intervista di Francesco Vitale
La scrittrice Igiaba Scego riflette sul ruolo etico della letteratura come strumento di incontro e baluardo contro la disumanizzazione digitale
L’intervista
Che impressione le hanno fatto le parole rivolte a voi
scrittori da Papa Leone XIV sull’umanità e sulla relazionalità?
“Mi ha colpito molto quando il Papa ha parlato del contributo di umanità
che possiamo portare noi scrittori. Viviamo in un mondo disumanizzato dalle
guerre e dall’uso sbagliato delle nuove tecnologie — che io non rifiuto, ma che
dovremmo usare per la pace e per costruire relazioni, non per isolarci. Il
Pontefice ci ha ricordato il nostro ruolo: indagare, scavare e raccontare la
relazione, ponendoci domande universali sulla vita e sulla morte. In un mondo
in cui la parola è abusata o messa al margine in favore del pettegolezzo, oggi
mi sono sentita molto utile. Il Papa ci ha richiamati alla parola, alla pagina
e allo spazio, ed è stato bellissimo”.
In un mondo così rumoroso e veloce, come si può
comunicare l’importanza della parola e ritrovare la bellezza dell’essenzialità
attraverso la scrittura?
“Penso che accanto alla pratica della scrittura debba esserci sempre la
pratica dell’incontro. Per esempio, io ho creato un book club sull’Africa che
vogliamo allargare nelle biblioteche: sembra una cosa semplice, ma attraverso
un libro che viene da lontano — che sia dallo Zimbabwe o dall’Etiopia — le
persone raccolgono e si scambiano riflessioni collettive. C’è bisogno di questo
scambio. Una scrittrice deve essere prima di tutto una lettrice, connessa ai
colleghi e alle parole degli altri. Sono stata felicissima di vedere autori a
cui sono affezionata come lettrice, una su tutte la scrittrice statunitense
Elizabeth Strout. È stato emozionante ricordarsi di questo doppio ruolo e di
quanto le parole aiutino ad aprire orizzonti e ad allontanarci dall’odio”.
Tra i tanti incontri con i suoi lettori, qual è
l’emozione o la soddisfazione più grande che porta nel cuore?
“Quando vado nelle scuole. Vedere le ragazze e i ragazzi che mi fanno
domande, si emozionano e riescono a identificarsi attraverso un racconto che io
ho concepito in solitaria. La scuola è in assoluto la cosa che mi emoziona di
più”.
Che consiglio o suggerimento si sente di dare alle
nuove generazioni che vorrebbero intraprendere il percorso della scrittura?
“Più che consigli, posso offrire la mia esperienza. A chi vuole fare questo
mestiere dico subito che serve un secondo lavoro, perché non si può vivere di
sola scrittura a meno di non essere super famosi. Però la scrittura deve far
parte della propria giornata. E poi c’è un’altra cosa fondamentale: bisogna
leggere. Non si può essere scrittori — e credo nemmeno buoni esseri umani —
senza la lettura. Dobbiamo fare di più per la lettura perché in Italia si legge
sempre meno e si fa fatica a concentrarsi. Leggere ti costringe a stare lì per
mezz’ora o un’ora, concentrato su un mondo fuori di te. È una capacità di
concentrazione che stiamo perdendo a causa dei social e del rumore di fondo; la
lettura, invece, ci aiuta a ritrovare il silenzio e le parole dentro di noi”.
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