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sabato 25 aprile 2026

Disse Pertini: “Non c’è libertà senza giustizia sociale”. Ma noi abbiamo fatto il contrario - Tomaso Montanari


Dall’orazione ufficiale tenuta da Tomaso Montanari a Pavia, oggi 25 aprile 2026

Il 25 aprile del 1945 fu la voce di Sandro Pertini a chiamare, dalla radio, i milanesi allo sciopero generale e all’insurrezione. Venticinque anni dopo, nel 1970, un Pertini presidente della Camera così celebrava la grande di aprile: «Noi non vogliamo abbandonarci ad un vano reducismo. No. … Siamo qui per riaffermare la vitalità attuale e perenne degli ideali che animarono la nostra lotta. Questi ideali sono la libertà e la giustizia sociale, che costituirono un binomio inscindibile, l’un termine presuppone l’altro; non può esservi vera libertà senza giustizia sociale, e non si avrà mai vera giustizia sociale senza libertà. E sta precisamente al Parlamento adoperarsi senza tregua perché soddisfatta sia la sete di giustizia sociale della classe lavoratrice. La libertà solo così riposerà su una base solida, la sua base naturale, e diverrà una conquista duratura ed essa sarà sentita, in tutto il suo alto valore, e considerata un bene prezioso inalienabile dal popolo lavoratore italiano». «Solo così»: cioè costruendo giustizia sociale. Ma abbiamo fatto il contrario: e oggi ci chiediamo se l’indifferenza, o meglio la diffidenza, verso quei valori di libertà non si debba proprio spiegare così.

La distruzione di ogni giustizia sociale ha lentamente distrutto anche la «base solida» per l’idea stessa di libertà. Ed è così, per questa via, che gli italiani hanno smesso in massa di andare a votare, aprendo la via al governo di chi si riconosce a viso aperto nelle idee e nei miti aberranti del fascismo. Oggi, in un deserto ideologico, il razzismo, l’odio per la diversità, la pretesa della superiorità della propria cultura, un disperato egoismo sociale crescono velocemente, e si moltiplicano: perché sono ‘idee senza parole’ che abitano perfettamente il vuoto lasciato dalla mancanza di idee argomentate, confrontate con la realtà, passate al vaglio di una critica collettiva. La maggior parte di coloro che votano, o provano simpatia, per i partiti che continuano a credere nei miti del fascismo (e che rivendicano proprio questa «continuità») non ha probabilmente mai letto Mussolini e, quasi sempre ha un sincero orrore per la figura di Hitler: non sa quali siano le origini delle idee che pensa di condividere, e non immagina quali possano esserne le conseguenze sulla sopravvivenza della democrazia, e dell’umanità stessa. Non lo sa, e non se ne cura: nella convinzione che quelle idee siano ‘naturali’, e dunque più forti del diritto, o del senso morale.

 

A questo si aggiunge che il più potente mezzo di comunicazione orizzontale della storia umana – internet, con i social media – è oggi dominato da un «algoritmo [che] per massimizzare il tempo trascorso sulle piattaforme ha imparato a premiare non la verità, la gentilezza o l’empatia, ma le emozioni più forti e contagiose: la paura negli anziani, la rabbia nel ceto medio impoverito, l’insicurezza e l’ansia nei giovani».

Un vento potente soffia dunque nelle vele, in sé così poco attraenti, del fascismo. «È avvenuto, quindi può accadere di nuovo»: queste celebri, quanto inascoltate, parole scritte da Primo Levi nel 1986, seguono immediatamente la terribile constatazione per cui, «incredibilmente, è avvenuto che un intero popolo civile, appena uscito dalla fervida fioritura culturale di Weimar, seguisse un istrione la cui figura oggi muove al riso; eppure Adolf Hitler è stato obbedito ed osannato fino alla catastrofe». Parole che acquistano una risonanza terribilmente attuale nel momento in cui la massima potenza economica e militare del mondo è guidata da Donald Trump, anche lui un istrione grottesco: obbedito e osannato, non sappiamo ancora fino a quale traguardo. Non si tratta ogni volta di misurare le differenze con Hitler e il nazismo, ma di andare al nocciolo morale della questione: la sostituzione del diritto con l’arbitrio, l’odio razziale, un uso ideologico della violenza contro gruppi di umani ritenuti meno degni di altri, il terrore come strumento politico.

La via per uscire da questo pericoloso vicolo cieco la indicano ancora una volta le parole di Carlo Rosselli: rimettere al centro la persona umana. Considerarla un fine, mai un mezzo. Ciò che è davvero decisivo è allora ricominciare ad attuare il progetto della Costituzione della Repubblica, assumendo come bussola suprema proprio la persona umana. I nemici della Costituzione hanno tutti in comune una cosa: la riduzione a mezzo, a strumento, della persona umana: al servizio del profitto di pochi, o al servizio del mito del sangue. Per contrastarli davvero è necessario – diceva Piero Calamandrei – «dare ad ogni uomo la dignità di uomo»: a cominciare dalla donna, ancora schiacciata da un secolare dominio maschile. Sottomissione, mercificazione del corpo e negazione del valore della diversità: il processo dell’esclusione delle donne rappresenta e simbolizza ogni altra espropriazione di umanità. È lo stesso che viene usato per trasformare in inferiorità ogni diversità, a partire da quelle legate al rifiuto del modello binario. Il dominio maschile è premessa al dominio dei bianchi, degli occidentali, dei ricchi: come la presidenza Trump rende evidente nel suo progetto di gerarchizzazione socio-razziale degli Stati Uniti e del mondo.

La risposta più carica di futuro a tutto questo è l’attuazione di un progetto di giustizia sociale che redistribuisca la dignità e la ricchezza, garantisca un lavoro non umiliante e sicuro che liberi le persone dal bisogno e dall’ignoranza. E, nella vita di ogni giorno, la ricostruzione di una rete di rapporti personali non basati sulla competizione, ma sull’ascolto, l’aiuto, l’empatia.

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mercoledì 25 marzo 2026

Dopo la sonora sconfitta del referendum, al governo non resta che fare una cosa: andarsene - Tomaso Montanari

 

La Costituzione non si tocca. È il messaggio sostanziale – direi il messaggio morale – della vittoria travolgente del No.

Hanno provato a stravolgere la Costituzione che li ha banditi; hanno provato a delegittimare la magistratura, e a mettersela sotto i piedi; hanno parlato di Csm “paramafioso” mentre andavano a cena dai mafiosi; hanno strumentalizzato famiglie nel bosco e vittime di omicidio; hanno occupato televisioni e giornali, manganellando chi diceva No; hanno mentito sistematicamente su tutto; hanno impedito ai fuorisede di votare, perché sapevano che i giovani non sono con loro. E tutto questo lo hanno fatto spergiurando che era perché i cittadini contassero di più. E ora che i cittadini hanno parlato, negando loro ogni fiducia, dovrebbero fare una sola cosa: dimettersi. E non intendo solo Bartolozzi e Delmastro – che non hanno lasciato per il referendum, ma per i loro incredibili commensali.

È questo il chiaro messaggio politico dell’esito di questo referendum: che era ultrapolitico, perché il governo in carica voleva cambiare le regole del gioco, tentando una prova di forza che gli avrebbe consentito un passo enorme nella sua ricerca di pieni poteri.

Se avesse vinto il Sì, questa sarebbe stata la lettura: e la conseguenza sarebbe stata un’accelerazione drammatica su premierato, altri decreti sicurezza, legge elettorale e molto altro. Ora che quel messaggio è una sonora sfiducia per il governo, bocciato da 14 milioni di italiani, il governo prova a derubricare il tutto a questione tecnica.

Ma non funziona così: la realtà non scompare semplicemente non nominandola. E ora non solo Nordio, ma la stessa Giorgia Meloni e tutto il governo sono ridotti ad anatre zoppe.

 

Lo sono nella loro stessa logica, che non è mai stata istituzionale, ma sostanzialista. Non hanno mai governato, cioè, nelle forme e nei limiti previsti dall’articolo 1 della Costituzione, ma hanno sempre voluto comandare: rivendicato di avere con loro tutto il popolo, anzi tutta la nazione. Giorgia Meloni ha scritto, in un suo noto libro, che il suo “movimento di patrioti serve a interpretare autenticamente lo spirito della nazione”. Un governo che si sente l’unico autentico interprete della volontà popolare non accetta i limiti imposti da altri poteri che ‘arrestino’ il suo, secondo la classica formula di Montesquieu.

Ci hanno detto che la sovranità popolare si manifesterebbe solo nelle elezioni; che la maggioranza rappresenterebbe tutto il popolo in ogni ambito istituzionale; che solo il governo potrebbe interpretare le leggi a cui sono sottoposti i giudici. Come aveva detto, a proposito della deportazione in Albania dei migranti, il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano, il referendum doveva servire a bloccare l’”aggiramento della volontà popolare attraverso la strada giudiziaria”, e l’”erosione degli spazi di diretta espressione della sovranità popolare”. Sia ben chiaro: sono ragionamenti del tutto fuori dalla lettera e dallo spirito della Costituzione, perché teorizzano l’abbattimento di ogni separazione dei poteri e una specie di dittatura della maggioranza. Ma sono i loro ragionamenti.

E ora che il popolo sovrano ha parlato direttamente, dicendo un clamoroso No al referendum in cui il governo ha chiesto pieni poteri, ecco che al governo stesso non resta alcuna scelta: pena non essere più credibile agli occhi stessi della sua base. Il governo dei patrioti non può governare contro il volere della patria. Quel governo ha solo un’opzione: andarsene.

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sabato 14 marzo 2026

Senza limiti - Tomaso Montanari

Senza limiti. Lo smisurato, illimitato, impunito genocidio di Gaza ha aperto la porta a una guerra senza limiti: morali, giuridici, umanitari. Senza limiti politici, senza limiti di tempo (può durare “forever”), e senza limiti di luogo (nessuno è al sicuro). È questo ciò che colpisce e travolge della situazione in cui il criminale lucido Netanyahu e il criminale appannato Trump hanno precipitato il mondo con la servile, succube complicità dei governi europei, incluso quello più grottesco – il nostro –, e con la sola, luminosa, eccezione di quello spagnolo.

