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giovedì 10 aprile 2025

È tornato il dottor Stranamore – Massimo Nava

 

Esistono delle contromisure?

Prendere atto di queste tendenze significa immaginare al più presto le contromisure, vuoi per contrastarle e renderle reversibili, vuoi per accompagnarle e costruire a proprio vantaggio nuovi equilibri geopolitici, commerciali, culturali e persino ideali. In realtà, nessuno dei decisori (forse ad eccezione della sola Cina) sembra avere chiara in testa questa alternativa e muoversi di conseguenza. Nemmeno Donald Trump, che pure ha innescato la grande rivoluzione ma naviga a vista. E tantomeno l’Europa, come sempre in ordine sparso o assente su tutti i fronti caldi.

Decisioni dettate da improvvisazione

Le minacce attuali sono ancora più angoscianti proprio per la quasi assenza di visioni responsabili condivise e per il prevalere di decisioni dettate da improvvisazione/reazione, talvolta isterica. Come se non fosse la prima volta nella storia recente che una grande potenza rompe gli equilibri internazionali e sceglie il protezionismo. Lo fecero gli Stati Uniti e la Gran Bretagna fra le due guerre.

Trump/Vance/Musk piccoli Stranamore

Se andiamo a rileggere le ultime dichiarazioni del trio Trump/Vance/Musk a proposito di Nato ed Europa e prendiamo alla lettera i programmi di riarmo della UE, viene in mente «Il dottor Stranamore», di Stanley Kubrick. Il film ruota attorno al dilemma di un attacco nucleare da parte degli Stati Uniti contro la Russia, mentre nella realtà di oggi si immagina un attacco russo all’Europa. La sostanza non cambia, così come la percezione del pericolo, esaltata o ridotta secondo convenienza, a prescindere comunque dalla logica: se la Russia ha in mente un attacco, dovremmo essere pronti da ieri, non fra dieci anni, quando Putin sarà probabilmente fuori scena. E se Mosca dialoga con Washington e vorrebbe riaffacciarsi al G7, perché dovrebbe invadere o bombardare l’Europa?

Francia, Gran Bretagna, Polonia

In ogni caso, Francia e Gran Bretagna stanno già valutando le proprie capacità nucleari (con simulazioni di attacco e possibili risposte) per alzare la posta in gioco nel dibattito sulla difesa in Europa. La Polonia è il capofila europeo del riarmo. La Germania ha mandato al macero in poche settimane il proprio debito con la Storia e con l’umanità. La Lituania e l’Estonia si sono calate nei panni del cavaliere bianco contro l’orso russo.

L’estone Kaia Kallas agli esteri

L’alto rappresentante per la politica estera della Ue, l’estone Kaja Kallas, si è distinta per avere gettato olio bollente sull’approccio americano alla guerra in Ucraina. A nome della Ue, è ancora convinta che l’Ucraina riesca a vincere, dopo il fallimento di tre anni di sanzioni alla Russia e di forniture armi all’Ucraina come unica politica dell’Ue. Peraltro, il suo piano di riarmo dell’Ucraina – 40 miliardi di nuove forniture – è morto prima di nascere, avendo riscontrato l’opposizione di diversi Paesi. In pratica, una prova d’improvvisazione mista a personalizzazione ideologica. La perplessità – se non proprio l’irritazione – delle cancellerie europee starebbe soprattutto nel metodo: una fonte ha spiegato che la liberale estone si comporta ancora come se fosse il primo ministro della piccola Repubblica baltica, senza prestare grande attenzione ai delicati equilibri e alle diverse sensibilità dei 27 in politica estera.

Problema ‘deterrenza’ nucleare

Ancora più preoccupante è il fatto che l’isolazionismo degli Stati Uniti, non più garanti della sicurezza internazionale, l’aggressione della Russia all’Ucraina e i piani segreti di Iran e Cina, abbiano spinto diversi paesi, dalla Polonia all’Australia, dal Giappone alla Corea del Sud a porsi anche la questione della deterrenza nucleare. Tutti sembrano avere dimenticato la crisi di Cuba, quando nel 1962, lo stallo della Baia dei Porci tra Stati Uniti e Russia sfiorò uno scambio missilistico tra le superpotenze. La logica del dottor Stranamore ruota attorno a un dilemma irrisolvibile che tuttavia è alla base del riarmo: se il mio avversario dispone di armi nucleari e teme di essere colpito o potrebbe pensare di colpirmi, meglio essere pronti a colpire per primi.

È una logica che vale anche per le armi convenzionali, come si vede dai processi di riarmo già lanciati in Polonia, Germania, Sud Corea, Australia, Gran Bretagna e presto Canada, e dal lancio del programma europeo, «Rearm Eu».

L’accoppiata Trump/Musk

Paradossalmente, questi processi sono innescati dal venire meno degli Stati Uniti come iperpotenza imperiale che oggi si pone come potenza continentale, decisa a proteggere i propri interessi economici e il giardino di casa. Questo ha generato ovunque insicurezza strategica e volatilità economica, tanto più che l’atteggiamento della Casa Bianca, non essendo dettato da una strategia lineare, non sembra nemmeno prevedibile.
Di fatto, l’accoppiata Trump/Musk sta azzerando i tentativi di costruire una globalizzazione intelligente e un sistema di relazioni multipolare per sostituirli con una forte deregulation commerciale, finanziaria, militare, peraltro in contraddizione con i principi delle democrazie liberali incarnati dal modello economico, sociale e statuale americano.

Suprematismo bianco e tecno imperialimo

La deregulation americana è inoltre accompagnata da tendenze culturali e ideologiche che stanno cambiando la pelle della società americana e si pongono come tendenze da esportazione che poco hanno a che vedere con una democrazia matura: suprematismo bianco, criminalizzazione e disprezzo per gli avversari, controllo dei media, attacchi alla magistratura, nuove barriere statuali, delegittimazione dei contrappesi istituzionali, immigrazione e integrazione narrati come pericoli e disvalori.
Qualcuno ha parlato di tecno-integralismo, se si considerano lo strapotere economico e tecnologico del personaggio Musk accoppiato alla sua visione del mondo e dei rapporti umani. È un percorso che sta mandando in soffitta i valori dell’Occidente, l’etica protestante del capitalismo, la visione keynesiana dell’economia e del ruolo dello Stato e che oggi rischia di travolgere anche i valori dell’Europa.

Democrazia Usa molto malata, quella Ue brutti sintomi

Se la democrazia americana sembra oggi malata, quella europea non se la passa molto bene. Le dinamiche politiche interne ai Paesi più importanti sembrano assecondare la rivoluzione americana. Basti osservare la crescita dei populismi in Francia e Germania e il recente attacco alla magistratura dal parte di Marine Le Pen dopo la condanna all’ineleggibilità e la solidarietà che essa ha riscosso fra le destre europee e negli Usa. D’altra parte, la cronica incapacità di decisioni rapide e condivise condanna la Ue alla marginalità politica oggi e a quella economica domani. In tre anni di guerra in Ucraina, la Ue non ha nemmeno immaginato un piano di pace né ha inventato una figura super partes che sapesse dialogare fra le parti. Lo stesso dicasi per il Medio Oriente.

«Burn After Reading – A prova di spia»

Se il dottor Stranamore di Stanley Kubrick ci richiama l’angosciante incertezza del mondo, un film molto meno conosciuto – «Burn After Reading – A prova di spia» dei fratelli Coen – ci rimanda alla stupidità e al dilettantismo del potere a proposito del giornalista americano di The Atlantic accidentalmente aggiunto alla messaggeria segreta fra ministri e alti funzionari della Casa Bianca. Le disfunzioni sono altrettanto e forse più pericolose delle decisioni autoritarie e improvvisate.

Il consenso non è sinonimo di competenza

Donald Trump sta così mettendo in scena la sua presidenza, illudendo se stesso e il suo staff che il consenso popolare sia sinonimo di competenza (vale anche per l’Italia, Ndr). E come in ogni sistema di potere praticamente assoluto, fra buffoni di corte, approfittatori, clientele e consiglieri interessati alla carriera, nessuno osa dire che «Il Re è nudo». Se solo l’opinione pubblica facesse tesoro delle sue affermazioni, delle fake news e dei suoi propositi su Covid e vaccini, confine messicano e Groenlandia, trasformazione di Gaza nella Miami del Mediterraneo, propositi di deportazione di migranti, confusione fra Iva e dazi e via delirando, forse non saremmo a questo punto. Eppure queste cose non sono sceneggiatura da film: sono state dette, teorizzate, conclamate senza contraddittorio. Ma l’opinione pubblica è assente o schierata. E la critica, come la magistratura, è un trascurabile impiccio.

