Laila, dopo essere stata venduta, è una bambina che cresce in un bordello, in Marocco, curata e vezzeggiata da tutte.
il libro racconta le peripezie di Leila, che va in Francia e diventa sempre più forte e determinata, vivendo con gli ultimi della terra, ma anche con qualche brava francese.
Laila è davvero indimenticabile, riesce a stare a galla in un mondo difficile, contro tutto e tutti quelli che le vogliono far male.
un libro appassionante, da non perdere.
Laila non ricorda nulla del proprio passato se non la strada
coperta di polvere dove è stata rapita ancora bambina, per poi essere venduta
in una città del Nordafrica. Il suo nome, "notte", le è stato dato da
Lalla Asma, l'anziana ebrea che l'ha comprata, accolta e cresciuta con affetto.
La morte della donna la getta in un mondo pericoloso e affascinante: adottata
da un gruppo di prostitute che la trattano come una sorella minore, Laila
inizia una vita randagia tra i vicoli e i mercati della città. Il vagabondaggio,
poi, si estende a orizzonti più ampi e la ragazza del deserto, imbarcatasi con
altri clandestini, varca il mare e raggiunge una Francia ricca di promesse. A
Parigi Laila conosce la durezza di una società intollerante ma anche le
seduzioni della metropoli, l'amore, l'amicizia e la solidarietà degli
immigrati. E proprio nella povertà delle periferie riscopre la ricchezza delle
sue radici. Le Clézio ha disegnato in queste pagine il ritratto di un'eroina
forte e indipendente, pronta a lottare per conquistare il proprio destino, ma
anche capace di lasciarsi sedurre dalla poesia, dalla sensualità, dalla
bellezza della vita in tutti i suoi aspetti.
Libro molto bello e di piacevole lettura, che definirei un
originale romanzo di formazione. Accompagniamo una ragazza araba dal carattere
spiccatamente libero, attraveso ambienti di vario genere, per lo piu' assai
difficili, del Nord Africa e della Francia moderni. Li vediamo attraverso il
suo sguardo sensibile e ricettivo, ma anche distaccato, in un crescendo di
drammaticita'. Nonostante la sua commovente drammaticita', l'ho trovata una
lettura rivitalizzante.
Ecco uno splendido romanzo (almeno per me). Scritto molto
bene e tradotto egregiamente non è mai banale né tantomeno pretenzioso. La
storia si evolve in modo credibile e risulta accativante anche nelle parti più
riflessive.
a Marsiglia ancora parte qualche nave verso le Americhe, per molti sopravvissuti al nazismo e alla burocrazia è l'occasione di fuggire da un'Europa minacciosa, piena di morte e di assassini.
il romanzo è una cronaca delle paure, dell'ansia, delle fughe tentate, degli incontri mancati, dei soldi che finiscono, dei documenti che mancano o scadono.
ancora oggi un libro così è attualità per le migliaia di profughi che vogliono arrivare in Europa, quella fortezza che non permette l'arrivo e il passaggio di quei profughi che spesso ha creato.
in Turchia, nei Balcani, in Libia, in Tunisia aspettano qualche biglietto, su qualche imbarcazione della morte o della salvezza, una lotteria che l'Europa sostiene e incentiva.
il romanzo non fa sconti a nessuno, non ci sono bugie, il tempo che con la sua falce non perdona.
cercatelo e soffritene tutti.
ps: qualche anno prima Emmanuel Bove aveva scritto un (grande) romanzo La trappola, si raccontavano situazioni simili.
…La autora escribió esta novela cuando
vivía la misma situación de refugiada que su innominado protagonista. Los
hechos que nos narra: la dificultad en conseguir los papeles y permisos
necesarios para poder embarcar y llegar a un destino seguro, son las mismas
complicaciones que tanto ella como millones de ciudadanos, que perdieron
precisamente esta condición, tuvieron que sortear para poder huir de un país
que no los quería dentro de sus fronteras, pero que a su vez no hacía más que
ponerles trabas para que no pudieran realizar lo que se les exigía. Personas
que se aventuraban a un futuro incierto, tratando de escapar de un presente más
incierto aún. Ciudades que no son un destino, como sentencia uno de sus
personajes: «[…] hijo mío, porque todos los países temen que en lugar de pasar,
queramos quedarnos. Un tránsito… es permiso para atravesar un país cuando está
claro que no se quiere permanecer en él.[…]»
Con un estilo
preciosista cargado de prosa poética, seguiremos las tribulaciones de nuestro
reflexivo protagonista. Un pobre hombre que es la excepción al resto, puesto
que él se contenta con sobrellevar la situación en esta ciudad, no necesita
huir; no cree que la solución esté en cambiar su incertidumbre por otra. Anna consigue
transmitir, con sus escasos diálogos y narración en primera persona, esa
sensación de soledad que siente aquel que ya no pertenece a ningún lugar.
Conoceremos a multitud de personajes y sus motivaciones para abandonar un
continente que estalla en llamas. Sus distintas condiciones particulares que
convergen en un mismo propósito.
Leyendo esta
novela ha acudido a mi mente en varias ocasiones aquella obra imprescindible de
Vasili Grossman, «Vida y destino». No solo por la similitud de estilos, también
por las conmovedoras historias que, me consta, se apoyan más en la realidad que
en la inventiva de sus creadores. Personas ajenas a la política y asuntos más
grandes que ellos, que pagan las consecuencias sin haber adquirido esas deudas.
Pero que aquí son el telón de fondo, donde el hilo central es la historia de
este alemán que por —al menos al principio— su desmedido deber moral, se carga
con la obligación de dejar resueltos los asuntos de un muerto, al que ni tan
siquiera conoció. Pero que al final es el amor el detonante que lo impulsa a
dejarse llevar por las circunstancias.
Literatura con
mayúsculas. Obra indispensable que hay que leer más de una vez en la vida. En
ella aparece todo lo que nos hace humanos.
Il desiderio, la necessità di fuga dall'Europa nella Francia
occupata dall'esercito nazista. Tanti i profughi che devono superare
l'intricata , frustrante e incomprensibile rete della burocrazia
nell"attesa di permessi, visti, disponibilità di mezzi. La voce narrante è
quella di un giovane tedesco, fuggito da un campo di concentramento, che
intreccia la sua storia personale con la tragedia di un'epoca e di un
continente. Da leggere per capire il nostro passato e il nostro presente
L’Io narrante è un tedesco fuggito da un campo di
concentramento nazista, che ha attraversato il Reno a nuoto e, dopo numerose
peripezie, si è arenato a Marsiglia. Siamo nell’inverno 1940-1941, la Francia è
stata occupata dalle truppe di Hitler, che la controllano saldamente al Nord, lasciando
gradi di libertà a Sud. A Marsiglia si è radunata una folla di fuggiaschi, che
assomiglia a una ”processione di anime morte”. Si muove incessantemente tra
diversi consolati (soprattutto del Messico, ma anche del Brasile e infine USA)
sognando un foglio di via e/o un permesso di soggiorno nella nuova patria cui
saranno destinati (sempre che riescano a raggiungerla). L’intero romanzo è
strutturato come un girone del Purgatorio di Dante, con questa grade turba di
sfollati che si muove in tondo alla ricerca di una via d’uscita, senza però mai
riuscire o a salire in Paradiso, o scendere all’inferno. Infatti il romanzo si
apre (e si chiude) con l’affondamento del piroscafo Montréal, che era rimasta
l’ultima via di fuga di un gran numero di profughi. Li vediamo ogni dì percorre
a vuoto, avanti e indietro, la lunga via del mare, la Canebière e poi sostare
nei diversi caffè lungomare (il Mont Ventoux, così caro al Petrarca, il
Saint-Ferréol e Aux Brûleurs des Loups). Con “un solo desiderio, imbarcarsi, e
un solo timore, dover restare”. Il romanzo riflette l’esperienza di profuga
della stessa Seghers bloccata a Marsiglia coi due figli, in attesa della
liberazione del marito, internato a Le Vernet, il lager per gli emigrati di
sinistra e i combattenti della guerra civile spagnola. Pur rendendo onore al
merito alla Seghers per le traversie patite e per lo sforzo profuso nel
racconto, il romanzo non riesce a decollare. E’ piuttosto sbiadito e ripetitivo
e chiuso in se stesso, senza un aggancio agli eventi bellici terribili che si
svolgevano in quel periodo. La devastante guerra nazista resta sullo sfondo,
quasi in sordina, dimenticando che l’intera Europa era un campo di
concentramento.
grazie alla segnalazione di Alberto Prunetti ho letto il libro di Joseph Ponthus, tutto in un giorno.
