La Libertà Non Sta Nello Scegliere Tra Bianco E Nero, Ma Nel Sottrarsi A Questa Scelta Prescritta. (Theodor W.Adorno)
domenica 24 maggio 2026
Falcone e Borsellino: la verità oltre la mafia. Servizi segreti, eversione nera e stragi di Stato
domenica 17 maggio 2026
lunedì 5 gennaio 2026
sabato 24 maggio 2025
33 anni dagli omicidi di Falcone e Borsellino
Capaci, geopolitica di un
colpo di stato - Giuseppe
Masala
Trentatre
anni fa, Giovanni Falcone, sua moglie e gli agenti della scorta persero la vita
in un terrificante attentato che cambiò il volto della Repubblica e deviò il
corso delle nostre vite. Ma questo lo scoprimmo trenta anni dopo.
All'epoca,
per noi ragazzi delle superiori le cose erano semplici: si trattava del colpo
di coda degli uomini della prima Repubblica ormai morente. Eravamo in piena
Tangentopoli; ormai avevamo le prove, gli uomini che ci governavano erano
ladri, disonesti, corrotti. Le voci sulle collusioni tra gli uomini della Prima
Repubblica e la Mafia, poi, erano assordanti. Bastava sfogliare la Repubblica
di Scalfari ed era un continuo florilegio di allusioni sulle collusioni della
DC siciliana con Cosa Nostra: basti pensare al “Caso Ciancimino” o all'omicidio
del plenipotenziario andreottiano Salvo Lima avvenuto poche settimane prima
rispetto alla Strage di Capaci. Le cose erano semplici agli occhi di noi
ingenui ragazzini: tutto portava verso la DC e verso gli uomini della Prima
Repubblica.
Ma come sempre
accade, mentre si fanno grandi teoremi, il diavolo, agisce nei dettagli. Negli
spazi tra le righe, dove solo chi ha l'occhio vigile può vedere. Chi ha
avvisato gli esecutori materiali della strage che quel giorno e a quell'ora
Falcone sarebbe rientrato in Sicilia? Chi ha fornito la ragguardevole quantità
di esplosivo (circa 500 Kg di due tipi diversi dei quali uno militare)
necessaria a far saltare in aria l'autostrada? Come mai nessuno si accorse del
lavoro di “minamento” dell'autostrada che presumibilmente si è protratto per
giorni?
Domande
cruciali che forse, con il tempo, sarebbero emerse, magari anche grazie a
qualche commentatore indipendente e onesto. Ma all'epoca a tanti, troppi, tutto
appariva chiaro. E tempo per farsi domande non ce n'era. In breve tempo in una
strage gemella a quella di Capaci, perse la vita il giudice Borsellino e la sua
scorta. E anche qui, i misteri non si contano, a partire dal materiale sparito
dalla sua borsa.
I mesi
successivi furono una tempesta d'acciaio e fuoco, dove persero la vita decine
di persone in stragi (Milano, Firenze e Roma) definite dai commentatori “di
stampo politico-mafioso”. Dove logicamente il politico andava inteso come
l'estremo e criminale tentativo degli uomini della Prima Repubblica di rimanere
attaccati al potere.
Dovevano
essere proprio stupidi gli uomini della Prima Repubblica, che realizzavano
stragi delegittimandosi ancora di più agli occhi degli italiani. Infatti nel
giro di poco tempo furono fatti sgomberare dalle istituzioni. Finalmente i
buoni avevano vinto. Quei buoni che ci promettevano la Città di Dio Europea, il
Nuovo Giardino dell'Eden da conquistare al costo di qualsiasi sacrificio: dai
tagli draconiani al Welfare, alla privatizzazione delle imprese pubbliche e del
sistema bancario, alla erosione dei diritti sociali e legati al lavoro. Noi
giovani di allora, volevamo l'Europa e la avemmo.
Nel corso
degli anni le voci – sempre più insistenti – di una trattativa tra stato e
mafia divennero sempre più insistenti fino a quando fu lo stesso Ministro della
Giustizia di allora, Giovanni Conso a dichiarare la commissione parlamentare antimafia
l’11 novembre del 2010.che nel novembre del 1993 non rinnovò oltre trecento
provvedimenti di 41 bis, il carcere duro per detenuti mafiosi con la seguente
motivazione che definire illogica è poco: “Ho preso quella decisione in totale
autonomia per fermare la minaccia di altre stragi e non ci fu nessuna
trattativa”. Come esimio Ministro, non ci fu trattativa ma ci fu comunque un
accordo per il quale lei non rinnovò i provvedimenti di 41 bis mentre i mafiosi
cessavano la politica stragista? Singolare affermazione che lasciò sbalorditi.
Sbalorditiva
fu anche la circostanza (mai del tutto chiarita) emersa anni e anni dopo,
secondo la quale il Capo dei Capi Totò Riina, in piena epoca delle stragi
politico-mafiose, era dotato di telefono in cella. L'epoca in cui si
verifico questa circostanza, era sempre quel fatidico 1993 dove Palazzo Chigi
era retto da Amato e Ministro di Grazia e Giustizia era sempre l'Esimio Conso
che, per carità, sarà stato all'oscuro di tutto, ma il responsabile delle
carceri era sempre lui.
Ma lo
Tzunami delle rivelazioni che stanno riscrivendo la storia di quegli anni non
colpisce solo la politica di allora ma anche la Magistratura. Clamorose sono le
notizie giunte dalla Sicilia dell'iscrizione nel registro degli indagati di due
super giudici di allora: il procuratore Pignatone indagato per aver insabbiato
il filone di inchiesta “Mafia e Appalti” e l'ex pm del pool antimafia di Palermo
Gioacchino Natoli indagato per i reati di favoreggiamento alla mafia e calunnia
sempre in relazione alle indagini sul filone “Mafia e Appalti”.
Tutto appare
più nebuloso e sfumato rispetto a quegli anni dove eravamo certi di sapere chi
erano i buoni e chi i cattivi. Certo le accuse vanno provate ma la sensazione è
che in quegli anni in Italia si combatté una battaglia senza esclusione di
colpi per la conquista del potere e per indirizzare il paese verso scelte di
natura economica, politica e geopolitica.
In altri
termini, appare sempre più evidente che in quegli anni andava demolito il
vecchio sistema della Prima Repubblica, non più funzionale rispetto alle scelte
che si erano fatte a livello internazionale dopo la caduta del Muro di Berlino:
gli uomini della Prima Repubblica andavano cacciati dalle istituzioni sia con
la strategia giudiziaria (tangentopoli) che con lo strumento cruento della
destabilizzazione stragista. Non possiamo escludere che molti (anche tra gli
inquisiti di oggi) fossero inconsapevoli pedine di un gioco più grande di
loro, visibile oggi ma incomprensibile in quei giorni, se non ad una
élite seduta nell'empireo degli intoccabili ed innominabili che aveva deciso di
portare l'Italia in Europa e soprattutto di farle cambiare volto: dal sistema
economico misto pubblico-privato a quello ultra-liberista degli ultimi trenta
anni.
domenica 18 maggio 2025
martedì 23 aprile 2024
La Barbera, il poliziotto delle torture al G8 di Genova, persona fidata di De Gennaro, accusato di essere figura centrale del depistaggio sull’assassinio di Borsellino
La Barbera, uomo fidato di De Gennaro e dietro le quinte delle brutalità e torture poliziesche al G8 di Genova, era noto anche per come trattasse la devianza e la delinquenza comune a Roma al pare di nemici terroristi da sterminare senza darsi troppe preoccupazioni deontologiche e di rispetto delle norme democratiche. Ma ecco che adesso si scopre qualcosa in più: era anche a servizio della mafia come dei servizi deviati.
“Figura centrale di questo
depistaggio è Arnaldo La Barbera. Mi auguro di non sentire affermazioni, da
parte della difesa, sul fatto che si processano i morti, chi non è in grado di
difendersi, sugli schizzi di fango, così come fatto in primo grado. Perché al
di là delle frasi ad effetto mi piacerebbe capire cosa dovrebbe fare un
pubblico ministero quando c’è l’ipotesi di un’azione delittuosa concorsuale nel
momento in cui la figura centrale è deceduta. “Dovremmo archiviare anche per
gli altri? E nemmeno si possono omettere tutte le argomentazioni che riguardano
la figura centrale“. Lo ha detto il pm Maurizio Bonaccorso, applicato alla
procura generale, iniziando la sua requisitoria nel processo sul depistaggio
delle indagini sulla strage di via D’Amelio che si celebra a Caltanissetta nei
confronti dei poliziotti Mario Bo, Fabrizio Mattei e Michele Ribaudo. Tutti ex
appartenenti al gruppo di indagine Falcone-Borsellino con a capo Arnaldo La
Barbera.
“Dobbiamo partire – ha continuato
Bonaccorso – dalle risultanze su Arnaldo La Barbera che ci danno l’immagine di
un soggetto che è un ponte tra due mondi, quello di Cosa Nostra e quello dei
servizi deviati, entrambi interessati al mancato accertamento della verità.
