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domenica 17 maggio 2026

Una legge per lo stop al commercio con gli insediamenti illegali israeliani

L’Italia ogni anno importa oltre 1 miliardo di beni e servizi da Israele, alimentando l’occupazione illegale della Cisgiordania tra sfollamenti, espropri, demolizioni, uccisioni. Depositata alla Camera una nuova proposta di legge firmata dai leader di Alleanza Verdi e Sinistra, Movimento 5 Stelle e Partito Democratico Angelo Bonelli, Giuseppe Conte, Nicola Fratoianni ed Elly Schlein.

La proposta nasce dall’iniziativa di oltre 20 organizzazioni promotrici nel settembre 2025 della campagna Stop al commercio con gli insediamenti illegali.

“Si tratta di una prima importante tappa lungo un percorso che speriamo possa portare – in Italia e negli Stati dell’Unione Europea –all’adozione di misure di reale divieto degli scambi commerciali con gli insediamenti dei coloni israeliani in Cisgiordania (compresa Gerusalemme est). Scambi illegali secondo il diritto internazionale che costano miliardi di dollari all’economia palestinese ogni anno, con perdita progressiva di terreni agricoli e pascoli, fonti d’acqua, infrastrutture” spiega Paolo Pezzati, coordinatore della campagna e portavoce per le crisi umanitarie di Oxfam Italia. “Paesi come Spagna e Slovenia hanno già adottato legislazioni analoghe, mentre sono vicini a fare altrettanto Olanda, Irlanda e Belgio. Segnali decisivi per una svolta a livello comunitario.” 

“Questa proposta di legge nasce dal lavoro unitario delle associazioni della società civile, che hanno costruito un testo concreto e lo hanno affidato alla responsabilità delle forze parlamentari. Si tratta di associazioni che lavorano con la società civile palestinese e con quella israeliana che rifiuta l’occupazione e chiede di fermare il genocidio in corso. La deriva messianica e razzista che spinge il governo israeliano a superare ogni linea rossa al fine di realizzare l’espulsione dalle loro terre dei civili e ‘depalestinizzare’ la Palestina in modo da annetterla alla ‘grande Israele’, può essere fermata solo da una forte iniziativa della comunità internazionale.

Chiediamo all’Italia di smettere di essere muta e complice verso le iniziative illegali del governo israeliano nel Territorio palestinese occupato verso il massacro della popolazione civile palestinese e i progetti di deportazione in corso” evidenzia Alfio Nicotra, Coordinatore dell’Esecutivo della Rete Italiana Pace Disarmo.

“È fondamentale che il governo italiano accolga questa proposta a livello nazionale, allineandosi con quanto richiesto da tempo dalla Corte Internazionale di Giustizia”  continua Pezzati. “E contemporaneamente cambi posizione a favore della sospensione dell’Accordo di Associazione Ue-Israele, fino a quando non saranno rispettati i diritti umani. Del resto la proposta franco-svedese di un aumento delle tariffe sulle importazioni delle merci da Israele nel mercato UE– su cui il Ministro degli Esteri Tajani ha dimostrato apertura – sarebbe priva di efficacia, verrebbe immediatamente compensata da nuove sovvenzioni del governo israeliano alle aziende che operano negli insediamenti illegali”.

L’impatto distruttivo dell’occupazione israeliana in Cisgiordania

Nel 2024 il valore delle importazioni in Italia di beni e servizi da Israele è stato di circa 1 miliardo di euro, principalmente di prodotti agricoli e manifatturieri, di servizi legati alla sicurezza e alla sorveglianza digitale.

Impossibile stabilire quanta parte di questi scambi sia ascrivibile ad aziende che operano nel Territorio occupato, data la possibilità di aggirare le politiche europee di etichettatura e differenziazione territoriale, mentre più che evidenti sono le conseguenze per l’economia e per la popolazione palestinese: perdite complessive per miliardi di euro all’anno, un aumento del tasso di povertà dal 12% al 28% negli ultimi 2 anni, disoccupazione raddoppiata da ottobre 2023 e arrivata al 35%.

Stiamo inoltre assistendo a un’accelerazione degli espropri di aree sempre più vaste, demolizioni, sfollamenti forzati che compromettono l’esistenza stessa delle comunità palestinesi e finiscono per svuotare vaste aree di territorio prontamente occupate dai coloni più violenti.

Solo a marzo una brusca e organizzata escalation della violenza dei coloni israeliani, sostenuti dalle forze militari in tutta la Cisgiordania, ha causatoperdite agricole per oltre 4,2 milioni di dollari,  dovute alla distruzione di più di 8.000 ulivi, al furto e all’abbattimento di oltre 686 capi di bestiame e alla confisca di oltre 3.441 dunum di terra (pari a 344 ettari) .

Nel corso del 2025 sono state inoltre demolite oltre 1.600 strutture, causando migliaia di sfollamenti nelle comunità palestinesi e altre centinaia di abitazioni sono state distrutte da gennaio. Sempre l’anno scorso si sono registrate 240 vittime, di cui 55 minori. Nel 2026 si sono già verificati oltre 700 attacchi, che hanno provocato 44 morti, di cui 11 bambini.

Alla luce di tutto questo è evidente come l’esito del Consiglio degli Affari Esteri di lunedì scorso, pur riconoscendo la rilevanza delle organizzazioni israeliane colpite dalle sanzioni, non scalfisca il quadro di illegalità generale.  Il tema infatti non è colpire solamente i coloni violenti, ma smettere di sostenere dal punto di vista economico e finanziario l’intero progetto coloniale di Israele.

I punti chiave della proposta

La proposta di legge chiede quindi in sintesi di:

·         vietare l’importazione e la pubblicizzazione in Italia di beni e servizi provenienti dagli insediamenti israeliani nel Territorio palestinese occupato  (sia le merci prodotte interamente o parzialmente negli insediamenti, ovvero che lì hanno subito l’ultima trasformazione o lavorazione significativa; che qualsiasi servizio, derivante da attività svolte in tutto o in parte negli insediamenti);

·         definire l’applicazione del divieto attraverso un decreto del Ministro degli Esteri che, in accordo con l’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli, stabilisca i criteri e le modalità di verifica dell’origine dei prodotti importati da Israele per identificare quelli provenienti dagli insediamenti; 

·         dare mandato all’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli di vigilare sul rispetto del divieto e di verificare l’origine delle merci;

·         esigere che siano gli esportatori israeliani a dimostrare che i loro beni non sono prodotti nel Territorio Palestinese Occupato, contrariamente a quanto avviene ora, prevedendo la possibilità di sequestrare e confiscare  i beni in caso di false dichiarazioni.

Le associazioni italiane aderenti alla campagna:

ACLI, ACS-NGO, Amnesty International Italia, ANPI, AOI, ARCI, CISS, CNCA, COSPE, CRIC, Emmaus Italia, First Social Life, Fondazione Finanza Etica, Fondazione Gruppo Abele, Libera, Movimento Giustizia e Pace in Medio Oriente, Oxfam Italia, Pax Christi, Rete HUMUS, Rete Italiana Pace e Disarmo, Un Ponte Per, Vento di Terra.