Baptiste Cornet (è il vero nome di Joseph Ponthus) si sposta in Bretagna, a Lorient, con la moglie Krystel, ma il lavoro latita, non può fare l'educatore, il mestiere che sa fare bene, e gli tocca, via agenzia interinale, fare dei lavori al fondo della scala sociale (industria che tratta pesci e crostacei, un'altra che produce tofu, e il mattatoio, non in ufficio, ma sempre alla linea di produzione).
la vita con la compagna ricorda esattamente quella dei due sposi di Italo Calvino.
Baptiste/Joseph purtroppo è morto, a 42 anni, lascia un libro straordinario, scritto in modo originale, in una prosa poetica, e dentro cì sono il duro e alienante (spesso di notte) lavoro, i sogni, l'amore, i suoi amati scrittori e cantanti, più vivi che mai, la solidarietà dei compagni di lavoro, per non parlare del cane, che lo aspetta sempre, devono fare la passeggiata.
vogliatevi bene, cercate il libro di Joseph Ponthus, aveva ragione Alberto Prunetti, è un grande esempio di letteratura working class, ma anche di letteratura senza aggettivi.
…Quando
lo conosco io, è perché ci hanno messo allo stesso tavolo nel festival
letterario Lettres du Monde di Bordeaux, nel novembre del 2019. Città
bellissima, molto altoborghese, con un passato di ombre schiaviste, di teatri e
grand hotel. Come quello che ci ospita e dove io, col mio passo da contadino
rigovernato, entro in piena sindrome dell’impostore. So che mi aspetta un
incontro con gli organizzatori e con questo scrittore che tutti i librai di
Francia mi dicono che devo leggere. Entro nell’atrio del grand hotel come un
cane in chiesa, vedo da lontano un tipo enorme, alto, con barba bionda,
occhiali, pipa e cappello, che si sbraccia e mi fa segno. Poi inizia a cantare,
ad alta voce in italiano: «Triste triste, troppo triste, questa sera, eterna
sera». È una canzone di Ciampi. E ancora: «Alberto, Forza Livorno! Maremma
maiala!». I bravi clienti del grand hotel sono allibiti.
Come potrete immaginare, siamo andati avanti un giorno e
una notte a mangiare, bere, fumare, parlare di moschettieri e del conte di
Montecristo, di Dumas e Stevenson, dei pirati dell’isola del tesoro e
dell’abate Faria, di Bretagna amara e Maremma maiala, di Charles Trenet e Piero
Ciampi, di Guy Debord e Pietro Gori, del nostro comune amico Serge Quadruppani
(sarà lui, commosso, a darmi qualche ora fa la notizia della sua scomparsa)
fino praticamente all’alba, quando ci siamo presentati in condizioni ignobili
alle porte del grand hotel. Notevole il nostro appetito: di fronte a un menù di
cui non capivo nulla, puntellato da prestigiosi vini Bordeaux, Joseph mi
consigliava di mangiare e bere tutto… «perché chissà cosa succede domani,
Alberto, io sarò tornato a squartare animali in fabbrica e tu a pulire i cessi
a Bristol. E addio letteratura e banchetti sontuosi. Sicché mangia!».
La letteratura è rimasta, forse per sempre, ma Joseph dal
banchetto della vita se n’è andato troppo presto, a 42 anni, con un solo libro
di narrativa pubblicato, che vale come un capolavoro. La sua esistenza è stata
breve, ma il suo tempo non è stato perduto, come in À la ligne si
diverte a dire sfrontatamente a Monsieur Proust: «Cher Marcel, ho trovato
quel che tu cercavi. Vieni in fabbrica. Te lo mostrerò io, il tempo
perduto».
…Presentato come “romanzo” in quarta di
copertina, À la ligne è in realtà una sorta di prosimetro in
versi liberi scritto da un autore che viene facile identificare con il suo
protagonista, operaio interinale spedito senza alcuna preparazione prima in uno
stabilimento bretone in cui si lavorano pesci e crostacei poi in un mattatoio…
…Attendendo
con fiducia la versione italiana, anche nella nostra lingua non sarà semplice
conservare la ritmica di un’opera totalmente priva di punteggiatura ma non di
ritmo perché costruita su di un principio di “armonia imitativa” (in senso
lato) con la cadenza dei pensieri in fabbrica del narratore, che si oppone a
quella del lavoro. È bene avere chiara questa distinzione: la prosa poetica di
Ponthus non mima la ripetitività martellante della catena industriale ma
riproduce il modo in cui i pensieri al lavoro si dimenano cercando di
sfuggirlo, di meglio sopportare il tempo che manca alla fine del turno. Tale dispositivo
salvifico è messo in pratica, da un lato, inventando mantra e nonsense come il
memorabile “égoutter du tofu” (sgocciolare il tofu) che accompagnò l’autore per
un’intera notte di lavoro alienante e scrivendo a mente quelli che saranno
prima dei brevi testi pubblicati su Facebook e poi il libro. Dall’altro, per
fare un esempio, con un meccanismo simile a quello raccontato da Aldo Braibanti
nella sua Lettera al compagno Gianfranco caduto nella lotta
clandestina (1945) quando ricordava che, dopo le torture subite in
quanto partigiano dalla famigerata banda Koch-Carità, si ripeteva versi di
Baudelaire: “il ritmo mi leniva la carne e mi staccava dai miei persecutori”.
Così fa Ponthus, stremato fisicamente e mentalmente dalla
fabbrica, rimasticando non casualmente citazioni di quegli Apollinaire, Aragon
o Cendrars che provarono l’esperienza sconvolgente del fronte della grande
guerra, la “Grande Boucherie” (grande macelleria) che fa risonanza con la sua
al mattatoio. E se, da addetto alla lavorazione del pescato, il sapere che “la
première occurrence du mot crevette est chez Rabelais” (la prima occorrenza del
termine gamberetto è in Rabelais) sembra di primo acchito del tutto inutile, è
invece proprio pensare a Rabelais che gli consente di restare se stesso. Così
come rileggere En attendant Godot di Beckett nella lunga
fila d’attesa che si crea alle agenzie interinali o immaginarsi di essere un
novello D’Artagnan alla vigilia di una nuova missione lavorativa. Aggiungendo
poi ai rimandi a René Char (il sottotitolo del libro è un
omaggio evidente ai suoi Feuilletsd’Hypnos),
Ronsard, Jean de la Bruyère, Hugo, Sinclair, Perec e persino Franju e Godard,
un’infinità di citazioni tratte da canzoni popolari di grandi autori e vedette
del panorama francese: da Trenet, Brel, Brassens, Léo Ferré, Barbara a Johnny
Hallyday, Vanessa Paradis e Carla Bruni…
…Alla linea, grazie a uno stile notevole e ai tanti rimandi letterari, va al di là della narrativa testimoniale di fabbrica, ma la suaimportanza resta soprattutto politica, perché mostra la realtà del lavoro interinale, ossia di quel nuovo “esercito di riserva del capitalismo” sempre pronto a una chiamata quando e dove occorre, ma ormai mutato in una specie operaia isolata e ad alto rischio di perdere il senso della solidarietà. Il romanzo di Ponthus non assomiglia alle opere dei Di Ruscio e Di Ciaula, dove l’esperienza manifatturiera genera una consapevolezza esistenziale. Ponthus entra in fabbrica già pienamente consapevole, è un intellettuale. Ma non è un infiltrato. Non è un Orwell, o una Ehrenreich o un Wallraff. Non va in fabbrica per raccontare quel mondo ai borghesi. Ci va per lavorare e guadagnare. Lo scrittore Alberto Prunetti, che a Ponthus ha dedicato pagine acute, anche nel fresco di stampa Non è un pranzo di gala. Indagine sulla letteratura working class(minimum fax), mi spiega: “In Gran Bretagna lo avrebbero definito ‘a person with a working class background’. Ce ne sono molti nelle fabbriche di oggi. Veniva da una famiglia di estrazione popolare, ma, grazie al sistema aperto dell’istruzione francese, si era dotato di una formazione scolastica alta, arrivando addirittura a frequentare una facoltà universitaria di élite. Poi aveva subito una riproletarizzazione, il che accade spesso alle persone istruite e laureate dei ceti non borghesi. Era diventato educatore nelle periferie di Parigi. Era un attivista radicale e militante. Finché non si innamorò di una ragazza bretone e cambiò vita”.