La guerra senza limiti è la conseguenza diretta della definitiva rottura del già precarissimo equilibrio dei poteri interni alle democrazie occidentali. Negli ultimi tempi una inarrestabile legge di proporzionalità inversa ha visto il potere di pochissimi super-ricchi farsi senza limiti e il potere dei cittadini venire costretto entro limiti sempre più angusti: l’estrema diseguaglianza economica ci ha riportato a un sistema di caste che ordina, dall’alto verso il basso, chi può fare di tutto giù giù fino a chi non può fare nulla, nemmeno manifestare in piazza. Così, questa guerra è una Epstein War non solo nel movente occasionale (oscurare il coinvolgimento di Trump nell’abisso di fango e sangue degli Epstein Files), ma ancor di più nell’antropologia del potere.

Quando Trump (in una intervista al New York Times del gennaio di quest’anno) ha dichiarato che il suo unico limite è la sua stessa moralità, stava applicando al governo del mondo lo stesso metro con cui si era regolato in tutta la sua vita di imprenditore malavitoso e di frequentatore del mondo di Epstein. Un mondo di isole, palazzi, aerei, privati in cui la legge non vigeva, e in cui i ricchi e i potenti potevano fare letteralmente di tutto: senza limiti. Non c’è alcuna soluzione di continuità tra la violenza privata sui corpi delle donne irretite da Epstein e le bombe sui corpi delle bambine iraniane: il filo che lega questi scempi è l’assoluto arbitrio di chi non riconosce alcun limite esterno. Non c’è soluzione di continuità tra i ‘pieni poteri’ del maschio, bianco e ricco nelle alcove di Epstein, quello del presidente degli Stati Uniti dentro il suo Paese (Minneapolis), e quello degli Stati Uniti nel mondo (Venezuela, Iran). In entrambi i casi, un potere che considera se stesso ‘assoluto’ non riconosce alcun limite: all’interno non contano la Costituzione, gli Stati federati, i sindaci, i governatori, le università…, all’esterno non contano il diritto internazionale, gli altri stati, gli organismi sovranazionali. In questo assetto non esistono freni: né sul piano simbolico (si può fra presiedere il Consiglio di Sicurezza dell’Onu a Melania Trump, sbeffeggiando contemporaneamente il genere femminile e le Nazioni Unite, proprio come Caligola umiliava il Senato facendo senatore il proprio cavallo), né su quello sostanziale (si può immaginare e creare un anti-Onu a conduzione privata, l’osceno Board of Peace). Non esistono argini al potere del capo: mentre ogni altro potere interno (parlamenti, magistrature, giornali, università…) o esterno (consessi sovranazionali, corti internazionali, ong…) viene limitato, svuotato, represso.

Agitando il feticcio di una sovranità popolare anch’essa senza limiti, di fatto si priva il popolo sovrano di ogni vero potere: un progetto funzionale a fare la guerra, perché una legge ferrea stabilisce che «il potere di aprire e far cessare le ostilità è esclusivamente nelle mani di coloro che non combattono» (Simone Weil). Dovremmo aprire gli occhi sulla relazione che c’è tra lo smontaggio degli equilibri delle democrazie (marginalizzazione dei parlamenti, sottomissione delle magistrature ai governi, repressione securitaria) e questo terribile amore per la guerra. Di recente, il filosofo del diritto Tommaso Greco ha ricordato (in Critica della ragione bellica, Laterza 2025) come per il Kant del trattato sulla Pace perpetua il mantenimento della pace dipenda in primo luogo dagli ordinamenti interni degli stati: che proprio a questo fine devono essere “repubblicani”, cioè garantire che siano i rappresentanti dei cittadini a decidere «se la guerra può o non può essere fatta». Una richiesta che certo non avviene laddove i capi di stato sono i “proprietari”, dice Kant, dello Stato stesso. Il fatto che il capo incontri il limite del Parlamento, della legge e di una magistratura libera rende meno probabile la guerra: perché rende più probabile che quello Stato sia disposto a riconoscere il limite degli altri stati, e che ci si doti, insieme, di un sistema sovra-statale di regole e istituzioni. Esattamente tutto ciò che ora stiamo distruggendo a rotta di collo: perché abbiamo dimenticato che ciò che limita il potere limita anche la guerra. La guerra, che ora divampa: senza limiti.

L’articolo è stato pubblicato anche su Il Fatto Quotidiano

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mercoledì 24 dicembre 2025

Natale al tempo del genocidio di Gaza: meditazione in forma di responsorio - Tomaso Montanari

 

«Verbo di Dio, che ti sei fatto carne»: nei sacchi di plastica in cui sono stati raccolti i corpi di Gaza, fatti a pezzi.

«Verbo di Dio, che hai piantato la tua tenda in mezzo a noi»: nei liquami di Gaza, che scorrono come fiumi in ogni tenda.

«Anche Giuseppe, dalla Galilea, dalla città di Nàzaret, salì in Giudea alla città di Davide chiamata Betlemme»: e i coloni israeliani lo picchiarono, e bruciarono la casa e l’uliveto in cui si era fermato.

«Non temete: ecco, vi annuncio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo: oggi, nella città di Davide, è nato per voi un Salvatore, che è Cristo Signore. Questo per voi il segno: troverete un bambino avvolto in fasce, adagiato in una mangiatoia»: affrettatevi, fate presto, accorrete: prima che un drone lo centri, e tramuti un altro Bambino in cadavere, la gioia in disperazione.

«Perché ogni calzatura di soldato che marciava rimbombando, ogni mantello intriso di sangue saranno bruciati, dati in pasto al fuoco»: ma a Gaza non c’è più legna per accendere il fuoco.

«E la pace non avrà fine sul trono di Davide e sul suo regno, che egli viene a consolidare e rafforzare con il diritto e la giustizia, ora e per sempre»: come potrà non avere fine una pace che non ha avuto inizio?

«Il Re della pace viene nella gloria: tutta la terra desidera il suo volto»: Gaza lo ricorda il tuo volto, quando passasti nelle sue strade, bambino in fuga verso l’Egitto. Oggi sei invidiato, per quella fuga, che a loro non è concessa.

«Cristo Gesù, pur essendo di natura divina, non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio; ma spogliò se stesso, assumendo la condizione di servo e divenendo simile agli uomini»: ma quelli che prendono il nome da Te, i cristiani dell’Occidente, invece, loro considerano un tesoro geloso il valore della loro vita superiore e di pregio. Non si spogliano: spogliano gli altri – i diversi, i non cristiani, i non bianchi –, della dignità, e della vita. I primi non sono simili agli uomini nel cuore, di pietra: gli altri non lo sono nel corpo, devastato.

«Gioiscano i cieli, esulti la terra, risuoni il mare e quanto racchiude; sia in festa la campagna e quanto contiene, acclamino tutti gli alberi della foresta, davanti al Signore che viene: sì, egli viene a giudicare la terra, giudicherà il mondo con giustizia»: i cieli di Gaza sono solcati da droni omicidi, la terra carica di macerie, il mare chiuso, proibito. Gli alberi tagliati, bruciati. Davvero verrà la giustizia? Gli autori e i complici saranno puniti, anche se sono i signori del mondo? Quando sarà, questo Natale di giustizia?

«E subito apparve con l’angelo una moltitudine dell’esercito celeste, che lodava Dio e diceva: “Gloria a Dio nel più alto dei cieli e sulla terra pace agli uomini, che egli ama”»: e da Gaza rispose una voce: ‘E noi, non ci ama, noi? Sangue del suo sangue, terra della sua terra, noi non conosciamo pace. La moltitudine dell’esercito che appare su di noi è uscita dalla porta dell’inferno, ci uccide. Nessuna luce splende per noi’.

«Prorompete insieme in canti di gioia, rovine di Gerusalemme, perché il Signore ha consolato il suo popolo, ha riscattato Gerusalemme. Il Signore ha snudato il suo santo braccio davanti a tutte le nazioni; tutti i confini della terra vedranno la salvezza del nostro Dio»: le macerie di Gaza prorompono in pianto, nessuno consola il suo popolo, nessun riscatto appare all’orizzonte. Ma le nazioni hanno visto il suo massacro: i senza potere, lo hanno visto e lo hanno testimoniato in piazza, fino ai confini della terra.

«Il Signore ha disperso i superbi nei pensieri del loro cuore; ha rovesciato i potenti dai troni»: quando saranno rovesciati i troni dei capi dello Stato di Israele, e quelli dei loro complici in tutto l’Occidente? Quando li vedremo annegare nel mare delle loro colpe, o Signore?

«Ha innalzato gli umili; ha ricolmato di beni gli affamati»: è a Gaza, che devi nascere, o Signore, da nessun’altra parte. Perché lì gli umili sono più in basso della terra stessa. Perché lì sono stati affamati per calcolo e per odio. Perché solo a Gaza c’è una possibilità di Dio: perché c’è una possibilità di umanità. Malgrado tutto.

«Perché un bambino è nato per noi, ci è stato dato un figlio. Su coloro che abitavano in terra tenebrosa una luce rifulse»: oggi sono coloro che sopravvivono nella Gaza tenebrosa che rifulgono di luce, là dove Natale e Strage degli Innocenti coincidono. Là dove la disperazione è impastata con la speranza. Là dove si guarda al futuro con disperata speranza nel mondo.

Ricordaci, Signore, che «questa fede e speranza nel mondo trova forse la sua più gloriosa e stringata espressione nelle poche parole con cui il Vangelo annunciò la ‘lieta novella’ dell’avvento: “un bambino è nato per noi”»; che «anche se gli uomini devono morire, non sono nati per morire, ma per incominciare» (Hannah Arendt). Per incominciare la pace, e la giustizia. Amen

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lunedì 27 ottobre 2025

“Non verrà promosso chi non supererà l’esame di umanità” - Tomaso Montanari

 

Pubblichiamo di seguito, per il suo alto valore culturale e civile e per la testimonianza che esprime, il testo dell’introduzione svolta il 6 ottobre 2025 dal rettore dell’Università per Stranieri di Siena, Tomaso Montanari, nella cerimonia di conferimento della laurea magistrale honoris causa in Scienze linguistiche e comunicazione interculturale a Suad Amiry, scrittrice e architetta palestinese, fondatrice e direttrice del Riwaq Center for Architectural Conservation Ramallah. Mancano, nel testo, solo i saluti iniziali, omessi per ragioni di spazio. (la redazione)

«Oggi i giovani liberi si sollevano nelle università,
e lanciano la loro voce nel vento.
Oggi vediamo cuori sgozzati come i nostri,
e piangono per le madri che non hanno trovato tempo per piangere.
i giovani liberi si sollevano nelle università:
e non verrà promosso chi non supererà l’esame di umanità.
Oggi il mondo mostra una certa giustizia,
una certa umanità,
il loro grido è la mia voce
e il loro sangue è il mio
bolle come la mano di una bambina amputata sulla terra.
Siamo un buon mondo, governato da demoni bianchi
Perché non diventiamo un solo mondo?
Perché non cresciamo insieme?
La mia voce, la vostra voce e il mio sangue,
se accresce la vostra rabbia, ora è vostro.
Insegnate ai vostri figli che il corpo della terra è uno,
che i confini della terra sono un’invenzione
e chi non rifiuta di uccidere sarà ucciso facilmente.
Fermate il fuoco sui nostri petti, fermate il fuoco
perché possiamo seminare
la nostra terra e nutrirvi».

