mercoledì 12 agosto 2026

Dalla cortesia alla busta paga: come cambia la mancia in Italia - Raffaella Serini


Da semplice gesto di cortesia, con la gestione sul POS, ora è vissuto psicologicamente come un obbligo. Come sta cambiando il tip nel nostro Paese e perché non può finire per integrare lo stipendio.

Per gli italiani è sempre stato solo un gesto di cortesia: qualche euro lasciato sul tavolo dopo un buon servizio al ristorante, una banconota consegnata in mano al facchino dell’hotel, un riconoscimento spontaneo che nulla ha a che vedere con la retribuzione. Negli Stati Uniti, invece, la tip è da sempre una componente essenziale dello stipendio di camerieri e bartender. Oggi, però, anche da noi il confine tra queste due concezioni comincia a farsi meno netto.

La mancia non è e non può diventare parte dello stipendio

Il regime fiscale agevolato introdotto nel 2023 per i lavoratori del turismo e della ristorazione ha infatti trasformato per la prima volta un gesto privato in uno strumento di politica del lavoro: le mance, anche quando ricevute attraverso strumenti elettronici (cosa che accade sempre più spesso), sono soggette a un’imposa sostitutiva del 5 per cento, entro determinati limiti. L’obiettivo è riuscire ad aumentare il reddito netto dei dipendenti di un settore che soffre di una cronica carenza di personale, senza gravare ulteriormente sul costo del lavoro delle imprese. Ma è una scelta che ha aperto interrogativi inediti che vanno ben oltre il fisco. A chiarire a Lettera43 il punto di della questione è l’avvocato giuslavorista Francesco Antonio La Badessa, equity partner dello Studio legale Ichino Brugnatelli e Associati: «La mancia non è, e non può diventare, parte dello stipendio in senso tecnico. La retribuzione è quella stabilita dal contratto individuale e, soprattutto, dalla contrattazione collettiva applicata: è un obbligo del datore di lavoro, indipendente da qualsiasi liberalità del cliente». Anche parlare di «detassazione», precisa, non è del tutto corretto: «Le mance restano a tutti gli effetti reddito da lavoro dipendente. Semplicemente vengono tassate con un’aliquota ridotta rispetto alle aliquote Irpef ordinarie».

Il sistema è vantaggioso, ma solo sulla carta

Sulla carta, quindi, il sistema è vantaggioso. Eppure, a oltre tre anni dalla sua introduzione, la norma fatica a decollare. Le ragioni vanno dalla scarsa conoscenza della disciplina alla necessità di gestire contabilmente somme che fino a poco tempo fa restavano estranee alla busta paga. A incidere maggiormente, però, è forse un dato ancora più elementare: in buona parte dei servizi e della ristorazione italiana le mance sono troppo basse per rappresentare una quota significativa del reddito. Lo conferma Andrea Hu, imprenditore e titolare di un ristorante di sushi a Milano. Durante i colloqui di lavoro, racconta, i candidati non mostrano particolare interesse per le possibili mance e a contare sono soprattutto lo stipendio e gli orari. «In Italia, a parte forse le località turistiche più esclusive, le mance rappresentano ancora una quota molto piccola. Oggi, inoltre, i giovani le lasciano raramente: a farlo sono soprattutto i clienti stranieri e le persone più anziane, ma parliamo comunque di cifre modeste». La nuova disciplina non avrebbe quindi cambiato le abitudini dei clienti né aumentato gli importi, ma solo semplificato la gestione dei pagamenti elettronici. «Sempre più persone non hanno contanti e chiedono di aggiungere la mancia al pagamento con la carta. Prima quella somma risultava come un normale incasso del ristorante: io ci pagavo le tasse come se avessi venduto un piatto, anche se in realtà quei soldi erano destinati ai dipendenti».

