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mercoledì 11 dicembre 2024

IL VERO COMPROMESSO STORICO NON ERA CON LA DC MA CON LA NATO - comidad


 

Al regista ed all’interprete del film “Berlinguer, la grande ambizione”, Nanni Moretti ha rivolto la seguente battuta: “Secondo me se Andrea Segre ed Elio Germano avessero avuto vent’anni nel 1973, avrebbero odiato il compromesso storico”. Ma, prima di amare o odiare il compromesso storico, sarebbe stato utile capire di cosa si trattava, poiché a tutt’oggi non è affatto chiaro.
La linea del cosiddetto compromesso storico fu tracciata da Enrico Berlinguer nel 1973 in tre articoli consecutivi e complementari sulla rivista “Rinascita”; articoli che partivano da un’analisi della vicenda del golpe in Cile. Nel primo articolo Berlinguer affermava: “Anzitutto, gli eventi cileni estendono la consapevolezza, contro ogni illusione, che i caratteri dell’imperialismo, e di quello nord-americano in particolare, restano la sopraffazione e la jugulazione economica e politica, lo spirito di aggressione e di conquista, la tendenza a opprimere i popoli e a privarli della loro indipendenza, libertà e unità ogni qualvolta le circostanze concrete e i rapporti di forza lo consentano.” Dall’analisi di Berlinguer risulta quindi che l’ostacolo principale da superare per ogni politica socialista è la sopraffazione imperialista, in particolare quella statunitense, che si esercita sia con l’aggressione diretta, sia facendo da sponda all’eversione interna.
Nel secondo articolo Berlinguer prospettava la soluzione al problema di come contrastare l’ingerenza imperialista: “Ecco perché noi parliamo non di una «alternativa di sinistra» ma di una «alternativa democratica» e cioè della prospettiva politica di una collaborazione e di una intesa delle forze popolari di ispirazione comunista e socialista con le forze popolari di ispirazione cattolica, oltre che con formazioni di altro orientamento democratico.”
Insomma, secondo il Berlinguer del 1973, per non soccombere all’aggressione imperialista il movimento progressista avrebbe dovuto allargare il più possibile la sua base sociale e politica; ciò, in un paese come l’Italia, comportava un’intesa anche con le masse cattoliche; ovvero, in termini più espliciti, con il partito della Democrazia Cristiana. Ma se avete capito che il cosiddetto compromesso storico consisteva in un antimperialismo iper-prudente e basato su una politica di gradualità e di alleanze, preparatevi ad una delusione.
Non erano passati neppure tre anni dalle sue riflessioni sulla tragedia cilena e Berlinguer, in un’intervista sul “Corriere della sera” del giugno 1976, affermava: “Io penso che, non appartenendo l’Italia al Patto di Varsavia, da questo punto di vista c’è l’assoluta certezza che possiamo procedere lungo la via italiana al socialismo senza alcun condizionamento. Ma questo non vuol dire che nel blocco occidentale non esistano problemi: tanto è vero che noi ci vediamo costretti a rivendicare all’interno del Patto Atlantico, patto che pur non mettiamo in discussione, il di­ritto dell’Italia di decidere in modo autonomo del proprio destino”. Il concetto veniva poi ribadito: “Io voglio che l’Italia non esca dal Patto Atlantico «anche» per questo, e non solo perché la nostra uscita sconvolgerebbe l’equilibrio internazionale. Mi sento più sicuro stando di qua, ma vedo che anche di qua ci sono seri tentativi per limitare la nostra autonomia.”

