Dall’orazione
ufficiale tenuta da Tomaso Montanari a Pavia, oggi 25 aprile 2026
Il 25
aprile del 1945 fu la voce di Sandro Pertini a
chiamare, dalla radio, i milanesi allo sciopero generale e all’insurrezione.
Venticinque anni dopo, nel 1970, un Pertini presidente della Camera così
celebrava la grande di aprile: «Noi non vogliamo abbandonarci ad un vano
reducismo. No. … Siamo qui per riaffermare la vitalità attuale e perenne degli
ideali che animarono la nostra lotta. Questi ideali sono la libertà e la
giustizia sociale, che costituirono un binomio inscindibile, l’un termine presuppone
l’altro; non può esservi vera libertà senza giustizia sociale, e non si avrà
mai vera giustizia sociale senza libertà. E sta precisamente al Parlamento
adoperarsi senza tregua perché soddisfatta sia la sete di giustizia
sociale della classe lavoratrice. La libertà solo così riposerà su una
base solida, la sua base naturale, e diverrà una conquista duratura ed essa
sarà sentita, in tutto il suo alto valore, e considerata un bene prezioso
inalienabile dal popolo lavoratore italiano». «Solo così»: cioè costruendo
giustizia sociale. Ma abbiamo fatto il contrario: e oggi ci
chiediamo se l’indifferenza, o meglio la diffidenza, verso quei valori di
libertà non si debba proprio spiegare così.
La
distruzione di ogni giustizia sociale ha lentamente distrutto anche la «base
solida» per l’idea stessa di libertà. Ed è così, per questa
via, che gli italiani hanno smesso in massa di andare a votare, aprendo la via
al governo di chi si riconosce a viso aperto nelle idee e nei miti aberranti
del fascismo. Oggi, in un deserto ideologico, il razzismo, l’odio
per la diversità, la pretesa della superiorità della propria cultura, un
disperato egoismo sociale crescono velocemente, e si
moltiplicano: perché sono ‘idee senza parole’ che abitano perfettamente il
vuoto lasciato dalla mancanza di idee argomentate, confrontate con la realtà,
passate al vaglio di una critica collettiva. La maggior parte di coloro che
votano, o provano simpatia, per i partiti che continuano a credere nei miti del
fascismo (e che rivendicano proprio questa «continuità») non ha probabilmente mai
letto Mussolini e, quasi sempre ha un sincero orrore per la
figura di Hitler: non sa quali siano le origini delle idee che
pensa di condividere, e non immagina quali possano esserne le conseguenze sulla
sopravvivenza della democrazia, e dell’umanità stessa. Non lo sa, e non se ne
cura: nella convinzione che quelle idee siano ‘naturali’, e dunque più forti
del diritto, o del senso morale.
A questo si
aggiunge che il più potente mezzo di comunicazione orizzontale della storia
umana – internet, con i social media – è oggi dominato da un
«algoritmo [che] per massimizzare il tempo trascorso sulle piattaforme ha
imparato a premiare non la verità, la gentilezza o l’empatia, ma le emozioni
più forti e contagiose: la paura negli anziani, la rabbia nel ceto medio
impoverito, l’insicurezza e l’ansia nei giovani».
Un vento
potente soffia
dunque nelle vele, in sé così poco attraenti, del fascismo. «È avvenuto,
quindi può accadere di nuovo»: queste celebri, quanto inascoltate,
parole scritte da Primo Levi nel 1986, seguono immediatamente
la terribile constatazione per cui, «incredibilmente, è avvenuto che un intero
popolo civile, appena uscito dalla fervida fioritura culturale di Weimar,
seguisse un istrione la cui figura oggi muove al riso; eppure Adolf Hitler è
stato obbedito ed osannato fino alla catastrofe». Parole che acquistano una
risonanza terribilmente attuale nel momento in cui la massima potenza economica
e militare del mondo è guidata da Donald Trump, anche lui un
istrione grottesco: obbedito e osannato, non sappiamo ancora fino a quale
traguardo. Non si tratta ogni volta di misurare le differenze con Hitler e il
nazismo, ma di andare al nocciolo morale della questione: la sostituzione del
diritto con l’arbitrio, l’odio razziale, un uso ideologico della violenza
contro gruppi di umani ritenuti meno degni di altri, il terrore come strumento
politico.
La via per
uscire da questo pericoloso vicolo cieco la indicano ancora una volta le parole
di Carlo Rosselli: rimettere al centro la persona umana.
Considerarla un fine, mai un mezzo. Ciò che è davvero decisivo è allora
ricominciare ad attuare il progetto della Costituzione della Repubblica,
assumendo come bussola suprema proprio la persona umana. I nemici della Costituzione
hanno tutti in comune una cosa: la riduzione a mezzo, a strumento, della
persona umana: al servizio del profitto di pochi, o al servizio del mito del
sangue. Per contrastarli davvero è necessario – diceva Piero
Calamandrei – «dare ad ogni uomo la dignità di uomo»: a cominciare
dalla donna, ancora schiacciata da un secolare dominio maschile. Sottomissione,
mercificazione del corpo e negazione del valore della diversità: il processo
dell’esclusione delle donne rappresenta e simbolizza ogni altra espropriazione
di umanità. È lo stesso che viene usato per trasformare in inferiorità ogni
diversità, a partire da quelle legate al rifiuto del modello binario. Il
dominio maschile è premessa al dominio dei bianchi, degli occidentali, dei
ricchi: come la presidenza Trump rende evidente nel suo progetto di
gerarchizzazione socio-razziale degli Stati Uniti e del mondo.
La risposta
più carica di futuro a tutto questo è l’attuazione di un progetto di
giustizia sociale che redistribuisca la dignità e la ricchezza,
garantisca un lavoro non umiliante e sicuro che liberi le persone dal bisogno e
dall’ignoranza. E, nella vita di ogni giorno, la ricostruzione di una rete di
rapporti personali non basati sulla competizione, ma sull’ascolto, l’aiuto,
l’empatia.
La
Costituzione non si tocca. È il messaggio sostanziale – direi il messaggio morale – della
vittoria travolgente del No.
Hanno
provato a stravolgere la Costituzione che li ha banditi; hanno
provato a delegittimare la magistratura, e a mettersela sotto i piedi; hanno
parlato di Csm “paramafioso” mentre
andavano a cena dai mafiosi; hanno strumentalizzato
famiglie nel bosco e vittime di omicidio; hanno occupato televisioni e
giornali, manganellando chi diceva No; hanno mentito sistematicamente
su tutto; hanno impedito ai fuorisede di votare, perché sapevano che i
giovani non sono con loro. E tutto questo lo hanno fatto spergiurando che era
perché i cittadini contassero di più. E ora che i cittadini hanno parlato,
negando loro ogni fiducia, dovrebbero fare una sola cosa: dimettersi.
E non intendo solo Bartolozzi e Delmastro – che non hanno lasciato per il
referendum, ma per i loro incredibili commensali.
È questo il
chiaro messaggio politico dell’esito di questo referendum: che
era ultrapolitico, perché il governo in carica voleva cambiare le
regole del gioco, tentando una prova di forza che gli avrebbe consentito un
passo enorme nella sua ricerca di pieni poteri.
Se avesse
vinto il Sì, questa sarebbe stata la lettura: e la conseguenza sarebbe stata
un’accelerazione drammatica su premierato, altri decreti sicurezza,
legge elettorale e molto altro. Ora che quel messaggio è una sonora
sfiducia per il governo, bocciato da 14 milioni di italiani, il
governo prova a derubricare il tutto a questione tecnica.
Ma non
funziona così: la realtà non scompare semplicemente non nominandola. E ora non
solo Nordio, ma la stessa Giorgia Meloni e tutto il governo sono ridotti ad anatre
zoppe.
Lo sono
nella loro stessa logica, che non è mai stata istituzionale, ma sostanzialista. Non
hanno mai governato, cioè, nelle forme e nei limiti previsti dall’articolo 1
della Costituzione, ma hanno sempre voluto comandare: rivendicato
di avere con loro tutto il popolo, anzi tutta la nazione. Giorgia Meloni ha
scritto, in un suo noto libro, che il suo “movimento di patrioti serve a
interpretare autenticamente lo spirito della nazione”. Un governo che si sente
l’unico autentico interprete della volontà popolare non accetta i
limiti imposti da altri poteri che ‘arrestino’ il suo, secondo la classica
formula di Montesquieu.
Ci hanno
detto che la sovranità popolare si manifesterebbe solo nelle elezioni; che la
maggioranza rappresenterebbe tutto il popolo in ogni ambito istituzionale; che
solo il governo potrebbe interpretare le leggi a cui sono sottoposti i giudici.
Come aveva detto, a proposito della deportazione in Albania dei migranti, il sottosegretario
alla Presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano, il referendum
doveva servire a bloccare l’”aggiramento della volontà popolare attraverso la
strada giudiziaria”, e l’”erosione degli spazi di diretta espressione della
sovranità popolare”. Sia ben chiaro: sono ragionamenti del tutto fuori
dalla lettera e dallo spirito della Costituzione, perché teorizzano
l’abbattimento di ogni separazione dei poteri e una specie di dittatura della
maggioranza. Ma sono i loro ragionamenti.
E ora che il
popolo sovrano ha parlato direttamente, dicendo un clamoroso No al
referendum in cui il governo ha chiesto pieni poteri, ecco che al governo
stesso non resta alcuna scelta: pena non essere più credibile agli occhi stessi
della sua base. Il governo dei patrioti non può governare contro il volere
della patria. Quel governo ha solo un’opzione: andarsene.
Senza
limiti. Lo smisurato, illimitato, impunito genocidio di Gaza ha aperto
la porta a una guerra senza limiti: morali, giuridici, umanitari. Senza
limiti politici, senza limiti di tempo (può durare “forever”), e senza
limiti di luogo (nessuno è al sicuro). È questo ciò che colpisce e travolge
della situazione in cui il criminale lucido Netanyahu e il criminale appannato
Trump hanno precipitato il mondo con la servile, succube complicità dei governi
europei, incluso quello più grottesco – il nostro –, e con la sola, luminosa,
eccezione di quello spagnolo.
La guerra
senza limiti è la conseguenza diretta della definitiva rottura del già
precarissimo equilibrio dei poteri interni alle democrazie occidentali. Negli ultimi tempi una
inarrestabile legge di proporzionalità inversa ha visto il potere di pochissimi
super-ricchi farsi senza limiti e il potere dei cittadini venire costretto
entro limiti sempre più angusti: l’estrema diseguaglianza economica ci ha
riportato a un sistema di caste che ordina, dall’alto verso il basso, chi può
fare di tutto giù giù fino a chi non può fare nulla, nemmeno manifestare in
piazza. Così, questa guerra è una Epstein War non solo nel movente occasionale (oscurare il coinvolgimento di Trump
nell’abisso di fango e sangue degli Epstein
Files), ma ancor
di più nell’antropologia del potere.