Sarebbe meraviglioso se Alla linea replicasse in Italia il successo francese. Ma perché ha avuto tanto successo? Forse perché ricorre a parole e sentimenti che ogni lettore, quale che sia la sua estrazione sociale, potrebbe usare e provare. Forse perché racconta la fabbrica come un’esperienza che potrebbe capitare a tutti. L’esperienza del lavoro, la parola lavoro: nel 1948 Lucien Febvre dedicò un breve e illuminante saggio all’evoluzione del termine (è stato ripubblicato in Lavoro e storia, Donzelli 2020). In quel testo il grande studioso ricostruiva “una strana avventura, quella della parola (“travail”, ndr) che, muovendo dal significato di torturare, ‘tripaliare’, cioè torturare col ‘tripalium’”, implicò a lungo nell’età moderna un senso di “afflizione, spossatezza, sofferenza e anche umiliazione”. A partire dall’Ottocento, ad esempio nell’utopia di Fourier, quel vocabolo si capovolse nel sogno del “lavoro-gioia” e in un tempo nuovo nel quale “finalmente le classi lavoratrici conquistarono il diritto alla storia perché operaie, non più perché miserabili”. Per Febvre nulla avrebbe impedito all’uomo “di lottare” perché il lavoro diventasse “un giorno la dolce legge del mondo”. Lo sfortunato Ponthus ci racconta che non è andata così: “Al mattatoio / Ci crediamo / Però / Un giorno / Alla scomparsa del lavoro / Ma quando cazzo / Ma quando”.
Dalle nostre parti se ne è scritto, ma non abbastanza. Ha venduto, ma con cifre assai lontane da quelle dell’edizione originale, uscita in Francia nel 2019. Un successo straordinario, quello di À la ligne in terra transalpina: centomila copie vendute, cinque premi vinti, tradotto in più di dieci Paesi. Italia compresa, una manciata di mesi fa, quando Bompiani ha pubblicato Alla linea di Joseph Ponthus, sottotitolo Fogli di fabbrica (250 pagine, 17 euro, traduzione, mai come in questo caso importante, di Ileana Zagaglia). Un romanzo? Non propriamente. Un romanzo – poesia in versi liberi, per descrivere, poeticamente cosa voglia dire lavorare in un mattatoio. Romanzo – poesia di assoluta verità, perché racconto in prima persona (memoir per chi ama le etichette) della vita vera dell’autore, operaio interinale nella Bretagna operaia e industriale. E se è duro il romanzo – poesia («E ho sentito che il mattatoio paga bene / Vedremo / E poi ci si abitua / Tutto qua/ E voglio credere che la mia guerra è bella / Un ammezzato sotto il macello / A pulire merda e mammelle») è duro aggiungere che del successo editoriale (semmai gli fosse importato, e c’è da dubitarne) l’operaio scrittore Joseph ha potuto ben poco gioire. Era nato nel 1978 ed è morto nel 2021. Non era il suo vero nome: aveva scelto Joseph come omaggio a san Giuseppe, patrono dei lavoratori mentre Ponthus voleva essere riferimento ad un poeta cinquecentesco, un certo Pontus de Tyard. Lui, in realtà, si chiamava Baptiste Cornet: grazie a una borsa di studio si era laureato in una università francese d’élite, destinazione lavoro nei quadri alti delle classi dirigenti. Ma niente carriera per Joseph: da buon anarchico, era andato nelle banlieue a fare educazione popolare. Poi aveva smesso di insegnare e si era trasferito in Bretagna. Non trovando un posto di lavoro nell’insegnamento, aveva cominciato a lavorare come operaio nell’industria agroalimentare e nei mattatoi…
…straordinaria
in quest’opera, dove la letteratura e l’esistenza si mescolano fino a diventare
un unico flusso, è la forma scelta da Ponthus che appartiene tanto al regime
della poesia quanto a quello della prosa, con un andamento frammentato che
sembra obbedire ai ritmi della linea di produzione, all’obbligatoria
cancellazione di ogni tentennamento e di ogni pausa, un testo quindi che si
costituisce per sua natura oltrepassando ogni confine di genere perché si basa su
un dio ulteriore, sulla necessità del racconto e della testimonianza di una
violenza che il corpo e la mente subiscono. Per questo, pur essendo imbevuto di
ricercati e mai didascalici riferimenti letterari (da Apollinaire, i cui versi
danno il titolo alle varie sezioni, a Blaise Cendrars, richiamato, lui che
perse un braccio durante la Prima Guerra Mondiale, per riflettere sugli
infortuni sul lavoro, fino al poeta Thierry Metz del Diario di un
manovale, opera straordinaria in italiano tradotta dalle Edizioni degli
Animali, di cui scrive: «Solo l’essenziale / Questa lingua / Ciò verso cui
vorrei tendere»), Alla linea oltrepassa la letteratura e si
impone come un’opera assoluta dove la prosa si sgretola e si frammenta per
giungere alla natura più profonda di ciò che racconta…
Dei grandi che, affascinati da André Breton e dal surrealismo, ne
rifiutarono presto la dittatura, vanno ricordati anzitutto Raymond Queneau (con
un formidabile breve romanzo, Odile), Luis Buñuel (che disse che
veri surrealisti potevano essere gli spagnoli e i tedeschi, grazie alle loro
tradizioni, e non i francesi, di cui perfino i sogni erano cartesiani!) e
Julien Gracq (pseudonimo di Louis Poirier, 1910-2007), che scelse di ispirarsi
a una tradizione più ardua e lontana, quella dei romanzi cavallereschi, della
ricerca del Graal, e sul fronte tedesco piuttosto che su quello francese.
Nel convegno “Per la libertà della cultura” tenutosi a Parigi nel 1935 e
voluto anzitutto dai comunisti come risposta al pericolo tedesco (alle loro
spalle, la politica sovietica dei “fronti popolari” succeduta a quella delle
chiusure più rigide), se Bertolt Brecht insisteva sulle opzioni del Partito
comunista tedesco, invitando ancora a “parlare dei rapporti di proprietà” e
delle contrapposizioni di classe, Robert Musil, ignoto ai più e pochissimo
ascoltato, replicò a chi sosteneva la centralità della politica, perché “la
politica riguarda tutti”, che anche l’idraulica riguardava tutti, ma se a
qualcuno si rompeva un rubinetto, doveva e poteva chiamare un idraulico…
Non so se il giovane Gracq (che nel ’35 aveva venticinque anni) sia stato
presente a quell’importante incontro internazionale, ma certamente dovette
apprezzare più Musil (e Wagner!) che Brecht, e non lo avrebbe potuto convincere
molto neanche il Breton provvisoriamente conquistato dalla possibile alleanza
tra Marx e Rimbaud (“cambiare il mondo e cambiare la vita!”). Pochi anni dopo – e stava
per cominciare o era appena cominciata la carneficina della Seconda guerra
mondiale – egli pubblicò il suo primo romanzo, di piena sfida a ogni engagement.
Il surrealismo di Al castello di Argol era di netta influenza
tedesca, aveva padri diversi dal solo Breton, anche Poe e Wagner e perfino
Stendhal, e narrava l’amore dei paesaggi e la sfida di sentimenti che non
rispettano regole; narrava l’amore e l’amicizia, e una ricerca oltre
l’apparente e il quotidiano (posso vantarmi di averne scritto tanti anni fa la
pur povera prefazione alla prima edizione italiana, voluta da Ginevra
Bompiani).
