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mercoledì 29 maggio 2019

USA – Negato l’ingresso alla diplomatica palestinese Ashrawi



(tratto dal sito di Nena News )
La negoziatrice e accademica palestinese Hanan Ashrawi ha fatto sapere ieri che l’è stato negato un visto di viaggio per entrare negli Usa a causa delle sue dure critiche all’amministrazione statunitense di Donald Trump e Israele. In una serie di Tweet pubblicati ieri, Ashrawi ha anche accusato Washington di non averle fornito una ragione ufficiale per il mancato ottenimento del visto. Tuttavia, la diplomatica ha le idee chiare: la decisione americana, ha affermato, deriva dalla sua “zero tolleranza nei confronti dell’occupazione israeliana e a tutte le sue manifestazioni di oppressione, spoliazione e negazione”. “Questa amministrazione [americana] – ha aggiunto – ha deciso che non merito di mettere piede negli Usa. Spero che qualcuno lo spiegherà ai miei nipoti e al resto della mia famiglia che vivono lì”.
Raggiunto dalla Reuters, un ufficiale del Dipartimento di Stato americano non ha commentato direttamente il caso Ashrawi, ma si è limitato a dire che negli Stati Uniti i visti d’ingresso non sono rifiutati in base alle considerazioni politiche di chi ne fa richiesta fintanto che, ha però sottolineato, le dichiarazioni politiche o i punti di vista politici espressi sono “considerati legali”. La domanda a questo punto nasce spontanea: perché allora viene negato a Ashrawi di entrare negli Usa? Nell’America di Trump è ancora “legale” criticare Israele e la Casa Bianca e rivendicare i diritti dei palestinesi? Da questo caso, sembrerebbe proprio di no.
Pur nella sua gravità, il visto negato ad una figura così nota del mondo politico palestinese non è una decisione sorprendente. Da quando è stato eletto presidente, la politica di The Donald in Medio Oriente si è dimostrata sfacciatamente filo-israeliana. Nell’ordine ha tagliato i fondi all’Unrwa (Agenzia dell’Onu per i rifugiati palestinesi), ha spostato l’ambasciata americana a Gerusalemme in barba al diritto internazionale riconoscendo così la Città Santa come capitale d’Israele, ha ritirato il sostegno all’Autorità Palestinese e ha riconosciuto il Golan siriano occupato da Tel Aviv nel 1967 come “parte d’Israele”. L’ulteriore conferma del sostegno incondizionato americano verso Israele (un vero e proprio spot per il premier israeliano Netanyahu) dovrebbe avvenire a breve quando l’Amministrazione Trump rivelerà il suo “accordo del secolo”. Il piano, progettato dal genero del presidente Jared Kushner, di fatto segnerà la fine dei sogni palestinesi ad avere un loro stato indipendente e in grado di autosostenersi (come prevede il diritto internazionale).
Contro i tentativi smaccatamente filo-israeliani degli americani, il mondo politico palestinese ha duramente protestato. Tra le voci più critiche è emersa in questi mesi proprio quella di Ashrawi che domenica aveva attaccato su Twitter Jason Greenblatt, inviato di Trump in Medio Oriente e uno degli architetti del “piano di pace” per Israele e Palestina. Greenblatt, ha cinguettato la diplomatica, è “un autoproclamato sostenitore/apologeta d’Israele”. Proprio l’inviato Usa aveva detto lo scorso febbraio che Ashrawi “è sempre benvenuta alla Casa Bianca”. Parole che sanno ora di beffa.
Quanto denunciato ieri dall’alta diplomatica palestinese fai il paio con il recente ingresso negato a Omar Barghuthi, l’attivista palestinese per i diritti umani nonché fondatore del movimento per il Boicottaggio, Disinvestimenti e Sanzioni (Bds) contro Israele. Lo scorso 10 aprile, infatti, Barghuthi si è visto rifiutare l’ingresso negli Usa nonostante avesse documenti di viaggio validi. All’aeroporto di Tel Aviv all’attivista fu detto semplicemente che non avrebbe più viaggiato in America dove avrebbe dovuto partecipare ad un incontro a Washington fissato per il giorno seguente. Barghouti parlò di “decisione motivata politicamente e ideologicamente”. Washington non rispose allora alle sue accuse. 

