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sabato 4 aprile 2026

RACAK E BUCHA: DUE STRAGI, UNA STESSA NARRAZIONE? - Antonio Evangelista

Quando la verità diventa un campo di battaglia. E in questo campo di battaglia oggi i ministri degli esteri dell’Unione Europea hanno nuovamente parteggiato per il loro protetto ucraino, Sono andati a Bucha per ricordare i quattro anni dalla presunta strage assieme alla responsabile per gli affari esteri dell’unione Kaja Kallas ribadendo che per loro non c’è dubbio sulla verità.

In guerra, la prima vittima è la verità. Ma esiste un momento ancora più critico: quello in cui la verità non viene semplicemente nascosta, ma costruita.

Due episodi distanti oltre vent’anni — Racak (Kosovo, 1999) e Bucha (Ucraina, 2022) — presentano analogie che meritano una riflessione rigorosa, al di là delle appartenenze.

Racak: il precedente.

Gennaio 1999. Nel villaggio kosovaro di Racak vengono rinvenuti 45 corpi. La comunità internazionale parla immediatamente di massacro di civili attribuito alle forze serbe.

Le autopsie vengono affidate a un team di patologi finlandesi guidato da Helena Ranta. Il rapporto finale conferma la tesi della strage, contribuendo a creare il presupposto politico per l’intervento NATO.

Tuttavia, alcuni elementi restano controversi:

​•​I test per rilevare tracce di polvere da sparo non furono effettuati, poiché — secondo la Ranta — avrebbero dovuto essere eseguiti entro poche ore  

​•​I patologi serbi, presenti sul posto giorni prima, dichiararono invece di aver eseguito il test del guanto di paraffina, rilevando residui compatibili con uso di armi  

Questo avrebbe potuto suggerire una dinamica diversa:
non necessariamente esecuzioni, ma morti avvenute in combattimento.

La versione alternativa, però, rimase ai margini.

Bucha: immagini e narrativa.

Aprile 2022. Le immagini provenienti da via Yablonska, a Bucha, mostrano corpi di civili distesi lungo la strada. Il mondo parla subito di crimine di guerra.

Anche in questo caso, però, emergono elementi che alimentano dubbi e richieste di verifica:

​•​I corpi appaiono disposti lungo i margini della carreggiata in fila indiana  

​•​In molte immagini non si osservano evidenti tracce di sangue né di decomposizione avanzata 

​•​Le condizioni dei cadaveri sollevano interrogativi sui tempi della morte risalente a venti giorni prima circa secondo il New York Times  

L’ex ispettore ONU Scott Ritter ha invitato a un approccio prudente, sottolineando la necessità di accertamenti forensi indipendenti prima di conclusioni definitive 

Il video e la controversia.

•Nel dibattito su Bucha ha avuto particolare rilievo un video diffuso online da una televisione locale russa (5-tv.ru), successivamente oggetto di verifica e contestazione da parte della piattaforma fact-checker Open. 

Nel filmato — ancora reperibile in rete — si vedrebbero militari ucraini muovere e trascinare corpi lungo la strada, utilizzando cavi o altri strumenti.

Secondo l’interpretazione proposta da Open, quei movimenti sarebbero riconducibili a operazioni di sicurezza:  i soldati starebbero verificando che i cadaveri non siano stati ‘trappolati’ con bombe.

Tuttavia, osservatori critici fanno notare alcune incongruenze:

​•​l’assenza di adeguate protezioni da parte dei militari  

​•​la distanza ravvicinata dai corpi, incompatibile — secondo questa lettura — con una reale minaccia esplosiva che può colpire fino a duecento metri di distanza  

​•​la modalità di spostamento, che apparirebbe più coerente con un riposizionamento che con una verifica tecnica di sicurezza  

Si tratta di elementi controversi, ma che contribuiscono ad alimentare il dibattito sulla ricostruzione degli eventi.

Le analogie,

Il confronto tra Racak e Bucha non riguarda l’equiparazione degli eventi, ma l’individuazione di schemi ricorrenti:

– Narrazione immediata: ln entrambi i casi, la responsabilità viene attribuita rapidamente, prima della conclusione di accertamenti completi.

– Centralità mediatica: le immagini diventano strumenti decisivi nella formazione dell’opinione pubblica globale e nella demonizzazione del nemico, ieri serbo oggi russo.

– Verifiche controverse: elementi tecnici e forensi restano parziali, discussi o non condivisi.

– Impatto geopolitico: le due vicende si inseriscono in momenti cruciali.

1. Racak – legittimazione dell’intervento NATO nella ex Jugoslavia del 1999.  

2. Bucha –  rafforzamento della pressione internazionale sulla Russia che fa saltare il tavolo delle trattative ad Istambul in corso per la pace, proprio nei giorni in cui il premier britannico si precipita in Ucraina 

Una domanda inevitabile.

Di fronte a questi elementi, la domanda resta: chi controlla la narrazione della guerra? E soprattutto: a chi giova?

In contesti di conflitto, l’informazione non è neutrale. Può diventare uno strumento strategico, al pari delle armi.

Conclusione: “a Bucha c’era la neve”. Non è possibile, allo stato delle informazioni pubbliche, stabilire ogni dettaglio con certezza assoluta. Ma è evidente che la gestione della verità, in guerra, segue logiche che vanno oltre i fatti.

Per questo, la formula è più di una provocazione: a Bucha c’era la neve, non quella meteorologica, ma quella che copre. Copre i dubbi, copre le incongruenze, copre ciò che non deve essere visto. E sotto quella neve, ancora una volta, la verità rischia di restare sepolta.

da qui

lunedì 2 ottobre 2023

in Kosovo, intanto...

Kosovo attaccabrighe per arrivare a cosa? Tensioni alle stelle - Remocontro


L’esercito illegale del Kosovo travestito da ‘Polizia speciale’ ad arrestate serbi nel nord dove si è isolata la popolazione di etnia serba che non è fuggita. Ieri l’arresto di altri due serbi accusati di aver aggredito a male parole giornalisti kosovari di etnia albanese. Azioni di forza che si aggiungono ai tre serbi arrestati nei giorni scorsi con l’accusa di coinvolgimento negli scontri e disordini del 29 maggio scorso a Zvecan, nel nord del Kosovo.

 

Il ministro a provocare

Il ministro dell’interno kosovaro Xhelal Svecla, a cui spetterebbe di garantire ordine pubblico e convivenza, sulle orme del premier Albin Kurti ha poi dichiarato, «La Repubblica del Kosovo non si tira indietro davanti ai criminali fascisti della polizia serba». Chi sa se ancora una volta le forze internazionali testimoni sul campo, tra Kfor Nato ed Eulex Ue, faranno ancora una volta finta di non vedere e, soprattutto, decideranno di ‘non fare’.

Belgrado e i serbi del Kosovo

Gli ultimi arresti di serbi sono stati duramente condannati dalla dirigenza di Belgrado e dal partito Srpska Lista, la maggiore forza politica dei serbi del Kosovo, accusano il governo di Pristina e il premier Albin Kurti di voler esasperare la situazione con continue provocazioni, avendo l’obiettivo finale di provocare un nuovo conflitto armato nella regione. Utile ricordare che Balgrado ha spostato suoi reparti speciali sul confine a ridosso dell’area delle tensioni.

Politica di Pristina stile Kurti

Una situazione di crescente tensione e contrapposizione che non è un buon presupposto in vista del nuovo incontro al vertice fra il premier Kurti e il presidente serbo Aleksandar Vucic, convocato per la prossima settimana a Bruxelles dall’Alto rappresentante Ue Josep Borrell. O forse proprio per quello da parte di chi deve affermate di volere l’accordo per poi non impedirlo.

‘Forze speciali’ nella zona serba al confine

L’esercito kosovaro vietato travestito da forza speciale di polizia. Più marines che sbirri. Un corpo che il governo definisce di ‘polizia speciale’ e ha schierato nelle cittadine a maggioranza serba nel nord del Kosovo dove si sono concentrate le tensioni delle ultime settimane, compresa la manifestazione dei kosovari di etnia serba in cui sono stati feriti i soldati italiani del contingente NATO in Kosovo.

La ‘strana polizia’ denuncia Post

«La polizia speciale è un corpo armato kosovaro albanese dalle caratteristiche piuttosto peculiari: i suoi membri sono vestiti con equipaggiamento militare, cioè molto più simile a soldati che a poliziotti, sono persone esclusivamente di etnia albanese, che in Kosovo è maggioritaria, e alcuni hanno il sospetto che il Kosovo li utilizzi soprattutto per intimorire e scoraggiare iniziative pubbliche dei kosovari di etnia serba».

Presidio albanese armato a Leposavić

La ‘polizia speciale’ è attiva dal 2021 a Leposavić, uno dei paesi a maggioranza serba in cui grazie al boicottaggio delle elezioni amministrative da parte dei kosovari di etnia serba è stato eletto con poche decine di voti un sindaco di etnia albanese, che il governo centrale ha fatto regolarmente insediare. Dal 26 maggio la polizia speciale kosovara ha insediato il nuovo sindaco, Lulzim Hetemi, albanese, aprendo a forza le porte dell’edificio.

Da allora Hetemi non ha più lasciato l’edificio, e con lui una scorta di truppe della polizia speciale.

Serbi discriminati e minacciati

Gli abitanti serbi di Leposavić ritengono che la polizia speciale li discrimini sistematicamente, con posti di blocco e atti di violenza: a gennaio e ad aprile la polizia speciale ha aperto il fuoco contro kosovari serbi a un posto di blocco, ferendo alcune persone. «Sta iniziando ad assomigliare a una presenza permanente. La gente la considera un’occupazione», ha denunciato a Politico Aleksandar Arsenijević, leader di Piattaforma Civica.

Versioni contrapposte

Il governo centrale del Kosovo, ovviamente, racconta una ‘polizia speciale’ virtuosa che lavora in contesti difficili, in cui le provocazioni e le violenze dei kosovari serbi sarebbero frequentissime. Il governo centrale kosovaro per esempio ritiene Piattaforma Civica un partito che compie anche attività criminali e che «per anni ha terrorizzato i nostri cittadini», secondo il ministro dell’Interno kosovaro, Xhelal Svecla, della cui moderazioni abbia visto all’inizio.