L’ideale di letteratura che Gracq perseguiva non era certamente quello
corrente, allora come oggi, di intrattenimento o ammaestramento, e non fu un
caso se egli pubblicò per tutta la vita presso un piccolo editore e libraio
amico, José Corti, e se il successo gli arrise molto tardi, nel 1951, grazie a
un Goncourt prontamente rifiutato che premiava La riva delle
Sirti, un romanzo arduo, di straordinario rigore e di inattesa profondità –
una riflessione sulla decadenza dell’Occidente, su un’Orsenna/Venezia incapace
di progetto e di novità, di ricerca e di scavo. Senza più la virtù della
rivolta, tuttavia salvatrice. E come non pensare oggi al tempo nostro, non solo
di infinita sopportazione e quiete ma anche di una quasi compiaciuta attesa
della fine…
Nell’opera di questo grande, il posto di La letteratura da
voltastomaco è quello di una dichiarazione di guerra contro la
letteratura del dopoguerra e ben oltre tempo, contro i riti e i vezzi, le
convenzioni e le ipocrisie della cosiddetta “società letteraria”,che comprende
scrittori ed editori, critici e lettori. Viene ben prima (1948)
di La società dello spettacolo (che è di vent’anni dopo, 1967)
di un giovane Guy Debord che il pamphlet di Gracq non poteva certo ignorare e
del quale è stato quasi un aggiornamento, in tempi in cui la cultura, perfino
più che in passato, tra editoria, pubblicità e università, era diventata un
oppiaceo. E sì che Gracq parla da un’epoca di grandi contrasti e ancora di
tensioni, di rivolte, di scontri, di ricerche… Dove sono i Sartre e i Camus di
allora, tanto per fare nomi che Gracq aveva ben presenti e che erano da lui
rispettati e bensì discussi, chiamati in causa anche loro? Solo da
poco, in Italia, la letteratura è diventata, come è in Francia da tanto, un
riempitivo, un tema di conversazione per una quantità di lettori; solo da poco,
perché l’alfabetizzazione di massa ha avuto tempi molto più lenti rispetto alla
Francia (che, non va mai dimenticato, ha pur avuto, come dicevano i
più amati dei nostri vecchi maestri, una rivoluzione borghese e una riforma
religiosa).
Avendo una famiglia emigrata in Francia per lavoro, a metà degli anni
Cinquanta nella banlieue della capitale, ho molto frequentato
Parigi, e molto mi sconcertò scoprire, tra gli amici della mia età, che un
oggetto centrale delle loro conversazioni era proprio la cultura, erano i
libri, i romanzi che uscivano e di cui si parlava su “Le Monde” e “Le Nouvel
Observateur”, e su “Partisan”, “Esprit”, “Les Temps Modernes”. Erano tempi in
cui i miei coetanei, in Italia, parlavano solo di calcio, di canzonette, di
attrici. E un po’ mi esaltava e un po’ mi spaventava questa quotidianità
piuttosto compulsiva di chiacchiere su film e libri, su cosa avesse scritto il
tale e detto il talaltro dei più famosi nomi del tempo (amai per questo Boris
Vian, simpatico umorista che irrideva questi usi, pur essendone anche lui
prigioniero…). La cultura come un modo di riempire il tempo, e per sentirsi,
per l’appunto, colti – degli individui in qualche modo privilegiati, superiori.
La letteratura che Gracq detesta è quella che non aiuta a guardare, a
sentire e a pensare; a partecipare di una ricerca, e appunto di una quête.Una ricerca,
come Gracq insiste, e non l’adesione a una fede ma nel solco di una teologia… Si
tratta nientemeno che di ridare alla letteratura “l’aria delle cime”, dice
Gracq… E si tratta per noi poveri lettori di chiedere ben di più di quanto essa
oggi ci offre, insieme agli intellettuali – in un’epoca in cui tutti, laurea o
diploma alla mano, si sentono tali. E noi, ultimi arrivati, ancor più dei
francesi. Il “culto della cultura” è una voga recente, in Italia, mentre lo era
da tempo in Francia, dove rischiava di allontanare i lettori dalle cose
importanti per farli sentire partecipi di un ambiente, di un “salotto”
privilegiato, di un confronto tra affini con lo scrittore, con il critico, con
il giornalista delle trasmissioni radio-televisive e, più tardi, dei festival
letterari, delle “fiere” del libro. Se non si sa di che parlare, se
non si pensa, ecco che si parla di libri, di scrittori, di premi… Di
romanzi, e molto meno (anche se…) di filosofia e di scienza, di musica e di
pittura… Ci nutriamo del libro che informa e indottrina e del romanzo che
diverte e consola, delle novità che ci fanno sentire à la page…
E magari sapendone appena quello che ne dicono i supplementi letterari o
Fahrenheit a Radio3, e pur sempre di seconda mano.
Non credo sia il caso di insistere sui modi in cui questa piccola febbre
della cultura ha trovato spazio nella pandemia, in un tempo in cui chi appena
ha un computer si è sentito in dovere (tanti ma tanti) di scrivere… Per
“comunicare” a chi? Forse soltanto per sentirsi ancora vivi.
Non credo sia il caso di insistere sulla vacuità e sulle voghe dei romanzi
italiani di oggi, fatti per intrattenere seguendo le mode e ben raramente per
aiutarci a pensare – e a guardare, e a spaventarci di quel che vediamo… E, meno ancora,
a reagire – ma è invece il caso di lamentare, oggi ben più di ieri e in Italia
ben più che in Francia, l’incapacità e la non-volontà, sia pure di minoranze,
di reagire; di contestare lo stato di cose presente e quel che ci promette, o
meglio ci assicura, il futuro. Di reagire anche con i mezzi, pur così corrotti,
della cultura, della letteratura.
pochi anni fa, meno di un secolo, nelle nazioni civili venivano (de)portati i selvaggi dei paesi colonizzati per mostrare ai popoli civili quanto erano fortunati a non essere come quelli là.
il romanzo (bello e coinvolgente) racconta una storia di fuga verso la libertà.
non lasciate che la polvere seppellisca il libro nelle biblioteche, leggetelo e godetene tutti.
Ispirato a un fatto realmente accaduto durante la grande
Esposizione coloniale di Vincennes nel 1931, questo breve ma intenso romanzo,
apparso in Francia nel 1998, svela attraverso le vicende di un gruppo di Kanak
(i nativi della Nuova Caledonia), improvvisamente trapiantati in Francia, le
imposture e le illusioni che nutrono la nostra società. Il racconto segue le
tracce di due Kanak che ricercano alcuni loro compagni "dati in
prestito" come attrazione ad un circo tedesco. Da questa vicenda
paradossale si sviluppa una storia rocambolesca, attraverso la quale l'autore
riesce a mettere a nudo la gretta mentalità coloniale di una Francia che, di lì
a breve, si ritroverà a fare i conti con il proprio passato.
Il romanzo è ambientato a Parigi, tra i Passages de Paris e il Baeubourg,
quei passages che avevano colpito Walter Benjamin (QUIl’inizio di un documentario, con sottotitoli in
spagnolo, QUIil
doc completo, in inglese, di Judith Wechsler).
C’è un protagonista,
sullo sfondo, Marcel Duchamp (quiequi, per chi vuole
ripassare, qui un'intervista), le sue opere, la sua creatività, i suoi personaggi, quelli veri sono
Victor Blainville, fotografo investigatore di omicidi che lo vedono coinvolto
in qualche modo, il poliziotto “democratico” e Rose.
Un bel libro per le persone normali, un libro imperdibile per gli amanti
di Marcel Duchamp.
Buona lettura.