Quanto ai contrappesi istituzionali, basti pensare al ruolo assunto da Elon Musk nella politica americana e sulla scena mondiale: l’amministrazione, il sistema di telecomunicazioni satellitari, le nuove tecnologie trasformate in affari di Stato gestiti personalmente e con pieni poteri. In pratica in affare privato.

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lunedì 20 gennaio 2025

Il vero obiettivo di Facebook - Silvia Ribeiro

 

Musk, Zuckerberg e Bezos sono tre dei dieci uomini più ricchi del mondo. Si oppongono sempre più ferocemente a qualsiasi regolamentazione delle loro attività. Per questo cercano di far apparire come censura qualsiasi forma di controllo indipendente, quando il problema reale e urgente è il ruolo straordinariamente dannoso che i titani della tecnologia hanno nella definizione, a livello globale, di discorsi pubblici parziali basati sulla discriminazione

 

Qualche giorno fa Mark Zuckerberg, proprietario di Facebook e Instagram (entrambi della società Meta), ha annunciato che avrebbe smesso di verificare i dati pubblicati su queste reti, seguendo il modello di X, la rete acquistata da Elon Musk. È una pubblicità con molti spigoli e tutti negativi.

In precedenza, anche Jeff Bezos, proprietario di Amazon e del Washington Post, aveva detto che stava modificando quella che chiamano “moderazione dei contenuti” nei media da lui controllati. Affermano in modo fuorviante che ciò avviene in nome della “libertà di espressione”.

Al contrario, si tratta di una nuova ondata di censura selettiva. Sia X che Facebook e Instagram hanno cancellato arbitrariamente contenuti che i loro proprietari non vogliono diffondere; un caso drammatico è quello delle informazioni sul genocidio di Israele contro la Palestina. Sebbene Zuckerberg lo neghi, un articolo di ricerca della BBC del dicembre 2024 mostra come Facebook e Instagram abbiano limitato le notizie che i giornalisti palestinesi pubblicano da Gaza e dalla Cisgiordania.

Già dall’ottobre 2023, dopo l’attacco di Hamas contro i cittadini israeliani, Facebook ha limitato le notizie provenienti dai giornalisti palestinesi, oltre a cambiare l’algoritmo in modo che i commenti sui palestinesi fossero più aggressivi, ad esempio aggiungendo la parola “terrorista” “nelle traduzioni. Un ingegnere di Meta ha espresso preoccupazione per “l’introduzione di un nuovo pregiudizio contro gli utenti palestinesi”. Meta ha confermato di aver effettivamente modificato l’algoritmo, ma per rispondere a quello che ha definito un “aumento del contenuto di odio” proveniente dai territori palestinesi (Cómo Facebook e Instagram restringen las noticias que los periodistas palestinos publican desde Gaza).

Inoltre, la rete X di Musk ha abbondanti casi di censura e discriminazione selettiva, incluso il blocco degli account degli utenti su questo e altri argomenti, a seconda delle preferenze politiche o commerciali di Musk (Musk, X y el control del mundo).

Un articolo di Sheera Frenkel e Kate Conger sul New York Times ha mostrato come i discorsi di odio, razzisti, omofobici, misogini e neonazisti siano aumentati in modo esponenziale dopo che Musk ha acquistato Twitter e ribattezzato la rete X nel 2022. “Elon Musk ha inviato il bat-segnale a tutti tipi di persone razziste, misogine e omofobe che Twitter era aperto agli affari e hanno risposto”, ha detto Imran Ahmed, direttore del Centro per contrastare l’odio digitale.

Mentre l’industria della digitalizzazione mette in crisi molti mezzi di informazione, miliardi di persone si rivolgono ai social network come principale fonte di informazione. Sebbene la verifica dei dati di Facebook e Instagram – che si riferiva al lavoro di associazioni indipendenti di verifica dei dati – non fosse una garanzia che tutte le informazioni su queste reti fossero affidabili e verificate, quello che ora c’è è un appello aperto a discorsi razzisti, sessisti e odiosi. Nel suo annuncio, Zuckerberg fornisce come esempio che i contenuti relativi alla migrazione e al genere non saranno più moderati, sostenendo che questi criteri sono “fuori contatto con il discorso dominante” e sono stati usati per “far tacere opinioni e persone con idee diverse”.

Zuckerberg ha annunciato che sostituirà il fact-checking con le “community note”, che in realtà sono commenti di altri utenti, solitamente modi per moltiplicare esponenzialmente gli stessi pregiudizi, senza fonti e senza alcuna reale trasparenza sull’origine dei commenti. Ciò replica il contesto che hanno imposto i programmi di ricerca più utilizzati su Internet, che forniscono come prima opzione informazioni generate automaticamente da algoritmi di intelligenza artificiale, senza fornire fonti, senza contrasti e sostanzialmente riproducendo all’infinito le parzialità di discriminazione e altri errori che sono la maggioranza nella media delle comunicazioni nelle reti elettroniche.

Musk, Zuckerberg e Bezos sono tre dei dieci uomini più ricchi del mondo. Ognuno di loro ha più denaro personale di diverse dozzine di paesi messi insieme. È chiaro che il loro obiettivo principale è lavorare su modi per aumentare ulteriormente le proprie fortune, controllando utenti, mercati e istituzioni. Tutti stanno seguendo da vicino l'”esperimento Musk” di andare oltre il lobbying e altre forme di influenza (dovute o indebite) per ottenere un seggio diretto nel governo, decidendo su milioni di persone che non hanno nemmeno votato per lui.

Con l’enorme potere della loro ricchezza e della manipolazione delle informazioni e degli utenti dei social media, si oppongono ferocemente a qualsiasi regolamentazione delle loro attività. Per questo motivo, cercano di far apparire come censura qualsiasi forma di controllo indipendente o di controllo pubblico, quando il problema reale e urgente è il ruolo straordinariamente dannoso che i titani della tecnologia hanno nella definizione di discorsi pubblici parziali basati sulla discriminazione e sull’odio, a livello globale. Allo stesso tempo controllano sempre più settori industriali e anche aspetti tecnologici chiave che garantiscono loro una dipendenza sempre maggiore dai governi stessi.

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sabato 11 gennaio 2025

L’ambasciatrice lascia i servizi segreti mentre alla ‘Cybersecurity arriva Musk - Ennio Remondino

Tutti ‘distratti. L’ambasciatrice Elisabetta Belloni annuncia di aver dato le dimissioni da direttrice del DIS, il Dipartimento delle informazioni per la sicurezza, cioè il coordinamento amministrativo burocratico dei due servizi segreti operativi, Aise (sicurezza esterna) e Aisi (sicurezza interna). Di ‘simil spionaggio’, il Dis aveva soltanto la ’Cybersecurity’. Lo stesso giorno, scopriamo che il governo intenderebbe affidare la sicurezza delle comunicazioni strategiche italiane alla ‘Starlink’ dell’amico Elon Musk. Notizie separate così difficili da collegare tra loro?

 

Noi maliziosi tra anime candide

L’ambasciatrice Elisabetta Belloni ha annunciato di aver dato le dimissioni da direttrice del DIS, il terzo ramo -coordinamento- dei due dei Servizi segreti operativi (Aise, Aisi). Per i distratti, parliamo dell’ex Cesis, a tentare di coordinare gli ex Sismi e Sisde. Più burocrati che spie, salvo in parte il nuovo settore della ‘Cyber sicurezza’ oggi più che mai centrale. Belloni ha detto che lascerà il suo posto il 15 gennaio. Ieri qualche anticipazione che ha costretto la quasi spia ad uscire allo scoperto.  Il suo mandato sarebbe scaduto a maggio di quest’anno, dopo una proroga di un anno decisa l’anno scorso.

Lei anticipa l’uscita senza spiegare

Belloni non ha motivato la decisione, ma ha detto di averla presa da tempo. Repubblica aveva scritto che alla base ci sarebbe un rapporto difficile con il sottosegretario alla presidenza del Consiglio che ha la delega ai servizi segreti, Alfredo Mantovano. Ovviamente nessuna conferma dalle parti. Belloni ha anche detto di non avere in previsione altri incarichi, probabilmente in riferimento a un’ipotesi diffusa da Repubblica, secondo cui avrebbe ricevuto la proposta di un ruolo tecnico nella Commissione europea.