Buongiorno, e benvenuta sia ogni persona che oggi è convenuta in questa Aula Magna. […] Saluto in modo tutto speciale la professoressa Suad Al Amiry, che oggi riceverà il massimo riconoscimento che il nostro ateneo può conferire, deciso dagli organi accademici della Stranieri, con la piena e formale approvazione del Ministero dell’Università e della ricerca. Vi ho salutato e accolto con le parole di Haidar al Ghazali, giovane poeta palestinese, nato a Gaza nel 2004, e lì tuttora imprigionato: in attesa della liberazione, o della morte.

La nostra Università per stranieri ha uno statuto speciale. La sua missione è – cito lo statuto – quella di «promuovere e favorire la dimensione internazionale della ricerca e della formazione, i processi di incontro, dialogo, mediazione fra persone con lingue e culture diverse, nell’intento di favorire la civile e pacifica convivenza». Per questo pensiamo – con Haidar al Ghazali, che riconosciamo come giovane maestro, suo malgrado – che «non verrà promosso chi non supererà l’esame di umanità». Non verrà promosso: non importa se professore, o rettore. Perché è questo l’unico, decisivo, esame della nostra vita.

È per questo motivo che, il 26 giugno 2024, la nostra comunità accademica, prima in una assemblea generale e poi con un voto unanime del Senato accademico, ha approvato e divulgato un articolato documento su ciò che Israele sta compiendo a Gaza, un documento in cui tra l’altro si legge che la Stranieri di Siena:

«Condanna con fermezza la smisurata rappresaglia perpetrata dallo Stato di Israele a Gaza in risposta all’esecrabile e ingiustificabile eccidio compiuto da Hamas il 7 ottobre 2023 – nella consapevolezza che questi eventi sono stati preceduti da una lunga storia di conflitti, nel corso dei quali lo Stato israeliano ha attuato una crescente politica di occupazione territoriale di lunga durata, repressione sanguinosa e discriminazione nei confronti del popolo palestinese. La punizione collettiva che Israele sta attuando dal 7 ottobre ha già provocato circa 40.000 morti, la maggior parte dei quali sono donne e bambini: un massacro che non ha nulla a che fare con la difesa di Israele, e che violando sistematicamente il diritto internazionale si configura come atto di terrorismo. L’azione a Gaza ha comportato e comporta, inoltre, l’imposizione di spostamenti di massa della popolazione della Striscia e una sistematica distruzione di abitazioni, strutture e infrastrutture civili, scuole e monumenti, che favorisce l’insorgenza di malattie e contagi, e rende di fatto impossibile la vita quotidiana di oltre due milioni di persone, tendendo ad annullarle come comunità riconoscibile. Condivide l’ordinanza della Corte internazionale di Giustizia dell’Aja (26 gennaio 2024), per cui è ‘plausibile’ che questo massacro stia assumendo i contorni del genocidio, cioè del volontario, tentato annientamento materiale e culturale del popolo palestinese. E plaude alla Corte Penale internazionale dell’Aja per aver spiccato mandati di arresto contro i responsabili massimi di Hamas e del Governo di Israele. Chiede l’immediato cessate il fuoco, la liberazione di tutti gli ostaggi e accertamenti rapidi ed efficaci dei crimini di guerra e dei crimini contro l’umanità perpetrati da entrambe le parti. Rigetta con forza ogni tentativo di emarginare nella categoria infamante di ‘antisemitismo’ le proteste contro la politica di guerra dello Stato di Israele, e di criminalizzare in questo modo un dissenso diffuso, al contempo indebolendo il significato stesso del concetto di ‘antisemitismo’».

Fin qui, il nostro documento. Il genocidio in corso a Gaza rappresenta la negazione più assoluta di ciò per cui la nostra università esiste, cioè la pacifica convivenza tra i popoli. Nelle conversazioni radiofoniche sul processo ad Adolf Eichmann a Gerusalemme, Hannah Arendt – alla quale, in questo ateneo, è dedicata un’aula – riflette sul fatto che ogni genocidio (e naturalmente lei si riferisce alla Shoah, cui oggi dobbiamo atrocemente aggiungere il genocidio dei palestinesi) costituisce un crimine contro la diversità umana, quella pluralità senza la quale i termini “umanità” e “genere umano” non avrebbero senso. Di fronte alla Shoah, Arendt afferma che nessuno gode della prerogativa che Eichmann si era concesso: quella di decidere con chi abitare la Terra. La Terra con la maiuscola: e oggi la terra di Palestina, nella quale Israele vuole vivere senza il popolo palestinese, condannato all’eliminazione totale. Per questo oggi, stare con il popolo palestinese – esporre la sua bandiera in ogni sede della Stranieri per decisione del Senato accademico, e oggi farlo in questa aula magna; o indossare la kefiah, come oggi faccio io – ha il significato di un manifesto, umano e accademico: perché «non verrà promosso chi non supererà l’esame di umanità».

Dopo di me, prenderà la parola la dottoressa Aya Ashour, che dopo un anno e mezzo di tentativi, la nostra piccola università è riuscita a fare esfiltrare da Gaza, alla fine nello scorso giugno, e che oggi fa parte della nostra comunità accademica. Carissima Aya: benvenuta nella nostra comunità, la tua presenza è un segno di speranza, e un atto di ribellione contro il genocidio del tuo popolo! Per la sua uscita da Gaza devo ringraziare il ministro degli Affari esteri, Antonio Tajani, la ministra dell’Università e della ricerca, Anna Maria Bernini: li devo ringraziare perché in questo caso hanno fatto il loro preciso dovere istituzionale. E con loro sono lieto di ringraziare il capo dell’unità di crisi della Farnesina Nicola Minasi, e l’Ambasciatore d’Italia ad Amman, Luciano Pezzotti. E devo ringraziare anche Paola Caridi, che nello scorso gennaio ha inaugurato questo anno accademico con una splendida lectio su Gaza, e che in questi mesi permette al discorso pubblico italiano di avere notizie, informazioni, chiavi di lettura che nessun altro, in Italia, sa dare; e che in tutta la vicenda di Aya è stata una preziosa consigliera e ha avuto un ruolo, discreto quanto decisivo.

Per questa solenne cerimonia abbiamo scelto la data di oggi, 6 ottobre: perché uno dei compiti dell’università è dire la verità. E in questo caso, la verità storica è che la storia di questo genocidio non comincia affatto il 7 ottobre 2023: c’è stato un ‘6 ottobre’, che risale fino al 1967, fino al 1948, fino all’Ottocento. E nessuna rozza propaganda può cancellare la storia.

Carlo Ludovico Ragghianti, storico dell’arte e presidente del Comitato di Liberazione Nazionale che liberò Firenze, ha scritto che il compito di chi insegna all’università è «assumere e mantenere ad ogni costo e in ogni caso la responsabilità dell’intervento pubblico dello spirito critico»; e aggiungeva: «Non posso ricordare senza commozione come Delio Cantimori percepisse con chiarezza di storico delle eresie questo atteggiamento, donandomi – nel 1934, al ritorno da un viaggio nella Germania già nazificata – la riproduzione del gufo disegnato dal Dürer, con questo commento: Mon seul crime est d’y voir claire la nuit». Ecco perché un gufo, una civetta, è il simbolo delle università. Oggi, vedere nella notte significa vedere – con la storia e con il diritto internazionale – che, sì, questo è un genocidio.

La storia, il diritto internazionale. E accanto a loro, lo studio del patrimonio culturale. Sarà, in questa cerimonia, il professor Giuseppe Marrani, direttore del dipartimento di studi umanistici, a leggere la motivazione della laurea honoris causa a Suad Amiry. E saranno gli archeologi e studiosi del patrimonio culturale Agnese Fusaro e Jacopo Tabolli a pronunciarne la tradizionale laudatio. Ma permettete anche a me di dire una parola sulle ragioni di questo alto riconoscimento, alla terza donna che – dopo Nadia Fusini e Ludmilla Petrusevskaja – riceve la laurea honoris causa nel corso di questo mandato rettorale, in questa Aula Magna dedicata a un’altra donna, Virginia Woolf. Molti di noi conoscono Suad Amiry attraverso i suoi bellissimi libri, pubblicati in Italia da Feltrinelli, e oggi da Mondadori, per uno dei quali ha vinto il Premio Viareggio, nel 2004. Una scrittura profonda e ironica, che restituisce l’immagine di una intellettuale cosmopolita con i piedi profondamente piantati nel dolore, ma anche nella gioia, del suo popolo e della sua terra. Leggendola, affiorano alle labbra le parole celebri di Edward Said, questo grandissimo intellettuale, che era anche palestinese, per il quale «la scrittura è l’ultima resistenza che abbiamo contro le pratiche disumane e le ingiustizie che sfigurano la storia dell’umanità». Resistenza: sumud, in arabo. Una parola che abbiamo imparato a conoscere, e che è stata scelta come bandiera da una flotta di pace, una Flotilla globale, nel senso di umana, che è stata capace di far sentire al popolo di Gaza la vicinanza del mondo. E anche di fare cadere, una ad una, le maschere dei nostri cosiddetti ‘valori occidentali’. Costringendo qualcuno a dire in chiaro che «il diritto internazionale conta, ma fino a un certo punto».