Il fotografo Victor Blainville, protagonista
parigino dei romanzi di Vilar, non è un investigatore comune: detesta le
inchieste, i poliziotti e le cattive sceneggiature. Quando gli danno un
appuntamento in uno dei passages di Parigi e vi rinviene il corpo di una donna
in una posa molto studiata, non si accontenta di fotografarlo. La scena macabra
che gli si apre davanti è la fedele ricostruzione dell’ultima opera di Marcel
Duchamp, Etant données... C’è di che lambiccarsi il cervello:
perché Blainville è stato coinvolto in un crimine commesso sicuramente da un
esteta? Così, quando un’avvenente libraia gli dà appuntamento in un altro
passage, Victor si mette allerta. Naturalmente il nome di lei è Rose, lo
pseudonimo usato da Duchamp... Troppe coincidenze! Un noir raffinato e autoironico, che mescola
provocazione dada e vita.
Farla finita con Eddy Bellegueule è il titolo vero. Édouard Louis, nel suo primo libro, racconta, a 20 anni, la vita di un povero, omosessuale e oggetto di bullismo e violenza, fisica e non solo, subiti nell'adolescenza. il rapporto con la famiglia, con i genitori, poveri in un villaggio di poveri, è difficile, lui è comunque il figlio, anche se non è quello che avrebbe dovuto essere, agli occhi loro e di tutti. alla fine lo salva lo studio, che gli dà la possibilità di fuggire dal suo ambiente oppressivo. il libro è scritto benissimo, la tensione non cade mai. lo scrittore parla di sé, ma non è una semplice autobiografia, riesce a parlare di tutto quello che lo circonda, i rapporti umani, osserva, analizza, subisce, non si lamenta, e il libro diventa letteratura. racconta di sé come se fosse un altro, riesce a diventare una storia universale, una nostra storia. buona (imperdibile) lettura.
Un libro crudo e tristemente "vero", in cui il
protagonista racconta la difficile infanzia e il duro percorso che gli ha
permesso di appropriarsi della sua identità. Protagonista che, in questo caso,
è autore stesso del libro. La scrittura e lo stile sono semplici e immediati.
Si leggerebbe d'un fiato se ciò che è scritto non fosse così faticoso da
digerire: non ci sono filtri, la realtà viene narrata così com'è, violenta e
problematica. A molti potrebbe sembrare una storia già sentita, ma questo non
la rende meno importante. È un libro che serve, soprattutto oggi.
Ho scoperto Louis per caso ma mi ha folgorato. Riesce a
intrecciare un quadro sociale drammatico e aspro con una scrittura leggera,
senza perdersi in discorsi meccanici o plastici, ma con una naturalezza che
rende la denuncia di un contesto razzista, violento, omofobo, povero, di
provincia immediatamente percepibile
…Non dev’essere facile per un
ragazzo di vent’anni, benché sostenuto e aiutato (non è da tutti esordire per i
tipi di Seuil ed essere subito tradotto in decine di paesi), compiere
pubblicamente attraverso questo romanzo il tradimento della propria classe
sociale d’origine. A questo frammento di autobiografia non va, però, attribuito
il valore di un avvenuto percorso di soggettivazione e di una compiuta analisi
sociologica. Se così fosse ci sarebbe da chiedersi perché la narrazione lasci
(quasi) immuni, quasi fossero innocenti, le classi privilegiate la cui violenza
pur non esprimendosi nelle forme grossolane e sontuose delle classi popolari
risulta comunque assai più efficace se non addirittura costitutiva delle
dinamiche di esclusione che reggono la vita sociale. Quella di Édouard Louis è
una testimonianza parziale, resa e diffusa forse anche sulla scia di una crisi
delle identità sociali e del loro valore politico che coinvolge la Francia da
qualche anno (o decennio, piuttosto) e che ha nel crescente successo elettorale
del Front National una delle sue spie più luminose. Lo dimostra il fatto che
l’autobiografia di un intellettuale omosessuale e transfuga di classe come
Didier Eribon, a cui il libro è dedicato, e che costituisce la fonte
ispiratrice più recente del libro di Édouard Louis, sia in gran parte anche un
saggio di analisi delle dinamiche sociali ed elettorali che dagli anni Sessanta
a oggi in Francia e non solo hanno finito per sciogliere il legame tra forze
politiche della sinistra e classi sociali più svantaggiate.,,
…L’onestà della scrittura – che
nulla ha a che vedere con la verità oggettiva degli episodi narrati – è tale da
rendere davvero difficile, arduo, il giudizio. La deriva del padre operaio verso l’alcolismo, dopo aver perso il lavoro, ci
appare fatidica, così come la marcia decisa della sorella verso una gravidanza
precoce, un lavoro come cassiera e un marito violento. Il suo percorso, come
molti altri narrati, si muove ineluttabilmente verso l’autodistruzione, a
partire dalla fisicità più elementare, da quello che mangia (solo fritti),
quello che beve (litri di pastis), per finire con ciò di cui la sua mente si
nutre: solo televisione e storie di altri disperati come lui.
Impossibile non restare colpiti
dalla sua solitudine, dalla solitudine di un’intera classe sociale. Le regole di quel mondo, quello del lumpenproletariat moderno,
appaiono evidenti dentro le storie dei singoli, e persino nella ribellione del
protagonista, che non sa trovare una via diversa dall’integrazione o dalla
fuga. Allo stesso tempo, ciascuno dei personaggi si muove dentro e oltre il
proprio habitus, esce dal trattato di sociologia e prende vita
sotto gli occhi del lettore, soprattutto grazie alla forza del linguaggio, al
contrappunto costante del lessico familiare alla narrazione. “I miei genitori
si impegnavano per darmi una buona educazione, «mica come i delinquenti e gli
arabi delle città». L’orgoglio che mia madre ne traeva: «I miei figli sono
educati bene, mica come i teppisti», o […] «mica come gli algerini, sai gli
algerini sono i peggiori, se ci pensi sono molto più pericolosi dei marocchini
o degli altri arabi»“.
L’inconsapevolezza di fondo è resa
attraverso le affermazioni contraddittorie, i comportamenti incoerenti, il
fastidio nel dare spiegazioni, la violenza verbale e fisica a mascherare la
paura verso l’ignoto, verso i meccanismi oscuri che determinano le esistenze. La ‘diversità’ di Eddy è un ennesimo spaventoso mistero, per i suoi familiari,
e per Eddy stesso, un’anomalia da correggere. Di questo si compone la quasi
totalità del racconto, che si interrompe sulla soglia della ‘nuova vita’ di
Édouard, in un liceo di città, tra i rampolli della buona borghesia, ancora una volta a cercare di adattarsi, mentendo su un passato di
cui si vergogna e correggendo gli indizi che potrebbero farlo sospettare: gli
abiti troppi vistosi, l’abitudine a parlare con voce troppo alta, i denti mai
curati, forse ancora una volta l’omosessualità, perché se è vero che i borghesi
“non usano il corpo allo stesso modo” e che “tutti avrebbero potuto essere
trattati da froci alle medie”, resta il fatto che non tutti
lo sono, omosessuali, come lo è invece Édouard…
…La sua famiglia e il villaggio non l’hanno
presa bene. «Era giusto che io scrivessi questo libro. È una storia vera, è la mia vicenda
personale, ma è anche un romanzo perché uso la letteratura per raccontare me
stesso e quelle persone. Cerco di rendere il loro linguaggio, il loro modo di
pensare. Non è stato possibile per una questione di diritti, ma avrei voluto
citare la frase di Thomas Bernhard: non devo cedere al sentimentalismo
famigliare che mi impedirebbe di dire la verità e mi farebbe fare causa comune
con l’ipocrisia. È esattamente perché è difficile dirlo che va detto».
Il suo libro ha venduto molte copie e
suscitato molte polemiche, l’hanno accusata di essere un traditore di classe. «Ma a che cosa avrei dovuto restare fedele? All’abiezione? Il mio libro non è
una vendetta, ma innanzitutto un atto politico, una denuncia della realtà nella
speranza di cambiarla. È insopportabile quell’atteggiamento razzista che fa
dipingere i poveri e certa provincia come il regno della semplicità, del buon
selvaggio insomma. È una posizione molto borghese e conservatrice: guardate che
carini, teniamoli così come sono».