Quando Trump
(in una intervista al New York Times del gennaio di quest’anno) ha
dichiarato che il suo unico limite è la sua stessa moralità, stava
applicando al governo del mondo lo stesso metro con cui si era regolato in
tutta la sua vita di imprenditore malavitoso e di frequentatore del mondo
di Epstein. Un mondo
di isole, palazzi, aerei, privati in cui la legge non vigeva, e in cui i ricchi
e i potenti potevano fare letteralmente di tutto: senza limiti. Non c’è alcuna
soluzione di continuità tra la violenza privata sui corpi delle donne irretite
da Epstein e le bombe sui corpi delle bambine iraniane: il filo che lega questi
scempi è l’assoluto arbitrio di chi non riconosce alcun limite esterno. Non
c’è soluzione di continuità tra i ‘pieni poteri’ del maschio, bianco e ricco
nelle alcove di Epstein, quello del presidente degli Stati Uniti dentro il suo
Paese (Minneapolis), e quello degli Stati Uniti nel mondo (Venezuela, Iran).
In entrambi i casi, un potere che considera se stesso ‘assoluto’ non riconosce
alcun limite: all’interno non contano la Costituzione, gli Stati federati, i
sindaci, i governatori, le università…, all’esterno non contano il diritto
internazionale, gli altri stati, gli organismi sovranazionali. In questo
assetto non esistono freni: né sul piano simbolico (si può fra presiedere il
Consiglio di Sicurezza dell’Onu a Melania Trump, sbeffeggiando
contemporaneamente il genere femminile e le Nazioni Unite, proprio come
Caligola umiliava il Senato facendo senatore il proprio cavallo), né su quello
sostanziale (si può immaginare e creare un anti-Onu a conduzione privata,
l’osceno Board of Peace). Non esistono argini al potere del capo: mentre ogni
altro potere interno (parlamenti, magistrature, giornali, università…) o
esterno (consessi sovranazionali, corti internazionali, ong…) viene limitato,
svuotato, represso.
Agitando il
feticcio di una sovranità popolare anch’essa senza limiti, di fatto si priva il
popolo sovrano di ogni vero potere: un progetto funzionale a fare la guerra, perché una
legge ferrea stabilisce che «il potere di aprire e far cessare le ostilità è
esclusivamente nelle mani di coloro che non combattono» (Simone Weil). Dovremmo
aprire gli occhi sulla relazione che c’è tra lo smontaggio degli equilibri
delle democrazie (marginalizzazione dei parlamenti, sottomissione
delle magistrature ai governi, repressione securitaria) e questo
terribile amore per la guerra. Di recente, il filosofo del diritto Tommaso
Greco ha ricordato (in Critica della ragione bellica, Laterza 2025)
come per il Kant del trattato sulla Pace perpetua il
mantenimento della pace dipenda in primo luogo dagli ordinamenti interni degli
stati: che proprio a questo fine devono essere “repubblicani”, cioè
garantire che siano i rappresentanti dei cittadini a decidere «se la guerra può
o non può essere fatta». Una richiesta che certo non avviene laddove i capi di
stato sono i “proprietari”, dice Kant, dello Stato stesso. Il fatto che il capo
incontri il limite del Parlamento, della legge e di una magistratura libera
rende meno probabile la guerra: perché rende più probabile che quello Stato sia
disposto a riconoscere il limite degli altri stati, e che ci si doti, insieme,
di un sistema sovra-statale di regole e istituzioni. Esattamente tutto ciò che
ora stiamo distruggendo a rotta di collo: perché abbiamo dimenticato che
ciò che limita il potere limita anche la guerra. La guerra, che ora divampa:
senza limiti.
L’articolo è stato pubblicato anche
su Il Fatto Quotidiano
«Verbo di
Dio, che ti sei fatto carne»: nei sacchi di plastica in cui sono stati
raccolti i corpi di Gaza, fatti a pezzi.
«Verbo di
Dio, che hai piantato la tua tenda in mezzo a noi»: nei liquami di
Gaza, che scorrono come fiumi in ogni tenda.
«Anche
Giuseppe, dalla Galilea, dalla città di Nàzaret, salì in Giudea alla città di
Davide chiamata Betlemme»: e i coloni israeliani lo picchiarono, e
bruciarono la casa e l’uliveto in cui si era fermato.
«Non temete:
ecco, vi annuncio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo: oggi, nella
città di Davide, è nato per voi un Salvatore, che è Cristo Signore. Questo per
voi il segno: troverete un bambino avvolto in fasce, adagiato in una mangiatoia»: affrettatevi,
fate presto, accorrete: prima che un drone lo centri, e tramuti un altro
Bambino in cadavere, la gioia in disperazione.
«Perché ogni
calzatura di soldato che marciava rimbombando, ogni mantello intriso di sangue
saranno bruciati, dati in pasto al fuoco»: ma a Gaza non c’è più legna
per accendere il fuoco.
«E la pace
non avrà fine sul trono di Davide e sul suo regno, che egli viene a consolidare
e rafforzare con il diritto e la giustizia, ora e per sempre»: comepotrà
non avere fine una pace che non ha avuto inizio?
«Il Re della
pace viene nella gloria: tutta la terra desidera il suo volto»: Gaza lo
ricorda il tuo volto, quando passasti nelle sue strade, bambino in fuga verso
l’Egitto. Oggi sei invidiato, per quella fuga, che a loro non è concessa.
«Cristo
Gesù, pur essendo di natura divina, non considerò un tesoro geloso la sua
uguaglianza con Dio; ma spogliò se stesso, assumendo la condizione di servo e
divenendo simile agli uomini»: ma quelli che prendono il nome da Te, i
cristiani dell’Occidente, invece, loro considerano un tesoro geloso il valore
della loro vita superiore e di pregio. Non si spogliano: spogliano gli altri –
i diversi, i non cristiani, i non bianchi –, della dignità, e della vita. I
primi non sono simili agli uomini nel cuore, di pietra: gli altri non lo sono
nel corpo, devastato.
«Gioiscano i
cieli, esulti la terra, risuoni il mare e quanto racchiude; sia in festa la
campagna e quanto contiene, acclamino tutti gli alberi della foresta, davanti al
Signore che viene: sì, egli viene a giudicare la terra, giudicherà il mondo con
giustizia»: i cieli di Gaza sono solcati da droni omicidi, la terra
carica di macerie, il mare chiuso, proibito. Gli alberi tagliati, bruciati.
Davvero verrà la giustizia? Gli autori e i complici saranno puniti, anche se
sono i signori del mondo? Quando sarà, questo Natale di giustizia?
«E subito
apparve con l’angelo una moltitudine dell’esercito celeste, che lodava Dio e
diceva: “Gloria a Dio nel più alto dei cieli e sulla terra pace agli uomini,
che egli ama”»: e da Gaza rispose una voce: ‘E noi, non ci ama, noi?
Sangue del suo sangue, terra della sua terra, noi non conosciamo pace. La
moltitudine dell’esercito che appare su di noi è uscita dalla porta
dell’inferno, ci uccide. Nessuna luce splende per noi’.
«Prorompete
insieme in canti di gioia, rovine di Gerusalemme, perché il Signore ha
consolato il suo popolo, ha riscattato Gerusalemme. Il Signore ha snudato il
suo santo braccio davanti a tutte le nazioni; tutti i confini della terra
vedranno la salvezza del nostro Dio»: le macerie di Gaza prorompono in
pianto, nessuno consola il suo popolo, nessun riscatto appare all’orizzonte. Ma
le nazioni hanno visto il suo massacro: i senza potere, lo hanno visto e lo
hanno testimoniato in piazza, fino ai confini della terra.
«Il Signore
ha disperso i superbi nei pensieri del loro cuore; ha rovesciato i potenti dai
troni»: quando saranno rovesciati i troni dei capi dello Stato di
Israele, e quelli dei loro complici in tutto l’Occidente? Quando li vedremo
annegare nel mare delle loro colpe, o Signore?
«Ha
innalzato gli umili; ha ricolmato di beni gli affamati»: è a Gaza, che
devi nascere, o Signore, da nessun’altra parte. Perché lì gli umili sono più in
basso della terra stessa. Perché lì sono stati affamati per calcolo e per odio.
Perché solo a Gaza c’è una possibilità di Dio: perché c’è una possibilità di
umanità. Malgrado tutto.
«Perché un
bambino è nato per noi, ci è stato dato un figlio. Su coloro che abitavano in
terra tenebrosa una luce rifulse»: oggi sono coloro che sopravvivono
nella Gaza tenebrosa che rifulgono di luce, là dove Natale e Strage degli
Innocenti coincidono. Là dove la disperazione è impastata con la speranza. Là
dove si guarda al futuro con disperata speranza nel mondo.
Ricordaci,
Signore, che «questa fede e speranza nel mondo trova forse la sua più
gloriosa e stringata espressione nelle poche parole con cui il Vangelo annunciò
la ‘lieta novella’ dell’avvento: “un bambino è nato per noi”»; che «anche se
gli uomini devono morire, non sono nati per morire, ma per incominciare»
(Hannah Arendt). Per incominciare la pace, e la giustizia. Amen
Pubblichiamo
di seguito, per il suo alto valore culturale e civile e per la testimonianza
che esprime, il testo dell’introduzione svolta il 6 ottobre 2025 dal rettore
dell’Università per Stranieri di Siena, Tomaso Montanari, nella cerimonia di
conferimento della laurea magistrale honoris causa in Scienze
linguistiche e comunicazione interculturale a Suad Amiry, scrittrice e
architetta palestinese, fondatrice e direttrice del Riwaq Center for Architectural Conservation a Ramallah. Mancano,
nel testo, solo i saluti iniziali, omessi per ragioni di spazio. (la redazione)
«Oggi i
giovani liberi si sollevano nelle università,
e lanciano la loro voce nel vento.
Oggi vediamo cuori sgozzati come i nostri,
e piangono per le madri che non hanno trovato tempo per piangere.
i giovani liberi si sollevano nelle università:
e non verrà promosso chi non supererà l’esame di umanità.
Oggi il mondo mostra una certa giustizia,
una certa umanità,
il loro grido è la mia voce
e il loro sangue è il mio
bolle come la mano di una bambina amputata sulla terra.
Siamo un buon mondo, governato da demoni bianchi
Perché non diventiamo un solo mondo?
Perché non cresciamo insieme?
La mia voce, la vostra voce e il mio sangue,
se accresce la vostra rabbia, ora è vostro.
Insegnate ai vostri figli che il corpo della terra è uno,
che i confini della terra sono un’invenzione
e chi non rifiuta di uccidere sarà ucciso facilmente.