Note:

·         Il report di lancio della campagna è consultabile QUI

·         I dati riferiti a marzo 2026 sull’impatto dell’azione dei coloni in Cisgiordania sulle comunità palestinesi sono tratti dal report della Palestinian Farmer Union, disponibile QUI

·         I dati riferiti all’import italiano sono disponibili QUi

·         I dati sulle violenze dei coloni in Cisgiordania sono dell’OCHA dal Rapporto 2026 sui diritti umani di Amnesty International QUI

·         Secondo il gruppo per i diritti civili israeliano HaMoked, alla fine del 2025 nelle carceri israeliane erano detenuti senza accusa o processo equo circa 4.622 palestinesi, di cui 3.385 sotto ordini di detenzione amministrativa e 1.237 erano in detenzione arbitraria ai sensi della legge sui combattenti illegali.

da qui

giovedì 30 aprile 2026

“Mi vergogno di essere ebreo”: Tamir Pardo, ex capo del Mossad, sconvolto dalle violenze dei coloni in Cisgiordania - Eleonora Bianchini

Un viaggio nella West Bank, dove i coloni minacciano i residenti, palestinesi. Un servizio dell’emittente israeliana Channel 13 in cui l’ex capo del MossadTamir Pardo, accompagnato da altri uomini che sono stati ai vertici della sicurezza di Tel Aviv, vede di persona cosa significhi vivere in Cisgiordania. Le violenze, le ingiustizie, le minacce quotidiane, pesantissime. E la traduzione di Pardo è impietosa: “Quello che vediamo oggi in Samaria e Giudea sarà il prossimo 7 ottobre (giorno in cui Hamas ha compiuto la strage nel sud di Israele da cui è scaturita la guerra a Gaza, ndr). Avrà una forma diversa, molto più dolorosa, perché la regione è molto più complessa. Lo Stato ha deciso di gettare le basi per il prossimo 7 ottobre. Questa è la scelta del governo israeliano. Mia madre – ha detto nel servizio – è sopravvissuta all’Olocausto e ciò che ho visto mi ha ricordato gli eventi avvenuti contro gli ebrei nel secolo scorso, in un Paese molto sviluppato. Queste erano esattamente le cose che succedevano”. Profondamente colpito dallo stato dei luoghi, ha aggiunto: “Quello che ho visto oggi mi ha fatto vergognare di essere ebreo”.

Nel viaggio in Cisgiordania, che tocca i villaggi di Burin e Hamra, a parlare sono i palestinesi. Raccontano di come sono stati picchiati dentro le loro case o per strada. Delle pecore che gli hanno rubato, dei bastoni che hanno flagellato i loro corpi. Un residente racconta che l’avevano lasciato completamente nudo e gli avevano anche stretto il pene con una fascetta di plastica. Continue umiliazioni. Recinti spaccati, aperti i rubinetti delle cisterne che contengono la loro acqua. Li perseguitano. Gli hanno lanciato addosso sassi gridando “siamo noi gli ebrei, siamo noi”, a volere sottintendere che quella terra appartiene solo a loro. I filmati mostrano le aggressioni che subiscono: col cellulare vengono ripresi, da lontano. Interpellato dall’emittente, l’uomo che in più episodi viene visto commettere le violenze, non rilascia commenti. Eppure, in un video in cui viene intervistato in studio, spiega chiaramente lo stato dello “sgombero” in atto nella West Bank. Tutte operazioni apertamente sostenute dai ministri estremisti del governo Netanyahu, in particolare dal responsabile della Sicurezza Nazionale Itamar Ben Gvir, che sovrintende alla polizia, e da quello delle Finanze Bezalel Smotrich.

“Quando veniamo qui, vi parliamo e vi ascoltiamo, ci vergogniamo profondamente”, aggiunge Amram Mizna, ex capo del Comando centrale, mentre si rivolge ai palestinesi che incontrano nei villaggi. “Queste gang, e non c’è modo di chiamarle diversamente (dice riferendosi ai coloni violenti, ndr), arriveranno a farle ritorcere contro di noi perché dal momento che un governo segue la legge che prevede di arrestarli (i palestinesi, ndr), espellerli, distruggere le loro fattorie, prenderanno in mano le armi. Qui c’è una grande confusione qui, ed è intenzionale”. Mizna spiega che sul territorio l’esercito è stato depauperato dei poteri e che tutto è lasciato nelle mani della polizia. Che, però, non agisce. “Le regole dell’esercito sono cambiate in modo drastico e la bugia ormai è diventata la norma. Tutto viene molto chiaramente dall’alto. Il primo ministro è in cima alla piramide“, commenta Matan Vilnai, ex vice capo di stato maggiore dell’Idf. Quello che si presenta sotto gli occhi degli ex capi della sicurezza è una situazione tragica, che li lascia attoniti. “Ho bisogno di credere nelle autorità e nello Stato di diritto in Israele – conclude Pardo -. Penso che sappiano cosa stia succedendo e che scelgano di ignorarlo (…) Quello che ho visto oggi è la minaccia esistenziale allo Stato di Israele”. Perché, sottintende, se le autorità dovessero reprimere i coloni violenti, ci sarebbe una reazione violenta da parte loro. E pensa che questa situazione potrebbe portare Israele a diventare come il Libano, dove gli islamisti di Hezbollah usano le armi per imporsi e dove domina il conflitto, politico e civile. La polizia israeliana, interpellata da Channel 13, ha fatto sapere “di essere attiva in Cisgiordania “in conformità con le responsabilità assegnate”, aggiungendo che da gennaio sono stati arrestati 48 sospetti con l’accusa di coinvolgimento in violenze da parte dei coloni e sono stati emessi 33 capi d’accusa”, ha scritto il Times of Israel.

Provvedimenti che, in ogni caso, non rispondono all’emergenza in atto da anni, e che peraltro ha subito un’evidente accelerazione. La violenza e l’occupazione dei coloni in Cisgiordania perpetrata ai danni dei palestinesi, trova il consenso esplicito del governo di Tel Aviv. Solo nel 2025 l’esecutivo di Netanyahu ha deciso di riconoscerne ben 22 insediamenti, illegali per il diritto internazionale. Era da decenni, esattamente da circa 30 anni, che il governo non ne legalizzava una quantità così cospicua. E i passi compiuti per l’annessione della West Bank si sono moltiplicati nel tempo. A febbraio, ad esempio, riavviando un processo fermo dal 1967il governo israeliano ha approvato la registrazione di vaste zone della Cisgiordania come “proprietà statali”, accogliendo una controversa proposta per espandere gli insediamenti nei territori palestinesi. Il gabinetto di sicurezza di Israele ha inoltre approvato la rimozione del divieto di vendere terreni della Cisgiordania a ebrei, in vigore da oltre 60 anni, ossia dal periodo dell’amministrazione giordana, e la pubblicazione dei registri catastali che finora erano sempre rimasti privati. Terreni dell’area C dove si trova la maggioranza degli insediamenti dei coloni e dove vivono 300mila palestinesi, sempre sotto minaccia di violenze ed espropri. A oggi, quindi, le colonie israeliane in Cisgiordania e Gerusalemme Est stanno vivendo la più ampia espansione mai vista. Oltre 700mila coloni risiedono in oltre 270 insediamenti e avamposti, intensificando la frammentazione del territorio, le confische di terre e le violenze, spesso con il supporto militare. Il diritto internazionale considera tali insediamenti illegali. E in Cisgiordania, è Israele che detiene il controllo dell’85% delle risorse idriche.

da qui

sabato 8 novembre 2025

Palestina – Israele: quale solidarietà, quale avvenire? - Eyal Sivan

 

Eyal Sivan è un documentarista israeliano che ormai da molto tempo vive e lavora in Francia. Molti dei suoi lavori (Itzkor, schiavi della memoria, 1990, Route 181, frammenti di un viaggio in Palestina-Israele – con Michel Kleifi – 2003, La Meccanica dell’Arancia, 2009) hanno segnato in modo importante la chiave interpretativa degli aspetti meno indagati e meno noti del cosiddetto conflitto israelo-palestinese che ha per conseguenza determinato la “questione palestinese”.

Dopo il 7 ottobre 2023 e l’aggressione genocidaria di Israele contro la Striscia di Gaza, fin da subito Eyal Sivan si è impegnato non solo nella solidarietà con i palestinesi, ma anche smascherando sistematicamente gli alibi che la propaganda israeliana – e suoi megafoni di quella occidentale – ha sparso a piene mani per negare il genocidio, di fatto addossandone la responsabilità alle vittime.

L’analisi senza sconti o scorciatoie della società israeliana che ci offre in questa conferenza è di fondamentale importanza perché anche il movimento internazionale a sostegno del popolo palestinese per un verso non smarrisca la strada e per un altro non cada vittima esso stesso di “vittorie” che invece tali non sono. Tenendo presente che l’arma più efficace nelle lotte anticoloniali è sempre la reazione delle società degli stessi Paesi colonialistici e in questo Israele non fa eccezione.

 

Quando mi hanno invitato a tenere questa conferenza il compito più difficile era trovare un titolo, perché, come per molti di voi immagino, è difficile parlare di fronte a questa ecatombe, questo orrore che stiamo vivendo. Soprattutto perché nulla cambia ed ogni giorno è peggio.