Ricapitolando, in tre anni Berlinguer era passato dal concetto di aggressione imperialista USA a quello molto più blando di “seri tentativi di limitare la nostra autonomia”; comunque Berlinguer si sentiva “più sicuro stando di qua”, perciò egli proponeva di restare nella NATO non soltanto per evitare una destabilizzazione dei processi di distensione, ma perché riscontrava addirittura una garanzia nell’appartenenza dell’Italia alla NATO, tanto da avere più possibilità di costruire il socialismo. Insomma, nel 1976 è sparito l’imperialismo USA; inoltre il braccio USA in Europa, la NATO, pur non essendo immune da critiche, comunque svolgerebbe una funzione di sicurezza per i suoi membri. Ma, visto che nella visione di Berlinguer non c’era più l’aggressione imperialista USA, allora cadeva anche la motivazione da lui addotta nel 1973 per giustificare la politica del compromesso storico del PCI con le “masse cattoliche”, cioè con la DC.
A ben vedere, è stato lo stesso Berlinguer ad uccidere la propria creatura, il compromesso storico con i cattolici, se non nella culla, già mentre questa muoveva i primi passi. Il compromesso storico infatti non era più con la DC ma con la NATO (come si dice: ubi maior minor cessat); dall’accordo col servo, la DC, si passava direttamente alla ricerca di un accordo col padrone, cioè la NATO. Il nemico del 1973 (l’imperialismo americano, quello che aveva ucciso Allende) nel 1976 era diventato un amico, anzi non era più neppure imperialismo ma sicurezza. Quanto ad Allende poi: ma chi lo conosce?
Ma, a questo punto, c’è un’altra domanda: è stato Berlinguer a santificare la NATO, oppure è la NATO ad aver santificato Berlinguer ed oggi a imporcelo come icona del politicamente corretto? La domanda non è astratta o arbitraria; anzi, è strano che certi dettagli stridenti non siano stati sottolineati a suo tempo. Dal rinunciare all’obbiettivo di uscire dalla NATO perché i rapporti di forza interni e internazionali non lo consentono al voler restare nella NATO per la libertà che questa offrirebbe, non c’è una sfumatura, c’è invece un abisso dal punto di vista politico e strategico; che è poi anche l’abisso che intercorre tra il parlare con un minimo di serietà o prenderti per il culo. Ma è ancora più importante notare l’approccio soggettivistico con cui Berlinguer saltava quell’abisso. Nel proporre l’accordo con la DC, Berlinguer aveva rispettato i rituali, ed anche le ipocrisie, del centralismo democratico; invece tre anni dopo, nel caso dell’accettazione della NATO, Berlinguer aggirava le procedure interne e metteva il partito davanti al fatto compiuto con un’intervista al quotidiano mainstream. Risultava anche inedito per il suo ruolo di segretario di partito fare certe dichiarazioni così impegnative usando il verbo coniugato in prima persona: “Io penso che, non appartenendo l’Italia al Patto di Varsavia, da questo punto di vista c’è l’assoluta certezza che possiamo procedere lungo la via italiana al socialismo senza alcun condizionamento” … “Io voglio che l’Italia non esca dal Patto Atlantico” ... “Mi sento più sicuro stando di qua”. Si vede che la NATO, entità divina, infonde il carisma ai suoi apostoli con la discesa dello Spirito Santo.

da qui

venerdì 12 marzo 2021

Se Berlinguer non fosse morto, Napolitano si sarebbe dimesso - Adriana Stazio

In questi giorni è ricorso il trentunesimo anniversario della tragica morte di Enrico Berlinguer. Era l’11 giugno 1984 quando il leader del partito comunista si spense in seguito all’ictus che lo aveva colpito quattro giorni prima durante un comizio elettorale a Padova. Il 13 ebbero luogo i funerali oceanici. Alle successive elezioni europee del 17 giugno il PCI stravinse le elezioni, arrivando al 33.33% e conquistando più voti e seggi della DC. Un terzo degli elettori italiani votava comunista.

