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sabato 24 maggio 2025

33 anni dagli omicidi di Falcone e Borsellino

 

Capaci, geopolitica di un colpo di stato - Giuseppe Masala

Trentatre anni fa, Giovanni Falcone, sua moglie e gli agenti della scorta persero la vita in un terrificante attentato che cambiò il volto della Repubblica e deviò il corso delle nostre vite. Ma questo lo scoprimmo trenta anni dopo.

All'epoca, per noi ragazzi delle superiori le cose erano semplici: si trattava del colpo di coda degli uomini della prima Repubblica ormai morente. Eravamo in piena Tangentopoli; ormai avevamo le prove, gli uomini che ci governavano erano ladri, disonesti, corrotti. Le voci sulle collusioni tra gli uomini della Prima Repubblica e la Mafia, poi, erano assordanti. Bastava sfogliare la Repubblica di Scalfari ed era un continuo florilegio di allusioni sulle collusioni della DC siciliana con Cosa Nostra: basti pensare al “Caso Ciancimino” o all'omicidio del plenipotenziario andreottiano Salvo Lima avvenuto poche settimane prima rispetto alla Strage di Capaci. Le cose erano semplici agli occhi di noi ingenui ragazzini: tutto portava verso la DC e verso gli uomini della Prima Repubblica.

Ma come sempre accade, mentre si fanno grandi teoremi, il diavolo, agisce nei dettagli. Negli spazi tra le righe, dove solo chi ha l'occhio vigile può vedere. Chi ha avvisato gli esecutori materiali della strage che quel giorno e a quell'ora Falcone sarebbe rientrato in Sicilia? Chi ha fornito la ragguardevole quantità di esplosivo (circa 500 Kg di due tipi diversi dei quali uno militare) necessaria a far saltare in aria l'autostrada? Come mai nessuno si accorse del lavoro di “minamento” dell'autostrada che presumibilmente si è protratto per giorni?

Domande cruciali che forse, con il tempo, sarebbero emerse, magari anche grazie a qualche commentatore indipendente e onesto. Ma all'epoca a tanti, troppi, tutto appariva chiaro. E tempo per farsi domande non ce n'era. In breve tempo in una strage gemella a quella di Capaci, perse la vita il giudice Borsellino e la sua scorta. E anche qui, i misteri non si contano, a partire dal materiale sparito dalla sua borsa.  

I mesi successivi furono una tempesta d'acciaio e fuoco, dove persero la vita decine di persone in stragi (Milano, Firenze e Roma) definite dai commentatori “di stampo politico-mafioso”. Dove logicamente il politico andava inteso come l'estremo e criminale tentativo degli uomini della Prima Repubblica di rimanere attaccati al potere.

Dovevano essere proprio stupidi gli uomini della Prima Repubblica, che realizzavano stragi delegittimandosi ancora di più agli occhi degli italiani. Infatti nel giro di poco tempo furono fatti sgomberare dalle istituzioni. Finalmente i buoni avevano vinto. Quei buoni che ci promettevano la Città di Dio Europea, il Nuovo Giardino dell'Eden da conquistare al costo di qualsiasi sacrificio: dai tagli draconiani al Welfare, alla privatizzazione delle imprese pubbliche e del sistema bancario, alla erosione dei diritti sociali e legati al lavoro. Noi giovani di allora, volevamo l'Europa e la avemmo.

Nel corso degli anni le voci – sempre più insistenti – di una trattativa tra stato e mafia divennero sempre più insistenti fino a quando fu lo stesso Ministro della Giustizia di allora, Giovanni Conso a dichiarare la commissione parlamentare antimafia l’11 novembre del 2010.che nel novembre del 1993 non rinnovò oltre trecento provvedimenti di 41 bis, il carcere duro per detenuti mafiosi con la seguente motivazione che definire illogica è poco: “Ho preso quella decisione in totale autonomia per fermare la minaccia di altre stragi e non ci fu nessuna trattativa”. Come esimio Ministro, non ci fu trattativa ma ci fu comunque un accordo per il quale lei non rinnovò i provvedimenti di 41 bis mentre i mafiosi cessavano la politica stragista? Singolare affermazione che lasciò sbalorditi.

Sbalorditiva fu anche la circostanza (mai del tutto chiarita) emersa anni e anni dopo, secondo la quale il Capo dei Capi Totò Riina, in piena epoca delle stragi politico-mafiose, era dotato di telefono in cella.  L'epoca in cui si verifico questa circostanza, era sempre quel fatidico 1993 dove Palazzo Chigi era retto da Amato e Ministro di Grazia e Giustizia era sempre l'Esimio Conso che, per carità, sarà stato all'oscuro di tutto, ma il responsabile delle carceri era sempre lui.

Ma lo Tzunami delle rivelazioni che stanno riscrivendo la storia di quegli anni non colpisce solo la politica di allora ma anche la Magistratura. Clamorose sono le notizie giunte dalla Sicilia dell'iscrizione nel registro degli indagati di due super giudici di allora: il procuratore Pignatone indagato per aver insabbiato il filone di inchiesta “Mafia e Appalti” e l'ex pm del pool antimafia di Palermo Gioacchino Natoli indagato per i reati di favoreggiamento alla mafia e calunnia sempre in relazione alle indagini sul filone “Mafia e Appalti”.

Tutto appare più nebuloso e sfumato rispetto a quegli anni dove eravamo certi di sapere chi erano i buoni e chi i cattivi. Certo le accuse vanno provate ma la sensazione è che in quegli anni in Italia si combatté una battaglia senza esclusione di colpi per la conquista del potere e per indirizzare il paese verso scelte di natura economica, politica e geopolitica.

In altri termini, appare sempre più evidente che in quegli anni andava demolito il vecchio sistema della Prima Repubblica, non più funzionale rispetto alle scelte che si erano fatte a livello internazionale dopo la caduta del Muro di Berlino: gli uomini della Prima Repubblica andavano cacciati dalle istituzioni sia con la strategia giudiziaria (tangentopoli) che con lo strumento cruento della destabilizzazione stragista. Non possiamo escludere che molti (anche tra gli inquisiti di oggi) fossero inconsapevoli pedine di un gioco più grande di loro,  visibile oggi ma incomprensibile in quei giorni, se non ad una élite seduta nell'empireo degli intoccabili ed innominabili che aveva deciso di portare l'Italia in Europa e soprattutto di farle cambiare volto: dal sistema economico misto pubblico-privato a quello ultra-liberista degli ultimi trenta anni.

da qui


 

martedì 23 aprile 2024

La Barbera, il poliziotto delle torture al G8 di Genova, persona fidata di De Gennaro, accusato di essere figura centrale del depistaggio sull’assassinio di Borsellino

 

La Barbera, uomo fidato di De Gennaro e dietro le quinte delle brutalità e torture poliziesche al G8 di Genova, era noto anche per come trattasse la devianza e la delinquenza comune a Roma al pare di nemici terroristi da sterminare senza darsi troppe preoccupazioni deontologiche e di rispetto delle norme democratiche. Ma ecco che adesso si scopre qualcosa in più: era anche a servizio della mafia come dei servizi deviati.

Figura centrale di questo depistaggio è Arnaldo La Barbera. Mi auguro di non sentire affermazioni, da parte della difesa, sul fatto che si processano i morti, chi non è in grado di difendersi, sugli schizzi di fango, così come fatto in primo grado. Perché al di là delle frasi ad effetto mi piacerebbe capire cosa dovrebbe fare un pubblico ministero quando c’è l’ipotesi di un’azione delittuosa concorsuale nel momento in cui la figura centrale è deceduta. “Dovremmo archiviare anche per gli altri? E nemmeno si possono omettere tutte le argomentazioni che riguardano la figura centrale“. Lo ha detto il pm Maurizio Bonaccorso, applicato alla procura generale, iniziando la sua requisitoria nel processo sul depistaggio delle indagini sulla strage di via D’Amelio che si celebra a Caltanissetta nei confronti dei poliziotti Mario Bo, Fabrizio Mattei e Michele Ribaudo. Tutti ex appartenenti al gruppo di indagine Falcone-Borsellino con a capo Arnaldo La Barbera.