Ambasciatrice di successo

Elisabetta Belloni era a capo del DIS servizi segreti da maggio 2021. Ambasciatrice di lunghissimo corso e di grande esperienza, ha lavorato al ministero degli Esteri con vari governi sia di centrodestra che di centrosinistra, e gode di stima trasversale: anche per questo era stata candidata ufficialmente alla presidenza della Repubblica nel 2022, prima della rielezione di Sergio Mattarella. Nel 2024 era stata nominata anche “sherpa” per il G7 e il G20, cioè responsabile della preparazione degli incontri tra presidente del Consiglio e altri capi di stato e di governo, in un anno importante con l’Italia alla presidenza di turno del G7. Incarico scaduto alla fine del 2024.

Troppa ‘pluralità d’accrediti’ o ‘altro’?

Belloni collaborò con il sottosegretario agli Esteri Roberto Antonione nel governo Berlusconi II (tra il 2001 e il 2006) e poi fu capo di gabinetto di Paolo Gentiloni quando era ministro degli Esteri nel governo Renzi (tra il 2014 e il 2016). Soprattutto, tra il 2016 e il 2021 fu ‘segretaria generale del ministero degli Esteri’, cioè il ruolo diplomatico più importante dell’ordinamento italiano, immediatamente sotto al ministro stesso. Ha avuto questo ruolo con Gentiloni, poi con Enzo Moavero Milanesi e poi con Luigi Di Maio. Ora un molto sospettabile addio.

Seconda notizia nella manfrina Trump-Meloni

Quasi a margine di tanto chiachericcio su quanto è apprezzata la destra di governo italiano nell’America trumpiana, paragrafo ai margini: «Così il governo di Giorgia Meloni intende affidare le comunicazioni sicure a SpaceX di Elon Musk». Chiamala pure in un altro modo, ma ecco la vera ‘Cybersecurity’, il super controllo satellitare che per proteggere deve essere il primo a sapere quali segreti deve difendere per primi. Tutto questo dopo l’incontro tra la premier Giorgia Meloni e il presidente designato degli USA Donald Trump.

Dubbi e accenni di sospetto

Primi dubbi dalle opposizioni. «Pezzi della nostra sicurezza in mano a un pazzo straniero sempre più fuori controllo». Peggio. Secondo Bloomberg, l’ultimo incontro tra la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni e il presidente eletto americano, Donald Trump, non avrebbe avuto come ragion d’essere il tema dell’arresto della giornalista italiana Cecilia Sala, al centro di una contesa internazionale arrivata a lambire anche gli USA per via di un ingegnere iraniano arrestato nel nostro Paese che l’Iran vorrebbe scambiare con la nostra connazionale ma che Washington vorrebbe invece processare.

Sicurezza ed affari fra amiconi

Bloomberg precisa: rendez-vous tra Trump e Meloni per accelerare l’affaire Space X di Elon Musk: un contratto di 5 anni per servizi di telecomunicazione del valore di 1,5 miliardi di euro. Il progetto prevede un sistema criptato di massimo livello per le reti telefoniche e i servizi internet del governo, le comunicazioni militari e i servizi satellitari per le emergenze. Dietro l’incontro lo zampino di Andrea Stroppa, il referente italiano di Elon Musk, che poco prima dell’incontro su X aveva pubblicato con Grok, l’Artificial Intelligence dell’oligarca, l’immagine che vedete in copertina, con l’inquilina di Palazzo Chigi e il CEO di Tesla antichi romani accanto a The Donald nei panni di imperatore.

Genio o mostro, rischio Sicurezza nazionale

Giorgia Meloni ed Elon Musk, amicizia pericolosa. Ma lei insiste, e sul Corriere benevolo azzarda: «è un genio dipinto come un mostro». Rovesciando i fattori, voler affidare per via diretta e senza bandi un settore strategico e delicato come quello delle telecomunicazioni per le nostre forze armate a una delle aziende dell’uomo più ricco del mondo, il prodotto non cambia. L’accordo, spiega la stessa Bloomberg, sarebbe stato contrastato anche dal mondo alto dell’intelligence italiana, non più vincolato da carriere, mentre gerarchie e Difesa, accondiscendono tacendo.

Una donna decisa e rigorosa

L’idea di associare le dimissioni di Elisabetta Belloni all’avventuroso azzardo di affidare la tutela delle comunicazioni strategiche italiane ad uno straniero della credibilità morale di un Elon Musk, genio o mostro che sia, è una follia dietrologica di Remocontro? Se è così, chiediamo scusa (ma è meglio un sospetto in più di una sorpresa che ti prenda alle spalle). Se non è così, non dico le scuse altrui, ma almeno una marea costante di letture intelligenti ad un informare critico e attento.

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lunedì 6 gennaio 2025

Quel blitz in solitudine di Meloni che riscrive le regole - Flavia Perina


Il viaggio-lampo chiarisce che Meloni vuole giocarsi da sola e in prima persona la relazione con gli Stati Uniti

 

Il segreto. L’irritualità. L’urgenza. Sono le tre parole che sovraintendono alla visita lampo di Giorgia Meloni a Mar-a-Lago, che senza questi elementi sarebbe poco più della solita visita del capo del governo italiano al capo della Casa Bianca, un copione che si ripete dai tempi di Alcide De Gasperi con andamento sempre uguale. Foto di circostanza. Sorrisi. Elogio del fedele alleato italiano, chiunque sia. Persino Beppe Grillo nel 2008 beneficiò dei complimenti dell’ambasciatore Usa che lo aveva ricevuto a Roma: «Interlocutore credibile». E tuttavia segreto, irritualità, urgenza, rendono il viaggio di Meloni diverso da tutti, un colpo di teatro che spiazza alleati e avversari rendendo chiara l’intenzione della premier di giocarsi da sola, in prima persona, la relazione con gli Usa all’avvio di una presidenza ancora piuttosto indecifrabile. Una strategia ad alto rischio perché vai a vedere come finirà con i dazi, con l’Ucraina, e soprattutto con Cecilia Sala, il casus belli del momento, quello che probabilmente ha spinto la presidente del Consiglio a giocarsi il suo all-in.

Il segreto assoluto con cui è stato preparato il viaggio, si dice all’insaputa della stessa Farnesina, marca l’egemonia assoluta sui suoi vice e soprattutto su Antonio Tajani, che mai come adesso appare tagliato fuori dalla partita americana, surclassato da Meloni nell’attivismo diplomatico innescato dal caso Sala. L’incontro della premier con la madre della giornalista, dopo giorni di notizie frammentarie e talvolta false sulle condizioni della sua detenzione in Iran, è un segnale che va al di là della specifica vicenda e dice al Paese: quando c’è un guaio vero, l’unica di cui fidarsi è Giorgia. Quanto a Matteo Salvini, figuriamoci. Ancora pochi mesi fa immaginava di essere lui l’interlocutore in capo della nuova Casa Bianca sovranista, trumpiana, muskiana, il leader che il mondo Maga avrebbe riconosciuto fratello, il primo italiano a stringere la mano al neo-presidente nella cerimonia d’insediamento del 20 gennaio dove Meloni era incerta se andare. Addio speranze. Se parteciperà, sarà uno del leader-tappezzeria dell’occasione, e pure la photo opportunity alla Casa Bianca non avrai mai la forza dell’ingresso di Meloni a Mar-a-Lago, tra i supporter di Trump che urlano deliziati.

L’irritualità è il secondo segno dei tempi da tenere d’occhio. Scassa ogni ordinaria procedura e cautela, trasforma in sarabanda il minuetto diplomatico che sempre sovrintende ai grandi cambi della guardia internazionali. Trump non si è ancora insediato, il presidente in carica è Joe Biden che per di più sta per arrivare a Roma, scelta come ultima visita di Stato del suo mandato, ed è evidente che il colloquio Trump-Meloni in Florida svuoterà di significato l’occasione (chissà che The Donald non abbia dato il via libera alla missione pensando pure a questo). E tuttavia, anche qui: sono i tempi. È lo stile della nuova tecnodestra americana. È l’approccio iper-pragmatico al potere che recide i lacci e i lacciuoli della consuetudine, gli impicci bizantini del protocollo, in attesa di tagliare altri rituali dell’ancient regime, i sussidi, gli impiegati inutili, le spese di assistenza. E rientra senz’altro in questa nuova spregiudicatezza la proiezione, nel corso della visita, del documentario complottista in favore di Jhon Eastman, l’avvocato che guidò il tentativo di annullare l’elezione di Biden, coinvolto nell’assalto a Capitol Hill. Questa amministrazione, è l’avviso, non dimentica nulla. Guai ai vinti.