Fermate il fuoco sui nostri petti, fermate il fuoco
perché possiamo seminare
la nostra terra e nutrirvi».
Buongiorno,
e benvenuta sia ogni persona che oggi è convenuta in questa Aula Magna.
[…] Saluto in modo tutto speciale la professoressa Suad Al Amiry, che oggi
riceverà il massimo riconoscimento che il nostro ateneo può conferire, deciso
dagli organi accademici della Stranieri, con la piena e formale approvazione
del Ministero dell’Università e della ricerca. Vi ho salutato e accolto
con le parole di Haidar al Ghazali, giovane poeta palestinese, nato a Gaza nel
2004, e lì tuttora imprigionato: in attesa della liberazione, o della
morte.
La nostra
Università per stranieri ha uno statuto speciale. La sua missione è – cito lo
statuto – quella di «promuovere e favorire la dimensione internazionale della
ricerca e della formazione, i processi di incontro, dialogo, mediazione fra
persone con lingue e culture diverse, nell’intento di favorire la civile e pacifica
convivenza». Per questo pensiamo – con Haidar al Ghazali, che
riconosciamo come giovane maestro, suo malgrado – che «non verrà promosso chi
non supererà l’esame di umanità». Non verrà promosso: non importa se
professore, o rettore. Perché è questo l’unico, decisivo, esame della nostra
vita.
È per questo
motivo che, il 26 giugno 2024, la nostra comunità accademica, prima in una
assemblea generale e poi con un voto unanime del Senato accademico, ha
approvato e divulgato un articolato documento su ciò che Israele sta
compiendo a Gaza, un documento in cui tra l’altro si legge che la Stranieri
di Siena:
«Condanna
con fermezza la smisurata rappresaglia perpetrata dallo Stato di Israele a Gaza
in risposta all’esecrabile e ingiustificabile eccidio compiuto da Hamas il 7
ottobre 2023 – nella consapevolezza che questi eventi sono stati preceduti da
una lunga storia di conflitti, nel corso dei quali lo Stato israeliano ha
attuato una crescente politica di occupazione territoriale di lunga durata,
repressione sanguinosa e discriminazione nei confronti del popolo palestinese.
La punizione collettiva che Israele sta attuando dal 7 ottobre ha già provocato
circa 40.000 morti, la maggior parte dei quali sono donne e bambini: un
massacro che non ha nulla a che fare con la difesa di Israele, e che violando
sistematicamente il diritto internazionale si configura come atto di
terrorismo. L’azione a Gaza ha comportato e comporta, inoltre, l’imposizione di
spostamenti di massa della popolazione della Striscia e una sistematica distruzione
di abitazioni, strutture e infrastrutture civili, scuole e monumenti, che
favorisce l’insorgenza di malattie e contagi, e rende di fatto impossibile la
vita quotidiana di oltre due milioni di persone, tendendo ad annullarle come
comunità riconoscibile. Condivide l’ordinanza della Corte internazionale di
Giustizia dell’Aja (26 gennaio 2024), per cui è ‘plausibile’ che questo
massacro stia assumendo i contorni del genocidio, cioè del volontario, tentato
annientamento materiale e culturale del popolo palestinese. E plaude alla Corte
Penale internazionale dell’Aja per aver spiccato mandati di arresto contro i
responsabili massimi di Hamas e del Governo di Israele. Chiede l’immediato
cessate il fuoco, la liberazione di tutti gli ostaggi e accertamenti rapidi ed
efficaci dei crimini di guerra e dei crimini contro l’umanità perpetrati da
entrambe le parti. Rigetta con forza ogni tentativo di emarginare nella
categoria infamante di ‘antisemitismo’ le proteste contro la politica di guerra
dello Stato di Israele, e di criminalizzare in questo modo un dissenso diffuso,
al contempo indebolendo il significato stesso del concetto di ‘antisemitismo’».
Fin qui, il
nostro documento. Il genocidio in corso a Gaza rappresenta la negazione
più assoluta di ciò per cui la nostra università esiste, cioè la pacifica
convivenza tra i popoli. Nelle conversazioni radiofoniche sul processo ad
Adolf Eichmann a Gerusalemme, Hannah Arendt – alla quale, in questo ateneo, è
dedicata un’aula – riflette sul fatto che ogni genocidio (e
naturalmente lei si riferisce alla Shoah, cui oggi dobbiamo atrocemente
aggiungere il genocidio dei palestinesi) costituisce un crimine contro
la diversità umana, quella pluralità senza la quale i termini “umanità” e
“genere umano” non avrebbero senso. Di fronte alla Shoah, Arendt afferma
che nessuno gode della prerogativa che Eichmann si era concesso: quella di
decidere con chi abitare la Terra. La Terra con la maiuscola: e oggi la terra
di Palestina, nella quale Israele vuole vivere senza il popolo palestinese,
condannato all’eliminazione totale. Per questo oggi, stare con il popolo
palestinese – esporre la sua bandiera in ogni sede della Stranieri per
decisione del Senato accademico, e oggi farlo in questa aula magna; o indossare
la kefiah, come oggi faccio io – ha il significato di un manifesto, umano e
accademico: perché «non verrà promosso chi non supererà l’esame di umanità».
Dopo di me,
prenderà la parola la dottoressa Aya Ashour, che dopo un anno e mezzo di
tentativi, la nostra piccola università è riuscita a fare esfiltrare da Gaza, alla fine nello scorso giugno, e
che oggi fa parte della nostra comunità accademica. Carissima Aya: benvenuta
nella nostra comunità, la tua presenza è un segno di speranza, e un atto di
ribellione contro il genocidio del tuo popolo! Per la sua uscita da Gaza devo
ringraziare il ministro degli Affari esteri, Antonio Tajani, la ministra
dell’Università e della ricerca, Anna Maria Bernini: li devo ringraziare perché
in questo caso hanno fatto il loro preciso dovere istituzionale. E con loro
sono lieto di ringraziare il capo dell’unità di crisi della Farnesina Nicola
Minasi, e l’Ambasciatore d’Italia ad Amman, Luciano Pezzotti. E devo
ringraziare anche Paola Caridi, che nello scorso gennaio ha inaugurato questo
anno accademico con una splendida lectio su Gaza, e che in
questi mesi permette al discorso pubblico italiano di avere notizie,
informazioni, chiavi di lettura che nessun altro, in Italia, sa dare; e che in
tutta la vicenda di Aya è stata una preziosa consigliera e ha avuto un ruolo,
discreto quanto decisivo.
Per questa
solenne cerimonia abbiamo scelto la data di oggi, 6 ottobre: perché uno dei
compiti dell’università è dire la verità. E in questo caso, la verità
storica è che la storia di questo genocidio non comincia affatto il 7 ottobre
2023: c’è stato un ‘6 ottobre’, che risale fino al 1967, fino al 1948, fino
all’Ottocento. E nessuna rozza propaganda può cancellare la storia.
Carlo
Ludovico Ragghianti, storico dell’arte e presidente del Comitato di Liberazione
Nazionale che liberò Firenze, ha scritto che il compito di chi insegna
all’università è «assumere e mantenere ad ogni costo e in ogni caso la
responsabilità dell’intervento pubblico dello spirito critico»; e aggiungeva:
«Non posso ricordare senza commozione come Delio Cantimori percepisse con
chiarezza di storico delle eresie questo atteggiamento, donandomi – nel 1934,
al ritorno da un viaggio nella Germania già nazificata – la riproduzione del
gufo disegnato dal Dürer, con questo commento: Mon seul crime est d’y voir
claire la nuit». Ecco perché un gufo, una civetta, è il simbolo delle
università. Oggi, vedere nella notte significa vedere – con la storia e
con il diritto internazionale – che, sì, questo è un genocidio.
La storia,
il diritto internazionale. E accanto a loro, lo studio del patrimonio
culturale. Sarà, in questa cerimonia, il professor Giuseppe Marrani, direttore
del dipartimento di studi umanistici, a leggere la motivazione della
laurea honoris causa a Suad Amiry. E saranno gli archeologi e
studiosi del patrimonio culturale Agnese Fusaro e Jacopo Tabolli a pronunciarne
la tradizionale laudatio. Ma permettete anche a me di dire una
parola sulle ragioni di questo alto riconoscimento, alla terza donna che – dopo
Nadia Fusini e Ludmilla Petrusevskaja – riceve la laurea honoris causa nel
corso di questo mandato rettorale, in questa Aula Magna dedicata a un’altra
donna, Virginia Woolf. Molti di noi conoscono Suad Amiry attraverso i suoi
bellissimi libri, pubblicati in Italia da Feltrinelli, e oggi da Mondadori, per
uno dei quali ha vinto il Premio Viareggio, nel 2004. Una scrittura profonda e
ironica, che restituisce l’immagine di una intellettuale cosmopolita con i
piedi profondamente piantati nel dolore, ma anche nella gioia, del suo popolo e
della sua terra. Leggendola, affiorano alle labbra le parole celebri di Edward
Said, questo grandissimo intellettuale, che era anche palestinese, per il
quale «la scrittura è l’ultima resistenza che abbiamo contro le
pratiche disumane e le ingiustizie che sfigurano la storia dell’umanità».
Resistenza: sumud, in arabo. Una parola che abbiamo imparato a
conoscere, e che è stata scelta come bandiera da una flotta di pace, una
Flotilla globale, nel senso di umana, che è stata capace di far sentire al
popolo di Gaza la vicinanza del mondo. E anche di fare cadere, una ad una, le
maschere dei nostri cosiddetti ‘valori occidentali’. Costringendo qualcuno a
dire in chiaro che «il diritto internazionale conta, ma fino a un certo punto».
Suad Amiry
conosce bene, e dall’interno, questa storia: ha lavorato incessantemente alla
pace, lungo una intera vita: e per tre annidal 1991 al 1993, ha
fatto parte della delegazione palestinese per la trattativa di pacea
Washington. Ma il suo impegno è stato prezioso non solo per il suo popolo: lo è
stato e lo è anche per noi occidentali, così sicuri della nostra moralità, dei
nostri valori. Con grande schiettezza, Amiry ha così, recentemente risposto, a
un intervistatore che le chiedeva condanne, prese di distanza, prove di
accettabilità morale: «Non dateci lezioni di moralità, grazie. Con
tutte le vittime civili causate dall’Occidente in tante guerre lontane e
recenti non mi sento di dover prendere lezioni di moralità da voi occidentali».
