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domenica 10 agosto 2025

Pro o contro la bomba atomica - Elsa Morante


La nostra bomba è il fiore, ossia la espressione naturale della nostra società contemporanea, così come i dialoghi di Platone lo sono della città greca; il Colosseo, dei Romani imperiali; le Madonne di Raffaello, dell’Umanesimo italiano; le gondole, della nobiltà veneziana; la tarantella, di certe popolazioni rustiche meridionali; e i campi di sterminio, della cultura piccolo-borghese burocratica già infetta da una rabbia di suicidio atomico. Non occorre, ovviamente, spiegare, che per cultura piccolo-borghese s’intende la cultura delle attuali classi predominanti, rappresentate dalla borghesia (o spirito borghese) in tutti i suoi gradi. Concludendo, in poche, e oramai, del resto, abusate parole: si direbbe che l’umanità contemporanea prova la occulta tentazione di disintegrarsi.

Si insinuerà che il primo germe di questa tentazione è spuntato fatalmente nel nascere della specie umana, e si è sviluppato con lei; e perciò quanto oggi avviene non sarebbe che la crisi necessaria del suo sviluppo. Ma questo non farebbe che riproporre l’ipotesi. E nota, e ormai volgarizzata, la presenza simultanea nella psicologia umana dell’istinto di vita (Eros) e dell’istinto di morte (Thànatos). Perfino, a proposito di quest’ultimo, si potrebbe in teoria, cioè senza arbitrio logico, leggere le Sacre Scritture di tutte le religioni nell’interpretazione presunta che tutte, e non solo quella indiana, insegnino l’annientamento finale come l’unico punto di beatitudine possibile. E difatti alcuni psicologi parlano di un istinto del Nirvana nell’uomo. Però, mentre il Nirvana promesso dalle religioni si guadagna per la via della contemplazione, della rinuncia a se stessi, della pietà universale, e insomma attraverso l’unificazione della coscienza, al suo maligno surrogato piccolo-borghese, inteso per i nostri contemporanei, si arriva appunto attraverso la disintegrazione della coscienza, per mezzo della ingiustizia e demenza organizzate, dei miti degradanti, della noia convulsa e feroce, e così di seguito. Infine, le famose bombe, queste orchesse balene che se ne stanno a dormire nei quartieri meglio riparati dell’America, dell’Asia e dell’Europa: riguardato, custodite e mantenute nell’ozio come fossero un harem: dai totalitari, dai democratici e da tutti quanti; esse, il nostro tesoro atomico mondiale, non sono la causa potenziale della disintegrazione, ma la manifestazione necessaria di questo disastro, già attivo nella coscienza.

Adesso non voglio certo opprimervi con una milionesima descrizione delle evidenze del disastro, nel loro spettacolo sociale quotidiano; il quale viene accusato e registrato continuamente in saggi, conferenze, trattati. E del resto è così vistoso e persecutorio che perfino i nostri poveri prossimi animali (cani, gatti, per non dire gli infelicissimi polli) ne avvertono sensibilmente lo strazio. No, vi risparmio questo quadro famigerato: tanto più che ho già il rimorso di essere venuta qui a intrattenervi con un argomento così tetro invece che con una bella fiaba (dato che certi affezionati si adoperano a smerciare i miei libri facendoli passare sotto una specie di fiabe!!!).

E tanto meno mi incarico di fare adesso una predica propagandistica contro la bomba (fra l’altro, con certi propagandisti di questo tipo ho delle questioni polemiche). No, povera me, chi mi darebbe tanto valore, e tanto fiato? E io stessa, poi, sono cittadina del mondo contemporaneo, anch’io forse, sono soggetta alla universale estrema tentazione. E dunque, finché non me ne sento proprio immune, farò meglio a non vantarmi tanto.

Però, nello stesso tempo, per merito della fortuna, io mi onoro di appartenere alla specie degli scrittori. Da quando, si può dire, ho incominciato a parlare, mi sono appassionata disperatamente a quest’arte, o meglio, in generale, all’arte. E spero di non essere troppo presuntuosa se credo di avere imparato, attraverso la mia lunga esperienza e il mio lungo lavoro, almeno una cosa: una ovvia, elementare definizione dell’arte (o poesia, che per me vanno intese come sinonimi).