E poi, l’urgenza. Resta da vedere di chi fosse, e per quale motivo. L’urgenza italiana di riportare a casa Cecilia Sala col minor danno politico possibile e di impostare il discorso sui dazi prima che il neo-presidente lanci il suo piano. L’urgenza del nuovo presidente Usa di dimostrare, prima ancora di entrare nello Studio Ovale, che il fronte europeo non esiste e che la sua Casa Bianca ha un asse privilegiato non solo con figure screditate come Viktor Orban, ma anche con la premier di un Paese fondatore. In mancanza di pubbliche comunicazioni – anche quelle orpelli del passato – bisognerà attendere per capire meglio. Salvo affidarsi al fotomontaggio diffuso dall’agente italiano di Elon Musk nella notte di Mar-a-Lago, in cui Trump appare come un possente imperatore romano affiancato da una Meloni-matrona e da un Musk in toga sacerdotale. Forse il vero contenuto della missione lampo, il vero messaggio, è tutto lì.

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mercoledì 17 aprile 2024

Musk all’attacco di Telecom - Andrea Muratore

 

Nelle scorse giornate ha fatto discutere la querelle tra Starlink, la società di Elon Musk che offre servizi di connessione internet via satellite con il sistema omonimo, e Telecom Italia, attaccata in forma diretta dal conglomerato del magnate americano di origini sudafricana. Il motivo? Starlink, controllata da Musk tramite SpaceX ha presentato una querela contro Telecom perché ostacolerebbe lo sdoganamento dei servizi internet veloci nella Penisola.

“Dalla società guidata da Elon Musk, sostengono che Telecom Italia non abbia rispettato per mesi le norme che le imponevano di condividere i dati dello spettro per evitare interferenze di frequenza con le sue apparecchiature”, nota Il Sole 24 Ore, aggiungendo che secondo il gruppo di imprese di Musk “la mancanza di accesso ai dati sta rallentando fortemente l’installazione di nuove apparecchiature di proprietà di Starlink”.

Al di là del caso giudiziario, su cui non si hanno elementi per giudicare ampiamente la questione, è interessante sottolineare la querelle politica che sottende alla sfida tra Musk e Telecom. Ovvero un rilancio dell’attenzione per le infrastrutture di telecomunicazione italiane nel pieno del braccio di ferro per la conclusione del deal Telecom-Kkr per la vendita della rete primaria e secondaria della telco italiana e del grande gioco su Sparkle, il “gioiello della corona” dell’ex monopolista di rete. L’azienda che gestisce l’impero dei cavi sottomarini costruito nei decenni a partire dall’ex Stet, oggi titolare di oltre mezzo milione di chilometri di cavi in fibra ottica nel mondo, non sarà per ora venduta da Telecom, il cui Ceo Pietro Labriola ha di recente rifiutato assieme al Cda l’offerta del fondo spagnolo Asterion e del Ministero dell’Economia e delle Finanze per il 100% di Sparkle.

Il prossimo 23 aprile l’assemblea dei soci di Telecom si riunirà dunque in un quadro di grande incertezza per rinnovare le cariche del gruppo. Il gruppo di Via Negri a Milano si trova in mezzo, ad oggi, a tre partite che riguardano da vicino la sfida per l’egemonia sulle reti di telecomunicazioni italiane. Innanzitutto, il derby franco-americano sulla vendita della rete, su cui il primo azionista Vivendi da tempo storce il naso; in secondo luogo, la sfida su Sparkle con l’interesse predominante di Asterion e il Mef che intende replicare l’operazione di spalleggiamento fatta sul deal NetCo. Infine, la partita aperta da Musk e Starlink con un tempismo che colpisce vista la vicinanza del rinnovo delle cariche. Labriola ha dato via libera alla vendita degli asset di rete tradizionali a NetCo ma non ha alcuna intenzione di trasformare Telecom in un guscio vuoto. E anche sulla sua linea di bilanciamento tra gli azionisti italiani, francesi e anglosassoni sparsi nel lungo elenco dei soci Telecom si giocherà la sua riconferma. Tutto questo mentre un altro tema caldo va tenuto sotto osservazione: il legame tra gli affari delle reti e il nodo della supervisione del decisore pubblico.

Il fatto che per negare i ponti radio a Starlink avrebbe addotto ragioni di sicurezza apre un grande tema. Quello, cioè, della priorità delle scelte d’interesse nazionale riguardanti asset strategici come le reti di telecomunicazioni. Che, in un’epoca sempre più competitive, spettano al governo di un Paese, chiamato a tirare le file tra scelte complesse. Musk ha sicuramente ben colto la finestra d’opportunità che il mercato spaziale e tecnologico italiano offrono alle sue aziende. E si è inserito a capofitto nel gran gioco delle reti ben sapendo che a dirimere il dubbio posto da Telecom potrà essere solo l’esecutivo di Giorgia Meloni, che tramite il Ministro delle Imprese e del Made in Italy Adolfo Urso ha lanciato un tavolo di mediazione tra Telecom e Starlink esteso al garante delle comunicazioni (Agcom).

La destra italiana che ama Elon Musk quasi quanto ama i discorsi sulla sovranità nazionale è chiamata a una partita decisiva per gli assetti delle reti: spingerà Telecom alla convergenza forzata con Starlink, aprendo dunque a una nuova espansione americana nel business di una società di cui, comunque, l’Italia vuole mantener il controllo e di cui vuole blindare l’asset più chiave per le reti, ovvero quella Sparkle che costruendo i cavi in fibra ottica dà vita al vero contendente all’Internet via satellite? Oppure prescriverà a Starlink una condotta orientata a garanzie funzionali per l’attore pubblico nel guardare come i flussi dati sono gestiti da un attore esterno, dunque di fatto aprendo a un caso di applicazione del golden power su un attore di un Paese amico come gli Usa? Oppure ancora prenderà tempo mentre mercato e sfide geopolitiche si sommano nel plasmare la corsa agli asset strategici dell’Italia?

Il dilemma è netto e si inserisce nel quadro di un sistema che vede la Penisola centrale nella corsa alle telecomunicazioni di domani. Gli Usa, con Kkr, lo hanno dimostrato sulla telefonia. Sparkle gestisce la costruzione e manutenzione degli strategici cavi sottomarini cruciali per i flussi d’informazioni securitarie, economiche e strategiche nel mondo moderno; Starlink vuole l’Italia come ponte per l’Europa meridionale e il Mediterraneo. Servirebbe una vera agenda governativa per capire come Roma possa giocare a suo favore questo fermento. L’alternativa è essere soggetto, prima che oggetto, di queste dinamiche. E rispondere a ruota a mosse pensate da giocatori esterni.

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mercoledì 9 novembre 2022

SETTIMANE IN CUI ACCADONO DECENNI – Simone Oggionni

Quello che segue è il testo dell’intervento che ho svolto al convegno organizzato insieme a Luciana Castellina, Famiano Crucianelli, Mattia Gambilonghi, Filippo Maone, Massimo Serafini e Vincenzo Vita a Rimini, il 29 e 30 ottobre, dal titolo: “Pace, guerra, transizioni. Le prospettive della sinistra”. Sul sito di radio radicale si possono trovare i video dell’intera due giorni.

Come diceva Lenin, «ci sono decenni in cui non accade nulla e settimane in cui accadono decenni». 

Quest’oggi il Financial Times pubblica un articolo di Adam Tooze, analista e storico della Columbia University, con un titolo suggestivo, che spiega precisamente le settimane che stiamo vivendo: «Benvenuti nel mondo delle poli-crisi (delle crisi multiple)».  Mi stimola mettere in rapporto Lenin e Tooze, per alcune ragioni che a me paiono molto evidenti.

Parlo per esempio, per fare davvero soltanto degli esempi, di quattro cose.

La prima. Due giorni fa Putin, intervenendo al Valdai Discussion Club, che è un think tank molto legato al governo russo, ha affermato non a caso che «il mondo sta entrando nel suo decennio più pericoloso, imprevedibile e importante dalla fine della seconda guerra mondiale». Pericoloso, imprevedibile e importante, dice il presidente russo a un passo dal conflitto nucleare, sostenendo — e anche questa affermazione va sottolineata in rosso —  che non userà l’atomica e che l’unico Paese al mondo ad avere usato nella storia armi nucleari contro uno Stato non nucleare sono gli Stati Uniti d’America.