“Dobbiamo partire – ha continuato Bonaccorso – dalle risultanze su Arnaldo La Barbera che ci danno l’immagine di un soggetto che è un ponte tra due mondi, quello di Cosa Nostra e quello dei servizi deviati, entrambi interessati al mancato accertamento della verità. Alla scorsa udienza ho iniziato la requisitoria parlando dell’anomala collaborazione, per non dire inquietante, tra la procura di Caltanissetta e il Sisde nella fase preliminare delle indagini.

Questa collaborazione nasce dall’ostinazione del dottore Tinebra, allora procuratore di Caltanissetta, che all’indomani della strage sollecitò una collaborazione con il Sisde. La cosa singolare è che l’attività del Sisde, anziché entrare in collisione con l’attività della Squadra Mobile di Palermo, si salda perfettamente con essa. Il Sisde veste di mafiosità Vincenzo Scarantino, che fino ad allora era stato un delinquente comune”. Vincenzo Scarantino era definito come un “picciotto” del quartiere della Guadagna che si occupava all’epoca di furtarelli e sigarette di contrabbando.

“Fondamentale è il tema dell’agenda rossa. Abbiamo una serie di fonti dichiarative che ci confermano l’importanza per Borsellino di questa agenda rossa. In questa agenda lui annotava una serie di riflessioni sulla strage di Capaci nella speranza di essere sentito a Caltanissetta”. Così il pm Maurizio Bonaccorso nella sua requisitoria fiume nel processo sul depistaggio delle indagini sulla strage di via D’Amelio, che si celebra a Caltanissetta in corte d’Appello.

“La signora Agnese Piraino Borsellino – ha continuato Bonaccorso – ha spiegato che, nella certezza di essere ucciso, Borsellino aveva cominciato a usare due agende, quella grigia e quella rossa, dove annotava sue riflessioni. Il secondo dato è la presenza dell’agenda rossa nella borsa di Borsellino il 19 luglio 1992. Abbiamo sul punto le dichiarazioni della dottoressa Borsellino che ci dice: papà aveva tre agende, una marrone, dove metteva qualche dato e numeri di telefono, l’altra grigia, dove annotava alcune cose, e quella rossa che per lui era importantissima.

Quella mattina aveva portato l’agenda con sé perché non verrà ritrovata a casa dei familiari. In macchina venne accompagnato dal figlio Manfredi che gli porta la borsa e gliela consegna. E l’agenda era in quella borsa. Quando Borsellino scende dalla macchina in via D’Amelio non ha con sé in mano l’agenda rossa. Primo perché lui guida la macchina e poi dalle testimonianze emerge che il dottore Borsellino, prima di andare a citofonare alla madre, si accende una sigaretta.

Quindi aveva in una mano la sigaretta e nell’altra l’accendino, quindi non poteva avere l’agenda in mano. Altro dato su quale abbiamo certezza è l’inesistenza di una seconda borsa di Borsellino”. “Altro dato significativo – prosegue è che questa agenda non è stata più trovata, quindi qualcuno se n’è appropriato.

E non è qualcuno di Cosa Nostra. Perché non è pensabile che sulla scena della strage ci fossero dei mafiosi intervenuti per appropriarsi dell’agenda rossa. Altro dato è che la borsa ricompare nella stanza di Arnaldo La Barbera a mesi di distanza, in maniera irrituale, senza che sia stato fatto un verbale di sequestro, e soprattutto viene riconsegnata in maniera irrituale alla famiglia di Borsellino”.

 “Arnaldo La Barbera era a libro paga dei Madonia”. Lo ha detto il pm Maurizio Bonaccorso nella sua requisitoria ripresa questo pomeriggio nel corso del processo sul depistaggio delle indagini sulla strage di via D’Amelio che si celebra a Caltanissetta dinanzi alla Corte d’Appello presieduta dal giudice Giovanbattista Tona. In aula anche il procuratore generale Fabio D’Anna e il sostituto procuratore generale Gaetano Bono.

Bonaccorso questa mattina aveva già parlato di finanziamenti all’ex capo della Squadra Mobile, Arnaldo La Barbera da parte del Sisde. “Il dottore Arnaldo La Barbera – ha continuato Bonaccorso – aveva un tenore di vita altissimo. Abbiamo accertato che Arnaldo La Barbera versava continuamente soldi sul suo conto corrente. In un anno circa 100 milioni di lire. Difficile credere che si potesse trattare di trasferte. Neanche avesse fatto il giro del mondo.

Quello che è significativo sono le modalità in cui questo contante viene versato. Nel ’91 c’è un solo versamento di 8 milioni di lire, nel ’92 questa persona di colpo cambia abitudini rispetto alla sua attività bancaria e comincia a fare versamenti continui per importi davvero consistenti. Certamente non sono tutti proventi illeciti ma questo dato ci conferma quello che hanno detto i collaboratori Vito Galatolo e Francesco Onorato e cioè che La Barbera era a libro paga dei Madonia.

Quindi abbiamo un personaggio ambiguo che da un lato viene costantemente finanziato dal Sisde. Dall’altra parte abbiamo i collaboratori che ci raccontano di un rapporto con la mafia”.

Sui rapporti tra La Barbera e la mafia il pm ha richiamato un episodio raccontato nel corso del processo da parte del collaboratore di giustizia Vito Galatolo. “Vicolo Pipitone – dice il pm – era il luogo dove si sono fatti i più importanti summit di mafia, dove venivano fatti omicidi. Da lì partivano anche i commando per uccidere. Il collaboratore di giustizia Vito Galatolo, chiamato a testimoniare durante questo processo, ci ha detto che vide Arnaldo La Barbera entrare in vicolo Pipitone in due episodi per incontrare suo zio Pino Galatolo che in quel periodo era ai domiciliari, e quindi non poteva uscire”.

 

Fonti:

https://www.ansa.it/sicilia/notizie/2024/04/16/borsellino-pm-la-barbera-figura-centrale-del-depistaggio_0e704435-e261-429c-a926-3cd6f8e64c9a.html

https://www.ansa.it/sicilia/notizie/2024/04/16/borsellino-pm-la-barbera-a-libro-paga-anche-della-mafia_ede8ddb9-6f13-4eb4-8004-cd27ce3a5c04.html

 

da qui

martedì 13 giugno 2023

lutto nazionale, ma non per tutti

 


disegno di Antonio Cabras


scrive Tomaso Montanari:


“Scrivo a tutta la comunità per assumermi la responsabilità di una scelta, evidentemente controcorrente, in occasione della scomparsa di Silvio Berlusconi.
Di fronte a questa notizia naturalmente non si può provare alcuna gioia, anzi la tristezza che si prova di fronte ad ogni morte. Ma il giudizio, quello sì, è necessario: perché è vero che Berlusconi ha segnato la storia, ma lo ha fatto lasciando il mondo e l’Italia assai peggiori di come li aveva trovati. Dalla P2 ai rapporti con la mafia via Dell’Utri, dal disprezzo della giustizia alla mercificazione di tutto (a partire dal corpo delle donne, nelle sue tv), dal fiero sdoganamento dei fascisti al governo alla menzogna come metodo sistematico, dall’interesse personale come unico metro alla speculazione edilizia come distruzione della natura. In questo, e in moltissimo altro, Berlusconi è stato il contrario esatto di uno statista, anzi il rovesciamento grottesco del progetto della Costituzione. Nessun odio, ma nessuna santificazione ipocrita. Ricordare chi è stato, è oggi un dovere civile.
Per queste ragioni, nonostante che la Presidenza del Consiglio abbia disposto (https://www.governo.it/it/articolo/bandiere-mezzasta-sugli-edifici-pubblici-e-lutto-nazionale-la-scomparsa-del-presidente) le bandiere a mezz’asta su tutti gli edifici pubblici da oggi a mercoledì (giorno dei funerali di Stato e lutto nazionale), mi assumo personalmente la responsabilità di disporre che le bandiere di Unistrasi non scendano.
Ognuno obbedisce infine alla propria coscienza, e una università che si inchini a una storia come quella non è una università.
Col più cordiale saluto,

il Rettore

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Tomaso Montanari
Professore ordinario di Storia dell’arte moderna
Rettore dell’Università per Stranieri di Siena



sabato 11 marzo 2023

Il lato oscuro della trattativa Stato-mafia, Cavallone: “Chi sapeva oltre ai vertici del Ros?” - Simona Tarzia

 

Una lettura lucida che va oltre la sentenza d’appello, da magistrato con quarant’anni di esperienza sul campo 

Cominciamo dalle motivazioni, naturalmente. Perché è qui, nella logica giudiziaria, che si gioca la ragione ufficiale garantita dallo Stato e perché, a volte, questa ragione non è la stessa in tutte le sentenze.
Partiamo da qui. Da un dato di fatto inoppugnabile, e cioè che le conclusioni di primo e secondo grado sulla cosiddetta “Trattativa Stato-mafia” sono diverse tra loro come il giorno e la notte.