Quindi ho scelto un titolo che corrisponde a due domande che probabilmente ci poniamo spesso: qual è il futuro in tutto ciò che accade e cosa possiamo fare. Nasce da qui il titolo: quale futuro quale solidarietà per la Palestina,

Vi avviso in anticipo che non farò della geopolitica e grandi analisi dei rapporti di forza, ecc. Penso che di questi argomenti è meglio ne parlino altri più indicati a farlo; inoltre, penso che non serva a granché.

Poi non sono uno storico anche se sono stato invitato a tenere dei corsi in un dipartimento di storia presso il Centro europeo di studi sulla Palestina all’università di Exter e molti miei film trattano di questioni storiche.

Vorrei evitare di entrare nella questione, perché la ritengo un anacronismo, se quello che stiamo vedendo oggi è inscritto da qualche parte nel passato, ossia nelle origini, nel DNA, nell’ideologia.

Sono un documentarista, quindi ho a che fare con il reale, certo ci sono delle messe in scena, ma il materiale è la realtà.

Per rispondere alla prima questione: quale futuro, non è necessario essere un indovino per immaginarlo. Per questo vi invito a guardare non alla vittima, i palestinesi, ma ai carnefici, gli israeliani. Ossia alla società da cui provengo, quello Stato di cui ho il passaporto.

Quando penso alla società israeliana, mi chiedo cosa pensano, al di là della questione dell’orrore, i soldati.

Ma i soldati sono legati alla società da cui provengono e l’esercito israeliano non è a ferma volontaria, quindi è più un esercito che ha un popolo che un popolo che ha un esercito.

Salto direttamente alle conclusioni: non penso che ci sia nessuna possibilità di una opposizione e una rottura all’interno della società israeliana. Da qui arriviamo alla seconda parte: cosa possiamo fare? Tenendo presente che non c’è alcuna volontà, desiderio e speranza nella società israeliana che cambi qualcosa.

Voglio soffermarmi sull’idea del “qualcosa cambi” e torno al 6 ottobre 2023. Quel giorno se avessimo fatto una riunione come questa, ci saremmo ritrovati in venti: perché la questione della Palestina non esisteva più, nessuno se ne interessava o manifestava. Questa, dal punto di vista della società israeliana, era la pace. Un momento in cui era possibile fingere agevolmente che la questione palestinese non esisteva più, sono calmi, nel loro ghetto di Gaza, dietro il muro e i checkpoint in  Cisgiordania: non ci disturbano. E se ne parla dopo il 7 ottobre, questo è il terribile paradosso, non perché sono morti dei palestinesi ma degli israeliani. Partendo da questo si è ricominciato a parlare della questione palestinese.

Questo terribile paradosso ci interpella. Questa situazione che perdura da tempo è stata resa possibile perché è stata normalizzata dagli israeliani e dai loro amici e alleati. Si è quindi resa normale una situazione terrificante: occupazione accelerata, arresti arbitrari, uccisioni di persone, tortura, distruzione di infrastrutture, divieto di associazione e molto altro.

Gaza sotto blocco.

Il risveglio dopo il 7 ottobre perché sono morti degli israeliani mostra bene il loro valore mediatico, politico ed emotivo. Infatti, questi fanno i titoli, non i morti palestinesi.

Si sottolinea l’estrema violenza dell’attacco del 7 ottobre e quello che la simbolizza di più è ciò che è accaduto al festival organizzato a ridosso della barriera con Gaza. Coincidenza vuole che io abbia insegnato anni fa in un college israeliano, che si chiama Shapir, ad appena due chilometri da quella barriera e già all’epoca gli studenti, nel 2012 e nel 2013, facevano feste di quel genere e questo dimostrava il sentimento profondo di sicurezza e di pace degli israeliani. “Nulla ci può accadere”, anche se la musica della nostra festa arriva nelle case al di là della barriera Beit Hanun e altre città di Gaza, oggi tutte totalmente rase al suolo, che non esistono più sulla carta geografica.

Il 7 ottobre è stato prima di tutto, dopo le vittime, un attacco alla sicurezza israeliana, il ritorno dei profughi: arrivati dal nulla. Cosa è accaduto? Perché? Tutto andava bene…vivevamo bene, facevamo la festa, la borsa di Tel Aviv esplodeva… Oggi comprare una casa a Tel Aviv è più caro che a Parigi. Israele è un Paese carissimo. Secondo i sondaggi internazionali Israele è il terzo Paese dove la gente è più felice.

È stato chiesto, per un sondaggio agli israeliani come vedono il loro futuro economico, se peggiore, uguale o migliore e per la schiacciante maggioranza, il settanta per cento, la risposta è stata: migliore.

La società israeliana ha subito un colpo formidabile riguardo al suo senso di sicurezza; improvvisamente non si poteva più fingere che la questione palestinese non esistesse, malgrado quattro anni di manifestazioni gigantesche contro il governo Netanyahu ma non contro l’occupazione o la colonizzazione: contro la riforma giudiziaria in quanto attacco a quella che i manifestanti chiamavano “democrazia” …

Democrazia in un Paese nel quale il cinquanta per cento dei governati non godono di nessun diritto civile. Questo si chiama apartheid.

Tuttavia si lottava per la democrazia, certo quella che riguarda una parte della popolazione solo di poco maggioritaria che sono gli ebrei israeliani.

Questa è l’opposizione.

Per quattro anni si manifesta contro l’attacco alla democrazia, ma la questione palestinese non esisteva. Quindi si manifestava per preservare questo privilegio che è l’apartheid, una discriminazione legalizzata e praticata in quelli che vengono chiamati “territori occupati”.

Quindi è una situazione che ha l’aria del temporaneo in cui invece è stata creata una sequenza temporale definita “il provvisorio permanente”, cosa che permette da un lato di legittimare a priori e a posteriori di giustificare il fatto che “per il momento” (i palestinesi) non hanno diritti. Nonché giustifica il fatto che l’accaparramento di terre, la colonizzazione, la rapina, sono cose “provvisorie” …da sessant’anni. Quindi il provvisorio diventa perenne. Infatti, tra la proclamazione dello Stato di Israele, la Nakba, e la conquista dei Territori Occupati sono passati solo diciassette anni, durante i quali, fino al 1965/66, i palestinesi rimasti erano soggetti a un regime militare.

La pratica del regime militare imposto su una parte della popolazione del Paese e dei privilegi per l’altra, non è nata con l’occupazione del 1967, ma con la creazione stessa dello Stato, che la inscrive nella sua stessa definizione di Stato ebraico e democratico. Alcuni diranno che c’è autonomia tra “ebraico” e “democratico”. È come se dicessimo che uno Stato è “maschile” e “democratico” e legiferasse in quanto tale.

Questo è il paradosso israeliano: vivono in una democrazia esattamente come pensavano i sudafricani bianchi. Come una sorta di democrazia a due cerchi, che però non si incrociano. Questa è la differenza con la democrazia vera.

Di fronte a questa visione di se stessi, sistematicamente ribadita dai mass media, dalle leggi, ecc., la questione si riduce a come non vedere l’aberrazione della discriminazione, dell’apartheid…i palestinesi sono lo specchio di questo paradosso: è l’altro. Quindi si fa di tutto per non vederlo perché non rinvii l’immagine di ciò che io sono.

Tutto questo inizia, sicuramente nella fase che stiamo vivendo, paradossalmente con il cosiddetto processo di pace che porta all’inscrizione fisica della separazione tra due comunità presentata come un progresso.

La separazione che si materializza, per esempio, con il Muro che si vede solo da un lato, ossia dalla Cisgiordania, mentre dal lato israeliano lo stesso Muro non esiste perché nascosto da ornamenti floreali che lo nascondano complemente.

Questa è la situazione di questa società che improvvisamente riceve un colpo in faccia: questo è il 7 ottobre.

Poi c’è l’altra faccia del 7 ottobre: la terrificante sconfitta di quella che è considerata la quarta potenza militare a livello mondiale e la più forte della regione, capace di sapere cosa pensano i palestinesi prima che loro stessi lo pensino, che conosce dove si trova un qualunque dirigente (palestinese, NDT). Una società in cui i sistemi di allarme, di spionaggio con droni e alta tecnologia, che costano miliardi di dollari, sono stati polverizzati in una sequenza storica: la guerra trai mezzi senza tecnologia e l’high-tech. Ciò che ha salvato alcuni israeliani è che la serratura della loro porta chiudeva bene. Dall’altra parte si è potuto polverizzare il sistema di sorveglianza israeliana utilizzando i motori delle macchinine per bambini trasformandoli in piccole bombe…poi quarantott’ore di caos totale: non si riesce a mobilitare le unità militari che a volte non trovano le chiavi dei posti dove ci sono le armi, gli elicotteri che sparano su chiunque si muova. L’esercito israeliano: invincibile.