Poi iniziò la discesa, fino alla svolta della Bolognina, il cambio di nome e la seconda Repubblica che iniziò con la stretta di mano in Parlamento tra il neo premier Silvio Berlusconi e Giorgio Napolitano che aveva appena deposto le armi del suo partito che contestava la legittimità del neo premier promettendo a nome del suo gruppo al cavaliere un’opposizione all’inglese. Il cavaliere commosso scese dal banco del governo e andò a stringergli la mano. Un episodio chiave ma ingiustamente poco ricordato. Eppure oggi, alla luce di quanto emerso sulla trattativa Stato-mafia, il tutto assume una forma ancora più chiara. Anche il perché proprio Giorgio Napolitano, insieme a Luciano Violante e Massimo D’Alema furono i protagonisti di quella stagione. Mentre ad Achille Occhetto, estraneo a determinate logiche, non restava che dimettersi dopo la sconfitta su tutta la linea della sua “gioiosa macchina da guerra”. Prima della scelta da parte dei circoli di potere americani ed italiani del nuovo soggetto Forza Italia quale nuovo referente dopo il crollo della DC, D’Alema aveva provato ad accreditarsi presso i mercati finanziari internazionali, ma l’America non poteva fidarsi del partito ex comunista affidandogli il posto che era stato della DC: ancora non c’era stata la totale mutazione genetica avvenuta prima con Walter Veltroni che fondò il PD fondendo i DS di provenienza PCI con parte della DC confluita nella Margherita, poi completata dall’ex democristiano Matteo Renzi. Il PdS però fu l’unico partito a non dover essere spazzato via, come era successo con gli altri, i vecchi referenti, DC e PSI in primis, a suon di bombe (Lima, Falcone, etc) e di avvisi di garanzia e manette. Dopo il crollo dei vecchi partiti il PdS era rimasto solo, alle comunali dell’autunno ’93 stravinse, stava cominciando anche a raccogliere il sostegno di ambienti del capitalismo italiano ed internazionale che di certo – nel vuoto causato dalla scomparsa del centro – non potevano dare il loro sostegno a forze troppo estremiste come la Lega Nord o l’MSI-AN di Fini. Sembrava destinato a vincere le elezioni politiche del 1994 fosse altro per mancanza di avversari. Ma a gennaio del 1994 ecco la discesa in campo di Berlusconi“L’Italia è il Paese che amo”. E le bombe d’incanto cessarono. L’Italia uscì da un incubo che durava da due anni per entrare in un altro.

Ma torniamo a Enrico Berlinguer. Si sta discutendo molto del film di Walter Veltroni “Quando c’era Berlinguer”. Confesso di non averlo ancora visto, né ho molta curiosità di farlo. Ma ho visto il passaggio dell’intervista a Giorgio Napolitano, in cui l’ex leader della corrente migliorista, piange ricordando il “compagno Enrico”:

«Ho scritto qualche parola dicendo che il mio stato d’animo fu non solo quello del dolore personale – qui la voce si incrina per la commozione – ma quello del senso del declino del partito e del movimento con cui avevamo entrambi (parola sottolineata con il tono della voce sempre più rotta dal pianto soffocato) identificato la nostra vita.»

Che scenetta commovente per chi non ricorda o non conosce la storia del PCI! Difficilmente abbiamo assistito a tanta ipocrisia. E’ noto che Napolitano da ragazzo avrebbe voluto darsi al teatro, credo che anche lì avrebbe avuto un futuro. Dopotutto ha finto per decenni di essere comunista e qualcuno gli ha pure creduto. Chi ha un po’ di memoria ricorda la contrapposizione alla linea di Berlinguer sulla “questione morale” dell’ala migliorista che flirtava con Craxi contraria alla denuncia del segretario comunista. Napolitano lo attaccò apertamente.

Proprio negli ultimi anni lo scontro si era inasprito. Il PCI aveva rotto con il presidente del Consiglio, nonché segretario del PSI, Bettino Craxi sulla questione della scala mobile e, proprio mentre Napolitano si affannava a trattare in Parlamento sul provvedimento contro i lavoratori, in quei primi giorni del giugno 1984 il Partito aveva annunciato il referendum.