Perché? È solo un fatto di interpretazione del diritto? “Quello che è stato affermato in primo grado e tutto sommato riconosciuto in appello è che ci fu un colloquio con i vertici di Cosa Nostra per evitare che fossero commessi ulteriori reati” spiega Roberto Cavallone, già Procuratore di Sanremo e poi Sostituto Procuratore Generale alla corte d’Appello di Roma, che sottolinea a Fivedabliu come i magistrati di secondo grado abbiano ritenuto provata la condotta materiale del reato contestato ai tre ufficiali del Ros – i generali Mario Mori e Antonio Subranni, e il colonnello Giuseppe De Donno -, ma che “sebbene questa ‘improvvida’ interlocuzione ci fu davvero, venne portata avanti senza dolo. Cioè senza collusione con il potere mafioso”. In sintesi, i carabinieri sono stati assolti “perché il fatto non costituisce reato”.
Ricorda Cavallone: “Il prefetto Mori si è sempre difeso ammettendo soltanto di aver avuto come interlocutore l’ex sindaco di Palermo, Vito Ciancimino, ma come fa ogni ufficiale di polizia giudiziaria con i suoi informatori. Non ha detto nulla di più e nulla di meno”. 

Un dialogo in buona fede con Cosa nostra

Un dialogo in buonafede per scongiurare altre stragi. È anche la tesi delle difese che hanno sempre sostenuto come “compete al potere esecutivo e alle forze dell’ordine promuovere tutte le iniziative ritenute necessarie per prevenire l’ulteriore commissione di così gravi crimini”.
Scrive la Corte d’Appello che “il disegno era quello di insinuarsi in una spaccatura che si sapeva già esistente all’interno di Cosa Nostra e fare leva sulle tensioni e i contrasti che covavano dietro l’apparente monolitismo dell’egemonia corleonese per sovvertire gli assetti di potere interni all’organizzazione criminale, assicurando alle patrie galere i boss più pericolosi e favorendo indirettamente lo schieramento (quello fedele a Bernardo Provenzano, n.d.r.) che, per quanto sempre criminale, appariva ed era meno pericoloso per la sicurezza dello Stato e della collettività rispetto a quello artefice della linea stragista”.
E che sia difficile da accettare che dei carabinieri possano essere collusi con i mafiosi lo rimarca anche Cavallone che sottolinea come “sia poco credibile nella misura in cui questa accusa evidentemente non riguarda una singola persona ma il vertice di un’articolazione dell’Arma. Cioè noi dovremmo arrivare ad affermare che una parte importante dell’Arma dei Carabinieri era collusa con i mafiosi. Anch’io ritengo che questo sia difficile”.

Chi sapeva oltre ai vertici del Ros?

Eppure una trattativa “a metà strada tra quella politica e quella di polizia” c’è stata, e ce lo dicono i giudici. Commenta Cavallone: “Il problema sa qual è? Che se questa è la verità giudiziaria, siamo al di là di quello che è il semplice rapporto tra ufficiale di polizia giudiziaria e informatore, e allora occorrerebbe capire da chi hanno avuto la delega“.
E qui, da magistrato con quarant’anni di esperienza sul campo, smentisce che i carabinieri possano aver agito in solitudine, perché “dobbiamo sempre tenere presente che il Ros, ma qualsiasi altra forza di polizia giudiziaria, quando ha una delega per le indagini risponde al pubblico ministero o, se agisce in qualità non di polizia giudiziaria ma di polizia di prevenzione, deve avere un’autorizzazione dai suoi vertici” continua. “Nel caso dei carabinieri, devono avvisare il comandante generale dell’Arma perché il Ros dipende direttamente da lui. Vista la delicatezza della vicenda, immagino che il comandante generale sarà tenuto ad avvisare il Ministro dell’Interno che avviserà il Presidente del Consiglio dei ministri e forse anche il Presidente della Repubblica. Siamo in un ambito che è diverso da quello della polizia giudiziaria, siamo più vicini all’area di competenza dei servizi segreti per capirci. E comunque, anche se si fosse trattato di un’operazione di intelligence, immagino che dovesse esserci un’autorizzazione. Nel caso dei servizi segreti il nulla osta lo dà la presidenza del Consiglio dei ministri“.
Se un’autorizzazione c’è stata, oggi noi non lo sappiamo. Anzi, la sentenza d’appello dice chiaro e tondo che i carabinieri non obbedirono agli ordini di nessun politico, meno che mai di un uomo delle istituzioni.

Non è la prima volta che lo Stato scende a patti con la mafia

Lo Stato è già sceso a patti con la mafia. Lo ha fatto e continua a farlo per ottenere informazioni dai pentiti. Ma per i giudici di primo grado i carabinieri avrebbero fatto una fuga in avanti, oltre i limiti della legge.
“Il rapporto con il collaboratore di giustizia è un rapporto molto trasparente ed è previsto dal nostro ordinamento”, mette in chiaro Cavallone spiegando come funziona: “Il pentito deve ragguagliare l’autorità giudiziaria entro un arco di tempo ben determinato su tutto ciò di cui è venuto a conoscenza durante il periodo in cui ha agito all’interno dell’organizzazione. Per questa sua attività può beneficiare di sconti di pena perché sono previste delle attenuanti per le attività di collaborazione e se c’è un concreto pericolo di vita, come in genere accade, è sottoposto a un programma di protezione. Questo è il rapporto trasparente che c’è tra il collaboratore di giustizia e l’autorità giudiziaria. A monte, si fanno dei colloqui investigativi e se effettivamente il soggetto è degno di interesse, il pubblico ministero raccoglie le informazioni in sintesi che possono essere utili alle varie indagini in corso su tutto il territorio nazionale. Queste informazioni vengono infine ripartite per competenza attraverso le varie DDA. In questo caso la trasparenza non c’è stata, non sappiamo se qualcuno ha dato l’okay per questa sorta di trattativa“.

 

Dell’Utri e l’ultimo miglio

E torniamo al punto di partenza. Chi sapeva oltre ai vertici del Ros? E soprattutto: come faceva Silvio Berlusconi, al suo primo governo nel 1994, ad essere all’oscuro di tutto? Come faceva a non sapere delle minacce che i boss stragisti Bagarella e Brusca, loro sì riconosciuti colpevoli anche in secondo grado, recapitavano a Marcello Dell’Utri attraverso l’ex stalliere di Arcore Vittorio Mangano?
Il nodo dell’assoluzione del cofondatore di Forza Italia sta tutto qui.
Altro imputato eccellente del processo sulla Trattativa e già condannato in via definitiva nel 2014 per concorso esterno in associazione mafiosa, Dell’Utri è stato assolto dal reato di “minaccia a corpo politico” dalla Corte d’Assise d’Appello “per non aver commesso il fatto”.
Per i giudici mancherebbe “l’ultimo miglio”, così lo chiamano.
Per capirci: appurato che nel 1994 Dell’Utri ha incontrato Mangano almeno due volte; appurato che “Mangano ha appreso, in assoluta anteprima, della modifica del regime processuale dell’arresto per 416-bis”; appurato che Dell’Utri “aveva piena conoscenza” del progetto ricattatorio di Cosa nostra che mirava a stipulare con lo Stato una tregua normativa a suon di bombe per ripristinare quel patto di coesistenza pacifica che aveva disegnato la storia della prima Repubblica e che Totò Riina considerava tradito dalle condanne definitive del maxi processo di Palermo; manca la prova provata della trasmissione delle intimidazioni a Berlusconi. Quindi nessuna minaccia a corpo politico, nessun delitto.

