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venerdì 22 maggio 2026

Carogna - Enrico Campofreda

Li vuole così proni, umiliati e vinti, schiavi della sua carognosa brama tirannica. Fosse per lui li impiccherebbe subito, visto che, a suo dire, portavano sostegno ai miliziani di Hamas. Intanto sbava nel vederli ammanettati e sottomessi da poliziotti che agiscono mascherando l’identità tanto quel sequestro non può essere giustificato da nulla. Né sicurezza, ordine, prevenzione. Nulla. Li ha fatti sequestrare nel mare di tutti sulle proprie case galleggianti, mentre veleggiavano attorno all’ideale di libertà. Libertà propria, della Flotilla, e del popolo perseguitato e sterminato dei gazawi. Così Ben Gvir, l’ennesimo satrapo di quel concetto coloniale che è Israele, si compiace d’un potere che la cricca cui appartiene gli concede. Si delizia nel mostrarlo, si fa riprendere e fotografare con gusto, perpetuando oltre il turpe disprezzo per il genere umano, la propria vile potenza di sprezzante persecutore. L’esternazione rivoltagli da Gideon Sa’ar, collega e attuale ministro degli Esteri nel governo Netanyahu “Tu (Ben Gvir, ndr) non sei il volto di Israele. Hai volontariamente causato danno al nostro Stato in questa vergognosa messinscena e non è la prima volta. Hai vanificato sforzi enormiprofessionali e di successo (sic) compiuti da così tante persone, dai soldati dell’Idf al personale del ministero degli Esteri”. Scusanti para buoniste d’un sionista in mascherata crisi con sé stesso, col suo passato destrorso nel Likud poi convogliato verso una sedicente Nuova Speranza, il partito condiviso con Benny Gantz, quindi rimangiate a favore di nuovi incarichi negli esecutivi di Netanyahu ai quali aderisce sin dal 2013. Ed è questa giostra di sigle politiche a sostegno d’una presunta “vivacità democratica” di Israele che resta nuda, come il suo re, l’Erode odierno che a favore di telecamera si compiace della mostruosa crudeltà che cova in petto. Un’altra Israele, se esiste è impotente, i dissidenti sono pochi e bloccati da un sistema che milioni di loro fratelli e sorelle, non necessariamente ultraortodossi, approvano. La democrazia d’Israele è fuffa di cui si riempiono la bocca anche tanti politici nostrani bipartizan, come fa la lunga fila dei comunicatori da tastiera e da salotti tivù, estimatori del sionismo di ritorno. O persino d’un kibbutzismo rimasto nel mondo dei sogni del secondo dopoguerra, quando già l’Israele reale costola del terrorismo dell’Haganah, nasceva, viveva e prosperava sulla pelle dei palestinesi. Per quei corpi imprigionati e piegati su sé stessi, ammanettati, genuflessi, faccia a terra, come una fotocopia delle Abu Ghraib e delle Guantanamo della Cia, oggi si muove - incredibile a dirsi - anche il governo italiano poiché fra i sequestrati ci sono nostri concittadini. Palazzo Chigi e la Farnesiana pretendendo scuse, cui magari Ben Gvir risponderà orgoglioso, ricordando Al-Masri: “Ma voi i torturatori, non li amavate?

da qui

mercoledì 15 ottobre 2025

“Appesa per i polsi e colpita nel carcere di Keziot”: la denuncia di una fotoreporter Usa che era a bordo della Flotilla - Alessandro Mantovani

Noa Avishag Schnall è stata arrestata l'8 ottobre dalle forze speciali israeliane che hanno abbordato l'imbarcazione Conscience e le otto barche a vela delle Thousand Madleens

 


La denuncia è terribile: “Sono stata appesa per i polsi e per le caviglie, ammanettata con catene di metallo, colpita sullo stomaco, sulla schiena, sul viso, sull’orecchio e sulla testa da un gruppo di guardie, uomini e donne, una delle quali si è seduta sul mio collo e sul mio viso, impedendomi di respirare”. Questo il racconto agghiacciante delle torture subite da Noa Avishag Schnall, fotoreporter ebrea di origini yemenite nata a Los Angeles negli Stati Uniti, arrestata l’8 ottobre dalle forze speciali israeliane sulla nave Conscience della Freedom Flotilla Coalition, con a bordo oltre cento tra medici e infermieri e alcuni giornalisti che volevano arrivare a Gaza. Lungo curriculum da fotografa e scrittrice, dallo Yemen alla Norvegia e all’Africa, era lì per documentare la spedizione umanitaria. Ora è libera come tutti gli altri partecipanti. Il caso è stato reso noto dalla Freedom Flotilla Coalition.

La nave Conscience e le otto barche a vela delle Thousand Madleens sono state bloccate all’alba dell’8 ottobre a circa 150 miglia nautiche dalle coste della striscia di Gaza. Qualche giorno prima, la notte tra il 1° e il 2 ottobre, erano state intercettate qualche decina di miglia più avanti le 43 barche della Global Sumud Flotilla. Tutti i partecipanti, i 462 della Sumud e i 150 della Freedom Flotilla, sono stati portati al porto di Ashdod e poi nel carcere speciale di Keziot. Cambiano le sigle e alcuni dettagli, l’obiettivo era sempre quello di forzare il blocco navale che da 18 anni stringe anche dal mare la Striscia, lasciando a Israele la piena potestà di stabilire cosa entra e cosa no in termini di aiuti alimentari, medicinali e operatori umanitari.

