per il fatto che quel documento è stato pubblicato con onore sulla nuova Repubblica versione Exor, il che la dice lunga su quale sia la deriva regressiva di quello che nacque come quotidiano di un’Italia civile liberal-socialista. Ma ci dice anche quale sia, oggi, la metamorfosi asociale che l’impatto con l’emergenza Covid-19 ha innescato, o quantomeno accelerato e disvelato, all’interno del blocco proprietario italiano e del cosiddetto “mondo dell’impresa”. Nelle file, infatti, di quest’altra Italia c’è – non ci vuol molto a vederlo – anche Confindustria. Basta rileggersi il discorso di investitura del suo neoeletto Presidente Carlo Bonomi, tutto incentrato sulla parola d’ordine “riaprire tutto e subito”. E poi guardarsi l’assalto al Palazzo che ha scatenato nel giorno stesso dell’inizio della fase-due, all’insegna del motto “il Paese siamo noi” e “tutte le risorse all’Impresa”. Una Confindustria così “antigovernativa” non la si vedeva da tempo (forse bisogna risalire al periodo di gestazione del primo centro-sinistra e al clima in cui maturò il “Piano Solo”; e prima ancora all’ultimo governo Facta, quando Gramsci parlò di “sovversivismo delle classi dirigenti”). Eppure non è che il Governo Conte II sia stato ostile nei confronti dell’Impresa, o anche solo “poco rispettoso” delle sue prerogative, al contrario: ne ha accolto buona parte delle richieste, si è piegato a numerose pressioni (tra cui la sciagurata mancata chiusura delle prime aree infette nel bergamasco da cui si è scatenata la catastrofe che conosciamo), ha accettato la logica asimmetrica per cui quel che è nell’interesse degli industriali è nell’interesse del Paese. Ma evidentemente non gli è bastato. Non vogliono “il loro”. Vogliono tutto. Di fronte alla gelata che ci aspetta all’allentarsi dell’emergenza sanitaria e all’esplodere dell’emergenza economica, si battono fin d’ora per avere il monopolio di tutte le risorse disponibili. Tutte! contendendole centesimo per centesimo agli altrettanto necessari fondi per il sostegno alle famiglie e alle persone: “Tutto alla crescita, nulla all’assistenza” grida già la Lega, e sa di avere mandanti potenti. E lo vogliono cash, quel fiume di denaro, direttamente in cassa, senza oneri di restituzione né intermediari, neppure da parte delle banche. Mentre se qualcuno propone sia pur timidamente di rafforzare l’apparato degli ispettori per esercitare una qualche forma di controllo levano gli scudi, come di fronte a un sacrilegio.
In uno stimolante Microcosmo sul “Sole24Ore” di un paio di settimane fa Aldo Bonomi evocava – riprendendola da papa Francesco – “l’immagine di Enea che si prende sulle spalle Anchise per andare nel ‘non ancora’” auspicando una sorta di “eterotopia delle rappresentanze” in cui simmetricamente le istituzioni di Capitale e Lavoro (Imprese e Sindacati) si carichino “sulle spalle il vecchio modello di sviluppo per andare oltre”. E pensava al lavoro di riflessione e di cambiamento d’orizzonte necessario per “il quarto capitalismo delle medie imprese se vogliamo che ce ne sia un quinto, per il sindacato con sulle spalle il lavoro che si è fatto moltitudine dei lavori, per le filiere agroalimentari con gli invisibili migranti al lavoro diventati visibili e necessari, per la grande e piccola distribuzione che ci ha sfamato, per la ragnatela diffusa dell’artigianato del commercio dei turismi, tutte molecole in sofferenza nel loro essere al lavoro borderline sulla prossimità negata dalla distanza sociale”. Era lo scenario virtuoso dell’uscita dalla pandemia attraverso una presa in carico della necessità di cambiare. Se però la natura del nuovo giorno si vede dal mattino, se dobbiamo interpretare per quel che sono queste prime esternazioni padronali, temo che la scena a cui saremmo costretti ad assistere sia quella di un Enea per nulla pio che balza in groppa al vecchio padre (lavoratori e Stato) sfiancandolo a colpi di speroni, per guadagnare qualche metro.
Le parole del neopresidente di Confindustria (che anche lui di cognome fa Bonomi, ma con Aldo non c’entra nulla, anzi ne sta agli antipodi):  “Bisogna avere ben presente che quella che sta iniziando è la stagione dei doveri e dei sacrifici, per tutti” (e noi sappiamo che quando un padrone parla così da quel “tutti” esclude naturalmente se stesso e i suoi pari)-; quelle parole, appunto, ci dicono che ci sarà da lottare, per strappare al nuovo un volto umano. Redditi più giusti per quel mondo del lavoro che ha sostenuto il peso delle nostre vite in queste settimane. Risorse adeguate a una sanità di territorio. Orari di lavoro meno massacranti ed “esposti” al rischio. Sussidi alle imprese, certo, ma escludendovi quelle che hanno trasferito i propri quartier generali nei paradisi fiscali. E’ chiedere troppo? A un governo e a una politica che non vogliano piegarsi totalmente a chi urla più forte.