Alla scorsa udienza ho iniziato la requisitoria parlando dell’anomala
collaborazione, per non dire inquietante, tra la procura di Caltanissetta e il
Sisde nella fase preliminare delle indagini.
Questa collaborazione nasce
dall’ostinazione del dottore Tinebra, allora procuratore di Caltanissetta, che
all’indomani della strage sollecitò una collaborazione con il Sisde. La cosa
singolare è che l’attività del Sisde, anziché entrare in collisione con
l’attività della Squadra Mobile di Palermo, si salda perfettamente con essa. Il
Sisde veste di mafiosità Vincenzo Scarantino, che fino ad allora era stato un
delinquente comune”. Vincenzo Scarantino era definito come un “picciotto” del
quartiere della Guadagna che si occupava all’epoca di furtarelli e sigarette di
contrabbando.
“Fondamentale è il tema dell’agenda
rossa. Abbiamo una serie di fonti dichiarative che ci confermano l’importanza
per Borsellino di questa agenda rossa. In questa agenda lui annotava una serie
di riflessioni sulla strage di Capaci nella speranza di essere sentito a
Caltanissetta”. Così il pm Maurizio Bonaccorso nella sua requisitoria fiume nel
processo sul depistaggio delle indagini sulla strage di via D’Amelio, che si celebra
a Caltanissetta in corte d’Appello.
“La signora Agnese Piraino Borsellino –
ha continuato Bonaccorso – ha spiegato che, nella certezza di essere ucciso,
Borsellino aveva cominciato a usare due agende, quella grigia e quella rossa,
dove annotava sue riflessioni. Il secondo dato è la presenza dell’agenda rossa
nella borsa di Borsellino il 19 luglio 1992. Abbiamo sul punto le dichiarazioni
della dottoressa Borsellino che ci dice: papà aveva tre agende, una marrone,
dove metteva qualche dato e numeri di telefono, l’altra grigia, dove annotava
alcune cose, e quella rossa che per lui era importantissima.
Quella mattina aveva portato l’agenda
con sé perché non verrà ritrovata a casa dei familiari. In macchina venne
accompagnato dal figlio Manfredi che gli porta la borsa e gliela consegna. E
l’agenda era in quella borsa. Quando Borsellino scende dalla macchina in via
D’Amelio non ha con sé in mano l’agenda rossa. Primo perché lui guida la
macchina e poi dalle testimonianze emerge che il dottore Borsellino, prima di
andare a citofonare alla madre, si accende una sigaretta.
Quindi aveva in una mano la sigaretta e
nell’altra l’accendino, quindi non poteva avere l’agenda in mano. Altro dato su
quale abbiamo certezza è l’inesistenza di una seconda borsa di Borsellino”.
“Altro dato significativo – prosegue è che questa agenda non è stata più
trovata, quindi qualcuno se n’è appropriato.
E non è qualcuno di Cosa Nostra. Perché
non è pensabile che sulla scena della strage ci fossero dei mafiosi intervenuti
per appropriarsi dell’agenda rossa. Altro dato è che la borsa ricompare nella
stanza di Arnaldo La Barbera a mesi di distanza, in maniera irrituale, senza
che sia stato fatto un verbale di sequestro, e soprattutto viene riconsegnata
in maniera irrituale alla famiglia di Borsellino”.
“Arnaldo La Barbera era a libro
paga dei Madonia”. Lo ha detto il pm Maurizio Bonaccorso nella sua requisitoria
ripresa questo pomeriggio nel corso del processo sul depistaggio delle indagini
sulla strage di via D’Amelio che si celebra a Caltanissetta dinanzi alla Corte
d’Appello presieduta dal giudice Giovanbattista Tona. In aula anche il
procuratore generale Fabio D’Anna e il sostituto procuratore generale Gaetano
Bono.
Bonaccorso questa mattina aveva già
parlato di finanziamenti all’ex capo della Squadra Mobile, Arnaldo La Barbera
da parte del Sisde. “Il dottore Arnaldo La Barbera – ha continuato Bonaccorso –
aveva un tenore di vita altissimo. Abbiamo accertato che Arnaldo La Barbera
versava continuamente soldi sul suo conto corrente. In un anno circa 100
milioni di lire. Difficile credere che si potesse trattare di trasferte.
Neanche avesse fatto il giro del mondo.
Quello che è significativo sono le
modalità in cui questo contante viene versato. Nel ’91 c’è un solo versamento
di 8 milioni di lire, nel ’92 questa persona di colpo cambia abitudini rispetto
alla sua attività bancaria e comincia a fare versamenti continui per importi
davvero consistenti. Certamente non sono tutti proventi illeciti ma questo dato
ci conferma quello che hanno detto i collaboratori Vito Galatolo e Francesco
Onorato e cioè che La Barbera era a libro paga dei Madonia.
Quindi abbiamo un personaggio ambiguo
che da un lato viene costantemente finanziato dal Sisde. Dall’altra parte
abbiamo i collaboratori che ci raccontano di un rapporto con la mafia”.
Sui rapporti tra La Barbera e la mafia
il pm ha richiamato un episodio raccontato nel corso del processo da parte del
collaboratore di giustizia Vito Galatolo. “Vicolo Pipitone – dice il pm – era
il luogo dove si sono fatti i più importanti summit di mafia, dove venivano
fatti omicidi. Da lì partivano anche i commando per uccidere. Il collaboratore
di giustizia Vito Galatolo, chiamato a testimoniare durante questo processo, ci
ha detto che vide Arnaldo La Barbera entrare in vicolo Pipitone in due episodi
per incontrare suo zio Pino Galatolo che in quel periodo era ai domiciliari, e
quindi non poteva uscire”.
Fonti:
martedì 13 giugno 2023
lutto nazionale, ma non per tutti
scrive Tomaso Montanari:
il Rettore
_____________
sabato 11 marzo 2023
Il lato oscuro della trattativa Stato-mafia, Cavallone: “Chi sapeva oltre ai vertici del Ros?” - Simona Tarzia
Una lettura lucida che va oltre la sentenza d’appello, da magistrato con quarant’anni di esperienza sul campo
Cominciamo
dalle motivazioni, naturalmente. Perché è qui, nella logica giudiziaria, che si
gioca la ragione ufficiale garantita dallo Stato e perché, a volte, questa
ragione non è la stessa in tutte le sentenze.
Partiamo da qui. Da un dato di fatto inoppugnabile, e cioè che le conclusioni
di primo e secondo grado sulla cosiddetta “Trattativa
Stato-mafia” sono diverse tra loro come il giorno e la notte.
Perché? È
solo un fatto di interpretazione del diritto? “Quello che è stato
affermato in primo grado e tutto sommato riconosciuto in appello è che ci fu un colloquio con i vertici di
Cosa Nostra per evitare che fossero commessi ulteriori reati”
spiega Roberto Cavallone, già Procuratore di Sanremo e poi Sostituto
Procuratore Generale alla corte d’Appello di Roma, che sottolinea a Fivedabliu
come i magistrati di secondo grado abbiano ritenuto provata la condotta
materiale del reato contestato ai tre ufficiali del Ros – i generali Mario Mori
e Antonio Subranni, e il colonnello Giuseppe De Donno -, ma che “sebbene questa
‘improvvida’ interlocuzione ci fu davvero, venne portata avanti
senza dolo. Cioè senza collusione con il potere mafioso”. In sintesi, i
carabinieri sono stati assolti “perché il fatto non costituisce reato”.
Ricorda Cavallone: “Il prefetto Mori si è sempre difeso ammettendo
soltanto di aver avuto come interlocutore l’ex sindaco di Palermo, Vito
Ciancimino, ma come fa ogni ufficiale di polizia giudiziaria con i suoi
informatori. Non ha detto nulla di più e nulla di meno”.
Un dialogo in buona fede con Cosa
nostra
Un dialogo
in buonafede per scongiurare altre stragi. È anche la tesi delle difese
che hanno sempre sostenuto come “compete al potere esecutivo e alle forze
dell’ordine promuovere tutte le iniziative ritenute necessarie per prevenire
l’ulteriore commissione di così gravi crimini”.
Scrive la Corte d’Appello che “il disegno era quello di insinuarsi in una
spaccatura che si sapeva già esistente all’interno di Cosa Nostra e fare leva
sulle tensioni e i contrasti che covavano dietro l’apparente monolitismo
dell’egemonia corleonese per sovvertire gli assetti di potere interni
all’organizzazione criminale, assicurando alle patrie galere i boss più
pericolosi e favorendo indirettamente lo schieramento (quello fedele
a Bernardo Provenzano, n.d.r.) che, per quanto sempre criminale, appariva
ed era meno pericoloso per la sicurezza dello Stato e della collettività
rispetto a quello artefice della linea stragista”.
E che sia difficile da accettare che dei carabinieri possano essere collusi con
i mafiosi lo rimarca anche Cavallone che sottolinea come “sia poco credibile
nella misura in cui questa accusa evidentemente non riguarda una singola
persona ma il vertice di un’articolazione dell’Arma. Cioè noi dovremmo
arrivare ad affermare che una parte importante dell’Arma dei Carabinieri era
collusa con i mafiosi. Anch’io ritengo che questo sia difficile”.
