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martedì 3 agosto 2021

Università malata (di neoliberismo), nazione infetta

 


Università e invasione neoliberista - Paolo Mottana

Tanti hanno digerito come se niente fosse la trasformazione dell’università in azienda e degli studenti in clienti. Del resto sempre più spesso ciascuno di noi si considera “capitale umano”. “Ogni volta che produciamo qualcosa per il mercato economico – scrive Paolo Mottana – e non per un intrinseco e appassionato interesse di ricerca o di relazione o seguendo un nostro desiderio, posto che non sia stato già plagiato dalla logica aziendale, stiamo rafforzando il sistema che ci distrugge, che distrugge la vita, le relazioni…”

Dobbiamo stare molto attenti a quello che ci sta succedendo, inconsapevolmente e perciò in modo tanto più incisivo. Lo vedo nei colleghi universitari che in questi anni hanno digerito come se niente fosse la trasformazione dell’università in azienda, il mutamento progressivo del loro linguaggio, l’accettazione supina di un sistema di ricerca totalmente nelle mani di un mercato finanziario e di fondazioni il cui scopo è tutt’altro che pacifico e che corrisponde perlopiù a logiche commerciali.

Hanno accettato che gli studenti fossero considerati clienti la cui soddisfazione e numerosità è diventato l’unico criterio di qualità, hanno accettato il benchmarking tra atenei, l’avvento della parola governance nel nostro mondo come se fosse cosa innocente e non l’avvento sempre più intenso della lingua capitalista neo-liberista e manageriale nel nostro mondo, l’insinuarsi di criteri di concorrenza nella valutazione delle persone a partire dalle loro qualità manageriali o di quelle di accaparrarsi fondi di ricerca piuttosto che nel merito di quello che fanno come docenti e ricercatori. Infine la squalifica, senza battere ciglio, di chiunque non accetti questo sistema di cose.

Che ci sta succedendo? Come abbiamo potuto divenire così ciechi? O forse non abbiamo mai visto? O forse abbiamo visto benissimo (il che sarebbe davvero inquietante)? Ricordo che anni fa, quando facevo presente a una Direttrice di Facoltà (all’epoca si chiamava ancora così) che stavamo muovendoci rapidamente verso la logica aziendale lei mi rispose che era ineluttabile e che “ora si fa così”, la stessa logica dell’ineluttabilità che fa sì che accettiamo il dominio del mercato e del neo-liberismo in ogni attività della nostra vita e che ormai ciascuno di noi si considera “capitale umano” e investimento personale, non diversamente da una quota di azioni, come se nulla fosse.

La stessa logica dell’unico mondo possibile che da anni l’ideologia neo-liberista con i suoi Chicago Boys e l’infiltrazione pervasiva in tutte le grandi istituzioni accademiche e poi statali e poi scolastiche ha fatto sì che tutti fossimo arruolati nel grande esercito dell’autopromozione, dell’autoinvestimento, dell’autosfruttamento e questo solo per rendere ancora più forte un sistema di dominio che non sembra volersi far sfuggire più nulla, facendo del valore economico l’unico e ormai sacro criterio di distinzione qualitativa tra le cose, le persone, le scelte.

Sono sgomento davanti a tutto questo e invito tutti a sorvegliarsi con grande attenzione perché ogni volta che produciamo qualcosa per il mercato economico e non per un intrinseco e appassionato interesse di ricerca o di relazione o seguendo un nostro desiderio (posto che non sia stato già plagiato dalla logica aziendale) stiamo rafforzando il sistema che ci distrugge, che distrugge la vita, le relazioni, quel residuo di qualità umana che stava nel cercare l’armonia con tutto ciò che ci circonda e nel rispetto per ogni altro.