Nel 2005 sul Riformista, ricordando quei giorni, Emanuele Macaluso, migliorista e amico intimo di Napolitano, scrive: “Napolitano allora era capogruppo alla Camera e con Formica, capogruppo dei socialisti, aveva trovato un’intesa per rendere il testo accettabile anche per i comunisti. Intesa che poi venne mandata all’aria da entrambe le parti. Ma in quel momento Berlinguer comincia a vedere di cattivo occhio sia Napolitano sia Nilde Iotti, allora presidente della Camera. A Nilde Iotti sembra rimproverare di tutelare più il governo che il suo partito, mentre su Napolitano pesa il sospetto di morbidezza per via della sua nota contrarietà alla linea scelta in quella fase dal Pci, durante la dura battaglia parlamentare che precedette il referendum. Da lì in avanti i rapporti si inasprirono a tal punto che quando Berlinguer morì Napolitano aveva già in tasca la lettera di dimissioni da capogruppo. Una lettera mai recapitata, in quel funesto 7 giugno 1984.”

Evidentemente quella tragica morte improvvisa di Enrico Berlinguer fu provvidenziale per qualcuno, che oggi piange finte lacrime.

da qui

venerdì 3 aprile 2020

diceva Enrico Berlinguer, nel 1983




Oggi non sono entrati in discussione soltanto gli assetti produttivi e le strutture del capitalismo maturo, ma siamo di fronte a una vera e propria “crisi del mondo”. Viviamo in un’epoca per molti aspetti suprema della storia dell’uomo sia per le possibilità che per i rischi. L’allarme non riguarda solo il rapporto tra lo Stato e l’elettronica, ma riguarda anche i fiumi, i laghi, i mari, l’aria che respiriamo, l’atmosfera e la toposfera della Terra.

martedì 3 dicembre 2013

4 dicembre 1890 - ricordo di Emilio Lussu

è stato uno dei rari uomini politici nobili (nel senso di non ignobili, Pertini, Gramsci e Berlinguer sono della stessa specie), a cui addirittura potrebbe essere dedicato qualche aeroporto sardo.
si citano due episodi che lo riguardano (per dare l’idea di chi era) e una pagina indimenticabile, nella quale l’umanità vince la disumanità e la bestialità alla quale si era costretti.
racconta Vittorio Foa:
…Nel settembre 1945, quando Lussu era ministro nel governo Parri, chi scrive andò a chiedergli, per aiutare finanziariamente il partito di cui entrambi facevano parte, di mettere una firma sotto una autorizzazione, cosa consueta nel sottobosco politico del tempo. Lussu rispose: «Compagno, puoi chiedermi di montare a cavallo e andare in via Nazionale a rapinare l’oro della Banca d’Italia e io – per il partito – lo faccio subito. Ma mettere una firma sotto una cartaccia, giammai». Nell’irrealismo dell’immagine il poeta riusciva a cogliere e giudicare la squallida realtà del mondo in cui ci avvolgevamo e ad avanzare, almeno come ipotesi, un mondo diverso.
di Emilio Lussu si ricordano ancora:
…E’ la storia di un ragazzino, Mario. Il fratello di Paolo.
Mario, nelle campagne di Lu Nibareddu ai confini con Mureu, fa pascolare il bestiame.
C’è una strada che immagino polverosa che costeggia quelle proprietà.
E’ il 1945, la guerra è appena finita. A Bortigiadas la guerra non si saprebbe nemmeno che cosa sia se non fosse per quei figli, fratelli o mariti partiti e mai ritornati, tornati e mutilati, tenuti prigionieri in Russia. O prima ancora sulle montagne del Carso, nella Guerra del 15/18.
La strada polverosa, ricordatevela.
Macchine ne passavano davvero poche che si stava settimane intere senza vederle.
Carri, magari, a trafficare grano e carbone con l’Anglona.
Arriva da Sassari una macchina e alla vista di Mario si ferma. Ne scende un uomo alto, elegante. Di una eleganza e una bellezza d’altri tempi, una specie di Cavaliere.
Lo chiama a sè, il ragazzino.
Come ti chiami, gli domanda.
Mario, risponde quello impaurito.
Mario come, gli dice il Cavaliere.
Passaghe, risponde Mario.
Avevo un attendente che si chiamava Passaghe, durante la guerra. Io sono Emilio Lussu.
Era mio zio, risponde pronto il ragazzino.
Anche in quelle campagne sperdute di Gallura l’eco di quel nome e di quelle gesta era arrivato, anche a Lu Nibareddu. Estremo confine del mondo allora conosciuto. Solo la guerra li aveva portati altrove, le migrazioni non erano ancora venute, l’onda delle migrazioni a riportarseli via.
Meglio la miseria, meglio la fame.
E poi quel Cavaliere che nel frattempo, leggendo i libri di storia, è diventato Ministro dell’assistenza postbellica chiede a Mario come si chiamano i posti, quante famiglie li abitino, quanti bambini ci siano e se frequentino la scuola.
Non ce n’è di scuola, risponde Mario.
Poi se ne parte quell’uomo, il Cavaliere, sulla macchina: lascia una scia di polvere e di vento nella strada che si arrampica verso Tempio.
Si lascia Mario, dietro le bestie.
Poi arriva l’anno dopo e il Sindaco del paese incontrando gli abitanti di Nibareddu si complimenta per l’istanza avanzata per avere la scuola.
Noi non abbiamo fatto nessuna domanda, rispondono quelli.
Più semplicemente Emilio Lussu era intervenuto e fatto aprire la scuola a Lu Nibareddu, infinitesima frazione del Comune di Bortigiadas.
Una scuola con i banchi, il maestro e tutto quanto.
Una scuola dove in molti impararono a leggere e a scrivere…