Ecco, queste parole, nella loro chiara fermezza, coincidono con la bussola di
questa università: dove non pensiamo, e non insegniamo, che qualcuno abbia un
primato morale, o culturale. E dove invece insegniamo che il pensiero
critico va rivolto, innanzitutto, verso la propria cultura, la propria
tradizione, il proprio mondo. Un metodo critico oggi drammaticamente
urgente, ora che – uso le parole di un altro grande scrittore, Omar el
Akkad, sul genocidio di Gaza – «considerando anche lo spargimento di sangue che
scatenerà in futuro, quello che è successo sarà ricordato come il
momento in cui milioni di persone hanno guardato all’Occidente, all’ordine
basato sulle regole, al guscio del liberalismo e a come è asservito al
capitalismo, e hanno detto: “Non voglio averci più niente a che fare”». E
noi, noi che dell’Occidente siamo parte, abbiamo bisogno di ascoltare le voci
degli altri, imparare l’umiltà, accettare le critiche. Abbiamo bisogno di Suad
Amiry: ne abbiamo un bisogno vitale.
Accanto al
suo lavoro di scrittrice, l’architetta Suad Amiry ha costruito negli anni il
più importante progetto di catalogazione e conoscenza del patrimonio culturale
palestinese. Oggi una parte di quel patrimonio culturale non esiste più. Il
fine di questo genocidio, infatti, è non solo cancellare il popolo
palestinese, ma il nesso di quel popolo con la sua terra. E il patrimonio
culturale è la parte concreta, tangibile – e dunque fragile, ed esposta – di
questo nesso spirituale e storico. La Nakba è una catastrofe che travolge
umani, animali, piante (come Paola Caridi ci ha insegnato) e anche
testimonianze storiche, archivi, monumenti, opere d’arte, villaggi, pietre. Lo
fa secondo un piano scellerato, e a suo modo chiaro e razionale: nascondere che
questo sia stato. Noi, in Italia, sappiamo cosa vuol dire essere una nazione
per via di cultura molto prima di essere uno Stato unitario. In qualche modo
meglio di altri, possiamo capire quanto sia importante che il patrimonio
culturale palestinese sopravviva. Per testimoniare che, no: quella non era una
terra senza popolo. Suad Amiry lo ha fatto. Ha dedicato una vita a costruire
depositi di memoria: depositi che i missili e i droni israeliani non possono
distruggere. Ha salvato il passato, perché esista un futuro. Per questo oggi la
vogliamo proporre come esempio alle nostre studentesse e ai nostri studenti:
perché la conoscenza non serve a nulla se non è al servizio di un progetto di
umanità. Perché «non verrà promosso chi non supererà l’esame di umanità».
Grazie,
professoressa Amiry: per aver accettato questa laurea, per aver accolto
l’invito a fare parte della nostra comunità. Noi continueremo a parlare di Gaza, a denunciare il
genocidio, a difendere le ragioni del popolo palestinese: a studiare ciò che ci
permetta, lo speriamo, di superare l’esame di umanità. E lo faremo per una
ragione semplice: perché è la cosa giusta.
Concludo,
con un pensiero rivolto a chi non c’è. In questi giorni, e in queste notti, è
continuo il filo delle lettere con Gaza. Lettere firmate «con profondo rispetto
e disperata speranza». Lettere che non credo che dimenticherò mai, e che non mi
permettono di pensare ad altro, e spesso nemmeno di dormire. E, del resto, se
da Auschwitz fossero uscite lettere, video, telefonate, quale essere davvero umano
avrebbe potuto pensare ad altro? Così vorrei concludere leggendovi una lettera
di Abdallah Nasser Alkafarna, il messaggero dei 152 ragazzi che hanno avuto la
borsa Iupals, con cui siamo in continuo contatto. È lui che ha redatto la
lettera aperta al ministro Tajani che ho consegnato all’Ansa, e che ha
sbloccato la situazione. Abod, il messaggero, è ancora a Gaza, sull’orlo della
morte e della disperazione. E un giorno mi ha scritto:
«Tomaso, so
che sei molto impegnato e che leggi centinaia di e-mail ogni giorno […] ma
volevo scriverti come se fossi un amico. Non so nemmeno perché ti sto scrivendo
adesso. Forse perché in passato mi hai ascoltato, o perché mi hai fatto
sentire, anche solo per un momento, che non siamo solo numeri maledetti su uno
schermo […] ma studenti reali con sogni e un futuro. Un tempo mi confidavo con
i miei amici, ma ora sono morti. Passavo il tempo con la mia gatta, ma anche
lei non c’è più. La mia casa, il mio letto, la stanza dove mi sentivo al sicuro
[…] tutto è stato distrutto davanti ai miei occhi. Quindi ti scrivo, Tomaso.
Non perché tu possa sistemare tutto, ma perché non so dove altro riversare
questo dolore. Ti prego… continua a parlare di noi. Forse domani qualcosa
cambierà. Forse, in questa settimana piena di paura e sradicamento, si aprirà
una porta. Sto perdendo la speranza, sto perdendo persino l’energia per
sognare… ma quando ti scrivo mi ricordo che là fuori c’è ancora qualcuno che ci
vede».
Abood, oggi
la promessa che ti ho fatto, te la facciamo tutti, in questa Aula Magna. Questa
aula in cui speriamo di abbracciarti presto. Non smetteremo di parlare di te,
di voi. Continueremo a parlare di Gaza, per la Palestina, in tempo
opportuno e in tempo non opportuno. Perché, no: «non verrà promosso
chi non supererà l’esame di umanità».
Il piano di
pace del Gangster dei due mondi - Tomaso Montanari
Il piano di pace del Gangster dei
due mondi riporta indietro la storia di più di un secolo, quando alla fine
della prima guerra mondiale e con il disfacimento dell’impero ottomano, la
Palestina divenne un Protettorato britannico. Allora, pero’, il mandato britannico
della Palestina si concluse con la risoluzione dell’ONU 181 del 29.11.1947 che
proponeva la spartizione della Palestina in due Stati, uno ebraico e uno arabo
palestinese. Quel che ne è seguito -guerre, risoluzioni ONU a tutela dei
diritti dei Palestinesi- lo conosciamo.
Il piano concepito da Trump, che
esautora del tutto qualsiasi legittima Autorità palestinese, e’ stato subito
condiviso da Netanyahu e sottoposto ad Hamas, sapendo che non lo avrebbe mai
accettato. Il Commissario della ricostruzione sarà probabilmente Blair che,
avendo dato prova in passato di cinico supporto ai piani predatori degli US,
andrà a completare la triade criminale.
Il Popolo palestinese, vittima sacrificale, e’ letteralmente obliterato in
questa tragica, oscena pantomima che verrà ricordata come una delle pagine più
buie della Storia.
“Mentre seguiamo la Flotilla con il
cuore gonfio di ansia, arriva dalla corte del Grande Gangster un ‘piano di pace
per Gaza’.
È una proposta oscena: immaginate se
qualcuno avesse trattato con Hitler, ma non con gli ebrei, proponendo la fine
della Shoah in cambio di una cessione dei beni delle vittime, e di sovranità
sulle loro vite. E con la minaccia di riaccendere i forni, se gli ebrei
avessero rifiutato.
Non siamo molto distanti. Il primo
coautore del genocidio, Trump, insieme all’autore principale Netanhyau,
propongono di trasformare Gaza in un protettorato americano, governato da quel
Tony Blair che si è conquistato sulla pelle degli iracheni i galloni di
criminale di guerra. E se le vittime – ritenute indegne perfino di partecipare
alla genesi del piano, perché inferiori e subumane: oggetti, non soggetti –
dovessero dire di no, che riprenda il «lavoro»: il genocidio, lo sterminio, la
soluzione finale.
In un distopico ritorno al 1948, le potenze
occidentali riassumono il controllo della Palestina: un trionfo del peggior
colonialismo predatorio, tutto devastazione e saccheggio. Un quadro in cui i
crimini terribili di Hamas rischiano di sfigurare per inconsistenza.
Non so cosa potranno fare i
palestinesi, disperati e allo stremo. Collaborazionisti, speculatori, avvoltoi
di ogni tipo volteggiano sulla scena del genocidio, che naturalmente il ‘Piano
di Pace’ (che profanazione, usare questa parola!) ha il preciso scopo di lavare
per sempre, annullando crimini e responsabilità.
So cosa dovremmo fare noi, italiani
ed europei: insorgere. E invece il nostro governo nero, e quello guerrafondaio
di Von der Leyen si precipitano a lodare il piano, genuflettendosi al Gangster.
E l’eclissi dell’Europa, lo schianto della civiltà occidentale.
Sono sempre più vere le parole
scritte da Omar el Akkad sul genocidio di Gaza: «Considerando anche lo
spargimento di sangue che scatenerà in futuro, quello che è successo sarà
ricordato come il momento in cui milioni di persone hanno guardato
all’Occidente, all’ordine basato sulle regole, al guscio del liberalismo e a
come è asservito al capitalismo, e hanno detto. Non voglio averci più niente a
che fare».
“Nessuno ha alternative ad Hamas: piano Blair pura fantasia coloniale” - Gideon
Levy
(intervista di Riccardo Antoniucci)
“È stato un discorso allucinante, ma un discorso inutile. Ha paragonato
Israele ai nazisti, complimenti”. Gideon Levy, editorialista di Haaretz tra
i più noti, è atterrato a Roma (dove ha ricevuto ieri il premio Kapuscinski
nell’ambito del Festival della Letteratura di Viaggio promosso dalla Società
Geografica Italiana) qualche ora dopo aver finito di vedere in televisione il
discorso di Benjamin Netanyahu all’Onu. “L’unica cosa rilevante del discorso è
stata la platea vuota, segno dell’isolamento di Israele”.
Ieri hanno ripreso a circolare ipotesi di tregua a Gaza, Netanyahu le
sembra pronto?
Dovrà farlo per forza, se sarà Trump a costringerlo. Gli Stati Uniti sono
rimasti l’unico alleato di Israele, dopo che Netanyahu è riuscito a perdere il
sostegno degli europei. Senza gli Usa, Israele non sarebbe la potenza militare
che è. Per questo l’unico vero evento che conta è l’incontro di lunedì con
Trump a Washington.
Cosa resterà di Gaza dopo la fine della guerra?
Nessuno di noi può anche solo immaginare la dimensione della distruzione.
Mi fanno ridere i piani di ricostruzione che circolano: 1 o 2 anni non
basteranno mai a rimettere in piedi la Striscia. E poi, vogliono mettere a capo
di tutto Tony Blair. Cioè, tornare alle colonie britanniche? La verità è che
l’unica alternativa reale è che si torni al 6 ottobre. Hamas non se ne andrà,
non la cacceremo così, nessuno, né i sauditi né gli americani, vogliono
finanziare la ricostruzione di un posto che sanno che Israele distruggerà di
nuovo tra 5 anni.