È una lettura credibile? “Il ragionamento logico vuole che la persona minacciata venga avvertita”, dice Cavallone. “Ma questo è un pensiero da cittadino qualunque. Certo è che anche nell’esperienza pratica ogni volta che noi facevamo un’indagine e risultavano delle possibili linee di rischio a carico di persone che ricoprivano incarichi istituzionali si avvertiva la Prefettura per prevedere la predisposizione di adeguati strumenti di protezione. Poi naturalmente vado dall’interessato. Come fai a non avvisarlo? Non può essere difeso a sua insaputa, per fare una battuta”.

La prova logica: congettura o realtà?

Al fatto che Dell’Utri le minacce al Cavaliere le avesse riportate, i giudici di primo grado invece ci credevano davvero e in sentenza mettevano nero su bianco che vi erano “ragioni logico-fattuali che conducono a non dubitare che Dell’Utri abbia effettivamente riferito a Berlusconi quanto di volta in volta emergeva dai suoi rapporti con l’associazione mafiosa Cosa nostra, mediati da Vittorio Mangano”. Un’argomentazione che non ha persuaso i magistrati d’Appello, convinti che la cosiddetta “prova logica” vada utilizzata con più moderazione.
Punti di vista diversi sui quali farà chiarezza la Cassazione.

Ma cosa si può aspettare la Procura generale se farà ricorso? “La Cassazione può interloquire solo in sede di errore di interpretazione della legge o errore nella motivazione della sentenza”, risponde Cavallone aggiungendo che la Corte “non può rivalutare le prove che sono state esaminate in primo e in secondo grado perché questa è una questione che attiene al merito, né è in grado di valutare le dichiarazioni di un collaboratore perché non ha gli atti”.
Agli Ermellini in effetti “non arriva tutto quell’enorme fascicolo che hanno in mano i giudici di primo e di secondo grado ma soltanto l’atto impugnato, cioè la sentenza, queste 3.000 pagine, e i vari atti di impugnazione. Il compito della Cassazione è soltanto quello di fare un’analisi della sentenza e verificare se ci sono quei vizi di interpretazione e applicazione della legge, o quei vizi di motivazione che sono stati denunciati nel ricorso. Questo è il compito della Cassazione”. Punto. “Quando trova delle incongruenze nella motivazione allora può annullare la sentenza con rinvio ad altra sezione della Corte d’Assise d’Appello che riesamina la questione”.
E la diversità di vedute sulla prova logica? “La Corte ha più volte affermato che la prova logica ha pari dignità di tutte le altre prove quando è supportata da elementi che inducono a ritenere degno di considerazione il ragionamento svolto dal giudice”. Quindi questo dell’ultimo miglio “potrebbe essere uno dei passaggi eventualmente soggetti a ricorso”.

Gli affari si fanno in silenzio

Chi contesta le motivazioni dei giudici d’appello ha parlato di una sentenza che legittima la cosiddetta zona grigia. “No, assolutamente no”. Non lascia spazio ai dubbi Cavallone che risponde che “lo Stato non può avere il doppio binario. Eventualmente la zona grigia è tipica dei servizi di informazione che però rispondono ad altre esigenze che non sono quelle dell’assicurazione dei colpevoli alla giustizia ma sono quelle della salvaguardia dell’interesse nazionale, che potrebbe essere anche nella vita di un rappresentante delle istituzioni. Non lo so, però mi chiedo sempre come questi personaggi di così basso livello possano arrivare a colpire un’istituzione se l’istituzione non gliene dà la possibilità”.
Perché i mafiosi, “per quello che conosco io del mondo mafioso”, non sono così “ferrati”, dice Cavallone che non perde l’occasione per mettere in chiaro alcuni concetti che, secondo la sua esperienza di magistrato inquirente che di interrogatori ne ha fatti parecchi, proprio non quadrano. “Episodi come quello che hanno riguardato i colleghi Falcone e Borsellino, o l’attentato fallito ai Carabinieri allo stadio Olimpico di Roma, o l’autobomba di via dei Georgofili a Firenze, comportano non solo un’organizzazione ma un disegno complessivo criminoso che mi pare che vada al di là del singolo personaggio mafioso per come li ho conosciuti io. Ecco, forse aveva ragione Falcone quando diceva che i fili li tiravano le ‘menti raffinatissime’, perché il livello criminale dei mafiosi è davvero molto basso dal punto di vista della capacità di elaborazione logica”.
Dunque non fu solo mafia? La strategia della tensione era manovrata da uomini che non appartenevano a Cosa nostra? E chi erano? Esponenti del Sisde? Falcone un nome lo aveva fatto, quello del numero tre del Servizio per le informazioni e la sicurezza democratica di allora, il Sisde appunto. Condannato a 10 anni per concorso esterno in associazione mafiosa, oggi, dopo la sentenza della Corte europea dei diritti dell’uomo che ha imposto allo Stato italiano di risarcirlo per danni morali perché all’epoca dei fatti il reato non era ancora previsto dal nostro ordinamento giuridico, l’ex 007 risulta incensurato.

Sono tante le domande che sono rimaste senza risposta. Di certo, in questo “gioco grande” di “ibridi connubi”, i picciotti di Riina hanno giocato la parte delle pedine. Ricorda Cavallone che “la mafia dei cosiddetti corleonesi era una cosa molto diversa da quella che era stata la mafia classica. La mafia classica era una mafia che andava da sempre a braccetto delle istituzioni perché era rappresentata non dai pastori ma dall’alta borghesia siciliana dell’epoca – stiamo parlando di fine ‘800, inizi del ‘900 -, erano persone che si frequentavano nei salotti buoni. Invece i corleonesi erano una cosa completamente diversa. Il motivo per cui evidentemente è arrivata la loro fine è che Cosa nostra classica non accettava lo stato di belligeranza continua perché interferiva con i loro interessi economici. Perché davanti a delle azioni così eclatanti, una risposta dello Stato, quantomeno di facciata, ci deve essere e quindi si rompe un equilibrio. Gli affari si fanno in silenzio. E questo tipo di strategia criminale certamente non era quella più idonea a fare affari in silenzio. Forse per questo Riina è stato venduto da chi è stato venduto“.

La mancata perquisizione del covo di Riina

E da chi è stato venduto? Scrivono ancora i giudici d’appello che “non v’è prova che fosse intervenuto un previo accordo con Provenzano o con altri esponenti mafiosi che contemplasse da un lato la consegna di Riina dall’altro la rinuncia a perquisire l’immobile (il famoso covo di via Bernini 54, n.d.r.) dando tempo ai mafiosi di ripulirlo d’ogni traccia. Nè Mori e i suoi potevano essere certi dell’esistenza all’interno dell’abitazione di tracce utili alle indagini o addirittura di documenti compromettenti. Ma anche se fossero stati certi che non vi fosse nulla di compromettente, si sarebbero ugualmente determinati ad astenersi da una perquisizione immediata perché il significato di quel gesto era soprattutto simbolico, dovendo esso servire a lanciare il segnale di buona volontà e di disponibilità a proseguire sulla via del dialogo”.

È una storia strana questa delle omissioni seguite all’Operazione belva, il blitz del Capitano Ultimo che il 15 gennaio 1993 ha messo la parola fine ai 23 anni di latitanza del Capo dei capi. Tanto strana che anche Cavallone, “a suo tempo, quando ancora ero alla Procura di Sanremo, ne ho parlato con Giancarlo Caselli. Io non so se questa sia una verità giudiziaria o una verità vera, quella la conoscono soltanto i protagonisti della vicenda ma, diciamocelo, è una ferita ancora aperta perché chiaramente l’autorità giudiziaria è stata presa in giro“.