Nello stesso intervento Putin ha ribadito la necessità di un nuovo ordine mondiale, di un multipolarismo che abbia come centri l’Asia (attenzione: ha citato l’Asia, non  la Cina), i Paesi islamici, le monarchie del Golfo.

Seconda cosa. Settimana scorsa si è svolto il congresso del PCC, di cui in Italia non si è parlato, se non per la questione Taiwan o per qualche gossip laterale legato a Xi Jinping. È stato invece un congresso straordinariamente importante, l’evento politico più rilevante degli ultimi cinque anni in uno dei Paesi cruciali della scena del mondo. A me ha fatto riflettere una delle code del congresso, l’assemblea del Comitato per le relazioni Usa-Cina, un vecchio organismo creato sessant’anni fa e animato da grandi industriali e boiardi di Stato. Xi Jinping ha inviato una lettera al Comitato dai toni molto distensivi, proponendo a Biden «più strette comunicazioni e collaborazioni tra Cina e Stati Uniti» allo scopo di «aumentare la stabilità e la certezza globali per promuovere la pace e lo sviluppo del mondo».

Ed è (terza cosa) una risposta, così possiamo leggerla, al primo incontro tra Biden e il nuovo premier britannico Sunak nel quale al contrario sono state poste al centro delle strategie anglo-americane le «pericolose sfide poste dalla Cina» sul piano economico, commerciale, energetico e tecnologico. 

Infine, a proposito di Cina, ancora settimana scorsa il Consiglio Europeo ha ribadito di avere messo in agenda una revisione complessiva dei rapporti europei con la Cina. L’impressione è che la Via della Seta concepita soltanto tre anni fa con il coinvolgimento di 16 paesi europei si sta trasformando in un vicolo cieco. Per l’anno prossimo è atteso un provvedimento per ridurre l’acquisto dalla Cina di materie prime ritenute cruciali, dopo che nel febbraio scorso era stato varato un piano  europeo — e non mi pare casuale — per aumentare la produzione di microprocessori.

Che cosa ci dicono queste quattro cose, apparentemente non collegate? 

Che la Russia è impantanata in una guerra che immaginava rapida e tutto sommato indolore ma che la sta invece concretamente esponendo al rischio di un isolamento e soprattutto al rischio di un allentamento dei rapporti con la Cina. 

Che la Cina, saggiamente, vuole mantenere un profilo di autonomia, tiene i rapporti con la Russia, non si presta a toni bellicistici, ovviamente, ma vuole ricostruire direttamente con gli Stati Uniti un nuovo equilibrio, perché non può non temere — e allo stesso tempo vi si prepara — uno scenario di scontro militare per l’egemonia mondiale. Che gli Stati Uniti stanno cogliendo l’opportunità della guerra ucraina per accrescere il proprio potere (commerciale: basti vedere le opportunità che si sono create sul terreno della vendita del gas naturale liquefatto all’Europa; e militare: da un ulteriore, e definitivo, allargamento della NATO alla guerra combattuta per procura con l’obiettivo appunto di contenere e respingere la Russia). E che infine l’Europa è il vero anello debole dello scacchiere mondiale.

E allora torno all’articolo di Adam Tooze, che a un certo punto scrive: «negli anni Settanta, sia che tu fossi un euro-comunista, o un ecologista o un incallito conservatore, potevi attribuire le tue preoccupazioni a una singola causa: il capitalismo, una crescita economica eccessiva o troppo debole, un eccesso di indebitamento. Ora non è più così». 

Coglie nel segno. Oggi non esiste una causa unica, non esiste una crisi unica. 

Non solo perché al crocevia dei problemi che ho elencato si somma e si interseca la gigantesca dimensione della crisi ambientale, su cui non mi dilungo. Non solo per la abnorme dimensione della nuova crisi sociale. Cito solo due dati: 10 miliardi di euro profitti netti realizzati da Eni nei primi nove mesi del 2022 con un aumento del 311%; e una dinamica dei prezzi superiore di 6,6 punti percentuali rispetto a quella salariale con più della metà dei lavoratori dipendenti italiani in attesa del rinnovo di un contratto nazionale scaduto.

Ma anche perché esiste un elemento nuovo, che riguarda il capitalismo e anche la guerra, che a me pare emerga con enorme evidenza (un’evidenza paradigmatica) nella vicenda che riguarda Elon Musk.

Musk lo conosciamo tutti: è l’uomo più ricco del mondo, con un patrimonio di 232 miliardi di dollari, amministratore delegato di Tesla, fresco proprietario anche di Twitter. Negli ultimi otto mesi ha fatto due cose che ci interessano da vicino sul terreno della guerra.

A febbraio ha assicurato l’invio in Ucraina dei terminali internet Starlink della sua azienda Space X, garantendo le comunicazioni militari e civili in Ucraina, le sue risorse di connettività satellitare, dando informazioni anche sull’avanzata russa, dopo che ovviamente come primo gesto offensivo l’esercito russo aveva messo fuori uso le linee telefoniche e telematiche ordinarie ucraine.

Ai primi di ottobre, quindi poche settimane fa, ha invece interrotto il servizio, chiedendo al governo statunitense di farsene carico, e ha proposto, sempre via twitter, un vero e proprio piano di pace, per nulla peregrino: riconoscimento della Crimea russa, garanzia del rifornimento idrico costante alla Crimea, neutralità militare dell’Ucraina (dunque fuori dalla Nato), e un nuovo referendum per le province russofone dell’Est. Ancora meno peregrina è la postilla con cui ha accompagnato la proposta: «è altamente probabile — dice Musk — che il risultato sarà questo, si tratta di capire quanti morti servono ancora prima che si realizzi».

Perché ho parlato di Musk? Perché il destino del conflitto tra Russia e Ucraina è nelle mani, tra gli altri, di un uomo che non è alla guida di uno Stato ma di un’azienda tecnologica privata, anzi di un vero e proprio impero. Ed è una storia che racconta meglio di qualsiasi altra la realtà del capitalismo tecno-finanziario, di quella che qualcuno ha iniziato a definire il «colonialismo digitale» e che, ben oltre Musk, si fonda su poteri big tech che ormai sovrastano i poteri pubblici delle istituzioni democratiche.

Concludo con qualche stimolo.

Il primo. Non esiste un’idea alternativa di un modello di sviluppo possibile senza fare i conti con gli algoritmi e l’intelligenza artificiale. Cioè con il tema della loro proprietà, oggi nelle mani di una manciata di soggetti privati e che noi dovremmo pretendere di ricondurre a poteri pubblici democratici. E non esiste questa idea alternativa senza fare i conti con il tema, sempre più impellente, della rivendicazione dell’umano e della sua dignità contro lo strapotere delle macchine.

Secondo. Non esiste un’idea alternativa di un modello di sviluppo possibile senza fare i conti con la crisi ambientale, che ha acquisito una radicalità e un’impellenza oggettive, che ormai ogni persona intellettualmente onesta riconosce. 

A queste evidenze noi dobbiamo aggiungere il fatto che non esiste un’idea alternativa di un modello di sviluppo possibile senza un orizzonte socialista, cioè fuori dall’idea di una società egualitaria, che affronti il nodo dei rapporti di produzione e che definisca un modello di democrazia più profonda, consiliare, che riconsegni potere e protagonismo ai lavoratori e ai cittadini.

E qual è il livello minimo a cui collocare queste idee? L’Europa. Non ho alcun dubbio. E non è impossibile. Perché è vero che siamo parte integrante del problema, del sistema e del modello che non funziona, ma anche i liberali hanno un istinto di sopravvivenza e di auto-conservazione che dal nostro punto di vista è importante. Lo dimostrano per esempio le dichiarazioni di qualche giorno fa di Bruno La Maire, Ministro dell’Economia francese, che ha detto a chiare lettere che «il conflitto in Ucraina non deve sfociare nella dominazione economica americana e nell’indebolimento dell’UE. Non possiamo accettare che il nostro partner americano ci venda il suo GNL a un prezzo quattro volte superiore a quello al quale vende agli industriali americani». Giusto per mettere le cose in chiaro.