Condanna occidentale e persino Usa

La condotta della polizia speciale è stata condannata anche dai paesi occidentali, molti dei quali alleati del Kosovo (che fin dalla sua nascita ha avuto governi filo-europeisti e filo-occidentali). Dopo che la polizia speciale aveva fatto irruzione nei municipi delle cittadine a maggioranza serba per insediare i sindaci di etnia albanese, il dipartimento di Stato americano aveva diffuso un duro comunicato per condannare queste operazioni, «compiute contro il consiglio degli Stati Uniti e degli alleati europei del Kosovo».

Il premier provocatore

Finora il primo ministro kosovaro Albin Kurti ha difeso l’operato della polizia speciale, spiegando che la sua presenza è necessaria per contenere le «gang criminali serbe che operano in quelle zone», e ha respinto gli inviti degli alleati occidentali a ritirare la polizia speciale dai paesi a maggioranza serba nel nord del Kosovo.

Forse il problema Kosovo, a sintesi estrema, si chiama Albin Kurti.

da qui


L’ipocrisia delle grandi potenze nel discorso all’ONU di Vucic - Chiara Nalli

I principi non si applicano solo ai forti, si applicano a tutti. Se non è così, allora non sono più principi”.

 

Il primo estratto del discorso del presidente serbo Vucic davanti all'Assemblea generale dell'ONU è apparso sulla stampa serba intorno alle 17.00 di giovedì 21 settembre. Il principale quotidiano del Paese ha titolato “Dov'era il diritto internazionale quando avete attaccato la Serbia?”. E se il resoconto dei giornali nazionali è stato capace di suscitare un immediato entusiasmo, l’intero discorso, disponibile qui https://www.youtube.com/watch?v=PXt1bBtHxVI - in inglese - può essere considerato, a pieno titolo, un intervento di portata storica. Tanto che la frase citata nel titolo è stata interrotta dagli applausi della sala.

In un consesso dominato dalle tematiche legate alla guerra in Ucraina, sgranellate dalla stampa con la consueta superficialità, il presidente serbo è intervenuto riportando al centro la vicenda del proprio Paese, sotto una duplice prospettiva: ricordando, da un lato, come le attuali situazioni di conflitto (con particolare riguardo all’Ucraina) siano in massima parte la conseguenza della violazione del diritto internazionale da parte delle grandi potenze, nell’ambito di un processo di espansione strategica avviato proprio con l’attacco NATO alla Serbia; dall’altro - denunciando l’attuale stato delle relazioni con il Kosovo, in cui le stesse superpotenze - USA e UE - coinvolte come meditatori, applicano sistematicamente “doppi standard” - capaci di portare alla cronicizzazione - o peggio l’inasprimento - del conflitto.

Vucic ha scelto di parlare del proprio Paese, con la consapevolezza della dimensione universale, profondamente politica e attuale, insita nella sua storia e nella sua posizione strategica: “Sono davanti a voi come rappresentante di un Paese libero e indipendente, la Serbia, che si trova nel percorso di adesione all'Unione europea ma che, al tempo stesso, non è pronto a voltare le spalle alle sue tradizionali amicizie costruite da secoli (con la Russia, NDR)”. Significativa in questo senso è anche la scelta dell’inglese, al fine raggiungere una platea più ampia possibile senza l’intermediazione di traduttori, come egli stesso ha chiarito nei successivi incontri con i giornalisti, i quali hanno evidenziato, per l’appunto, come il suo intervento sia andato oltre l'ambito regionale e non fosse diretto al solo pubblico locale.

Ancor più in un momento storico in cui il rispetto dei principi del diritto internazionale, dell’integrità territoriale e della sovranità degli stati viene sbraitato con foga e tradotto, in pratica, nel sostegno illimitato a uno dei due belligeranti - diventando la maschera per protrarre una guerra senza fini - il presidente serbo ha sottolineato l'ipocrisia delle maggiori potenze mondiali sull’argomento, ricordando l’appoggio - concesso da quasi tutti i paesi del blocco euro-atlantico, alla dichiarazione unilaterale di indipendenza del Kosovo, in aperta violazione della Risoluzione 1244 dell’ONU: “Voglio alzare la voce a nome del mio Paese, ma anche a nome di tutti coloro che oggi, a 78 anni dalla fondazione delle Nazioni Unite, credono veramente che i principi della Carta delle Nazioni Unite siano l’unica difesa essenziale della pace nel mondo, del diritto alla libertà e all’indipendenza dei popoli e degli Stati. Ma anche di più: sono la garanzia della sopravvivenza stessa della civiltà umana. L'ondata globale di guerre e violenze che colpisce le fondamenta della sicurezza internazionale è una conseguenza dolorosa dell'abbandono dei principi delineati nella Carta delle Nazioni Unite […] Il tentativo di smembrare il mio Paese, formalmente iniziato nel 2008 con la dichiarazione unilaterale di indipendenza del Kosovo è ancora in corso. Per la precisione, la violazione della Carta delle Nazioni Unite nel caso della Serbia è stato uno dei precursori visibili di numerosi problemi che tutti dobbiamo affrontare oggi, che vanno ben oltre i confini del mio Paese o il quadro della regione da cui provengo. Più in generale, dall’ultima volta che ci siamo incontrati qui, il mondo non è né un posto migliore né più sicuro. Al contrario, la pace e la stabilità globale sono ancora minacciate. […] Onorevoli colleghi, anche se da tre giorni da questo palco tutti giuriamo di rispettare i principi e le regole della Carta delle Nazioni Unite, proprio la loro violazione è all'origine della maggior parte dei problemi nelle relazioni internazionali - mentre l’implementazione di doppi standard è un aperto invito per tutti quelli che cercano di affermare i loro interessi con la guerra e la violenza, violando le norme del diritto internazionale ma anche le fondamenta della moralità umana.”

A questo punto si potrebbe pensare che sul piano diplomatico, il presidente serbo abbia detto più che abbastanza. E invece no, Vucic si è spinto fino a nominare ciò che nella situazione attuale è, di fatto, diventato innominabile, chiamando in causa i diretti responsabili: “Tutti i relatori finora, e credo tutti dopo di me, hanno parlato della necessità di cambiamenti nel mondo, menzionando il proprio Paese come esempio di moralità e rispetto della legge. Oggi non parlerò molto del mio Paese […] Ma parlerò dei principi che sono stati violati e che ci hanno portato alla situazione odierna, e non dai piccoli paesi, che spesso sono bersaglio di tali attacchi, ma dai paesi più potenti del mondo, soprattutto quelli che si sono arrogati il diritto di dare lezioni a tutto il mondo, esclusivamente dal proprio punto di vista, su politica e morale.

E ancora “Qui in questa sala, appena due giorni fa, abbiamo potuto sentire dal Presidente degli Stati Uniti che il principio più importante nelle relazioni tra i paesi è il rispetto della loro integrità territoriale e sovranità - e solo come terzo fattore più importante ha menzionato i diritti umani. E mi è sembrato che tutti in questa stanza lo sostenessero. Io, come presidente della Serbia, l'ho accolto con palese entusiasmo. […] Sarebbe tutto bello se fosse vero. Quasi tutte le principali potenze occidentali hanno brutalmente violato sia la Carta delle Nazioni Unite sia la Risoluzione ONU 1244, che era stata adottata in questa Alta Camera, negando e calpestando tutti quei principi che oggi difendono, e ciò è accaduto ventiquattro anni fa e ancora quindici anni fa. Per la prima volta, senza precedenti nella storia del mondo, i diciannove paesi più potenti hanno preso una decisione senza il coinvolgimento del Consiglio di Sicurezza dell’ONU - lo ripeto, senza alcuna decisione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU – di attaccare brutalmente e punire un Paese sovrano sul suolo europeo - come ebbero a dire - “per impedire il disastro umanitario” […]. E quando ebbero finito con questo lavoro, dissero che la situazione del Kosovo era un fatto di democrazia e che sarebbe stata risolta in base alla Carta della Nazioni Unite e al diritto internazionale. E poi, contraddicendo tutto questo e soprattutto contrariamente al diritto internazionale, nel 2008 hanno deciso di supportare l’indipendenza del Kosovo. La decisione illegale di secessione della provincia autonoma di Kosovo e Metohija dalla Serbia è stata presa dieci anni dopo la fine della guerra, senza un referendum o qualsiasi altra forma di consultazione democratica affinché i cittadini in Serbia o almeno nel Kosovo stesso, potessero dichiarare le loro intenzioni. Questa decisione è stata presa in un momento in cui la Serbia aveva un governo impegnato nell’integrazione europea ed euroatlantica […]. Tutto questo non ha impedito che la violenza politica e legale arrivasse proprio da coloro che oggi sono in prima fila nell’impartirci lezioni […]. La cosa peggiore è che tutti coloro che hanno contribuito all’aggressione contro la Serbia oggi ci danno lezioni sull’integrità territoriale dell’Ucraina. Come se non la supportassimo. Noi la supportiamo e continueremo a farlo perché noi non cambiamo le nostre politiche e i nostri principi, non ostante la nostra centenaria amicizia con la Federazione Russa. […] Sono il presidente della Serbia, al mio secondo mandato; in innumerevoli occasioni ho subito pressioni politiche, sono un veterano politico. Ciò che vi dico oggi è la cosa più importante per me: i principi non cambiano in base alle circostanze. I principi non si applicano solo ai forti, si applicano a tutti. Se non è così, non sono più principi”. […] Un’altra cosa importante è che la pace è diventata una parola proibita. Tutti loro (NDR, le grandi potenze) hanno i loro preferiti e i loro colpevoli. I soli valori che rimangono alle grandi potenze sono proprio i principi. Ma sono principi falsi: li invocheranno solo fin quando gli staranno bene.”

Le parole di Vucic sono sassate…

continua qui


Il Kosovo, frutto avvelenato Usa – Massimo Fini

Nei giorni scorsi una formazione di serbo-kosovari, definiti “criminali” dal Corriere, mentre sono degli indipendentisti come lo erano i russofoni del Donbass, ha teso un’imboscata ad agenti dell’esercito “regolare” del Kosovo.

Risultato: un agente morto, sette assalitori uccisi nonostante si fossero rifugiati in una chiesa ortodossa e quindi non rispettando nemmeno il secolare “diritto d’asilo”.