Eccola: l’arte è il contrario della disintegrazione. E perché? Ma semplicemente perché la ragione propria dell’arte, la sua giustificazione, il solo suo motivo di presenza e sopravvivenza, o, se si preferisce, la sua funzione, è appunto questa: di impedire la disintegrazione della coscienza umana, nel suo quotidiano, e logorante, e alienante uso col mondo; di restituirle di continuo, nella confusione irreale, e frammentaria, e usata, dei rapporti esterni, l’integrità del reale, o in una parola, la realtà (ma attenzione ai truffatori, che presentano, sotto questa marca di realtà, delle falsificazioni artificiali e deperibili). La realtà è perennemente viva, accesa, attuale. Non si può avariare, né distruggere, e non decade. Nella realtà, la morte non è che un altro movimento della vita. Integra, la realtà è l’integrità stessa: nel suo movimento multiforme e cangiante, inesauribile – che non si potrà mai finire di esplorarla – la realtà è una, sempre una.

Dunque, se l’arte è un ritratto della realtà, chiamare col titolo di arte, una qualche specie, o prodotto, di disintegrazione (disintegrante o disintegrato), sarebbe per lo meno una contraddizione nei termini. Si capisce, quel titolo non è brevettato dalla legge, e nemmeno sacro e inviolabile. Ognuno è padrone di mettere quel titolo di arte dove gli pare; ma anch’io sarò padrona, quando mi pare, di denominare costui per lo meno un pazzariello. Come sarei padrona di chiamare pazzariello – diciamo in via di esempio ipotetico – un signore che insistesse per forza a offrirmi nel nome di sedia un rampino appeso al soffitto.

Ma allora, bisognerà porsi una domanda: poi che l’arte non ha ragione se non per l’integrità, quale ufficio potrebbe assumersi dentro il sistema della disintegrazione? Nessuno. E se il mondo, nella enormità della sua massa, corresse alla disintegrazione come al proprio bene supremo, che cosa resterebbe da fare a un artista (ma da questo momento in poi, se permettete, come riferimento particolare che vale per ogni artista in generale, considererò lo scrittore) – il quale, se è tale veramente, tende all’integrità (alla realtà) come all’unica condizione liberatoria, festosa, della sua coscienza? Non gli resterebbe che scegliere. O si convince di essere lui nell’errore, e nel torto. E che quella figura assoluta della realtà, l’integrità segreta e unica delle cose (l’arte), non era che un fantasma prodotto dalla sua propria natura – un trucco di Eros, diciamo, per far durare l’imbroglio. In questo caso, sentirà scadere irrimediabilmente la sua funzione, la quale anzi gli risulterà peggio che vana, disgustosa, come il delirio di un drogato. E, in conseguenza, cesserà dallo scrivere.

Oppure, lo scrittore si convince che l’errore non è dalla sua parte, Che non lui stesso, ma i suoi contemporanei, nella loro enorme massa, sono nell’equivoco. Che insomma non è, diciamo, Eros, ma Thànatos, invece, l’illusionista, che fabbrica le sue visioni mostruose per atterrire le coscienze e imbrogliarle, snaturandole dalla loro sola contentezza e deviandole dalla spiegazione reale. Così che, ridotti alla elementare paura dell’esistenza, nella evasione da se stessi e quindi dalla realtà, loro, come chi ricorre alla droga, si assuefanno all’irrealtà, che è la degradazione più squallida, tale che in tutta la loro storia gli uomini non hanno conosciuto mai l’uguale. Alienati, poi, anche nel senso della negazione definitiva; poiché per la via della irrealtà non si arriva al Nirvana dei sapienti, ma proprio al suo contrario, il Caos, che è la regressione infima e la più angosciosa.