Occorre letteralmente rifiutarsi, fare sciopero bianco, difendere il vecchio valore di un’istituzione che ancora non moltissimi anni fa, pur con i suoi molti difetti, era organizzata per promuovere il libero sapere, la circolazione della cultura (anche di quella critica) e il gusto di tramandare ai più giovani il rispetto per le idee nella loro pluralità ma anche nel loro significato emancipatorio, liberatorio e non succube del potere, se possibile in tutte le sue forme.

da qui 


Nessuno è riuscito a fermarle - Cinzia Pennati (Penny)

Le ho ascoltate due volte, al minuto 34. La prima volta da sola, l’altra con mia figlia. Queste tre ragazze Virginia Magnaghi, Valeria Spacciante, Virginia Grossi, potevano prendersi il loro diploma e chiuderla lì, invece, si sono esposte e non credo l’abbiano fatto a cuor leggero, tanto è vero che la voce, a tratti, tremava (qui il video che ha fatto il giro del web con il discorso delle tre neolaureate durante la consegna diplomi alla Normale di Pisa, ndr).

Era una voce mai arrogante, friabile ma determinata, non c’era nulla in loro “delle donne con le palle”, quelle donne di sistema di cui in Parlamento e fuori ne abbiamo una grande rappresentazione. Non c’era emulazione dell’uomo che comanda, soggetto e oggetto del patriarcato, c’erano tre giovani donne che hanno condiviso un’azione politica e un messaggio fondamentale per tutti e tutte noi.

Da insegnante, mentre queste tre giovani donne parlavano, pensavo che i nostri ragazzi e ragazze hanno diritto a una scuola non performante ma formativa, non competitiva ma in grado di mettere in azione le competenze individuali nell’azione collaborativa. Un sistema scolastico non frontale, io insegno tu galleggi, ma relazionale, il successo dipende anche dal modo in cui stiamo dentro alla relazione di apprendimento-insegnamento.

Inoltre, nel loro discorso, hanno evidenziato come la scuola e la ricerca siano al servizio non della società e del benessere di tutti ma alle logiche di mercato. Quella scuola-azienda che tanto detestiamo perché non libera ma soggetta al potere economico.

Non hanno dimenticato nessuno, hanno ringraziato tutti i lavoratori e le lavoratrici, anche quelli che omettiamo tutti perché non stanno seduti dietro ad una cattedra.

Hanno parlato chiaramente della disparità di genere, del lavoro di cura che ricade sulle donne incompatibile, spesso, con il desiderio di raggiungere i propri traguardi lavorativi.

Hanno parlato del divario tra nord e sud, di chi tra di loro, ragazzi e ragazze, proprio per la competizione e il modello performante a cui sono sottoposti, si è perso per strada.

A un certo punto mentre parlavano hanno usato parole così potenti che mi sono commossa. “Se noi siamo arrivate qui non è grazie a questo sistema, è nonostante questo sistema”.

Ho pensato a tutti quegli insegnanti e genitori che credono che la disciplina, la meritocrazia, la competizione, la performance, fortifichino l’animo e debbano essere il “fulcro” del sistema scolastico. Ecco, quando pensiamo a riformare la scuola, invece di attaccarci all’innovazione digitale come panacea di tutti i mali, dovremmo pensare ad ogni singola parola di questo discorso.

Inoltre, ci terrei a ribadire che Virginia Magnaghi, Valeria Spacciante, Virginia Grossi, rappresentano per me, quel femminile – che non ricalca il modello maschile – che dovrebbe entrare in politica. Quella capacità di tenere insieme ogni parte, di riconoscere il valore individuale ma, soprattutto, collettivo, di prendersi cura in modo giusto della distribuzione del potere. Quella capacità conciliante, non performante, non discriminante, non patriarcale, capace di non negare la propria friabilità ma di inglobarla e superarla.

Nonostante quella voce tremante, nessuno è riuscito a fermarle, eppure la rappresentazione del potere a cui siamo abituate e abituati, le capacità di leadership che ci hanno imposto, a tratti volgare, presuntuosa, privilegiata, esclude tutte le abilità di cui queste giovani donne si sono fatte portatrici.

Ma quanta forza, potere e determinazione c’era nel loro modo di porsi e nelle loro parole?