Chi sapeva oltre ai vertici del Ros?
Eppure una
trattativa “a metà strada tra quella politica e quella di polizia” c’è stata, e
ce lo dicono i giudici. Commenta Cavallone: “Il problema sa qual è? Che se
questa è la verità giudiziaria, siamo al di là di quello che è il semplice
rapporto tra ufficiale di polizia giudiziaria e informatore, e allora
occorrerebbe capire da chi hanno avuto la delega“.
E qui, da magistrato con quarant’anni di esperienza sul campo, smentisce che i
carabinieri possano aver agito in solitudine, perché “dobbiamo sempre tenere
presente che il Ros, ma qualsiasi altra forza di polizia giudiziaria, quando ha
una delega per le indagini risponde al pubblico ministero o, se agisce in
qualità non di polizia giudiziaria ma di polizia di prevenzione, deve avere
un’autorizzazione dai suoi vertici” continua. “Nel caso dei carabinieri, devono
avvisare il comandante generale dell’Arma perché il Ros dipende direttamente da
lui. Vista la delicatezza della vicenda, immagino che il comandante generale
sarà tenuto ad avvisare il Ministro dell’Interno che avviserà il
Presidente del Consiglio dei ministri e forse anche il Presidente della
Repubblica. Siamo in un ambito che è diverso da quello della polizia
giudiziaria, siamo più vicini all’area di competenza dei servizi segreti per
capirci. E comunque, anche se si fosse trattato di un’operazione di
intelligence, immagino che dovesse esserci
un’autorizzazione. Nel caso dei servizi segreti il nulla osta lo dà
la presidenza del Consiglio dei ministri“.
Se un’autorizzazione c’è stata, oggi noi non lo sappiamo. Anzi, la sentenza
d’appello dice chiaro e tondo che i carabinieri non obbedirono agli ordini di
nessun politico, meno che mai di un uomo delle istituzioni.
Non è la prima volta che lo Stato
scende a patti con la mafia
Lo Stato è
già sceso a patti con la mafia. Lo ha fatto e continua a farlo per ottenere
informazioni dai pentiti. Ma per i giudici di primo grado i carabinieri
avrebbero fatto una fuga in avanti, oltre i limiti della legge.
“Il rapporto con il collaboratore di giustizia è un rapporto molto
trasparente ed è previsto dal nostro ordinamento”, mette in chiaro Cavallone
spiegando come funziona: “Il pentito deve ragguagliare l’autorità giudiziaria
entro un arco di tempo ben determinato su tutto ciò di cui è venuto a
conoscenza durante il periodo in cui ha agito all’interno dell’organizzazione.
Per questa sua attività può beneficiare di sconti di pena perché sono previste
delle attenuanti per le attività di collaborazione e se c’è un concreto
pericolo di vita, come in genere accade, è sottoposto a un programma di
protezione. Questo è il rapporto trasparente che c’è tra il collaboratore di
giustizia e l’autorità giudiziaria. A monte, si fanno dei colloqui
investigativi e se effettivamente il soggetto è degno di interesse, il pubblico
ministero raccoglie le informazioni in sintesi che possono essere utili alle
varie indagini in corso su tutto il territorio nazionale. Queste informazioni
vengono infine ripartite per competenza attraverso le varie DDA. In
questo caso la trasparenza non c’è stata, non sappiamo se qualcuno ha
dato l’okay per questa sorta di trattativa“.
Dell’Utri e l’ultimo miglio
E torniamo
al punto di partenza. Chi sapeva oltre ai vertici del Ros? E
soprattutto: come faceva Silvio Berlusconi, al suo primo governo nel
1994, ad essere all’oscuro di tutto? Come faceva a non sapere delle
minacce che i boss stragisti Bagarella e Brusca, loro sì riconosciuti
colpevoli anche in secondo grado, recapitavano a Marcello Dell’Utri attraverso
l’ex stalliere di Arcore Vittorio Mangano?
Il nodo dell’assoluzione del cofondatore di Forza Italia sta tutto qui.
Altro imputato eccellente del processo sulla Trattativa e già condannato in via
definitiva nel 2014 per concorso esterno in associazione mafiosa,
Dell’Utri è stato assolto dal reato di “minaccia a corpo
politico” dalla Corte d’Assise d’Appello “per non aver commesso il
fatto”.
Per i giudici mancherebbe “l’ultimo miglio”, così lo chiamano.
Per capirci: appurato che nel 1994 Dell’Utri ha incontrato Mangano almeno due
volte; appurato che “Mangano ha appreso, in assoluta anteprima, della
modifica del regime processuale dell’arresto per 416-bis”; appurato che
Dell’Utri “aveva piena conoscenza” del progetto ricattatorio di Cosa nostra che
mirava a stipulare con lo Stato una tregua normativa a suon di bombe per
ripristinare quel patto di coesistenza pacifica che aveva disegnato la
storia della prima Repubblica e che Totò Riina considerava tradito
dalle condanne definitive del maxi processo di Palermo; manca la
prova provata della trasmissione delle intimidazioni a Berlusconi. Quindi
nessuna minaccia a corpo politico, nessun delitto.
È una
lettura credibile? “Il ragionamento logico vuole che la persona minacciata
venga avvertita”, dice Cavallone. “Ma questo è un pensiero da cittadino
qualunque. Certo è che anche nell’esperienza pratica ogni volta che noi
facevamo un’indagine e risultavano delle possibili linee di rischio a carico di
persone che ricoprivano incarichi istituzionali si avvertiva la Prefettura per
prevedere la predisposizione di adeguati strumenti di protezione. Poi
naturalmente vado dall’interessato. Come fai a non avvisarlo? Non può
essere difeso a sua insaputa, per fare una battuta”.
La prova logica: congettura o
realtà?
Al fatto che
Dell’Utri le minacce al Cavaliere le avesse riportate, i giudici di primo grado
invece ci credevano davvero e in sentenza mettevano nero su bianco che vi
erano “ragioni logico-fattuali che conducono a non dubitare che Dell’Utri
abbia effettivamente riferito a Berlusconi quanto di volta in volta emergeva
dai suoi rapporti con l’associazione mafiosa Cosa nostra, mediati da Vittorio
Mangano”. Un’argomentazione che non ha persuaso i magistrati d’Appello,
convinti che la cosiddetta “prova logica” vada utilizzata con più moderazione.
Punti di vista diversi sui quali farà chiarezza la Cassazione.
Ma cosa si
può aspettare la Procura generale se farà ricorso? “La Cassazione può
interloquire solo in sede di errore di interpretazione della legge o errore
nella motivazione della sentenza”, risponde Cavallone aggiungendo che la Corte
“non può rivalutare le prove che sono state esaminate in primo e in secondo
grado perché questa è una questione che attiene al merito, né è in grado
di valutare le dichiarazioni di un collaboratore perché non ha gli atti”.
Agli Ermellini in effetti “non arriva tutto quell’enorme fascicolo che hanno in
mano i giudici di primo e di secondo grado ma soltanto l’atto impugnato, cioè
la sentenza, queste 3.000 pagine, e i vari atti di impugnazione.
Il compito della Cassazione è soltanto quello di fare un’analisi della
sentenza e verificare se ci sono quei vizi di interpretazione e applicazione
della legge, o quei vizi di motivazione che sono stati denunciati nel ricorso.
Questo è il compito della Cassazione”. Punto. “Quando trova delle incongruenze
nella motivazione allora può annullare la sentenza con rinvio ad altra sezione
della Corte d’Assise d’Appello che riesamina la questione”.
E la diversità di vedute sulla prova logica? “La Corte ha più volte affermato
che la prova logica ha pari dignità di tutte le altre prove quando è supportata
da elementi che inducono a ritenere degno di considerazione il ragionamento
svolto dal giudice”. Quindi questo dell’ultimo miglio “potrebbe essere uno dei
passaggi eventualmente soggetti a ricorso”.
Gli affari si fanno in silenzio
Chi contesta
le motivazioni dei giudici d’appello ha parlato di una sentenza che legittima
la cosiddetta zona grigia. “No, assolutamente no”. Non lascia spazio ai dubbi
Cavallone che risponde che “lo Stato non può avere il doppio binario.
Eventualmente la zona grigia è tipica dei servizi di informazione che
però rispondono ad altre esigenze che non sono quelle dell’assicurazione dei
colpevoli alla giustizia ma sono quelle della salvaguardia dell’interesse
nazionale, che potrebbe essere anche nella vita di un rappresentante delle
istituzioni. Non lo so, però mi chiedo sempre come questi personaggi di
così basso livello possano arrivare a colpire un’istituzione se l’istituzione
non gliene dà la possibilità”.