Perché ha deciso di mettersi in gioco fino a
questo punto? «Era importante per me chiudere del tutto con quel mondo e quella gente. Sono
stato vittima di ogni genere di violenza. Ma non è un esercizio narcisistico,
tengo molto alla dimensione universale del mio libro. Molti lettori si sono
ritrovati nella mia storia, anche se non sono omosessuali come me. Mi hanno
scritto: sai io ero l’arabo, il nero, la cicciona o anche solo la femmina del
gruppo. Lo scopo del libro è mostrare come i gruppi deboli si costituiscano in
contrapposizione al diverso, a chi è quindi ancora più debole di loro».
I suoi genitori a un certo punto sembrano
essere sfiorati dal dubbio: la madre odia quella vita, suo padre razzista
lascia il Nord per un viaggio nel Sud con un amico maghrebino. Perché
richiudono gli occhi subito dopo averli aperti? «Sono condannati a essere quello che sono, non sono colpevoli. Non hanno gli
strumenti per liberarsi, ecco perché tornano al punto di partenza. E il punto
di partenza è la violenza, verbale o fisica. Ma era importante per me dare
conto di questa complessità, che rende tutto più doloroso. Mia madre era capace
di vergognarsi di me, il più delle volte, ma anche di essere fiera per i miei
voti. Non è bastato a farle fare un impossibile salto di qualità».
Lei perché ce l’ha fatta? «Questo è un punto importante. Non ho abbandonato Hallencourt perché ero più
sensibile o più intelligente. Sono fuggito perché loro mi hanno fatto scappare,
perché non potevo che mettermi in salvo così. Ma tutto il libro è il racconto
di come Eddy Bellegueule cerchi disperatamente, dall’inizio alla fine, di
conformarsi alla regola. È magro, ma si sforza di mangiare ogni schifezza pur
di diventare obeso come gli altri. È timido, ma cerca di imitare il linguaggio
scurrile. È effeminato, ma tenta anche lui di diventare un duro, fa le facce
davanti allo specchio per assumere un’espressione più tosta. Mi sono salvato
solo perché ho fallito nell’impresa più importante, alla quale ho dedicato
tante energie, cioè diventare come gli altri».
Per questo sorrideva quando la picchiavano? «Mi vergognavo di essere umiliato. Aspettavo i miei due carnefici, che ogni
mattina a scuola mi riempivano di botte, per rendere loro il compito più facile
e non dare nell’occhio. Provavo a sorridere per non farmi vedere per come ero
in realtà, cioè terrorizzato, mortificato. Sono stato, in un certo senso,
complice delle violenze».
Grazie ai buoni voti riesce ad andare al liceo
ad Amiens e poi all’École normale supérieure di Parigi. Lì invece ha trovato
più gentilezza? «Non è la stessa cosa essere gay nelle classi popolari o nella borghesia
intellettuale o dedita alle arti, questo va detto. Ma la violenza è costitutiva
della società e ce n’è molta anche nelle altre categorie. Quando Eddy arriva
nel nuovo ambiente, con il suo giubbotto Airness comprato dalla mamma, si
vergogna, perché gli si fa subito capire che quello stile è inadeguato. Dopo
tre giorni nel nuovo liceo, lo butta nella spazzatura. E poi arriva un altro
ragazzo, che gli dà del finocchio. Tutti ridono, e anche Eddy. È sfuggito a
Hallencourt, ma si ricomincia».
Lei è felice adesso? «Da quando non sono più Eddy Bellegueule sto molto meglio. Ho l’impressione di
avere colto qualcosa con il mio libro, e cioè la questione attuale che non è
come integrarsi, ma piuttosto come riuscire a strapparsi ai legami sociali nei
quali siamo continuamente re-inclusi, la scuola, lo Stato, la famiglia. Sono i
temi affrontati da Xavier Dolan nel suo ultimo film o dal filosofo Geoffroy de
Lagasnerie, o dal sociologo Didier Eribon, al quale dedico il mio libro.
Rivendico il self-fashioning di Michel
Foucault: il diritto di farla finita con quello che si è stati, per inventarsi
in un altro modo».
La chiamano “la guerra sucia”, ma se le parole hanno un senso
in quell’espressione l’unica cosa corretta, per difetto, per grande difetto,
per immenso difetto, è la parola sucia (sporca).
A pensarci bene neanche sucia è un aggettivo corretto, perché
le cose sporche si possono pulire, ma lo sterminio sistematico da parte della
dittatura è una cosa incancellabile, sia per la memoria, sia per gli infiniti
lutti e dolori che non si possono dimenticare.
E poi la parola guerra, come quando cioè una compagnia, un
gruppo di persone armate, con una strategia ben studiata va a caccia di cinghiali,
quella non è una guerra, è una caccia al cinghiale.
E il cinghiale è più “fortunato”, lo ammazzano subito, non lo
portano all’ESMA, non lo torturano, non lo portano ancora vivo su un
elicottero, non lo buttano in acqua, non se lo mangiano i pesci.
Forse anche Hitler chiamava guerra sucia quella contro gli
internati dei lager, il cui destino era lo sterminio.
“Guerra sucia” è un modo di dire inventato dai nazisti e
fascisti per giustificare il loro sterminio.
Detto questo, il romanzo comprende tutta la storia
dell’Argentina, dopo l’arrivo dei civilissimi europei era iniziato in tutta
l’America lo sterminio di tutti gli indigeni, che continua con altri mezzi,
espropriazioni, furti di terre, virus, e mille altre armi. E poi la dittatura.
Il romanzo riguarda i rapimenti dei bambini, dopo la tortura
e l’omicidio dei genitori, da dare alle famiglie bene, entrano in gioco, nella
storia, le Madres de Mayo, i bambini rapiti, ormai grandi, che scoprono la
verità, Jana (mapuche) e Ruben (figlio di desaparecidos) stanno insieme in una
lotta senza quartiere contro gli assassini ancora in circolazione, che hanno
tante protezioni e complicità, poliziesche e religiose in primis.
È un romanzo pieno di dolore e di violenza, ma la sofferenza
e la morte dei militari e torturatori che rialzano la testa non dispiace, anzi.
Buona lettura, Caryl
Férey non vi deluderà, promesso.
…“Mapuche” è un libro forte e terribile. Un libro pieno di
violenza in cui è la violenza stessa degli aguzzini ad insegnare una risposta
violenta alle vittime. Perché la passività non aiuta a sopravvivere. I ricordi
di Rubén Calderon, dei giorni indistinguibili dalle notti passate nelle carceri
dell’ESMA, fanno rabbrividire. Suo padre si era suicidato in prigione - e non
perché non aveva più la forza di resistere alle torture, ma perché l’ultima
prova a cui era stato sottoposto era fuori dall’umano. Anzi, neppure degli
animali avrebbero fatto quello che hanno fatto gli aguzzini. Solo dei mostri
sputati dalle fiamme dell’inferno. Dovrebbe avere pietà, Rubén, verso uomini
capaci di tanto? E Jana, carica del bagaglio di soprusi inflitti alla sua
gente, diventa un angelo vendicatore con il viso tinto col carbone, ritorna ad
essere una selvaggia che scatena la sua furia: dopotutto non erano ancora
considerati tale, i Mapuche?
…Férey mette insieme il lascito di terrore della
dittatura argentina con la difficile sopravvivenza di quanto resta delle
esistenze mapuche in una società ostile nei loro confronti. “Mapuche” solo
apparentemente ha come protagonista Rubén Calderon, detective
argentino, sopravvissuto alla repressione militare che si dedica alla caccia
dei boia della dittatura e alla ricerca dei figli dei desaparecidos.
