Visualizzazione post con etichetta ebrei. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta ebrei. Mostra tutti i post

venerdì 3 aprile 2026

SI, TUTTI GLI EBREI! - Amanda Gelender

 

Tutti gli ebrei devono annientare il Sionismo all’interno del Giudaismo.

Gli ebrei devono distruggere lo Stato israeliano e l’ideologia sionista nella sua interezza, in ogni suo nodo e tentacolo, inclusa la colonia che ospita Israele: l’America. Mi sta più a cuore la Palestina che l’Ebraismo. Se l’Ebraismo deve morire perché la Palestina possa vivere, che muoia.

 

Ho maturato un immenso disprezzo per il mio popolo, per il male che abbiamo commesso e per i demoni che siamo diventati. La nostra vile ipocrisia, il nostro struggimento per l’Olocausto, la nostra egoistica dissociazione, la nostra insaziabile ambiguità, la nostra catatonica inazione, il nostro debole sventolare cartelli, le nostre condanne condiscendenti, il nostro vittimismo auto commiserativo, i nostri tradimenti autoindulgenti, il nostro sfacciato egocentrismo, il nostro carrierismo sfruttatore, il nostro razzismo basato sul sangue e sulla terra, la nostra codardia liberale, le nostre montagne di vuote banalità in mezzo a montagne di cadaveri palestinesi che abbiamo annientato a sangue freddo. Israele ha probabilmente ucciso centinaia di migliaia di persone in due anni e mezzo di bombardamenti incessanti, esecuzioni e carestie provocate a Gaza. La profondità del nostro sadismo sembra non conoscere limiti.
Una delle ultime volte in cui il respiro e il cuore pulsante dell’ebraismo – quello annunciato dal profeta Mosè – sono esistiti e si sono manifestati, è stata ad Auschwitz, quando i sionisti ebrei erano già impegnati a costruire quella che sarebbe diventata la colonia di sterminio ebraica, “Israele”.

Se un’eco dell’ebraismo di Mosè possa ancora esistere o essere recuperabile è ancora da stabilire, ma posso affermare con certezza: non mi interessa, non è per questo che sono qui, non ho la volontà né il desiderio di prendere in considerazione la possibilità di una continuità dell’ebraismo finché l’entità sionista non sarà ridotta in cenere e la Palestina non sarà libera. Questa non è una lotta autoreferenziale per l’«anima dell’ebraismo», la Palestina non è la nostra «resa dei conti morale ebraica». Non c’è traccia di moralità ebraica. La Palestina è una lotta di liberazione anticoloniale e decoloniale in cui noi ebrei siamo i padroni fascisti, i propagandisti e i finanziatori spietati, i soldati-coloni militarizzati che demoliscono e rubano case, scatenano pogrom in Cisgiordania e giustiziano bambini in massa.
I sionisti ebrei diranno che questo evoca “stereotipi antisemiti” – non ci interessa, le vostre parole cadono nel vuoto mentre gli ebrei in “Israele” celebrano Purim esultando per attentati come l’omicidio di 165 studentesse e membri del personale scolastico uccisi dai raid aerei israelo-americani sull’Iran. La verità del terrorismo ebraico è già impressa a fuoco nella terra palestinese, marchiata e incisa sulla pelle dei palestinesi con svastiche di David. Gli ebrei ora vivono e animano l’era del giudaismo totalitario; non voglio più sentire parlare di “antisemitismo” o di “vittimismo ebraico”.
I sionisti insistono sul fatto che odiare “Israele” equivalga a odiare gli ebrei, e subito dopo chiedono che non si confonda Israele con gli ebrei. Quando faccio notare agli ebrei che siamo tutti responsabili della fine del sionismo e del genocidio palestinese in corso, di solito mi sento rispondere: “Non tutti gli ebrei / Di “i sionisti” , non gli ebrei / In realtà ci sono più sionisti cristiani che ebrei”. Beh, in questo momento sto parlando agli ebrei, un popolo che sostiene il sionismo fascista in blocco in ogni istituzione della nostra comunità.
Basta con l’incessante scarica barile. Gli ebrei si considerano un popolo fiero e unito, una stirpe ininterrotta di generazione in generazione (L’dor, vador) – fino a quando lo specchio incrinato dell’ebraismo moderno non riflette altro che terrorismo, massacri, sangue, sadismo, stupri e traffico di organi. Praticamente ogni gruppo ebraico sostiene l’esistenza di Israele in un modo o nell’altro e noi osiamo puntare il dito contro gli altri invece di ripulire la nostra casa sporca?

Le formazioni ebraiche organizzate in tutta la nostra comunità mantengono viva la colonia grazie a un impegno incrollabile e costante, alla propaganda, al denaro e alle risorse, considerando il rafforzamento e la difesa di “Israele” non solo come una mitzvah, ma come parte del loro dovere verso il popolo ebraico e un’estensione della loro identità ebraica. Eppure, gli ebrei gestiscono attualmente una serie di segrete per torture e stupri in Palestina e bombardano il Libano e l’Iran con raid aerei. Recentemente, torturatori
israeliani hanno rapito e bruciato sigarette sulle cosce di un bambino palestinese di un anno. Questo è lo “Stato ebraico”, ecco a che punto siamo arrivati.

Il sionismo non è una corrente marginale all’interno dell’ebraismo: è onnipresente. È dovere degli ebrei di coscienza rendere concreta la distinzione tra sionismo ed ebraismo, distruggendo il sionismo nelle nostre stesse comunità, non negando la nostra diffusa complicità e controllare chi si limita ad osservare la realtà fascista dell’ebraismo moderno.
A caro prezzo per sé stessi e per i propri popoli, palestinesi, arabi e musulmani hanno affermato queste verità con chiarezza per generazioni; la scrittrice Nada Chehade descrive vividamente la realtà del colonialismo di insediamento ebraico nella vita di tutti i giorni. Nulla di ciò che affermo è nuovo, è solo raro che un ebreo lo senta da un altro ebreo. Gli ebrei liquidano con condiscendenza e razzismo i palestinesi come semplici testimoni della loro lotta decoloniale e insistono invece sulla loro perpetua innocenza ebraica: come popolo, siamo tristemente scollegati sia dall’umanità che dalla realtà.
Il fatto che praticamente tutti gli ebrei e gli spazi ebraici siano sionisti e sostengano l’esistenza di Israele è un’accusa nei nostri confronti, in quanto popolo moralmente corrotto. Nessun ebreo potrebbe sostenere la Palestina e ciò non farebbe altro che condannarci ulteriormente, certamente non coloro che sono sotto il giogo del nostro regime fascista, che sviluppano costantemente nuovi modi per resistere e sopravvivere al nostro sadico massacro. I pensieri e i sentimenti degli ebrei sulla Palestina non contano, o meglio, non dovrebbero contare: ai sentimenti degli ebrei viene attualmente dato fin troppo peso, mentre il mondo si ferma per i sentimenti degli ebrei bianchi in particolare. Il personale e gli studenti delle università ebraiche stanno attualmente ricevendo ingenti risarcimenti per le cosiddette accuse di “antisemitismo” dopo la gloriosa operazione dell’alluvione di Al Aqsa (21 milioni di dollari di risarcimento collettivo alla Columbia).
Confrontate questo con il modo in cui il martello si abbatte sugli arabi e sui musulmani che subiscono attacchi, vessazioni e abusi sistemici. La Palestina è una lotta per la libertà che dura da generazioni, non un triste cerchio di dolore ebraico.
La Palestina non ha bisogno dell’appoggio degli ebrei per essere libera; sono gli ebrei che devono fare sul serio, andarsene dalla Palestina e liberare l’ebraismo dal sionismo fascista.

Di nostra spontanea volontà, il popolo ebraico ha incoronato il sionismo come pilastro centrale dell’ebraismo moderno e ha plasmato Israele nel nostro nuovo Dio. Un vitello d’oro iper-militarizzato per un popolo sempre più privo di fede, in cerca di un posto nel Mondo dei Cieli (supremazia bianca,colonizzazione, costruzione della nazione, potere all’interno dell’impero euro-americano). Abbiamo integrato senza soluzione di continuità Israele e il sionismo in ogni aspetto della vita ebraica a livello globale: il sionismo non ha confini. Israele non è diventato fascista con Netanyahu e il partito Likud, bensì Israele è intrinsecamente fascista a causa della sua struttura coloniale di insediamento – lo stesso vale per

Trump e la crociata coloniale americana, il modello di Israele, come spiega esaustivamente il Dr. Mohamed Abdou in “Islam e Anarchismo”. America e Israele sono entrambi incorreggibili ed irrecuperabili, costruiti sul mondo fondato nel 1492, entità erette da coloni genocidi sopra fosse comuni di indigeni.
Quasi metà della popolazione ebraica mondiale (~46%) è composta da coloni israeliani che occupano abusivamente terreni: essi sostengono in modo schiacciante la pulizia etnica di Gaza (82%) e l’attuale guerra tra Stati Uniti e Israele contro l’Iran (93%). La maggior parte di noi vive come coloni bianchi privilegiati in colonie come la cosiddetta America (41% degli ebrei). Coloro che vivono in colonie di insediamento al di fuori di Israele trascurano anche le proprie responsabilità di coloni nei confronti dei movimenti per la restituzione delle terre indigene e per l’autodeterminazione dei neri nei luoghi in cui ci troviamo; a Turtle Islan, i genocidi di neri e indigeni persistono da 533 anni e sono in continuo aumento.
Quando affermo che praticamente tutti gli ebrei e le organizzazioni ebraiche sono sionisti, includo la maggior parte del ristretto numero di ebrei e organizzazioni ebraiche che si autodefiniscono “antisionisti” o “pro-Palestina”. Grattando la superficie, si scopre rapidamente che la maggior parte sono sionisti liberali, come spesso sottolineano Lara Kilani e il team del Good Shepherd Collective. Tutti gli ebrei che si dichiarano “non sionisti” sono sionisti nella loro visione politica, perché denigrano sempre la resistenza e confondono colonizzatore e colonizzato (ad esempio, “Condanniamo sia la violenza di Hamas che quella di Israele” o “Un futuro di coesistenza sulla terra per palestinesi e israeliani/ebrei”).
I veri antisionisti ebrei sostengono incondizionatamente la totale eliminazione di Israele (e del suo nemico più grande: l’America); la completa restituzione della terra, senza alcuna traccia di controllo imperiale/coloniale sionista o euro-americano. Ciò include l’allontanamento degli ebrei dalla Palestina (assicurandosi che non arrechino danni dove vanno o che non sfollino ulteriormente le popolazioni indigene altrove) e un aperto e riverente sostegno alla resistenza armata palestinese. I mujahidin di Gaza sono al centro della lotta, attualmente guidata dalle Brigate Al Qassam di Hamas, responsabili della miracolosa inondazione di Al Aqsa il 7 ottobre 2023; un’operazione che i veri antisionisti ebrei riconoscono inequivocabilmente come una delle operazioni anticolonialiste più prolifiche della storia.
È estremamente raro trovare questi impegni politici tra gli ebrei, e anche quando si trovano, sono deboli, dato che non abbiamo praticamente realizzato nulla di concreto o significativo per impedire al nostro popolo di commettere gli atti più atroci e disgustosi immaginabili nell’ultimo secolo nella Palestina occupata. Gli ebrei stanno attualmente violentando a morte i palestinesi con barre di metallo roventi nelle prigioni dei campi di concentramento, e i cosiddetti “alleati” ebrei, che vivono vite agiate nel cuore dell’impero, hanno ancora l’audacia di lamentarsi dell'”antisemitismo” e di “non incolpare tutti gli ebrei per le azioni di Israele”. Questo incubo sionista è una nostra responsabilità morale, come ebrei, da affrontare e combattere all’interno delle nostre stesse fila:

Sì, tutti gli ebrei.