La notizia è passata quasi inosservata sulle pagine degli esteri dei nostri giornali, tutti impegnati a esaltare l’Ucraina del buffone Zelensky ai danni della Russia secondo diktat Usa. Non c’è articolo che cominci, o non dia per presupposto, che “c’è un aggressore e un aggredito”, d’accordo ma c’era un aggressore anche nel 1999 proprio nei confronti della Serbia (Nato, cioè americani), c’era un aggressore, sempre Nato con i suoi satelliti, anche nel 2003 in l’Iraq, c’era un aggressore, anzi più aggressori, americani, francesi e italiani, nel 2011 quando fu invasa la Libia e ucciso Muammar Gheddafi nel modo barbaro che conosciamo, ma in questi casi non si è mai fatta la distinzione fra “aggressore e aggredito” trovando per queste aggressioni motivazioni farsa e nomignoli grotteschi come “operazione di peacekeeping”, “operazione di polizia internazionale” (e per pietas nei confronti del lettore lascio perdere tutta la vicenda afghano-talebana).

La questione del Kosovo ha origine nelle guerre balcaniche fra croati, serbi e musulmani. Queste guerre avevano a loro volta alle spalle la disgregazione della Jugoslavia. Nel 1991 la Slovenia dichiarò la propria indipendenza dalla Jugoslavia di Tito senza colpo ferire, sempre nel 1991 la Croazia, cattolica, chiese e ottenne dall’Onu l’indipendenza con l’appoggio della Germania e del Papa, il cosiddetto “santo padre”. Allora anche i serbi di Bosnia chiesero quello che avevano ottenuto Slovenia e Croazia, l’indipendenza o la riunione con la madrepatria serba. Ma gli venne negata. Quella guerra i serbi l’avevano vinta, perché a sentire gli addetti ai lavori, sono i migliori combattenti sul terreno. Ma intervennero gli americani che decisero di creare uno Stato inesistente, la Bosnia, che nella Jugoslavia era solo una regione, e trasformarono i vincitori in vinti. I serbi di Bosnia, oltre a quelle già accennate, avevano delle buone ragioni dalla loro parte: è ovvio che una Bosnia multietnica era concepibile solo all’interno di una Jugoslavia multietnica, una Bosnia multietnica a guida musulmana, integralista, era proprio una cosa che non si poteva vedere. L’accordo di Dayton del 1995, firmato da tutte le parti in causa e in più dagli Stati Uniti e dalla Germania che non si capisce che cazzo c’entrassero, mise fine alle guerre balcaniche. Fu firmato anche, ovviamente, da Slobodan Milosevic che in seguito sarà mandato davanti al cosiddetto Tribunale Internazionale dell’Aja per “crimini di guerra”, il solito tribunale dei vincitori, e morirà in carcere per un infarto molto sospetto, diciamo un infarto alla Putin.

Non contenti di aver umiliato la Serbia in tutti i modi, gli americani l’aggredirono, contro la volontà dell’Onu, nel 1999, col pretesto del Kosovo. In Kosovo, terra serba da sempre, anzi “la culla della nazione serba”, i musulmani erano diventati maggioranza e chiedevano l’indipendenza e come in tutte le guerre partigiane facevano largo uso, legittimamente a mio vedere, del terrorismo, la Serbia rispondeva con l’esercito e gruppi paramilitari, le famose “tigri di Arkan”. Era una questione interna allo Stato serbo. Ma intervennero gli americani che decisero che i serbi avevano torto. Nei primi mesi del 1999, a Rambouillet fu proposto alla Serbia un trattato di pace assolutamente inaccettabile: la Serbia avrebbe dovuto rinunciare non solo a ogni diritto sul Kosovo ma alla sua stessa sovranità. E fu la guerra. Per 72 giorni gli americani bombardarono una grande e colta (Kusturica, Bregovic) capitale europea come Belgrado (poi non ci si può lamentare se in una situazione quasi speculare Putin bombarda Kiev). Risultato: 5.500 morti civili (l’esercito serbo, privo di contraerea, non aveva potuto rispondere) fra cui 500 albanesi, proprio quelli che si pretendeva di proteggere. E sotto questi bombardamenti ci furono gli eccidi che furono addebitati all’esercito serbo. In realtà ce ne fu solo uno, a Racak (45 vittime civili), ma la Cnn, seguita caninamente dalle tv italiane, lo ripresentava ogni sera, ma visto da prospettive diverse per aumentarne l’impatto sull’opinione pubblica.

L’indipendenza del Kosovo è ratificata da 101 Stati su 193. La questione è quindi ancora aperta. È bene ricordare che il diritto su un Paese non appartiene all’etnia che in quel momento ha la maggioranza, appartiene a chi quel Paese ha contribuito a formare, lavorandoci sopra, altrimenti il Piemonte, qualora vi si imponesse una maggioranza di immigrati musulmani, dovrebbe essere tolto all’Italia e dato a questi ultimi.

Nel frattempo dei 300 mila serbi che abitavano in Kosovo ne sono rimasti 100 mila. La più grande “pulizia etnica” dei Balcani, dopo quella dal premier croato Tudjman che in un sol giorno cacciò 800 mila serbi dalle krajine. E questa volta complice è la Kfor, cioè le forze Nato che presidiano il Kosovo e nella Kfor sono presenti anche gli italiani con 850 soldati.

L’Europa intera dimentica di avere un grande debito di riconoscenza con i serbi. Fu la resistenza serba, durata tre settimane, a ritardare l’aggressione nazista alla Russia, tre settimane che furono fatali a Hitler perché la Wehrmacht si trovò impantanata, come le armate di Napoleone, nell’inverno russo.

Particolarmente stolida è l’ostilità dell’Italia verso la Serbia. Noi italiani non abbiamo mai avuto contenziosi con la Serbia, li abbiamo avuti con i croati che verso la fine della Seconda guerra mondiale “infoibarono” i nostri militari e soprattutto civili. Nei primi anni del Novecento in Serbia si guardava alla monarchia italiana come a un esempio e si pubblicava un quotidiano intitolato Piemonte.

Gli scontri di cui abbiamo parlato all’inizio sono solo l’antipasto di ciò che verrà. Il sentimento generale serbo è quello espresso dal tennista Nole Djokovic: “Il Kosovo è serbo e sarà sempre serbo”. In attesa che si sveglino anche i serbi di Bosnia.

Ps. Una cosa intollerabile fu la scomunica della squadra jugoslava dagli Europei di Svezia del 1992. Quella squadra era formata, fra gli altri, da Stojkovic, serbo, Savicevic, montenegrino, Prosinecki, croato, Jugovic, serbo, Boban, croato, Mihajilovic, serbo, e dal basilare Bazdarevic, bosniaco, regista che calmava i bollori di una squadra dove tutti, anche i terzini, erano votati all’attacco. Quella squadra aveva vinto tutte le partite delle qualificazioni, tranne una pareggiata. I ragazzi erano già in Svezia e per imposizione della Fifa e dell’Uefa furono cacciati a pedate. Un’ignominia calcistica che fa quasi paro con quelle, non sportive, di cui abbiamo parlato.

da qui



Kosovo, il diritto a geometria variabile, e fu il disordine mondiale - Massimo Nava


Il Kosovo, teatro in queste ore di violenze e rivalse, è il punto focale di un dramma, cominciato negli anni Novanta, in cui diritti e aspirazioni di popoli e minoranze hanno continuato a confliggere con la sovranità degli Stati e con interessi geopolitici di Grandi Potenze e Potenze regionali, scrive il Corriere della Sera.
Il diritto internazionale fatto a pezzi o invocato a geometria variabile. Un quadro in cui l’Europa ha recitato più spesso la parte della spettatrice o della vittima (in termini di prezzi economici e sociali pagati) che dell’attore politico, il rimprovero di un severissimo Massimo Nava.
«Decisamente paradossale che un fazzoletto di terra, fino a pochi anni fa ignoto a molti, sia all’origine di tanti conflitti e tensioni internazionali».

Causa-effetto

Naturalmente, il rapporto di causa ed effetto è più complesso, ma è un fatto che il diritto internazionale fatto a pezzi o invocato a geometria variabile abbia provocato, negli ultimi decenni, instabilità, conflitti e situazioni sociali ed economiche diametralmente opposte a quelle auspicate: lacerazione di confini, pulizia etnica, ondate migratorie, scontri religiosi sono diventati i tragici titoli della nostra storia recente. Le strategie che Europa e Stati Uniti hanno portato avanti dal 1991 nella ex Jugoslavia dovevano segnare la nuova era dei diritti dei popoli, prevalenti sui confini degli stati e sul dispotismo dei dittatori.

Separatismi, e  bramosie sulla Jugoslavia

Il rapido riconoscimento da parte dei Paesi europei (Germania in testa) dell’indipendenza di Croazia e Bosnia, gli accordi di Dayton per l’unità della Bosnia dopo i massacri e il bombardamento della Serbia per sostenere le aspirazioni separatiste della minoranza albanese del Kosovo, minacciata da Belgrado, avevano affermato nella coscienza internazionale alcune regole non scritte e non universalmente riconosciute, compreso l’eliminazione violenta dei dittatori (Gheddafi, Saddam Hussein) o la loro incriminazione nei tribunali internazionali (ieri Milosevic, domani, forse Putin).

Autodeterminazione per tutti o a concessione. E di chi?

Ma la nobiltà morale delle regole (in primis, il diritto dei popoli all’autodeterminazione) non ha tenuto conto dei modi e dei prezzi che si dovevano pagare per affermarle. Anziché una nuova era, si sono innescate instabilità e rivalse. Anziché un nuovo quadro di principii, applicabile ad altri focolai di conflitto nel mondo, dalla Cecenia al Medio Oriente, dall’Ucraina a Taiwan, si è alimentato il disordine internazionale.

‘Geometrie variabili’

I Balcani, in particolare, sono rimasti in balia di strategie contraddittorie e intercambiabili. I musulmani alla mercé dei serbi a Sarajevo e armati contro i serbi in Kosovo. Milosevic, la soluzione per la stabilità (con gli accordi di Dayton) e poi il problema da eliminare. L’unità e l’integrità dello Stato, rispettate per la Bosnia, non riconosciute alla Serbia, costretta all’amputazione del Kosovo.