Suad Amiry conosce bene, e dall’interno, questa storia: ha lavorato incessantemente alla pace, lungo una intera vita: e per tre anni dal 1991 al 1993, ha fatto parte della delegazione palestinese per la trattativa di pace a Washington. Ma il suo impegno è stato prezioso non solo per il suo popolo: lo è stato e lo è anche per noi occidentali, così sicuri della nostra moralità, dei nostri valori. Con grande schiettezza, Amiry ha così, recentemente risposto, a un intervistatore che le chiedeva condanne, prese di distanza, prove di accettabilità morale: «Non dateci lezioni di moralità, grazie. Con tutte le vittime civili causate dall’Occidente in tante guerre lontane e recenti non mi sento di dover prendere lezioni di moralità da voi occidentali». Ecco, queste parole, nella loro chiara fermezza, coincidono con la bussola di questa università: dove non pensiamo, e non insegniamo, che qualcuno abbia un primato morale, o culturale. E dove invece insegniamo che il pensiero critico va rivolto, innanzitutto, verso la propria cultura, la propria tradizione, il proprio mondo. Un metodo critico oggi drammaticamente urgente, ora che – uso le parole di un altro grande scrittore, Omar el Akkad, sul genocidio di Gaza – «considerando anche lo spargimento di sangue che scatenerà in futuro, quello che è successo sarà ricordato come il momento in cui milioni di persone hanno guardato all’Occidente, all’ordine basato sulle regole, al guscio del liberalismo e a come è asservito al capitalismo, e hanno detto: “Non voglio averci più niente a che fare”». E noi, noi che dell’Occidente siamo parte, abbiamo bisogno di ascoltare le voci degli altri, imparare l’umiltà, accettare le critiche. Abbiamo bisogno di Suad Amiry: ne abbiamo un bisogno vitale.

Accanto al suo lavoro di scrittrice, l’architetta Suad Amiry ha costruito negli anni il più importante progetto di catalogazione e conoscenza del patrimonio culturale palestinese. Oggi una parte di quel patrimonio culturale non esiste più. Il fine di questo genocidio, infatti, è non solo cancellare il popolo palestinese, ma il nesso di quel popolo con la sua terra. E il patrimonio culturale è la parte concreta, tangibile – e dunque fragile, ed esposta – di questo nesso spirituale e storico. La Nakba è una catastrofe che travolge umani, animali, piante (come Paola Caridi ci ha insegnato) e anche testimonianze storiche, archivi, monumenti, opere d’arte, villaggi, pietre. Lo fa secondo un piano scellerato, e a suo modo chiaro e razionale: nascondere che questo sia stato. Noi, in Italia, sappiamo cosa vuol dire essere una nazione per via di cultura molto prima di essere uno Stato unitario. In qualche modo meglio di altri, possiamo capire quanto sia importante che il patrimonio culturale palestinese sopravviva. Per testimoniare che, no: quella non era una terra senza popolo. Suad Amiry lo ha fatto. Ha dedicato una vita a costruire depositi di memoria: depositi che i missili e i droni israeliani non possono distruggere. Ha salvato il passato, perché esista un futuro. Per questo oggi la vogliamo proporre come esempio alle nostre studentesse e ai nostri studenti: perché la conoscenza non serve a nulla se non è al servizio di un progetto di umanità. Perché «non verrà promosso chi non supererà l’esame di umanità».

Grazie, professoressa Amiry: per aver accettato questa laurea, per aver accolto l’invito a fare parte della nostra comunità. Noi continueremo a parlare di Gaza, a denunciare il genocidio, a difendere le ragioni del popolo palestinese: a studiare ciò che ci permetta, lo speriamo, di superare l’esame di umanità. E lo faremo per una ragione semplice: perché è la cosa giusta.

Concludo, con un pensiero rivolto a chi non c’è. In questi giorni, e in queste notti, è continuo il filo delle lettere con Gaza. Lettere firmate «con profondo rispetto e disperata speranza». Lettere che non credo che dimenticherò mai, e che non mi permettono di pensare ad altro, e spesso nemmeno di dormire. E, del resto, se da Auschwitz fossero uscite lettere, video, telefonate, quale essere davvero umano avrebbe potuto pensare ad altro? Così vorrei concludere leggendovi una lettera di Abdallah Nasser Alkafarna, il messaggero dei 152 ragazzi che hanno avuto la borsa Iupals, con cui siamo in continuo contatto. È lui che ha redatto la lettera aperta al ministro Tajani che ho consegnato all’Ansa, e che ha sbloccato la situazione. Abod, il messaggero, è ancora a Gaza, sull’orlo della morte e della disperazione. E un giorno mi ha scritto:

«Tomaso, so che sei molto impegnato e che leggi centinaia di e-mail ogni giorno […] ma volevo scriverti come se fossi un amico. Non so nemmeno perché ti sto scrivendo adesso. Forse perché in passato mi hai ascoltato, o perché mi hai fatto sentire, anche solo per un momento, che non siamo solo numeri maledetti su uno schermo […] ma studenti reali con sogni e un futuro. Un tempo mi confidavo con i miei amici, ma ora sono morti. Passavo il tempo con la mia gatta, ma anche lei non c’è più. La mia casa, il mio letto, la stanza dove mi sentivo al sicuro […] tutto è stato distrutto davanti ai miei occhi. Quindi ti scrivo, Tomaso. Non perché tu possa sistemare tutto, ma perché non so dove altro riversare questo dolore. Ti prego… continua a parlare di noi. Forse domani qualcosa cambierà. Forse, in questa settimana piena di paura e sradicamento, si aprirà una porta. Sto perdendo la speranza, sto perdendo persino l’energia per sognare… ma quando ti scrivo mi ricordo che là fuori c’è ancora qualcuno che ci vede».

Abood, oggi la promessa che ti ho fatto, te la facciamo tutti, in questa Aula Magna. Questa aula in cui speriamo di abbracciarti presto. Non smetteremo di parlare di te, di voi. Continueremo a parlare di Gaza, per la Palestina, in tempo opportuno e in tempo non opportuno. Perché, no: «non verrà promosso chi non supererà l’esame di umanità».

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domenica 5 ottobre 2025

a proposito del piano dei criminali di guerra

 Il piano di pace del Gangster dei due mondi - Tomaso Montanari

Il piano di pace del Gangster dei due mondi riporta indietro la storia di più di un secolo, quando alla fine della prima guerra mondiale e con il disfacimento dell’impero ottomano, la Palestina divenne un Protettorato britannico. Allora, pero’, il mandato britannico della Palestina si concluse con la risoluzione dell’ONU 181 del 29.11.1947 che proponeva la spartizione della Palestina in due Stati, uno ebraico e uno arabo palestinese. Quel che ne è seguito -guerre, risoluzioni ONU a tutela dei diritti dei Palestinesi- lo conosciamo.

Il piano concepito da Trump, che esautora del tutto qualsiasi legittima Autorità palestinese, e’ stato subito condiviso da Netanyahu e sottoposto ad Hamas, sapendo che non lo avrebbe mai accettato. Il Commissario della ricostruzione sarà probabilmente Blair che, avendo dato prova in passato di cinico supporto ai piani predatori degli US, andrà a completare la triade criminale.
Il Popolo palestinese, vittima sacrificale, e’ letteralmente obliterato in questa tragica, oscena pantomima che verrà ricordata come una delle pagine più buie della Storia.

“Mentre seguiamo la Flotilla con il cuore gonfio di ansia, arriva dalla corte del Grande Gangster un ‘piano di pace per Gaza’.

È una proposta oscena: immaginate se qualcuno avesse trattato con Hitler, ma non con gli ebrei, proponendo la fine della Shoah in cambio di una cessione dei beni delle vittime, e di sovranità sulle loro vite. E con la minaccia di riaccendere i forni, se gli ebrei avessero rifiutato.

Non siamo molto distanti. Il primo coautore del genocidio, Trump, insieme all’autore principale Netanhyau, propongono di trasformare Gaza in un protettorato americano, governato da quel Tony Blair che si è conquistato sulla pelle degli iracheni i galloni di criminale di guerra. E se le vittime – ritenute indegne perfino di partecipare alla genesi del piano, perché inferiori e subumane: oggetti, non soggetti – dovessero dire di no, che riprenda il «lavoro»: il genocidio, lo sterminio, la soluzione finale.

In un distopico ritorno al 1948, le potenze occidentali riassumono il controllo della Palestina: un trionfo del peggior colonialismo predatorio, tutto devastazione e saccheggio. Un quadro in cui i crimini terribili di Hamas rischiano di sfigurare per inconsistenza.

Non so cosa potranno fare i palestinesi, disperati e allo stremo. Collaborazionisti, speculatori, avvoltoi di ogni tipo volteggiano sulla scena del genocidio, che naturalmente il ‘Piano di Pace’ (che profanazione, usare questa parola!) ha il preciso scopo di lavare per sempre, annullando crimini e responsabilità.

So cosa dovremmo fare noi, italiani ed europei: insorgere. E invece il nostro governo nero, e quello guerrafondaio di Von der Leyen si precipitano a lodare il piano, genuflettendosi al Gangster. E l’eclissi dell’Europa, lo schianto della civiltà occidentale.

Sono sempre più vere le parole scritte da Omar el Akkad sul genocidio di Gaza: «Considerando anche lo spargimento di sangue che scatenerà in futuro, quello che è successo sarà ricordato come il momento in cui milioni di persone hanno guardato all’Occidente, all’ordine basato sulle regole, al guscio del liberalismo e a come è asservito al capitalismo, e hanno detto. Non voglio averci più niente a che fare».

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“Nessuno ha alternative ad Hamas: piano Blair pura fantasia coloniale” - Gideon Levy

(intervista di Riccardo Antoniucci)

“È stato un discorso allucinante, ma un discorso inutile. Ha paragonato Israele ai nazisti, complimenti”. Gideon Levy, editorialista di Haaretz tra i più noti, è atterrato a Roma (dove ha ricevuto ieri il premio Kapuscinski nell’ambito del Festival della Letteratura di Viaggio promosso dalla Società Geografica Italiana) qualche ora dopo aver finito di vedere in televisione il discorso di Benjamin Netanyahu all’Onu. “L’unica cosa rilevante del discorso è stata la platea vuota, segno dell’isolamento di Israele”.

Ieri hanno ripreso a circolare ipotesi di tregua a Gaza, Netanyahu le sembra pronto?

Dovrà farlo per forza, se sarà Trump a costringerlo. Gli Stati Uniti sono rimasti l’unico alleato di Israele, dopo che Netanyahu è riuscito a perdere il sostegno degli europei. Senza gli Usa, Israele non sarebbe la potenza militare che è. Per questo l’unico vero evento che conta è l’incontro di lunedì con Trump a Washington.

Cosa resterà di Gaza dopo la fine della guerra?

Nessuno di noi può anche solo immaginare la dimensione della distruzione. Mi fanno ridere i piani di ricostruzione che circolano: 1 o 2 anni non basteranno mai a rimettere in piedi la Striscia. E poi, vogliono mettere a capo di tutto Tony Blair. Cioè, tornare alle colonie britanniche? La verità è che l’unica alternativa reale è che si torni al 6 ottobre. Hamas non se ne andrà, non la cacceremo così, nessuno, né i sauditi né gli americani, vogliono finanziare la ricostruzione di un posto che sanno che Israele distruggerà di nuovo tra 5 anni.