L’Europa potrebbe allora, e dovrebbe, fare sentire la propria voce. Rivendicando una politica industriale autonoma, un piano energetico comune e un protagonismo nel processo di pace, che passi dall’idea banale che il compromesso, il negoziato e la pace sono alternativi alla prosecuzione della guerra. Per farlo occorre mettere in soffitta l’atlantismo. Lasciatemelo dire nella maniera più netta possibile: va di moda rivendicare atlantismo. Più che una moda: è il lasciapassare che consente l’accesso ai luoghi che contano, la patente necessaria per governare e per essere considerati credibili. Io mi rifiuto invece di pensare che l’atlantismo debba essere il destino dell’Europa o quello della sinistra europea. La guerra fredda è finita, anche per loro.

Vedete, non ho parlato del risultato delle elezioni, malgrado mi siano chiare le responsabilità e le insufficienze di tutti e di ciascuno.

Mi limito a dire che non vedo nei gruppi dirigenti della sinistra italiana, nelle sue diverse componenti, una consapevolezza storica che sarebbe invece necessaria. Che occorre ripartire da una cultura politica e da una analisi, e non da suggestioni elettorali o contingenti, tutte piegate sulla tattica e sul presente. E che occorre farlo valorizzando e mettendo in rete quello che c’è e che si muove e scommettendo su quello che potrebbe essere. Occorrerebbe unire e rafforzare con coerenza una identità, una visione, un punto di vista. E poi decidere dove collocarla, in quale processo politico reale.

In autonomia, con la nostra autonomia, ma immersi dentro i rapporti di massa, dentro i luoghi nei quali già esiste una massa critica sufficiente. Questo è probabilmente il nostro compito, delle prossime settimane e dunque dei prossimi decenni.

da qui



Convegno "Pace, guerra, transizioni. Le prospettive della sinistra" -  registrato a Rimini il 29 e il 30 ottobre 2022.

L'evento è stato organizzato da www.luciomagri.eu.


Sono intervenuti: Famiano Crucianelli (medico), Francesca Mattei (assessore al Patto per il Clima e il Lavoro, Agricoltura e Giovani del Comune di Rimini), Isabella Paolucci (segretaria di Rimini, Confederazione Generale Italiana del Lavoro), Luciana Castellina (giornalista e scrittrice), Leonardo Casalino (professore), Vincenzo Vita (presidente dell'Associazione
 per il Rinnovamento della Sinistra), Simone Oggionni (responsabile nazionale Cultura di Articolo Uno - Movimento Democratico e Progressista), Gianni Melilla, Francesco Riommi (coordinatore nazionale dell'Unione Giovani di Sinistra), Maurizio Marcelli (sindacalista), Alfonso Gianni (direttore della Fondazione Cercare Ancora), Michele Zacchi, Lidia Campagnano (giornalista), Antonio Lensi, Fausto Gentili, Luigi Garettoni, Edoardo Turi (medico).

https://www.radioradicale.it/scheda/681676/pace-guerra-transizioni-le-prospettive-della-sinistra-prima-giornata

 



Sono intervenuti: Vincenzo Vita (presidente dell'Associazione per il Rinnovamento della Sinistra), Nicola Manca, Sergio Caserta (componente del Comitato direttivo dell'ARS), Massimo Serafini (giornalista), Massimo Anselmo, Renato Grimaldi (direttore generale del Ministero dell'Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare), Paolo Fanti
 (segretario regionale della Basilicata dellla Federazione Lavoratori della Conoscenza, Confederazione Generale Italiana del Lavoro), Giuliano Guietti (presidente dell'Istituto di Ricerche Economiche e Sociali dell'Emilia Romagna), Francesco Indovina (urbanista), Angelo Salento (professore), Francesco Samuele (esponente di Articolo Uno di Parma), Roberta Turi (segretaria della Federazione Impiegati Operai Metallurgici di Milano, Confederazione Generale Italiana del Lavoro), Famiano Crucianelli (medico), Luciana Castellina (giornalista e scrittrice).

https://www.radioradicale.it/scheda/681677/pace-guerra-transizioni-le-prospettive-della-sinistra-seconda-e-conclusiva-giornata

 

lunedì 6 dicembre 2021

LIMITE E ILLIMITE: ULISSE, PROMETEO E...ELON MUSK - Stefania Sinigaglia

 

 

DOV’ERCULE SEGNO’ LI SUOI RIGUARDI

(Dante, Inferno, Canto XXVI, verso 109)

 

Mi imbattei per la prima volta nel concetto di limite a scuola, studiando analisi matematica al liceo, e me ne innamorai. Cominciai a ideare integrali con variabili della vita quotidiana, per valori ipotetici, perdendoci dietro tempo invece di risolvere gli esercizi dei compiti. E al contempo mi affascinava l’idea della retta (o la curva) che tende all’infinito per un determinato valore della funzione (al limite). Anche l’infinito diventava un sinuoso simbolo matematico, un fantastico serpente, un doppio uroboro. E il bello era che i concetti di limite e infinito si coniugavano, l’uno rimandava all’altro.  Passando a studi letterari la sbornia del limite associato all’idea di infinito svaporò, ma rimase l’attrazione per l’idea di tensione ad quem, che ritrovai espressa nel bellissimo verbo tedesco streben, un verbo-leitmotiv che attraversa tutto il Faust di Goethe e spiega la salvezza dell’anima di Faust nonostante il suo patto con Mefistofele. Streben esprime lo slancio umano finalizzato non solo all’autorealizzazione ma verso la verità, il bene collettivo, l’inveramento del meglio di sé con l’altro[1]

E’ ancora lo streben che percorre la letteratura medievale francese nel tema della quête del cavaliere errante, che è ricerca ideale non solo in senso religioso ma esistenziale. Nel Parzival (Parsifal) di Wolfram von Eschenbach, che riprende la chanson de geste incompiuta di Chretien de Troyes, la ricerca del Graal riassume il compito sommo di tutta la vita. Creando la figura immortale di Don Chisciotte, la letteratura spagnola con Cervantes sancisce la fine di questo ciclo letterario facendo collassare il sublime nel ridicolo e viceversa.

Il limite come orizzonte di senso si ritrova nella filosofia classica greca, iscritto in una cornice politica ed etica e relazionato al concetto di misura, alla giusta misura dell’agire. La realtà però, essendo fatta di polarità, è mescolanza di limite e illimite, l’uno rimanda all’altro, e ciò crea un tutto armonico e ordinato, il cosmo contrapposto al caos[2]. Nell’agire umano tale equilibrio si ritrova nell’esercizio della temperanza, del rifiuto di accumulare ricchezze o di perseguire ambizioni smodate: “la virtù greca (areté)…va intesa come ciò per cui ogni cosa attua nel modo migliore la sua natura specifica: nel caso dell’uomo…si tratta di esplicare in modo ottimale la propria razionalità, coltivando la propria anima con ordine e misura, appunto con temperanza”[3].

L’eroe per antonomasia della tensione strenua verso e oltre un limite sancito dal comune intendimento dell’epoca come invalicabile è stato creato dalla fantasia poetica di Dante nel XXVI Canto dell’Inferno. Ulisse è relegato in una delle più profonde bolge infernali, prigioniero di una fiamma incessante che lo avvolge, insieme a Diomede, in quanto politico fraudolento che abusò dell’ingegno di cui era dotato per trarre altrui in inganno e nuocere. La riprovazione del moralista Dante si unisce all’ammirazione intellettuale per colui che il poeta immagina lanciato nel suo ultimo viaggio, quello che lo perderà ma lo renderà per sempre nella letteratura universale l’emblema della sete umana di conoscere e superare nuove mete. “Facendo ali al folle volo[4]” per “seguir virtute e canoscenza[5]” Ulisse, con la sua “compagna picciola[6]”, oltrepassa un limite che la ragione teologica di Dante giudica invalicabile, perché così ritenuto dalla concezione cosmologica di allora (tolemaica) e perché non illuminato dalla grazia divina. Infatti, oltrepassando le colonne d’Ercole e continuando la navigazione, di fronte alla nave si erge la montagna del Purgatorio, l’oltretomba precluso ai pagani, e il naufragio e la morte sono ineluttabili

Primo Levi riprende in un indimenticabile capitolo di Se questo è un uomo i versi dell’ultimo viaggio di Ulisse del XXVI Canto dantesco: l’autore era uscito dal lager di Auschwitz con altri compagni per eseguire un lavoro pesante, e tornando al suo inferno cerca di ricordarli e li traduce al suo compagno di lager. Mentre camminano riaffermano la loro dignità di uomini pensanti, l’uno citando e l’altro chiedendo. Oltrepassato il cancello del lager, il mare si richiude anche su di loro[7].