Sebbene l’autoidentificazione con il termine “sionista” sia caduta in disuso ultimamente, il sostegno all’esistenza di Israele tra gli ebrei rimane incrollabile. Mentre le persone di tutto il mondo si rivoltano sempre più contro Israele, avendo riconosciuto il sionismo per quello che è: il male, noi ebrei non abbiamo vacillato nei nostri impegni fascisti. Vedete forse scontri accesi sul genocidio ebraico scoppiare nelle sinagoghe di tutto il mondo? Vedete forse rivolte e conflitti interni nelle comunità ebraiche e negli spazi religiosi che vendono terre palestinesi rubate e ospitano terroristi dell’IOF per discorsi e raccolte fondi? No, ovviamente no. Gli ebrei sanno che ci si aspetta che sostengano Israele in tutte le sinagoghe. Questo è considerato normale nella vita ebraica: il nostro “diritto di nascita” in un mondo che “ci odia perennemente senza altro motivo che il fatto che siamo ebrei”. Le nostre illusioni di innocenza ebraica, la nostra grandiosa
auto importanza, la nostra presa ferrea e ingiustificata sulla colonia rimangono praticamente incontrastate all’interno della comunità ebraica.
I sionisti ebrei vedono la Palestina e si schierano con gli ebrei perché sono ebrei; gli antisionisti ebrei vedono la Palestina e si schierano con i palestinesi perché appartengono al sacro popolo sottomesso, schiacciato dal popolo soprastante, il sale della terra che lotta per la dignità e la liberazione nella propria terra, alle proprie condizioni. La terra, in effetti, combatte al loro fianco. Non vacilliamo né tentenniamo nelle nostre posizioni perché sono i fratelli ebrei fascisti che investono vivi i bambini con i carri armati: l’impegno antisionista è etico, non identitario.
Gli ebrei possono avere opinioni diverse sulle politiche del governo Netanyahu, su chi dovrebbe guidare l’entità sionista, sugli insediamenti in Cisgiordania e simili, ma nel momento in cui si dichiara sostegno alle Brigate Al Qassam di Hamas e al 7 ottobre, si sostiene l’allontanamento degli ebrei dalla Palestina e si promuove lo scioglimento di Israele nella sua interezza, si viene considerati dagli ebrei dei traditori della comunità ebraica. Agli ebrei con una chiara visione morale mancano il coraggio, la spina dorsale, l’organizzazione, la fede, i principi incarnati e la volontà di estirpare il sionismo dall’ebraismo. Agli ebrei che odiano Israele e ciò che ha causato: siate orgogliosi quando vi chiameranno traditori del loro progetto di morte. Siamo “traditori” senza esitazioni!

Tutto Israele è un insediamento illegittimo e tutti gli israeliani sono coloni e soldati su una terra rubata, non “civili”. I sionisti ebrei, sia liberali che conservatori, si aggrappano all’idea di un futuro per i coloni ebrei in una Palestina libera, auto-proclamandosi arrogantemente parte del futuro decolonizzato della Palestina, convinti che i coloni ebrei debbano poter rimanere sulla terra e conservare almeno una parte del bottino rubato. Gli antisionisti ebrei non dovrebbero tollerare nemmeno un accenno di questo senso di diritto tra il nostro popolo; non ci si può aspettare che i palestinesi vivano accanto ai loro assassini.

A due anni e mezzo dall’inizio, le bombe di fabbricazione americana continuano a piovere dal cielo mentre piloti ebrei, orgogliosi di essere vivi, combattono a Gaza, in Libano e in Iran, mentre fedeli ebrei in tutto il mondo issano e sventolano la bandiera israeliana, si organizzano per far licenziare, sospendere, deportare e criminalizzare gli antisionisti, facilitano l’insediamento e i viaggi verso l’entità, distribuiscono risorse all’esercito sionista e pregano per la protezione di Dio sulla nostra preziosa colonia ebraica che ha generato
la più grande generazione di bambini amputati nella storia moderna. Ciò ha causato lo sfollamento di oltre un milione di persone in Libano, mentre la violenta campagna di pulizia etnica per la “Grande Israele” si espande spietatamente. Le sinagoghe non sono più sacre, non c’è Dio dove dimora il sionismo. Cerchiamo almeno di essere onesti su ciò che noi, come popolo ebraico, siamo diventati.
Gli ebrei in Europa e America mandano i loro figli in sinagoghe, campi estivi e scuole ebraiche – tutte sioniste – insegnando loro, in definitiva, menzogne ​​ spudorate su Israele (“una terra senza popolo per un popolo senza terra”, “abbiamo fatto fiorire il deserto”), celebrando il “compleanno di Israele” (la Nakba) e preparando i nostri figli ebrei a diventare un giorno coloni e soldati sionisti o a difendere lo Stato ebraico ovunque si trovino, come parte della loro identità e del loro dovere ebraico.

È colpa dei loro genitori, insegnanti e adulti ebrei della comunità che hanno inserito i bambini ebrei in questi percorsi istituzionali sionisti ebraici che indottrinano e plasmano i giovani ebrei trasformandoli in fanatici propagandisti, anti-arabi, islamofobi, nazionalisti e arroganti.

Saranno, come voi ora, tristemente scollegati dal polso morale dell’umanità, che comprende sempre più quanto profondamente malvagio sia il sionismo e Israele. Gli ebrei saranno gli ultimi a vedere, gli ultimi a capire, ed è già troppo tardi.

Un motivo in più, per chi ancora ne avesse bisogno, per cui non si dovrebbe chiedere a noi ebrei un’analisi sulla Palestina. In ogni caso, non diciamo nulla di originale, è tutto annacquato, disincarnato e disinnescato attraverso il filtro dei propagandisti ebrei che ci hanno plasmato. Concedetevi prospettive che non siano vincolate e forzate attraverso l’esofago del potere.

È evidente che noi ebrei affermiamo la nostra identità collettiva solo quando ci consideriamo eroi o vittime, o con la comoda distanza della storia; non quando dobbiamo assumerci la responsabilità e fare i conti con il nostro ruolo di fascisti nell’attuale momento catastrofico. Attraverso il sionismo, assistiamo a ciò che accade quando quei concetti romantici e utopici di collettività ebraica vengono distorti in modo abusivo verso un eccezionalismo e un tribalismo suprematista ebraico per fini imperialisti euro-americani.
Respingo anche l’affermazione “Israele rende gli ebrei insicuri/aumenta l’antisemitismo” perché: (1) siamo noi gli oppressori nel contesto di Israele, non le vittime; (2) questa affermazione abdica alla responsabilità ebraica perché “Israele” non è un’entità amorfa, che si auto alimenta e si limita a sovrastarci, è una colonia che noi ebrei costruiamo e sosteniamo attivamente ogni giorno attraverso uno sforzo concertato di
generazione in generazione; (3) questo non è “antisemitismo”, è una reazione al genocidio guidato dagli ebrei che tutte le nostre istituzioni sostengono; (4) state cedendo alla propaganda secondo cui c’è un “aumento dell’antisemitismo” quando attualmente gli ebrei non subiscono un’oppressione sistemica per il fatto di essere ebrei e i dati sugli “episodi antisemiti” sono tracciati in modo tale che ogni cartello di protesta antisionista venga registrato come un “incidente antisemita” separato dall’ADL; (5) Basta con i discorsi sul vittimismo ebraico, sulla “sicurezza ebraica” e sull’“antisemitismo”, sono solo una distrazione dal genocidio perpetrato dagli ebrei contro palestinesi, arabi e musulmani.
Molti diranno che la mia argomentazione mette ingiustamente la taglia sulla testa del popolo ebraico, ma non avete ancora capito il punto. Noi sosteniamo il sionismo genocida in ogni aspetto della nostra fede, ci siamo messi il “bersaglio” addosso e possiamo liberarcene abbandonando il sionismo genocida e abbracciando un antisionismo di principio. Ma, ancor più fondamentalmente, non siamo le vittime del sionismo, bensì i suoi artefici: i veri bersagli sono quelli materialmente inflitti ai palestinesi dagli israeliani con i loro “attacchi double tap” e i bombardamenti “Dov’è papà?” per infliggere il massimo massacro alle famiglie palestinesi per mano dei soldati ebrei.

Se gli ebrei avessero a cuore la giustizia e incarnassero lo spirito dei nostri antenati che hanno combattuto il fascismo, vedremmo ebrei abbattere e bruciare le bandiere israeliane delle loro congregazioni, cacciare rabbini razzisti e genocidi dalla Bima e dalle sinagoghe, chiedere che i templi recidano ogni legame con la colonia della morte, fomentare una rivoluzione all’interno della fede per estirpare il cancro sionista.
Saremmo stati altruisti e avremmo dato la nostra vita ai palestinesi e alla resistenza nell’entità, ci saremmo macchiati di tradimento contro l’ebraismo moderno e avremmo commesso aperta sedizione contro qualsiasi nozione, ormai abbandonata, di “popolo collettivo”, che ha cessato di esistere negli ultimi 100 anni, per non parlare della benedetta operazione “alluvione di Al-Aqsa” del 7 ottobre 2023. Se gli ebrei avessero un briciolo di moralità, assisteremmo a una scissione e a una battaglia furiosa all’interno dell’ebraismo. Nulla di tutto ciò esiste. E il genocidio continua.