Il suo ultimo libro (Meltemi) si chiama Killing Gaza, non Killing Hamas

Da mesi ho capito che non possiamo chiamare quest’offensiva in nessun altro modo che un genocidio. La Striscia viene sistematicamente distrutta, muoiono decine di palestinesi al giorno, non c’è un giorno in cui non muoiano bambini. Ci sono prove indubitabili della fame. E quello che vediamo è una minima parte di quanto accade. Una risposta militare dopo il 7 ottobre era attesa e legittima, ma subito dopo il 7 ottobre è diventato una scusa per portare avanti il vecchio piano di pulizia etnica dell’estrema destra al governo.

All’Onu il premier ha detto che l’Idf evita vittime civili, consente aiuti umanitari e chiede alla popolazione di lasciare le zone di guerra…

Ha detto che i nazisti non hanno trasferito gli ebrei, è falso: lo hanno fatto eccome, ed era parte della strategia dell’Olocausto. È quello che stiamo facendo a Gaza: pulizia etnica. Gli unici a credere alle bugie di Netanyahu ormai sono gli israeliani.

Non sono abbastanza i critici di Netanyahu in Israele?

La maggioranza degli israeliani purtroppo non vuole sapere, non vuole vedere. Cercano di evitare il dilemma morale di sapere che sono i loro figli che, nell’Idf, stanno massacrando i palestinesi. Le proteste sono per gli ostaggi, in troppi dicono ‘fate tornare gli ostaggi e poi ricominciamo la guerra’. E la cosa grave è che i media israeliani li assecondano e non mostrano immagini di Gaza nei notiziari e sui giornali. Da due anni sembra che a Gaza vivano solo 20 persone: gli ostaggi. Qualsiasi italiano di provincia ha visto più immagini dalla Striscia di noi. E non c’è la censura, è tutta auto-censura. La colpa non è del governo, ma dei miei colleghi che hanno tradito la professione. Siamo peggio della Russia, almeno lì la censura esiste e i giornalisti che tacciono la verità sono giustificabili.

Come spiega questa mancanza di critica dell’opinione pubblica israeliana?

Con un lavaggio del cervello lungo decenni. E poi c’è stato il 7 ottobre. Quando faccio vedere ai miei amici i video da Gaza la loro prima reazione è dire che sono fake.

La Flotilla è ripartita per Gaza, le autorità israeliane minacciano di arrestarli o peggio. Gli europei possono mediare corridoi umanitari?

Su Haaretz abbiamo scritto un editoriale col titolo ‘Fateli entrare’. Lasciateli andare a Gaza per raccontarci la realtà di quella tragedia! Ma non succederà, e quanto agli Stati europei, direi che prima di trattare con la Flotilla dovrebbero fermare Israele, militarmente o meno.

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Il piano di Trump per Gaza: un tentativo di impresa coloniale nel XXI secolo

(da lavaligiablu.it)

Aggiornamento 4 ottobre 2025: Hamas ha risposto al piano di 20 punti per la pace e la ricostruzione di Gaza, proposto da Trump. Il presidente statunitense aveva dato un ultimatum di tre o quattro giorni preannunciando gravi conseguenze in caso di rifiuto. Il piano prevede il disarmo di Hamas, il rilascio degli ostaggi israeliani, la fine graduale degli attacchi, l’ingresso di aiuti umanitari e la ricostruzione. Gaza sarebbe governata da un’autorità transitoria di tecnocrati, supervisionata da un “Consiglio di pace” internazionale guidato dallo stesso Trump.

Hamas ha affermato di accettare il piano, di essere pronto a rilasciare a tutti gli ostaggi e a cedere l'amministrazione di Gaza a un organo palestinese di “tecnocrati”, ma chiede di poter negoziare alcune questioni.

Poco dopo la comunicazione di Hamas, Trump ha chiesto a Israele di “interrompere immediatamente i bombardamenti su Gaza”, aggiungendo che Hamas era “pronto per una pace duratura”. “Vedremo come andrà a finire”, ha detto Trump: “È molto importante, non vedo l'ora che gli ostaggi tornino a casa dai loro genitori”. Il Forum delle famiglie degli ostaggi ha chiesto “al primo ministro Netanyahu di avviare immediatamente negoziati efficaci e rapidi per riportare a casa tutti”.

Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha affermato che Israele si preparerà ad attuare la “prima fase” del piano di Trump per il rilascio degli ostaggi e si è impegnato a lavorare “in piena collaborazione con il presidente e il suo team per porre fine alla guerra”.

Il piano statunitense prevedeva che, una volta che Israele avesse accettato pubblicamente l'accordo, si sarebbe aperto un periodo di 72 ore per il ritorno di tutti gli ostaggi.

Andando nel dettaglio, Hamas ha dichiarato che rilascerà gli ostaggi “secondo la formula di scambio contenuta nella proposta del presidente Trump e una volta soddisfatte le condizioni sul campo per lo scambio”, senza però specificare quali sono queste condizioni. 

Per quanto riguarda il futuro di Gaza, il gruppo accetta “di cedere l'amministrazione della Striscia di Gaza a un organo palestinese composto da tecnocrati indipendenti, sulla base del consenso nazionale palestinese e del sostegno arabo e islamico”. Non è chiaro se Hamas veda un posto per sé o per i suoi membri all'interno di tale organo di tecnocrati.

La dichiarazione chiarisce che Hamas vuole svolgere un ruolo nella discussione sul futuro del popolo palestinese. Hamas vuole un dibattito tra i palestinesi sulle questioni “relative al futuro della Striscia di Gaza e ai diritti intrinseci del popolo palestinese”. Ha inoltre affermato che “Hamas prenderà parte” a tale discussione e “contribuirà in modo responsabile” alla stessa.

Non ci sono riferimenti, infine, sul disarmo del gruppo e sulla proposta di amnistia per i membri che si impegnano a coesistere.

I leader mondiali hanno accolto con favore la dichiarazione di Hamas che – ha commentato a BBC Oliver McTernan, che che da oltre vent'anni si occupa di risoluzione dei conflitti in Medio Oriente – “ha rimesso la palla nel campo di Trump e di Netanyahu, chiedendo loro di decidere se accettare la richiesta di Hamas di ulteriori negoziati su alcuni aspetti del piano di pace”.

L’immediata risposta di Trump sembra aumentare, a sua volta, la pressione su Israele, già alta dopo l'attacco israeliano del 9 settembre contro i rappresentanti di Hamas in Qatar che aveva spinto il presidente statunitense a premere su Netanyahu affinché sostenesse un accordo quadro per porre fine alla attacchi su Gaza. Come rivelato da Axios,  Trump ha firmato lunedì scorso un ordine esecutivo per fornire al Qatar una garanzia di sicurezza degli USA con condizioni simili a quelle dell'articolo 5 della NATO. È stato uno degli elementi chiave che hanno portato all’appoggio di Israele al piano di Trump.

Dopo la dichiarazione di Trump, un giornalista della stazione radio militare ufficiale israeliana Galatz ha riferito che l'IDF avrebbe ridotto al minimo l'attività delle truppe a Gaza. Tuttavia, diverse esplosioni sono state udite nelle prime ore di sabato. Gli attacchi continuano. 

Mentre a Gaza proseguono gli attacchi Israeliani e le uccisioni di civili – almeno 33 palestinesi nella sola giornata di ieri, riferiscono gli ospedali gazawi – Trump ha dato ad Hamas un ultimatum di “tre o quattro giorni” per rispondere al suo piano di pace e ricostruzione nella Striscia, preannunciando gravi conseguenze in caso di rifiuto. “Abbiamo bisogno di una sola firma, e chi non firmerà la pagherà cara”, ha detto Trump ai generali e agli ammiragli statunitensi riuniti in una base militare a Quantico, in Virginia. Il presidente ha già affermato che sosterrà Israele nel proseguimento degli attacchi su Gaza se Hamas rifiuterà la proposta o rinnegherà l'accordo in qualsiasi momento.

La proposta di cui si parla è quella annunciata da Trump il 29 settembre in una conferenza stampa congiunta a Washington con il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu. Trump lo ha presentato come un accordo storico per portare la pace dopo due anni di violenze catastrofiche ma, scrivono sul New York Times Luke Broadwater e Shawn McCreesh, è parso più un ultimatum ad Hamas.

Il piano di 20 punti prevede il disarmo di Hamas e l’esclusione da ruolo politico futuro a Gaza, che sarebbe gestita da un’autorità di transizione composta da tecnocrati apolitici guidata da Trump. Nel caso in cui il piano venisse accettato da entrambe le parti, la fine degli attacchi sarà accompagnata dal rilascio di tutti i 48 ostaggi israeliani, sia vivi (circa le metà) che morti, “entro 72 ore”, e dal ritiro graduale delle forze militari israeliane in una zona cuscinetto concordata, all’interno di Gaza. 

In cambio del rilascio degli ostaggi, Israele rilascerà 250 palestinesi attualmente condannati all'ergastolo e 1.700 palestinesi detenuti a Gaza dal 7 ottobre 2023, dopo l’attacco terroristico di di Hamas contro Israele. Per ogni ostaggio israeliano i cui resti saranno restituiti, Israele restituirà i resti di 15 palestinesi deceduti. Durante il periodo di rilascio degli ostaggi saranno sospese tutte le operazioni militari, compresi i bombardamenti aerei e di artiglieria. 

Una volta rilasciati tutti gli ostaggi, sarà concessa l'amnistia ai membri di Hamas che accetteranno la coesistenza pacifica e la consegna delle armi. A coloro che desiderano lasciare Gaza sarà garantito un passaggio sicuro verso i paesi che hanno accettato di accoglierli.

Per quanto riguarda gli aiuti umanitari, “l'ingresso avverrà senza interferenze da parte delle due parti attraverso le Nazioni Unite e le sue agenzie, la Mezzaluna Rossa e altre istituzioni internazionali non associate in alcun modo a nessuna delle due parti”. Il ripristino degli aiuti comporterà la riapertura del valico di frontiera nella città meridionale di Rafah, in gran parte rasa al suolo da Israele.

E la Gaza futura? Il piano parla di “una zona deradicalizzata e libera dal terrorismo che non rappresenti una minaccia per i paesi vicini”. In un altro punto, si dice che il territorio sarà “riqualificato a beneficio della popolazione di Gaza, che ha sofferto già abbastanza”.