A questo punto non c’è migliore conclusione per questo post che quella formulata da loro: “La retorica dell’eccellenza su cui il sistema scolastico e sociale poggiano, non è compatibile con l’incompletezza e la fallibilità di ognuno di noi”. Eccola la scuola di cui avremmo bisogno.

da qui



Non sono in credito – Claudio Giunta

 

Come altre persone che lavorano nell’università, e soprattutto come altri ex allievi della Scuola Normale di Pisa, ho ascoltato il discorso pronunciato da tre normaliste in occasione della consegna dei diplomi di licenza, discorso molto severo circa il sistema universitario italiano (iniquo, precarizzato, asservito a logiche neoliberiste) e critico con il modo in cui si vive e si studia alla Normale (enorme pressione sugli studenti, carrierismo, scarsa collegialità, maschilismo):

 

L’ho ascoltato, devo dire, con scarsa simpatia, persino con un certo fastidio. Dal momento però che conoscenti e amici di cui ho stima sono rimasti – al contrario – favorevolmente impressionati, vorrei provare a spiegare, anzitutto a me stesso, le ragioni di questa mia insofferenza…

 

continua qui

 

 

Claudio Giunta e l’apologo della pompa di benzina - Eliseo Martini

 

Breviario in 15 punti per non perdere la fede nell’intelligenza. Una polemica che parte dalla denuncia del neoliberismo da parte di tre normaliste

1

Se fosse soltanto per il livore che esprime e la totale vacuità delle sue argomentazioni, l’articolo di Claudio Giunta che prende posizione su “il Post” contro l’intervento di Virginia Magnaghi, Valeria Spacciante e Virginia Grossi, le tre studentesse della Normale di Pisa, non varrebbe neanche un briciolo dell’attenzione che il suo autore cerca disperatamente. Diverso è invece se quella lunga e paternalistica filippica viene analizzata come artefatto tipico di una intellettualità (ex) di sinistra sepolta nel sistema universitario italiano, tanto da essere diventata muta nel dibattito pubblico ma che è sempre pronta a prendere posizione contro chi ha il coraggio di metterne in discussione i privilegi e l’autorità morale.

Claudio Giunta e il suo intervento bilioso ben rappresentano questa parte del mondo intellettuale che ha assunto il motto thatcheriano “there is no alternative”, ben nascosto dietro la parvenza di una critica corrosiva all’esistente che non risparmia i “luoghi comuni della sinistra” (l’impegno, per citarne uno) e che strizza l’occhio alla moda del “non politicamente corretto”, in un mercato dell’attenzione nel quale l’importante è differenziarsi per godere del proprio quarto d’ora di celebrità.

Insomma, divertimento assicurato.

2

Questo artefatto intitolato un po’ ambiguamente “Non sono in credito” si presenta ai lettori e alle lettrici con una lunga introduzione che – sulla scorta di una citazione – ha lo scopo di fornire una prima argomentazione al fastidio risentito da Claudio Giunta per il consenso suscitato in molti suoi conoscenti (normalisti come lui) dalle parole delle tre studentesse. Ma serve soprattutto a soddisfare il narcisismo del letterato che ne cita un altro e che usa la letteratura come strumento di analisi. L’argomentazione, ridotta all’osso, è ben riassunta dalla frase in cui Giunta esprime la

“poca considerazione che ho per le opinioni dei più giovani quando queste opinioni riguardano aspetti della vita associata della quale per forza di cose essi non hanno ancora un’esperienza sufficientemente ampia e varia.”

Boom.

3

Le critiche politiche e ben argomentate portate nel dibattito dalle tre studentesse della Normale di Pisa (che sono riassunte in un articolo pubblicato sul sito web della rivista “il Mulino”) non sono da prendere in considerazione secondo Claudio Giunta semplicemente perché provengono da esseri umani giovani. In questo caso l’argomento chiude ad ogni contestazione perché si appoggia su una caratteristica biologica che di per sé esclude dal dibattito pubblico una larga fetta della popolazione mondiale. E’ un argomento di autorità e quindi assolutamente non democratico, perché ancorato a una qualche supposta “naturalità”: “sei giovane? E allora che ne vuoi sapere?”. Chiuso il discorso.