Basta con le nostre piattaforme e i post sponsorizzati, le nostre interviste ipocrite in cui ci rendiamo conto di essere stati smascherati o licenziati per aver difeso la Palestina, mentre palestinesi, arabi e musulmani subiscono un destino ben peggiore per aver detto la verità. Basta con la nostra vuota classe di influencer liberali, il nostro carrierismo, il nostro inutile e sprecone elettorismo e i nostri autocelebrativi contratti editoriali che avvengono a spese della carne, della pelle e degli organi di palestinesi, arabi e musulmani, che vengono prelevati e vaporizzati senza lasciare traccia né identificazione sotto le macerie di cemento. Noi ebrei non siamo speciali e, francamente, il “sostegno ebraico” è spesso dannoso nella sua disarmante visione liberale e orientalista della lotta palestinese, a prescindere dalle intenzioni.
Maledetto Israele, una colonia ebraica che massacra centinaia di migliaia di persone sotto l’esplicita bandiera della protezione della “sicurezza ebraica” universale.

Maledetto questo malato stato pedofilo e violento rispetto al quale noi ebrei abbiamo tutti un “diritto di nascita” coloniale in virtù della “legge del ritorno”, uno stato che tutte le nostre istituzioni ebraiche sostengono unanimemente. Ignorare o minimizzare questa cruda realtà tra il nostro stesso popolo, osando diffamare chi la denuncia definendolo “antisemita”, è una disonesta e vile abdicazione alle nostre responsabilità. Ogni parvenza di moralità ebraica è morta da tempo, l’abbiamo uccisa a Gaza.
Come spesso osserva il giornalista Laith Marouf, “la voce ebraica più forte oggi è quella del genocidio”. Egli giustamente auspica che gli ebrei combattano il sionismo all’interno delle proprie comunità e che si sacrifichino, al di là delle polemiche, in modo concreto, come hanno fatto palestinesi, arabi e musulmani fin dalla nascita del sionismo. Hanno perso generazioni e intere stirpi familiari gettando sabbia negli ingranaggi dell’incessante macchina di morte del sionismo. Laith Marouf nota come non vi sia una resistenza significativa da parte degli ebrei antisionisti che combattono il sionismo ebraico, come invece accadde, ad esempio, tra i tedeschi antifascisti che combatterono il nazismo. Ci chiede una riflessione: “Dov’è il John Brown ebreo?” “Dov’è l’Oskar Schindler ebreo?” e ​​sottolinea come, in oltre un secolo di progetto sionista, nessun ebreo sia morto per la causa della liberazione palestinese. Allora perché ci si dovrebbe aspettare che Laith o qualsiasi altro palestinese non confonda ebraismo e sionismo, quando noi ebrei non ci preoccupiamo abbastanza da combattere e sacrificarci per la separazione? Non dovrebbero. I palestinesi non ci devono nulla, siamo noi ad avere un debito infinito e inestinguibile con la Palestina, un debito che continua ad accumularsi in ogni singolo istante di ogni singolo giorno.

Essere eticamente ebrei in questo momento storico significa assumersi la responsabilità di combattere attivamente e in modo militante il sionismo. Sì, tutti gli ebrei. L’orologio segna il genocidio in ogni istante di ogni giorno. Questa entità suprematista ebraica si basa sul consenso e sulla partecipazione degli ebrei per poter funzionare. Se gli ebrei si ritirassero dalla partecipazione, per non parlare di una guerra attiva contro di essa, crollerebbe.

Gestiamo questo avamposto militare imperiale euro-americano, lo rivestiamo di ebraismo per imbiancarlo e proteggerlo da ogni controllo, lo manteniamo in funzione per il nostro egoistico tornaconto da coloni. In una popolazione ebraica più giusta, ci sarebbero ebrei che protestano e si battono per i loro spazi ebraici a ogni funzione religiosa, festività e riunione, ci sarebbero ebrei nella Palestina occupata che userebbero le loro capacità militari per sostenere la resistenza, tribunali contro gli ebrei che hanno partecipato a questo genocidio generazionale, sforzi su larga scala per denazificare e de-sionizzare il nostro popolo affinché non commetta ulteriori danni. Nessuna di queste energie è attualmente presente all’interno dell’ebraismo.
Negli ultimi due anni e mezzo, intrisi di sangue, nemmeno una sinagoga è passata dal sionismo all’antisionismo. Anzi, è successo il contrario: molti ebrei hanno rafforzato ulteriormente il loro ebraismo (sionista) e il sostegno a Israele dopo la sconvolgente operazione anticolonialista di Al Aqsa.

Non conosco ancora un solo rabbino o sinagoga (almeno in Europa e America) che sia veramente antisionista e che sostenga la resistenza armata palestinese e si adoperi per la completa dissoluzione di Stati Uniti e Israele e per la decolonizzazione del territorio. Questa è un’accusa incredibile nei nostri confronti.
Nemmeno il genocidio di neonati bruciati vivi ogni giorno dalle bombe e dai proiettili ebraici, trasmesso in diretta streaming, è riuscito a smuovere le istituzioni e i leader ebraici di un solo centimetro, allontanandoli seriamente o in modo sostanziale dal sionismo.
Mentre l’ebraismo moderno rimane senza dio – basta guardare alla Striscia di Gaza rasa al suolo – l’Islam si rivela come una profonda fonte di spiritualità a cui la Palestina e i suoi alleati nella regione e in tutta la Umma attingono per trovare la forza spirituale necessaria a resistere alla colonizzazione sionista e all’impero euro-americano.
Arriverà il momento della resa dei conti per i responsabili – inclusi molti ebrei – non per la nostra ebraicità, ma per il nostro incrollabile e totale sostegno a Israele e al nazismo sionistico, un sostegno al quale, come comunità, ci rifiutiamo ancora di rinunciare. Che dire? È un olocausto causato da noi stessi. Quando le conseguenze inevitabilmente ricadranno sulle istituzioni e sui singoli ebrei, perché abbiamo alimentato questa violenza e ci rifiutiamo di abbandonare il nostro impegno a sostegno del genocidio, non si tratterà di “antisemitismo”, ma del momento in cui i nodi verranno al pettine. Le persone, giustamente, daranno la caccia per il resto della loro vita a coloro che hanno facilitato questi crimini, così come i nazisti vengono ancora ricercati fino alla vecchiaia, a prescindere da quanto apparentemente insignificante sia stato il loro ruolo nel massacro.

Questo genocidio non è solo generazionale, ma tuttora in corso; è di natura coloniale e pertanto non paragonabile all’olocausto nazista.

La soluzione è che ogni persona, sinagoga e organizzazione ebraica abbandoni immediatamente, completamente e pubblicamente la colonia, chieda conto al nostro popolo e destini le risorse alla liberazione palestinese alle condizioni della Palestina stessa. Sì, tutti gli ebrei.

E se non ci assumiamo le nostre responsabilità e non lo facciamo noi stessi, inevitabilmente altri prenderanno in mano la situazione, perché questo affronto all’umanità non potrà essere tollerato.
Non si può rimuovere il bulldozer dal suo corpo. Non si possono togliere le frustate con il cavo dalla sua schiena. Non si possono riportare in vita i preziosi martiri in Palestina; quella nave è già salpata, i crimini dell’ebraismo risuoneranno per l’eternità. Il massacro continua ogni giorno, nonostante voi distogliate lo sguardo, nonostante cerchiate di giustificarlo dicendo che “non è colpa nostra”. È colpa nostra, e lo spargimento di sangue non si fermerà finché non lo vorremo noi.
Lunga vita alle Brigate Al Qassam di Hamas, uomini d’onore e d’acciaio, che emergono dalle profondità della terra con armi artigianali e una fede incrollabile per seminare terrore e infliggere colpi mortali al cuore del nemico sionista. Dove gli ebrei hanno spento la vita, Al Qassam ha ridato ossigeno al corpo. Questa è la generazione di ebrei più vergognosa che sia mai esistita. Nessuno di noi può dire di non saperlo. Siamo spiritualmente vuoti, moralmente svuotati. Non limitatevi a dire egoisticamente “Israele non rappresenta tutti gli ebrei”, ma lottate affinché questa distinzione diventi una realtà concreta, sradicando il sionismo dall’interno dell’ebraismo. Questa è l’unica scelta possibile.

Quando si tratta dei mali del sionismo, gli ebrei preferiscono mentire a se stessi e autoingannarsi piuttosto che assumersi un minimo di responsabilità, al di là di deboli slogan dettati dall’interesse personale. Per quanto tempo la Palestina e la regione dovranno pagare per la nostra illusoria negazione, la nostra incessante e sfrenata violenza, il nostro rifiuto di assumerci la responsabilità di aver distrutto così tanta vita su questo prezioso e precario pianeta?

Gli ebrei devono distruggere lo Stato israeliano e l’ideologia sionista nella sua interezza, in ogni suo nodo e tentacolo, inclusa la colonia che ospita Israele: l’America. Mi sta più a cuore la Palestina che l’ebraismo. Se l’ebraismo deve morire perché la Palestina possa vivere, che muoia.

Disclaimer: non sempre Invictapalestina condivide le opinioni espresse negli articoli che pubblichiamo, ma pensiamo che opinioni anche diverse possano essere utili per capire e approfondire gli argomenti da noi proposti. I contenuti offerti dal BLOG sono redatti/tradotti gratuitamente con la massima cura/diligenza, Invictapalestina tuttavia, declina ogni responsabilità, diretta e indiretta, nei confronti degli utenti e in generale di qualsiasi terzo, per eventuali imprecisioni, errori, omissioni.

Traduzione a cura di: Nicole Santini

da qui

mercoledì 18 marzo 2026

La cittadinanza israeliana è sempre stata uno strumento di genocidio, quindi ho rinunciato alla mia - Avi Steinberg

La mia decisione è un riconoscimento del fatto che questo status non ha mai avuto alcuna legittimità, fin dall’inizio.

 

Di recente sono entrato in un consolato israeliano e ho presentato i documenti per rinunciare formalmente alla mia cittadinanza. Era una giornata autunnale insolitamente calda e gli impiegati in pausa si rilassavano vicino allo stagno di Boston Common. La notte prima c’era stata una serie particolarmente raccapricciante di attacchi aerei da parte di Israele sui campi profughi di Gaza. Mentre i palestinesi stavano ancora contando i cadaveri o, in molti casi, raccogliendo ciò che restava dei propri cari, la donna in coda al consolato davanti a me mi ha chiesto allegramente cosa mi avesse portato qui oggi.