Il piano promette che Israele non occuperà né annetterà il territorio e che nessuno sarà costretto a lasciare Gaza. Coloro che desiderano andarsene potranno farlo liberamente e potranno tornare.

Come detto, Hamas non potrà svolgere alcun ruolo, “direttamente o indirettamente”, nella futura governance del territorio. Il governo di Gaza passerebbe a un organo transitorio, definito “comitato palestinese tecnocratico e apolitico”, che a sua volta sarebbe controllato e supervisionato da un “Consiglio di pace” internazionale, guidato da Donald Trump. Il consiglio includerebbe altri capi di Stato e funzionari internazionali, tra cui l'ex primo ministro britannico Tony Blair. 

Questo organismo lavorerebbe per definire il quadro dei finanziamenti per la ricostruzione di Gaza, mentre l'Autorità palestinese, l'entità politica nominalmente responsabile degli affari palestinesi in Cisgiordania, dovrebbe intraprendere un processo di riforme.

Verrà convocato un gruppo di esperti per creare quello che il piano definisce un “piano di sviluppo economico di Trump per ricostruire e rilanciare” il territorio, che il presidente degli Stati Uniti aveva precedentemente immaginato di trasformare in una “riviera” con una serie di megalopoli high-tech.

Lo scenario di uno Stato palestinese resta una vaga possibilità. Alla fine del piano si parla dell’istituzione di un “processo di dialogo interreligioso” per promuovere “i valori della tolleranza e della coesistenza pacifica” e si dice che “con il progredire della ricostruzione di Gaza e l'attuazione fedele del programma di riforme dell'Autorità Palestinese, potrebbero finalmente crearsi le condizioni per un percorso credibile verso l'autodeterminazione e la statualità palestinese, che riconosciamo come aspirazione del popolo palestinese”.

Il piano è stato accolto con favore dalla comunità internazionale. Sostegno è arrivato dal cancelliere tedesco Merz, dal presidente francese Macron, dalla Russia e anche da Pakistan, Giordania, Emirati Arabi Uniti, Indonesia, Turchia, Arabia Saudita, Qatar ed Egitto che hanno rilasciato una dichiarazione congiunta in cui affermano di essere pronti a collaborare in modo costruttivo con gli Stati Uniti e altri paesi per garantire la pace. L'Autorità palestinese, che esercita un'autorità parziale su alcune parti della Cisgiordania occupata da Israele, ma che potrebbe eventualmente assumere un qualche ruolo nel governo postbellico di Gaza, ha accolto con favore gli “sforzi sinceri e determinati” di Trump.

E i diretti interessati? “Nessuno ci ha contattato, né abbiamo partecipato ai negoziati”, ha dichiarato Taher al-Nounou, un alto funzionario di Hamas, in un'intervista televisiva. Secondo quanto dichiarato da una fonte di Hamas all’Agence France-Presse, il gruppo ha “avviato una serie di consultazioni all'interno della sua leadership politica e militare, sia in Palestina che all'estero”, che “richiederanno diversi giorni a causa della complessità delle comunicazioni tra i membri della leadership e i movimenti”. Turchia, Egitto e Qatar potrebbero esercitare pressioni su Hamas, hanno affermato gli analisti. Un funzionario qatariota ha dichiarato che il Qatar incontrerà Hamas e la Turchia per discutere il piano.

Secondo quanto riportato dai media locali, le fazioni palestinesi alleate con Hamas sembrano aver inizialmente respinto il piano, mentre una fonte vicina ad Hamas ha definito i venti punti presentati da Trump “completamente sbilanciati a favore di Israele” con “condizioni impossibili” che hanno l’obiettivo di eliminare il gruppo. “In questo modo, Israele sta tentando, attraverso gli Stati Uniti, di imporre ciò che non è riuscito a ottenere con la guerra”, ha dichiarato la Jihad islamica.

In Israele, molti commentatori hanno accolto con favore la proposta. Tuttavia, i ministri di estrema destra hanno promesso di lasciare la coalizione di governo se Netanyahu interromperà l'offensiva israeliana a Gaza senza ottenere la “vittoria totale” o assicurarsi il territorio per gli insediamenti israeliani. Bezalel Smotrich, ministro delle Finanze israeliano, ha affermato che il piano è un “clamoroso fallimento diplomatico” che “finirà in lacrime”.

Intanto, in una dichiarazione video pubblicata sul suo canale Telegram dopo la conferenza stampa congiunta con Trump, Netanyahu ha già fatto sapere che l'esercito israeliano rimarrà nella maggior parte di Gaza e che non è disponibile ad accettare la creazione di uno Stato palestinese. “Recupereremo tutti i nostri ostaggi, vivi e in buona salute, mentre l'esercito israeliano rimarrà nella maggior parte della Striscia di Gaza”, ha affermato.

Il piano funzionerà? Nel manifestare il proprio sostegno, il presidente francese Emmanuel Macron ha affermato che è compatibile con il piano per la Palestina definito nella dichiarazione di New York approvata questa settimana dall'Assemblea generale delle Nazioni Unite. In effetti, ci sono alcuni aspetti in comune che potrebbero far pensare a una convergenza: nessuno dei due piani prevede lo sfollamento di massa dei palestinesi da Gaza, assegna ad Hamas un ruolo nel futuro governo della Palestina e ulteriori annessioni israeliane in Cisgiordania. 

Ma poi iniziano le differenze, evidenzia Patrick Wintour sul Guardian. La dichiarazione di New York, approvata dall’ONU, propone un'amministrazione tecnocratica per un solo anno nella fase iniziale di transizione, ma poi pone l'Autorità Palestinese al centro di un nuovo governo unificato che copre Gaza, la Cisgiordania e Gerusalemme Est. I paletti posti dal piano di Trump per arrivare a un nuovo governo sembrano invece circoscrivere e marginalizzare il ruolo dell’Autorità Palestinese. Inoltre, nessuno può dire quale tipo di leadership politica palestinese potrebbe emergere dopo due anni di attacchi su Gaza e di assalti in Cisgiordania. Per questo Trump è favorevole a un organismo tecnocratico di transizione che consulti l'Autorità Palestinese.

Altro punto di divergenza è la gestione degli aiuti umanitari. La dichiarazione di New York assegna un ruolo centrale all'agenzia di soccorso delle Nazioni Unite, l'UNRWA, la stessa agenzia accusata da Israele senza prove di terrorismo. C’è chi dice che Trump possa assegnare all’Autorità Palestinese il ruolo dell'UNRWA, ma dall'ottobre 2023 Israele sta esercitando pressioni finanziarie sull'Autorità Palestinese trattenendo le entrate fiscali che le spettano. “Come potrebbe Trump sostenere il ruolo di un'organizzazione che Israele sta cercando di mandare in bancarotta? La risposta è la riforma dell'Autorità Palestinese, un'espressione che risuona nelle sale diplomatiche da oltre 20 anni, ma che non è mai stata realizzata”, scrive Wintour.

Le incognite sono così tante che il piano è lungi dal poter avere successo, osserva il diplomatico statunitense Michael Ratney su Haaretz. Due aree sono particolarmente problematiche, scrive Ratney: il ritiro militare di Israele e il percorso verso uno Stato palestinese.

Il ritiro militare israeliano da Gaza sarà “basato su standard, tappe fondamentali e tempistiche legate alla smilitarizzazione che saranno concordati tra l'IDF” e la Forza di stabilizzazione internazionale creata per Gaza, nonché gli altri garanti del piano e gli Stati Uniti. Ciò lascia essenzialmente qualsiasi ritiro dalla Striscia quasi interamente a discrezione di Israele. Secondo Netanyahu, ciò significa che, per quanto riguarda Gaza, “Israele manterrà la responsabilità della sicurezza, compreso un perimetro di sicurezza per il prossimo futuro”. 

Per quanto riguarda la statualità palestinese, il piano afferma che “mentre la ricostruzione di Gaza avanza e quando il programma di riforma dell'Autorità Palestinese sarà fedelmente attuato, potrebbero finalmente esserci le condizioni per un percorso credibile verso l'autodeterminazione e la statualità palestinese”. Quindi, anche se l'Autorità Palestinese attuerà le riforme, la statualità non è garantita. “Alle orecchie della maggior parte dei palestinesi, questo suona molto simile a ‘mai’, riflette Ratney.

La riuscita del piano, infine, è particolarmente problematica perché chiede di fatto ad Hamas di smettere di essere Hamas e di impegnarsi al disarmo come condizione preliminare, prima ancora che siano attuate le altre misure (e nonostante il fatto che, secondo centinaia di ex funzionari della sicurezza israeliani, la capacità militare di Hamas sia stata ridotta al punto da non rappresentare più una minaccia strategica per Israele già da molti mesi).

Perplessità raccolte anche da Jason Burke sul Guardian. È improbabile che Hamas guardi con favore a un piano che afferma esplicitamente che deve rinunciare a tutte o alla maggior parte delle sue armi e stare a guardare mentre un “Consiglio di pace” tecnocratico guidato dallo stesso Trump prende il controllo di Gaza. E “anche il collegamento tra il ritiro israeliano e il ritmo e la portata del disarmo e della smilitarizzazione è vantaggioso per Israele”, osserva Burke. “Tutti i territori ceduti sono stati rasi al suolo dall’offensiva incessante di Israele. Un ritiro lento costa poco. Israele potrebbe alla fine ritirarsi in un perimetro, ma non è chiaro quanto tempo ci vorrà. Le mappe pubblicate sono vaghe. Tutto questo è molto lontano dalle richieste di Hamas nei recenti negoziati. Né c'è stata alcuna promessa di qualcosa che si avvicini a uno Stato palestinese”.

Più netto è il commentatore americano M.J. Rosenberg. Il piano di Trump è il primo tentativo di impresa coloniale di XXI secolo, scrive Rosengberg. “Non offre nulla ai palestinesi, nulla alla pace e tutto ai due gruppi che dovrebbe servire: la leadership israeliana e gli investitori miliardari (...) Israele può dire di aver ‘vinto’ fingendo di aver sradicato Hamas, anche se mesi di bombardamenti non sono riusciti a sconfiggere una forza di guerriglia. Il capitale straniero ottiene l'accesso alle migliori terre del Mediterraneo, liberate dai loro abitanti grazie all'assedio e agli attacchi aerei”.

Ecco perché questo piano è peggio che inutile, conclude Rosenberg. “Non fa avanzare di un millimetro la pace. Non riconosce i diritti dei palestinesi né la loro sovranità. Non garantisce nemmeno la sopravvivenza, figuriamoci la dignità, dei gazawi. È un piano per riciclare la sconfitta di Israele in una ‘vittoria’ di pubbliche relazioni e consegnare la terra palestinese a imprenditori miliardari.