“Le testimonianze riferiscono di aggressioni fisiche e verbali, di persone costrette a restare per ore sotto il sole, della confisca di beni personali, di condizioni di prigionia estremamente dure nel carcere di Ketziot, tra cui mancanza di cibo e acqua potabile, sequestro e negazione all’utilizzo dei medicinali salvavita, negazione dell’accesso agli avvocati e udienze svolte senza preavviso o adeguata rappresentanza legale”, riferisce Adalah, l’associazione delle avvocate quasi tutte donne arabo-israeliane che hanno assistito, nei limiti del possibile, i partecipanti alle due missioni. È evidente che si tratta di comportamenti illegali, fin dall’abbordaggio in acque internazionali. Alla Procura di Roma peraltro dovrebbe essere già aperto un fascicolo sulla base di due esposti degli avvocati dei partecipanti alla Global Sumud, altre iniziative giudiziarie sono in corso a livello internazionale.

Ma in alcuni casi il trattamento è stato peggiore, gli arrestati sono stati colpiti, costretti a stare in ginocchio con la faccia a terra, costretti con la forza e la minaccia a ripetere frasi a favore di Israele o insulti rivolti a sé stessi. In questo campionario si ritrova l’episodio più grave ai danni di Noa Avishag Schnall. A Keziot diversi partecipanti alla Global Sumud tra cui il brasiliano Thiago Avila, la svedese Greta Thunberg e l’italiano Tony Lapiccirella, che erano al secondo tentativo di rompere il blocco navale davanti a Gaza, sono stati trattenuti in isolamento. E fin dal trasferimento dal porto al carcere, sui furgoni blindati, decine di arrestati sono stati sottoposti a un getto di aria gelida, una tecnica impiegata anche con i detenuti palestinesi che certamente rientra in tutte le definizioni internazionali della tortura. È stata somministrata anche a chi scrive.

da qui

martedì 10 giugno 2025

L’azione di Israele contro la Freedom Flotilla è illegale: la “Madleen” doveva poter attraccare - Riccardo Noury

Ai sensi del diritto internazionale, Israele è la potenza occupante della Striscia di Gaza, la cui popolazione è dunque occupata. L’occupante ha l’obbligo giuridico di fornire aiuti

Di fronte al blocco totale dell’ingresso degli aiuti umanitari nella Striscia di Gaza da parte di Israele, durato oltre 80 giorni, e all’orwelliana invenzione di una sorta di “assistenza militarizzata”, con gli aiuti forniti da contractor statunitensi sotto controllo israeliano e i catastrofici esiti che abbiamo visto nei giorni scorsi, un gruppo di attiviste e attivisti a bordo della nave “Madleen” della Freedom Flotilla ha cercato di rimediare, da semplici cittadine e cittadini, a ciò che gli Stati non fanno.

Com’è andata lo sappiamo: un’azione illegale e violenta da parte delle forze israeliane condita da espressioni di disprezzo (“lo yacht dei selfie”), la cattura dell’equipaggio, le consuete accuse gratuite di antisemitismo, anche un po’ di “rieducazione” consistente nel fargli vedere immagini dei crimini di Hamas del 7 ottobre 2023 (come se le 12 persone a bordo della “Madleen” non ne fossero a conoscenza). Com’è finita, con l’ordine di espulsione, lo potrete leggere in dettaglio negli aggiornamenti di questo sito.

Va ricordato che, ai sensi del diritto internazionale umanitarioIsraele è la potenza occupante della Striscia di Gaza, la cui popolazione palestinese è dunque occupata. L’occupante ha l’obbligo giuridico di fornire aiuti all’occupato. Aggiungiamo che le misure provvisorie ordinate dalla Corte internazionale di giustizia nell’ambito dell’esame del ricorso del Sudafrica per violazione della Convenzione sul genocidio, impongono a Israele di revocare immediatamente il blocco illegale della Striscia di Gaza, facilitare la fornitura di assistenza umanitaria e consentire missioni internazionali di accertamento dei fatti.

 

In linea con tali obblighi, Israele avrebbe dovuto permettere alla “Madleen” di attraccare e consegnare gli aiuti umanitari.

C’è un aspetto non sufficientemente messo in luce in questa vicenda, tanto evidente quanto inquietante: le persone palestinesi sono razzializzate. Per 20 mesi hanno gridato aiuto e i governi dell’Europa campione dei doppi standard, con poche eccezioni, non si sono mossi. Quando cittadine e cittadine del nostro continente – tra cui parlamentari e personalità note nei campi dell’attivismo e dell’arte – hanno assunto l’iniziativa, ecco che i rispettivi governi sono stati obbligati a elevare qualche timida protesta.

Non sono mancate le battutine, proprio in Italia, dove il ministro degli Esteri ha ironizzato – richiamando alla memoria la famosa pubblicità televisiva dei pennelli Cinghiale – sulla poca stazza della “Madleen” e dunque sui pochi aiuti che avrebbe potuto portare. Insomma, “una provocazione”.

Domanda: non è più provocatorio non prendere posizione contro il genocidio israeliano nella Striscia di Gaza?

da qui