Studiosi, giornalisti e giuristi in tutto il mondo stanno tenendo un inventario dettagliato di tutti i modi in cui i crimini di Israele dall’ottobre 2023 equivalgono a crimini di guerra, crimini contro l’umanità e genocidio. Tutti perseguibili legalmente. Ma la storia si estende ben oltre gli orrori dell’anno scorso. La cittadinanza, è stata un elemento materiale di un processo genocida di lunga data. Lo stato israeliano, sin dal suo inizio, ha fatto affidamento sulla normalizzazione di leggi suprematiste determinate etnicamente per rafforzare un regime militare il cui chiaro obiettivo coloniale è l’eliminazione della Palestina.

In cima al modulo che avevo portato al consolato quel giorno c’era una citazione della Legge sulla cittadinanza del 1952, la base giuridica su cui è stato conferito il mio status alla nascita. La mia ragione per rinunciare a questo status è in effetti direttamente collegata a quella legge, o meglio, alla situazione sul campo negli anni ’50, il contesto della Nakba, che ha plasmato questa legge.

Nel 1949, nei mesi successivi alla firma degli accordi di armistizio, che apparentemente posero fine alla guerra del 1948, i coloni sionisti, dopo essere riusciti a massacrare ed espellere tre quarti della popolazione palestinese indigena nei territori ora sotto il loro controllo, iniziarono a cercare modi per mettere in sicurezza il loro stato militarizzato. La loro preoccupazione più urgente: garantire che i palestinesi che erano stati cacciati dai loro villaggi e fattorie ancestrali non sarebbero mai tornati; che le loro terre sarebbero passate in possesso legale del nuovo stato, pronte per essere occupate da ondate di immigrati ebrei dall’estero. Oltre 500 villaggi e città palestinesi erano stati svuotati in quell’anno, e ora era il momento di cancellarli per sempre dalla mappa.

Sebbene ci sarebbero voluti molti altri decenni prima che lo stato colono riconoscesse formalmente di essere un’entità suprematista ebraica de jure, la pratica della pulizia etnica era insita nella strategia militare, sociale e legale dello stato. Questo era sempre stato concepito per essere uno stato ebraico, progettato per creare e mantenere una maggioranza ebraica in una terra che era stata al 90 percento non ebraica prima che i sionisti arrivassero in gran numero nei primi decenni del XX secolo.

Tuttavia, lo sforzo per completare il processo di pulizia etnica avrebbe richiesto una programmazione aggressiva e, data la dura resistenza indigena, non avrebbe mai avuto successo. I confini tracciati arbitrariamente erano ancora porosi nel 1949 e i territori rurali sotto il dominio dell’occupazione sionista erano ancora lontani dall’essere completamente sotto il loro controllo. I palestinesi, appena rifugiati, vivevano in tende a poche miglia dalle loro case. Molti sopravvivevano con un solo magro pasto al giorno ed erano determinati, dopo l’armistizio, a tornare alle loro case e ai loro raccolti.

Alcuni cercarono di operare all’interno del nuovo sistema legale coloniale imposto frettolosamente. Fecero appello alla “Dichiarazione di Indipendenza” della nuova entità che rivendicava uguali diritti per tutti. Ma questo documento non aveva alcun valore legale ed era stato concepito come un mero pezzo di propaganda destinato a ottenere l’accettazione internazionale all’interno delle nuove Nazioni Unite. Una domanda di adesione all’ONU, presentata da questa nuova entità che si autodefiniva “Stato di Israele”, era già stata respinta una volta e la leadership sionista si stava affannando per dare alla sua nuova domanda un’aria di legittimità. Un cenno simbolico ai diritti dei palestinesi, speravano, avrebbe dato una copertura politica a questo stato decisamente illiberale, per unirsi all’ordine internazionale emergente, dominato dagli Stati Uniti.

Indipendentemente da ciò che la macchina della propaganda dello Stato stava narrando all’estero, la situazione sul campo era un chiaro caso di pulizia etnica. Per quasi il decennio successivo, i coloni sionisti usarono ogni mezzo di forza per recidere il legame tra i palestinesi indigeni e le loro terre. Nell’aprile del 1949, adottarono una politica di “sparo libero”, in cui migliaia di cosiddetti infiltrati, ovvero palestinesi indigeni che tornavano a casa, potevano essere, e spesso lo erano, fucilati a vista. Lo Stato creò campi di concentramento attraverso grandi rastrellamenti di abitanti dei villaggi e  di contadini. Da questi campi, masse di palestinesi furono deportate oltre il “confine”, dove sarebbero state dirottate in accampamenti di rifugiati in Giordania e Libano e nella Striscia di Gaza governata dall’Egitto. Fu così che Gaza divenne il pezzo di terra più densamente popolato della Terra.

Ricordiamo che scene come questa si verificavano dopo l’armistizio, cioè dopo che la guerra del 1948 era presumibilmente finita. Faceva parte di una strategia deliberata del dopoguerra, che usava i cessate il fuoco come copertura per garantire un territorio etnicamente ripulito, uno schema che si sarebbe ripetuto per decenni. L’obiettivo era chiaramente articolato fin dall’inizio: rimuovere per sempre i palestinesi dalle loro terre, indebolire la posta in gioco di coloro che erano rimasti e cancellare la Palestina sia nel concetto che nella realtà materiale.

Questo era il contesto in cui vennero promulgate le leggi sulla cittadinanza dello Stato dei primi anni ’50: prima la Legge del Ritorno nel 1950, che concedeva la cittadinanza a qualsiasi ebreo nel mondo; e poi la sua elaborazione nella Legge sulla Cittadinanza del 1952, che annullava qualsiasi status di cittadinanza esistente detenuto dai palestinesi. La riconfigurazione della cittadinanza da parte dello Stato lungo le linee della supremazia ebraica sarebbe stato il suo principio costituzionale chiave. L’effetto di questa legislazione radicale, applicata da una brutale forza di occupazione armata sul campo, “rese i coloni indigeni e trasformò i nativi palestinesi in alieni”, scrive la studiosa Lana Tatour . Questo quadro giuridico non fu un fallimento della politica, nota Tatour, ma piuttosto “fece ciò per cui era stato creato: normalizzare il dominio, naturalizzare la sovranità dei coloni, classificare le popolazioni, produrre differenze ed escludere, razzializzare ed eliminare i popoli indigeni”.

Diciannove anni dopo l’emanazione di questa legge sulla cittadinanza del 1952, i miei genitori si trasferirono dagli Stati Uniti a Gerusalemme e ottennero la cittadinanza e tutti i diritti in base alla “Legge del ritorno”. Da un’ingenuità giovanile che si sarebbe trasformata in ignoranza volontaria, riuscirono a diventare entrambi liberali americani che si opponevano all’invasione statunitense del Vietnam, mentre agivano come coloni armati della terra di un altro popolo. Si trasferirono in un quartiere di Gerusalemme che era stato ripulito etnicamente solo pochi anni prima. Occuparono una casa costruita e abitata di recente da una famiglia palestinese la cui comunità era stata espulsa in Giordania e poi violentemente impedita di tornare con la canna di una pistola, e dai documenti di cittadinanza che la mia famiglia aveva in mano.

Questa sostituzione 1 a 1 non era un segreto. Persone come la mia famiglia vivevano in questi quartieri proprio perché avevano scelto una “casa araba”, orgogliosamente pubblicizzata come tale per il suo design elegante e dai soffitti alti, in contrapposizione ai monotoni e utilitaristici blocchi di appartamenti costruiti alla rinfusa dai coloni sionisti. Sono nato nel villaggio palestinese di Ayn Karim, ripulito etnicamente, molto apprezzato per possedere tutto il fascino arabo nativo, senza nessuno degli arabi nativi a turbare il bel quadro. Mio padre era nell’esercito israeliano, da cui lui e molti dei suoi amici emersero, dopo la mostruosa invasione del Libano nel 1982, sostenitori liberali della “pace”. Ma per loro, quella parola significava ancora vivere in un paese a maggioranza ebraica; era una “pace” in cui il peccato originale dello stato, il continuo processo di pulizia etnica, sarebbe rimasto saldamente al suo posto, legittimato e quindi più sicuro che mai. Cercavano la pace, in altre parole, per gli ebrei con cittadinanza israeliana, ma per i palestinesi, “pace” significava resa totale, occupazione permanente ed esilio.

Tutto questo per dire: non considero la mia decisione di rinunciare a questa cittadinanza come un tentativo di invertire uno status legale, quanto piuttosto un riconoscimento del fatto che questo status non ha mai avuto alcuna legittimità, per cominciare. La legge israeliana sulla cittadinanza si basa sui peggiori tipi di crimini violenti che conosciamo e su una litania sempre più profonda di bugie volte a insabbiare quei crimini. L’aspetto della burocrazia, le trappole di un governo legale, con i loro sigilli del Ministero degli Interni, non testimoniano altro che lo scivoloso tentativo di questo stato di nascondere la sua fondamentale illegalità. Questi sono documenti falsi. Sono, cosa più importante, uno strumento contundente utilizzato per spostare continuamente persone realmente viventi, famiglie, intere popolazioni di abitanti indigeni della terra.

Nella sua campagna genocida per cancellare la popolazione indigena della Palestina, lo Stato ha trasformato in un’arma la mia stessa esistenza, la mia nascita e identità, e quelle di tanti altri. Il muro che impedisce ai palestinesi di tornare a casa è costituito tanto da documenti di identità quanto da lastre di cemento. Il nostro compito deve essere quello di rimuovere quelle lastre di cemento, di strappare i documenti falsi e di interrompere le narrazioni che fanno apparire queste strutture di oppressione e ingiustizia legittime o, Dio non voglia, inevitabili.

A coloro che invocheranno senza fiato il punto di discussione secondo cui gli ebrei “hanno diritto all’autodeterminazione”, dirò solo che se un tale diritto esiste, non può assolutamente comportare l’invasione, l’occupazione e la pulizia etnica di un altro popolo. Nessuno ha quel diritto. Inoltre, si può pensare ad alcuni paesi europei che devono terra e riparazioni ai loro ebrei perseguitati. Il popolo palestinese, tuttavia, non ha mai dovuto nulla agli ebrei per i crimini commessi dall’antisemitismo europeo, né lo deve oggi.

La mia convinzione personale, come quella di molti dei miei antenati del XX secolo, è che la liberazione ebraica sia inseparabile dai movimenti sociali più ampi. Ecco perché così tanti ebrei erano socialisti nell’Europa prebellica, e perché molti di noi oggi si collegano a quella tradizione.