venerdì 9 ottobre 2015

Anche Gandhi avrebbe capito la violenza dei palestinesi - Gideon Levy

Dopo la propaganda mediatica, l’istigazione alla violenza, la follia, il lavaggio del cervello e il vittimismo degli scorsi giorni, la domanda più semplice riemerge con tutta la sua forza: chi ha ragione?
Nell’arsenale a disposizione d’Israele non rimangono più argomentazioni valide, niente che una persona per bene potrebbe prendere per buono. Anche il mahatma Gandhi comprenderebbe le ragioni dietro a questa esplosione di violenza da parte dei palestinesi. Anche chi rifiuta la violenza, considerandola immorale e inutile, non può fare a meno di capire il perché delle sue periodiche esplosioni. La vera domanda, anzi, è perché la violenza non esploda più di frequente.
Che si tratti di capire chi abbia cominciato o chi sia il colpevole, il dito è puntato, a ragione, solo e soltanto verso Israele. I palestinesi non sono esenti da colpe, ma la principale responsabilità ricade su Israele. Fino a quando Israele non farà qualcosa per alleggerire questa sua responsabilità, non esisteranno le condizioni perché possa avanzare la benché minima richiesta nei confronti dei palestinesi. Tutto il resto non è altro che falsa propaganda.
Come ha scritto recentemente l’attivista palestinese Hanan Ashrawi, i palestinesi sono l’unico popolo sulla terra a cui è chiesto di garantire la sicurezza degli occupanti, mentre Israele è l’unico paese che esige di essere protetto dalle proprie vittime. Come possiamo rispondere?
In un’intervista a Haaretz, il presidente palestinese Abu Mazen ha formulato questa domanda: “Come pensate che reagiscano i palestinesi dopo che l’adolescente Mohammed Abu Khdeir è stato bruciato, che la casa della famiglia Dawabsheh è stata data alle fiamme, dopo le aggressioni da parte dei coloni e il danneggiamento delle loro proprietà sotto gli occhi dei soldati?”. E da che pulpito possiamo rispondere? Ai cent’anni di espropri e ai cinquanta di oppressione possiamo aggiungere gli ultimi anni, segnati dall’inaccettabile arroganza degli israeliani che, una volta ancora, sta esplodendo proprio davanti a noi.
I palestinesi non sono esenti da colpe, ma la principale responsabilità ricade su Israele
Sono stati anni nei quali Israele ha pensato di poter fare i suoi comodi senza mai pagarne il prezzo. Ha pensato che il ministro della difesa potesse vantarsi di conoscere l’identità degli assassini dei Dawabsheh senza arrestarli, tanto i palestinesi si sarebbero trattenuti. Ha pensato che quasi ogni settimana un bambino o un adolescente potessero essere uccisi dai suoi soldati, tanto i palestinesi non avrebbero reagito. Ha pensato che i dirigenti militari e politici potessero coprire dei crimini senza che nessuno fosse incriminato. Ha pensato che le case potessero essere demolite, i pastori cacciati e che i palestinesi lo avrebbero umilmente accettato. Ha pensato che dei coloni delinquenti potessero danneggiare, bruciare e agire come se le proprietà dei palestinesi fossero le loro, tanto questi ultimi avrebbero chinato il capo.
Ha pensato che i soldati israeliani potessero fare irruzione nelle case dei palestinesi ogni notte, terrorizzando, umiliando e arrestando delle persone. Che centinaia di persone potessero essere arrestate senza processo. Che lo Shin Bet, i servizi segreti, potesse ricominciare a torturare con dei metodi ereditata da Satana. Ha pensato che le persone che facevano lo sciopero della fame e i prigionieri rilasciati potessero essere nuovamente arrestati, spesso senza motivo. Che ogni due o tre anni Israele potesse distruggere Gaza, tanto questa si sarebbe arresa e la Cisgiordania sarebbe rimasta tranquilla. Che l’opinione pubblica israeliana avrebbe applaudito tutto questo, acclamandolo nei casi migliori o esigendo altro sangue palestinese in quelli peggiori, con una sete che è difficile comprendere. E i palestinesi, tanto, avrebbero perdonato tutto.
Questa situazione potrebbe andare avanti per molti altri anni: Israele è più forte che mai. L’occidente è indifferente e le permette di agire indisturbata. I palestinesi, nel frattempo, si sono fatti deboli, divisi, isolati e feriti come mai sono stati dai tempi della Nakba.
Questa situazione può andare avanti per molti anni: Israele è più forte che mai e l’occidente è indifferente
Insomma, tutto ciò potrebbe andare avanti perché Israele è in grado di farlo, e la gente vuole che lo faccia. Nessuno cercherà di fermarla, se non l’opinione pubblica internazionale, che Israele respinge bollandola come odio antiebraico.
E non abbiamo detto una parola sull’occupazione stessa e sull’impossibilità di mettervi fine. Siamo stanchi. Non abbiamo detto una parola sull’ingiustizia del 1948, che avrebbe dovuto chiudersi lì e invece è ripresa con forza anche maggiore nel 1967, continuando senza che se ne intraveda la fine. Non abbiamo parlato del diritto internazionale, della giustizia naturale e della morale umana, nessuno dei quali può accettare, in nessun modo, quel che sta succedendo.
Quando si osservano dei giovani che uccidono dei coloni, lanciano bombe incendiarie verso i soldati o scagliano pietre contro gli israeliani, bisogna ricordare che questo è il contesto. Per ignorarlo, occorrono grandi dosi di ottusità, ignoranza, nazionalismo o arroganza, o di una somma di tutte queste cose.
(Traduzione di Federico Ferrone)
Questo articolo è stato pubblicato su Haaretz.