ha scritto un libro, “Un anno sull’altipiano” (da cui Francesco Rosi, guadagnadosi una denuncia per vilipendio all’esercito, ha tratto “Uomini contro”, un film ‘leggermente’ antimilitarista, con Gian Maria Volontè), nel quale si può leggere la seguente pagina: 
“Non si parlava più di nuovi assalti. La calma sembrava ridiscesa per lungo tempo sulla vallata. Dall’una parte e dall’altra, si rafforzavano le posizioni. I zappatori lavoravano tutta la notte. Il cannoncino da 37 continuava a darci fastidi, sempre invisibile. Rimaneva dei giorni interi senza sparare un colpo, poi, improvvisamente, apriva il fuoco contro una feritoia e ci feriva una vedetta.
Il mio battaglione era sempre in linea e attendevamo che il battaglione di rincalzo ci desse il cambio. Io volevo poter dare indicazioni precise al comandante del reparto che mi avrebbe sostituito. Giorno e notte, avevo un servizio speciale di osservazione, nella speranza che il bagliore dello sparo o il movimento dei serventi tradisse la postazione del pezzo.
La notte precedente a quella del cambio, poiché il servizio di vigilanza non ci aveva dato alcun risultato, accompagnato da un caporale, io stesso m’ero voluto mettere in osservazione. Il caporale era uscito molte volte di pattuglia, ed era pratico del luogo. La luna rischiarava il bosco e, all’apparire di qualche raro razzo, la luce improvvisa dava un’apparenza di movimento alla foresta. Era difficile capire se si trattasse sempre d’una illusione. Potevano anche essere uomini che si spostassero, non alberi che, per la velocità del passaggio della luce dei razzi attraverso i rami, sembrassero muoversi. Noi due eravamo usciti all’estrema sinistra della compagnia, nel punto in cui le nostre trincee erano piú vicine alie trincee nemiche. Camminando carponi, eravamo arrivati dietro un cespuglio, una decina di metri oltre la nostra linea, una trentina dall’austriaca. Un leggero avvallamento separava le nostre trincee dal cespuglio, e questo coronava un rialzo di terreno dominante la trincea antistante.
Eravamo là immobili, indecisi se avanzare ancora oppure fermarci, quando ci parve di notare un movimento nelle trincee nemiche, alla nostra sinistra. In quel tratto di trincea, non v’erano alberi: non era quindi possibile si trattasse di una illusione ottica. Comunque, noi constatavamo di essere in un punto da cui si poteva spiare la trincea nemica, d’infilata. Un simile posto non l’avevamo ancora scoperto, in nessun altro punto. Decisi perciò di rimanere là tutta la notte, per essere in grado di osservare l’animarsi della trincea nemica, ai primi chiarori dell’alba. Che il cannoncino sparasse o tacesse, mi era ormai indifferente. L’essenziale era mantenere quell'insperato posto di osservazione.
Il cespuglio e il rialzo ci mascheravano e ci proteggevano così bene che decisi di ricollegarli alla nostra linea e di farne un posto clandestino d’osservazione permanente. Rimandai indietro il caporale e feci venire un graduato dei zappatori al quale detti le indicazioni necessarie al lavoro. In poche ore, tra il cespuglio e la nostra trincea, fu scavato un camminamento di comunicazione. Il rumore del lavoro fu coperto dal rumore dei tiri lungo la nostra linea. Il camminamento non era alto, ma consentiva il passaggio al coperto, anche di giorno, ad un uomo che avesse camminato strisciando. La terra scavata fu ritirata indietro nella trincea, e dello scavo non rimasero tracce appariscenti. Piccoli rami freschi e cespugli completarono il mascheramento.