Com’è ovvio si tratta di una argomentazione irricevibile per qualsiasi persona dotata di un minimo di buon senso e che dimostra come pure il raggiungimento di una certa età e di una certa esperienza non basta ad evitare di dire un sacco di scemenze. Ma vogliamo forse impedire ai professori universitari maschi, bianchi e di mezz’età di esprimere il loro autorevole parere? E quale sito di informazione, rivista online, sezione culturale di quotidiano se ne priverebbe mai?...

continua qui


giovedì 25 dicembre 2014

La lingua disonesta: come scrivono al ministero dell’istruzione - Claudio Giunta

Il governo, il ministro dell’istruzione, i collaboratori del ministro, i funzionari del ministero decidono che serve qualcuno che insegni agli insegnanti a insegnare meglio, perciò stanziano una certa quantità di denaro per formare questi formatori: il denaro verrà dato alle scuole (una per regione) che organizzeranno dei corsi ad hoc, e da questi corsi verranno fuori dei “docenti esperti” che poi dissemineranno la loro esperienza e le cognizioni acquisite nelle scuole del territorio.
A mio parere non è una buona idea, anzi è un’idea pessima, ma non è di questo che parliamo adesso.
Presa la decisione, stanziato il denaro, restano da curare i dettagli: informare i mezzi d’informazione, mettere la notizia sul sito del ministero, scrivere la circolare che verrà mandata ai dirigenti scolastici. C’è un ufficio per tutto.
L’ufficio che s’incarica di scrivere la circolare deve intanto dare un titolo, un oggetto, al documento che sta per produrre. Potrebbe essere qualcosa come Formazione degli insegnanti-tutor, oppure Piano per la formazione di insegnanti che aiutino i colleghi ad insegnare meglio, o persino Piano per la formazione di personale docente che migliori la qualità dell’insegnamento nelle scuole. È probabile che all’estensore del documento vengano subito in mente formule del genere; ma con la stessa tempestività capisce che queste formule non vanno bene. Ci pensa su un attimo, quindi scrive:
Piano di formazione del personale docente volto ad acquisire competenze per l’attuazione di interventi di miglioramento e adeguamento alle nuove esigenze dell’offerta formativa.
Risolto il problema dell’oggetto, l’estensore del documento non può passare subito all’informazione, alla cosa che vuole comunicare, non può dire qualcosa come “il ministero ha deciso che bisogna formare dei – diciamo – super-insegnanti che aiutino i colleghi meno esperti (o più demotivati) a far bene il loro lavoro, perciò ha stanziato la somma X, somma che verrà assegnata a scuole che presentino dei buoni progetti di formazione e aggiornamento”. Così è troppo veloce, ci vuole il preambolo. Il preambolo dura circa una pagina, e comincia così:
I mutamenti verificatisi nell’ambito della società e nella scuola implicano che i docenti acquisiscano e sviluppino con continuità nuove conoscenze e competenze. Occorre perciò avviare e sostenere con apposite attività formative processi di crescita dei livelli ed ambiti di competenza coerenti con un profilo dinamico ed evolutivo della funzione professionale.
Si chiama coazione al dicolon, ed è tipica dei temi in classe. Lo scolaro vorrebbe scrivere “Ci vuole molta cura”, ma è irresistibilmente portato a scrivere “Ci vuole molta cura e molta attenzione”; vorrebbe limitarsi a dire che “Restano vari problemi aperti”, ma la coazione al dicolon lo trascina ad aggiungere “e varie questioni irrisolte”. Nelle cinque righe che ho citato, queste zeppe si presentano con la frequenza di un tic nervoso: “nell’ambito della società e nella scuola”, “acquisiscano e sviluppino”, “conoscenze e competenze”, “avviare e sostenere”, “processi ed ambiti”, “dinamico ed evolutivo”. L’aggiunta di senso è minima, impercettibile, a volte nulla (”dinamico ed evolutivo”); e a volte in realtà ad essere aggiunta è una dose di nonsenso: il secondo periodo, da processi di crescita in poi, è quasi incomprensibile, perché la sintassi è slabbrata e i sostantivi astratti formano una nebulosa quasi impenetrabile: cosa sono i “processi di crescita dei livelli”?