(Elsa Morante, Pro o contro la bomba atomica e altri scritti, Adelphi 1987 pp. 99-104)

da qui

mercoledì 22 ottobre 2014

lettere immaginarie e no

Elsa Morante parlava del mondo salvato dai ragazzini, scrivere due lettere, immaginarie (e realistiche), è un modo con il quale due ragazzini italiani si sentono coinvolti.
e poi un algerino, incontrato da Pino Petruzzelli, e due turchi, di ieri, ma il tempo non importa, raccontano le loro storie, di perdenti e perduti, scarti umani di un mondo che ne produce ogni giorno di più.
arriverà un giorno nel quale la storia giudicherà gli statisti in base a un indice semplice semplice, aver fatto crescere o diminuire il numero delle persone che non hanno niente da perdere - franz
 
Lettera ad un immigrato clandestino approdato sulle nostre spiagge
Caro amico,
c’è chi ti disprezza, chi ti umilia, chi ti imbroglia, chi ti perseguita… ma io ti stimo.
Tu senza sapere ciò che accadrà, tenti il costoso e rischioso viaggio della fortuna,
impavido e sacrificando la tua vita per un futuro migliore.
Affidando i risparmi di una vita ad un crudele scafista, il quale a tuo discapito è
pronto a scaraventarti in mare senza pietà e sensi di colpa, anzi, con sollievo per
essersi liberato di te. Tu in enorme difficoltà vai speranzoso, in cerca di una nuova
vita.
E arrivato qui, sei costretto ad affrontare la crudeltà umana che già esisteva un
tempo e che continua ad esserci anche oggi, nel 2013.
Ecco, fuggi dalla fame e dalla guerra, per trovarti chiuso in un “ CENTRO
D’ACCOGLIENZA”, da dove deluso cercherai altre strade.
Forse fuggirai ancora una volta e ti nasconderai ancora una volta e, ancora una volta
sarai discriminato e deriso, ma tu, col tuo sorriso, porgerai l’altra guancia e
proseguirai, il tuo lungo viaggio.
Per sopravvivere, ti lascerai alle spalle la fame, gli insulti, gli stenti e le umiliazioni.
Il viaggio della fortuna è terminato, o forse è appena cominciato, ma stai tranquillo
perché, anche se, non capisco la tua lingua, non professo la tua religione, non so nulla
dei tuoi usi, costumi e tradizioni, sono anch’io un essere umano e so che tu, come me
hai un’anima, dei sentimenti e delle emozioni, so benissimo ciò che hai provato, provi e
continuerai a provare, pertanto se avrai bisogno d’aiuto, bussa alla mia porta ed io
sarò al tuo fianco.
BUONA FORTUNA AMICO!!!
 
Lettera da un clandestino immaginario
di Federico Mangialardo, 17 anni, studente
"Caro amico che ti trovi da qualche parte nel mondo; tu che vivi nel mondo civilizzato, tu che abbracci la tua famiglia sicuro di un tetto sulla testa, di un piatto caldo pronto per te, che sei nato nella parte giusta del mondo. Sono sicuro che non avrai molto tempo per me, per i tuoi fratelli sparsi nel mondo che cercano di sopravvivere, ma ti chiedo solo il tempo di leggere queste righe.
Io sono uno di quelli che solitamente chiami”clandestini”, uno di quelli che arriva nella tua terra in punta di piedi, senza pretendere molto, se non un po' di dignità, di pace e di lavoro.
Lo so che non passo per le vie convenzionali ma per me, come per il mio amico Musa, che viene dal Gambia e non ha nemmeno avuto l'opportunità di andare a scuola, quelle vie sono ancora più difficili che traversare il Mediterraneo su di un barcone fatiscente, che attraversare il deserto per poi rischiare la vita in Libia.
Tu devi capire questo: di alternative non ne avevo, a casa mia c'è la guerra, una guerra civile costante e perpetua, della quale pure i tuoi giornali si sono stancati di parlare. Altri miei fratelli sono scappati dalla fame. Che alternative potevamo avere se non partire? Diventare pirati come capita in Somalia? Li compiono azioni sbagliate, ma cosa gli posso rimproverare, di provare a restare in vita?
I soldi in certe parti dell'Africa, se ci sono, vanno nelle mani di potenti, ricchi, signori della guerra con cui, magari, il tuo governo fa affari. Detto questo spero che perdonerai il somalo che da qualche tempo dorme qui con me nel tuo paese.
E non mi piace poi così tanto anche ricevere i soldi dal tuo governo, ma che ci posso fare? Io vorrei lavorare, darmi da fare, cercare di dare una svolta alla mia vita. Però qui non c'è lavoro nemmeno per chi ci è nato. Mi dispiace, ma non ho intenzione di arrendermi alla vita che mi tocca; ho inseguito una speranza, sono arrivato troppo lontano per poterci rinunciare proprio ora.
Ora sono qui e ti chiedo aiuto; sono qui e affido il mio destino a te. Ti posso solo offrire la mano e la gratitudine di un uomo che ha combattuto a suo modo per cambiare il corso della propria storia.
Sperando che tu possa capirmi e aiutarmi.
 