Certo, si può ironizzare, ma questa è una sconfitta fondamentale dell’idea stessa della costituzione (non in senso giuridico) di questo Stato.

Questa disfatta è quella del movimento che ha costruito questo Stato e di chi lo sostiene come risposta al genocidio ebraico in Europa, quello che alcuni chiamano Shoah (spiegherò dopo perché io non uso questo termine), che è stato possibile perché gli ebrei europei non avevano mezzi di autodifesa. Quindi bisognava dare loro questi mezzi, fondando uno Stato che avrà un esercito, quello degli ebrei, che sarà lo scudo per prevenire un altro giudeocidio.

Che il 7 ottobre rappresenti la sconfitta dello Stato e del movimento sionista che lo ha fondato ce lo hanno detto loro stessi e i loro amici fin dal giorno dopo parlando del 7 ottobre come del giorno più sanguinoso dopo la Shoah. Una specie di “mini Shoah”, ma questo gli si è rivoltato contro perché lo Stato ha perso legittimità o comunque agli occhi dei suoi cittadini lo Stato non può più difendere la sua stessa ragion d’essere. Il paradosso più straordinario è che il posto più pericoloso per gli ebrei in tutto il mondo è nello “Stato ebraico”. Questo ha innescato un sentimento di sfiducia terribile rispetto all’educazione che abbiamo ricevuto, anche perché nella storia di Israele non c’era stata mai una battaglia all’interno delle sue frontiere riconosciute dal diritto internazionale. In più, contro una popolazione e una resistenza armata su cui dall’inizio dell’occupazione sono state scritte pagine e pagine di definizioni spregiative: animali, bestiali, vermi, ecc. Contemporaneamente, questi riescono a sfidare l’esercito e attaccare la ragion d’essere stessa dello Stato.

Una parte della popolazione si fa presto i conti e dopo il 7 ottobre decine di migliaia di israeliani abbandonano il Paese, che non è poco su un totale di cinque milioni e mezzo di ebrei israeliani. L’altra forma di sfiducia è il rafforzamento della visione apocalittica molto presente nel discorso pubblico israeliano, innanzitutto con il mito di Masada la città assediata dove, durante l’occupazione dell’impero romano della Palestina, quando di fronte all’arrivo delle truppe si sceglie il suicidio collettivo. Lo slogan è: “Masada non cadrà una seconda volta”.

Il grande programma nucleare israeliano, costruito grazie alla Francia, si chiama “Opzione Sansone”, questo personaggio catturato dai filistei, ormai cieco e legato alle colonne del Tempio, decide, con le ultime forze, di far crollare il Tempio suicidandosi insieme ai filistei.

Quindi, nel discorso israeliano è inserita l’autodistruzione violenta, ossia una parte degli ebrei israeliani si rifugiano nella visione apocalittica. Si attacca l’Iran, lo Yemen, ecc., tutto il mondo è antisemita, non ci importa se siamo isolati…infatti la settimana scorsa il primo ministro ha detto: “saremo Sparta”. E lui sa di cosa parla e condanna Israele a trentatré anni di isolamento. Su questa scia c’è chi vede nel 7 ottobre un segno di redenzione come una estrema legittimazione dell’eliminazione fisica e totale del nemico. Questo argomento, peraltro, non è stato usato solo dai religiosi, ma da tutti i leader politici israeliani.

Questa tendenza è rappresentata nel governo, da Smotrich (ministro dell’economia) e Ben Gvir (ministro dell’interno), poi c’è anche il vicepresidente del parlamento e altri.

In mezzo c’è la società israeliana che vorrebbe che tutto questo finisse per non fare i riservisti all’infinito e inoltre si rischia di perdere gli ostaggi che è l’altra cosa che interessa.

Alla società israeliana non interessano le vittime, rispondendo in modo immediato a qualunque questione: “è Hamas che usa la popolazione come scudo”, “sono le organizzazioni internazionali che impediscono l’ingresso del cibo”, ecc. Tutti argomenti molto conosciuti perché ripetuti come un ritornello su tutti i mass media.

Tuttavia questa società ha un problema: non vuole essere riservista militare o collaborare con l’esercito…e questo è il problema di quella che viene chiamata l’opposizione israeliana. La quale malgrado rimproveri a Netanyahu il rifiuto delle proposte per la liberazione degli ostaggi, quando si tratta di assumere una posizione attiva, pur potendolo fare non lo fa.

Da qui nasce la domanda: cosa si può fare in queste condizioni?

L’unica via è spingere una parte della società israeliana a non avere scelta. Spingerla a fare delle azioni perché tutto questo finisca. Ossia: disobbedire, rifiutare, scioperare…qualunque cosa per fermare la guerra.

Fermare quello che anche loro chiamano genocidio.

La solidarietà non è solo quella con le vittime palestinesi, ma deve essere anche con tutti coloro che parlano in nome del diritto internazionale. La solidarietà è composta da diversi elementi, il primo dei quali, chiaramente, è il soccorso delle vittime – è importante – , ecc. , sono quindi importanti le pressioni delleorganizzazioni internazionali.

Un altro fattore è la consapevolezza che l’aspetto politico è riassunto da quello umanitario. Sapendo che gli israeliani hanno l’interesse a ridurre la questione palestinese a un caso umanitario. Per questo motivo affamare la popolazione non ha il solo scopo di farli morire (cosa che sarebbe anche poco efficace), ma soprattutto quello di cancellare la questione palestinese come problema politico.

La distruzione dei campi di rifugiati in Cisgiordania, sistematica dopo il 7 ottobre, spingendo gli abitanti verso le periferie delle città. Quindi i rifugiati da politico diventano un problema di quartieri di periferia.

Il terzo elemento è la parte maggioritaria della società israeliana che non si mobilita, anzi partecipa attivamente perché hanno dei privilegi da difendere.

Il più importante però sono le sanzioni internazionali che in definitiva sono uno strumento banale nelle relazioni internazionali. Ci sono circa trentasei Paesi sotto sanzioni o sotto embargo da parte dell’Unione Europea. Ma le sanzioni contro Israele che potrebbero andare dalle forniture di armi fino alla dipendenza economica (il settanta per cento delle esportazioni israeliane va in Europa, non in America), non vengono mai decise. Non le possiamo decidere né io né voi, ma si può chiederle.

Le sanzioni non sono una punizione, ma la difesa del diritto internazionale. Ossia: oggi c’è un Paese che più di ogni altro se ne frega del diritto internazionale e anzi da ordini agli altri e questo va contro i nostri interessi, al di là della questione palestinese. Perché se si dovesse prendere ad esempio il rapporto di Israele con il diritto internazionale, per esempio, si potrebbe di dire buttiamo a mare Taiwan perché Israele ha fatto altrettanto. Quindi, le sanzioni sono lo strumento per difendere l’ultimo strumento rimasto, ma se queste tardano ad arrivare è necessario scendere di livello.

Far sì che i cittadini stessi, la massa, mettano in pratica le sanzioni. Certo, non penso che tra voi ci sia qualcuno che compra dei droni dall’industria militare per controllare il proprio giardino…e se c’è invito a non farlo.

Ma Israele ha bisogno di esportare i propri avocado, ma noi possiamo non comprarli per il buon motivo che poi con quei soldi viene comunque finanziata la guerra. Questo vale per molti settori e l’effetto comincia a farsi sentire, ma bisogna rafforzare l’azione.

Più complicato è fare pressione su coloro che collaborano col genocidio. Ma tuttavia, Microsoft oggi impedisce di usare il cloud da parte dell’esercito israeliano, usato per immagazzinare ottomila megabyte di conversazioni telefoniche dei palestinesi della Cisgiordania e Gaza. Questo è successo grazie alle manifestazioni contro Microsoft e perché dei lavoratori si sono rifiutati di collaborare e ha perso contratti con piccole aziende che si sono rivolte ad altri, anche perché la rappresentante speciale dell’ONU per i Territori Occupati ha pubblicato una lista di grandi aziende che collaborano attivamente con il genocidio.