Come ebreo osservante, credo che la Torah sia radicale nella sua affermazione che il popolo ebraico, o qualsiasi popolo, non ha alcun diritto su nessuna terra, ma piuttosto è vincolato da rigorose responsabilità etiche. In effetti, se la Torah ha un unico messaggio, è che se opprimi la vedova e l’orfano, se ti comporti in modo corrotto con avidità e violenza sanzionate dal governo e se acquisisci terra e ricchezza a spese della gente comune, sarai cacciato via dal Dio della giustizia. La Torah viene regolarmente sventolata dai nazionalisti adoratori della terra come se fosse un atto di proprietà, ma, se effettivamente letta, è un resoconto di rimprovero profetico contro l’abuso del potere statale.

L’unica entità con diritti sovrani, secondo la Torah, è il Dio della giustizia, il Dio che disprezza l’usurpatore e l’occupante. Il sionismo non ha nulla a che fare con l’ebraismo o la storia ebraica, se non che i suoi leader hanno da tempo visto in queste fonti profonde una serie di narrazioni fortemente mobilitanti con cui spingere la loro agenda coloniale, ed è solo quell’agenda coloniale che dobbiamo affrontare. I costanti sforzi per evocare la storia della vittimizzazione ebraica al fine di giustificare o semplicemente distrarre dalle azioni di una potenza economica e militare, sarebbero positivamente ridicoli se non fossero così cinicamente armati e mortali.

La colonizzazione sionista non può essere riformata o liberalizzata: la sua identità esistenziale, come espressa nelle sue leggi sulla cittadinanza e ripetuta apertamente da quei cittadini, equivale a un impegno al genocidio. Le richieste di embargo sulle armi, così come di boicottaggi, disinvestimenti e sanzioni, sono richieste di buon senso. Ma non sono una visione politica. La decolonizzazione lo è. È sia il percorso che la destinazione. Dobbiamo tutti orientare la nostra organizzazione di conseguenza.

Sta già accadendo. Una realtà diversa è già in costruzione da parte di un ampio, energico e fiducioso movimento di persone provenienti da tutto il mondo che sanno che l’unico futuro etico è una Palestina libera, liberata dal dominio coloniale. Il modo in cui ci arriviamo è attraverso un movimento di liberazione supportato a livello globale, ma in ultima analisi locale guidato dai palestinesi, un movimento la cui politica e tattica sono determinate dai palestinesi. Questa liberazione avverrà attraverso una diversità di tattiche, qualunque cosa sia richiesta in diverse situazioni, inclusa la resistenza armata, un diritto universalmente riconosciuto di qualsiasi popolo occupato.

La decolonizzazione inizia con l’ascolto e la risposta alle chiamate degli organizzatori palestinesi per sviluppare una coscienza e una pratica decolonizzante, per rimuovere le strutture materiali che sono state poste tra i palestinesi e la loro terra e per invertire la normalizzazione di queste barriere arbitrarie. La decolonizzazione della cittadinanza significa anche comprendere la connessione materiale tra il colonialismo dei coloni israeliani e altre forme di colonialismo in tutto il mondo. È ben noto che gli Stati Uniti forniscono armi e capitale politico infiniti al loro alleato coloniale; meno noto è che la concezione australiana di giurisprudenza anti-indigena è servita da modello legale per Israele. La lotta per una Palestina liberata è legata alla lotta dei movimenti Indigenous Land Back ovunque. La mia singola cittadinanza è solo un mattone in quel muro. Tuttavia, è un mattone. E deve essere fisicamente rimosso.

Coloro che occupano la mia posizione sono invitati a unirsi a una rete crescente e solidale di persone che stanno rinunciando alla loro cittadinanza come parte di una più ampia pratica di decolonizzazione. Coloro che non si trovano in quella posizione dovrebbero fare altri passi. Se vivi nella Palestina occupata, unisciti al movimento di resistenza alla leva e trasformalo in qualcosa di incisivo. Combatti per decolonizzare e rivoluzionare il movimento operaio e trasformarlo nella leva del potere anti-stato che dovrebbe essere. Unisciti alla resistenza guidata dai palestinesi. Se non puoi fare queste cose, vattene e resisti dall’estero. Fai passi concreti per smantellare questo edificio coloniale, per interrompere la narrazione che dice che questo è normale, che questo è il futuro. Questo non è il nostro futuro. La Palestina sarà liberata. Ma solo quando ci impegneremo, adesso, nelle pratiche di liberazione.


(Avi Steinberg sta attualmente lavorando a una biografia della scrittrice e organizzatrice radicale Grace Paley.

Traduzione di Grazia Parolari “Tutti gli esseri senzienti sono moralmente uguali” -Invictapalestina.org)

da qui

venerdì 26 settembre 2025

SU CÀRRIGU ‘E SA CUSSENZIA - Gian Luigi Deiana

(il peso della coscienza)

dedicherei queste righe agli studenti che in queste ore intraprendono un nuovo anno di scuola, ma in realtà le dedico a me stesso, per come mi sono trovato per anni a insegnare: per cercare di entrare, con una specie di dialogo virtuale immaginato in una classe, dentro il terribile frangente nel quale stiamo vivendo, e stiamo morendo; non sono sorpreso dalle varie raccomandazioni scolastiche, tese a evitare che nelle classi si parli di palestina: evitare i carichi di coscienza è sempre una soluzione; l’alternativa oggi presente, infatti, è la determinazione a entrare nell’abisso;

il carico di coscienza” è un’espressione idiomatica sarda; è un’espressione popolare, ma è densa di profondità filosofica; nel suo significato equivale al fondamentale concetto hegeliano della “coscienza infelice”; la “coscienza infelice” consiste nella consapevolezza del proprio limite, e quindi nel riconoscimento del proprio peccato; la coscienza infelice è l’autocoscienza che non evita il proprio abisso, e ne fa la via della propria redenzione; non sorprende che il grande hegel alludesse, con tale immagine, proprio a gesù di nazareth: la via, la verità, la vita, attraverso il calvario, la menzogna, e la morte;

scrollarsi di dosso il carico di coscienza, ovvero l’inquieta autocoscienza del proprio peccato, è comunque facile da farsi: è sufficiente rimuovere la propria colpa, e addossarne il prezzo su di altri; in filosofia si chiama “la cattiva coscienza”; essa comporta che “l’errore resti sempre dinanzi”, ma si rifiuta riconoscerlo come proprio; nella teoria freudiana si chiama “rimozione”; come è noto sigmund freud era un ebreo austriaco, e non è affatto un caso che il groviglio concettuale della autocoscienza infelice, della rimozione della colpa e della cattiva coscienza sia impregnato di ebraismo: si tratta di un contributo fondamentale alla filosofia, all’umanesimo e all’universalismo, per come questo è possibile nella condizione umana;

la prima volta che sentii l’espressione “cattiva coscienza” avevo quattordici anni; era il 1967, a giugno, e si stava combattendo in palestina la cosiddetta “guerra dei sei giorni”; il telegiornale era condotto da un valente gioŕnalista ebreo, arrigo levi; naturalmente la sua esposizione era molto filoisraeliana, ma il commento era affidato, sera per sera, a un intellettuale cattolico straordinariamente chiaro; si chiamava ettore masina e a me restò impressa, da allora, questa sua conclusione, resa la sera che il telegiornale comunicava la totale vittoria israeliana: “la palestina, oggi, è il luogo della cattiva coscienza del mondo”;

sono passati quasi sessant’anni da allora; ne sono passati quasi ottanta dalla proclamazione dello stato di israele; ne sono passati più di cento da quando la gran bretagna si dispose a favorire il processo di insediamento ebraico in palestina e quindi di progressiva eliminazione della presenza palestinese stessa; cento anni di “cattiva coscienza”;

nel frattempo l’europa ha visto l’olocausto; la germania, con complicità diffuse e con la fattiva collaborazione italiana, ne è stata la massima artefice: ebbene, cosa ne ha pagato la germania? e cosa ne ha pagato la varia rete che vi ha collaborato? e cosa ne ha pagato l’europa? niente: niente di niente, salvo monumentalizzare quanto resta dei lager; la “rimozione” della responsabilità, il lavorio verminoso della cattiva coscienza, è invece ricaduta sulla palestina;

l’esito antropologico di questa ignominia è stato ancora più perverso: ha liberato la società israeliana dall’inquetudine della “coscienza infelice”; si ripete di nuovo, nel segno di una teologia blasfema, l’orrida giustificazione del delitto di cui fu vittima gesù stesso: “se vi è colpa, ricada su di noi e sui nostri figli”;

quale padre può mai permettersi un giuramento simile? e i figli?

ora è ben chiaro che per il popolo palestinese è giunta l’ora della “soluzione finale”; niente fermerà la macchina dello sterminio; resta una sola via di salvezza: che i figli, i figli della società israeliana, ripudino i propri padri; la società israeliana, per risalire la china della propria degenerazione, necessita di una rivolta giovanile intensa quanto può esserlo, in senso antropologico, l’abisso del parricidio;

è al governo oggi, in israele, un partito che si fregia della denominazione “potere ebraico”; il programma politico di tale partito, che si avvale di una radicale teologia blasfema, si sta realizzando ora dopo ora nel genocidio di gaza;

“genocidio di gaza, genocidio, “: ciò avviene sotto gli occhi del mondo, e avviene nel segno del più nazionalistico e del più irrazionalistico e del più disumano dei programmi politici; cosa resta oggi della irrinunciabile lezione umanistica di sigmund freud, di albert einstein, di annah arendt, di theodor adorno, di erich fromm, di herbert marcuse? cosa resta oggi della necessità dell’universalismo, unica via di scampo per una umanità che resti degna di via, di verità e di vita?

restano i figli: che quanto prima possano sentirsi fratelli dei bambini e dei giovani di gaza.

da qui

domenica 7 luglio 2024

Le basi istituzionali di un panico morale - Donatella Della Porta

 

Note sulla repressione della solidarietà con la Palestina in Germania: come si costruisce il folk devil

Nell’aprile del 2024, la filosofa Nancy Fraser, lei stessa ebrea, ha visto il suo contratto per la cattedra Albertus Magnus rescisso unilateralmente dall’università di Colonia. Nella dichiarazione firmata dal rettore dell’università si legge che: «è con grande rammarico che la cattedra Albertus Magnus 2024 non sarà assegnata. Il motivo è la lettera pubblica ‘Filosofia per la Palestina’ del novembre 2023, firmata dalla professoressa di filosofia Nancy Fraser, invitata alla cattedra Albertus Magnus. In questa lettera si mette in discussione il diritto di Israele di esistere come ‘Stato etno-suprematista’ dalla sua fondazione nel 1948. Gli attacchi terroristici di Hamas contro Israele del 7 ottobre 2023 vengono elevati ad atto di resistenza legittima. I firmatari chiedono il boicottaggio accademico e culturale delle istituzioni israeliane». Dopo una serie di proteste da parte di professori e istituzioni accademiche, che tra l’altro hanno contestato l’interpretazione del contenuto della lettera pubblica come tendenziosa, l’università ha pubblicato un’appendice in cui si poneva l’accento sull’appello al boicottaggio, citando i numerosi legami con le istituzioni accademiche israeliane come componente centrale delle attività dell’università: «Quando si considera la questione, non si tratta di decidere se alla signora Fraser viene data o meno una piattaforma all’Università di Colonia. Si tratta piuttosto del fatto che la cattedra Albertus Magnus è un onore speciale conferito dall’intera università. Naturalmente è difficile conciliare questo con l’invito a boicottare le istituzioni partner israeliane contenuto nella dichiarazione “Filosofia per la Palestina”, quando noi dell’Università di Colonia abbiamo così tanti legami con istituzioni partner in Israele». Mentre la decisione di offrire la cattedra era stata presa nel 2022 e la lettera aperta era datata novembre 2023, la cancellazione è avvenuta poche settimane prima che la professoressa tenesse la sua lezione, quando il rettore era in visita in Israele.