dice Ken Loach:
“Il razzismo ha una funzione nella nostra società. Fa in modo di impedirci di identificare il nostro vero nemico. La responsabilità del problema dei senza tetto, della povertà e dello sfruttamento non è delle persone più povere e sfruttate. Farli diventare il capro espiatorio, perché sono neri o marroni o perché vengono da una cultura diversa, lascia i veri sfruttatori liberi di agire. Una classe di lavoratori divisa dal razzismo è perfetta per gli imprenditori. Essi traggono beneficio dal lavoro a basso costo, mettendo i lavoratori gli uni contro gli altri. Qualunque sia la loro retorica, i fascisti che si servono del razzismo parlano nell'interesse del capitale.
Dobbiamo ricordare che l’offesa fatta a uno, di qualunque razza egli o ella sia, è un’offesa fatta a tutti.”
 
“Io abitavo in un paese che si chiama Algeria.
Amo la vita e amo quello che faccio.
Il mio lavoro è un messaggio per il mio popolo.
In un paese che sta lottando per una causa giusta che si chiama democrazia, mi hanno condannato a morte perché le mie idee sono diverse dalle loro.
Mi hanno condannato perché sono un uomo di teatro.
Mi hanno condannato a morte perché mi esprimo attraverso il mio lavoro, perché ho detto quello che penso di questi fondamentalisti che hanno monopolizzato la religione.
Adesso sono in un paese che si chiama Italia e sa cosa significa democrazia e cosa significa emigrazione: fuggire da un inferno per trovare un altro inferno.
Grazie.”
 