Perché i mafiosi, “per quello che conosco io del mondo mafioso”, non sono così
“ferrati”, dice Cavallone che non perde l’occasione per mettere in chiaro
alcuni concetti che, secondo la sua esperienza di magistrato inquirente
che di interrogatori ne ha fatti parecchi, proprio non quadrano. “Episodi
come quello che hanno riguardato i colleghi Falcone e Borsellino, o l’attentato
fallito ai Carabinieri allo stadio Olimpico di Roma, o l’autobomba di via dei
Georgofili a Firenze, comportano non solo un’organizzazione ma un disegno
complessivo criminoso che mi pare che vada al di là del singolo personaggio
mafioso per come li ho conosciuti io. Ecco, forse aveva ragione Falcone quando
diceva che i fili li tiravano le ‘menti raffinatissime’, perché il
livello criminale dei mafiosi è davvero molto basso dal punto di vista della
capacità di elaborazione logica”.
Dunque non fu solo mafia? La strategia della tensione era manovrata da uomini
che non appartenevano a Cosa nostra? E chi erano? Esponenti del
Sisde? Falcone un nome lo aveva fatto, quello del numero tre del Servizio
per le informazioni e la sicurezza democratica di allora, il Sisde appunto.
Condannato a 10 anni per concorso esterno in associazione mafiosa, oggi, dopo
la sentenza della Corte europea dei diritti dell’uomo che ha imposto allo Stato
italiano di risarcirlo per danni morali perché all’epoca dei fatti il reato non
era ancora previsto dal nostro ordinamento giuridico, l’ex 007 risulta
incensurato.
Sono tante
le domande che sono rimaste senza risposta. Di certo, in questo “gioco grande”
di “ibridi connubi”, i picciotti di Riina hanno giocato la parte delle pedine.
Ricorda Cavallone che “la mafia dei cosiddetti corleonesi era una
cosa molto diversa da quella che era stata la mafia classica. La mafia
classica era una mafia che andava da sempre a braccetto delle
istituzioni perché era rappresentata non dai pastori ma dall’alta
borghesia siciliana dell’epoca – stiamo parlando di fine ‘800, inizi del ‘900
-, erano persone che si frequentavano nei salotti buoni. Invece i corleonesi
erano una cosa completamente diversa. Il motivo per cui evidentemente è
arrivata la loro fine è che Cosa nostra classica non accettava lo stato di
belligeranza continua perché interferiva con i loro interessi
economici. Perché davanti a delle azioni così eclatanti, una
risposta dello Stato, quantomeno di facciata, ci deve essere e quindi
si rompe un equilibrio. Gli affari si fanno in silenzio. E questo tipo di
strategia criminale certamente non era quella più idonea a fare affari in
silenzio. Forse per questo Riina è stato venduto da chi è stato venduto“.
La mancata perquisizione
del covo di Riina
E da chi è
stato venduto? Scrivono ancora i giudici d’appello che “non v’è prova che fosse
intervenuto un previo accordo con Provenzano o con altri esponenti mafiosi che
contemplasse da un lato la consegna di Riina dall’altro la rinuncia a
perquisire l’immobile (il famoso covo di via Bernini 54, n.d.r.) dando tempo ai
mafiosi di ripulirlo d’ogni traccia. Nè Mori e i suoi potevano essere certi
dell’esistenza all’interno dell’abitazione di tracce utili alle indagini o
addirittura di documenti compromettenti. Ma anche se fossero stati certi che
non vi fosse nulla di compromettente, si sarebbero ugualmente determinati ad
astenersi da una perquisizione immediata perché il significato di quel gesto
era soprattutto simbolico, dovendo esso servire a lanciare il segnale di buona
volontà e di disponibilità a proseguire sulla via del dialogo”.
È una storia
strana questa delle omissioni seguite all’Operazione belva, il blitz del
Capitano Ultimo che il 15 gennaio 1993 ha messo la parola fine ai 23 anni di
latitanza del Capo dei capi. Tanto strana che anche Cavallone, “a suo tempo,
quando ancora ero alla Procura di Sanremo, ne ho parlato con Giancarlo
Caselli. Io non so se questa sia una verità giudiziaria o una verità vera,
quella la conoscono soltanto i protagonisti della vicenda ma, diciamocelo, è
una ferita ancora aperta perché chiaramente l’autorità giudiziaria è stata
presa in giro“.
Il mancato blitz a Mezzojuso
E il mancato
blitz nel casolare di Mezzojuso, dove nel 1995 un infiltrato aveva segnalato la
presenza di Bernardo Provenzano? Una “indicibile ragione di interesse
nazionale”, dicono le carte dei magistrati di secondo grado, che ha
spinto il Ros a lasciarsi sfuggire un superlatitante “per non sconvolgere gli
equilibri di potere interni a Cosa nostra che sancivano l’egemonia della sua
strategia dell’invisibilità e della sommersione”. La sua leadership, insomma,
era considerata una garanzia contro “il rischio del ritorno alla linea dura di
contrapposizione violenta allo Stato”. Un modo per scongiurare il ritorno all’interregno
del tritolo.
“A volte uno
si fa delle domande. Non sempre riesce a darsi anche le risposte” scandisce
Cavallone ripercorrendo i tanti dubbi legati a queste vicende che dopo
trent’anni conservano dei lati oscuri: “Bisognerebbe capire il disegno finale. L’obiettivo
finale qual era? Quale risultato bisognava raggiungere? Dalle
sentenze sappiamo che c’è stata, se non una trattativa, un’interlocuzione. La
Corte dice per prevenire gravi attentati, gravi reati, però io credo che lo
Stato avesse i mezzi e le capacità per prevenire azioni di questo tipo senza
ricorrere a interlocuzioni. In questo Borsellino aveva ragione, o si sta da una
parte o si sta dall’altra. Poi c’è la questione della scala gerarchica: tu fai
una trattativa, hai un’interlocuzione, e non avverti i tuoi superiori e i tuoi
superiori non avvertono il responsabile politico? Mi sembra strano. Se è
avvenuto mi sembra strano. Stiamo parlando di potere esecutivo quindi siamo di
fronte a una piramide e c’è un vertice. Qualcuno deve autorizzare sennò siamo
fuori dallo schema”.
Per la
cronaca: Provenzano alla fine fu catturato, l’11 aprile del 2006 in una
masseria vicino a Corleone. Era latitante da 43 anni.
Massimo Ciancimino, da icona
dell’antimafia a “pentito” inattendibile
Sono sue le
dichiarazioni che costituiscono l’ossatura del processo sulla Trattativa.
Dichiarazioni che già i giudici di primo grado hanno definito “senza alcuna
valenza probatoria” a causa della “sua verificata complessiva inattendibilità
che ne impedisce qualsiasi uso”. Massimo Ciancimino è il figlio dell’ex
sindaco mafioso di Palermo, don Vito. Caduto dal piedistallo di icona
dell’antimafia, è stato processato a Caltanissetta e Bologna per calunnia
all’ex capo della polizia Gianni De Gennaro e all’agente dei Servizi segreti
Rosario Piraino.
E qui viene
da chiedersi se non fu un errore a monte quello di dargli ascolto.
“Non è che ci sono errori”, risponde Cavallone. “Il processo serve proprio ad
accertare se i fatti si sono svolti secondo una certa ipotesi. Se sì, si arriva
a una condanna. Se no, si arriva a un’assoluzione. Il processo è fatto per
questo. Poi ci sono processi facili e processi difficili. Se uno dovesse fare
solo i processi semplici si metterebbe a fare gli arresti in flagranza per
spaccio e lascerebbe da parte tutto il resto. Sarebbe come un chirurgo che fa
solo appendicectomie e non fa mai un intervento a cuore aperto. C’è il rischio
che il processo vada male? Sì. Però se all’inizio la prova sembra
affidabile come fai a chiedere un’archiviazione? Il giudice potrebbe anche non
dartela l’archiviazione di fronte a dichiarazioni così. Non è
facile. I processi non sono mai facili, soprattutto di questo
livello. È facile parlare dopo. Ma è nel momento in cui si ha sottomano
l’elemento di prova che si deve decidere cosa fare. Perché un giorno potrebbero
anche venire a chiederti come mai hai sottaciuto questa cosa e non gli hai dato
sviluppo”.
La domanda
da farsi è un’altra, conclude Cavallone, sempre la stessa: “Chi sapeva oltre ai
vertici del Ros? Sapevano o non sapevano? Questa è la domanda. Tutto qui.