Il mancato blitz a Mezzojuso

E il mancato blitz nel casolare di Mezzojuso, dove nel 1995 un infiltrato aveva segnalato la presenza di Bernardo Provenzano? Una “indicibile ragione di interesse nazionale”, dicono le carte dei magistrati di secondo grado, che ha spinto il Ros a lasciarsi sfuggire un superlatitante “per non sconvolgere gli equilibri di potere interni a Cosa nostra che sancivano l’egemonia della sua strategia dell’invisibilità e della sommersione”. La sua leadership, insomma, era considerata una garanzia contro “il rischio del ritorno alla linea dura di contrapposizione violenta allo Stato”. Un modo per scongiurare il ritorno all’interregno del tritolo.

“A volte uno si fa delle domande. Non sempre riesce a darsi anche le risposte” scandisce Cavallone ripercorrendo i tanti dubbi legati a queste vicende che dopo trent’anni conservano dei lati oscuri: “Bisognerebbe capire il disegno finale. L’obiettivo finale qual era? Quale risultato bisognava raggiungere? Dalle sentenze sappiamo che c’è stata, se non una trattativa, un’interlocuzione. La Corte dice per prevenire gravi attentati, gravi reati, però io credo che lo Stato avesse i mezzi e le capacità per prevenire azioni di questo tipo senza ricorrere a interlocuzioni. In questo Borsellino aveva ragione, o si sta da una parte o si sta dall’altra. Poi c’è la questione della scala gerarchica: tu fai una trattativa, hai un’interlocuzione, e non avverti i tuoi superiori e i tuoi superiori non avvertono il responsabile politico?  Mi sembra strano. Se è avvenuto mi sembra strano. Stiamo parlando di potere esecutivo quindi siamo di fronte a una piramide e c’è un vertice. Qualcuno deve autorizzare sennò siamo fuori dallo schema”.

Per la cronaca: Provenzano alla fine fu catturato, l’11 aprile del 2006 in una masseria vicino a Corleone. Era latitante da 43 anni.

Massimo Ciancimino, da icona dell’antimafia a “pentito” inattendibile

Sono sue le dichiarazioni che costituiscono l’ossatura del processo sulla Trattativa. Dichiarazioni che già i giudici di primo grado hanno definito “senza alcuna valenza probatoria” a causa della “sua verificata complessiva inattendibilità che ne impedisce qualsiasi uso”. Massimo Ciancimino è il figlio dell’ex sindaco mafioso di Palermo, don Vito. Caduto dal piedistallo di icona dell’antimafia, è stato processato a Caltanissetta e Bologna per calunnia all’ex capo della polizia Gianni De Gennaro e all’agente dei Servizi segreti Rosario Piraino.

E qui viene da chiedersi se non fu un errore a monte quello di dargli ascolto.
“Non è che ci sono errori”, risponde Cavallone. “Il processo serve proprio ad accertare se i fatti si sono svolti secondo una certa ipotesi. Se sì, si arriva a una condanna. Se no, si arriva a un’assoluzione. Il processo è fatto per questo. Poi ci sono processi facili e processi difficili. Se uno dovesse fare solo i processi semplici si metterebbe a fare gli arresti in flagranza per spaccio e lascerebbe da parte tutto il resto. Sarebbe come un chirurgo che fa solo appendicectomie e non fa mai un intervento a cuore aperto. C’è il rischio che il processo vada male? Sì. Però se all’inizio la prova sembra affidabile come fai a chiedere un’archiviazione? Il giudice potrebbe anche non dartela l’archiviazione di fronte a dichiarazioni così. Non è facile. I processi non sono mai facili, soprattutto di questo livello. È facile parlare dopo. Ma è nel momento in cui si ha sottomano l’elemento di prova che si deve decidere cosa fare. Perché un giorno potrebbero anche venire a chiederti come mai hai sottaciuto questa cosa e non gli hai dato sviluppo”.

La domanda da farsi è un’altra, conclude Cavallone, sempre la stessa: “Chi sapeva oltre ai vertici del Ros? Sapevano o non sapevano? Questa è la domanda. Tutto qui. Perché stiamo parlando di un organo istituzionale di grande rilevanza, di grande importanza, di grande prestigio. Chiaro che non è una ditta privata il cui legale rappresentante fa e disfa quello che gli pare. Hanno delle persone a cui devono rispondere o quantomeno tenere informate. Poi ripeto, non so se sia vero che c’era questo famoso papello, o non c’era. Comunque nel momento in cui ti accingi a tenere degli incontri con l’ex sindaco di Palermo per vedere di arrivare a emarginare il ramo violento della mafia, e così dice il Prefetto Mori, credo che sia un’attività che vai a comunicare a qualcuno”. E conclude: “Io ho una piccola conoscenza di questo processo perché non ho a disposizione tutti gli atti. A questa piccola conoscenza affianco la mia esperienza di magistrato per oltre 40 anni. Io ho fatto questo lavoro e se lei mi dice quale domanda ti fai? Io mi porrei questa: chi sapeva oltre ai vertici del Ros? Certamente non hanno avuto deleghe dall’autorità giudiziaria”.

da qui

mercoledì 25 maggio 2022

Strage di Capaci 30 anni dopo - Pino Arlacchi



In occasione del trentennale della Strage di Capaci (23 maggio 1992) vi proponiamo, per gentile concessione dell’autore, un breve estratto dell’ultimo libro di Pino Arlacchi, dal titolo Giovanni e io, uscito per i tipi di Chiarelettere (sul sito www.pinoarlacchi.it potete trovare l’introduzione). Vicino ai giudici Chinnici, Falcone e Borsellino, in prima linea contro Andreotti, Cosa nostra e la cosiddetta mafia di Stato, Pino Arlacchi ha scritto un libro particolarmente significativo che non è solo il racconto di una bella amicizia e di un forte legame professionale, ma anche l’occasione per una ricostruzione storica profonda e accurata, condita con importanti aneddoti e retroscena, di una lunga stagione della storia del nostro Paese, che ha visto come protagonista la criminalità del potere (“il gioco grande” del potere direbbe Giovanni Falcone) le cui varie componenti hanno spesso interagito tra loro sui diversi terreni della corruzione sistemica, della mafia e dello stragismo, tramite una miriade di vasi comunicanti che hanno fatto circolare lo stesso sangue infetto all’interno di un unico fragile corpo.

 

Gladio, Mattarella e il dopostragi

Pur non essendo più titolare di capacità investigativa, e dovendosi tenere lontano da qualsiasi indagine in corso per non fornire pretesti ai suoi nemici, Giovanni [Falcone] non resisteva all’attrazione fatale esercitata su di lui dai casi più misteriosi del passato. Anche perché c’erano in campo sviluppi clamorosi, come la rivelazione del segreto su Gladio fatta da Giulio Andreotti alla fine del 1990.
La nostra interpretazione dell’evento fu che Andreotti, sentendosi scaricato dalla connection atlantica post 1989, tentava di cautelarsi minacciando. Se non gli fosse stata confermata la copertura delle scelleratezze che lo avevano portato ventisei volte a discolparsi di fronte a commissioni parlamentari e tribunali, avrebbe proseguito sulla strada della violazione di regole e segreti imbarazzanti.


Andreotti aveva le sue ragioni. Il quadro internazionale era allarmante. La matrice della rete Gladio, la Nato, lottava per la propria sopravvivenza. Dopo la caduta del Muro, la perestrojka di Gorba?ëv e lo scioglimento del Patto di Varsavia, il Patto atlantico era diventato di colpo obsoleto. Lo scioglimento della Nato era entrato nell’agenda dei governi occidentali e non passava giorno senza che qualcuno parlasse di disarmo e di pace.


Una ricaduta pratica di ciò fu l’indebolimento del ricorso al segreto di stato per contrastare le indagini sulla strategia della tensione e sulla stessa Gladio. Centinaia di agenti segreti, gladiatori, bombaroli, killer, custodi di depositi di armi e di esplosivi rischiavano di finire in prigione. Assieme, ovviamente, a centinaia di uomini d’onore con cui avevano collaborato.

Con la rivelazione su Gladio, Andreotti li aveva scaricati: da quel momento in poi, «ognuno per sé e Dio per tutti». Ma li aveva anche messi con le spalle al muro e obbligati al contrattacco.

La mafia di Stato entrò dunque in allarme rosso nel corso del 1991, e l’allarme raggiunse Cosa nostra alla fine di quell’anno, dissipando la sicumera mostrata dai suoi consiglieri di fronte alle misure antimafia del governo.