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Il piano “Gaza Riviera”: gentrificare il genocidio israeliano - Muhammad Shehada

Il cosiddetto Piano “Gaza Riviera” è più un necrologio scritto nel linguaggio del lusso che una visione del futuro.

Avvolto in rappresentazioni patinate e pubblicizzato come un balzo in avanti, è in realtà il culmine di anni di devastazione deliberata: un Piano per Cancellare i palestinesi da Gaza e rilanciare la loro assenza come innovazione.

Ciò che viene presentato come investimento e rigenerazione è, in realtà, il riciclaggio del Genocidio in spettacolo, una copertura estetica per un progetto politico il cui fondamento sono le macerie di Gaza e il silenzio dei suoi abitanti espulsi.

Perchè Israele non ha mai sviluppato un piano postbellico per Gaza

Il Piano “Gaza Riviera”, ampiamente condannato, proposto per trasformare un’enclave completamente distrutta in una serie di futuristiche megalopoli costiere ad alta tecnologia, si presenta con il linguaggio degli investimenti e della modernità.

Ma se si guarda oltre le presentazioni degli investitori, emerge una verità più cruda: questa non è una strategia diplomatica, ma un’estetica della scomparsa. Mette a nudo il motivo per cui, per due anni, non c’è stato un piano politico israeliano coerente per Gaza, al di là della Distruzione di Massa, dello Sterminio di Massa e della Fame di Massa; la Cancellazione di Gaza è stata il Piano stesso fin dall’inizio.

La coreografia politica delle ultime settimane tradisce le priorità di questo Piano. Mentre il Presidente degli Stati Uniti Donald Trump, suo genero Jared Kushner, Tony Blair e gli inviati israeliani si riunivano per immaginare il futuro di Gaza senza un solo palestinese nella stanza, il Genocidio continuava a infierire, distruggendo ciò che restava della densità urbana e del tessuto sociale della Striscia.

La conclusione è che la Cancellazione non è un ostacolo al Piano, ma la precondizione.

Il piano di Netanyahu fin dall’inizio

I contorni essenziali del Piano Riviera sono emersi in documenti trapelati di recente che descrivono proposte per porre Gaza sotto amministrazione fiduciaria statunitense per circa un decennio, spopolare completamente l’enclave dei suoi abitanti palestinesi e promuovere la costa come un futuristico polo turistico-tecnologico: “la Riviera del Medio Oriente”.

Niente di tutto ciò, tuttavia, è una novità. Il progetto originale di questo promettente polo fantascientifico, costruito su fosse comuni e città rase al suolo, è stato creato dallo stesso Benjamin Netanyahu diversi mesi prima dell’elezione di Trump.

La “Visione Gaza 2035” del Primo Ministro israeliano, rivelata nel maggio 2024, immaginava l’enclave a lungo assediata come una zona industriale e di libero scambio simile a Dubai e utilizzava le stesse immagini generate dall’Intelligenza Artificiale che ora vengono utilizzate nel Piano Riviera.

Non è un caso che entrambi i piani abbiano una frase di apertura quasi identica. “Da una Gaza demolita a un prospero alleato abramitico”, recita il Piano Riviera, mentre quello di Netanyahu sottolineava “ricostruire dal nulla”.

Sono implicite le stesse due precondizioni: che Gaza debba essere completamente rasa al suolo senza lasciare nulla di sé, e che debba essere svuotata della sua popolazione per trasformarla in una tela bianca su cui sviluppare il proprio sviluppo partendo da zero.

Questo era il Piano di Netanyahu fin dall’inizio, quando il primo giorno di guerra ordinò alla popolazione civile di Gaza di “andarsene subito” prima di una distruzione senza precedenti “ovunque”. Netanyahu poi raddoppiò l’impegno quando il suo Ministero dell’Intelligence elaborò un Piano dettagliato per l’espulsione di massa e il trasferimento forzato della popolazione di Gaza.

Gli israeliani convinsero persino l’allora Segretario di Stato americano Anthony Blinken a visitare Paesi arabi come l’Egitto e l’Arabia Saudita per promuovere l’idea del “trasferimento temporaneo” della popolazione di Gaza nel Sinai. Questo tentativo fallì all’epoca e Israele non riuscì a trovare un pubblico disposto a condividere il futuristico Piano di Gaza.

Netanyahu ha continuato ad aspettare il momento opportuno finché Trump non è entrato in carica ed è volato rapidamente a Washington per convincere il Presidente americano a presentare l’idea di una Pulizia Etnica e di Occupazione di Gaza come se fosse di sua proprietà.

Da allora, Netanyahu ha continuato a riferirsi alla sistematica ricerca di espulsioni di massa da parte di Israele a Gaza come “attuazione del Piano Trump” per attribuire la responsabilità di questa politica Genocida.

La storia di copertura di Netanyahu e il pubblico per cui è stata creata

Gli esperti hanno ripetutamente definito il Piano Riviera di Gaza “folle”, irrealistico, poco pratico e pieno di ostacoli legali e morali che renderebbero chiunque lo promuova Complice di Crimini di Guerra e Crimini Contro l’Umanità.

Ecco perché il Gruppo di Consulenze di Boston si è affrettato a sconfessare i propri maggiori consulenti quando hanno prodotto un Piano dettagliato che rendeva operativo il Trasferimento di Massa della popolazione a Gaza, includendo scenari simulati e fogli di calcolo che includevano la Pulizia Etnica. Chiunque contribuisse a questo abominio sarebbe stato esposto a cause legali e procedimenti penali per i decenni a venire.

Ma la futuristica fantasia di Trump sul Mediterraneo potrebbe non essere intesa come un piano serio, tanto per cominciare. È semplicemente una storia con un “lieto fine” artificiale al Genocidio e alla Pulizia Etnica che Israele racconta ai suoi alleati Complici.

La vera utilità per Netanyahu in questa idea stravagante è la gestione narrativa. Mentre il governo israeliano porta avanti una campagna che riorganizza la geografia e la topografia di Gaza e la rende inabitabile, radendo al suolo quartieri, espellendo in massa centinaia di migliaia di persone nei Campi di Concentramento, bruciando case e facendo morire di fame i bambini, le frane della Riviera forniscono un alibi proiettato nel futuro.

Alla destra di Netanyahu, sussurrano il vecchio sogno del ritorno degli insediamenti per soli ebrei a Gaza; ai suoi alleati all’estero, offrono un ottimismo investibile. Alla base di Trump, vendono la favola definitiva del MAGA: “Faremo fiorire il deserto e lo faremo nostro”.

Il punto è lo sfarzo; Il Piano che circola alla Casa Bianca è persino formalmente denominato GREAT (acronimo di Ricostituzione, Accelerazione Economica e Trasformazione di Gaza). Per il marchio politico di Trump, la promessa di trasformare le rovine in villaggi turistici è un classico del teatro.

I paesaggi urbani scintillanti contribuiscono a vendere al mondo del MAGA (Rendere l’America di Nuovo Grande) e ai gestori di capitali di rischio un’immagine di Gaza come una tela bianca in attesa di un genio esterno, mentre, sul campo, il Genocidio procede ininterrotto e senza limiti verso la sua fase finale.

In questo senso, la fantasia della Riviera non è una deviazione dagli ultimi due decenni di politiche draconiane di assedio e Massacri a Gaza, ma piuttosto il loro culmine.

È un gioco di parole per camuffare l’indifendibile; La distruzione diventa “preparazione del sito”, lo sfollamento diventa “pianificazione urbana”, l’annientamento diventa un trampolino di lancio verso profitti inesplorati e opportunità commerciali.

Questo è ciò che rende la rappresentazione della Riviera di Gaza un potente strumento di propaganda, per come capovolgono la realtà. Propongono spiagge senza abitanti, torri senza inquilini, porti senza politica. Fanno apparire l’assenza dei palestinesi come un progresso.

Israele promette Gaza ai coloni, non a investitori futuristi

È illogico che Israele si spinga fino in fondo per compiere un Genocidio a Gaza, spendere quasi 90 miliardi di dollari (77 miliardi di euro) in questa guerra, perdere oltre 900 soldati, diventare uno Stato reietto, solo per poi consegnare Gaza su un piatto d’argento al governo degli Stati Uniti e ai magnati americani della tecnologia e del mercato immobiliare.

Yehuda Shaul, co-fondatore di Breaking the Silence (Rompere il Silenzio), ha dichiarato di ritenere che il Piano per la Riviera di Gaza “non sia collegato allo sforzo principale del Movimento dei Coloni israeliani”, che sta spingendo per un ritorno a Gaza.

“Il Piano originale delle organizzazioni dei coloni, che si adatta anche alla geografia di base di Gaza, è di tornare a quella che un tempo veniva chiamata ‘la zona settentrionale’, ovvero i tre insediamenti nel Nord di Gaza: Elei Sinai, Nisanit e Dugit”, ha aggiunto Yehuda.

“Questi sono gli insediamenti che un tempo si trovavano a Nord di Beit Lahia. È su questo che i coloni hanno puntato gli occhi”.

Shaul ha spiegato che commentatori israeliani di destra come Amit Segal hanno insistito su questo aspetto sui principali media. “Viene spacciato come una ‘semplice’ espansione dei confini israeliani, invece di un’annessione di parti significative della Striscia di Gaza”.

La promessa di torri e porti turistici su una costa spopolata non è un piano di pace, ma un teatro di espropriazione, una storia scritta per investitori stranieri, raduni del MAGA e fantasie dei coloni.

La “Riviera di Gaza” non indica un futuro di coesistenza o prosperità; rimanda alla più antica Logica Coloniale che trasforma le vite in ostacoli e la Cancellazione in opportunità.

Traduzione a cura di: Beniamino Rocchetto

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“Israele rilasci l’ostaggio Barghouti e tratti con lui. Il piano Trump? È una truffa, e Blair un criminale”, parla Moni Ovadia

(intervista di Umberto De Giovannangeli)

 

Moni Ovadia è tante cose. Attore, cantante, musicista, scrittore. Soprattutto, è uno spirito libero, coscienza critica che sa andare controcorrente, mettendoci la faccia, il cuore e una insaziabile sete di giustizia.