Il suo ultimo libro (Meltemi) si chiama Killing Gaza, non Killing
Hamas…
Da mesi ho capito che non possiamo chiamare quest’offensiva in nessun altro
modo che un genocidio. La Striscia viene sistematicamente distrutta, muoiono
decine di palestinesi al giorno, non c’è un giorno in cui non muoiano bambini.
Ci sono prove indubitabili della fame. E quello che vediamo è una minima parte
di quanto accade. Una risposta militare dopo il 7 ottobre era attesa e
legittima, ma subito dopo il 7 ottobre è diventato una scusa per portare avanti
il vecchio piano di pulizia etnica dell’estrema destra al governo.
All’Onu il premier ha detto che l’Idf evita vittime civili, consente aiuti
umanitari e chiede alla popolazione di lasciare le zone di guerra…
Ha detto che i nazisti non hanno trasferito gli ebrei, è falso: lo hanno
fatto eccome, ed era parte della strategia dell’Olocausto. È quello che stiamo
facendo a Gaza: pulizia etnica. Gli unici a credere alle bugie di Netanyahu
ormai sono gli israeliani.
Non sono abbastanza i critici di Netanyahu in Israele?
La maggioranza degli israeliani purtroppo non vuole sapere, non vuole
vedere. Cercano di evitare il dilemma morale di sapere che sono i loro figli
che, nell’Idf, stanno massacrando i palestinesi. Le proteste sono per gli
ostaggi, in troppi dicono ‘fate tornare gli ostaggi e poi ricominciamo la
guerra’. E la cosa grave è che i media israeliani li assecondano e non mostrano
immagini di Gaza nei notiziari e sui giornali. Da due anni sembra che a Gaza
vivano solo 20 persone: gli ostaggi. Qualsiasi italiano di provincia ha visto
più immagini dalla Striscia di noi. E non c’è la censura, è tutta auto-censura.
La colpa non è del governo, ma dei miei colleghi che hanno tradito la
professione. Siamo peggio della Russia, almeno lì la censura esiste e i
giornalisti che tacciono la verità sono giustificabili.
Come spiega questa mancanza di critica dell’opinione pubblica israeliana?
Con un lavaggio del cervello lungo decenni. E poi c’è stato il 7 ottobre.
Quando faccio vedere ai miei amici i video da Gaza la loro prima reazione è
dire che sono fake.
La Flotilla è ripartita per Gaza, le autorità israeliane minacciano di
arrestarli o peggio. Gli europei possono mediare corridoi umanitari?
Su Haaretz abbiamo scritto un editoriale col titolo
‘Fateli entrare’. Lasciateli andare a Gaza per raccontarci la realtà di quella
tragedia! Ma non succederà, e quanto agli Stati europei, direi che prima di
trattare con la Flotilla dovrebbero fermare Israele, militarmente o meno.
Il piano di Trump per Gaza: un tentativo di impresa
coloniale nel XXI secolo
(da
lavaligiablu.it)
Aggiornamento
4 ottobre 2025: Hamas ha risposto al piano di 20 punti per la pace e la
ricostruzione di Gaza, proposto da Trump. Il presidente statunitense aveva dato
un ultimatum di tre o quattro giorni preannunciando gravi conseguenze in caso
di rifiuto. Il piano prevede il disarmo di Hamas, il rilascio degli ostaggi
israeliani, la fine graduale degli attacchi, l’ingresso di aiuti umanitari e la
ricostruzione. Gaza sarebbe governata da un’autorità transitoria di tecnocrati,
supervisionata da un “Consiglio di pace” internazionale guidato dallo stesso
Trump.
Hamas ha affermato di accettare il
piano, di essere pronto a rilasciare a tutti gli ostaggi e a cedere
l'amministrazione di Gaza a un organo palestinese di “tecnocrati”, ma chiede di
poter negoziare alcune questioni.
Poco dopo la comunicazione di
Hamas, Trump ha chiesto a Israele di “interrompere immediatamente i
bombardamenti su Gaza”, aggiungendo che Hamas era “pronto per una pace
duratura”. “Vedremo come andrà a finire”, ha detto Trump: “È molto importante,
non vedo l'ora che gli ostaggi tornino a casa dai loro genitori”. Il Forum
delle famiglie degli ostaggi ha chiesto “al primo ministro Netanyahu di avviare
immediatamente negoziati efficaci e rapidi per riportare a casa tutti”.
Il primo ministro israeliano
Benjamin Netanyahu ha affermato che Israele si preparerà ad
attuare la “prima fase” del piano di Trump per il rilascio degli ostaggi e si è
impegnato a lavorare “in piena collaborazione con il presidente e il suo team
per porre fine alla guerra”.
Il piano statunitense prevedeva
che, una volta che Israele avesse accettato pubblicamente l'accordo, si sarebbe
aperto un periodo di 72 ore per il ritorno di tutti gli ostaggi.
Andando nel dettaglio, Hamas ha
dichiarato che rilascerà gli ostaggi “secondo la formula di scambio contenuta
nella proposta del presidente Trump e una volta soddisfatte le condizioni sul
campo per lo scambio”, senza però specificare quali sono queste condizioni.
Per quanto riguarda il futuro di
Gaza, il gruppo accetta “di cedere l'amministrazione della Striscia di Gaza a
un organo palestinese composto da tecnocrati indipendenti, sulla base del
consenso nazionale palestinese e del sostegno arabo e islamico”. Non è chiaro
se Hamas veda un posto per sé o per i suoi membri all'interno di tale organo di
tecnocrati.
La dichiarazione chiarisce che
Hamas vuole svolgere un ruolo nella discussione sul futuro del popolo
palestinese. Hamas vuole un dibattito tra i palestinesi sulle questioni
“relative al futuro della Striscia di Gaza e ai diritti intrinseci del popolo
palestinese”. Ha inoltre affermato che “Hamas prenderà parte” a tale
discussione e “contribuirà in modo responsabile” alla stessa.
Non ci sono riferimenti, infine, sul
disarmo del gruppo e sulla proposta di amnistia per i membri che si impegnano a
coesistere.
I leader mondiali hanno accolto con
favore la dichiarazione di Hamas che – ha commentato a BBC Oliver McTernan, che
che da oltre vent'anni si occupa di risoluzione dei conflitti in Medio Oriente
– “ha rimesso la palla nel campo di Trump e di Netanyahu, chiedendo loro di
decidere se accettare la richiesta di Hamas di ulteriori negoziati su alcuni
aspetti del piano di pace”.
L’immediata risposta di Trump
sembra aumentare, a sua volta, la pressione su Israele, già alta dopo l'attacco
israeliano del 9 settembre contro i rappresentanti di Hamas in Qatar che aveva
spinto il presidente statunitense a premere su Netanyahu affinché sostenesse un
accordo quadro per porre fine alla attacchi su Gaza. Come rivelato da Axios, Trump ha
firmato lunedì scorso un ordine esecutivo per fornire al Qatar una garanzia di
sicurezza degli USA con condizioni simili a quelle dell'articolo 5 della NATO.
È stato uno degli elementi chiave che hanno portato all’appoggio di Israele al
piano di Trump.
Dopo la dichiarazione di Trump, un
giornalista della stazione radio militare ufficiale israeliana Galatz ha
riferito che l'IDF avrebbe ridotto al minimo l'attività delle truppe a Gaza.
Tuttavia, diverse esplosioni sono state udite nelle prime ore di sabato. Gli
attacchi continuano.
Mentre a Gaza proseguono gli
attacchi Israeliani e le uccisioni di civili – almeno 33 palestinesi nella sola
giornata di ieri, riferiscono gli ospedali gazawi – Trump ha dato ad Hamas un ultimatum di “tre o quattro giorni” per
rispondere al suo piano di pace e ricostruzione nella Striscia, preannunciando
gravi conseguenze in caso di rifiuto. “Abbiamo bisogno di una sola firma, e chi
non firmerà la pagherà cara”, ha detto Trump ai generali e agli ammiragli
statunitensi riuniti in una base militare a Quantico, in Virginia. Il
presidente ha già affermato che sosterrà Israele nel proseguimento degli
attacchi su Gaza se Hamas rifiuterà la proposta o rinnegherà l'accordo in
qualsiasi momento.
La proposta di cui si parla è
quella annunciata da Trump il 29 settembre in una conferenza stampa congiunta a
Washington con il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu. Trump lo ha
presentato come un accordo storico per portare la pace dopo due anni di
violenze catastrofiche ma, scrivono sul New York
Times Luke Broadwater e Shawn McCreesh, è parso più un
ultimatum ad Hamas.
Il piano di 20 punti prevede il disarmo di Hamas e
l’esclusione da ruolo politico futuro a Gaza, che sarebbe gestita da
un’autorità di transizione composta da tecnocrati apolitici guidata da Trump.
Nel caso in cui il piano venisse accettato da entrambe le parti, la fine degli
attacchi sarà accompagnata dal rilascio di tutti i 48 ostaggi israeliani, sia
vivi (circa le metà) che morti, “entro 72 ore”, e dal ritiro graduale delle
forze militari israeliane in una zona cuscinetto concordata, all’interno di
Gaza.
In cambio del rilascio degli
ostaggi, Israele rilascerà 250 palestinesi attualmente condannati all'ergastolo
e 1.700 palestinesi detenuti a Gaza dal 7 ottobre 2023, dopo l’attacco
terroristico di di Hamas contro Israele. Per ogni ostaggio israeliano i cui
resti saranno restituiti, Israele restituirà i resti di 15 palestinesi
deceduti. Durante il periodo di rilascio degli ostaggi saranno sospese tutte le
operazioni militari, compresi i bombardamenti aerei e di artiglieria.
Una volta rilasciati tutti gli
ostaggi, sarà concessa l'amnistia ai membri di Hamas che accetteranno la
coesistenza pacifica e la consegna delle armi. A coloro che desiderano lasciare
Gaza sarà garantito un passaggio sicuro verso i paesi che hanno accettato di
accoglierli.
Per quanto riguarda gli aiuti umanitari,
“l'ingresso avverrà senza interferenze da parte delle due parti attraverso le
Nazioni Unite e le sue agenzie, la Mezzaluna Rossa e altre istituzioni
internazionali non associate in alcun modo a nessuna delle due parti”. Il
ripristino degli aiuti comporterà la riapertura del valico di frontiera nella
città meridionale di Rafah, in gran parte rasa al suolo da Israele.
E la Gaza futura? Il piano parla di
“una zona deradicalizzata e libera dal terrorismo che non rappresenti una
minaccia per i paesi vicini”. In un altro punto, si dice che il territorio sarà
“riqualificato a beneficio della popolazione di Gaza, che ha sofferto già
abbastanza”.
Il piano promette che Israele non
occuperà né annetterà il territorio e che nessuno sarà costretto a lasciare Gaza.
Coloro che desiderano andarsene potranno farlo liberamente e potranno tornare.