Avevamo percepito l’elettricità dell’aria. Ci incontrammo a casa mia, a cena, alla fine del 1991. Falcone era rientrato dalla Sicilia, ed era in preda a una apprensione tale da rifiutarsi di aprire bocca sui fatti all’ordine del giorno finché tutti gli ospiti – magistrati, dirigenti della polizia e il mio carissimo amico Sylos Labini – non si furono congedati. Rimasti soli, Giovanni mi illustrò la sua visione delle cose. «Ho parlato con un po’ di gente dei servizi “deviati” [per noi i deviati erano gli agenti fedeli alla Repubblica] e sono stato a Palermo da Paolo Borsellino.

C’è lo scompiglio ovunque, sia in Sicilia sia qui. Temono che Andreotti li abbia mollati per salvarsi la pelle dopo che gli americani hanno preso le distanze da lui. Ha sbattuto loro in faccia Gladio a mo’ di ammonimento. Ma non pare che abbia ricevuto rassicurazioni. Le due mafie sono sul piede di guerra contro Andreotti e contro tutti. Prima di rivalersi direttamente contro di lui sono decisi a farsi sentire alla grande. Contro di noi, ovviamente.» «Chi te l’ha detto? Cosa hanno in mente di fare?» «Abbiamo sondato i pentiti che sono ancora in contatto con i vertici di Cosa nostra e qualche dirigente dei servizi nemico di Contrada. Non abbiamo ricavato niente di preciso, ma tutti fiutano che si sta preparando qualcosa di grosso.» «È chiaro che se vogliono sopravvivere» continuò il giudice, «devono ripetere quanto hanno fatto dieci anni fa, quando si sono sbarazzati di La Torre e Mattarella.

Però stavolta è più difficile perché non hanno più le coperture di allora. La Cia si disinteressa di loro, la Nato è quasi morta. Gli è rimasto Andreotti, che non è poco, ma non è abbastanza. Gli altri politici sono allo sbando. E i due ministri più cruciali stanno con noi. Non hanno altra strada che attaccare su tutta la linea, far saltare il banco. E devono colpire sia noi sia l’entourage di Andreotti.» «Dobbiamo accelerare le nostre cose: Dia, Dna, leggi sui pentiti, Carnevale, tutto. Li dobbiamo fregare sul tempo. Devi stringere ancora di più su Martelli. Io lo sto facendo con Scotti» affermai guardando Giovanni negli occhi e notando quanto gli facesse bene sfogare i suoi pensieri liberamente.

«Cosa intendi quando dici che vogliono ripetere La Torre e Mattarella?» gli chiesi.

Ne seguì un lungo sfogo, che qui riassumo: «La Torre aveva un conto aperto da decenni con Cosa nostra. Era il nemico più forte che avessero in Sicilia, e gli aveva appena sparato contro una legge micidiale. Ma nel suo omicidio c’entrano anche la P2 e Gladio, i super anticomunisti che lo odiavano per la sua battaglia contro gli euromissili. Per di più, La Torre era diventato debole anche nel suo partito. Non sapeva o non si rendeva conto che il Pci aveva rinunciato a una opposizione frontale ai missili».

«E il delitto Mattarella?» gli chiesi. «Quel delitto è stato un caso Moro bis. L’esecuzione fu opera di killer mafiosi e di terroristi neri inviati dalla P2 e sostenuti, forse anche ospitati, dalla base Gladio di Trapani. Sto ancora cercando riferimenti, e ho una buona fonte negli ambienti di destra» concluse il giudice.

Si era quasi fatta l’alba, e dall’uscio del mio scomodo appartamento, collocato al quinto piano e senza ascensore, vidi la sua figura che scorreva agile lungo le scale guardando ogni tanto in su e rispondendo con il suo sorriso mite e affettuoso ai cenni di saluto che gli indirizzavo. (…)

È difficile affermare con certezza se le stragi del 1992 siano state o no un errore fatale di Cosa nostra. Falcone e Borsellino avevano già compiuto il massimo dei danni? Oppure avrebbero completato l’opera dando il colpo di grazia agli uomini d’onore?
La scelta stragista, in realtà, fu una strada obbligata. Dal punto di vista dei vertici della mafia aveva una logica cogente. Le condanne del maxiprocesso avevano messo Riina e soci di fronte al problema di non possedere più alcuna protezione politica. I loro referenti non avevano avuto la forza di mantenere le promesse di impunità, ed erano stati per giunta smascherati e messi nel mirino delle procure e dell’opinione pubblica. Se i capi di Cosa nostra avessero adottato la strategia del calati juncu ca passa la china («piegati, giunco, che passa la piena»), si sarebbero dovuti rassegnare a passare in carcere il resto dei propri giorni, oppure a restarvi per un tempo troppo indefinito per essere accettabile.
Attendere gli esiti del cambio di regime in corso non era consigliabile, perché non si intravedeva un nuovo blocco di potere paragonabile a quello della Dc e dei socialisti. La sagoma minacciosa che si profilava all’orizzonte era piuttosto quella di un esecutivo delle sinistre ancora più ostile alla mafia dei governi di transizione del momento.
Quanto tempo ci sarebbe voluto per ricostruire, all’interno di un nuovo regime, la catena di accordi perversi in grado di garantire la revisione del maxiprocesso e una nuova impunità per gli uomini d’onore? Non era meglio iniziare subito, quando la forza da mettere in campo era ancora consistente?
Il terrorismo mafioso, la sfida frontale allo Stato lanciata attraverso una stagione di attentati, poteva essere la strada per negoziare – se non un ritorno all’antica collaborazione con le istituzioni
– almeno una decente coesistenza con esse. «Si fa la guerra per poi fare la pace» fu il concetto espresso in più occasioni da Riina. L’approdo finale verso lo scontro cruento fu dovuto a due fattori. Il primo fu l’assenza di interlocutori credibili dal lato dello Stato con i quali intavolare una trattativa che rendesse superfluo il ricorso alle stragi. (…) Il secondo fattore che condusse la mafia sulla strada delle stragi fu esterno a essa. La spinta arrivò dagli altri soggetti della grande criminalità, a partire dalla mafia di Stato. I sodali di Cosa nostra all’interno delle istituzioni e nel business che venivano decimati dagli arresti, i massoni coperti, i finanzieri d’avventura, i faccendieri spaventati da Mani pulite e dal vento di pulizia che spirava nel paese non vedevano altra via d’uscita dalla crisi che quella più estrema.
Per molti di loro, solo la licenza di uccidere goduta da Cosa nostra e dai servizi di sicurezza messa a disposizione di un progetto eversivo in grande stile poteva ridurre alla ragione le procure, le sinistre e i movimenti antimafia. Sul governo ormai non si poteva più contare. (…)