Addossati al cespuglio, il caporale ed io rimanemmo in agguato tutta la notte, senza riuscire a distinguere segni di vita nella trincea nemica. Ma l’alba ci compensò dell’attesa. Prima, fu un muoversi confuso di qualche ombra nei camminamenti, indi, in trincea, apparvero dei soldati con delle marmitte. Era certo la corvée del caffè. I soldati passavano, per uno o per due, senza curvarsi, sicuri com'erano di non esser visti, ché le trincee e i traversoni laterali li proteggevano dall'osservazione e dai tiri d’infilata della nostra linea, Mai avevo visto uno spettacolo eguale. Ora erano là, gli austriaci: vicini, quasi a contatto, tranquilli, come i passanti su un marciapiede di città. Ne provai una sensazione strana. Stringevo forte il braccio del caporale che avevo alla mia destra, per comunicargli, senza voler parlare, la mia meraviglia. Anch’egli era attento e sorpreso, e io ne sentivo il tremito che gli dava il respiro lungamente trattenuto. Una vita sconosciuta si mostrava improvvisamente ai nostri occhi. Quelle trincee, che pure noi avevamo attaccato tante volte inutilmente, così viva ne era stata la resistenza, avevano poi finito con l’apparirci inanimate, come cose lugubri, inabitate da viventi, rifugio di fantasmi misteriosi e terribili. Ora si mostravano a noi, nella loro vera vita. Il nemico, il nemico, gli austriaci, gli austriaci!… Ecco il nemico ed ecco gli austriaci. Uomini e soldati come noi, fatti come noi, in uniforme come noi, che ora si muovevano, parlavano e prendevano il caffè, proprio come stavano facendo, dietro di noi, in quell’ora stessa, i nostri stessi compagni. Strana cosa. Un’idea simile non mi era mai venuta alla mente. Ora prendevano il caffè. Curioso! E perché non avrebbero dovuto prendere il caffè? Perché mai mi appariva straordinario che prendessero il caffè? E, verso le 10 o le 11, avrebbero anche consumato il rancio, esattamente come noi. Forse che il nemico può vivere senza bere e senza mangiare? Certamente no. E allora, quale la ragione del mio stupore?
Ci erano tanto vicini e noi li potevamo contare, uno per uno. Nella trincea, fra due traversoni, v’era un piccolo spazio tondo, dove qualcuno, di tanto in tanto, si fermava. Si capiva che parlavano, ma la voce non arrivava fino a noi. Quello spazio doveva trovarsi di fronte a un ricovero più grande degli altri, perché v’era attorno maggior movimento. Il movimento cessò all’arrivo d’un ufficiale. Dal modo con cui era vestito, si capiva ch’era un ufficiale. Aveva scarpe e gambali di cuoio giallo e l’uniforme appariva nuovissima. Probabilmente, era un ufficiale arrivato in quei giorni, forse uscito appena da una scuola militare. Era giovanissimo e il biondo dei capelli lo faceva apparire ancora più giovane. Sembrava non dovesse avere neppure diciott’anni. Al suo arrivo, i soldati si scartarono e, nello spazio tondo, non rimase che lui. La distribuzione del caffè doveva incominciare in quel momento. Io non vedevo che l’ufficiale.
Io facevo la guerra fin dall'inizio. Far la guerra, per anni, significa acquistare abitudini e mentalità di guerra. Questa caccia grossa fra uomini non era molto dissimile dall’altra caccia grossa. Io non vedevo un uomo. Vedevo solamente il nemico. Dopo tante attese, tante pattuglie, tanto sonno perduto, egli passava al varco. La caccia era ben riuscita. Macchinalmente, senza un pensiero, senza una volontà precisa, ma così, solo per istinto, afferrai il fucile del caporale. Egli me lo abbandonò ed io me ne impadronii. Se fossimo stati per terra, come altre notti, stesi dietro il cespuglio, è probabile che avrei tirato immediatamente, senza perdere un secondo di tempo. Ma ero in ginocchio, nel fosso scavato, ed il cespuglio mi stava di fronte come una difesa di tiro a segno. Ero come in un poligono e mi potevo prendere tutte le comodità per puntare. Poggiai bene i gomiti a terra, e cominciai a puntare.