Come detto, Hamas non potrà
svolgere alcun ruolo, “direttamente o indirettamente”, nella futura governance
del territorio. Il governo di Gaza passerebbe a un organo transitorio, definito
“comitato palestinese tecnocratico e apolitico”, che a sua volta sarebbe
controllato e supervisionato da un “Consiglio di pace” internazionale, guidato
da Donald Trump. Il consiglio includerebbe altri capi di Stato e funzionari
internazionali, tra cui l'ex primo ministro britannico Tony Blair.
Questo organismo lavorerebbe per
definire il quadro dei finanziamenti per la ricostruzione di Gaza, mentre
l'Autorità palestinese, l'entità politica nominalmente responsabile degli
affari palestinesi in Cisgiordania, dovrebbe intraprendere un processo di
riforme.
Verrà convocato un gruppo di
esperti per creare quello che il piano definisce un “piano di sviluppo
economico di Trump per ricostruire e rilanciare” il territorio, che il
presidente degli Stati Uniti aveva precedentemente immaginato di trasformare in
una “riviera” con una serie di megalopoli high-tech.
Lo scenario di uno Stato
palestinese resta una vaga possibilità. Alla fine del piano si parla
dell’istituzione di un “processo di dialogo interreligioso” per promuovere “i
valori della tolleranza e della coesistenza pacifica” e si dice che “con il
progredire della ricostruzione di Gaza e l'attuazione fedele del programma di
riforme dell'Autorità Palestinese, potrebbero finalmente crearsi le condizioni
per un percorso credibile verso l'autodeterminazione e la statualità
palestinese, che riconosciamo come aspirazione del popolo palestinese”.
Il piano è stato accolto con favore dalla comunità internazionale.
Sostegno è arrivato dal cancelliere tedesco Merz, dal presidente francese
Macron, dalla Russia e anche da Pakistan, Giordania, Emirati Arabi Uniti,
Indonesia, Turchia, Arabia Saudita, Qatar ed Egitto che hanno rilasciato una dichiarazione congiunta in cui
affermano di essere pronti a collaborare in modo costruttivo con gli Stati
Uniti e altri paesi per garantire la pace. L'Autorità palestinese, che esercita
un'autorità parziale su alcune parti della Cisgiordania occupata da Israele, ma
che potrebbe eventualmente assumere un qualche ruolo nel governo postbellico di
Gaza, ha accolto con favore gli “sforzi sinceri e
determinati” di Trump.
E i diretti interessati? “Nessuno
ci ha contattato, né abbiamo partecipato ai negoziati”, ha dichiarato Taher al-Nounou, un alto funzionario di
Hamas, in un'intervista televisiva. Secondo quanto dichiarato da una fonte di
Hamas all’Agence France-Presse, il gruppo ha “avviato una serie di
consultazioni all'interno della sua leadership politica e militare, sia in
Palestina che all'estero”, che “richiederanno diversi giorni a causa della
complessità delle comunicazioni tra i membri della leadership e i movimenti”.
Turchia, Egitto e Qatar potrebbero esercitare pressioni su Hamas, hanno
affermato gli analisti. Un funzionario qatariota ha dichiarato che il Qatar
incontrerà Hamas e la Turchia per discutere il piano.
Secondo quanto riportato dai media
locali, le fazioni palestinesi alleate con Hamas sembrano aver inizialmente
respinto il piano, mentre una fonte vicina ad Hamas ha definito i venti punti
presentati da Trump “completamente sbilanciati a favore di Israele” con
“condizioni impossibili” che hanno l’obiettivo di eliminare il gruppo. “In
questo modo, Israele sta tentando, attraverso gli Stati Uniti, di imporre ciò
che non è riuscito a ottenere con la guerra”, ha dichiarato la Jihad islamica.
In Israele, molti commentatori
hanno accolto con favore la proposta. Tuttavia, i ministri di estrema destra
hanno promesso di lasciare la coalizione di governo se Netanyahu interromperà
l'offensiva israeliana a Gaza senza ottenere la “vittoria totale” o assicurarsi
il territorio per gli insediamenti israeliani. Bezalel Smotrich, ministro delle
Finanze israeliano, ha affermato che il piano è un “clamoroso fallimento
diplomatico” che “finirà in lacrime”.
Intanto, in una dichiarazione video
pubblicata sul suo canale Telegram dopo la conferenza stampa congiunta con
Trump, Netanyahu ha già fatto sapere che l'esercito israeliano rimarrà nella
maggior parte di Gaza e che non è disponibile ad accettare la creazione di uno
Stato palestinese. “Recupereremo tutti i nostri ostaggi, vivi e in buona
salute, mentre l'esercito israeliano rimarrà nella maggior parte della Striscia
di Gaza”, ha affermato.
Il piano funzionerà? Nel
manifestare il proprio sostegno, il presidente francese Emmanuel Macron ha
affermato che è compatibile con il piano per la Palestina definito nella
dichiarazione di New York approvata questa settimana dall'Assemblea generale
delle Nazioni Unite. In effetti, ci sono alcuni aspetti in comune che
potrebbero far pensare a una convergenza: nessuno dei due piani prevede lo
sfollamento di massa dei palestinesi da Gaza, assegna ad Hamas un ruolo nel
futuro governo della Palestina e ulteriori annessioni israeliane in
Cisgiordania.
Ma poi iniziano le
differenze, evidenzia Patrick Wintour sul Guardian.
La dichiarazione di New York, approvata dall’ONU, propone un'amministrazione
tecnocratica per un solo anno nella fase iniziale di transizione, ma poi pone
l'Autorità Palestinese al centro di un nuovo governo unificato che copre Gaza,
la Cisgiordania e Gerusalemme Est. I paletti posti dal piano di Trump per
arrivare a un nuovo governo sembrano invece circoscrivere e marginalizzare il
ruolo dell’Autorità Palestinese. Inoltre, nessuno può dire quale tipo di
leadership politica palestinese potrebbe emergere dopo due anni di attacchi su
Gaza e di assalti in Cisgiordania. Per questo Trump è favorevole a un organismo
tecnocratico di transizione che consulti l'Autorità Palestinese.
Altro punto di divergenza è la
gestione degli aiuti umanitari. La dichiarazione di New York assegna un ruolo
centrale all'agenzia di soccorso delle Nazioni Unite, l'UNRWA, la stessa
agenzia accusata da Israele senza prove di terrorismo. C’è chi dice che Trump
possa assegnare all’Autorità Palestinese il ruolo dell'UNRWA, ma dall'ottobre
2023 Israele sta esercitando pressioni finanziarie sull'Autorità Palestinese
trattenendo le entrate fiscali che le spettano. “Come potrebbe Trump sostenere
il ruolo di un'organizzazione che Israele sta cercando di mandare in
bancarotta? La risposta è la riforma dell'Autorità Palestinese, un'espressione
che risuona nelle sale diplomatiche da oltre 20 anni, ma che non è mai stata
realizzata”, scrive Wintour.
Le incognite sono così tante che il
piano è lungi dal poter avere successo, osserva il diplomatico statunitense Michael Ratney su Haaretz.
Due aree sono particolarmente problematiche, scrive Ratney: il ritiro militare
di Israele e il percorso verso uno Stato palestinese.
Il ritiro militare israeliano da
Gaza sarà “basato su standard, tappe fondamentali e tempistiche legate alla
smilitarizzazione che saranno concordati tra l'IDF” e la Forza di
stabilizzazione internazionale creata per Gaza, nonché gli altri garanti del
piano e gli Stati Uniti. Ciò lascia essenzialmente qualsiasi ritiro dalla
Striscia quasi interamente a discrezione di Israele. Secondo Netanyahu, ciò
significa che, per quanto riguarda Gaza, “Israele manterrà la responsabilità
della sicurezza, compreso un perimetro di sicurezza per il prossimo
futuro”.
Per quanto riguarda la statualità
palestinese, il piano afferma che “mentre la ricostruzione di Gaza avanza e
quando il programma di riforma dell'Autorità Palestinese sarà fedelmente attuato,
potrebbero finalmente esserci le condizioni per un percorso credibile verso
l'autodeterminazione e la statualità palestinese”. Quindi, anche se l'Autorità
Palestinese attuerà le riforme, la statualità non è garantita. “Alle orecchie
della maggior parte dei palestinesi, questo suona molto simile a ‘mai’,
riflette Ratney.
La riuscita del piano, infine, è
particolarmente problematica perché chiede di fatto ad Hamas di smettere di
essere Hamas e di impegnarsi al disarmo come condizione preliminare, prima ancora
che siano attuate le altre misure (e nonostante il fatto che, secondo centinaia
di ex funzionari della sicurezza israeliani, la capacità militare di Hamas sia
stata ridotta al punto da non rappresentare più una minaccia strategica per
Israele già da molti mesi).
Perplessità raccolte anche da Jason Burke sul Guardian. È
improbabile che Hamas guardi con favore a un piano che afferma esplicitamente
che deve rinunciare a tutte o alla maggior parte delle sue armi e stare a
guardare mentre un “Consiglio di pace” tecnocratico guidato dallo stesso Trump
prende il controllo di Gaza. E “anche il collegamento tra il ritiro israeliano
e il ritmo e la portata del disarmo e della smilitarizzazione è vantaggioso per
Israele”, osserva Burke. “Tutti i territori ceduti sono stati rasi al suolo
dall’offensiva incessante di Israele. Un ritiro lento costa poco. Israele
potrebbe alla fine ritirarsi in un perimetro, ma non è chiaro quanto tempo ci
vorrà. Le mappe pubblicate sono vaghe. Tutto questo è molto lontano dalle
richieste di Hamas nei recenti negoziati. Né c'è stata alcuna promessa di
qualcosa che si avvicini a uno Stato palestinese”.
Più netto è il commentatore
americano M.J. Rosenberg. Il piano di Trump è il primo tentativo di impresa
coloniale di XXI secolo, scrive Rosengberg. “Non offre nulla ai palestinesi, nulla
alla pace e tutto ai due gruppi che dovrebbe servire: la leadership israeliana
e gli investitori miliardari (...) Israele può dire di aver ‘vinto’ fingendo di
aver sradicato Hamas, anche se mesi di bombardamenti non sono riusciti a
sconfiggere una forza di guerriglia. Il capitale straniero ottiene l'accesso
alle migliori terre del Mediterraneo, liberate dai loro abitanti grazie
all'assedio e agli attacchi aerei”.
Ecco perché questo piano è peggio
che inutile, conclude Rosenberg. “Non fa avanzare di un millimetro la pace. Non
riconosce i diritti dei palestinesi né la loro sovranità. Non garantisce
nemmeno la sopravvivenza, figuriamoci la dignità, dei gazawi. È un piano per
riciclare la sconfitta di Israele in una ‘vittoria’ di pubbliche relazioni e
consegnare la terra palestinese a imprenditori miliardari.