da qui

venerdì 10 aprile 2020

Sorprese nell'uovo di Pasqua?



Miracolosamente (qui)


il PD dice qualcosa di sinistra, 5Stelle e Renzi non dicono cose di sinistra (e quindi di destra? - vedi sotto)





Miseramente (qui)


le Sardine dicono qualcosa di qualunquista, cioè di destra

domenica 5 aprile 2020

consigli di un esperto


(dalla rubrica La prima cosa bella, di Gabriele Romagnoli, su Repubblica online)

...i consigli per la quarantena di un ex detenuto, abituato, in molti anni di carcere, a lunghi periodi di isolamento. Me li ha mandati a puntate, per messaggio sul cellulare, ora che è libero e lontano, ma di nuovo chiuso in una stanza. Per lui è un'esperienza già provata e da cui ha tratto insegnamenti. Questi:

1) Ricordati che mentre tu sei recluso, isolato, perfino fossi in infermeria, c'è chi altrove sta nel braccio della morte

2) Non fare mai il conto alla rovescia, dimentica ogni possibile data di fine pena perché magistrati e destino possono giocare con te, trovare mille ragioni per spostare più avanti la tua liberazione

3) Le giornate non devono sembrarti tutte uguali, devono essere tutte uguali. Ogni variazione può rendere difficile la seguente. Se leggi: lo stesso numero di pagine ogni giorno. Se fai ginnastica: gli stessi esercizi. Regola il sonno, regola tutto. Rendi la vita ipnotica come una lancetta che scorre

4) Impara una qualunque cosa che non conoscevi

5)  Non ricordare e non fantasticare, vivi nel presente, anche se è fatto di poco o nulla

6) Ricordati che non sei innocente, comunque

7) La fede aiuta, ma o ce l'avevi prima o non vale

8) Prova con la telepatia, ma con una sola persona

9) Finirà e quando accadrà abbassa la testa, ringrazia e vai.