Il nodo della distribuzione tra i dipendenti

Resta poi la questione della sua (equa) distribuzione. Una mancia non riguarda infatti solo il cameriere che serve al tavolo e, quando entra nel circuito aziendale, dovrebbe essere ripartita secondo criteri condivisi. Nel ristorante di Andrea Hu è stato adottato un sistema misto: «Se il cliente consegna 10 euro direttamente a un cameriere, lui ne trattiene cinque e gli altri cinque vanno nel fondo comune, che dividiamo fra sala e cucina. Trovo sbagliato che chi riceve la mancia tenga tutto: nessuno riesce a soddisfare un cliente da solo, senza l’aiuto dei colleghi». In molti altri locali, però, la somma consegnata direttamente a un dipendente resta interamente a lui, riconosce il titolare. Il dibattito, quindi, non riguarda solo la fiscalità, ma il modo stesso in cui immaginiamo la retribuzione nei servizi e, in particolare, nel turismo. Se da un lato è vero che le mance possano aumentare il reddito dei dipendenti e contribuire a rendere più attrattivo il settore (soprattutto in alcuni periodi e località), il rischio è che finiscano anche solo implicitamente per sostituire ciò che dovrebbe essere garantito dai contratti e dagli aumenti salariali. «Se un’impresa costruisse la propria politica retributiva confidando sulle mance dei clienti, commetterebbe un errore sia giuridico sia di prospettiva», osserva La Badessa. «Le imprese che oggi faticano a trovare personale non risolvono il problema scaricandolo sul cliente, ma investendo su organizzazione, ambiente di lavoro, percorsi di crescita e retribuzioni coerenti con il mercato».

La mancia sul POS e la ricaduta psicologica sui clienti

La mancia, del resto, resta una liberalità: non è dovuta né garantita. Anche perché dipende da diversi fattori: dalla stagione, dalla città, dalla fascia del locale e dal tipo di clientela. Un cameriere in un ristorante esclusivo sul lago di Garda o in Costiera Amalfitana può raccogliere in una serata cifre impensabili per chi lavora tutto l’anno in una trattoria di provincia. Ma anche la tecnologia sta modificando il rapporto tra clienti e mancia: sempre più terminali, infatti, consentono di aggiungere una cifra o una percentuale al conto. Dal punto di vista tecnico è una semplificazione non da poco; da quello psicologico, però, cambia molto. Perché quando è il POS a proporre in automatico il 5, il 10 o il 15 per cento di mancia, questa smette di essere un gesto spontaneo e diventa, nella maggior dei casi, una scelta di cui è necessario giustificarsi – se non addirittura scusarsi – se e quando si rinuncia. Ed è un confine che diventa ancora più ambiguo laddove la somma non viene neanche “suggerita”, ma inserita direttamente nel conto. È ciò che è successo in un ristorante di un albergo di Forte dei Marmi, dove una cliente, dopo aver pagato, ha scoperto un’aggiunta del 10 per cento – 48,10 euro – indicata sullo scontrino come “contributo volontario”. Secondo il suo racconto, ripreso da Il Post, nessuno l’aveva informata né le aveva chiesto se volesse lasciare la mancia. Il locale ha spiegato che la somma viene inserita automaticamente e può essere rimossa su richiesta. Ma è proprio questo rovesciamento a suscitare perplessità: non è (più) il cliente a decidere di aggiungere qualcosa, è lui che deve accorgersi dell’addebito ed – eventualmente – rifiutarlo.

La differenza con il modello statunitense

Una dinamica che nei mesi scorsi ha acceso il dibattito anche all’estero: nel Regno Unito, ha fatto discutere la decisione di Gordon Ramsay di portare al 20 per cento il service charge applicato ai conti del Lucky Cat di Londra, rispetto al più comune 12,5 per cento. Anche in questo caso il cliente può formalmente chiederne l’eliminazione, ma quanto è davvero libera una scelta se per esercitarla bisogna esprimere apertamente il proprio rifiuto? L’Italia, assicura La Badessa, resta comunque lontana dal modello statunitense, dove il cosiddetto tip credit consente, a determinate condizioni, di riconoscere ai lavoratori che ricevono mance una paga diretta inferiore al minimo ordinario, contando appunto sulle tip per colmare la differenza. «In Italia questo non è possibile: il trattamento economico minimo è fissato dai contratti collettivi a prescindere dalle mance, che quindi si aggiungono e non sostituiscono. È una differenza strutturale, non solo culturale». La mancia, quindi, può integrare il reddito e continuare a premiare un buon servizio, ma non deve trasformarsi né in una voce nascosta sul conto né in un alibi per retribuzioni inadeguate. Come sintetizza La Badessa, «la retribuzione resta un obbligo dell’impresa; la mancia è, e deve restare, la libera scelta del cliente».

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