Il piano
“Gaza Riviera”: gentrificare il genocidio israeliano - Muhammad Shehada
Il cosiddetto Piano “Gaza Riviera” è
più un necrologio scritto nel linguaggio del lusso che una visione del futuro.
Avvolto in rappresentazioni patinate
e pubblicizzato come un balzo in avanti, è in realtà il culmine di anni di
devastazione deliberata: un Piano per Cancellare i palestinesi da Gaza e
rilanciare la loro assenza come innovazione.
Ciò che viene presentato come
investimento e rigenerazione è, in realtà, il riciclaggio del Genocidio in
spettacolo, una copertura estetica per un progetto politico il cui fondamento
sono le macerie di Gaza e il silenzio dei suoi abitanti espulsi.
Perchè Israele non ha mai sviluppato
un piano postbellico per Gaza
Il Piano “Gaza Riviera”, ampiamente
condannato, proposto per trasformare un’enclave completamente distrutta in una
serie di futuristiche megalopoli costiere ad alta tecnologia, si presenta con
il linguaggio degli investimenti e della modernità.
Ma se si guarda oltre le
presentazioni degli investitori, emerge una verità più cruda: questa non è una
strategia diplomatica, ma un’estetica della scomparsa. Mette a nudo il motivo
per cui, per due anni, non c’è stato un piano politico israeliano coerente per
Gaza, al di là della Distruzione di Massa, dello Sterminio di Massa e della
Fame di Massa; la Cancellazione di Gaza è stata il Piano stesso fin
dall’inizio.
La coreografia politica delle ultime
settimane tradisce le priorità di questo Piano. Mentre il Presidente degli
Stati Uniti Donald Trump, suo genero Jared Kushner, Tony Blair e gli inviati
israeliani si riunivano per immaginare il futuro di Gaza senza un solo
palestinese nella stanza, il Genocidio continuava a infierire, distruggendo ciò
che restava della densità urbana e del tessuto sociale della Striscia.
La conclusione è che la
Cancellazione non è un ostacolo al Piano, ma la precondizione.
Il piano di Netanyahu fin
dall’inizio
I contorni essenziali del Piano
Riviera sono emersi in documenti trapelati di recente che descrivono proposte
per porre Gaza sotto amministrazione fiduciaria statunitense per circa un
decennio, spopolare completamente l’enclave dei suoi abitanti palestinesi e
promuovere la costa come un futuristico polo turistico-tecnologico: “la Riviera
del Medio Oriente”.
Niente di tutto ciò, tuttavia, è una
novità. Il progetto originale di questo promettente polo fantascientifico,
costruito su fosse comuni e città rase al suolo, è stato creato dallo stesso
Benjamin Netanyahu diversi mesi prima dell’elezione di Trump.
La “Visione Gaza 2035” del Primo
Ministro israeliano, rivelata nel maggio 2024, immaginava l’enclave a lungo
assediata come una zona industriale e di libero scambio simile a Dubai e
utilizzava le stesse immagini generate dall’Intelligenza Artificiale che ora
vengono utilizzate nel Piano Riviera.
Non è un caso che entrambi i piani
abbiano una frase di apertura quasi identica. “Da una Gaza demolita a un
prospero alleato abramitico”, recita il Piano Riviera, mentre quello di
Netanyahu sottolineava “ricostruire dal nulla”.
Sono implicite le stesse due
precondizioni: che Gaza debba essere completamente rasa al suolo senza lasciare
nulla di sé, e che debba essere svuotata della sua popolazione per trasformarla
in una tela bianca su cui sviluppare il proprio sviluppo partendo da zero.
Questo era il Piano di Netanyahu fin
dall’inizio, quando il primo giorno di guerra ordinò alla popolazione civile di
Gaza di “andarsene subito” prima di una distruzione senza precedenti “ovunque”.
Netanyahu poi raddoppiò l’impegno quando il suo Ministero dell’Intelligence
elaborò un Piano dettagliato per l’espulsione di massa e il trasferimento
forzato della popolazione di Gaza.
Gli israeliani convinsero persino
l’allora Segretario di Stato americano Anthony Blinken a visitare Paesi arabi
come l’Egitto e l’Arabia Saudita per promuovere l’idea del “trasferimento
temporaneo” della popolazione di Gaza nel Sinai. Questo tentativo fallì
all’epoca e Israele non riuscì a trovare un pubblico disposto a condividere il
futuristico Piano di Gaza.
Netanyahu ha continuato ad aspettare
il momento opportuno finché Trump non è entrato in carica ed è volato
rapidamente a Washington per convincere il Presidente americano a presentare
l’idea di una Pulizia Etnica e di Occupazione di Gaza come se fosse di sua
proprietà.
Da allora, Netanyahu ha continuato a
riferirsi alla sistematica ricerca di espulsioni di massa da parte di Israele a
Gaza come “attuazione del Piano Trump” per attribuire la responsabilità di
questa politica Genocida.
La storia di copertura di Netanyahu
e il pubblico per cui è stata creata
Gli esperti hanno ripetutamente
definito il Piano Riviera di Gaza “folle”, irrealistico, poco pratico e pieno
di ostacoli legali e morali che renderebbero chiunque lo promuova Complice di
Crimini di Guerra e Crimini Contro l’Umanità.
Ecco perché il Gruppo di Consulenze
di Boston si è affrettato a sconfessare i propri maggiori consulenti quando
hanno prodotto un Piano dettagliato che rendeva operativo il Trasferimento di
Massa della popolazione a Gaza, includendo scenari simulati e fogli di calcolo
che includevano la Pulizia Etnica. Chiunque contribuisse a questo abominio
sarebbe stato esposto a cause legali e procedimenti penali per i decenni a
venire.
Ma la futuristica fantasia di Trump sul
Mediterraneo potrebbe non essere intesa come un piano serio, tanto per
cominciare. È semplicemente una storia con un “lieto fine” artificiale al
Genocidio e alla Pulizia Etnica che Israele racconta ai suoi alleati Complici.
La vera utilità per Netanyahu in
questa idea stravagante è la gestione narrativa. Mentre il governo israeliano
porta avanti una campagna che riorganizza la geografia e la topografia di Gaza
e la rende inabitabile, radendo al suolo quartieri, espellendo in massa
centinaia di migliaia di persone nei Campi di Concentramento, bruciando case e
facendo morire di fame i bambini, le frane della Riviera forniscono un alibi
proiettato nel futuro.
Alla destra di Netanyahu, sussurrano
il vecchio sogno del ritorno degli insediamenti per soli ebrei a Gaza; ai suoi
alleati all’estero, offrono un ottimismo investibile. Alla base di Trump,
vendono la favola definitiva del MAGA: “Faremo fiorire il deserto e lo faremo
nostro”.
Il punto è lo sfarzo; Il Piano che
circola alla Casa Bianca è persino formalmente denominato GREAT (acronimo di
Ricostituzione, Accelerazione Economica e Trasformazione di Gaza). Per il
marchio politico di Trump, la promessa di trasformare le rovine in villaggi
turistici è un classico del teatro.
I paesaggi urbani scintillanti contribuiscono
a vendere al mondo del MAGA (Rendere l’America di Nuovo Grande) e ai gestori di
capitali di rischio un’immagine di Gaza come una tela bianca in attesa di un
genio esterno, mentre, sul campo, il Genocidio procede ininterrotto e senza
limiti verso la sua fase finale.
In questo senso, la fantasia della
Riviera non è una deviazione dagli ultimi due decenni di politiche draconiane
di assedio e Massacri a Gaza, ma piuttosto il loro culmine.
È un gioco di parole per camuffare
l’indifendibile; La distruzione diventa “preparazione del sito”, lo sfollamento
diventa “pianificazione urbana”, l’annientamento diventa un trampolino di
lancio verso profitti inesplorati e opportunità commerciali.
Questo è ciò che rende la
rappresentazione della Riviera di Gaza un potente strumento di propaganda, per
come capovolgono la realtà. Propongono spiagge senza abitanti, torri senza
inquilini, porti senza politica. Fanno apparire l’assenza dei palestinesi come
un progresso.
Israele promette Gaza ai coloni, non
a investitori futuristi
È illogico che Israele si spinga
fino in fondo per compiere un Genocidio a Gaza, spendere quasi 90 miliardi di
dollari (77 miliardi di euro) in questa guerra, perdere oltre 900 soldati,
diventare uno Stato reietto, solo per poi consegnare Gaza su un piatto
d’argento al governo degli Stati Uniti e ai magnati americani della tecnologia
e del mercato immobiliare.
Yehuda Shaul, co-fondatore di
Breaking the Silence (Rompere il Silenzio), ha dichiarato di ritenere che il
Piano per la Riviera di Gaza “non sia collegato allo sforzo principale del
Movimento dei Coloni israeliani”, che sta spingendo per un ritorno a Gaza.
“Il Piano originale delle
organizzazioni dei coloni, che si adatta anche alla geografia di base di Gaza,
è di tornare a quella che un tempo veniva chiamata ‘la zona settentrionale’,
ovvero i tre insediamenti nel Nord di Gaza: Elei Sinai, Nisanit e Dugit”, ha
aggiunto Yehuda.
“Questi sono gli insediamenti che un
tempo si trovavano a Nord di Beit Lahia. È su questo che i coloni hanno puntato
gli occhi”.
Shaul ha spiegato che commentatori
israeliani di destra come Amit Segal hanno insistito su questo aspetto sui
principali media. “Viene spacciato come una ‘semplice’ espansione dei confini
israeliani, invece di un’annessione di parti significative della Striscia di
Gaza”.
La promessa di torri e porti
turistici su una costa spopolata non è un piano di pace, ma un teatro di
espropriazione, una storia scritta per investitori stranieri, raduni del MAGA e
fantasie dei coloni.
La “Riviera di Gaza” non indica un
futuro di coesistenza o prosperità; rimanda alla più antica Logica Coloniale
che trasforma le vite in ostacoli e la Cancellazione in opportunità.
“Israele rilasci l’ostaggio Barghouti e
tratti con lui. Il piano Trump? È una truffa, e Blair un criminale”, parla Moni
Ovadia
(intervista diUmberto
De Giovannangeli)
Moni Ovadia è
tante cose. Attore, cantante, musicista, scrittore. Soprattutto, è uno spirito
libero, coscienza critica che sa andare controcorrente, mettendoci la faccia,
il cuore e una insaziabile sete di giustizia.
Cosa racconta la vicenda della Global Sumud Flotilla e come
definire la reazione d’Israele?