I preamboli sono sempre difficili. Il documento migliora andando avanti, le cento righe successive sono meglio di queste prime cinque? Veramente no. Ciò che si potrebbe dire chiaramente in una parola continua a essere detto confusamente in due o in tre. Il dicolon regna sempre sovrano; spuntano qua e là aggettivi puramente decorativi (”attivare a livello nazionale percorsi articolati di formazione in servizio…”), o pletorici (”predisporre una trama di reciproca cooperazione”); la nebulosa dei termini astratti si fa ancora più fitta, la realtà arretra, gli studenti i banchi le lavagne svaniscono in una calda luce crepuscolare (”una base comune di competenza sulla progettazione e sulla organizzazione degli interventi con l’acquisizione di tecniche avanzate e metodi didattici che siano al tempo stesso rigorosi, innovativi e coinvolgenti ed includa l’uso di strumenti pratici indispensabili per gestire aule efficaci”), gli elenchi si fanno onnicomprensivi e scriteriati: “[competenze] di grande importanza per lo sviluppo dell’autonomia scolastica, l’arricchimento dell’offerta formativa, l’efficienza di tutta una serie di servizi decisivi per la scuola, gli studenti e le famiglie, la comunità di riferimento”. Quando salta fuori l’espressione tutta una serie, la patacca non è lontana. E quando dallo sfondo indistinto dei possibili beneficiari si stacca “la comunità di riferimento”, potrebbe anche scorrere del sangue.
Che cos’è questo? Non è esattamente quello che si chiama burocratese. Non è esattamente, come recita la definizione del vocabolario, “lingua pressoché incomprensibile perché infarcita di termini giuridici e inutili neologismi, tipica dell’amministrazione pubblica”. Nel documento ministeriale c’è anche il burocratese – per esempio:
Supportare i processi di valutazione e farsi carico del monitoraggio della loro corretta applicazione in base ai criteri definiti dal C.d.D.
Anziché, parlando più chiaro:
Aiutare nella valutazione e controllare che essa sia in linea con i criteri stabiliti dal collegio dei docenti.
Queste – i “processi di valutazione” al posto delle “valutazioni”, i “farsi carico del monitoraggio” invece di “verificare”, le problematiche e le tematiche al posto dei problemi e dei temi – queste sono bruttezze abituali, sciocchezze abituali, che ormai non chiamano più l’attenzione: uno potrebbe persino dire che sono i ferri del mestiere, un idioletto non più dissonante e arbitrario degli idioletti di tanti altri ambiti professionali.
Non è neppure esattamente l’antilingua di cui ha parlato una volta Calvino. L’antilingua, secondo Calvino, era “l’italiano di chi non sa dire ho fatto ma deve dire ho effettuato”, l’italiano del brigadiere dei carabinieri che, anziché scrivere così la deposizione di un teste: “Stamattina presto andavo in cantina ad accendere la stufa e ho trovato tutti quei fiaschi di vino dietro la cassa del carbone”, la scrive così: “Il sottoscritto, essendosi recato nelle prime ore antimeridiane nei locali dello scantinato per eseguire l’avviamento dell’impianto termico, dichiara d’essere casualmente incorso nel rinvenimento di un quantitativo di prodotti vinicoli, situati in posizione retrostante al recipiente adibito al contenimento del combustibile”.
La lingua della circolare ministeriale non è esattamente questo. Certo, anche qui c’è quella che Calvino definiva “la fuga di fronte a ogni vocabolo che abbia di per se stesso un significato, come se fiasco stufa carbone fossero parole oscene, come se andare trovare sapere indicassero azioni turpi”. Ma la sostituzione di fiasco con prodotti vinicoli, di stufa con impianto termico, di carbone con combustibile, per quanto idiota, non impediva di venire a capo, alla fine, di un senso: ritradotto in un italiano “reale”, il messaggio passava.
Il messaggio della circolare ministeriale, invece, non passa. Non tanto perché la scuola viene chiamata servizio scolastico e la regione diventa l’ambito territoriale, quanto perché, nel suo insieme, la circolare ministeriale non sembra scritta in italiano, o meglio perché le parole che contiene sono certamente italiane, ma i rapporti tra le parole non sembrano produrre un senso compiuto: è come se la pressione delle parole – che sono troppe, e troppo pesanti – avesse fatto evaporare i nessi sintattici (che sono anche nessi logici). Il risultato sono locuzioni senza senso come “processi di crescita dei livelli” (”tentativi di migliorare la qualità degli insegnanti”?), o interi periodi che sembrano scritti estraendo a caso dal sacchetto delle parole astratte, come:
Reti di istituzioni scolastiche ben organizzate, facendo ricorso ove possibile alle risorse interne, favoriscono la valorizzazione delle specificità professionali presenti nel territorio in funzione di supporto alle esigenze di rinnovamento e arricchimento dei curricoli, di iniziative progettuali, di miglioramento dell’azione educativa e dell’efficienza organizzativa del servizio scolastico.
O come:
La formazione degli insegnanti contribuisce ad esempio, ad attuare significativi interventi nel campo di un orientamento che guardi alle connotazioni delle professioni, che possono trovare spazio con l’utilizzo delle quote di flessibilità praticabili dalle scuole autonome.
Qui c’è tutto: la punteggiatura messa a caso (la virgola dopo esempio, ma non prima), gli aggettivi esornativi (”significativi interventi”), le perifrasi astruse (cosa sono mai le “connotazioni delle professioni”?), i tecnicismi inutili (”quote di flessibilità praticabili”); quelli che mancano sono i nessi sintattici: a cosa si riferisce il che di “che possono trovare spazio”, agli interventi, alle connotazioni o alle professioni? E cosa vuol dire che gli interventi (o le connotazioni, o le professioni) “possono trovare spazio con l’utilizzo”? Sarà “attraverso l’utilizzo” (vulgo: “adoperando”)? Ma cosa vuol dire, comunque? E una “quota di flessibilità”, qualsiasi cosa sia, si “pratica”?
Pare che una volta, mentre era negli Stati Uniti, abbiano detto a Salvemini che stavano traducendo Vico in inglese. E pare che Salvemini abbia risposto: “L’inglese è una lingua onesta: di Vico non resterà niente”. Intendendo – non importa se a ragione o a torto – che Vico aveva idee fumose, e che l’inglese è invece una lingua chiara e distinta, che le idee fumose le smaschera, le dissolve.
Chissà se è vero. Chissà se esiste davvero uno spirito delle lingue, che ne rende alcune oneste e altre disoneste, o se invece le lingue non c’entrano, e l’onestà e la disonestà stanno nella coscienza di chi le adopera. Ma l’etichetta è trovata. Né burocratese né antilingua: quella della circolare del Miur del 27/11/2014 (prot. 0017436) è la lingua disonesta di chi non sa bene che fare, non ha le idee chiare, non vuole assumersi le responsabilità che gli competono (e che il discorso chiaro impone a chi lo pronuncia), e lascia a chi deve leggere (e soprattutto: a chi deve obbedire) il compito di decifrare, di leggere fra le righe, di stiracchiare le parole e i concetti dalla parte che vuole, anzi di interpretare le parole e i concetti come s’interpreta il Talmud, cercando d’indovinare le intenzioni di un padrone invisibile e capriccioso, che dice e non dice, che lascia agli altri il compito di riempire con qualcosa lo spazio che lui ha lasciato vuoto non per liberalità ma per inabilità a parlar chiaro, ossia a decidere, e cioè per codardia.
La lingua disonesta. In un suo saggio sull’educazione, Neil Postman sosteneva che la cosa davvero importante era insegnare non tanto a essere intelligenti, quanto a non essere stupidi, e che quindi una buona didattica avrebbe dovuto mirare, più che a riempire la testa degli studenti di buone idee e buone abitudini, a togliere dalla testa degli studenti le idee e le abitudini dimostrabilmente sbagliate o sciocche. Se questo è vero, un’ora di lettura in classe della circolare Miur del 27/11/2014, un’ora di lingua disonesta, potrebbe giovare più di un’ora di Manzoni, e certamente più di tante regole astratte su come si scrive e non si scrive. (Nel frattempo, suggerirei alla ministra Giannini, che prima di essere ministra è una glottologa, di convocare la direttrice generale del ministero, dottoressa Maria Maddalena Novelli, e di rileggere insieme a lei piano piano, parola per parola, solecismo per solecismo, la circolare suddetta, che la dottoressa Novelli ha firmato, così come l’hanno dovuta leggere tutti i dirigenti scolastici d’Italia, una mattina di qualche settimana fa).
da qui

(grazie a Edoardo per la segnalazione)


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