Perché stiamo parlando di un organo istituzionale di grande rilevanza, di
grande importanza, di grande prestigio. Chiaro che non è una ditta privata il
cui legale rappresentante fa e disfa quello che gli pare. Hanno delle persone a
cui devono rispondere o quantomeno tenere informate. Poi ripeto, non so se sia
vero che c’era questo famoso papello, o non c’era. Comunque nel
momento in cui ti accingi a tenere degli incontri con l’ex sindaco di Palermo
per vedere di arrivare a emarginare il ramo violento della mafia, e così dice
il Prefetto Mori, credo che sia un’attività che vai a comunicare a qualcuno”. E
conclude: “Io ho una piccola conoscenza di questo processo perché non ho a
disposizione tutti gli atti. A questa piccola conoscenza affianco la mia
esperienza di magistrato per oltre 40 anni. Io ho fatto questo lavoro e se
lei mi dice quale domanda ti fai? Io mi porrei questa: chi sapeva
oltre ai vertici del Ros? Certamente non hanno avuto deleghe dall’autorità
giudiziaria”.
sabato 15 ottobre 2022
mercoledì 25 maggio 2022
Strage di Capaci 30 anni dopo - Pino Arlacchi
In occasione del trentennale della Strage di Capaci (23 maggio 1992) vi
proponiamo, per gentile concessione dell’autore, un breve estratto dell’ultimo
libro di Pino Arlacchi, dal titolo Giovanni e io, uscito per i tipi di
Chiarelettere (sul sito www.pinoarlacchi.it potete trovare
l’introduzione). Vicino ai giudici Chinnici, Falcone e Borsellino, in prima
linea contro Andreotti, Cosa nostra e la cosiddetta mafia di Stato, Pino Arlacchi ha scritto un libro particolarmente
significativo che non è solo il racconto di una bella amicizia e di un forte
legame professionale, ma anche l’occasione per una ricostruzione storica
profonda e accurata, condita con importanti aneddoti e retroscena, di una lunga
stagione della storia del nostro Paese, che ha visto come protagonista la
criminalità del potere (“il gioco grande” del potere direbbe Giovanni Falcone)
le cui varie componenti hanno spesso interagito tra loro sui diversi terreni
della corruzione sistemica, della mafia e dello stragismo, tramite una miriade
di vasi comunicanti che hanno fatto circolare lo stesso sangue infetto
all’interno di un unico fragile corpo.
Gladio, Mattarella e il dopostragi
Pur non essendo più titolare di capacità investigativa, e dovendosi tenere
lontano da qualsiasi indagine in corso per non fornire pretesti ai suoi nemici,
Giovanni [Falcone] non resisteva all’attrazione fatale esercitata su di lui dai
casi più misteriosi del passato. Anche perché c’erano in campo sviluppi
clamorosi, come la rivelazione del segreto su Gladio fatta da Giulio Andreotti
alla fine del 1990.
La nostra interpretazione dell’evento fu che Andreotti, sentendosi scaricato
dalla connection atlantica post 1989, tentava di cautelarsi minacciando. Se non
gli fosse stata confermata la copertura delle scelleratezze che lo avevano
portato ventisei volte a discolparsi di fronte a commissioni parlamentari e
tribunali, avrebbe proseguito sulla strada della violazione di regole e segreti
imbarazzanti.
Andreotti aveva le sue ragioni. Il quadro internazionale era allarmante. La
matrice della rete Gladio, la Nato, lottava per la propria sopravvivenza. Dopo
la caduta del Muro, la perestrojka di Gorba?ëv e lo scioglimento del Patto di
Varsavia, il Patto atlantico era diventato di colpo obsoleto. Lo scioglimento
della Nato era entrato nell’agenda dei governi occidentali e non passava giorno
senza che qualcuno parlasse di disarmo e di pace.
Una ricaduta pratica di ciò fu l’indebolimento del ricorso al segreto di stato
per contrastare le indagini sulla strategia della tensione e sulla stessa
Gladio. Centinaia di agenti segreti, gladiatori, bombaroli, killer, custodi di
depositi di armi e di esplosivi rischiavano di finire in prigione. Assieme,
ovviamente, a centinaia di uomini d’onore con cui avevano collaborato.
Con la rivelazione su Gladio, Andreotti li aveva scaricati: da quel momento
in poi, «ognuno per sé e Dio per tutti». Ma li aveva anche messi con le spalle
al muro e obbligati al contrattacco.
La mafia di Stato entrò dunque in allarme rosso nel corso del 1991, e
l’allarme raggiunse Cosa nostra alla fine di quell’anno, dissipando la sicumera
mostrata dai suoi consiglieri di fronte alle misure antimafia del governo.
Avevamo percepito l’elettricità dell’aria. Ci incontrammo a casa mia, a
cena, alla fine del 1991. Falcone era rientrato dalla Sicilia, ed era in preda
a una apprensione tale da rifiutarsi di aprire bocca sui fatti all’ordine del
giorno finché tutti gli ospiti – magistrati, dirigenti della polizia e il mio
carissimo amico Sylos Labini – non si furono congedati. Rimasti soli, Giovanni
mi illustrò la sua visione delle cose. «Ho parlato con un po’ di gente dei
servizi “deviati” [per noi i deviati erano gli agenti fedeli alla Repubblica] e
sono stato a Palermo da Paolo Borsellino.
C’è lo scompiglio ovunque, sia in Sicilia sia qui. Temono che Andreotti li
abbia mollati per salvarsi la pelle dopo che gli americani hanno preso le
distanze da lui. Ha sbattuto loro in faccia Gladio a mo’ di ammonimento. Ma non
pare che abbia ricevuto rassicurazioni. Le due mafie sono sul piede di guerra
contro Andreotti e contro tutti. Prima di rivalersi direttamente contro di lui
sono decisi a farsi sentire alla grande. Contro di noi, ovviamente.» «Chi te
l’ha detto? Cosa hanno in mente di fare?» «Abbiamo sondato i pentiti che sono
ancora in contatto con i vertici di Cosa nostra e qualche dirigente dei servizi
nemico di Contrada. Non abbiamo ricavato niente di preciso, ma tutti fiutano
che si sta preparando qualcosa di grosso.» «È chiaro che se vogliono
sopravvivere» continuò il giudice, «devono ripetere quanto hanno fatto dieci
anni fa, quando si sono sbarazzati di La Torre e Mattarella.
Però stavolta è più difficile perché non hanno più le coperture di allora.
La Cia si disinteressa di loro, la Nato è quasi morta. Gli è rimasto Andreotti,
che non è poco, ma non è abbastanza. Gli altri politici sono allo sbando. E i
due ministri più cruciali stanno con noi. Non hanno altra strada che attaccare
su tutta la linea, far saltare il banco. E devono colpire sia noi sia
l’entourage di Andreotti.» «Dobbiamo accelerare le nostre cose: Dia, Dna, leggi
sui pentiti, Carnevale, tutto. Li dobbiamo fregare sul tempo. Devi stringere
ancora di più su Martelli. Io lo sto facendo con Scotti» affermai guardando
Giovanni negli occhi e notando quanto gli facesse bene sfogare i suoi pensieri
liberamente.
«Cosa intendi quando dici che vogliono ripetere La Torre e Mattarella?» gli
chiesi.
Ne seguì un lungo sfogo, che qui riassumo: «La Torre aveva un conto aperto
da decenni con Cosa nostra. Era il nemico più forte che avessero in Sicilia, e
gli aveva appena sparato contro una legge micidiale. Ma nel suo omicidio
c’entrano anche la P2 e Gladio, i super anticomunisti che lo odiavano per la
sua battaglia contro gli euromissili. Per di più, La Torre era diventato debole
anche nel suo partito. Non sapeva o non si rendeva conto che il Pci aveva
rinunciato a una opposizione frontale ai missili».
«E il delitto Mattarella?» gli chiesi. «Quel delitto è stato un caso Moro
bis. L’esecuzione fu opera di killer mafiosi e di terroristi neri inviati dalla
P2 e sostenuti, forse anche ospitati, dalla base Gladio di Trapani. Sto ancora
cercando riferimenti, e ho una buona fonte negli ambienti di destra» concluse
il giudice.
Si era quasi fatta l’alba, e dall’uscio del mio scomodo appartamento,
collocato al quinto piano e senza ascensore, vidi la sua figura che scorreva
agile lungo le scale guardando ogni tanto in su e rispondendo con il suo
sorriso mite e affettuoso ai cenni di saluto che gli indirizzavo. (…)
È difficile affermare con certezza se le stragi del 1992 siano state o no
un errore fatale di Cosa nostra. Falcone e Borsellino avevano già compiuto il
massimo dei danni? Oppure avrebbero completato l’opera dando il colpo di grazia
agli uomini d’onore?
La scelta stragista, in realtà, fu una strada obbligata. Dal punto di vista dei
vertici della mafia aveva una logica cogente. Le condanne del maxiprocesso
avevano messo Riina e soci di fronte al problema di non possedere più alcuna
protezione politica. I loro referenti non avevano avuto la forza di mantenere
le promesse di impunità, ed erano stati per giunta smascherati e messi nel
mirino delle procure e dell’opinione pubblica. Se i capi di Cosa nostra
avessero adottato la strategia del calati juncu ca passa la china («piegati,
giunco, che passa la piena»), si sarebbero dovuti rassegnare a passare in
carcere il resto dei propri giorni, oppure a restarvi per un tempo troppo
indefinito per essere accettabile.
Attendere gli esiti del cambio di regime in corso non era consigliabile, perché
non si intravedeva un nuovo blocco di potere paragonabile a quello della Dc e
dei socialisti. La sagoma minacciosa che si profilava all’orizzonte era
piuttosto quella di un esecutivo delle sinistre ancora più ostile alla mafia
dei governi di transizione del momento.