Come ha controbattuto Nancy Fraser, nella sua intervista alla Frankfurter Rundschau, ricordando anche lo «scolasticidio» di Gaza con la distruzione della maggior parte degli edifici universitari e l’uccisione di un centinaio di professori universitari e di 9 rettori di università, «la gente in Germania si è abituata a una visione molto ristretta di cosa significhi la libertà di parola e in cosa consistano le libertà democratiche e politiche», mentre la visione degli ebrei «si restringe alla politica statale del governo israeliano attualmente al potere. “Maccartismo filosemita” è una buona definizione. Un modo per mettere a tacere le persone con il pretesto di difendere gli ebrei”.

Come ha notato l’autrice, nella loro identificazione degli ebrei con Israele, le istituzioni tedesche discriminano e addirittura prendono di mira gli ebrei che non si riconoscono in una definizione etno-nazionalistica dell’ebraismo: «è davvero importante che i tedeschi capiscano qualcosa della complessità e dell’ampiezza dell’ebraismo, della sua storia, della sua prospettiva. Stanno sostenendo un’idea di giuramento incondizionato di fedeltà a Israele come responsabilità dei tedeschi – un sostegno incondizionato allo Stato di Israele. Considerando ciò che attualmente Israele sta facendo, questo è un tradimento di quelli che definirei gli aspetti più importanti e pesanti dell’ebraismo come storia, prospettiva e corpo di pensiero. Mi riferisco all’ebraismo di Maimonide e di [Baruch] Spinoza, di Sigmund Freud, Heinrich Heine ed Ernst Bloch».

 

La lotta all’antisemitesimo nella narrazione tedesca

Questo è solo uno dei casi più recenti di campagne aggressive da parte di media e politici, che sfociano nella repressione contro artisti e intellettuali progressisti, per lo più provenienti dal Sud globale ma anche ebrei critici, accusati di violare la narrazione tedesca su quella che è stata definita una «guerra contro l’antisemitismo». Tra il 2021 e la fine del 2023, una Ong chiamata Diaspora Alliance ha raccolto informazioni su 59 cancellazioni di dibattiti, spettacoli, mostre o contratti a partire dal 2021 sulla base dell’accusa di antisemitismo, spesso legata alla critica a Israele. L’ultimo rapporto sullo Stato dei diritti umani nel mondo di Amnesty International, relativo all’anno 2023, afferma: «Dopo il 7 ottobre, sono state imposte diverse restrizioni alla libertà di espressione, in particolare contro coloro che esprimevano solidarietà con i palestinesi». «A maggio, le autorità dell’Assemblea di Berlino hanno imposto preventivamente divieti generalizzati alle proteste in solidarietà con i diritti dei palestinesi in occasione della Giornata della memoria della Nakba, in violazione del diritto di riunione pacifica. Le motivazioni dei divieti violavano anche il diritto alla non discriminazione, in quanto si basavano su stereotipi stigmatizzanti e razzisti delle persone percepite come arabe o musulmane. Inoltre, dopo il 7 ottobre, numerose proteste in solidarietà con i palestinesi sono state preventivamente vietate. I media hanno riferito di un uso non necessario ed eccessivo della forza da parte della polizia, di centinaia di arresti e di un aumento del profiling razziale di persone percepite come arabe o musulmane nel contesto di queste proteste». Il Centro europeo di sostegno legale (Elsc ha documentato 202 casi di repressione politica tra il 7 ottobre 2023 e il 31 gennaio 2024, con 68 minacce di azioni legali, nonché 57 casi di molestie, intimidazioni o violenze contro individui o gruppi che sostengono i diritti dei palestinesi; 39 casi si riferiscono al rifiuto di accedere o utilizzare luoghi specifici, mentre in 20 casi l’interferenza fisica da parte di individui o gruppi ha interrotto eventi legati alla Palestina.

Mentre la preoccupazione per le crescenti prove di antisemitismo è stata innescata principalmente dagli attacchi dell’estrema destra, questa ondata di repressione ha preso di mira soprattutto il cosiddetto «nuovo antisemitismo», che include la critica alle politiche dello Stato di Israele. In realtà, erano già emerse controversie, anche in ambito accademico, tra i sostenitori della concettualizzazione più classica dell’antisemitismo, che si riferisce alle reazioni negative nei confronti degli ebrei e dell’ebraismo, e le nuove nozioni che includono la critica a Israele e mancano invece del legame semantico con gli ebrei e l’ebraismo. Queste trasformazioni scoraggianti sono avvenute in un contesto caratterizzato dalla mobilitazione di gruppi filo-israeliani intorno a una nuova definizione del rapporto tra Israele e gli ebrei, incorporata in recenti modifiche legislative. In particolare, i «Principi fondamentali» che fanno da cornice alla legge sullo Stato-nazione approvata dalla Knesset nel 2018, hanno definito Israele come lo Stato-nazione degli ebrei attribuendo esclusivamente al popolo ebraico il diritto all’autodeterminazione nello Stato. La legge infatti così recitava: «La Terra d’Israele è la patria storica del Popolo ebraico, nella quale è stato fondato lo Stato d’Israele. Lo Stato di Israele è lo Stato nazionale del Popolo ebraico, nel quale esso realizza il suo diritto naturale, culturale, religioso e storico all’autodeterminazione. L’esercizio del diritto all’autodeterminazione nazionale nello Stato di Israele è unico per il Popolo ebraico». La stessa Legge fondamentale si è occupata anche delle competenze israeliane nei confronti degli ebrei non israeliani in quanto, all’art. 6, afferma che «Lo Stato agisce all’interno della diaspora per rafforzare l’affinità tra lo Stato e i membri del popolo ebraico» e «Lo Stato agisce per preservare il patrimonio culturale, storico e religioso del popolo ebraico tra gli ebrei della diaspora». Questa attribuzione unilaterale di rappresentanza entra in evidente tensione con le posizioni di quegli ebrei della diaspora che non si riconoscono nello Stato israeliano e sono sempre più bersagliati come «traditori» o addirittura «antisemiti» dalle istituzioni israeliane.

 

La memoria trasformata in struttura di potere

In Germania, la politicizzazione del dibattito sull’uso repressivo di una definizione specifica di antisemitismo era emersa qualche anno fa, in occasione del disinvito dell’influente teorico politico camerunense Achille Mbembe (che aveva già ricevuto in Germania diversi premi come il Geschwister-Scholl-Award nel 2015 e il Gerda-Henkel-Award e l’Ernst-Bloch-Award nel 2018) ad aprire la Ruhr-Triennale nel marzo 2020. La polemica è iniziata con una lettera aperta contro Mbembe scritta dal portavoce per la politica culturale del Partito Liberale Democratico (Fdp) Lorenz Deutsch, a cui si sono immediatamente uniti il commissario per l’antisemitismo Felix Klein, il Consiglio centrale degli ebrei in Germania e un redattore capo della Faz. Il dibattito accademico innescato dal caso di Mbembe si è concentrato sull’unicità storica della Shoah come unica, sull’attenzione esclusiva nei confronti dell’antisemitismo nella memoria collettiva dei crimini nazisti e, di conseguenza, della rimozione dei crimini razzisti perpetrati dai nazisti nei confronti di altre vittime ma anche più in generale dalla Germania e dall’Europa attraverso il colonialismo e il razzismo. Mentre la costruzione della cultura della memoria dell’Olocausto negli anni Novanta e nei primi anni Duemila si basava su questo presupposto di unicità, nella nuova controversia questa stessa concezione è stata messa in discussione dall’accresciuta centralità del colonialismo, della schiavitù e del razzismo anti-nero.

Come argomenterò in seguito, quella specifica codifica della memoria collettiva del passato nazista ha certamente giocato un ruolo nel momento in cui la lotta all’antisemitismo, inizialmente promossa dalla società civile progressista, si è trasformata nella costruzione di un apparato statale e di una struttura di potere ufficiale come strumento di razzializzazione e repressione. Ciò che il dibattito intorno all’accusa di antisemitismo nei confronti di Mbembe e di razzismo nei confronti dei suoi detrattori ha lasciato da parte sono stati tuttavia i meccanismi attraverso i quali questa concezione dell’antisemitismo viene attuata attraverso la repressione dei devianti e la criminalizzazione delle opinioni dissenzienti. Per colmare questa lacuna, i recenti sviluppi degli studi sui movimenti sociali possono offrire un’utile prospettiva grazie alla loro attenzione alle dinamiche relazionali dei conflitti politici, come campo dinamico in cui diversi attori intervengono, mobilitandosi su questioni conflittuali.

Il concetto di panico morale è stato usato per riferirsi a una paura diffusa e in una certa misura esagerata che qualche individuo o forza malvagia stia attaccando la cultura o il benessere di una società.

Nel suo Folk Devils and Moral Panics, Stanley Cohen ha osservato che il panico morale si scatena quando «una condizione, un episodio, una persona o un gruppo di persone emergono per essere definiti come una minaccia ai valori e agli interessi della società». Ciò implica di solito «esagerare la gravità, l’estensione, la tipicità e/o l’inevitabilità del danno». In questo processo, i folk devils vengono stigmatizzati come devianti, considerati come estranei rispetto ai valori sociali tradizionali e costituenti una minaccia nei confronti di tali valori, essendo responsabili di quello che finisce per essere definito come un problema sociale. Gli imprenditori morali – dai giornalisti ai politici, dagli opinionisti ai legislatori – innescano e guidano il sentimento di panico, con le potenziali conseguenze di consentire nuove leggi che aumentano il controllo sulla società stessa. Tempi difficili possono essere particolarmente inclini al panico morale, che può essere usato per punire chi espone, protesta e dissente, stigmatizzandolo come un folk devil che sfida il consenso sociale e politico di base.