Balcani sulla giostra Ue ad avallo Nato

A questi sviluppi, si è sovrapposta la marcia a zig zag per l’adesione all’Europa, con le porte aperte a Slovenia e Croazia e l’anticamera per la Serbia, il cui calendario è oggi condizionato dalle ambizioni di Ucraina e Moldavia. Migliaia di soldati dell’Onu, miliardi di dollari e complicati artifici politici hanno soltanto sopito l’odio etnico e religioso in cui è cresciuta un’intera generazione. L’esito più perverso è la Serbia: l’unica nazione rimasta multietnica, nonostante Milosevic, si scopre più nazionalista e ortodossa senza Milosevic ed essa stessa vittima, in Kosovo, di pulizia etnica. Il meno che si possa fare è però ripensare in fretta una strategia coerente per tutta la regione, che affermi i diritti di tutti i popoli e la possibilità d’immaginarsi europei, senza più pagelle di affidabilità e sostegni di convenienza.

Occidente Usa-Ue, sleale e traditore

Uno spiraglio si era aperto nei mesi scorsi durante il vertice europeo di Tirana, in presenza di tutti i protagonisti, compresi i nemici di ieri e di oggi. Come rilevava per l’occasione Le Monde, «dopo l’invasione russa dell’Ucraina, l’Ue ha cambiato tono nei confronti di questa regione». Se da un lato l’Ue è mobilitata per aiutare l’Ucraina, dall’altro è evidente il desiderio di mantenere la stabilità in una regione su cui incombono ombre russe e cinesi, in particolare a Belgrado. La Serbia continua a mantenere relazioni commerciali con Mosca ed è anche un hub interessante per aggirare le sanzioni.

Il problema Serbia-Kosovo

«I Balcani si sono sentiti traditi, bloccati nell’anticamera del club europeo che ha accettato la candidatura di Ucraina e Moldavia». In realtà sono state mobilitate risorse europee per sostenere lo sviluppo di questi Paesi, ma miliardi di euro non sembrano sufficienti a calmare gli animi. Negli ultimi due anni, il Montenegro, l’Albania e la Macedonia settentrionale hanno visto convalidato il loro status di candidati all’Ue e sono iniziati i primi colloqui. A novembre, la Commissione ha proposto che anche la Bosnia-Erzegovina si qualifichi per lo status di candidato. Ma il nodo cruciale resta la Serbia, fino a quando non sarà raggiunto un definitivo accordo politico con il Kosovo, peraltro non ancora riconosciuto da cinque Stati membri dell’Unione Europea, fra i quali la Spagna, per evidenti ragioni di politica interna, date le tensioni in Catalogna.

Vuoto occidentale a perdere

Logico che Russia e Cina, alleati della Serbia e interessati al futuro dei Balcani, prendano spesso le difese di Belgrado. La questione del Kosovo è così diventata anche l’alibi per la politica di Putin, prima in Crimea e poi nel Donbass. Belgrado coltiva aspirazioni di integrazione europea, ma non può abbandonare le minoranze serbe. L’adesione all’Ue aiuterebbe a consolidare le istituzioni democratiche, a proteggere i diritti fondamentali e a far progredire lo Stato di diritto in tutta la regione balcanica. Ma la guerra in Ucraina ha sconvolto disegni e priorità. E Putin soffia sul fuoco.

Le coincidenze della storia

Per quanti si appassionano a questa storia complicata, si noti una coincidenza in queste ore di violenze: il processo cominciato all’Aja contro l’ex presidente e leader della guerriglia kosovara, Hashim Thaçi. Eroe della resistenza contro i serbi e dei diritti delle minoranze, sostenuto dagli Stati Uniti, considerato a suo tempo il «George Washington dei Balcani», amico personale dell’ex ministro francese Bernard Kouchner, è ora incriminato per crimini di guerra e crimini contro l’umanità perpetrati contro le forze serbe.

Un caso emblematico, a dimostrazione che la storia nei Balcani è davvero ciclica e talvolta diventa un tragico gioco dell’oca.

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Cosa ci fanno i militari italiani in Kosovo 24 anni dopo le bombe Nato - Ennio Remondino

 

Breve storia della ‘Kosovo Force’ Nato che fece il suo ingresso nel paese come ‘forza militare di pace’ dopo averlo ‘liberato’ dalle truppe jugoslave di casa sommerse di bombe, nel 1999. Con simpatie diversificate per etnia e precedente bersaglio. ‘Kfor’ la sigla meno direttamente Nato alla conversione in forza di pace, o meglio, di interposizione tra odi e tensione che 24 anni dopo non sembrano affatto superati.

 

Odio etnico e provocazioni

«Ieri alcuni soldati italiani e ungheresi che fanno parte di un contingente NATO chiamato KFOR sono stati feriti durante una manifestazione di protesta a Zvecan, in Kosovo. L’operazione KFOR è attiva in Kosovo dal 12 giugno del 1999, iniziò dopo la conclusione dell’azione militare della NATO contro la Repubblica Federale di Jugoslavia di Slobodan Milošević», la sintesi asettica da agenzia che riposta il Post. Per memoria meno ‘neutrale’, quei tre mesi di bombardamento nel cuore dell’Europa, definiti anche ‘interferenza umanitaria’, furono la prima vera e massiccia ‘guerra calda’ dopo decenni di ‘Guerra fredda’, preceduta solo da alcune incursioni aeree Usa su Sarajevo nel 1995 per imporre l’armistizio di Dayton.

Sempre nel racconto semi scolastico

Il Kosovo si trova tra Serbia, Montenegro, Albania e Macedonia ed è grande un po’ più dell’Abruzzo. È il paese più giovane d’Europa e le sei stelle che si vedono sulla sua bandiera rappresentano i sei gruppi etnici che lo abitano: gli albanesi, che sono più del 90 per cento della popolazione, e poi i serbi, i turchi, i gorani, i rom e i bosniaci musulmani. Gli scontri da allora a oggi, il reale esercizio del comando tra la maggioranza albanese che ha il numero e la forza, e la ex forza politica slava del vecchio potere jugoslavo, con  le ritorsioni nel quotidiano. Nel 1999 l’intervento militare della NATO in Kosovo venne giustificato con rilevanti forzature informative, per porre fine alla campagna di oppressione, pulizia etnica e violenze portata avanti dai serbi contro la popolazione di origine albanese. 24 anni dopo la situazione risulta semplicemente rovesciata senza sostanziali progressi verso il superamento del passato. Ma anche senza sensibilizzazione stampa.

Da terroristi a patrioti

A partire dal 1996 il movimento armato militare di separatisti albanesi UçK (Ushtria çlirimtare e Kosoves),sino ad allora per la Nato e gli Usa compreso tra le ‘organizzazioni terroristiche’, vienne riqualificato come movimento patriottico e sostenuto in maniera più o meno aperta soprattutto da parte statunitense, protagonista di una serie di azioni di guerriglia, arrivando anche a controllare intere zone del territorio kosovaro. Il 28 febbraio del 1998 l’UçK uccise alcuni ufficiali della polizia serba causando la ritorsione della polizia di Milošević, che lanciò un’offensiva con mezzi pesanti contro numerosi villaggi della Drenica, al centro del paese. Altri scontri armati con decine di vittime a Racak. Forzature e inganni delle parti in guerra con complicità giornalistiche, hanno via via favorito la disponibilità dell’opinione pubblica occidentale e italiana a condividere o a non opporsi quella che è stata la prima vera guerra in casa europea dopo quella mondiale.

Il 24 marzo 1999 le bombe Nato sulla Jugoslavia

il 23 marzo del 1999 il Segretario Generale della NATO Javier Solana diede inizio alle operazioni militari contro la Serbia, senza alcun mandato del Consiglio di Sicurezza dell’ONU. Le ragioni umanitarie dell’intervento furono più volte ribadite sia dalla NATO che dai governi degli stati membri, e contestate da molti altri. Di fatto, la notte del 24 su Belgrado suonarono nuovamente le sirene di attacco aereo dopo quelle per le bombe dei nazisti nel 1944. L’allora presidente del Consiglio italiano, Massimo D’Alema, alla Camera dei deputati: «Il mio giudizio è che l’intervento militare si è reso necessario e inevitabile», disse.

E diede l’autorizzazione all’uso dello spazio aereo italiano per le missioni della NATO mettendo a disposizione, per il conflitto, aerei militari e 19 basi che furono usate per far decollare gli aerei, per la logistica, per la copertura radar oppure per le informazioni meteorologiche. Gli aerei militari parteciparono direttamente ai bombardamenti.

Nato a comando Usa diventa d’attacco

Il ruolo della NATO in un conflitto esterno ai confini dell’alleanza fu dibattuto allora e dopo: chi lo ritenne fondamentale per difendere la popolazione kosovara e per destituire Milošević, e chi lo giudicò una forzatura unilaterale e responsabile di una escalation nelle violenze, oltre che causa di estese perdite civili tra la popolazione serba. Molto discusso fu anche il ruolo del cosiddetto ‘fattore CNN’, cioè il peso che ebbero i media nel giustificare e rendere legittimo l’intervento militare (rinvio all’archivio di Remocontro sulla strage di Racak e ai Lazzaro che camminano). Con l’intervento in Kosovo la NATO fondò la sua nuova strategia che stiamo vivendo oggi nella crisi Ucraina: trasformazione dell’alleanza da difensiva a organizzazione politica armata operativa anche su territori esterni a quelli dei Paesi dell’organizzazione.

Quei tre mesi di bombe

L’operazione Allied Force della NATO cominciò la sera del 24 marzo: 80 aerei appartenenti a Canada, Francia, Gran Bretagna, Paesi Bassi, Spagna, Germania, Stati Uniti, Italia, e poi le navi da guerra statunitensi e britanniche nell’Adriatico iniziarono i bombardamenti e i lanci di missili contro la Serbia. In una prima fase vennero attaccati i radar e le installazioni per la difesa aerea a nord di Pristina e intorno a Belgrado. La seconda fase del conflitto iniziò il 27 marzo ed era diretta alla distruzione delle forze armate serbe. Il 23 aprile gli alleati NATO riuniti a Washington decisero di intensificare gli attacchi. Ebbe così inizio la terza e conclusiva fase della guerra.