Cosa racconta la vicenda della Global Sumud Flotilla e come definire la reazione d’Israele?
La reazione di Israele? Un atto di pirateria tout court. Invece di giustificare l’ingiustificabile arrivando all’impudenza di incolpare le vittime e giustificare gli assalitori, chi governa l’Italia dovrebbe dire chiaro e tondo che questo è un atto di pirateria contro il nostro Paese. Questi signori cianciano di nazione, di patriottismo, e poi si genuflettono ai piedi dei prepotenti, dei criminali. Alla faccia dell’orgoglio patrio! L’atto di pirateria è stato commesso da Israele con assoluta naturalezza, perché per lo Stato d’Israele non esiste la legalità internazionale. Intanto, quelle in cui si è consumato quel vile atto di pirateria – vile perché quello che si favoleggia essere l’esercito più morale del mondo ha mostrato la forza contro gente pacifica, disarmata – non sono acque israeliane, ma sono acque di Gaza. A Gaza, Israele è un invasore. E poi, te lo dico apertis verbis, c’è una cosa che non sopporto più.

Di cosa si tratta?
Di questa storia del terrorismo. Chi si batte per cacciare un occupante, un colonizzatore, un aggressore, ha tutto il diritto a opporre resistenza. L’aggressione israeliana a Gaza e alla sua gente non nasce dopo il 7 ottobre 2023. Si dice: “ma Israele si era ritirato da Gaza”. Chi lo afferma si dovrebbe vergognare, mente sapendo di mentire…

Perché?
Perché Israele ha blindato Gaza, l’ha resa la più grande prigione a cielo aperto al mondo. L’ha assediata. E questo dura da anni e anni. L’acqua, l’elettricità, tutto dipende da Israele, tutto. Dall’epoca della guerra di Troia, l’assedio è un atto di guerra. Chi si batte contro l’occupazione, la colonizzazione, l’oppressione, le violenze continue, le punizioni collettive, i bombardamenti a tappeto con l’uccisione di civili, di bambini, chi si batte contro tutto questo si chiama o patriota o partigiano. Quanto al terrorismo, tutti i popoli che si sono liberati dalle occupazioni coloniali, e il sionismo è una ideologia puramente colonialista, razzista, segregazionista e da ultimo genocidaria, usa lo strumento del terrorismo. L’hanno usato anche i combattenti ebrei della Palestina mandataria. Begin è stato un terrorista, Shamir è stato un terrorista. Vogliamo dire che l’Algeria è uno Stato terrorista perché ha conquistato l’indipendenza con una lotta di liberazione nazionale usando anche un pesantissimo terrorismo? Bisogna smetterla con questa storia. Anche i nazisti chiamavano i nostri partigiani, banditi. Ricordiamocelo. La lotta al terrorismo è diventata la scusante per ogni nefandezza perpetrata. Si manipola il linguaggio.

Ribellarsi è legittimo?
Ribellarsi è legittimo. Non lo dice Moni Ovadia, l’ha detto l’Onu e l’hanno detto anche Giulio Andreotti e Bettino Craxi nel Parlamento italiano. Quelli che compiono degli atti che sono considerati crimini contro l’umanità, come la presa di ostaggi, vanno indagati, si deve istruire un processo, vanno giudicati e condannati. Cito un caso che riguarda Israele. Quando ci fu l’attentato contro la squadra olimpica israeliana a Monaco nel ’72, gli israeliani – allora primo ministro era Golda Meir – cercarono uno per uno i responsabili, con un’azione discutibile, però li individuarono e cercarono i colpevoli di quell’azione. Non è che si misero a fare un genocidio contro i palestinesi. Netanyahu è l’epitome del sionismo, anche se va ricordato, per verità storica, che a fare la Nakba furono i laburisti. Va ristabilito l’ordine del linguaggio. E poi, lasciami un altro grido di indignazione.

Quale?
Adesso sono tutti galvanizzati dal piano di Trump. Un piano di pace dice il coro degli aedi. Questa non è una pace…

E cosa sarebbe?
Una operazione colonialista in stile ottocentesco. Lo definirei colonialismo ottocentesco 5.0. Questa sarebbe una proposta di pace? Netanyahu continua a dire, apertis verbis, che lo Stato palestinese non ci sarà mai. Che razza di pace è mai questa! È una truffa. Una truffa sanguinosa che produrrà ancora violenze, che produrrà altri disastri. Il popolo palestinese non viene tenuto in minimo conto da questo “piano di pace”. In minimo conto. Per fare una pace che coinvolge il popolo palestinese, si vedono Trump e Netanyahu. E i palestinesi non esistono? Ricordo che quando si volle fare la pace di Oslo, alla fine, sul prato della Casa Bianca, erano presenti Rabin, come primo ministro rappresentante dello Stato d’Israele, e Arafat come capo dell’Olp e rappresentante del popolo palestinese, e il mediatore Bill Clinton. Sappiamo tutti come andò a finire Oslo, ma almeno quella cerimonia mostrò al mondo un riconoscimento reciproco.

Mentre adesso c’è il piano Trump…
Un’operazione di stampo commerciale. E per sommo disprezzo dei palestinesi, propongono, anzi impongono, nella squadra Tony Blair.

Non va bene Blair?
Tony Blair! Che è stato, pure lui, un criminale di guerra, perché ha contribuito a scatenare una guerra, quella in Iraq, micidiale, che ha causato la morte di 500mila civili innocenti, sulla base di acclarate menzogne. Questo si definisce tecnicamente un criminale di guerra. Se tu scateni una guerra e non ci sono presupposti per farlo, di nessun tipo, anzi sono menzogne quelle che usi per giustificare e legittimare quella guerra, sei un criminale di guerra. Punto. Blair e Bush non sono stati neanche portati davanti a una Corte internazionale, non dico per essere condannati ma quantomeno per essere indagati e giudicati. Invece Slobodan Milosevic si. E alla fine Milosevic è stato prosciolto, però non lo sa quasi nessuno. L’Occidente è ancora intriso della pestilenza colonialista. Il suo modo di vedere il mondo, il suo modo di stabilire le relazioni con i popoli dell’alterità, quelli che non sono bianchi caucasici. Cosa triste è che anche i neri d’America hanno interiorizzato questo colonialismo. Colin Powell, ai tempi dell’Iraq segretario di Stato Usa, mostrò una boccetta vuota dicendo che c’era antrace e poi la storia della presenza di armi di distruzione di massa in Iraq… Tutte falsità. Ricordi che si sia scusato per questo?

No. Ma torniamo sulla Global Sumud Flotilla.
Verrà ricordata come uno dei grandi momenti della storia dell’umanità di questa epoca. È dal tempo delle brigate internazionali che accorsero in Spagna da tutto il mondo per combattere il nazifascismo, che non c’è stato qualcosa di simile. Ha lo stesso tenore: andiamo a impedire un genocidio. Andiamo a dichiarare che esiste un’umanità. Perché se c’è una umanità disumana, c’è anche un’umanità umana.
Un’umanità umana che si dichiara e dice ai palestinesi e al mondo: noi non vi abbandoneremo, perché voi siete nostri simili, quindi nostri fratelli e sorelle. Invece, per come si comportano, i reazionari di tutto il mondo demoliscono il principio più sacrale, fondato dal monoteismo ebraico e poi dal cristianesimo e poi ancora dalla grande cultura laica, cioè che l’essere umano su questa terra è uno solo. È sacro e inviolabile, e questo è proprio del monoteismo ebraico, perché porta l’impronta divina. Loro distruggono questo, perché trattano quelli che non sono del loro clan come esseri inferiori. E poi continuano a reiterare il 7 di ottobre.

Una ferita aperta per Israele.
Il 7 ottobre ha prodotto orrore. Però va ricordato che il 7 ottobre nasce dopo decenni di oppressione da parte israeliana. Invece tutti vogliono far partire, in modo squallido e miserabile, quello che di criminale e disumano che è accaduto dopo, che continua ad accadere due anni dopo, da quel tragico giorno, come una reazione giustificata, sia pure, qualcuno aggiunge per pudore, un po’ eccessiva. Il 7 ottobre è conseguenza di anni di oppressione del popolo palestinese, di torture, di violenze, di uccisioni, di occupazione, di furto di territori, di occupazione. Basta leggere un grande storico israeliano qual è Ilan Pappé. La parola genocidio l’ha usata in Israele Amos Goldberg, professore di Storia dell’Olocausto nel Dipartimento di Storia ebraica all’Università ebraica di Gerusalemme. Credo un po’ più competente in materia di Matteo Salvini. Queste posizioni vengono celate, quelle di eminenti storici israeliani così come dei militari israeliani che lo dichiarano.
L’Occidente marcio e decadente si aggrappa ormai ad ogni cosa per cercare di rilanciare il suo dominio, la sua egemonia. Solo che ha un problema, e che problema…

Quale?
Adesso ci sono i Brics, in cui è entrata anche quella che viene considerata l’ottava potenza economica mondiale: l’Indonesia.

Per tornare alla Palestina, e alla pace che non c’è. Su cosa dovrebbe fondarsi ad avviso di Moni Ovadia, una vera pace?
Punto primo: tutto il mondo, compresi gli americani, riconosca lo Stato palestinese e lo si dichiara nei suoi confini, ovvero Cisgiordania, la Striscia di Gaza, Gerusalemme Est, con un corridoio che unisca la Cisgiordania a Gaza. Poi si potevano discutere i tempi, le tappe di realizzazione. Non lo si fa, secondo me, perché Israele rischierebbe una pesantissima guerra civile. Come dice Ilan Pappé, in Israele ci sono due stati ebraici: uno è lo stato d’Israele, del sionismo politico, e l’altro è quello della Giudea e Samaria, quello degli ottocentomila coloni.
Costoro siccome pensano di agire in nome di Dio, chi li leva di lì? Il riconoscimento di uno Stato palestinese non è contemplato. I palestinesi resteranno, bontà loro, ma a fare cosa? Gli schiavi. Manodopera a basso costo. Dicono: “Non c’è un rappresentante del popolo palestinese con cui negoziare”. Il popolo palestinese ha il diritto a indicare la propria rappresentanza. Non lo decidono gli altri chi dovrebbe o non dovrebbe rappresentarlo. E poi, se ci fosse una vera volontà di pace, il rappresentante ideale per trattare ci sarebbe. È detenuto in un carcere israeliano, perché è un partigiano per la liberazione del suo popolo. Si chiama Marwan Barghouti. Lui gode del prestigio necessario e della stima di tutti i palestinesi. Lui potrebbe negoziare anche perché conosce molto bene il mondo israeliano. Liberarlo dimostrerebbe la vera volontà di una pace. Perché la pace si fa nella giustizia, altrimenti si chiama diktat imposto con la forza.

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