 

Il panico morale in Germania

La mia ricerca si basa su un’analisi empirica approfondita di casi di panico morale caratterizzati da accuse di antisemitismo contro intellettuali progressisti e antirazzisti in Germania. Al fine di individuare le dinamiche del panico morale, ho analizzato in profondità sette casi incentrati su campagne che hanno riguardato: a) le dimissioni anticipate di Peter Schaefer dalla carica di direttore della Fondazione del Juedische Historical Museum di Berlino nel giugno 2019; b) il disinvito del teorico politico camerunense Achille Mbembe dalla Ruhr-Triennale nel marzo 2020; c) le dimissioni dell’artista Ranjit Hoskote dal comitato di selezione (Findungskommission) del festival artistico Documenta nel novembre 2023: d) il ritiro della cerimonia di conferimento del premio Hannah Arendt per il pensiero politico, assegnato dalla Fondazione Heinrich Böll, affiliata ai Verdi, alla giornalista Masha Gessen nel dicembre 2023; e) il licenziamento dell’antropologo Ghassan Hage dal suo contratto di visiting scholar presso l’Istituto Max Planck per l’antropologia sociale di Halle nel febbraio 2024; f) gli attacchi al regista Basel Adra e al giornalista israeliano Yuval Abraham dopo le loro dichiarazioni alla cerimonia di premiazione del festival cinematografico della Berlinale nel febbraio 2024; g) il licenziamento della filosofa Nancy Fraser dalla cattedra Albertus Magnus dell’Università di Colonia nell’aprile 2024. Per tutti questi casi, la mia ricerca si basa sull’analisi dei materiali relativi alle pagine web delle istituzioni coinvolte e su una ricerca sui mass media in tedesco e in inglese.

La Germania è considerata un caso particolare per l’intensità e la portata della lotta all’antisemitismo, anche per quanto riguarda il «nuovo antisemitismo». Concentrarsi su questo caso offre quindi la possibilità di osservare i meccanismi coinvolti nella politica conflittuale dell’antisemitismo attraverso una sorta di lente d’ingrandimento. Saranno ovviamente necessarie ulteriori ricerche comparative per verificare l’equilibrio tra analogie e differenze in altri paesi.

La dinamica del panico morale può essere individuata in diversi casi recenti di campagne che utilizzano l’accusa di antisemitismo e che hanno come bersaglio intellettuali progressisti, spesso cittadini non tedeschi o tedeschi con background migratorio. Nei casi che ho analizzato, si tratta di promotori di spicco di visioni antirazziste, accusati all’interno della narrazione di un «nuovo antisemitismo». In tutti i casi, i tentativi di creare panico morale hanno seguito una sequenza simile a quella già abbozzata per il licenziamento della teorica politica Nancy Fraser da parte dell’Università di Colonia:

1.      Gli imprenditori del panico morale: giornalisti, politici di vari partiti, l’ente amministrativo specializzato in antisemitismo, istituzioni culturali e accademiche, gruppi di pressione come i rappresentanti ufficiali della comunità ebraica e rappresentanti israeliani.

2.      folk devil: intellettuali progressisti stranieri che erano stati critici nei confronti delle politiche israeliane ma anche contro il razzismo, e non avevano mai pronunciato parole di odio contro gli ebrei, in alcuni casi essendo essi stessi ebrei.

3.      Il disciplinamento: campagne di caccia alle streghe con ritiro di premi, cerimonia di conferimento, nomine e contratti.

Un elemento importante nell’uso dell’accusa di antisemitismo come strumento di repressione di studiosi e artisti progressisti è l’istituzionalizzazione di una specifica concezione di antisemitismo. Masha Gessen, nell’articolo del New Yorker che è stato stigmatizzato dagli imprenditori del panico morale (2023) così ricostruisce questo processo di burocratizzazione: «a un certo punto, lo sforzo ha cominciato a sembrare statico, messo sotto una teca, come se si trattasse di uno sforzo non solo per ricordare la storia, ma anche per assicurare che solo questa particolare storia sia ricordata e solo in questo modo». I casi di panico morale che ho analizzato sono infatti inseriti in un contesto istituzionale caratterizzato dalla burocratizzazione delle politiche contro l’antisemitismo. I passi principali che ho individuato in questo processo sono: a) l’adozione di una definizione altamente contestata di antisemitismo che include la critica a Israele; b) la definizione del boicottaggio non violento dei prodotti israeliani da parte della campagna Bds come antisemitismo; c) la creazione di un organismo burocratico dedicato alla lotta contro l’antisemitismo, separato da altri già esistenti che prendevano di mira l’antisemitismo insieme al razzismo e alla discriminazione in generale.

 

La definizione di antisemitismo comprende anche le critiche a Israele

Nei casi analizzati di panico morale, una delle principali accuse mobilitate contro gli intellettuali coinvolti è stata quella di «antisemitismo legato a Israele». Un pilastro dell’approccio tedesco alla lotta contro il cosiddetto «nuovo antisemitismo» è l’adozione della definizione proposta nel 2016 dall’International Holocaust Remembrance Alliance (Ihra). Legalmente non vincolante, essa afferma che «l’antisemitismo è una certa percezione degli ebrei, che può essere espressa come odio verso gli ebrei. Le manifestazioni retoriche e fisiche dell’antisemitismo sono dirette verso individui ebrei o non ebrei e/o verso le loro proprietà, verso le istituzioni delle comunità ebraiche e gli edifici religiosi». In particolare, rompendo con la principale definizione accademica e legale che definiva l’antisemitismo in relazione al popolo ebraico, il documento introduceva riferimenti a Israele come: «Le manifestazioni possono includere la presa di mira dello Stato di Israele, concepito come collettività ebraica. Tuttavia, critiche a Israele simili a quelle rivolte a qualsiasi altro paese non possono essere considerate antisemite». Questa definizione di base è stata accompagnata da esempi, tra cui «negare al popolo ebraico il diritto all’autodeterminazione, ad esempio sostenendo che l’esistenza di uno Stato di Israele è un’impresa razzista»; «paragonare la politica israeliana contemporanea a quella dei nazisti»; o «ritenere gli ebrei collettivamente responsabili delle azioni dello Stato di Israele».

La definizione dell’Ihra è stata fin dall’inizio molto contestata nella sua forma e nel suo contenuto. La prima parte generale della definizione è stata criticata in quanto imprecisa e selettiva. Inoltre, gli esempi forniti sono stati criticati per la mancanza di chiarezza sulle condizioni in cui le critiche a Israele devono essere considerate antisemite e quando no, estendendone arbitrariamente l’uso per limitare le critiche alle politiche israeliane. Uno sviluppo correlato è stato infatti la tendenza generale a considerare antisemita non solo il negazionismo dell’Olocausto, ma anche qualsiasi paragone dei concetti legati all’Olocausto con altri casi, così come la menzione di ghetti, apartheid o genocidio in relazione alle politiche del governo israeliano.

La definizione dell’Ihra è stata adottata in Germania nella formazione scolastica e giuridica, nonché nella formazione degli agenti di polizia. Nel novembre 2019, poco dopo l’attacco alla sinagoga di Halle, la Conferenza dei rettori tedeschi ha reso la definizione di antisemitismo una linea guida vincolante per le università. Inoltre, la definizione adottata includeva la disposizione secondo cui «le manifestazioni di antisemitismo possono essere rivolte anche contro lo Stato di Israele, che viene così inteso come collettività ebraica», eliminando la clausola di limitazione che affermava che «Tuttavia, le critiche a Israele simili a quelle rivolte a qualsiasi altro paese non possono essere considerate antisemite».

Contestando la definizione dell’Ihra, nel 2020 un gruppo di 220 studiosi dell’Olocausto e dell’antisemitismo ha firmato una Dichiarazione di Gerusalemme che, nel tentativo di distinguerlo dalla critica a Israele, definisce l’antisemitismo come «la discriminazione, il pregiudizio, l’ostilità o la violenza contro gli ebrei in quanto ebrei (o contro le istituzioni ebraiche in quanto ebree)». Come hanno notato, «poiché la definizione dell’Ihra non è chiara in alcuni aspetti chiave ed è ampiamente aperta a diverse interpretazioni, ha causato confusione e generato controversie, indebolendo così la lotta all’antisemitismo”. Nonostante il coinvolgimento di studiosi di molte istituzioni prestigiose, la definizione di Gerusalemme non è mai stata presa in seria considerazione a livello istituzionale, mentre gruppi di pressione e politici hanno promosso la definizione di antisemitismo strategicamente legata a Israele.

 

L’istituzione del Commissario per la lotta all’antisemitismo

I casi di panico morale che ho studiato hanno visto il coinvolgimento, come imprenditori del panico morale, di specifici organismi burocratici incaricati di combattere l’antisemitismo. La definizione dell’Ihra è stata adottata in 25 Stati membri dell’Ue e negli Stati uniti, e in Germania le risorse pubbliche sono state investite specificamente nella creazione di una burocrazia dedicata alla lotta all’antisemitismo in un modo che l’ha separata dalla lotta al razzismo e alla discriminazione in generale. Nel 2018, una risoluzione del governo tedesco, sottolineando il crescente antisemitismo alimentato dagli eventi in Medio Oriente, ha chiesto la nomina di un commissario per l’antisemitismo per coordinare le attività tra i diversi ministeri nazionali e gli Stati federali. È stato anche menzionato il rafforzamento legale della capacità di espellere gli stranieri sulla base di accuse di antisemitismo. Il Parlamento federale ha poi approvato l’istituzione della carica di Commissario del Governo federale per la vita ebraica in Germania e la lotta all’antisemitismo, con sede presso il Ministero federale degli Interni e della Comunità. Al Commissario è stato assegnato il compito di «coordinare le misure pertinenti adottate da tutti i ministeri federali. Egli fungerà inoltre da referente per i gruppi e le organizzazioni ebraiche e da collegamento per le misure federali, statali e della società civile volte a combattere l’antisemitismo. Il commissario coordinerà anche una commissione permanente congiunta federale e degli Stati composta da rappresentanti degli enti responsabili e fornirà informazioni al pubblico, nonché educazione civica e culturale per aumentare la consapevolezza dell’opinione pubblica sulle forme attuali e passate di antisemitismo».