Le bombe nel cuore del Paese

I bombardamenti furono diretti anche verso obiettivi non strettamente militari come centrali elettriche, ponti, acquedotti, depositi di carburante, radio e televisioni (il missile mirato sulla Tv di Belgrado che uccise 16 tecnici ed operai estranei a qualsiasi propaganda di regime). I ‘danni collaterali’ di queste terza fase furono parecchi: l’8 maggio, ‘per un errore nell’individuazione del bersaglio’, -ci viene raccontato-, venne colpita ad esempio l’ambasciata cinese a Belgrado (ricostruzione diversa sempre su Remocontro). Vi furono morti, feriti e forti polemiche nei confronti dell’inadeguatezza del sistema di intelligence statunitense. Alla fine di maggio ci furono quasi ottocento attacchi aerei. Di fronte all’aumento dei bombardamenti e alla disponibilità offerta da tutti i paesi NATO di concedere nuove basi all’esercito USA, Milosevic accettò la resa. Il 9 giugno venne sottoscritto un accordo con le Nazioni Unite. Il segretario della NATO Solana ordinò la sospensione degli attacchi e la conclusione ufficiale dell’operazione Allied force.

Gli accordi prevedevano il ritiro delle forze serbe dal Kosovo, l’inizio di una missione dell’ONU per l’amministrazione provvisoria della provincia serba con il compito di ristabilire ordine e pace, e l’ingresso a sostegno della missione di una forza militare di pace guidata dalla NATO, la Kosovo Force (KFOR).

KFOR di occupazione

Il contingente iniziale di KFOR era formato da sei brigate di fanteria, due a guida britannica, e una ciascuna da Stati Uniti, Francia, Germania e Italia. Il paese venne diviso in cinque diverse zone, ognuna affidata a uno Stato. Parallelamente all’istituzione di KFOR, il Kosovo nel 1999 passò sotto il protettorato internazionale delle Nazioni Unite, che finalmente deliberarono (risoluzione 1244) a guerra fatta. Nel tempo le forze NATO presenti in Kosovo sono state riorganizzate, sono stati costituiti nuovi gruppi e avviate nuove realtà operative. Nel periodo di massima partecipazione, il numero delle truppe KFOR ha raggiunto 50mila soldati provenienti da 39 paesi, mentre oggi in Kosovo sono presenti 27 paesi con circa 3.800 militari.

Indipendenza all’americana

Dopo essere stato amministrato per quasi dieci anni da un protettorato internazionale delle Nazioni Unite, nel 2008 il Kosovo ha dichiarato unilateralmente la propria indipendenza. Nei mesi successivi i paesi della NATO decisero di proseguire la missione, in accordo con le autorità del nuovo Stato e in collaborazione con le Nazioni Unite. L’indipendenza del Kosovo non è però riconosciuta dalle istituzioni serbe (da poco meno della metà dei Paesi Onu e non da tutti i Paesi della Stessa Ue) e tra i due paesi continuano a esserci tensioni ed episodi di violenza, come le proteste in cui sono stati feriti i militari della NATO. Le zone più a rischio sono quelle del nord, a maggioranza serba e non albanese.

Ora la Nato a difendere i serbi

Oggi, secondo il Netherlands Institute of International Relations Clingendael che si occupa di relazioni internazionali, sulla presenza della NATO in Kosovo fanno affidamento soprattutto i cittadini serbi: vedono infatti nel KFOR il principale garante della loro protezione, in particolare dopo che nel 2018 il parlamento del Kosovo, in aperta violazione degli accordi di pace e delle disposizioni Onu, approvò una legge che conferiva un mandato militare alle forze di sicurezza del Kosovo (KSF). Dalle armi leggere per operazioni di polizia e protezione civile a un vero esercito con arruolamenti esclusivi da parte albanese.

Nazionalismi marcati e contrapposti al culmine da un anno con la elezione a premier di Albin Kurti, noto anche e livello internazionale per la sua vocazione politica alla provocazione. Qualcuno di Remocontro, cercando in quel lontano passato, potrebbe trovare ancora significative interviste dell’allora giovane personaggio.

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giovedì 24 marzo 2022

Le Bugie di guerra

 

Non credete a nulla di quello che vi stanno raccontando sulla guerra. Quello che i vostri occhi vedono è quello che i media narrano, non è la realtà. L’essenziale è invisibile agli occhi. La verità non la conosceremo mai, se non fra qualche anno quando tutto, uomini inclusi, sarà già stato sepolto dagli eventi. Peraltro, ne sapremo sempre meno di quello che sarebbe necessario. Vi ho però preparato un riassunto di tutte le bugie USA e Nato sui loro conflitti giusti. È tratto dal libro le Sette menzogne capitali, di M. Zezima. Capirete che gli Usa non sono il regno del male, sono l’impero della menzogna. Gli altri Paesi non mentono? Mentono tutti ma chi ha più forza mente di più e viene creduto di più. Guardate quello che sta succedendo in Ucraina, dove “senza motivo” sarebbe scoppiato un conflitto contro i russi “malvagi”. Dedico questa ricostruzione a quegli amici che si sono allontanati dalla razionalità pur essendo molto in gamba.



Tranne rare eccezioni, nessuno di noi vuole realmente trucidare il prossimo.Ma la storia mette in evidenza che virtualmente ognuno di noi può essere manipolato non solo per sostenere un tale massacro, ma forse anche per parteciparvi.
Durante la prima Guerra del Golfo, una rifugiata quindicenne kuwaitiana di nome Nayirah ha descritto tra le lacrime di essere stata presente mentre le truppe irachene trafugavano le incubatrici dall’ospedale, lasciando 312 neonati “a morire sul pavimento gelido”. La falsa testimonianza di Nayirah faceva parte di una campagna di propaganda da 10 milioni di dollari gestita dalla società di Relazioni Pubbliche Hill & Knowlton per il governo del Kuwait. Invece di lavorare come volontaria in un ospedale, Nayirah era in realtà la figlia dell’ambasciatore kuwaitiano a Washington.“Noi non sapevano all’epoca che non fosse vero”, dice Brent Scowcroft, consigliere per la sicurezza nazionale del Presidente George W. Bush. Ma, egli ammette, “fu utile per mobilitare l’opinione pubblica”.
Per motivi di propaganda la guerra è stata ridefinita utilizzando una nuova terminologia come “azione di polizia ”o “scontro limitato”. Le morti sono diventate “vittime”,“dispersi”, o il risultato di un danno collaterale o del fuoco amico”.
Le guerre degli Stati Uniti e gli interventi sono abilmente confezionati e venduti ad una popolazione attenta e divisa.
– La storia ufficiale di quei conflitti è inoltre soggetta a bugie, distorsioni e mascheramenti.
Queste realtà esistono allo scopo di…
– Raffigurare i leader statunitensi come persone morali.