Ma c’è una questione più importante: la normalizzazione delle relazioni culturali, universitarie e sportive con una società che ne ha bisogno per rivendicarsi “normale” e allo stesso livello degli altri.

Il boicottaggio in questi settori è fondamentale perché tocca la classe più privilegiata degli israeliani, quelli che hanno più da perdere.

Ostracizzare gli israeliani, poiché è inutile attendersi che accada qualcosa all’interno, è necessaria una pressione esterna perché i cittadini ebrei israeliani facciano il collegamento diretto tra ciò che gli succede e non la politica del loro regime, ma delle loro azioni. Per questo è importante che i soldati israeliani sappiano di essere ricercati (per i crimini che commettono) da varie organizzazioni internazionali, quando vanno all’estero o che, per esempio, vengano annullati i concerti di cantanti israeliani nella regione e altrove. Perché questi artisti devono essere messi di fronte ad una scelta: non possono cantare per l’esercito e poi fare tournée come se niente fosse. Questo non può più essere normale.

Stessa cosa per il cinema e per il mondo universitario.

In questi ambienti ci sono persone formidabili, ma ai convegni non possono rappresentare le loro università, come nel caso del Technion di Haifa che ha sviluppato i droni da combattimento. Queste azioni sono efficaci quando diventano molte, perché l’idea di fondo è: noi agiamo perché i governi non lo fanno. E a coloro che obiettano su queste azioni, si risponderà che finché l’Unione Europea non sospenderà gli accordi con Israele, lo faremo noi con i nostri atti.

Perché se c’è un film che è bellissimo e molto critico sulla società israeliana, ma sono prodotti con denaro israeliano, va boicottato. E all’autore va posta una domanda: perché se sei un dissidente prendi i fondi dal ministero della cultura israeliano?

L’obiettivo è “de-normalizzare” Israele per smascherare l’aspetto forse più perverso della situazione che stiamo vivendo e che riguarda coloro che sono solidali con i palestinesi: il fatto che riconoscere il genocidio in corso sia un grande successo e per questo ci si consideri soddisfatti. Ciò comporta il pericolo che la lotta si fermi a questo.

Il riconoscimento del genocidio rischia di soppiantare la lotta contro questo.

C’è un altro esempio: il riconoscimento dello Stato palestinese. Ci sono organizzazioni che lo chiedono da anni, ma ora che questo passo è stato fatto, cosa faranno dopo?

Il fatto è che anche il riconoscimento della Palestina non ha cambiato nulla. Questo è il punto dell’articolazione della solidarietà, perché occorre fare attenzione a vincere sul terreno della retorica: l’obiettivo non è vincere su questo piano ma sui fatti concreti. Far cambiare strada alla società israeliana è più importante del riconoscimento dello Stato palestinese, perché è molto attenta a quello che fanno gli altri Paesi nei suoi confronti. Ovviamente gli israeliani urleranno contro il riconoscimento dello Stato di Palestina, infatti avete visto che per una settimana si è parlato del riconoscimento e non del genocidio a Gaza.

Riguardo al futuro si può prevedere un percorso apocalittico della società israeliana e non abbiamo ancora visto tutto. Il problema più grave non è il primo ministro che rappresenta l’interpretazione più autentica dei sentimenti di una gran parte della popolazione, anche di coloro che sono all’opposizione e lo detestano come persona e lo considerano molto corrotto, ma non si oppongono assolutamente alla sua politica verso i palestinesi, compresa quella che mira a rendere la Striscia di Gaza invivibile, e alla creazione di uno stato di guerra permanente in tutta la regione. Tutto questo Netanyahu lo ha promesso fin dagli anni ottanta nel suo libro contro il terrorismo in cui spiega che gli errori dello Stato di Israele, fin dalla sua fondazione, sono stati, primo credere di poter vivere in pace nella regione e, secondo, aver creato un esercito di difesa e non di attacco.

Netanyahu e tutta una tendenza che va dalle posizioni apocalittiche fino al centro sinistra, pensa che la pace non sia assolutamente possibile e che non sia negli interessi di Israele. Questo per delle ragioni puramente economiche, infatti quella israeliana è un’economia di guerra.

Non è un caso che la prima industria israeliana sia l’high-tech e rappresenta la privatizzazione di tutto un sistema che ha al centro l’esercito. Infatti ci sono due grandi unità che sono esclusivamente impegnate nella guerra cyber e fornisce l’ottanta per cento dell’industria dell’alta tecnologia. I territori Occupati sono un grande laboratorio della repressione, a questo è legata l’industria high-tech come la filiera universitaria dell’ambito scientifico-tecnologico.

In questo senso, lo stato di guerra permanente rende Israele un Paese interessante per l’industria militare statunitense e non solo, perché se è vero che vende molto compra anche molto.

Israele ha però l’ossessione dei palestinesi e finora a guardare alle reazioni quello che è stato fatto a Gaza va bene. Sono stati destabilizzati Egitto e Giordania e non ci sono state grandi reazioni, quindi si pensa ci si potrà sbarazzare dei palestinesi a danno di questi Paesi senza troppi problemi.

Non posso prevedere il futuro, ma ilmodo in cui agiscono i politici israeliani assomiglia a un sondaggio: si fa un azione, per esempio, si uccidono tremila bambini e non accade nulla, quindi si procede al passo successivo uccidendone diecimila; si bombarda ogni giorno il libano? Stessa cosa…

L’altra possibilità è che il movimento di solidarietà con i palestinesi riesca a isolare Israele in un modo tale da rendere necessaria un’azione da parte degli israeliani.

La terza possibilità, la più pericolosa, è appunto la normalizzazione di questa situazione che ha polverizzato il diritto internazionale e in cui qualunque istituzione internazionale è bloccata e non prende nessuna decisione. Tutto questo può portare allo sfinimento coloro che si mobilitano contro Israele e anche a un sempre minor interesse mediatico. In altri termini, un ritorno al 6 ottobre 2023.

In conclusione penso che oggi l’urgenza si ponga non sulla questione della pace, ma sul fermare il genocidio a Gaza, la pulizia etnica nel resto della Palestina e impedire la polverizzazione del diritto internazionale.

Perché la conseguenza pericolosa è continuare a considerare Israele un Paese democratico, malgrado le sue derive genocidarie. Se ciò avverrà, bisognerà pensare a come definire la democrazia e per questo motivo penso che tutti noi siamo in una bruttissima situazione.





(*) articolo e traduzione curati da RProject

§  La redazione di Rproject ringrazia Eyal Sivan per il consenso dato alla trascrizione, alla traduzione e all’adattamento per il pubblico italiano della conferenza del 25 settembre 2025, svoltasi a Aix en Provence, organizzata dal collettivo Pace e Giustizia in Medio Oriente, insieme alla Ligue fes Droits de l’Homme, sezione Pays en Provence e BDS (Boicottaggio, Disinvestimento, Sanzioni) Provence.

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domenica 19 ottobre 2025

Il genocidio è americano - Piero Bevilacqua

 

Non lasciamoci ingannare. Quella ottenuta da Trump non è una pace, ma per il momento una tregua, un cessate il fuoco, comunque benvenuto per le martoriate popolazioni palestinesi. Esso schiude spiragli per il futuro aperti a importanti possibilità su cui occorrerà ritornare. La rivolta di massa che ha investito i paesi europei, le divisioni interne allo stato di Israele, lo scandalo della posizione genocida americana di fronte al mondo, ha costretto Trump, o qualche suo influente consigliere, a intervenire con qualche soluzione che fermasse il massacro. Il sollievo che proviamo in questo momento, le emozioni che ci suscitano le immagini dei disperati, che festeggiano la tregua tra le rovine delle proprie case, non ci deve, tuttavia, annebbiare la mente, né far desistere dai compiti dell’analisi storica. L’unica in grado di restituire la corretta lettura dei fatti. Anche se oggi bisogna pur sottolineare un fatto di grandissimo rilievo: la potenza politica delle mobilitazioni di massa. Quello che non hanno fatto gli stati di quasi tutto il mondo, il Parlamento europeo, le inconsistenti élites di un continente alla deriva, lo hanno fatto milioni di cittadini, tantissimi ragazzi e ragazze che per giorni e giorni sono scesi nelle strade nostre città. Ma il fine di questo articolo è un altro.