domenica 31 dicembre 2017

che giornale, Repubblica. dice bortocal

si annida a Repubblica il nauseante neo-nazismo italiano di Natale 

stavo per scrivere due righe di soddisfazione natalizia (comunque) per il primo (e anche ultimo?) “volo umanitario all’aeroporto militare di Pratica di Mare”, col quale sono stati accolti – dice La Stampa – i primi 160 rifugiati evacuati dalla Libia.
be’, i primi non proprio.
siccome non sono uno stupido, capisco benissimo che ad attenderli c’era il ministro Minniti, che almeno a Natale deve togliersi di dosso la qualifica di aguzzino, conquistata sul campo.
e dunque l’intera operazione è biecamente pre-elettorale, per provare a convogliare i voti residui dell’area buonista.
comunque ero disposto a fare il finto ingenuo e a dirmi contento lo stesso: importante è il risultato, mi dicevo.
un piccolo modesto passo in avanti verso un paese civile che sa accogliere dignitosamente i non moltissimi che sono autentici profughi di guerra e forse impostare una politica di integrazione ed accoglienza che sinora manca.
. . .
ma mi ha rovinato la festa il quotidiano Repubblica, quello che fa parte della stessa area politica di riferimento di Minniti e da anni usurpa l’immagine di giornale progressista, facendo propaganda razzista, occulta, ma neppure tanto.
guardate questo titolo:
Hawala, ecco come lavoratori stranieri, scafisti e terroristi trasferiscono soldi senza lasciare tracce
la normale pratica di un immigrato di mandare i soldi a casa (le famose rimesse degi emigranti) diventa una attività criminale.
lavoratori stranieri, scafisti e terroristi sono messi tutti sulla stessa barca, verrebbe voglia di dire, se non fosse una battuta molto macabra.
. . .
se pensate che io esageri come al solito, aggiungo la foto di contorno, che ricorda in maniera inequivocabile quelle della propaganda nazista durante la seconda guerra mondiale:

i peggiori stereotipi criminalizzanti sono concentrati in questa immagine: l’immigrato è disgustoso, vestito male, infido e anche pieno di soldi illeciti.
non ve ne eravate accorti, vero?
ma è proprio in questo modo che funziona la propaganda: si insinua nella mente approfittando della disattenzione.
. . .
questo è lo stesso quotidiano che denuncia il pericolo neonazista se quattro ragazzotti di destra vanno a contestarlo.
questo è uno dei protagonisti della campagna mediatica contro le fake news.
le sue?
eccolo, il co-protagonista della campagna internazionale dei poteri forti contro le notizie loro sgradite, mentre riorganizzano internet in modo da emarginare e rendere insignificante l’informazione alternativa. 
. . .
e intanto la concentrazione neo-feudale della ricchezza è giunta ad un punto tale che 8 soli nazi-plutocrati detengono la stessa ricchezza della metà più povera del mondo, cioè quasi di 4 miliardi di persone 
loro sono quelli che si presentano con le faccine pulite di Bill Gates o Zuckerberg, i benefattori dell’umanità,
e i disperati della Terra, tra i quali stanno progressivamente gettando anche il vecchio ceto medio occidentale, sono quelli che poi rappresentano come abbiamo appena visto sui media che loro controllano.
. . .
Repubblica: questo è il periodico che fa le sue quotidiane campagne politically correct e sostiene il buonismo acritico che è diventata una cappa asfissiante di perbenismo benestante che ci soffoca le menti.
il giornale che si dice antifascista e assieme sostiene l’alleanza subordinata del Partito neo-renzista con Berlusconi, mentre questo dichiara che Mussolini non era un dittatore.
. . .
buon Natale a tutti?
proprio a tutti?
no: a Natale stiamo tutti più in campana che mai.

da qui


Repubblica razzista anche per conto dei tedeschi


Repubblica istiga all’odio contro i profughi citando un caso di cronaca nera tedesca: ma la stampa tedesca seria sostanzialmente lo ignora.
questa è la notizia sparata con una certa evidenza dal quotidiano fondato da Scalfari l’oligarca.
sono andato a controllare sui tre più autorevoli quotidiani tedeschi online:
Die Welt (di centro) e Der Spiegel (di sinistra) la ignorano completamente,
la FazFrankfurter Allgemeine Zeitung, da ricondurre agli ambienti finanziari di Francoforte, e dunque all’incirca all’area della FDP, il Partito Liberale, se la cava con un trafiletto asciutto, non mette mel titolo la nazionalità di questo adolescente che ha ucciso e nel corpo dell’articolo osserva soltanto che si stanno studiando misure migliori per casi simili:
visto che risulta, tra l’altro, che il ragazzo era già stato convocato dalla polizia per essere ammonito per e minacce che hanno preceduto l’omicidio, considerato peraltro non premeditato,
e allora? dove è il pericolo razzista tedesco?
forse in certe correnti profonde di una parte dell’opinione pubbica non sulla stampa seria.
l’unico quotidiano che dà un enorme rilievo alla notizia e a spara come primo titolo è Bild, una specie di Libero locale…