Dati i limiti poco chiari delle competenze di questo nuovo organismo rispetto a quelle di altri già esistenti, attivi contro il razzismo e altre forme di discriminazione, nonché della polizia e della magistratura, tale decisione ha innescato la costruzione di quella che Masha Gessen ha definito «una vasta burocrazia che comprende commissari a livello statale e locale, alcuni dei quali lavorano negli uffici delle procure o nei distretti di polizia […] Non hanno un’unica descrizione delle mansioni o un quadro giuridico per il loro lavoro, ma gran parte di esso sembra consistere nel mettere pubblicamente alla gogna coloro che considerano antisemiti, spesso per aver “de-singolarizzato l’Olocausto” o per aver criticato Israele. Quasi nessuno di questi commissari è ebreo. Anzi, la percentuale di ebrei tra i loro bersagli è certamente più alta».

La vaghezza delle competenze dei commissari, i criteri poco chiari per la loro selezione e la tendenza ad ampliare il loro raggio di azione discrezionale sono stati spesso citati in relazione ai casi di panico morale analizzati, ma anche più in generale come causa di una moltiplicazione di norme semi-legali. Per fare un esempio, dopo gli attentati di Hamas, il Commissario del Governo Federale per la Vita Ebraica in Germania e la Lotta all’Antisemitismo, ha messo in guardia da un «odio antisemita e anti-Israele» legato allo slogan «From the river to the sea, Palestine shall be free», che a suo avviso «nega il diritto di Israele a esistere». La conseguenza è stata che questo slogan «è ora legalmente vietato in Germania e soggetto a procedimento penale per “incitamento all’odio”, anche se si presume che coloro che invocano lo statuto del Likud non riceveranno un procedimento simile».

La composizione degli uffici dei vari commissari per la vita ebraica e la lotta all’antisemitismo, con scarse conoscenze effettive sull’ebraismo e sulla questione ebraica, ha aumentato l’influenza dell’ambasciata israeliana e del Consiglio centrale per gli ebrei in Germania. Come ha osservato Susan Neiman, direttrice del Centro Einstein di Potsdam e lei stessa ebrea, «nessuno dei commissari è cresciuto come ebreo, anche se uno si è convertito subito dopo la sua nomina; la maggior parte di loro ha una scarsa comprensione della complessità o della tradizione ebraica […] Per compensare la loro scarsa familiarità, i commissari si affidano a due fonti di informazione su ebrei, israeliani e palestinesi: l’ambasciata israeliana e il Consiglio centrale per gli ebrei in Germania, una delle organizzazioni ebraiche più di destra al mondo». Anche le organizzazioni finanziate dal Commissario per la Vita Ebraica e la Lotta all’Antisemitismo sono state accusate di promuovere campagne contro attivisti e gruppi che si mobilitano in solidarietà con la Palestina.

 

La (semi)criminalizzazione della campagna Bds

In molti dei casi di panico morale analizzati, l’accusa principale era legata alla firma di petizioni o altre iniziative di organizzazioni che facevano parte del movimento non violento Boycott, Disinvestment and Sanctions (Bds), che è una rete di organizzazioni diverse. Un ulteriore pilastro nell’uso di procedure non legalmente vincolanti è infatti legato a una mozione congiunta approvata dal Bundestag (il parlamento federale) che raccomandava di negare i finanziamenti statali a eventi e istituzioni collegate alla campagna Bds, definita come organizzazione antisemita.

Nella sessione del Parlamento federale, tenutasi il 17 maggio 2019, l’estrema destra Alternative fuer Deutschland (AfD) – che, come altri partiti di estrema destra, si è convertita a forti posizioni filo-israeliane – nella sua mozione, respinta, aveva affermato che il movimento Bds, «ha le sue origini nelle iniziative antisemite e antisioniste di gruppi arabi che erano già attivi molto prima della fondazione dello Stato di Israele e che erano in stretto e amichevole contatto con il governo nazionalsocialista della Germania tra il 1933 e il 1945». Seguendo presupposti simili, la mozione approvata, sostenuta da Cdu/Csu, Spd, Fdp e da ampi settori di Alleanza 90/Verdi, sosteneva che, poiché l’appello al boicottaggio «porta a marchiare i cittadini israeliani di fede ebraica nel loro complesso», era quindi da considerarsi «inaccettabile». Il comunicato stampa del Parlamento federale tedesco riportava che «Il Bundestag si oppone quindi risolutamente a qualsiasi forma di antisemitismo non appena emerga e condanna la campagna Bds e l’appello al boicottaggio. Inoltre, nessuna organizzazione che metta in discussione il diritto all’esistenza di Israele dovrebbe ricevere un sostegno finanziario. I progetti che invitano al boicottaggio o sostengono il movimento Bds non dovrebbero ricevere alcun sostegno finanziario».

Non essendo giuridicamente vincolante, la dichiarazione del Bds come antisemita non è passata al vaglio della Corte costituzionale. Mentre i tribunali amministrativi hanno spesso accolto i reclami contro il ritiro di risorse pubbliche per eventi con la partecipazione di sostenitori della campagna Bds la mozione è stata utilizzata per delegittimare e disciplinare singoli e gruppi, tra cui molti ebrei (che sono molto presenti all’interno della campagna). Infatti, l’adozione di tale dichiarazione ha penalizzato molti individui e gruppi che fanno parte di reti più ampie a cui appartengono anche la campagna Bds.

Come per la dichiarazione su Bds, la Nationale Strategie gegen Antisemitismus und fuer Juedisches Leben (Nasas), approvata dal governo tedesco nel 2022, stabilisce che «Anche l’antisemitismo deve essere ostracizzato, se si esprime in atti non punibili penalmente». Senza ulteriori specificazioni, il documento conferma che «il sostegno finanziario alle organizzazioni che mettono in discussione il diritto all’esistenza di Israele è escluso, così come il finanziamento di progetti che invitano al boicottaggio di Israele o sostengono attivamente il movimento Bds». Viene citato il concetto di wehrhafte Demokratie, ovvero una democrazia in grado di difendersi da sola: «Tutte le forme di discriminazione antisemita e la diffusione dell’odio verso gli ebrei devono essere affrontate con coerenza. Una democrazia difensiva non deve fornire mezzi o spazi per questo».

 

La retorica da scontro di civiltà

In sintesi, sia la criminalizzazione della campagna Bds che l’adozione della definizione di antisemitismo dell’Ihra, così come alcune delle attività del Commissario per la Vita Ebraica in Germania e della Lotta all’Antisemitismo, fanno parte di una tendenza alla giuridificazione, come tendenza a estendere la regolamentazione legale a un numero sempre maggiore di aspetti della vita, ma anche a farlo su basi semi-legali. La mancanza di una codificazione in leggi di pratiche di dubbia costituzionalità mette a dura prova la capacità delle vittime di chiedere un risarcimento giudiziario. In realtà, essi forniscono le basi istituzionali per l’uso del panico morale come meccanismo di repressione attraverso la stigmatizzazione e il silenziamento dell’opposizione politica alla politica israeliana e, più in generale, alla diffusione di una retorica da scontro di civiltà.

Seguendo la concettualizzazione del panico morale, l’affermazione, empiricamente non supportata, di un crescente antisemitismo negli ambienti di sinistra è stata mobilitata dai mass media e dai gruppi di interesse pro-Israele e poi seguita dai politici di tutti i principali partiti (compreso quello di estrema destra). Ciò ha comportato la cancellazione delle posizioni antirazziste di individui che, oltre ad aver lavorato contro il razzismo, avevano spesso una storia familiare di vittime dell’olocausto.

L’analisi di alcuni di questi episodi permette di approfondire le basi istituzionali del panico morale. La mia ricerca sul panico morale ha individuato alcune condizioni di portata generale in una società a rischio in cui la paura e il risentimento sono diffusi dall’insicurezza. Ha anche evidenziato il loro sviluppo contingente in tempi di cambiamenti rapidi e sconvolgenti. Queste spiegazioni generali possono effettivamente aiutare a comprendere la diffusione di un panico morale che si basa su una definizione altamente contestata di antisemitismo in un momento in cui molteplici crisi (da quella sanitaria a quella economica, da quella bellica a quella climatica) interagiscono, alimentando insoddisfazione e sfiducia.

Questo articolo indica anche alcuni elementi contestuali che aiutano a spiegare il focus specifico del panico morale come mirato contro gli intellettuali antisionisti e antirazzisti che si collocano a sinistra. A tal fine, suggerisco che il concetto di panico morale debba essere collegato ad altri concetti.

Innanzitutto, gli imprenditori del panico morale operano in un contesto istituzionale che hanno contribuito a costruire. In particolare, la burocratizzazione della narrazione dell’antisemitismo in Germania si è basata sulla costruzione di un ramo specifico dell’amministrazione, dotato di risorse materiali rilevanti ma con un campo d’azione vago, che lotta per espandere il proprio potere e le proprie competenze. Man mano che la lotta contro l’antisemitismo si è separata dalla lotta contro la discriminazione e il razzismo, la sua definizione amministrativa è stata incorporata in decisioni su basi giuridicamente incerte, come l’adozione della definizione di antisemitismo dell’Ihra, considerata vaga e aperta a usi discriminatori da alcuni esperti, e l’assimilazione della campagna Bds, che promuove il boicottaggio non violento delle merci israeliane, all’antisemitismo. Queste decisioni hanno aperto la strada a pratiche amministrative che convergono non solo sul divieto di simboli palestinesi, di rivendicazioni di libertà e persino di espressione di solidarietà con le vittime civili di Gaza, ma anche sul ritiro di fondi ad associazioni e individui che sono stati definiti (senza un giusto processo) come vicini alla campagna Bds o, ancora più vagamente, come odiatori di Israele. In questo modo, le libertà di parola, di espressione e di protesta sono state di fatto subordinate a un processo di etichettatura in cui comportamenti perfettamente legali sono stati stigmatizzati sulla base dell’attribuzione arbitraria di motivazioni antisemite da parte degli imprenditori del panico morale.

La selettività delle politiche contro l’anti-antisemitismo rischia in particolare di alienare due gruppi della popolazione. Da un lato, c’è il gran numero di musulmani, arabi o migranti tout court, che vengono usati come capri espiatori e razzializzati all’interno di una narrazione di scontro di civiltà. Dall’altro lato, c’è il numero crescente di ebrei che non si identificano con Israele, non appoggiano il Consiglio ebraico (che si dice rappresenti solo circa la metà degli ebrei che vivono in Germania) e sono colpiti da quelle che alcuni di loro definiscono forme istituzionali di antisemitismo. Più in generale, riduce la qualità della democrazia sia attraverso la diffusione di una regolamentazione semi-legale da parte di organismi semi-responsabili, sia attraverso la riduzione dello spazio per la libertà di espressione, comprese le libertà accademiche e artistiche.

da qui