Oggi, in Italia, assistiamo a un evidente fenomeno di comportamento gattopardesco. Di fronte all’abbagliante evidenza del genocidio compiuto a Gaza, i narratori delle magnifiche sorti e progressive dell’Occidente cominciano ad ammettere qualcosa, ma non per rivedere errori di valutazione, accennare a un’onesta autocritica. No. Cedere su questa o quella questione particolare risponde a un intento politico preciso: mantenere intatta la visione egemonica che il genocidio manda in frantumi. Esponenti politici, giornalisti, intellettuali democratici (soprattutto quelli democratici) sono pronti a scaricare i sensi di colpa con cui per due anni hanno nascosto e giustificato i massacri, concedendo che, si, “Israele ha sbagliato, doveva fermarsi prima”, e qualcuno osa persino esporsi con “Netanyahu è un criminale”. E altre concessioni di simile tenore. Ammissioni più penose per superficialità delle menzogne precedenti. Se poi si fa cenno alle responsabilità americane naturalmente tutte vengono selettivamente concentrate sul violento e imprevedibile Trump, che aveva proposto di trasformare Gaza in un resort per miliardari come lui.

Sappiamo bene che il genocidio e il disegno della “soluzione finale” nei confronti della popolazione di Gaza e della Cisgiordania, non erano una solitaria follia del criminale Netanyahu e degli uomini del suo Governo, ma di tutto il fronte sionista delle classi dirigenti israeliane. E non solo, gran parte del gruppo dirigente israeliano ha condiviso quella scelta. Basti ricordare che il 24 luglio di quest’anno la Knesset, il parlamento di Tel Aviv, con 71 voti favorevoli e 11 contrari ha approvato una mozione che impegna il Governo d’Israele a procedere all’annessione della Giudea e della Samaria, che nel linguaggio biblico corrispondono all’odierna Cisgiordania.

Ma fermarsi alle responsabilità di Israele di fronte a quanto è accaduto, anche soltanto in questi ultimi due anni, oggi non è ammissibile neppure nelle chiacchiere da bar. In realtà abbiamo tutte le ragioni per affermare che senza l’ampio appoggio militare, politico, diplomatico e mediatico degli USA il genocidio non sarebbe stato neppure concepibile. Cominciamo col ricordare gli ingenti capitali messi a disposizione di Israele: dal 7 ottobre 2023 al 30 settembre 2024 gli Stati Uniti hanno speso ben 22,7 miliardi di dollari in sostegno militare a Israele (L. J. Bilmes, W.D. Hartung, S. Semler, United State on Israel’s Military Operations and Related U.S. Operations in the Region. October 7, 2023 – September 30, 2024, Watson Institute for International Public Affairs, 7 ottobre 2024). E questo è solo un aspetto del supporto militare. Trascuriamo per brevità le portaerei nel Mediterraneo, le migliaia di soldati insediati in area, le basi militari, ecc.

In questi due anni è stata l’amministrazione del democratico Biden a fornire all’esercito di Israele le bombe che hanno distrutto abitazioni, ospedali, scuole, università, annientato tende di rifugiati, bruciato campagne coltivate, ucciso anziani inermi, donne e bambini a migliaia al mese. Un rapporto del Comitato Speciale delle Nazioni Unite sulle pratiche israeliane nei territori occupati, presentato all’Assemblea Generale il 18 novembre 2024, ricordava che nel solo mese di febbraio le forze israeliane avevano utilizzato, nella striscia di Gaza, più di 25.000 tonnellate di esplosivo: l’equivalente di due bombe nucleari, vale a dire circa il doppio della potenza distruttiva della bomba sganciata su Hiroshima. Erano bombe spedite costantemente dagli USA, che evidentemente condividevano, con Netanyahu, il progetto della “soluzione finale” della questione palestinese. Qualcuno ricorda quante volte, durante il 2024, Joe Biden annunciava come prossimo un cessate il fuoco? Menzogne suggerite dagli esperti della comunicazione. Dovevano consentire a Israele di continuare il “lavoro sporco” (come si è espresso con eleganza quel grande statista tedesco) contro i palestinesi, ingannando l’opinione pubblica americana e offrendo ai giornalisti occidentali l’immagine di una falsa neutralità mediatoria degli USA su cui poggiare il proprio pacchetto di menzogne. Biden sotto banco inviava tonnellate di bombe, in pubblico annunciava imminenti accordi di pacificazione che non arrivavano mai.

E qui sfioro una questione capitale. Il sostegno mediatico che gli USA forniscono alle classi dirigenti occidentali per ottenere consenso, manipolare la propria opinione pubblica, mascherare anche le operazioni più criminali, è uno degli aspetti più ignorati e politicamente più rilevanti della storia contemporanea recente. Sono gli Americani che decidono (e convincono larga parte del mondo) quali formazioni sono da considerare terroriste, quali stati sono “Stati canaglia”, quali sono le forze del bene e quelle del male. Essi forniscono il materiale informativo e l’indirizzo ideologico al fine di consentire alla stampa vassalla la possibilità di impastare il nobile racconto occidentale. E alla realizzare di tale compito lavorano non soltanto con le loro potenti agenzie di stampa, come Associated Press e l’Agenzia Reuters (senza considerare l’influenza dei colossi mediatici), ma anche, e in maniera più mirata, con decine di migliaia di esperti di comunicazioni di massa al servizio del Pentagono. Gruppi di creatori di notizie che confezionano le narrazioni destinate alle redazioni dei giornali. È grazie a questa gigantesca opera sotterranea, che l’oppressione quotidiana, l’apartheid conclamato, l’imprigionamento di fatto di milioni di palestinesi a Gaza, un oltraggio all’umanità che dura decenni, è stato sapientemente cancellato agli occhi dell’opinione pubblica mondiale. (Sul ruolo della stampa oggi, P. Bevilacqua, Stampa di guerra, Historia Magistra, 2023, n. 43, ma la pubblicazione è del 2024)

Ma c’è un sostegno storico più ampio degli USA a Israele, che ha trovato il suo culmine dopo il 7 ottobre 2023, e che colloca l’iniziativa americana entro una prospettiva più vasta. Washington ha cominciato a finanziare decisamente Israele dopo la guerra dei sei giorni del 1967. Le capacità militari dimostrate dall’esercito di Tel Aviv in quel conflitto hanno convinto gli americani a farne il proprio avamposto strategico in Medio Oriente. Con gli anni, poi, le potenti lobby ebraiche USA, com’è largamente noto, hanno finito col condizionare il sistema elettorale americano, legando così in maniera sistemica lo Stato di Tel Aviv al suo protettore. Israele, spesso va oltre le indicazioni USA, vassallo irrequieto, e impetuoso. Alcuni studiosi – in una ricerca ingiustamente trascurata – hanno addirittura messo in evidenza come in fatto di tecniche militari gli israeliani hanno talora fornito insegnamenti all’esercito americano (E. Bartolomei, D. Carminati, A. Tradardi, Gaza e l’industria israeliana della violenza, DeriveApprodi, 2015). Tuttavia Israele resta il braccio armato della politica estera dell’impero americano in quella importante regione del mondo. Gli USA non si limitano a mandare armi, ma hanno bloccato dal 1948 ben 45 volte le 94 risoluzioni dell’ONU che sanzionavano le violenze e le infrazioni di Israele (tutte lodevolmente pubblicate in appendice a J. Baud, Operazione Diluvio Al-Aqsa. La sconfitta del vincitore, Max Milo, 2024). Tutti i ferventi difensori dell’ordine internazionale si ricordano della sua esistenza solo per la Russia che ha invaso l’Ucraina e dimenticano l’essenziale. Vale a dire che l’ordine internazionale è stato sistematicamente violato per 80 anni da Israele, con la copertura degli USA, i quali hanno finito con l’infliggere danni irreparabili al prestigio e alla credibilità dell’ONU. Con la copertura politica della potenza americana, Israele, soprattutto dopo la guerra del 1967, ha potuto compiere tutta la propria operazione di espropriazione delle terre palestinesi, la politica di apartheid nei territori occupati, i massacri a Gaza seguiti alle varie intifade, le occupazioni illegali in Cisgiordania, i bombardamenti in Libano e in Siria, insomma tutta l’opera che precede e accompagna il genocidio di questi ultimi due anni.