«Sono un turco. Un turco che è entrato clandestinamente in Svizzera dall’Italia, come quel bambino di sette anni che è morto l’altra notte di freddo e di fame mentre tentava di venire qui, dove sono adesso io, vivo e felice. Perché si sorprende, signore? Io sono felice, davvero. Sono in Svizzera. Sto in questa baracca che si chiama Centro di registrazione degli asilanti, quelli che hanno chiesto asilo, mi scusi se sono in pigiama, se voglio posso uscire: mi sento davvero libero. Ah, lei non ci crede? Se lei dice che un uomo come me non può sentirsi davvero libero perché vive in una baracca e si chiama con una sigla, io sono S31, mi pare, si sbaglia. Se sente la mia storia cambierà subito idea».
S31 è uno dei diecimila e ottocento immigrati clandestinamente in Svizzera dal primo gennaio scorso ad oggi, il 90 per cento sono turchi, come lui. E’ facile entrare in Svizzera. E’ difficile restarci. Un modo è quello di chiedere asilo politico: gli «asilanti» hanno diritto a restare, nei Campi di raccolta, almeno il tempo dell’inchiesta per accertare se sono perseguitati o «se fanno i furbi».
S-31 la sua storia la racconta così. «Sono nato 23 anni fa in un villaggio turco dell’Est, uno di quei paesini dove ci sono tanti militari e tanta polizia. Da lì me ne sono andato. Credevo che a Istanbul fosse diverso. Per vivere facevo il cuoco. Ma vivevo male. Pochi soldi, niente casa. Davo da mangiare e distribuivo qualche manifesto per quelli di Dev-Sol, un’organizzazione politica di sinistra. Lavoravo, lavoravo, ma non avevo mai il giusto, sempre qualcosa di meno. E allora, via. Un giorno al ristorante arriva un autista di Tir. Te ne vuoi andare, mi dice? Sì, me ne voglio andare. Con duemila franchi svizzeri, un milione e settecentomila delle vostre lire italiane si può fare, mi dice. Potevo portare una sola borsa, con tutto dentro. Tanto non avevo più nulla. Per mettere insieme i soldi del viaggio ho bruciato tutto quello che avevo. Una notte sono salito dentro quel Tir, nel cassone, con gli altri, una ventina. Istanbul, Bulgaria, Jugoslavia, Italia, Milano: quattro giorni di viaggio. Da mangiare e da bere ce lo dava ogni tanto l’autista. Per la toilette, scusi signore, facevamo tutto all'aperto. L’autista si fermava nei posti dove non c’era nessuno, quasi sempre dì notte. A Milano sono sceso dal Tir: due uomini, due italiani erano venuti a prendermi con la jeep. Non so proprio dov'ero; so solo che ero a Milano. Ma lì ci sono stato poco. Siamo partiti quasi subito. Mi hanno portato a un valico, quale non lo so. Ah, ho dovuto pagare ancora, ma non mi hanno imbrogliato: lo sapevo prima. Questa volta l’equivalente di duemila marchi tedeschi, più o meno un milione e mezzo delle vostre lire. Gli ultimi soldi, ma ne valeva la pena. Con la jeep mi hanno portato su una montagna. Eravamo ancora in Italia. Poi mi hanno fatto camminare, tre ore nei boschi. Faceva molto freddo, ma non m’importava. Quando sono arrivato al confine è stato un po’ strano. C’era quella rete metallica con un buco. Italia e Svizzera sembravano proprio uguali. Ma dall'altra parte del buco, un po’ più in là, c’era un’altra macchina che mi aspettava; o forse era la stessa che mi aveva portato al confine, poi era entrata in Svizzera e ora veniva a prendermi. I due italiani mi hanno portato a Friburgo. Non lo so perché proprio lì. Io non capivo loro e loro non capivano me. Mi hanno fatto vedere il posto di polizia da lontano e mi hanno fatto segno che dovevo andare lì. Ho chiesto asilo politico. Se non accetteranno la mia domanda? Finirebbe male, per me. Ma io preferisco pensare che tutto andrà a posto e io farò il cuoco in Svizzera».
S40 ha ascoltato in silenzio: ha i capelli lunghi e neri, gli occhi chiari e gli orecchini d’oro: l’unica cosa che valga qualcosa. Pure lei ha una storia da raccontare. «Anche io sono turca, anche io ho 23 anni, però non sono musulmana, sono curda. Mia madre mi ha detto: vai via, salvati almeno tu. Così una mattina ho preso il bus a Istanbul. Mio padre era già lontano, nel Kuwait a fare l’operaio, mia madre fa tessuti, uno dei miei due fratelli fa l’università. Li ho lasciati, ma loro sono contenti per me. Con tre milioni di lire turche ho comprato il biglietto del bus fino a Milano e il passaporto falso. Con 1800 marchi tedeschi il viaggio in auto da Milano al confine. Con un milione e 200 mila lire italiane il passaggio dalla frontiera fino a Basilea, in macchina. Mia madre ha venduto le sue ultime cose per aiutarmi. Lo sapevo che facevo una cosa illegale, ma era l’unico modo. La Svizzera è bella: finora ho conosciuto poche persone. Quei signori del battello a Basilea, perché in quella città il Centro per i profughi è in un barcone sul fiume. E questi qui al centro di Chiasso. Non ho scelto io di venire qui: è stato il caso, il destino. A me interessava soltanto arrivare in Svizzera. Sì, è come me la immaginavo: un posto dove vorrei fermarmi a vivere. Perché, signore, dice che potrei non avere l’asilo politico? Non sapevo di quel bambino morto al passo dello Spinga, magari sono passata anch'io di là e ora sono qui. Vede che sono fortunata?». Nel cortile della baracca si gioca a pallone aspettando di sapere se si è uno dei 65 ogni cento immigrati clandestini che ottengono l’asilo politico, il diritto di restare e quello a un lavoro. Quasi sempre «nero», ma non importa.
Francesco Cevasco