Quanto tempo ci sarebbe voluto per ricostruire, all’interno di un nuovo regime,
la catena di accordi perversi in grado di garantire la revisione del
maxiprocesso e una nuova impunità per gli uomini d’onore? Non era meglio
iniziare subito, quando la forza da mettere in campo era ancora consistente?
Il terrorismo mafioso, la sfida frontale allo Stato lanciata attraverso una
stagione di attentati, poteva essere la strada per negoziare – se non un
ritorno all’antica collaborazione con le istituzioni
– almeno una decente coesistenza con esse. «Si fa la guerra per poi fare la
pace» fu il concetto espresso in più occasioni da Riina. L’approdo finale verso
lo scontro cruento fu dovuto a due fattori. Il primo fu l’assenza di
interlocutori credibili dal lato dello Stato con i quali intavolare una
trattativa che rendesse superfluo il ricorso alle stragi. (…) Il secondo
fattore che condusse la mafia sulla strada delle stragi fu esterno a essa. La
spinta arrivò dagli altri soggetti della grande criminalità, a partire dalla
mafia di Stato. I sodali di Cosa nostra all’interno delle istituzioni e nel
business che venivano decimati dagli arresti, i massoni coperti, i finanzieri
d’avventura, i faccendieri spaventati da Mani pulite e dal vento di pulizia che
spirava nel paese non vedevano altra via d’uscita dalla crisi che quella più
estrema.
Per molti di loro, solo la licenza di uccidere goduta da Cosa nostra e dai
servizi di sicurezza messa a disposizione di un progetto eversivo in grande
stile poteva ridurre alla ragione le procure, le sinistre e i movimenti
antimafia. Sul governo ormai non si poteva più contare. (…)
Le bombe del 1993 si sono rivelate espressione della medesima strategia.
Nel primo episodio, avvenuto a Roma nel maggio di quell’anno, la vittima doveva
essere il giornalista Maurizio Costanzo. Con questo attentato Cosa nostra
riconosceva la rilevanza assunta dal sistema dell’informazione nella battaglia
contro di essa, perché il noto giornalista si era fatto interprete di
sentimenti antimafia molto diffusi.
L’eccidio di Firenze (cinque vittime) e gli attentati di luglio a Roma e Milano
(sei morti) hanno sancito invece l’inizio di una fase terroristica «pura». La
fisionomia è stata qui interamente politica, perché era venuta meno la valenza
tattica dell’evento, cioè la volontà di eliminare obiettivi specifici.
Si è trattato di megaintimidazioni, organizzate in tempi e luoghi tali da non
coinvolgere, se non casualmente, vittime innocenti.
Il loro scopo era multiforme: dimostrare la capacità offensiva della mafia.
Instillare il timore di azioni ancora più devastanti. Provocare una caduta del
consenso verso l’azione antimafia dello
Stato. L’opinione pubblica doveva essere indotta a ritenere troppo elevato, in
termini di rischio di vite umane, il «costo» della lotta senza quartiere alla
criminalità organizzata. La scelta della piazza adiacente alla basilica di San
Giovanni in Laterano a Roma per l’esplosione dell’ordigno era anche un monito
all’intera Chiesa, e una risposta al viaggio del papa in Sicilia.
Gli attentati del 1993 avvennero, inoltre, nel corso di una campagna di
delegittimazione dei pentiti che non raggiunse gli esiti sperati ma che fece
molto rumore. Totò Riina dichiarò in tribunale che i pentiti venivano manipolati.
Un folto gruppo di parlamentari democristiani presentò un esposto alla Procura
di
Roma per denunciare un presunto uso scorretto delle dichiarazioni dei
collaboratori di giustizia.
Non mancarono neanche azioni di disinformazione e depistaggio da parte della
mafia di Stato. Un’agenzia giornalistica collegata al Sismi tentò di confondere
le acque indicando i fondamentalisti
islamici come i veri mandanti delle stragi.
Gli attentati del 1993 non sono stati opera esclusiva della mafia: Buscetta ci
avvertì subito che la scelta di luoghi notissimi dove collocare gli ordigni (la
Galleria degli Uffizi, San Giovanni in Laterano), la dimestichezza con i codici
delle comunicazioni di massa, nonché la capacità di sondare gli ambienti della
politica non erano all’altezza di Cosa nostra.
Erano il prodotto di menti più raffinate, come emerso dalle indagini sul falso
attentato al treno «la Freccia dell’Etna» del settembre 1993, che misero in
luce la partecipazione di un alto dirigente del Sisde. Altre indagini sulle
decine di attentati minori che si svolsero quell’anno in Italia confermarono
questo quadro.
I servizi di sicurezza sono stati il più plausibile regista dell’Addaura, di
Capaci e di via D’Amelio. Occorreva seguire la firma apposta da loro stessi
un’ora e mezzo dopo la strage di Capaci. La
prima rivendicazione fu quella della Falange armata, una sigla che faceva capo
al servizio segreto militare e che fu usata per rivendicare tutte le stragi e
gli attentati di mafia del 1992-1993, nonché
come veicolo di messaggi e minacce alla politica, ai media e agli apparati di
polizia. La Falange armata poteva ricondursi a una divisione del Sismi, la
settima, composta da esperti in esplosivi e
tecniche di guerriglia urbana che aveva allarmato Paolo Fulci. La settima
divisione faceva capo alla rete Gladio, ed era su di essa che indagava Falcone
poco prima di morire.
ALCUNE PAROLE DI UN VECCHIO NEL TRENTESIMO ANNIVERSARIO DELLA STRAGE DI CAPACI - Peppe Sini
Doloroso e
doveroso e' il ricordo delle vittime della strage di Capaci.
Per chi ha la mia eta' e' uno strazio che non si estingue.
E una parte dell'animo tuo vorrebbe gridare lo scandalo per
quanto di osceno, necrofilo e pornografico vi e' nelle assordanti
proclamazioni, morbose vociferazioni, alienate e alienanti spettacolarizzazioni
che il regime della corruzione e la macchina della propaganda eruttano
incessantemente finanche in occasione delle commemorazioni, a farne merce e
menzogna, a falsificare l'orrore e a devastare le coscienze di chi non sa o ha
dimenticato.
L'altra parte del tuo animo ti chiede di tacere, di sottrarti
al chiasso, di tenerti in disparte, sideralmente lontano da chi ogni giorno
sulle tombe banchetta. Forse i morti amano il silenzio, il raccoglimento, la
solitudine. E quindi la pieta' puo' meglio esprimersi rinunciando ad aggiungere
parole. Ma troppe volte il silenzio puo' essere anche complicita' con la
menzogna e il male, omerta'. Non tacere quindi, anche se parlare ti e' faticoso
e accresce l'amarezza.
*
Ma so quale lotta si stava e si sta combattendo.
So chi erano e sono i nostri oppressori e assassini di allora
e di oggi.
So che il sistema di potere mafioso ha vinto, che ha vinto il
regime della corruzione, che ha vinto il modello di sviluppo di servitu', so
che ha vinto la barbarie consumista e narcotica. E so che tutte queste cose
sono tra loro connesse, sono tra loro coerenti e coese.
So che la resistenza del movimento delle oppresse e degli
oppressi in lotta per la liberazione comune dell'umanita' intera continua.
So che occorre difendere il diritto di ogni essere umano alla
vita, alla dignita', alla solidarieta'. E so che occorre difendere tutto
quest'unico mondo vivente che e' l'unica casa comune dell'umanita' intera,
quest'unico mondo vivente, naturale e storico, materiale e spirituale, di cui
tutte e tutti siamo insieme parte e custodi.
So che occorre contrastare e sconfiggere tutti i poteri
assassini.
So che occorre contrastare la violenza con la scelta nitida e
intransigente della nonviolenza.
So che solo la nonviolenza puo' salvare l'umanita'
dall'orrore e dalla catastrofe.
So che occorre sempre agire per salvare tutte le vite: e' il
primo dovere, e il primo diritto.
So che non possiamo resuscitare Giovanni Falcone ed i suoi e
nostri compagni che il potere mafioso ha ucciso, ma possiamo continuarne la
lotta, e cosi', almeno nel nostro sentire e pensare, almeno nel nostro dire ed
agire, almeno nel nostro restare umani solidali con tutti gli esseri umani e
col mondo, farli vivere ancora. E ancora. E ancora.
Qui non si arrende nessuno.
mercoledì 15 dicembre 2021
il patriota Berlusconi rischia di fare il presidente presidente
Il patriottismo è
l’ultimo rifugio delle canaglie - Samuel Johnson
una patria di nome
Mediaset e un patriota di nome Berlusconi – bortocal
questo non era in origine un post, ma un
commento all’amico gaberricci; mi ha chiesto di dargli visibilità in questa
forma e con l’occasione integro qualcosa: il tema è la definizione di patriota
data di Berlusconi recentemente dalla Meloni.
Ma su quale base l’ha detto? mi
ha chiesto.