Infine un’ultima considerazione. Chi ha a cuore le sorti del popolo palestinese spesso lamenta l’indifferenza, se non l’ostilità, di gran parte degli Stati arabi nei suoi confronti. Ma di quanta corruzione in fiumi di dollari, di quante minacce militari subite si nutre da decenni questa indifferenza? Che cosa ne sappiamo noi delle operazioni segrete delle agenzie USA presso le élites politiche di questi paesi? La storia segreta della politica estera americana si può conoscere solo dopo decenni, quando vengono desecretate le carte d’archivio e il castello di menzogne con cui è stata ingannata l’opinione pubblica mondiale viene alla luce. Spesso, bisogna dire, per merito di storici e giornalisti americani. Ma davvero i governi del Qatar, del Libano, della pur debole Giordania, dell’Egitto, della Turchia, della stessa Arabia Saudita, con le loro opinioni pubbliche ferocemente antisraeliane, sarebbero rimaste inerti di fronte a tanto massacro senza la presenza militare USA, le sue basi militari, le sue portarei, la sua minaccia di devastanti bombardamenti? Forse che che le élites di quegli stati non ricordano i bombardamenti in Iraq, Libia, Siria, e ultimamente sull’Iran?

Dunque il genocidio a Gaza è interamente parte del progetto di dominio unipolare dell’Impero americano. E i governi europei che nel genocidio hanno fatto la loro parte, soprattutto Germania e Italia (E. Traverso, Gaza davanti alla storia, Laterza, 2024), oggi vedono macchiato dal disonore un mito che dura da 80 anni, pilastro egemonico della loro narrazione: quello dello Stato democratico più antico del mondo, che esporta la democrazia presso gli stati autocratici. Oggi quella democrazia appare per quello che è da decenni, una plutocrazia aperta agli esiti più avventurosi, come mostra la presidenza Trump. È evidente dunque che le élites europee si trovano intrappolate nelle menzogne con cui hanno cercato di mascherare la propria subalternità al Grande Fratello e ora cercano di fronteggiare un duplice scacco: la sconfitta nella guerra in Ucraina, con cui si voleva far crollare la Russia, e il fallimento del progetto genocida a Gaza, compresa la liquidazione dell’Iran. Perciò le loro posizioni pubbliche oscillano oggi penosamente tra il ridicolo e il grottesco. Come fanno a schierarsi con gli USA, mentre il loro governo si è trasformato in nemico, agente di una guerra economica e commerciale senza precedenti contro l’Europa? E infatti non possiamo non porci la grande domanda che riguarda il nostro immediato futuro: quale grave e irreversibile delegittimazione subiranno le classi dirigenti del nostro continente, che continuano a indicare nella Russia il nemico alle porte, mentre l’America tenta di arginare il suo declino saccheggiando il nostro patrimonio industriale e imponendoci esborsi finanziari rovinosi?

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sabato 27 settembre 2025

Il calice avvelenato del riconoscimento: un'arma a doppio taglio per la Palestina - Ilan Pappe

 

Anche se non dovremmo considerarlo un “momento storico” o un “punto di svolta”, questo riconoscimento ha il potenziale per aiutare i palestinesi a condurci verso un futuro diverso.

 

In passato, ero piuttosto scettico riguardo al riconoscimento della Palestina, poiché sembrava che coloro che erano coinvolti nella conversazione si riferissero solo a parti della Cisgiordania e della Striscia di Gaza come Stato di Palestina, e a un governo autonomo da parte di un ente come l'Autorità Nazionale Palestinese, privo di una vera e propria sovranità: una Palestina Bantustan. Un simile riconoscimento avrebbe potuto creare l'errata impressione che il cosiddetto conflitto in Palestina fosse stato risolto con successo.

Molti dei capi di governo e dei loro ministeri degli esteri che oggi parlano di riconoscimento fanno ancora riferimento a questo tipo di Palestina. Quindi, dovremmo sostenere maggiormente questa iniziativa in questo momento?

Suggerirei di affrontarla in modo più sfumato in questo particolare momento storico, mentre il genocidio continua.

Non sorprende che nessuno a Gaza abbia tratto speranza, ispirazione o soddisfazione da questa dichiarazione. Solo a Ramallah e in alcuni settori del movimento di solidarietà è stata celebrata come un grande risultato.

I governi che hanno riconosciuto la Palestina la associano direttamente alla soluzione obsoleta e ormai morta da tempo dei due stati, una formula impraticabile, immorale e basata sull'ingiustizia fin dal momento in cui è stata concepita come "soluzione".

Eppure, ci sono dinamiche potenziali e più positive che potrebbero essere innescate da questo attuale riconoscimento globale della Palestina. Sebbene non dovremmo considerarlo un "momento storico" o un "punto di svolta", ha il potenziale per aiutare i palestinesi a condurci verso un futuro diverso.

Ha un significato simbolico come contromovimento all'attuale strategia israeliana di eliminare la Palestina come popolo, come nazione, come paese e come storia. Qualsiasi tipo di riferimento, anche simbolico, alla Palestina come entità esistente in questo momento è una benedizione. A un livello molto insoddisfacente ma minimamente necessario, impedisce alla Palestina di scomparire dal dibattito globale e regionale.

In secondo luogo, fa parte di una reazione globale dall'alto, insufficiente ma in qualche modo più incoraggiante, contro il genocidio in corso. Non si tratta di sanzioni – che sono ben più importanti dello spettacolo a cui abbiamo assistito all'ONU – né di una mossa che pone fine al commercio militare occidentale con Israele, che sarebbe stato molto più efficace contro il genocidio rispetto al riconoscimento della Palestina.

Tuttavia, esprime una certa disponibilità da parte dei governi occidentali a confrontarsi non solo con Israele, ma anche con gli Stati Uniti sul futuro della Palestina.

Il riconoscimento stesso ha creato – forse inavvertitamente – due importanti conseguenze. In primo luogo, i territori occupati costituiscono ora lo Stato di Palestina occupato: l'intero Stato di Palestina. Questo non è nemmeno paragonabile all'occupazione parziale russa di due province dell'Ucraina; si tratta dell'occupazione totale di uno Stato. Almeno a prima vista, sarebbe molto più difficile ignorarlo da una prospettiva giuridica internazionale.

In secondo luogo, è molto chiaro quale sarà la reazione israeliana: imporre ufficialmente la legge israeliana prima su alcune parti della Cisgiordania, poi sull'intera regione e forse più tardi sulla Striscia di Gaza.

Sebbene ci si aspetti così poco dai nostri attuali politici, in particolare nel Nord del mondo, non potranno affermare di aver fatto tutto il possibile per riconoscere la Palestina se questa sarà occupata nella sua interezza da Israele e annessa completamente. Persino per questi politici, tale inazione esporrà un nuovo nadir di codardia morale e conficcherà l'ultimo chiodo nella bara del diritto internazionale.

Noi attivisti siamo pienamente consapevoli del pericolo di distogliere l'attenzione anche solo per un secondo dalla missione di fermare il genocidio. Il riconoscimento non fermerà il genocidio, quindi ciò che stiamo facendo e ciò che intendiamo fare per salvare Gaza non è influenzato dai discorsi e dalle dichiarazioni alle Nazioni Unite del 22 settembre 2025. La nostra manifestazione a Londra questo ottobre – si spera con la partecipazione prevista di un milione di persone – è altrettanto importante, se non di più.

Lo sciopero generale italiano a sostegno della flottiglia Sumud è altrettanto importante, se non di più.

Ma è anche un promemoria del fatto che dovremmo essere vigili e molto sospettosi quando la Francia e i suoi alleati parlano del "giorno dopo". C'è un senso di déjà vu nell'istrionismo che ha accompagnato la firma degli Accordi di Oslo esattamente 32 anni fa. Questo potrebbe pericolosamente trasformarsi in un'altra farsa di pace che sostituisce una forma di colonialismo con un'altra, più gradita all'Occidente.