L’altro eroe mitico del travalicamento del limite è il titano Prometeo, che, nella tragedia di Eschilo Il Prometeo Incatenato, impietosito per la miseria in cui versa la condizione umana, ruba una scintilla di fuoco per donarla agli uomini e migliorare così la loro vita, suscitando la collera di Zeu,s che ordina al Potere e alla Forza di incatenarlo con l’aiuto di Efesto ad una rupe sulle montagne della Scizia. Prometeo confida al coro delle Oceanine, turbate dalle sue sofferenze inflitte da un dio a lui dio pur minore, che ha commesso il furto consapevole delle conseguenze che la sua azione avrebbe avuto, perché riteneva giusto farlo. E’ punito, si lamenta ormai avvinto alle rocce, perché troppo profondamente dall’alto/ebbi pietà della mortalità degli uomini. Ha varcato il limite che un dio più potente ma tiranno vietava di oltrepassare, per altruismo e non per tracotanza o per vantaggi personali. E’ un “travalicatore virtuoso” di frontiere ingiuste e ingiustificate, pronto a pagare di persona per il suo gesto di sfida.

Stefano Levi della Torre riprende la figura di Prometeo nella bella raccolta di saggi Essere fuori Luogo[8], nel capitolo intitolato Mosé e Prometeo, con un brevissimo ed enigmatico racconto di F.Kafka che lui interpreta come “racconto alla rovescia” ed esempio di “inabissarsi di senso”, che riporto per la sua gelida perfezione:

“Di Prometeo raccontano quattro leggende. Secondo la prima egli, avendo tradito gli dei in favore degli uomini, venne incatenato al Caucaso, e gli dei inviarono delle aquile a divorargli il fegato che ricresceva continuamente. La seconda narra che Prometeo, per il dolore causato dai becchi che lo dilaniavano, si serrò sempre più alla roccia finché divenne una sola cosa con essa. Secondo la terza il suo tradimento venne dimenticato attraverso i millenni: gli dei, le aquile, egli stesso dimenticarono. Secondo la quarta, tutti si stancarono di colui che ormai non aveva più senso. Gli dei si stancarono, le aquile si stancarono, la ferita si richiuse stancamente. Rimase l’inesplicabile montagna di roccia. La leggenda tenta di spiegare l’inesplicabile. Poiché nasce da un fondo di verità, deve finire nell’inesplicabile”.

In epoca moderna (quasi contemporanea) ritroviamo in politica il concetto di limite con il famoso Rapporto I limiti dello sviluppo del 1972 commissionato al MIT[9] dal Club di Roma[10] (si noti che il titolo in inglese è The Limits to Growth, cioè I limiti allo sviluppo), il cui succo tuttora attualissimo era: attenzione, in un sistema finito le risorse non sono infinite e la crescita progressiva non commisurata a quanto effettivamente disponibile e passibile di rigenerazione conduce al declino e al collasso. Ne sono uscite riedizioni aggiornate dagli autori nel 1992 e nel 2004, basate su dati reali e nuove tecniche di calcolo più sofisticate.

Figlia del concetto del limite necessario è la formulazione dell’idea di sostenibilità intesa come “… la caratteristica di un processo o di uno stato che può essere mantenuto a un certo livello indefinitamente”[11], che appare nel Rapporto Brundtland del 1987. La sostenibilità rischia oggi di divenire un mantra invocato a destra e a manca, svuotato di ogni sostanza in un’orgia di ipocrisia e impostura intellettuale al servizio di politiche improntate al saccheggio continuo delle risorse ambientali, economiche, culturali e dello sfruttamento sfrenato della forza lavoro a vantaggio di una accumulazione selvaggia di ricchezza. Sembra che neppure i Rapporti dell’IPPC[12], sempre più precisi, frutto del lavoro di centinaia di scienziati di tutto il mondo, che pullulano di scenari infausti come conseguenza di un innalzamento della temperatura media globale del pianeta oltre il limite di 1,5° C a causa dei gas presenti in atmosfera servano a flettere le politiche delle maggiori potenze industriali e politiche e a indirizzarle verso quella moderazione e quel senso della giusta misura così bene illustrati dalla filosofia classica greca e da Platone.

In questa frenetica e folle corsa verso un “sempre più” (più veloce, più ricco, più produttivo, più redditizio, più letale, più distruttivo, e via dicendo) si inseriscono non solo le politiche socio-economiche, la finanziarizzazione  dell’economia e la distruzione dello Stato Sociale, ma anche la corsa agli armamenti e la corsa verso la conquista dello “spazio”: Luna e Marte per ora, a parte il nugolo di satelliti che ruota sempre più numeroso intorno alla Terra e causa sempre più detriti pericolosi (space debris)[13]. La NASA ha aperto le danze e molti si sono lanciati al seguito, anche se gli Stati Uniti lottano strenuamente per mantenere la leadership nelle tecnologie di punta in ogni campo a suon di migliaia di miliardi, tallonati da Cina, Russia, India e ormai anche dalle potenze del Golfo. Ma non si trovano i miliardi per rimediare alle crepe terrestri e all’avanzare gagliardo di questo pianeta verso la sua rovina.

L’ antieroe emblematico di questa corsa allo spazio e allo sperpero planetario mi sembra oggi essere Elon Musk, un aspirante travalicatore di limiti agli antipodi delle figure mitiche prima ricordate, in quanto non animato né da amore della scienza e conoscenza né dal desiderio di giovare al benessere collettivo o di una qualche comunità. E’ un imprenditore dello spazio, e in quanto tale i suoi prodotti debbono generare profitto. Con Starship HLS[14], navicella spaziale con struttura di alto livello (questo significa HLS) per transitare un futuribile equipaggio da un’astronave (Orion) all’atterraggio sulla luna, la sua società Space X ha vinto una gara d’appalto (2,9 miliardi di dollari) della NASA nell’aprile scorso contro l’altro aspirante imprenditore spaziale, Jeff Bezos, CEO di Amazon e famigerato sfruttatore di forza lavoro a buon mercato, che gareggiava con il suo Blue Origin[15]. La NASA tranquillizza lo sconfitto: ci sarà spazio per tutti, spazio appunto, in futuro. E intanto ambedue cercano di attirare miliardari annoiati in cerca di brivido per un breve tuffetto nello spazio e ritorno per pagarsi almeno il caffè e la brioche del mattino. O magari, en attendant Godot, sulla Luna. E Mr Musk dichiara sprezzante: “Non vogliamo essere una di quelle specie che vivono soltanto su un pianeta; noi vogliamo essere una specie che vive su molti pianeti”[16]. Da non credere.

In effetti, a Elon Musk la luna non interessava granché. La concezione della Starship originale di Space X nel 2010 era mirata alla colonizzazione di Marte, che secondo l’imprenditore celeste sarebbe raggiungibile a livello tecnico con un equipaggio nel 2026. Una volta mangiatasi la terra, succhiate fino al midollo le sue risorse, questi pseudo-visionari, nanetti assetati di soldi e potere, guardano al sistema solare, lasciando i torsoli rosicchiati ai circa otto miliardi o più di poveracci che non potranno scappare a cento milioni di km di distanza su un altro pianeta per distrarsi un po’ – pianeta che tra l’altro non appare molto attraente. Probabilmente assomiglia al futuro della Terra spolpata. Il titolo di un articolo letto per la preparazione di questo articolo recita “La nuova ambizione di Elon Musk potrebbe essere la più rischiosa impresa (quest = ricerca, analogo inglese della quête) mai intrapresa dagli umani”[17]. Ma il signor Elon non è un cavaliere errante che rischia in prima persona. “Molti scienziati, tuttavia, mettono in guardia sulle troppe domande senza risposta rispetto ai viaggi nelle profondità dello spazio (deep-space travel). “Musk ha ammesso di riconoscere i rischi: è dura scorrazzare lassù (it’s tough sledding over there)”[18]. La pelle non è la sua.