Le bombe del 1993 si sono rivelate espressione della medesima strategia. Nel primo episodio, avvenuto a Roma nel maggio di quell’anno, la vittima doveva essere il giornalista Maurizio Costanzo. Con questo attentato Cosa nostra riconosceva la rilevanza assunta dal sistema dell’informazione nella battaglia contro di essa, perché il noto giornalista si era fatto interprete di sentimenti antimafia molto diffusi.
L’eccidio di Firenze (cinque vittime) e gli attentati di luglio a Roma e Milano (sei morti) hanno sancito invece l’inizio di una fase terroristica «pura». La fisionomia è stata qui interamente politica, perché era venuta meno la valenza tattica dell’evento, cioè la volontà di eliminare obiettivi specifici.
Si è trattato di megaintimidazioni, organizzate in tempi e luoghi tali da non coinvolgere, se non casualmente, vittime innocenti.
Il loro scopo era multiforme: dimostrare la capacità offensiva della mafia. Instillare il timore di azioni ancora più devastanti. Provocare una caduta del consenso verso l’azione antimafia dello
Stato. L’opinione pubblica doveva essere indotta a ritenere troppo elevato, in termini di rischio di vite umane, il «costo» della lotta senza quartiere alla criminalità organizzata. La scelta della piazza adiacente alla basilica di San Giovanni in Laterano a Roma per l’esplosione dell’ordigno era anche un monito all’intera Chiesa, e una risposta al viaggio del papa in Sicilia.
Gli attentati del 1993 avvennero, inoltre, nel corso di una campagna di delegittimazione dei pentiti che non raggiunse gli esiti sperati ma che fece molto rumore. Totò Riina dichiarò in tribunale che i pentiti venivano manipolati. Un folto gruppo di parlamentari democristiani presentò un esposto alla Procura di
Roma per denunciare un presunto uso scorretto delle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia.
Non mancarono neanche azioni di disinformazione e depistaggio da parte della mafia di Stato. Un’agenzia giornalistica collegata al Sismi tentò di confondere le acque indicando i fondamentalisti
islamici come i veri mandanti delle stragi.
Gli attentati del 1993 non sono stati opera esclusiva della mafia: Buscetta ci avvertì subito che la scelta di luoghi notissimi dove collocare gli ordigni (la Galleria degli Uffizi, San Giovanni in Laterano), la dimestichezza con i codici delle comunicazioni di massa, nonché la capacità di sondare gli ambienti della politica non erano all’altezza di Cosa nostra.
Erano il prodotto di menti più raffinate, come emerso dalle indagini sul falso attentato al treno «la Freccia dell’Etna» del settembre 1993, che misero in luce la partecipazione di un alto dirigente del Sisde. Altre indagini sulle decine di attentati minori che si svolsero quell’anno in Italia confermarono questo quadro.
I servizi di sicurezza sono stati il più plausibile regista dell’Addaura, di Capaci e di via D’Amelio. Occorreva seguire la firma apposta da loro stessi un’ora e mezzo dopo la strage di Capaci. La
prima rivendicazione fu quella della Falange armata, una sigla che faceva capo al servizio segreto militare e che fu usata per rivendicare tutte le stragi e gli attentati di mafia del 1992-1993, nonché
come veicolo di messaggi e minacce alla politica, ai media e agli apparati di polizia. La Falange armata poteva ricondursi a una divisione del Sismi, la settima, composta da esperti in esplosivi e
tecniche di guerriglia urbana che aveva allarmato Paolo Fulci. La settima divisione faceva capo alla rete Gladio, ed era su di essa che indagava Falcone poco prima di morire.

da qui 


ALCUNE PAROLE DI UN VECCHIO NEL TRENTESIMO ANNIVERSARIO DELLA STRAGE DI CAPACI - Peppe Sini

Doloroso e doveroso e' il ricordo delle vittime della strage di Capaci.
Per chi ha la mia eta' e' uno strazio che non si estingue.
E una parte dell'animo tuo vorrebbe gridare lo scandalo per quanto di osceno, necrofilo e pornografico vi e' nelle assordanti proclamazioni, morbose vociferazioni, alienate e alienanti spettacolarizzazioni che il regime della corruzione e la macchina della propaganda eruttano incessantemente finanche in occasione delle commemorazioni, a farne merce e menzogna, a falsificare l'orrore e a devastare le coscienze di chi non sa o ha dimenticato.
L'altra parte del tuo animo ti chiede di tacere, di sottrarti al chiasso, di tenerti in disparte, sideralmente lontano da chi ogni giorno sulle tombe banchetta. Forse i morti amano il silenzio, il raccoglimento, la solitudine. E quindi la pieta' puo' meglio esprimersi rinunciando ad aggiungere parole. Ma troppe volte il silenzio puo' essere anche complicita' con la menzogna e il male, omerta'. Non tacere quindi, anche se parlare ti e' faticoso e accresce l'amarezza.
*
Ma so quale lotta si stava e si sta combattendo.
So chi erano e sono i nostri oppressori e assassini di allora e di oggi.
So che il sistema di potere mafioso ha vinto, che ha vinto il regime della corruzione, che ha vinto il modello di sviluppo di servitu', so che ha vinto la barbarie consumista e narcotica. E so che tutte queste cose sono tra loro connesse, sono tra loro coerenti e coese.
So che la resistenza del movimento delle oppresse e degli oppressi in lotta per la liberazione comune dell'umanita' intera continua.
So che occorre difendere il diritto di ogni essere umano alla vita, alla dignita', alla solidarieta'. E so che occorre difendere tutto quest'unico mondo vivente che e' l'unica casa comune dell'umanita' intera, quest'unico mondo vivente, naturale e storico, materiale e spirituale, di cui tutte e tutti siamo insieme parte e custodi.
So che occorre contrastare e sconfiggere tutti i poteri assassini.
So che occorre contrastare la violenza con la scelta nitida e intransigente della nonviolenza.
So che solo la nonviolenza puo' salvare l'umanita' dall'orrore e dalla catastrofe.
So che occorre sempre agire per salvare tutte le vite: e' il primo dovere, e il primo diritto.
So che non possiamo resuscitare Giovanni Falcone ed i suoi e nostri compagni che il potere mafioso ha ucciso, ma possiamo continuarne la lotta, e cosi', almeno nel nostro sentire e pensare, almeno nel nostro dire ed agire, almeno nel nostro restare umani solidali con tutti gli esseri umani e col mondo, farli vivere ancora. E ancora. E ancora.
Qui non si arrende nessuno.


mercoledì 15 dicembre 2021

il patriota Berlusconi rischia di fare il presidente presidente

 

Il patriottismo è l’ultimo rifugio delle canaglie - Samuel Johnson

  

  

una patria di nome Mediaset e un patriota di nome Berlusconi – bortocal

 

questo non era in origine un post, ma un commento all’amico gaberricci; mi ha chiesto di dargli visibilità in questa forma e con l’occasione integro qualcosa: il tema è la definizione di patriota data di Berlusconi recentemente dalla Meloni.

Ma su quale base l’ha detto? mi ha chiesto.

. . .

ognuno di noi, perfino istintivamente, fa molta fatica a farsi venire in mente in che cosa Berlusconi sarebbe stato particolarmente patriottico nei lunghi anni nei quali ha governato (1994-95; 2001-2006; 2008-2011) e nell’ancora più lungo e ininterrotto periodo nel quale ha comunque condizionato la politica italiana, dalla discesa in campo del 1993.

questo non è stato neppure veramente interrotto dalla condanna nel 2013 a quattro anni di carcere per una massiccia evasione fiscale che gli permise di creare fondi neri per 300 milioni di euro, risparmiando 100 milioni di tasse, finiti sui conti correnti dei suoi familiari, con artifici di bilancio nella sua società Mediaset.

la causa era durata più di dieci anni, la pena effettiva scontata fu di un anno ai servizi sociali; venne poi anche espulso dal Senato per indegnità, secondo la legge Severino.

e tuttavia la vicenda è sufficiente per dire che tra Mediaset e lo stato italiano, Berlusconi ha scelto Mediaset, e dunque questa è la sua vera patria.

del resto se quando entrò in politica Berlusconi aveva accumulato 5mila miliardi di lire di debiti nella moneta del tempo e oggi si ritrova un patrimonio dichiarato di 7 miliardi di euro, questo dovrebbe essere sufficiente per stabilire da che parte batte il suo cuore.

. . .

peggio, Berlusconi ha perfino reso ovvia e naturale l’idea che ogni politico agisca per il suo tornaconto personale: una cosa considerata semplicemente mostruosa, prima della sua discesa in campo, nella vecchia Italia democristiana.

– e qui, divago un attimo, il suo allievo meglio riuscito si è rivelato Renzi (che è riuscito perfino a diventare segretario del Partito Democratico) e che oggi ostenta addirittura come simbolo di successo e motivo di vanto il suo affarismo personale al servizio dell’Arabia Saudita e altri emiri.

ma di arabi ben si intende Renzi che nel 2016 rilevò in leasing dagli Emirati Arabi Uniti per 168 milioni di euro un vecchio aereo Air Force di 300 posti, che era stato acquistato dagli arabi per 6,4 milioni di euro, ed oggi è un rottame abbandonato, che non è mai stato usato; avrà ben diritto a qualche gratitudine.