Tutto ciò è stato evidente nel discorso del presidente francese Emmanuel Macron. La prima parte del suo discorso ha ribadito l'impegno della Francia nei confronti di Israele e il suo odio per Hamas.

La seconda parte ha imposto ai palestinesi che solo l'Autorità Nazionale Palestinese li avrebbe rappresentati e che lo Stato palestinese sarebbe stato smilitarizzato. Non ha menzionato il genocidio o le sanzioni contro Israele, il che non sorprende.

Macron è un politico egocentrico e privo di spina dorsale morale, eppure è consapevole che il 70% del suo popolo è insoddisfatto della sua politica nei confronti della Palestina. Affermare che un bantustan dell'Autorità Nazionale Palestinese sia ciò che la gente desidera – che sia in Francia, in Palestina o altrove – dimostra ancora una volta il distacco di così tanti politici europei dalla realtà sul campo.

Quindi non è qui che risiede l'importanza del riconoscimento. È un'arma a doppio taglio. Per quanto ne so, la strategia migliore per noi del movimento di solidarietà è sostenere e insistere – attraverso l'attivismo e la ricerca – che la Palestina è il Paese che si estende dal fiume al mare, e che i palestinesi sono tutti coloro che vivono nella Palestina storica e coloro che ne sono stati espulsi. Sono loro che decideranno il futuro della loro patria.

E, cosa più importante di ogni altra, dobbiamo insistere sul fatto che finché il sionismo dominerà ideologicamente la realtà della Palestina storica, non ci sarà alcuna autodeterminazione, libertà o liberazione palestinese.

(Traduzione de l'AntiDiplomatico)

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lunedì 24 febbraio 2025

INTERPRETARE IL GIORNALISMO SIONISTA – Gianni Lixi


Purtroppo spesso molte persone ascoltano distrattamente la radio o i media in genere e non si accorgono di come vengono manipolate le notizie dal giornalismo sionista. Quello che ho scritto è rivolto a queste persone.

La notizia più importante del giorno di oggi 23/02/2025 per quanto riguarda la Palestina è che israele non ha liberato i 602 prigionieri palestinesi non rispettando gli accordi sottoscritti davanti ai paesi mediatori (tra cui gli Stati Uniti). Una notizia limpida, cristallina, poco discutibile nel suo significato che però in questa sua cristallina semplicità non si può leggere e sentire nella maggior parte dei media. Io ne ho per caso ascoltato uno, e questa è la trascrizione fedele da rai playsound (qui andare al GR3 delle 18.45 del 23/02/2025 al minuto 4,45):

Caccia israeliani sorvolano a bassa quota lo stadio di Beirut mentre una folla oceanica assiste ai funerali di Hassan Nasrallah leader di Hezbollahucciso da un raid israeliano a settembre. Ma il premier Netanyhau lancia un avvertimento anche contro Hamas a Gaza, minaccia una ripresa della guerra il giorno dopo la liberazione di 6 ostaggi israeliani, rilascio avvenuto di nuovo con una grottesca cerimonia. Un ostaggio sul palco è stato costretto a baciare il capo di due terroristi mentre due ostaggi che sono ancora a Gaza, sono stati costretti ad assistere allo show. Hamas accusa israele di aver violato gli accordi dopo che lo stato ebraico ha sospeso la liberazione di 602 detenuti palestinesi. Non verranno liberati- afferma il governo israeliano- fino a quando Hamas non porrà fine a quelle umilianti cerimonie e non garantirà la liberazione anche degli altri 63 ostaggi. In Cisgiordania intanto le truppe israeliane resteranno un altro anno a Jenin e Tulkarem a combattere i gruppi jihadisti. La popolazione che è stata evacuata, avverte il ministro della difesa Katz, non potrà tornare”. (Da Gerusalemme Giovan Battista Brunori GR3).

Cioè si inizia con una non notizia “caccia israeliani sorvolano a bassa quota….” per depolarizzare l’ascoltatore sulla notizia principale. Come si diceva è una non notizia perché i libanesi, i Gazawi, i Siriani conoscono bene i voli a bassa quota che israele utilizza quotidianamente per rendere la vita difficile a quelle popolazioni. Continua rovesciando la frittata come se stesse parlando di un paese che ha rispettato i patti e che ora si sta arrabbiando contro la controparte che non li sta rispettando “Ma il premier Netanyhau lancia un avvertimento anche contro Hamas a Gaza…”. Poi sposa la versione israeliana della messinscena grottesca di Hamas nelle cerimonie della liberazione degli ostaggi. E’ certamente vero che Hamas usa le cerimonie della liberazione degli ostaggi per mandare un messaggi alla popolazione israeliana. Gli israeliani non sanno nulla di quello che israele fa ai palestinesi perché non vengono informati. L’unico momento in cui gli israeliani guardano qualcosa che riguarda i palestinesi sono le “cerimonie” della liberazione e Hamas le utilizza mediaticamente. Quello che queste rappresentazioni ben organizzate vogliono trasmettere è che Hamas è viva e vegeta, ha una struttura politico- militare integra nonostante l’assassinio dei suoi leader più importanti e le numerose perdite sul campo, che i resistenti palestinesi che si sono uniti ad Hamas nel corso di più di un anno di guerra sono migliaia, che le armi che mette in mostra nelle braccia dei resistenti sono armi prese ad israele sul campo di battaglia (israele non parla mai delle sue perdite). Se c’è qualcuno che viene umiliato questo è Netanyhau (lo dice anche l’ex ministro della difesa Gallant) ed il suo governo, non sono gli ostaggi. E questa è una cosa che il premier israeliano non tollera.

Il giornalista dice che il giovane ostaggio è stato costretto a baciare la testa di un resistene Palestinese e gli altri due ostaggi sono stati costretti a guardare. Questa è un’altro artificio del giornalismo sionista. Cercare di deumanizzare il nemico. Ci sono altri report sull’avvenimento che testimoniano con documentazione fotografica che l’ostaggio (tra l’altro sorridente) ha preso tra le mani il capo del militare di Hamas lo ha piegato un poco verso di lui e gli ha baciato la testa. Gli altri due ostaggi non sono ancora saliti sul palco quindi guardano da giù.

Dopo tutti questi preamboli il giornalista può dare la notizia che doveva dare all’inizio ma che non poteva dare se prima non preparave le orecchie dell’ascoltatore ad apprendere la notizia più importante della giornata come una notizia annacquata, resa innoffensiva dal giornalismo sionista. Anzi, addirittura il giornalista trasmette una nuova condizione posta da Netanyhau: liberare tutti i rimanenti 63 ostaggi sennò continuano i bombardamenti. Cioè oltre a non dare il giusto risalto alla mancata osservazione degli accordi da parte di israele fa passare un ultimatum israeliano come una condizione che deve essere rispettata da Hamas. Contorsionismo giornalistico in cui i sionisti sono maestri.

Ma andiamo avanti perché c’è un’ultima chicca. Il giornalista parla da Gerusalemme e non può non riferire su quello che l’esercito israeliano sta facendo in Cisgiordania. E sceglie di farlo così: In cisgiordania intanto le truppe israeliane resteranno un altro anno a Jenin e Tulkarem a combattere i gruppi jihadisti. Cioè cerca di usare la carta della deumanizzazione del nemico “combattere i gruppi jihadisti” come se si trattasse di terroristi tagliagole. Si tratta di militari che fanno operazioni di resistenza contro un esercito che compie azioni illegali contro la popolazione palestinese, un esercito che fa carta straccia del diritto internazionale. Ma la cosa paradossale è che questo è certificato dalla frase che lui stesso dice subito dopo : La popolazione che è stata evacuata, avverte il ministro della difesa Katz, non potrà tornare. Cioè il vero obbiettivo non sono i gruppi jihadisti, ma è proprio la popolazione palestinese sfrattata dalla sua terra (40000 deportati in poche settimane). Cioè l’avverarsi del disegno sionista.

Hamas, i gruppi Jihadisti e tutti gli altri sono gruppi di resistenza ad una occupazione coloniale che potrebbero chiamarsi Blu, giallo, verde, rosso, che siccome compiono azioni di resistenza contro il potere israeliano che li costringe a vivere sotto un sistema di apartheid questo li chiama terroristi.

Ma naturalmente il giornalista sionista si guarda bene da far capire che così stanno le cose!

da qui