E Rubén ci mette l’anima in questa missione, scontrandosi
con la polizia, ancora compromessa con la passata esperienza della dittatura
militare, frantumando omertà e, se necessario, non disdegnando la giustizia
sommaria verso i boia di turno. A contrapporsi alla sua indagine è una congrega
di sopravvissuti della giunta militare, generali, colonnelli, boia e aguzzini
che cercano in tutti i modi, specie con l’omicidio, di cancellare le tracce del
loro feroce passato. Ma la vera protagonista è in realtà Jana,
giovane mapuche, figlia di un popolo a cui hanno da sempre sparato a vista
nella pampas argentina, scultrice dall’esistenza precaria che incrocia il
proprio destino con quello di Calderon…
(Traduzione di Francesca Bononi) Karim fa un viaggio dalla tranquilla Parigi fino ai tagliagole dell'Isis, in Siria. questo viaggio all'inferno, da cui tornare indietro è (quasi) impossibile, rivela il fascino e l'attrazione di quella macchina da guerra. moltissimi vengono attirati laggiù, in nome di una purezza e giustizia dicono divina, ma è solo tremendamente umana (quanti lutti ha inflitto agli esseri umani lo sterminio in nome di qualche dio?). Pascal Manoukian è stato inviato di guerra e dalla guerra trae un romanzo che fa soffrire, ma non riesci lasciarlo, fino all'ultima pagina. cercalo e leggilo, non sarai deluso. ps: l'unico altro romanzo in italiano di Pascal Manoukian è Derive, aspettiamo fiduciosi le traduzioni degli altri libri.
Il romanzo di Manoukian è complesso,
con molti piani di lettura: non siamo nell’ambito del romanzo thriller strettamente
detto, anche se vi sono moltissimi elementi d’azione, anzi potrebbe essere più
vicino al romanzo di guerra per come la guerra è diventata nel mondo
contemporaneo. E’ anche un accurato romanzo storico, con informazioni di natura
geopolitica ed economica, che beneficiano dell’esperienza dell’autore come
giornalista e che forse rappresentano la parte più interessante del romanzo.
La trame è ben costruita, e nonostante le
vicende di Karim siano il filo conduttore di tutto il romanzo, si intrecciano le
storie di molti personaggi che raccontano – attraverso le loro storie
individuali – i percorsi di radicalizzazione di chi ha scelto di far parte
dell’ISIS: la realtà che viene rappresentata è molto lontana dall’immaginario
di molti, e in questo il romanzo Manoukian riesce nell’intento di
rappresentare una realtà che spesso non viene raccontata, o che – forse e anche
– non interessa a un lettore distratto (e l’Italia, da questo punto di
vista, si distrae facilmente)…
…Attraverso un ben miscelato
parallelo tra il racconto romanzato del protagonista, a partire dalla scoperta
del kamikaze che si è lasciato esplodere e ha ucciso Charlotte – Aurélien,
un suo vecchio amico di infanzia cresciuto nel suo stesso quartiere ad
Aubervilliers – e i racconti sull’organizzazione dello Stato Islamico che
attraverseranno le terre della Siria, Pascal Manoukian (che nel 2016 ha
pubblicato con la 66thand2nd anche Derive) riesce a coinvolgere
il lettore e renderlo partecipe dei sentimenti di Karim, al quale lascia la
facoltà di giudizio su ogni personaggio che incontra sul cammino; a partire
dalle e-mail scambiate con Abu Walid, il reclutatore jihadista
che accalappia nuovi adepti su Facebook, fino al viaggio in Belgio dove
incontrerà altri “apprendisti soldati” dell’Isis come lui, pronti per
affrontare la jihad ma senza sapere cosa c’è in realtà dietro. Una famiglia
musulmana, Sarah, Anthony e il piccolo Adam, che ha
scelto di farne parte credendo alle promesse propagandistiche sulla sicurezza
di un futuro migliore, e poi l’adolescente e ribelle Lila,
scappata di casa lontano dai suoi genitori, e che avrà un ruolo determinante
nella storia.
Un viaggio che terminerà in Siria,
dove la storia e il passato glorioso di Aleppo e di quella
che fu la florida Mesopotamia sono stati distrutti in favore della guerra e
della devastazione, umana ed etica; dove la fertile natura e lo sviluppo urbano
e architettonico della città sono sostituiti dal deserto arido e vuoto,
riempito solo da macerie e da casse piene di armi, come ci racconta l’autore in
uno dei tanti passi emblematici che sottolineano il tremendo cambiamento…
… a Manoukian premeva avere a disposizione un punto di
vista, quello di Karim, del tutto scettico e per niente simpatetico nei
confronti dell’ISIS, che viaggiasse verso il cuore di tenebra del cosiddetto
Califfato restando ben consapevole della sua mostruosità. A Manoukian interessa
farci vivere coi mezzi della narrativa quello che evidentemente ha visto e
sentito nella sua attività giornalistica, e quello che col tempo s’è scoperto
dei mezzi e dei fini dell’organizzazione, inclusa la sua capacità di finanziarsi
vendendo petrolio sottobanco che poi va sempre a bruciare in occidente per
produrre energia in varie forme, complice quella Turchia (dove si svolge una
lunga sequenza della storia) che all’inizio era tanto amica dei tagliagole di
Daesh.
Molto altro ci sarebbe da dire su questa narrazione,
brutale e tagliente come quei coltelli che usano i kamikaze in occidente e gli
sgozzatori in Medio Oriente. Ma un punto mi preme di sottolineare, come fa
d’altronde anche lo scrittore, che qui devo citare: «Al Quaeda viveva nell’era
delle caverne all’interno delle grotte di Tora Bora; l’ISIS vive in quella del
virale e dei social network». Manoukian, che dei media ne sa parecchio, legge
il nuovo terrorismo dei martiri col furgone e la mannaia come fenomeno pienamente
inserito nella Società dello Spettacolo; stabilisce un parallelo forse blasfemo
ma assai azzeccato tra il Califfato e i reality show, Grande Fratello in testa
– invece di ripetere medioevo, come fanno i commentatori con
troppa disinvoltura, mostra che questo è un orrore del XXI secolo. Non a caso
il protagonista del suo romanzo è un professionista della TV e del web, come
scoprirete leggendo…
…Romanzo interessante, frutto
(anche) dell’esperienza diretta di Manoukian come inviato di guerra, Ciò
che stringi nella mano destra ti appartiene restituisce appieno il
senso di angoscia e di orrore provocato da una violenza e una volontà di
sterminio rese ancor più spaventose dal fanatismo dogmatico di chi le esercita.
Fanatismo esasperato attraverso letture strumentali dei testi sacri, attraverso
le quali tutto – ma proprio tutto, nessuna nefandezza esclusa – viene
giustificato e addirittura ne viene promosso il compimento. La frase del
titolo, si legge nel romanzo, deriva da una Sura coranica che probabilmente
aveva un senso un po’ diverso rispetto alla legittimazione di massacri, stupri
e rapine ai danni delle vittime di guerra. Va precisato tuttavia che Manoukian
non cade nel tranello di considerare assiomatici Islam e terrorismo: al
contrario, in modo estremamente chiaro separa le due cose, descrivendo la
religione islamica come una delle diverse fedi che arricchiscono il tessuto
sociale di uno Stato che, forse non completamente ma almeno in linea di
principio, ha la capacità di accoglierle pur mantenendo l’impostazione laica
della propria struttura portante (no, non è l'Italia)…
ci sono libri che raccontano storie di povera gente, i migranti, so chiamano adesso, vite di scarto, che riescono a elevare i protagonisti ad altezze insperate, miracolo della letteratura.
un padre e una figlia somali, un venditore di rose, un operaio moldavo hanno rischiato la vita e ipotecato la vita futura, solo per poter spostarsi, cosa che a noi capita senza troppe conseguenze (anche se qualcuno, giustamente, vorrebbe i centri di espulsione anche per noi),
nel romanzo conosciamo Virgil, Chanchal, Assan, Julien, Marie ed Elise, fra gli altri, e con la forza della fiducia e della solidarietà riescono a resistere.
un libro bellissimo, non sai cosa ti perderesti se non lo leggessi, e dopo averlo letto capirai.
davvero imperdibile, in questi tempi bui.
…la scelta di scrivere un romanzo e non un reportage si
rivela dunque particolarmente azzeccata, poiché nella letteratura c’è
qualcosa di intimo che crea una sorta di complicità con il lettore,
facendoci in questo caso realizzare quanto poco senso abbia la distinzione
operata dalle regole internazionali dell’accoglienza tra rifugiati politici e
“semplici” migranti economici, che non tiene conto del fatto che lasciare (o
costringere) paesi alla povertà assoluta non può che portare a nuovi conflitti,
dittature e rivoluzioni, e di quanto bisognerebbe piuttosto affrettarsi ad
agire sulle vere cause di queste migrazioni.