– Ottenere il consenso verso quei leader a prescindere dalle azioni che possano intraprendere.
– Porre le basi per futuri conflitti o interventi militari. …e sette tecniche (o varianti di esse) sono impiegate regolarmente per raggiungere questi tre obiettivi.
Io chiamo queste tattiche le Sette Menzogne Capitali: un’astuta forma di oppressione psicologica usata internamente per occultare una più palese oppressione presente da un’altra parte. Servono inoltre a scoraggiare il dissenso collettivo.
Il 16 febbraio 1898, il giorno seguente all’esplosione della corazzata USS Maine nella baia de La Havana, che provocò la morte di 268 marinai americani, il New York Journal di proprietà di William Randolph Hearst, così strombazzava: LA NAVE DA GUERRA MAINE SPEZZATA IN DUE DA UN’INFERNALE MACCHINA SEGRETA DEL NEMICO.
Il “nemico” era la Spagna, invasore di Cuba, Puerto Rico, Guam, e delle Filippine. “Il giornale (di Hearst) illustrava la storia con uno schizzo grande mezza pagina, interamente frutto dell’immaginazione dell’artista, che pretendeva di mostrare il punto in cui la mina aveva aperto lo squarcio attraverso la nave, ed i cavi metallici che la tenevano legata alla sala macchine del Maine”, dice il giornalista George Black. Hearst offrì subito 50.000 dollari di taglia “per chi avesse scoperto chi aveva perpetrato l’oltraggio del Maine”. Verso la fine di aprile, malgrado la volontà della Spagna di negoziare la pace, il conflitto ispano-americano era cominciato… I giornali americani, specialmente quelli diffusi da Hearst (New York Journal) e Joseph Pulitzer (New York World), furono pienamente d’accordo che l’esplosione del Maine fosse una giustificazione ideale per ottenere il supporto pubblico per una guerra imperialista. “I titoli dei tabloid che riportavano le atrocità della Spagna contro i cubani furono all’ordine del giorno, e le testate influenti di entrambi gli editori si superavano l’un l’altra in un sensazionale incitamento alla guerra”, dice Davis. Quando Hearst spedì a Cuba l’artista Frederick Remington per procurarsi delle fotografie, lui riferì che non riusciva a trovare una guerra. “Tu dammi le fotografie”, fu la replica famosa di Hearst, “e io ti darò la guerra”.
Quando nel 1844 James Polk fu eletto presidente degli Stati Uniti, aveva ogni intenzione di creare un pretesto per indurre gli americani ad un’azione contro il Messico. Una delle questioni da risolvere nelle elezioni del 1844 era l’annessione del Texas o meglio “riannessione”, come Polk la chiamava. Quando il Messico ottenne l’indipendenza dalla Spagna nel 1821, il territorio del Texas (insieme a ciò che oggi sono New Mexico, Arizona, Nevada, Utah, California e parte del Colorado) era territorio messicano.Quindici anni dopo, il Texas pretese la sua indipendenza come Lone Star Republic. A Washington era considerato come proprietà degli Stati Uniti.
“Prima ancora dell’insediamento di Polk, il Congresso aveva adottato una risoluzione congiunta sulla sua proposta di annessione del Texas” spiega lo storico Kenneth C.Davis. “Quando il Messico venne a sapere di questa azione nel marzo del 1845, interruppe le relazioni diplomatiche con gli Stati Uniti”. Imperterrito, Polk spedì un ambasciatore, James Slidell, per negoziare l’acquisto del Texas e della California. Slidell fu respinto sdegnosamente.
Polk allora tentò una nuova strategia e ordinò al generale Zachary Taylor di portarsi con le sue truppe lungo tutto il Rio Grande, per verificare in questo modo i confini stabiliti. “Il Messico dichiarò che il confine era il Nueces River, a nordest del Rio Grande, e considerò l’avanzata delle truppe di Taylor come un atto di aggressione”, dice Davis.
Il colonnello Ethan Allen Hitchcock, comandante del Terzo Reggimento di Fanteria, così commenta questo gesto: “Sembra quasi che il governo abbia spedito una forza esigua allo scopo di generare un conflitto, così da avere il pretesto per prendersi la California”.
“Tutto ciò, nella primavera del 1846, fu necessario per creare quell’incidente militare che Polk voleva per dare il via al conflitto”, concorda lo storico Howard Zinn. “Mandare le truppe al Rio Grande, nel territorio abitato dai messicani, era chiaramente una provocazione”. L’incidente militare arrivò al momento giusto quando Polk ordinò a Taylor ed ai suoi 3500 membri dell’esercito di osservatori di attraversare il Rio Grande. Il quartiermastro di Taylor, il colonnello Cross andò disperso, il suo corpo fu ritrovato undici giorni dopo col cranio sfondato. Ufficialmente, la pacifista America era stata costretta al conflitto e non le era rimasta altra scelta se non quella di cominciare controvoglia una guerra che Ulisse S. Grant in seguito definì “una delle cose più ingiuste mai intraprese da una nazione più forte contro una più debole”.
Il bombardamento giapponese di Pearl Harbor del 7 dicembre 1941 è la madre di tutte le menzogne del gigante addormentato. Il giorno successivo all’attacco, Franklin Delano Roosevelt parlò al Congresso. Gli Stati Uniti erano “in pace” col Giappone, dichiarò, tuttavia sono stati “improvvisamente e deliberatamente attaccati”.
Tuttavia, come ha scritto lo storico Thomas A. Bailey: “Franklin Roosevelt aveva ingannato ripetutamente il popolo americano nel periodo precedente Pearl Harbor… Era come il medico che deve dire bugie al paziente per il bene dello stesso”. Gli archivi diplomatici rivelano qualcosa che il dott. Roosevelt trascurò di includere nell’ormai mitico discorso del “giorno dell’infamia”…tutti sapevano che ci sarebbe stato l’attacco…
La guerra del Vietnam aveva trovato il suo Maine.
Il Washington Post del 5 agosto 1964 così titolava: AEREI AMERICANI COLPISCONO IL VIETNAM DEL NORD DOPO IL SECONDO ATTACCO CONTRO I NOSTRI CACCIATORPEDINIERI; AZIONE INTRAPRESA PER ARRESTARE UNA NUOVA AGGRESSIONE. “La versione ufficiale era che il 2 agosto, nel Golfo del Tonchino, una torpediniera nordvietnamita lanciò un ‘attacco ingiustificato’ contro un cacciatorpediniere americano in una ‘perlustrazione di routine’ e che, due giorni dopo, navi da guerra nordvietnamite continuarono a colpire con attacchi ingiustificati due navi americane” scrivono i giornalisti Jeff Cohen e Norman Solomon.
Il Presidente Lyndon Johnson, parlando la sera del 4 agosto 1964 alla televisione nazionale, annunciò incursioni aeree contro il Vietnam del nord.
In risposta, il Los Angeles Times esorta i lettori a “guardare in faccia il fatto che i comunisti, attraverso i loro attacchi a navi americane in acque internazionali, hanno essi stessi aggravato le ostilità”.
Alla richiesta di una spiegazione delle azioni nordvietnamite, il Segretario di Stato Dean Rusk realizzò che esiste “un grande abisso di comprensione tra quel mondo ed il nostro mondo, di carattere ideologico”.
“Poco dopo gli eventi nel Golfo del Tonchino, Lyndon Johnson si incontrò con i leader del Congresso e fece pressione su di loro per farsi assegnare ampi poteri per rispondere alle supposte provocazioni”, dice lo storico Donald R. Shaffer.“I leader della Camera e del Senato accettarono immediatamente le sue richieste”.
I sistemi di propaganda spesso rasentano la prevedibilità. Come il Maine, anche il Maddox non era in crociera di piacere. “Le navi statunitensi hanno appoggiato i raid dei commando sudvietnamiti nel Vietnam del Nord”, dice Shaffer. L’equipaggio del Maddox raccoglieva informazioni d’intelligence per supportare quei raid. Malgrado la natura aggressiva delle sue missioni, non c’era ragione di pensare che dal Maddox si sarebbe aperto il fuoco.
A detta di Cohen e Solomon, “dai telegrammi inviati dal comandante della task force nel Golfo del Tonchino, il capitano John J. Herrick, riferisce di ‘avere delle allucinazioni a causa del tempo’, ‘oscurità quasi totale’ e un ‘uomo sonar avanti con gli anni’ che ‘stava ascoltando il ritmo del propulsore della propria nave.’”
Il comandante di squadriglia James Stockdale, che più tardi nel 1992 sarebbe servito come compagno di cordata a Ross Perot, era un pilota della marina che volò sul Golfo del Tonchino quella notte. “Avevo la migliore poltrona per poter osservare l’evento ”rievoca Stockdale “e i nostri cacciatorpedinieri stavano sparando a bersagli fantasma, non c’erano torpediniere lì…
Non c’era altro che acque scure e potenza di fuoco americana”.
“Non ci fu battaglia. Non c’era un singolo intruso, figuriamoci sei di loro”. Ben Bradlee del Washington Post lo afferma con franchezza. “Figuriamoci se c’erano le motocannoniere Swatow di fabbricazione russa con cannoni da 37 e 28 mm. Non hanno mai aperto il fuoco. Mai andate a picco.
Mai lanciato siluri. Non c’erano proprio”.
Un anno dopo il dubbio incidente, Lyndon Johnson ammise: “Per quanto ne so, la nostra marina laggiù sparò alle balene”.
Un altro esempio della menzogna del gigante addormentato ci viene offerta dallo scoppio della Guerra nel Golfo nel 1990. Il 25 luglio 1990, il dittatore iracheno Saddam Hussein intrattenne un ospite nel palazzo presidenziale di Baghdad: l’ambasciatrice americana in Iraq April Glaspie. Lei disse al dittatore iracheno: “Ho dirette istruzioni dal Presidente Bush di migliorare le nostre relazioni con l’Iraq. Avete la nostra considerevole approvazione per la vostra lotta contro l’aumento dei prezzi del petrolio, causa prima del vostro braccio di ferro col Kuwait”, prima di chiedere, “Perché le vostre truppe sono ammassate così vicine ai confini del Kuwait?”.
“Come lei ben sa, per anni mi sono impegnato con ogni sforzo per trovare un accomodamento alla nostra disputa con il Kuwait”, replicò Hussein, mostrando la propria versione della menzogna. “Ci sarà un meeting tra due giorni; e sono preparato a negoziare per offrire solo un’opportunità in più ma in tempi brevi”.
Quando gli fu chiesto quali soluzioni sarebbero state accettabili, Hussein rispose senza peli sulla lingua:
“Se potessimo entrare in possesso dell’intero Shatt al Arab – il nostro obiettivo strategico nella guerra contro l’Iran – potremmo fare delle concessioni. Ma, se fossimo costretti a scegliere tra l’avere la metà dello Shatt al Arab e l’intero Iraq (secondo il punto di vista di Hussein il Kuwait è una parte dell’Iraq) allora rinunceremo all’intero Shatt per difendere le nostre rivendicazioni sul Kuwait ed entrare in possesso dell’intero Iraq nella condizione che noi desideriamo. Qual è l’opinione degli Stati Uniti riguardo a ciò?”
“Noi non abbiamo opinioni sui vostri conflitti arabo- arabo, così come sulla vostra disputa col Kuwait” rispose Glaspie. “Il Segretario (di Stato James) Baker mi ha dato istruzioni di enfatizzare le direttive, date per la prima volta all’Iraq nel 1960, che le faccende del Kuwait non sono associate all’America”.
Otto giorni dopo l’Iraq lanciò un attacco a sorpresa sul Kuwait fornendo così al Presidente George W. Bush la scusa per sguinzagliare i mastini della guerra…
La documentazione riguardo al numero di invasioni americane in America Latina tra il 1898 e il 1934 include
Honduras: sette
Nicaragua: cinque
Colombia: quattro
Cuba: quattro
Repubblica Domenicana: quattro
Messico: tre
Haiti: due
Panama: due
Guatemala: una.
(Per motivi di spazio non posso riportare ciascuna vicenda ma il modus operandi in molte di queste operazioni è il seguente: i governi eletti legalmente vengono rovesciati da mercenari addestrati dalla CIA o da agenti della stessa intelligence.
Per non parlare dei golpe militari orchestrati successivamente da Washington, vedi Cile, con quelli che Kissinger chiamava i nostri figli di puttana rispetto ai quali non avevano remore morali).
Poco prima che iniziasse l’Operazione Iraq Libero, una petizione fece il giro su Internet. Diceva tra l’altro: “Chiediamo al governo degli Stati Uniti di mettere fine alla sua politica fallimentare di pacificazione riguardo a Saddam Hussein e, con tutta la prontezza e la forza necessarie, sbarazziamoci del terrorista Saddam Hussein e delle sue armi di distruzione di massa prima che lui le possa usare nel conflitto in corso contro gli Stati Uniti”.
La parola chiave in questo passaggio non era “terrorista”, ma bensì “pacificazione”.
Senza questa parola chiave la petizione sarebbe stata impotente.
Senza di essa, non ci sarebbe stata l’invocazione alla “guerra giusta”.
L’introduzione della carta delle Nazioni Unite inizia così: “Noi, popolo delle Nazioni Unite determinato a salvare le generazioni future dal flagello della guerra”. Tale linguaggio diventa utile quando gli Stati Uniti intervengono sotto gli auspici dell’umanitarismo dell’Onu.
Nel 1992-93, la Somalia sperimentò di prima mano tale munificenza congiunta di Stati Uniti e Nazioni Unite. Venduta al pubblico come un atto di filantropia americana con immagini di bambini africani malnutriti e storie di malvagi signori della guerra somali, fu consentito di dare la precedenza a qualche piccolo aspetto della storia della nazione… Dalla fine del 1970 fino a poco prima del rovesciamento di Siad Barre agli inizi del 1991, gli Stati Uniti inviarono centinaia di milioni di dollari in armi per la Somalia per avere in cambio l’uso delle strutture militari che originariamente erano state edificate per i sovietici” afferma Zunes. Con le utili basi militari situate in Somalia per appoggiare l’intervento statunitense nel Medio Oriente, gli avvertimenti che il supporto americano alla dittatura di Barre avrebbe alla fine portato il caos e la carestia, non vennero presi in considerazione.
Naturalmente ne conseguirono caos e carestia, creando per gli Stati Uniti le condizioni ideali per lo sfruttamento e l’insabbiamento.
Quando più tardi nel 1990 gli Stati Uniti volsero il loro generoso ardore verso la Jugoslavia, scelsero un nuovo ombrello sotto cui nascondere i propri moventi: la NATO. Tuttavia, poiché non esisteva una reale crisi del tipo somalo, ne fabbricarono semplicemente una.
“Dovremmo ricordare cosa accadde nel villaggio di Racak nel gennaio scorso” disse Bill Clinton rivolto alla stampa il 19 marzo 1999.“Uomini innocenti, donne e ragazzi tolti dalle loro case e condotti in una fogna, costretti ad inginocchiarsi nel lerciume, presi a raffiche di mitragliatrice non perché avessero fatto qualcosa, ma per ciò che erano”.
Il diplomatico americano William Walzer, durante la sua missione contribuì a verificare i crimini serbi. “Da ciò che ho visto” disse Walzer “non esito a descrivere quel crimine come un massacro, un crimine contro l’umanità. E non esitò ad accusare le forze di sicurezza governative di esserne responsabili”. Clinton e Walzer stavano parlando a proposito di un presunto massacro serbo di 45 albanesi kosovari avvenuto il 15 gennaio 1999… un evento che risvegliò il gigante (di buon cuore) addormentato. Il Washington Post intervenne “Racak cambiò la politica verso i Balcani occidentali come raramente un singolo evento riesce a fare”.
Con tutte quelle favole riguardo a pulizie etniche che ruotavano attorno ai Balcani da quasi un decennio, la regione era matura per lo sfruttamento americano. Ai serbi fu data una chance per evitare l’attacco: l’Accordo di Rambouillet. Il demonizzato presidente serbo Slobodan Milosevic rifiutò di firmare l’accordo, che sembrava essere nient’altro che una provocazione.
“Il documento stabiliva chiaramente che le truppe della NATO avrebbero avuto un accesso illimitato in tutta la Jugoslavia, non solo nel Kosovo” scrive il giornalista Seth Ackerman. “La NATO avrebbe amministrato il nuovo sistema politico del Kosovo, avrebbe avuto il controllo sulle emittenze televisive e avrebbe infine preparato un referendum per ottenere l’indipendenza del Kosovo dopo tre anni. Questo provvedimento contraddiceva la recente promessa dei negoziatori americani secondo la quale il Kosovo sarebbe rimasto parte della Jugoslavia”.
Ai serbi fu detto di firmare il documento così come era stato scritto. Milosevic com’era prevedibile e comprensibile s’impuntò ed ebbe inizio un attacco aereo Stati Uniti- NATO in nome dell’umanitarismo.
“Le giustificazioni umanitarie sono ridicole” dice Robert Hayden, direttore del Centro di Studi per la Russia e l’Europa dell’est presso l’università di Pittsburg.“Le vittime tra i civili serbi nelle prime tre settimane di questa guerra (erano) più alte di tutte le vittime di entrambe le parti in Kosovo durante i tre mesi in cui è scoppiata questa guerra, e già si supponeva che quei tre mesi sarebbero stati una catastrofe umanitaria”.
“Che vittoria gloriosa” dichiara Henwood.“La NATO ha ucciso più civili che soldati, ha accelerato l’evacuazione di centinaia di migliaia di rifugiati, distrutto le infrastrutture ed inquinato l’ambiente del sudest dell’Europa e nel nome dell’umanitarismo”.
Un anno dopo la campagna di bombardamenti che il New York Times definì “una vittoria per i principi della democrazia e dei diritti umani”, un team di patologi finlandesi che erano stati inviati nel Kosovo per investigare sul massacro di Racak pubblicarono le loro scoperte.
(Mi fermo qui in questo riassunto perché gli altri atti di guerra e di aggressione di USA e Nato sono abbastanza vicini a noi. Tanti altri sono stati omessi per mancanza di spazio. Si dovrebbero conoscere però. Anche se i media fanno finta che quello in Ucraina sia il primo conflitto in Europa dal 1945, sapete che non è così. Sono i soliti bugiardi. Non dovete credere ad una sola parola di quello che vi raccontano. Se possibile, diffidate anche dei vostri occhi quando la realtà viene ri-costruita con i pixel dei media occidentali).
Tanti saluti popolo.