La reazione di Israele? Un atto di pirateria tout court. Invece di giustificare
l’ingiustificabile arrivando all’impudenza di incolpare le vittime e
giustificare gli assalitori, chi governa l’Italia dovrebbe dire chiaro e tondo
che questo è un atto di pirateria contro il nostro Paese. Questi signori
cianciano di nazione, di patriottismo, e poi si genuflettono ai piedi dei
prepotenti, dei criminali. Alla faccia dell’orgoglio patrio! L’atto di pirateria è
stato commesso da Israele con assoluta naturalezza, perché per
lo Stato d’Israele non esiste la legalità internazionale. Intanto, quelle in
cui si è consumato quel vile atto di pirateria – vile perché quello che si
favoleggia essere l’esercito più morale del mondo ha mostrato la forza contro
gente pacifica, disarmata – non sono acque israeliane, ma sono acque di Gaza. A
Gaza, Israele è un invasore. E poi, te lo dico apertis verbis, c’è una cosa che
non sopporto più.
Di cosa si tratta?
Di questa storia del terrorismo. Chi si batte per cacciare un occupante, un
colonizzatore, un aggressore, ha tutto il diritto a opporre resistenza.
L’aggressione israeliana a Gaza e alla sua gente non nasce dopo il 7 ottobre
2023. Si dice: “ma
Israele si era ritirato da Gaza”. Chi lo afferma si dovrebbe vergognare,
mente sapendo di mentire…
Perché?
Perché Israele ha blindato Gaza, l’ha resa la più
grande prigione a cielo aperto al mondo. L’ha assediata. E
questo dura da anni e anni. L’acqua, l’elettricità, tutto dipende da Israele,
tutto. Dall’epoca della guerra di Troia, l’assedio è un atto di guerra. Chi si
batte contro l’occupazione, la colonizzazione, l’oppressione, le violenze
continue, le punizioni collettive, i bombardamenti a tappeto con l’uccisione di
civili, di bambini, chi si batte contro tutto questo si chiama o patriota o
partigiano. Quanto al terrorismo, tutti i popoli che si sono liberati dalle
occupazioni coloniali, e il sionismo è una ideologia puramente colonialista,
razzista, segregazionista e da ultimo genocidaria, usa lo strumento del
terrorismo. L’hanno usato anche i combattenti ebrei della Palestina mandataria.
Begin è stato un terrorista, Shamir è stato un terrorista. Vogliamo dire che
l’Algeria è uno Stato terrorista perché ha conquistato l’indipendenza con una
lotta di liberazione nazionale usando anche un pesantissimo terrorismo? Bisogna
smetterla con questa storia. Anche i nazisti chiamavano i nostri partigiani,
banditi. Ricordiamocelo. La lotta al terrorismo è diventata la scusante per
ogni nefandezza perpetrata. Si manipola il linguaggio.
Ribellarsi è legittimo?
Ribellarsi è legittimo. Non lo dice Moni Ovadia, l’ha detto l’Onu e l’hanno
detto anche Giulio Andreotti e Bettino Craxi nel Parlamento italiano. Quelli
che compiono degli atti che sono considerati crimini contro l’umanità, come la
presa di ostaggi, vanno indagati, si deve istruire un processo, vanno giudicati
e condannati. Cito un caso che riguarda Israele. Quando ci fu l’attentato
contro la squadra olimpica israeliana a Monaco nel ’72, gli israeliani – allora
primo ministro era Golda Meir – cercarono uno per uno i responsabili, con
un’azione discutibile, però li individuarono e cercarono i colpevoli di
quell’azione. Non è che si misero a fare un genocidio contro i palestinesi.
Netanyahu è l’epitome del sionismo, anche se va ricordato, per verità storica,
che a fare la Nakba furono i laburisti. Va ristabilito l’ordine del linguaggio.
E poi, lasciami un altro grido di indignazione.
Quale?
Adesso sono tutti galvanizzati dal piano di Trump. Un
piano di pace dice il coro degli aedi. Questa non è una pace…
E cosa sarebbe?
Una operazione colonialista in stile ottocentesco. Lo definirei colonialismo
ottocentesco 5.0. Questa sarebbe una proposta di pace? Netanyahu continua a
dire, apertis verbis, che lo Stato palestinese non ci sarà mai. Che razza di
pace è mai questa! È una truffa. Una truffa sanguinosa che produrrà ancora
violenze, che produrrà altri disastri. Il popolo palestinese non viene tenuto
in minimo conto da questo “piano
di pace”. In minimo conto. Per fare una pace che
coinvolge il popolo palestinese, si vedono Trump e Netanyahu. E i palestinesi
non esistono? Ricordo che quando si volle fare la pace di Oslo,
alla fine, sul prato della Casa Bianca, erano presenti Rabin, come primo
ministro rappresentante dello Stato d’Israele, e Arafat come capo dell’Olp e
rappresentante del popolo palestinese, e il mediatore Bill Clinton. Sappiamo
tutti come andò a finire Oslo, ma almeno quella cerimonia mostrò al mondo un
riconoscimento reciproco.
Mentre adesso c’è il piano Trump…
Un’operazione di stampo commerciale. E per sommo disprezzo dei palestinesi,
propongono, anzi impongono, nella squadra Tony
Blair.
Non va bene Blair?
Tony Blair! Che è stato, pure lui, un criminale di guerra, perché ha
contribuito a scatenare una guerra, quella in Iraq, micidiale, che ha causato
la morte di 500mila civili innocenti, sulla base di acclarate menzogne. Questo
si definisce tecnicamente un criminale di guerra. Se tu scateni una guerra e
non ci sono presupposti per farlo, di nessun tipo, anzi sono menzogne quelle
che usi per giustificare e legittimare quella guerra, sei un criminale di
guerra. Punto. Blair e Bush non sono stati neanche portati davanti a una Corte
internazionale, non dico per essere condannati ma quantomeno per essere
indagati e giudicati. Invece Slobodan Milosevic si. E alla fine Milosevic è
stato prosciolto, però non lo sa quasi nessuno. L’Occidente è ancora intriso
della pestilenza colonialista. Il suo modo di vedere il mondo, il suo modo di
stabilire le relazioni con i popoli dell’alterità, quelli che non sono bianchi
caucasici. Cosa triste è che anche i neri d’America hanno interiorizzato questo
colonialismo. Colin Powell, ai tempi dell’Iraq segretario di Stato Usa, mostrò
una boccetta vuota dicendo che c’era antrace e poi la storia della presenza di
armi di distruzione di massa in Iraq… Tutte falsità. Ricordi che si sia scusato
per questo?
No. Ma torniamo sulla Global Sumud Flotilla. Verrà ricordata come
uno dei grandi momenti della storia dell’umanità di questa epoca. È
dal tempo delle brigate internazionali che accorsero in Spagna da tutto il
mondo per combattere il nazifascismo, che non c’è stato qualcosa di simile. Ha
lo stesso tenore: andiamo a impedire un genocidio. Andiamo a dichiarare che
esiste un’umanità. Perché se c’è una umanità disumana, c’è anche un’umanità
umana.
Un’umanità umana che si dichiara e dice ai palestinesi e al mondo: noi non vi
abbandoneremo, perché voi siete nostri simili, quindi nostri fratelli e
sorelle. Invece, per come si comportano, i reazionari di tutto il mondo
demoliscono il principio più sacrale, fondato dal monoteismo ebraico e poi dal
cristianesimo e poi ancora dalla grande cultura laica, cioè che l’essere umano
su questa terra è uno solo. È sacro e inviolabile, e questo è proprio del
monoteismo ebraico, perché porta l’impronta divina. Loro distruggono questo,
perché trattano quelli che non sono del loro clan come esseri inferiori. E poi
continuano a reiterare il 7 di ottobre.
Una ferita aperta per Israele.
Il 7 ottobre ha prodotto orrore. Però va ricordato che il 7 ottobre nasce dopo
decenni di oppressione da parte israeliana. Invece tutti vogliono far partire,
in modo squallido e miserabile, quello che di criminale e disumano che è
accaduto dopo, che continua ad accadere due anni dopo, da quel tragico giorno,
come una reazione giustificata, sia pure, qualcuno aggiunge per pudore, un po’
eccessiva. Il 7 ottobre è conseguenza di anni di oppressione del popolo
palestinese, di torture, di violenze, di uccisioni, di occupazione, di furto di
territori, di occupazione. Basta leggere un grande storico israeliano qual è
Ilan Pappé. La parola genocidio l’ha usata in Israele Amos Goldberg, professore
di Storia dell’Olocausto nel Dipartimento di Storia ebraica all’Università
ebraica di Gerusalemme. Credo un po’ più competente in materia di Matteo
Salvini. Queste posizioni vengono celate, quelle di eminenti storici israeliani
così come dei militari israeliani che lo dichiarano.
L’Occidente marcio e decadente si aggrappa ormai ad ogni cosa per cercare di
rilanciare il suo dominio, la sua egemonia. Solo che ha un problema, e che
problema…
Quale?
Adesso ci sono i Brics, in cui è entrata anche quella che viene considerata
l’ottava potenza economica mondiale: l’Indonesia.
Per tornare alla Palestina, e alla pace che non c’è. Su
cosa dovrebbe fondarsi ad avviso di Moni Ovadia, una vera pace?
Punto primo: tutto il mondo, compresi gli americani, riconosca lo Stato
palestinese e lo si dichiara nei suoi confini, ovvero Cisgiordania, la Striscia
di Gaza, Gerusalemme Est, con un corridoio che unisca la Cisgiordania a Gaza.
Poi si potevano discutere i tempi, le tappe di realizzazione. Non lo si fa,
secondo me, perché Israele rischierebbe una pesantissima guerra civile. Come
dice Ilan Pappé, in Israele ci sono due stati ebraici: uno è lo stato
d’Israele, del sionismo politico, e l’altro è quello della Giudea e Samaria,
quello degli ottocentomila coloni.
Costoro siccome pensano di agire in nome di Dio, chi li leva di lì? Il
riconoscimento di uno Stato palestinese non è contemplato. I palestinesi
resteranno, bontà loro, ma a fare cosa? Gli schiavi. Manodopera a basso costo.
Dicono: “Non c’è un
rappresentante del popolo palestinese con cui negoziare”. Il popolo
palestinese ha il diritto a indicare la propria rappresentanza. Non lo decidono
gli altri chi dovrebbe o non dovrebbe rappresentarlo. E poi, se ci fosse una
vera volontà di pace, il rappresentante ideale per trattare ci sarebbe. È
detenuto in un carcere israeliano, perché è un partigiano per la liberazione
del suo popolo. Si chiama Marwan Barghouti.
Lui gode del prestigio necessario e della stima di tutti i palestinesi. Lui
potrebbe negoziare anche perché conosce molto bene il mondo israeliano.
Liberarlo dimostrerebbe la vera volontà di una pace. Perché la pace si fa nella
giustizia, altrimenti si chiama diktat imposto con la forza.