L’ufficiale austriaco accese una sigaretta. Ora egli fumava. Quella sigaretta creò un rapporto improvviso fra lui e me. Appena ne vidi il fumo, anch’io sentii il bisogno di fumare. Questo mio desiderio mi fece pensare che anch’io avevo delle sigarette. Fu un attimo. Il mio atto del puntare, ch’era automatico, divenne ragionato. Dovetti pensare che puntavo, e che puntavo contro qualcuno. L’indice che toccava il grilletto allentò la pressione. Pensavo. Ero obbligato a pensare.
Certo, facevo coscientemente la guerra e la giustificavo moralmente e politicamente. La mia coscienza di uomo e di cittadino non erano in conflitto con i miei doveri militari. La guerra era, per me, una dura necessità, terribile certo, ma alla quale ubbidivo, come ad una delle tante necessità, ingrate ma inevitabili, della vita. Pertanto facevo la guerra e avevo il comando di soldati. La facevo dunque, moralmente, due volte. Avevo già preso parte a tanti combattimenti. Che io tirassi contro un ufficiale nemico era quindi un fatto logico. Anzi, esigevo che i miei soldati fossero attenti nel loro servizio di vedetta e tirassero bene, se il nemico si scopriva. Perché non avrei, ora, tirato io su quell’ufficiale? Avevo il dovere di tirare. Sentivo che ne avevo il dovere. Se non avessi sentito che quello era un dovere, sarebbe stato mostruoso che io continuassi a fare la guerra e a farla fare agli altri. No, non v’era dubbio, io avevo il dovere di tirare.
E intanto, non tiravo. Il mio pensiero si sviluppava con calma. Non ero affatto nervoso. La sera precedente, prima di uscire dalla trincea, avevo dormito quattro o cinque ore: mi sentivo benissimo: dietro il cespuglio, nel fosso, non ero minacciato da pericolo alcuno. Non avrei potuto essere piú calmo, in una camera di casa mia, nella mia città.
Forse, era quella calma completa che allontanava il mio spirito dalla guerra. Avevo di fronte un ufficiale, giovane, inconscio del pericolo che gli sovrastava. Non lo potevo sbagliare. Avrei potuto sparare mille colpi a quella distanza, senza sbagliarne uno. Bastava che premessi il grilletto: egli sarebbe stramazzato al suolo. Questa certezza che la sua vita dipendesse dalla mia volontà, mi rese esitante. Avevo di fronte un uomo. Un uomo!
Un uomo!
Ne distinguevo gli occhi e i tratti del viso. La luce dell’alba si faceva più chiara ed il sole si annunziava dietro la cima dei monti. Tirare cosi, a pochi passi, su un uomo… come su un cinghiale!
Cominciai a pensare che, forse, non avrei tirato. Pensavo. Condurre all’assalto cento uomini, o mille, contro cento altri o altri mille è una cosa. Prendere un uomo, staccarlo dal resto degli uomini e poi dire: “Ecco, sta’ fermo, io ti sparo, io t’uccido ” è un’altra. È assolutamente un’altra cosa. Fare la guerra è una cosa, uccidere un uomo è un’altra cosa. Uccidere un uomo, così, è assassinare un uomo.
Non so fino a che punto il mio pensiero procedesse logico. Certo è che avevo abbassato il fucile e non sparavo. In me s’erano formate due coscienze, due individualità, una ostile all’altra. Dicevo a me stesso: “Eh! non sarai tu che ucciderai un uomo, così! “
Io stesso che ho vissuto quegli istanti, non sarei ora in grado di rifare l’esame di quel processo psicologico. V’è un salto che io, oggi, non vedo più chiaramente. E mi chiedo ancora come, arrivato a quella conclusione, io pensassi di far eseguire da un altro quello che io stesso non mi sentivo la coscienza di compiere. Avevo il fucile poggiato, per terra, infilato nel cespuglio. Il caporale si stringeva al mio fianco. Gli porsi il calcio del fucile e gli dissi, a fior di labbra:
- Sai… così… un uomo solo… io non sparo. Tu, vuoi? Il caporale prese il calcio del fucile e mi rispose:
- Neppure io.
Rientrammo, carponi, in trincea. Il caffè era già distribuito e lo prendemmo anche noi.
La sera, dopo l’imbrunire, il battaglione di rincalzo ci dette il cambio.”