Articolo del 12 marzo 2022 tratto dal sito Conflittiestrategie.it

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domenica 26 dicembre 2021

Il regalo di Natale della Danimarca - Alessandro Ghebreigziabiher

 

Un dialogo immaginario – ma neanche tanto – tra la Danimarca e il Kosovo intorno a una grottesca, imminente transazione tra i due paesi.

“Pronto?”
“Sì, qui è la Danimarca. Posso parlare con il Kosovo?”
“Sì, certo, sono io, che piacere.”
“Il piacere è tutto mio, spero.”
“In che senso?”
“Niente, vengo subito al punto: buon Natale!”
“Ecco, grazie, anche se qui saremmo musulmani, sai…”
“Chiaro, capisco, ma comunque un regalo è un regalo per tutti, no?”
“Sì, credo, ma dipende dal regalo.”
“Esatto e il nostro è un gran bel regalo. Anzi, è un dono doppio, perché noi lo facciamo a voi e voi a noi. Ci stai?
“Frena, tigre. Spiega prima.”
“Tranquillo, spiego tutto.”
Tranquillo mica tanto. L’ultima volta che qualcuno di voi altri è venuto a farci dei regali si chiamava ONU e non è andata così bene come sembra…”
“Capisco, ma qui la cosa è semplice: noi abbiamo della merce in scadenza da piazzare. Voi ve la prendete per il tempo che resta e alla data indicata ve ne liberate, il tutto dietro lauto compenso.”
“Cavolo, ci sto. Dov’è la fregatura?”
“Nessuna fregatura, facciamo tutto alla luce del sole, siamo nell’epoca giusta in cui si può far questo e anche altro con la merce in oggetto.”
“Di cosa stiamo parlando? Roba della vostra cucina tipica, tipo il merluzzo bollito o l’arringa affumicata? O magari lo sgombro? Vado matto per lo sgombro!”
“Acqua, niente pesce.”
“I biscotti? Voi ne fate al burro di buonissimi.”
“Ancora acqua, non è qualcosa che si mangia.”
“Ci sono, hai detto Natale, giusto? Sono quei vostri maglioni natalizi di pura lana, li trovo orribili, ma scaldano che è un piacere. Ma i maglioni scadono? Non lo sapevo…”
“Acqua ancora. Guarda, tagliamo corto: sono circa trecento immigrati attualmente detenuti nelle nostre prigioni.”
“Merce, giusto? Hai detto merce, prima, o sbaglio?”
“Sì, non sbagli.”
“Ma in che senso scadono?”
“Scade il visto, a essere preciso, e quindi vanno espulsi.”
“Ah, ho capito. E perché non aspettate il momento e ve ne liberate da voi?”
“Per problemi di spazio.”
“Tu? La Danimarca? E chiami il Kosovo? Sei quattro volte me…”
“I paesi Bassi erano occupati. Con i detenuti stranieri della Norvegia e del Belgio, a dirla tutta.”
“Giusto per parlare, a quale cifra avevi pensato come compenso?”
Duecentodieci milioni di euro.”

“Pronto?”

“Kosovo, sei in linea?”
“Sì, sì! Sono qui.”
“Oh, bene, mi ero preoccupato.”
“No, sto alla grande. Duecentodieci milioni di euro hai detto?”
“Sì, per trecento celle. Ce l’avete trecento celle voi? Perché ho letto da qualche parte che il 97% delle vostre prigioni è pieno…”
“Naa... cioè sì, è vero, ma per quella cifra il posto si trova per quella merce lì. Si comprime qui, si accorcia là e chi protesta, poi? E inoltre si tratta di roba in scadenza, nessun problema. Tu manda e bonifica, al resto ci pensiamo noi.”
“Affare fatto?”
“Affare fatto! E Buon Natale…”

da qui

sabato 19 dicembre 2020

I giornalisti, il Kosovo liberato, Hashim Thachi e Robert Fisk - Ennio Remondino

 


Robert Fisk è un collega britannico scomparso una settima fa in Libano, dove viveva, a cui qualsiasi giornalista vorrebbe poter somigliare. Inviato speciale del quotidiano londinese The Independent, le guerre degli ultimo 30 anni se l’è fatte praticamente tutte. Quelle nella ex Jugoslavia e l’epilogo di quella del Kosovo, al seguito delle truppe Nato. Pesco a piene mani da una sua cronaca per raccontare del “Kosovo liberato” che per me, la voce ed il volto Rai dei bombardamenti da Belgrado, era stato vietato per decreto Uck: “territorio Comance” e non era una minaccia da prendere sottogamba. Nel frattempo, attualità stretta, il presidente del Kosovo Hashim Thachi si è dimesso ed è di fronte al tribunale internazionale dell’Aja per rispondere di crimini di guerra.

 

Robert Fisk

Si allunga la lista dei villaggi in cui si scoprono i cadaveri di contadini serbi assassinati. Di certo, una contro-pulizia etnica si sta svolgendo in Kosovo. Fino a pochi mesi fa, vittime delle atrocità delle truppe e delle milizie di Belgrado, alcuni albanesi del Kosovo si vendicano sulle minoranze serba e rom. Case incendiate, attentati contro chiese ortodosse, omicidi…: mentre quasi tutti i profughi kosovari sono tornati nella provincia, 160.000 serbi (su 200.000) sono stati costretti ad abbandonarla. Per i 35.000 uomini della forza internazionale (Kfor) è un patente fallimento, tanto più che l’esercito di liberazione del Kosovo (Uck), rifiuta di restituire le armi alle scadenze previste. Tutto ciò non può che alimentare i dubbi sui reali obiettivi della guerra della Nato e le critiche contro le manipolazioni mediatiche cui si è accompagnata.