. . .
ognuno di noi, perfino istintivamente, fa
molta fatica a farsi venire in mente in che cosa Berlusconi sarebbe stato
particolarmente patriottico nei lunghi anni nei quali ha governato (1994-95;
2001-2006; 2008-2011) e nell’ancora più lungo e ininterrotto periodo nel quale
ha comunque condizionato la politica italiana, dalla discesa in campo del 1993.
questo non è stato neppure veramente
interrotto dalla condanna nel 2013 a quattro anni di carcere per una massiccia
evasione fiscale che gli permise di creare fondi neri per 300 milioni di euro,
risparmiando 100 milioni di tasse, finiti sui conti correnti dei suoi
familiari, con artifici di bilancio nella sua società Mediaset.
la causa era durata più di dieci anni, la
pena effettiva scontata fu di un anno ai servizi sociali; venne poi anche
espulso dal Senato per indegnità, secondo la legge Severino.
e tuttavia la vicenda è sufficiente per
dire che tra Mediaset e lo stato italiano, Berlusconi ha scelto Mediaset, e
dunque questa è la sua vera patria.
del resto se quando entrò in politica
Berlusconi aveva accumulato 5mila miliardi di lire di debiti nella moneta del
tempo e oggi si ritrova un patrimonio dichiarato di 7 miliardi di euro, questo
dovrebbe essere sufficiente per stabilire da che parte batte il suo cuore.
. . .
peggio, Berlusconi ha perfino reso ovvia e
naturale l’idea che ogni politico agisca per il suo tornaconto personale: una
cosa considerata semplicemente mostruosa, prima della sua discesa in campo,
nella vecchia Italia democristiana.
– e qui, divago un attimo, il suo allievo
meglio riuscito si è rivelato Renzi (che è riuscito perfino a diventare
segretario del Partito Democratico) e che oggi ostenta addirittura come simbolo
di successo e motivo di vanto il suo affarismo personale al servizio
dell’Arabia Saudita e altri emiri.
ma di arabi ben si intende Renzi che nel
2016 rilevò in leasing dagli Emirati Arabi Uniti per 168 milioni di euro un
vecchio aereo Air Force di 300 posti, che era stato acquistato dagli arabi per
6,4 milioni di euro, ed oggi è un rottame abbandonato, che non è mai stato
usato; avrà ben diritto a qualche gratitudine.
. . .
ma, tornando al Berlusconi patriota di
Mediaset, è logico chiedersi come possa la Meloni considerarlo un patriota
dell’Italia e la risposta sta già scritta nel suo libro autobiografico, un
grande successo editoriale, che io non ho letto, ma trovo citato in un articolo
dell’Huffington Post.
qui la Meloni riprende l’interpretazione
che Berlusconi stesso ha dato della sua caduta nel 2011, avvenuta nel quadro di
una violenta manovra speculativa internazionale volta a far collassare il
paese, portando alle stelle gli interessi da pagare sui prestiti indispensabili
che ci venivano concessi per garantire stipendi statali e pensioni, e che non
era in grado contrastare, lasciandoli arrivare fino al 7%.
in quelle settimane, drammatiche allora
come oggi i mesi in cui la pandemia covid tocca le sue punte peggiori,
Berlusconi era impegnato a litigare col suo ministro delle Finanze, Tremonti,
poiché rifiutava gli interventi necessari; e contro la sua inerzia si mossero
l’Europa e la Banca Centrale Europea con un duro ultimatum all’Italia: una
dichiarazione di fallimento dello stato italiano, una crisi di tipo argentino,
per intenderci, avrebbe avuto conseguenze catastrofiche per l’euro e per
l’intera economia europea; logico che l’allarme fosse alle stelle.
del resto va collocata in questo stesso
quadro la concomitante crisi del regime libico di Gheddafi, strettamente legato
all’Italia berlusconiana, sulla base del Trattato di Bengasi, sottoscritto da
Berlusconi nel 2008, col quale l’Italia si impegnava a versare alla Libia
5mila miliardi di euro come risarcimento per l’occupazione coloniale.
alla fine però Berlusconi dovette prendere
atto che l’8 novembre non aveva più la maggioranza alla Camera: l’opposizione
si era astenuta dalla seduta e lui dispose dell’approvazione di 308 presenti,
rispetto ad una maggioranza parlamentare di 316, e quindi il 12 novembre si
dimise, sostituito immediatamente da Monti.
. . .
tutto regolare, allora?
ma Berlusconi ha subito preparato una
narrazione alternativa, presentandola come un colpo di stato contro di lui.
eppure il cuordileone si dimise
spontaneamente, appena la speculazione internazionale si gettò anche sulle
azioni Mediaset, facendone crollare il valore, oltre che sui nostri Buoni del
Tesoro; lui stesso indicò Monti come capo del governo al Presidente della
Repubblica, perché gli facesse da foglia di fico, e votò la fiducia e tutti i
suoi provvedimenti.
comunque, nella narrazione mitomane della
destra italiana tutto questo non conta, e la Meloni raccoglie questa leggenda,
naturalmente.
lei interpreta l’accaduto di dieci anni fa
così: “Il governo di centrodestra di Berlusconi andava tolto di
mezzo. […] Perché aveva a cuore la difesa dell’interesse
nazionale, rifiutava la subalternità rispetto a Francia e Germania, si
comportava da ciò che era, cioè il governo di una nazione fondatrice
dell’Unione europea, una delle principali potenze economiche mondiali, con un
ruolo geopolitico strategico che andava valorizzato”.
per chi se lo fosse dimenticato, in quegli
stessi mesi Berlusconi aveva dovuto mollare clamorosamente l’alleato Gheddafi,
messo sotto attacco soprattutto dalla Francia, dimostrandosi assolutamente
incapace di un’azione politica per difendere gli interessi ENI in Libia; e
Sarkozy in quell’occasione compiva anche un assassinio per interessi personali,
dato che la sua rielezione era stata abbondantemente finanziata da Gheddafi
stesso e ha voluto togliere di mezzo un testimone scomodo.
. . .
questa è l’idea dell’interesse nazionale
che ha la destra italiana, di cui la Meloni è oggi la leader più
attendibile: conflittuale in Europa, ma senza grandi strumenti operativi (il
bis di Mussolini nella seconda guerra mondiale, in fondo, in altro contesto).
ma colgo la palla al balzo per mettere a
punto qualche altra riflessione, citando ancora la Meloni dalle conclusioni del
suo recente convegno al quale sono andati ad omaggiarla tutti i leader
politici, compreso Letta che lei ha poi sbeffeggiato per questo: chapeau!
“La pacchia è finita: nelle prossime
elezioni del Quirinale il centrodestra ha i numeri per essere determinante e
noi vogliamo un presidente eletto per fare gli interessi nazionali e non del
PD. Non accetteremo compromessi, vogliamo un patriota. Il Pd cerca un
presidente della Repubblica che sia gradito ai francesi, io rimango di sasso,
ma tragicamente non mi stupisce, perché la sinistra ha fatto il procacciatore
degli interessi per il governo francese in maniera tragicamente palese. Palazzo
Chigi è di fatto l’ufficio stampa dell’Eliseo e Letta è il Rocco Casalino di
Macron. Ma vi rendete conto? Questo è l’europeismo a cui dovremmo piegarci? No
grazie”.
un calcio in culo direttamente all’accordo
di collaborazione con la Francia che ha rilanciato il nostro peso in Europa nel
dopo Merkel: in nome di quale alternativa? forse neppure l’alleanza con
l’Ungheria e la Polonia o le destre balcaniche: non si sa…
come se fosse possibile contare qualcosa a
livello internazionale al di fuori di un quadro di alleanze.
. . .
chiudo su questo, ma ridò la parola alla
Meloni a proposito del Pnrr:
“Ci hanno detto che sarebbero piovuti miliardi dall’Europa ma hanno
mentito. Sono risorse spalmate in diversi anni, concentrate sugli investimenti,
mentre nell’immediato ci potrebbe essere anche una contrazione dell’export e
consumi. […] Queste risorse sono molte ma sono a debito e non possiamo permetterci
di continuare a indebitare i nostri figli” – e poi prosegue perdendo il filo
logico del discorso: “per soldi che non arrivano in tempo dove dovevano
arrivate o per farli gestire da stranieri”.
sono parole abbastanza deliranti, anche se
ha sicuramente ragione nella riflessione sul debito, almeno in parte.
l’indebitamento progressivo del paese è la
strada che vede concordi TUTTE le forze politiche del paese, e non a caso c’è
un governo di unità nazionale per portare avanti questa politica, che
sottomette sempre di più il paese alla finanza.
il coraggio di una autentica svolta non
c’è, la perdita del consenso sarebbe assicurata; e nemmeno la Meloni la
sostiene; anzi protesta contro la novità che per la prima volta sembra che il
debito possa essere destinato ad investimenti per migliorare il sistema paese e
non ai consumi individuali, secondo la linea portata avanti dai 5Stelle.
e quindi conferma di fare parte
integralmente di questo sistema politico, anche se in apparenza protesta contro
l’indebitamento: lei cavalca la demagogia universale dell’indebitiamoci per
consumare di più.
del resto anche Letta, in una recente
intervista alla Stampa (mi pare, se non sbaglio il quotidiano) ha definito il
RILANCIO DEI CONSUMI come il principale obiettivo economico del Partito
Democratico: rilancio dei consumi, non investimenti…
. . .
ma, allora, come non restare un irriducibile novecentesco
nemico sessantottino del consumismo?
del resto allora, al posto di Letta e del
Partito Democratico, c’erano il Partito Comunista e Berlinguer, che prendeva un
terzo dei voti in nome dell’austerità.