anche qui

mercoledì 4 luglio 2012

ricordo di Berlinguer - Salvatore Mannuzzu


Enrico Berlinguer aveva formulato la sua proposta politica di austerità nel gennaio 1977: quando già la cultura dello spreco prendeva piede, poco avvertita, la nostra nazionale orchestrina Titanic cominciava a suonare e il disastro, verso il quale scivolavamo dolcemente, era anche politico – o addirittura antropologico. Sicché quella proposta risultava certo tempestiva, perché non esisteva altro rimedio a quanto ci stava capitando e poi si sarebbe aggravato; ma insieme era una proposta controtempo, rappresentando l’opposto di quello che noi – sempre più viziati dai consumi – ormai chiedevamo dalla vita. Quando dico noi intendo tutti: anche le masse che votavano comunista; anche le schiere di compagni che dalle periferie al centro erano le strutture portanti e attive del partito, dentro le sezioni, i comitati cittadini, federali, regionali – e oltre: fino ai vertici.
Berlinguer allora fece la sua parte di leader che riesce a leggere la verità della storia, nell’essere e nel divenire; e il conflitto fra quella sua parte di leader, dalla vista troppo acuta e lunga, con lo spirito dei tempi e persino con l’anima del partito – come stava mutando, fino a perdersi – era un rischio professionale. Era un prezzo da pagare secondo le logiche, rettamente intese, del mestiere di guida politica; ma un prezzo assai alto, giacché poteva coincidere col destino minoritario del profeta. E ai profeti capita spesso di non essere compresi (anzi Gerusalemme li lapida e li crocefigge).
Berlinguer però non faceva di mestiere il profeta. Non era un impolitico e disarmato profeta: era invece il segretario nazionale del Pci. Sulla via politica dell’austerità doveva portare il suo partito e l’intero suo paese; se possibile dentro dinamiche internazionali congrue. E il cammino non era breve né poco accidentato: sono operazioni che hanno bisogno di tempo.
Questo tempo Berlinguer non lo ebbe, lo sappiamo. La partita era in corso quando lui uscì dalla gara per un ictus. Dunque nessuno può parlare d’un suo fallimento. Anche se poi avere successo in quell’impresa, sia pure nei modi incompleti e contaminati del possibile, era davvero arduo: dato che la necessità vitale dell’austerità veniva proprio dall’opposta piega delle inclinazioni collettive e degli approdi reali. L’esperienza di quegli anni dice che la proposta si scontrò con un’udienza refrattaria anche dentro il partito. Dove restava ancora un’abitudine alla disciplina, o addirittura al conformismo; ma le quotidiane lusinghe consumistiche già si mescolavano alle identità, nell’ascolto di mille sirene congeniali, specialmente mediatiche: ed erano ovviamente lusinghe molto forti...