…Manoukian intesse una storia verosimile e ben costruita, che ci
apre le porte del disperato mondo dei migranti. Un sottobosco popolato di
sfruttatori, passatori, caporali che spesso sono connazionali, al quale il
clandestino è costretto a piegarsi, semplicemente perché non ha scelta. Povertà
e disperazione accentuano la crudeltà e l'umana cattiveria, ma l'autore vuole
lasciarci un barlume di speranza. Quella che nasce fra queste quattro persone,
pur non essendo affinità elettiva, è amicizia. È un legame capace di superare
le differenze culturali e religiose. È solidarietà.
Dall'altra parte della barricata, c'è la polizia che bracca
i clandestini per rispedirli in centri di detenzione e poi a casa. Ci siamo
tutti noi che sappiamo, vediamo e facciamo finta di non aver visto. Ma ci sono
anche Julien, Marie ed Elise, una famiglia francese qualsiasi, che un giorno
decide di aprire le porta di casa sua per accogliere e per aiutare, a costo di
finire nei guai con i vicini e con le autorità, perché i nuovi amici sono
clandestini.
Non è una storia buonista, quella che racconta Derive di Pascal Manoukian.
Basta avere il coraggio di arrivare fino in fondo per rendersene conto.
L'autore, reporter di guerra e scrittore, si è documentato a fondo: la lettura
di Derive aiuta a comprendere la mentalità e i drammi di chi scappa,
raccontando anche le tragedie che affliggono le patrie da cui si è costretti a
fuggire, le vessazioni e la violenza che si subiscono durante il viaggio della
speranza verso l'Europa, le difficoltà che non sembrano avere mai fine. Manoukian esplora
con profonda sensibilità l'animo dei clandestini. Non si fugge solo da una
guerra: Virgil e Chanchal sono migranti per cause economiche, esiliati da
patrie che non garantiscono un'esistenza dignitosa ai propri figli. Oggi sono
loro a fuggire, cinquanta o cento anni fa sono stati i nostri nonni e bisnonni,
alla ricerca di un futuro migliore per le loro famiglie.
...Le azioni si svolgono in un tempo ancora lontano dai numeri dei
fenomeni migratori attuali: il 1992, un anno dopo la caduta dell’Unione
Sovietica, lo scoppio della guerra civile in Somalia e il devastante ciclone
tropicale che colpì il Bangladesh sudorientale. Guidati dalla cieca risolutezza
di chi è sopravvissuto alla tragedia, i protagonisti di Derive sono
gli apripista intraprendenti di un fenomeno destinato a prendere proporzioni
smisurate, come profetizza Virgil rivolgendosi a un sindacalista: «Anche le
cose che a voi sembrano più spente, per noi sono piene di luce! Più migliorate
la vostra vita e più ci attirate come mosche. E questo è solo l’inizio, noi
siamo solo i pionieri, i più coraggiosi. Vedrà, tra poco ci saranno migliaia di
altre persone che seguiranno il nostro esempio e si metteranno in cammino da
tutti i luoghi in cui gli uomini vengono trattati come bestie. Nessun muro sarà
mai abbastanza alto, nessun mare sarà mai abbastanza burrascoso per
trattenerli. Perché quello che di peggio c’è da voi, è comunque meglio di ciò
che di meglio c’è da noi. Non potete farci niente, mi creda, quello che oggi è
un lieve formicolio non è niente in confronto al prurito che sentirete domani».
Per anni Pascal Manoukian ha raccontato conflitti ed eventi attorno
al mondo come reporter di guerra, e dalla minuzia nel tratteggiare i suoi
personaggi si nota l’abitudine a osservare, ricordare, empatizzare con il
dolore. Quelle del romanzo sono figure umane che si crede di conoscere
abbastanza per poter predire come agiranno, salvo poi restare sorpresi dalle
azioni inaspettate che la loro inventiva escogita quando subentra lo sconforto.
Forse nell’evocare con tanta spontaneità le pene e le sfide delle migrazioni
gioca un ruolo la storia della famiglia dell’autore, approdata in Francia dalla
Turchia per sfuggire al genocidio del popolo armeno…
…La caratterizzazione
psicologica di Virgil, Assan e Chancal, nonché delle altre figure che
incontreranno sulla loro strada, è tutta improntata sulle scelte che essi
compiono a seconda delle contingenze ed è questo tipo di movimento che li
porta, man mano che il romanzo va avanti, a stagliarsi nitidamente sullo sfondo
di un mondo ingarbugliato e avvilente, dove vince chi abbandona qualsiasi
scrupolo morale: la loro storia merita di essere narrata perché la metamorfosi,
che chi li circonda vorrebbe per loro, nelle bestie da soma pronte a compiere
qualsiasi abuso pur di sopravvivere, non si compie. Pur rinnegando molte delle
certezze che custodivano prima di partire, essi scelgono di restare fedeli alla
propria integrità.
La loro incompiuta trasformazione
richiama, per contrasto, quella in larga parte già in atto nella società
attuale e che vuole quest'ultima tradotta in un insieme di individui incapaci
di empatia o compassione, in grado di annullare la propria coscienza storica,
marionette nelle mani di chi vuole che riconosciamo nel prossimo il ladro di
quelle entità intangibili che sono i nostri diritti.
In questo senso, Derive è
qualcosa di più di un romanzo godibile e ben scritto: è l'offerta di una
prospettiva meno miope su un fenomeno di cui troppo spesso si parla senza
cognizione di causa e che, sfruttando i toni di un certo allarmismo populista
sempre consono a diffondere insicurezza, viene facilmente strumentalizzato ai
fini di una poco felice propaganda politica. Nel guidarci sapientemente nel
mondo della clandestinità, Manoukian non cede mai alla tentazione
moralizzatrice, preferisce farsi da parte e limitarsi a prestare un cuore e uno
sguardo ai suoi personaggi. E in un periodo in cui precarietà e disoccupazione
ci rendono tutti un po' “irregolari”, forse l'immersione nel microcosmo
proposto dal'autore può tornare utile a sollevare nel lettore il dubbio che,
nella corsa per la (ri)conquista di migliori diritti, specchiarsi nell'Altro,
qualunque sia la sua provenienza e lo stato del suo permesso di soggiorno,
possa rivelarsi una risorsa e non per forza un inciampo.
…Il desiderio di donare un volto ai
migranti è possibile attraverso la creazione letteraria: ad un primo livello,
quello prettamente testuale, lo scrittore riesce a realizzare una congrua
mimesi del mondo ricreato e il lettore ravvisa, nelle descrizioni delle
situazioni narrate, omologhe rappresentazioni della realtà. Accade così
che leggendo di Chanchal e del suo peregrinare per i locali notturni in cerca
di coppie a cui vendere le proprie rose e immaginando il suo sorriso triste,
prontamente visualizziamo le immagini dei venditori di rose incrociati agli
angoli delle vie. Analogamente la descrizione dello sgombero del campo creato
nel boschetto appena fuori dalla periferia rimanda sinistramente alle immagini
viste mille volte ai telegiornali, non ultime le fotografie della rimozione di
Calais avvenuto lo scorso ottobre. Esperto conoscitore della materia,
costella il romanzo di temi cari alla letteratura scientifica come il
presentare i clandestini come non persone, reificandoli entro il dominio della
natura attraverso non solo la scelta di farli nascondere al di fuori del
confine cittadino, nel bosco, ma anche il ricorso a figure retoriche quali
l’analogia con il mondo animale, agli uccelli migratori, ritroviamo inoltre il
collegamento cibo-casa, il configurarsi delle prime reti familiari che
fungeranno da traino per chi resta in patria. Se la mera rappresentazione
mimetica riesce in parte ad avvicinare il lettore al mondo dei clandestini, a
inverare il desiderio dello scrittore è il risvolto extratestuale che deriva
dalla lettura della relazione amicale intercorrente tra i personaggi…