LA PROPOSTA DI CANDIDARE BERLUSCONI A PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA È SEMPLICEMENTE AGGHIACCIANTE - Mattia Madonia
Nel gennaio del 2015, Matteo Salvini e Giorgia Meloni tennero una conferenza stampa congiunta per indicare il loro candidato alla presidenza della Repubblica: Vittorio Feltri. Sei anni dopo, siamo entrati di nuovo nella fase in cui i partiti devono cercare un nome per il Quirinale, e Salvini e Meloni stanno riuscendo nell’impresa di proporre l’unico nome più impresentabile di Feltri: Silvio Berlusconi.
Il leader della Lega da anni ripete che
“Berlusconi sarebbe un ottimo Presidente della Repubblica”, e in questi giorni,
dopo un incontro con i leader del centrodestra, ha confermato che se il
Cavaliere sciogliesse i dubbi l’intera coalizione lo voterebbe. Berlusconi,
l’altro giorno, ha dichiarato che “un
eroe è chi blocca un treno per Auschwitz, non un porto per il Green Pass”, nel
tentativo di apparire come un vecchio statista reso saggio dall’età. Sembrano
lontani i tempi in cui faceva battute sui kapò.
Probabilmente è vero che rispetto a Meloni e Salvini Berlusconi ha
un’attitudine politica più moderata, figlia del compromesso o della astuzia
dettata dal momento. Ma questo soltanto perché Meloni e Salvini in questi anni
hanno spinto la loro bussola politica fino ai poli dell’estremismo. Berlusconi
è sempre stato più abile: non è fascista, ma ha portato i fascisti al governo,
non è razzista con i meridionali ma ha governato per anni con la vecchia Lega
secessionista. Adesso sguinzaglia i suoi gregari, Brunetta in primis,
per far intendere una distanza dalle derive sovraniste, con l’ipocrisia di chi
è la colonna debole di un tavolo retto dai sovranisti per antonomasia. Ma la
cosa davvero disturbante dietro l’idea di Berlusconi Presidente della
Repubblica non risiede tanto nei giochi dei partiti, con i media già a fare la
conta e a ipotizzare i voti mancanti e possibili appoggi dei renziani, quanto
nella sua storia come uomo e come politico.
Sarebbe intollerabile avere come Presidente della Repubblica una persona condannata in via
definitiva per frode fiscale. Sì, frode fiscale, anche se per la maggior parte
degli italiani, essendo quella vicenda avvenuta in concomitanza con il bunga
bunga, Berlusconi è stato condannato per le famose “cene eleganti”. Nulla di
vero, ovviamente. Su quel versante ci sono ancora dei processi in corso, con condanne già per
favoreggiamento della prostituzione a carico di Emilio Fede e Nicole
Minetti, che orchestravano le vicende di Arcore tra ragazze, pagamenti e
ricatti. La condanna di Berlusconi riguarda invece l’evasione sui diritti
tv di Mediaset e gli stratagemmi per non pagare le tasse in Italia, lo stesso
Paese che dice di amare e vorrebbe rappresentare al Quirinale. Per raggiunti
limiti di età ha potuto evitare l’esecuzione in carcere e accedere alla misura
alternativa dell’affidamento in prova ai servizi sociali, svolgendo attività di
volontariato presso una casa di riposo di Milano.
Anche volendo tralasciare gli innumerevoli processi in cui si è salvato
grazie ad archiviazioni e proscioglimenti per intervenuta prescrizione o perché
il reato “non è più previsto dalla legge come reato”, quasi sempre per
l’effetto di leggi ad personam, e non in forza di assoluzioni con formula
piena, resta l’impronta del Berlusconi politico e del berlusconismo come
degrado morale e culturale del Paese.
Berlusconi, eventualmente, sarebbe anche il successore di Sergio
Mattarella, fratello di Piersanti
Mattarella, ucciso dalla mafia. Berlusconi ha fondato Forza Italia con Marcello
Dell’Utri, condannato in via
definitiva per concorso esterno in associazione mafiosa. Dell’Utri ha
rappresentato il ponte tra l’universo mafioso e l’impero berlusconiano. Negli
anni Settanta Berlusconi ospitò nella sua villa di Arcore il boss di Cosa
Nostra Vittorio
Mangano, ufficialmente come “stalliere”. Fu mandato direttamente da Dell’Utri per
proteggere la famiglia del Cavaliere. Poco prima di venire ucciso, il giudice
Paolo Borsellino indicò Mangano
come una “testa di ponte della mafia nel Nord Italia”.
Nel mentre l’attività
imprenditoriale di Berlusconi esplose con Fininvest e
l’avvento della tv commerciale, resa possibile grazie a escamotage legali e
l’aiuto della politica. La discesa in campo del 1994 fu soltanto la conseguenza
di una carriera piena di ombre a cui mancava solo la certificazione politica.
Berlusconi prima modificò il DNA degli italiani attraverso il vuoto ideologico
delle sue televisioni, poi li usò come teste d’ariete per sfondare in politica
e ottenere i loro consensi. Una volta raggiunto il potere, fece del Parlamento
il suo secondo ufficio tra compravendita di senatori, leggi ad hoc per
scongiurare condanne e scene imbarazzanti, come quando fu stabilito per
votazione che Ruby era la nipote del presidente egiziano Mubarak. Il tutto a
scapito del Paese, che adesso dimentica che l’ultimo governo targato
centrodestra, con Berlusconi premier, la Lega nell’esecutivo e Meloni
addirittura ministra, portò l’Italia a un passo dal default economico.
Lo spread schizzato alle stelle, i leader europei che ridevano delle
dichiarazioni di Berlusconi in diretta internazionale, il rischio concreto di
finire come la Grecia furono gli elementi che portarono alla caduta del suo
ultimo governo e all’arrivo delle lacrime e sangue di Mario
Monti. Se oggi Salvini tuona contro la legge Fornero e l’austerità montiana, è
anche merito dello stesso Berlusconi che ora immagina al Quirinale. Tra
l’altro, anche Giorgia Meloni votò la legge Fornero. La verità è che per anni
si sono sprecate le analisi sul Berlusconi “mascalzone”, sui binari paralleli
alla sua attività politica, mettendo in secondo piano i disastri perpetrati
come presidente del Consiglio. Un ruolo che ha ricoperto a lungo, avendo vinto
le elezioni tre volte. Quindi sono sacrosante le riflessioni sul berlusconismo
come fenomeno deleterio a livello antropologico, una condanna a livello
internazionale quando le associazioni sul nostro conto erano maccheroni-pizza-mafia-Berlusconi.
Ma a questo va di pari passo un’incapacità gestionale della cosa pubblica,
proprio perché resa privata, una faccenda personale del Cavaliere che per un
ventennio ha trattato l’Italia come fosse la sua azienda, riuscendoci.
Lui stesso ha usato tutti i mezzi a sua disposizione per sviare
l’attenzione dalla scarsa azione politica dei suoi governi. Il primo metodo,
mutuato dal maccartismo, è stato quello di creare il fantasma del comunismo.
Tutti i nemici erano dei comunisti, dalla magistratura rossa agli avversari
politici. È riuscito a far passare come comunista persino Marco Travaglio, ovvero
un liberale di destra.
L’altra operazione è invece legata alla figura del martire, del
perseguitato dalla giustizia. Tutt’ora quando deve presentarsi a un processo
Berlusconi appare come un ottantacinquenne vecchio e malato; ma quando si
ipotizza una sua candidatura al Quirinale torna a sfoggiare il sorriso da
eterno giovane davanti alle telecamere.
Adesso Berlusconi sa che il principale avversario per la corsa al Quirinale
è Mario Draghi. Dichiara dunque che
lo vede meglio come premier. A livello di strategia comunicativa è sempre stato
un passo avanti a tutti. Purtroppo.
Con un curriculum del genere, tra vicende giudiziarie, una condanna per
frode fiscale, vicinanze a soggetti legati ad ambienti mafiosi e disastri
politici, Berlusconi dovrebbe essere l’ultimo della lista come nome per
ricoprire quel ruolo. Passare da Mattarella a Berlusconi sarebbe uno degli
smacchi più gravi della nostra storia repubblicana. Un’ipotesi in grado di
farci quasi rimpiangere l’ipotesi Feltri, che avrebbe fatto un discorso di fine
anno agli italiani ringraziando tutti i cittadini, “anche i froci, i negri e i terroni”.