Sempre i fatti prima di ogni considerazione

La cronaca di Robert Fisk, come sempre, vincola le sue considerazioni al dettaglio dei fatti.
Poco dopo l’arrivo in giugno delle truppe dell’Organizzazione del trattato dell’Atlantico del Nord (Nato) a Pristina, Kathy Sheridan dell’Irish Times si recò in automobile a Vucitrn, una piccola città nelle mani delle forze di sicurezza serbe. Appena arrivata, vide un cadavere riverso per strada e molti poliziotti del ministero degli Interni serbo, meglio conosciuto con l’acronimo Mup. Tornata in tutta fretta a Pristina, riferì a un reporter del servizio radiofonico della Bbc di aver visto un morto a Vucitrn, ma che la zona era”piena di poliziotti serbi”. Qualche minuto più tardi quest’ultimo mandò in onda un servizio secondo il quale un inviato speciale irlandese aveva visto Vucitrn “ricoperta di cadaveri”.
Un’ora dopo, davanti al Grand Hotel di Pristina, incrociavo Keith Graves della catena SkyTv mentre chiedeva a un ufficiale inglese come fare per inviare un’équipe della televisione a Vucitrn per filmare i morti. Si stava facendo buio e Graves, un esperto reporter pieno di risorse, preferì rimandare il viaggio al giorno dopo. E’ solo allora che scoprì la verità: la Bbc aveva semplicemente gonfiato le dichiarazioni della Sheridan. La giornalista irlandese ottenne dalla radio inglese la promessa di poter spiegare in diretta che cosa aveva realmente visto. Ma grande fu il suo stupore e la sua rabbia quando constatò che la trasmissione era stata annullata. Commento di Keith Graves: “Il vero problema ormai è che il pubblico vuole solo atrocità”.

 

Atrocità utili all’audience

E di atrocità ne furono servite in abbondanza: quelle vere condite con quelle false. Il giornalista inglese non fa sconti alle responsabilità della Serbia di Milosevic. Racconta di eccidi di cui lui stesso ha avuto diretta testimonianza, ma il suo interesse è al momento quello di capire il ruolo dell’informazione nel teatro di quella tragedia. Il sensazionalismo del mestiere senza scrupoli che andava a braccetto con l’interesse Nato a trovare, post, la giustificazione ad una guerra sempre più diffusamente criticata.
L’Alleanza aveva finalmente “liberato” il Kosovo al termine di una guerra condotta in nome di “valori”, per usare le parole di Tony Blair. E che sia maledetto chiunque affermi che questa guerra assurda non avrebbe mai dovuto aver luogo.
Fin dall’inizio la maggior parte dei nostri colleghi giornalisti ha assunto un ruolo completamente passivo negli incontri quotidiani della Nato con la stampa. Nessuno ha osato interpellare il portavoce, James Shea, sulla supposta distruzione della Terza armata jugoslava, sulla nomina a comandante in capo dell’Esercito di liberazione del Kosovo (Uck) di Agim Ceku , uno dei responsabili della “pulizia etnica” compiuta dall’esercito croato in Krajina o, ancora, sul fatto che le soluzioni alla fine accettate dalla Nato per “chiudere” la guerra erano nettamente meno dure delle condizioni di pace che l’Alleanza aveva voluto imporre alla Serbia a Rambouillet.
I giornalisti accreditati alla Nato sono rimasti silenziosi anche quando ci si è resi conto che nonostante la “vittoria straordinaria” sull’esercito jugoslavo, questo aveva perso solo tredici carri armati e che si era ritirato dal Kosovo con i suoi effettivi quasi intatti.

I 13 carri armati di Milosevic distrutti

Robert Fisk, su quegli spunti, quei fatti, inizia a porsi interrogativi inquietanti.
Era necessario che tutto si svolgesse in questo modo? Gli inviati speciali della carta stampata, della radio e della televisione erano obbligati a comportarsi da portavoce dei generali dell’Alleanza e dei vari ministri degli Esteri? Verso la fine dei bombardamenti si noti peraltro che la maggior parte degli inviati ha utilizzato l’espressione “campagna aerea”, quasi che i mig serbi si alzassero in volo ogni giorno per combattere gli aerei della Nato Shea affermò che l’ospedale di Sudurlica era servito da bersaglio perché in realtà si trattava di una caserma. Questa dichiarazione era assolutamente falsa.
Abbiamo visitato il sanatorio, visto i pietosi resti dei morti, tra cui una giovane poetessa di diciannove anni; ma non uno dei miei colleghi ha chiesto spiegazioni alla Nato su questa menzogna.
Strane coincidenze Allo stesso modo sono stati pochi i giornalisti che hanno contestato da un punto di vista etico il bombardamento della sede della televisione serba a Belgrado . Circa due giorni prima del bombardamento, il quartier generale della Cnn ad Atlanta aveva avvertito i suoi inviati speciali che l’edificio sarebbe stato preso di mira e aveva ordinato loro di riprendere tutto il materiale, come effettivamente fecero. E’ allora che il ministro serbo dell’Informazione Aleksandar Vucic uomo vicino a Milosevic e quindi un obiettivo della Nato fu invitato negli studi della televisione serba, la mattina presto, per partecipare alla trasmissione del famoso presentatore della Cnn, Larry King. Gli si chiese di arrivare mezz’ora prima per il trucco! Vucic ha affermato di essere arrivato in ritardo. La Cnn assicura di aver disdetto l’appuntamento dodici ore prima. Se il ministro serbo fosse stato puntuale, si sarebbe trovato lì nel momento in cui arrivavano i missili, che uccidevano tra l’altro la truccatrice. Per la Cnn si trattò solo di una coincidenza.
Lo vogliamo sperare.

Un brutto personaggio Rai ha recentemente applaudito e quei bombardamenti contro i ’trombettieri di Milosevic’. Peccato che non c’era neppure un giornalista pifferaio come lui, tra quei morti

Fisk a Rambouillet

L’inviato di “Tre Indipendent” si occupa subito dopo dei cosiddetti accordi di Rambouillet, già ampiamente esaminati, che sono all’origine, o la giustificazione alla decisione Nato di bombardare. Quesito chiave: il dramma dei profughi kosovari albanesi nasce prima ed è la giustificazione (l’ideal politik) della guerra, o ne è soltanto la prevista conseguenza (real politik)?
(…) il generale Wesley Clark, comandante in capo della Nato, ha riconosciuto che la tragedia epica dei profughi era “interamente prevedibile” ma all’epoca nessun giornalista gli chiese perché non avesse condiviso quell’informazione con noi.

Il giornalista trombettiere

Ma torniamo alle questioni legate al modo di raccontarla quella guerra. Secondo Fisk, era stata soprattutto la stampa americana ed inglese, allora, a ritenere che il sostegno alle ragioni nazionali della guerra fosse “un vero e proprio dovere per un giornalista di un paese democratico in tempo di guerra”. In Italia accade anche di peggio, ma questa è altra cronaca e altro capitolo. Ancora i fatti.
Quando mi sono recato a Bruxelles, durante una delle quotidiane conferenze stampa, per fare una domanda sull’impiego di munizioni all’uranio impoverito, apparentemente responsabili di numerosi casi di tumore in Iraq, un generale ammise che la Nato ne aveva fatto uso ammissione tra l’altro ripresa in diretta.
Ma quando la Cnn preparò il nastro per mandarlo in onda, la mia domanda e la risposta del generale erano state misteriosamente tagliate.
Di recente l’addetto stampa di Blair, Alastair Campbell, pontificava davanti al Royal United Services Institute di Londra sul modo in cui i giornalisti erano stati ingannati dalla “macchina delle menzogne serba”, ma ovviamente non faceva menzione dei docili colleghi riuniti alle “messe” della Nato. E ritornava sul vecchio e logoro argomento, utilizzato nel corso di tutta la guerra: la Nato uccideva degli innocenti per sbaglio, i serbi li uccidevano volontariamente.

I morti per caso e l’ironia

In questo caso, Robert Firsk ricorre all’ironia. Ma anche se le vittime serbe fossero state uccise per sbaglio, questo renderebbe forse la loro morte meno dolorosa o più accettabile? Fa molta differenza essere decapitato da una bomba a frammentazione della Nato o da una granata serba? I serbi, non possiamo negarlo, sono stati responsabili di crimini orrendi veramente orrendi, a giudicare da quello che ho visto a Coska mentre la Nato non aveva intenzione (almeno lo vogliamo sperare) di uccidere civili. Ma se questa guerra non era indispensabile, allora le morti di cui l’Alleanza è responsabile pesano di più sulle nostre coscienze. E i giornalisti che lavoravano in Jugoslavia, lungi dall’essere gli strumenti di una qualche “macchina delle menzogne”, hanno fornito un doloroso ma necessario resoconto di quello che noi, la Nato, la nostra società occidentale facevamo subire ai serbi.
Robert Fisk, sull’argomento polemizza duramente. Primo: è quasi impossibile credere che un’aviazione che aveva bombardato con costanza ospedali, ponti, un treno, due autobus, un ponte di un villaggio in un giorno di mercato e molte case, oltre a caserme e raffinerie, non mirasse deliberatamente a obiettivi civili per piegare la Serbia. Secondo, nessuno è in grado di dimostrare o soltanto sostenere che i serbi avrebbero commesso atrocità volontarie anche se la Nato non fosse entrata in guerra.
E’ vero che i serbi si sono resi colpevoli di stupri, di esecuzioni di massa e di crudeltà contro kosovari innocenti, conclude Firsk, ma la natura della pace che ha concluso questa guerra suggerisce che quest’ultima avrebbe potuto non aver luogo. Questo conflitto avrebbe dovuto essere evitato.

Il carognismo in casa

L’ultimo attacco contro i giornalisti è arrivato dagli stessi inviati speciali. Una collaboratrice del The Irish Times mi ha accusato di voler mettere “sullo stesso piano le vittime” espressione puerile, ma pericolosa perché avevo previsto dall’inizio di giugno, e a ragione, che “il Kosovo sarebbe stato prima pulito etnicamente dai serbi. Poi in pochi giorni due settimane al massimo la regione sarebbe stata a sua volta pulita etnicamente dagli alleati albanesi della Nato”. Non solo questa citazione era stata estrapolata dal suo contesto, ma soprattutto il mio vero peccato era stato quello di avere ragione.
Da allora la maggioranza della popolazione serba del Kosovo è fuggita dalla regione, così come quasi metà degli zingari. I civili serbi che avevo visto ammassati nelle loro automobili o stretti in lacrime sui carri delle loro fattorie erano altrettanto innocenti degli albanesi odiosamente cacciati dalla loro patria due mesi prima. Ma il semplice fatto che questi nuovi profughi fossero serbi era sufficiente a far dimenticare la loro condizione di vittime. Mi venivano in mente i tedeschi dei Sudeti e dei territori orientali della Germania alla fine della seconda guerra mondiale. All’epoca non ci preoccupavamo di loro.”Hanno avuto quello che si meritano”, pensavamo. E ora riduciamo a bestie un intero popolo i serbi a causa dei crimini del loro governo e delle loro odiose forze paramilitari.

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