L’antieroe ha anche i piedi ben piantati a terra e ha fiutato da tempo un altro ottimo affare: la Tesla è la sua automobile elettrica e ha ora costruito un mega-impianto in Germania nei pressi di Berlino che sfornerà centinaia di migliaia di auto con batterie elettriche ricaricabili. Auto per la motorizzazione privata naturalmente, replicando l’errore fatale di molti decenni fa a discapito del trasporto pubblico, su rotaia, su gomma, via mare o fiumi, con il bel risultato attuale di aria irrespirabile e intasamento della circolazione urbana e extra-urbana. E centinaia di migliaia di morti da inquinamento. I gas di scarico dei veicoli privati costituiscono una percentuale consistente dell’inquinamento totale dell’aria che respiriamo[19].

E peccato che le batterie elettriche necessitino di litio ad esempio, per cui si sta scatenando una corsa per lo sfruttamento di nuovi giacimenti di questo minerale per la cui estrazione si consumano quantità immani di acqua. Le più grandi miniere di litio sono in territori fragilissimi e aridi: i salares, deserti di sale della Bolivia e del Cile. Ho visto il salar dell’Atacama nell’estremo nord del Cile, il deserto più arido del mondo, delicatissimo: non si poteva calpestare, c’erano sottili tracciati da percorrere. I villaggi sparsi attorno a San Pedro de Atacama potranno crepare di sete, gli acquiferi esaurirsi, ma ci saranno auto elettriche per tutti! E quando la Terra comincerà a bollire davvero e l’acqua a scarseggiare dappertutto e non solo nelle campagne africane riarse, tutti i miliardari si rifugeranno su Marte, grazie al benefattore visionario Elon Musk.

Specie multi-planetaria o specie estinta? Oggi i soli travalicatori virtuosi di limiti ingiusti sono i migranti.

 

[1] Nel momento culminante dell’opera di Goethe, appena prima di morire, Faust sta lavorando per sottrarre una palude all’acqua che la invade per riscattarla in “verdi campi fecondi” dove si potrà “In una terra libera fra un popolo libero esistere” e afferma “la libertà come la vita/si merita solo chi ogni giorno/ la dovrà conquistare”.  Raggiunge così il fine della sua vita, dice all’attimo il fatidico “Fermati dunque, sei così bello”, e muore. (Faust II, Atto quinto, pag. 1017/1019, Oscar Mondadori 2010, trad. di Franco Fortini). Mefistofele è sconfitto, l’anima di Faust è salva per il suo streben incessante, non più verso la pura conoscenza ma per azioni a vantaggio dell’umanità.

[2] Platone nel Gorgia

[3] https://www.economiaediritto.it/il-concetto-greco-di-limite-come-orizzonte-di-senso-per-una-vera-politica/

[4] Verso 125

[5] Verso 120: la dizione scelta da Natalino Sapegno è “canoscenza”, come più avanti compagna” (compagnia)

[6] Versi 101-102

[7] Capitolo “Il canto di Ulisse”.

[8] Stefano Levi della Torre, Mosé e Prometeo, Essere fuori luogo, Donzelli, 1995.

[9] Massachusetts Institute of Technology

[10] https://it.wikipedia.org/wiki/Rapporto_sui_limiti_dello_sviluppo

[11] https://it.wikipedia.org/wiki/Sostenibilit%C3%A0

[12] Intergovernmental Panel on Climate Change, Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico

[13] https://en.wikipedia.org/wiki/Kessler_syndrome

[14] https://en.wikipedia.org/wiki/Starship_HLS

[15] Michael Sheetz@thesheetztweetz

[16] Published Fri, Apr 23 202111:10 AM EDTUpdated Fri, Apr 23 202111:43 AM EDT, Michael Sheetz@thesheetztweetz

[17] https://www.livemint.com/news/world/elon-musk-s-new-ambition-could-be-riskiest-ever-human-quest-11622008817799.html

[18] Ibid.

[19] Il settore dei trasporti è responsabile del 30% delle emissioni totali di CO2 in Europa; di questo 30%, il 72% è prodotto dal solo trasporto stradale (europarlamento.europa. eu, 18/04/2019).

da qui

mercoledì 21 agosto 2019

Bill Gates, Musk, fermateli – anzi arrestateli – bortocal

Bill Gates sta pensando di disperdere nella stratosfera terrestre milioni di tonnellate di polvere di carbonato di calcio per bloccare una parte dei raggi solari, e ce lo fa anche sapere.
siccome i soldi li ha, ha incaricato l’Università di rilasciarne 12 kg con un pallone da ricerca in un’area ristretta della NOSTRA (e sottolineo nostra) atmosfera, al modico costo di 3 milioni di dollari: è lo Stratospheric Controlled Perturbation Experiment (ScoPEx), sembra il titolo di un film di fantascienza horror catastrofista, invece è tutto vero, dato che all’Università nessuno ha rifiutato i dollari dicendo: no grazie, è una cazzata e noi non ci prestiamo.
una sonda munita di eliche e attaccata al pallone misurerà il grado di riflessione della luce solare, i cambiamenti dell’aria sopra e sotto lo strato di polvere e altri parametri.
il carbonato di calcio, che in natura costituisce diversi tipi di rocce, subisce decomposizione per riscaldamento, liberando anidride carbonica; detta così, non sembrerebbe proprio la soluzione migliore per combattere l’effetto serra, aumentando l’anidride carbonica e riducendo i raggi solari: sembra invece la ricetta perfetta per produrre un calore improduttivo e peggiorare la situazione.
ma ammettiamo pure che questa non sia la vera intenzione di Bill Gates, e neppure una nuova manifestazione della logica binaria semplificata con cui affronta problemi complessi (come con la sua ricetta di moltiplicare i vaccini per combattere le malattie); ammettiamo anche che questa sua nuova manifestazione di delirante onnipotenza non sia un modo per dire al mondo che dobbiamo lasciare ai tecno-feudatari, che stanno prendendo il potere nel mondo cancellando la democrazia, per rassicurare i sudditi inebetiti sul fatto che loro troveranno comunque una soluzione che non sia il cambiamento dei modi di vita e la riduzione dei loro profitti.
ammettiamo che l’esperimento dimostri che quella è la soluzione perfetta; del resto altri hanno fatto una proposta molto più costosa: anche la polvere di diamanti avrebbe lo stesso effetto; però molti scienziati, meno al soldo del grande benefattore, sono decisamente allarmati.
ma chi autorizza Bill Gates a giocare col destino dell’umanità? chi lo autorizza a cambiare il colore del nostro cielo? in nome di quale potere sta prendendo queste cruciali decisioni? chi può impedirgliele?
. . .
d’altro canto gli sta facendo concorrenza il grande Cagliostro del nostro secolo, Musk, il mezzo truffatore sempre sull’orlo del fallimento, il che non gli ha impedito di lanciare un’auto elettrica nello spazio per farsi uno spot pubblicitario.
ma lui almeno se la prende con Marte, un pianeta disabitato o quasi; vuole bombardarlo con ordigni nucleari ai poli per scioglierne la calotte di anidride carbonica ghiacciata: questa, trasformata in gas, provocherebbe un effetto serra che renderebbe il pianeta abitabile, radiazioni nucleari a parte.
rischi derivanti dal lancio nello spazio di ordigni nucleari di enorme potenza? pericoli di ricaduta sulla Terra, o comunque di mandarli fuori bersaglio? non considerati.
nel Turkmenistan un cratere largo 70 metri brucia giorno e notte, dal 1971; per fermare una pericolosa fuga di gas da un pozzo di estrazione, dopo un crollo del terreno, si decise di appiccargli il fuoco, pensando che si sarebbe spento in breve tempo; un banale errore di previsione scientifica, che ha creato la cosiddetta Gates of Hell ( “Le porte dell’inferno“):
ops, Gates, pensa un po’.
. . .
qualche scienziato ha anche obiettato a Musk che un’azione del genere provocherebbe il versamento nell’atmosfera di grandi masse di polvere e dunque il cosiddetto inverno nucleare: rischio del quale si è parlato anche per la Terra, come esito di una eventuale guerra nucleare.
e allora speriamo che nessuno lo dica a Bill Gates, altrimenti questo cambia la ricetta per raffreddare il NOSTRO pianeta.
quanto a Mask, non pigliamolo troppo sul serio: è soltanto un modo per vendere ai deboli di mente magliette a 25 dollari dedicate al progetto. 
. . .
però queste sono menti criminali: vanno fermate.
inutile lamentarsi nella nostra provincia del semplicismo mentale del nostro ministro dell’Interno, se chi guida il mondo è affetto da sindromi del pensiero semplificato di analoga portata.
vanno fermati, ma che dico? c’è un modo solo di fermarli: vanno arrestati per tentati crimini contro l’umanità.