. . .

ma, tornando al Berlusconi patriota di Mediaset, è logico chiedersi come possa la Meloni considerarlo un patriota dell’Italia e la risposta sta già scritta nel suo libro autobiografico, un grande successo editoriale, che io non ho letto, ma trovo citato in un articolo dell’Huffington Post.

qui la Meloni riprende l’interpretazione che Berlusconi stesso ha dato della sua caduta nel 2011, avvenuta nel quadro di una violenta manovra speculativa internazionale volta a far collassare il paese, portando alle stelle gli interessi da pagare sui prestiti indispensabili che ci venivano concessi per garantire stipendi statali e pensioni, e che non era in grado contrastare, lasciandoli arrivare fino al 7%.

in quelle settimane, drammatiche allora come oggi i mesi in cui la pandemia covid tocca le sue punte peggiori, Berlusconi era impegnato a litigare col suo ministro delle Finanze, Tremonti, poiché rifiutava gli interventi necessari; e contro la sua inerzia si mossero l’Europa e la Banca Centrale Europea con un duro ultimatum all’Italia: una dichiarazione di fallimento dello stato italiano, una crisi di tipo argentino, per intenderci, avrebbe avuto conseguenze catastrofiche per l’euro e per l’intera economia europea; logico che l’allarme fosse alle stelle.

del resto va collocata in questo stesso quadro la concomitante crisi del regime libico di Gheddafi, strettamente legato all’Italia berlusconiana, sulla base del Trattato di Bengasi, sottoscritto da Berlusconi nel 2008, col quale l’Italia si impegnava a versare alla Libia 5mila miliardi di euro come risarcimento per l’occupazione coloniale.

alla fine però Berlusconi dovette prendere atto che l’8 novembre non aveva più la maggioranza alla Camera: l’opposizione si era astenuta dalla seduta e lui dispose dell’approvazione di 308 presenti, rispetto ad una maggioranza parlamentare di 316, e quindi il 12 novembre si dimise, sostituito immediatamente da Monti.

. . .

tutto regolare, allora?

ma Berlusconi ha subito preparato una narrazione alternativa, presentandola come un colpo di stato contro di lui.

eppure il cuordileone si dimise spontaneamente, appena la speculazione internazionale si gettò anche sulle azioni Mediaset, facendone crollare il valore, oltre che sui nostri Buoni del Tesoro; lui stesso indicò Monti come capo del governo al Presidente della Repubblica, perché gli facesse da foglia di fico, e votò la fiducia e tutti i suoi provvedimenti.

comunque, nella narrazione mitomane della destra italiana tutto questo non conta, e la Meloni raccoglie questa leggenda, naturalmente.

lei interpreta l’accaduto di dieci anni fa così: “Il governo di centrodestra di Berlusconi andava tolto di mezzo. […] Perché aveva a cuore la difesa dell’interesse nazionale, rifiutava la subalternità rispetto a Francia e Germania, si comportava da ciò che era, cioè il governo di una nazione fondatrice dell’Unione europea, una delle principali potenze economiche mondiali, con un ruolo geopolitico strategico che andava valorizzato”.

per chi se lo fosse dimenticato, in quegli stessi mesi Berlusconi aveva dovuto mollare clamorosamente l’alleato Gheddafi, messo sotto attacco soprattutto dalla Francia, dimostrandosi assolutamente incapace di un’azione politica per difendere gli interessi ENI in Libia; e Sarkozy in quell’occasione compiva anche un assassinio per interessi personali, dato che la sua rielezione era stata abbondantemente finanziata da Gheddafi stesso e ha voluto togliere di mezzo un testimone scomodo.

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questa è l’idea dell’interesse nazionale che ha la destra italiana, di cui la Meloni è oggi la leader più attendibile: conflittuale in Europa, ma senza grandi strumenti operativi (il bis di Mussolini nella seconda guerra mondiale, in fondo, in altro contesto).

ma colgo la palla al balzo per mettere a punto qualche altra riflessione, citando ancora la Meloni dalle conclusioni del suo recente convegno al quale sono andati ad omaggiarla tutti i leader politici, compreso Letta che lei ha poi sbeffeggiato per questo: chapeau!

“La pacchia è finita: nelle prossime elezioni del Quirinale il centrodestra ha i numeri per essere determinante e noi vogliamo un presidente eletto per fare gli interessi nazionali e non del PD. Non accetteremo compromessi, vogliamo un patriota. Il Pd cerca un presidente della Repubblica che sia gradito ai francesi, io rimango di sasso, ma tragicamente non mi stupisce, perché la sinistra ha fatto il procacciatore degli interessi per il governo francese in maniera tragicamente palese. Palazzo Chigi è di fatto l’ufficio stampa dell’Eliseo e Letta è il Rocco Casalino di Macron. Ma vi rendete conto? Questo è l’europeismo a cui dovremmo piegarci? No grazie”.

un calcio in culo direttamente all’accordo di collaborazione con la Francia che ha rilanciato il nostro peso in Europa nel dopo Merkel: in nome di quale alternativa? forse neppure l’alleanza con l’Ungheria e la Polonia o le destre balcaniche: non si sa…

come se fosse possibile contare qualcosa a livello internazionale al di fuori di un quadro di alleanze.

. . .

chiudo su questo, ma ridò la parola alla Meloni a proposito del Pnrr:
“Ci hanno detto che sarebbero piovuti miliardi dall’Europa ma hanno mentito. Sono risorse spalmate in diversi anni, concentrate sugli investimenti, mentre nell’immediato ci potrebbe essere anche una contrazione dell’export e consumi. […] Queste risorse sono molte ma sono a debito e non possiamo permetterci di continuare a indebitare i nostri figli” – e poi prosegue perdendo il filo logico del discorso: “per soldi che non arrivano in tempo dove dovevano arrivate o per farli gestire da stranieri”.

sono parole abbastanza deliranti, anche se ha sicuramente ragione nella riflessione sul debito, almeno in parte.

l’indebitamento progressivo del paese è la strada che vede concordi TUTTE le forze politiche del paese, e non a caso c’è un governo di unità nazionale per portare avanti questa politica, che sottomette sempre di più il paese alla finanza.

il coraggio di una autentica svolta non c’è, la perdita del consenso sarebbe assicurata; e nemmeno la Meloni la sostiene; anzi protesta contro la novità che per la prima volta sembra che il debito possa essere destinato ad investimenti per migliorare il sistema paese e non ai consumi individuali, secondo la linea portata avanti dai 5Stelle.

e quindi conferma di fare parte integralmente di questo sistema politico, anche se in apparenza protesta contro l’indebitamento: lei cavalca la demagogia universale dell’indebitiamoci per consumare di più.

del resto anche Letta, in una recente intervista alla Stampa (mi pare, se non sbaglio il quotidiano) ha definito il RILANCIO DEI CONSUMI come il principale obiettivo economico del Partito Democratico: rilancio dei consumi, non investimenti…

. . .

ma, allora, come non restare un irriducibile novecentesco nemico sessantottino del consumismo?

del resto allora, al posto di Letta e del Partito Democratico, c’erano il Partito Comunista e Berlinguer, che prendeva un terzo dei voti in nome dell’austerità.

da qui

 

 

LA PROPOSTA DI CANDIDARE BERLUSCONI A PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA È SEMPLICEMENTE AGGHIACCIANTE - Mattia Madonia


Nel gennaio del 2015, Matteo Salvini e Giorgia Meloni tennero una conferenza stampa congiunta per indicare il loro candidato alla presidenza della Repubblica: Vittorio Feltri. Sei anni dopo, siamo entrati di nuovo nella fase in cui i partiti devono cercare un nome per il Quirinale, e Salvini e Meloni stanno riuscendo nell’impresa di proporre l’unico nome più impresentabile di Feltri: Silvio Berlusconi.

Il leader della Lega da anni ripete che “Berlusconi sarebbe un ottimo Presidente della Repubblica”, e in questi giorni, dopo un incontro con i leader del centrodestra, ha confermato che se il Cavaliere sciogliesse i dubbi l’intera coalizione lo voterebbe. Berlusconi, l’altro giorno, ha dichiarato che “un eroe è chi blocca un treno per Auschwitz, non un porto per il Green Pass”, nel tentativo di apparire come un vecchio statista reso saggio dall’età. Sembrano lontani i tempi in cui faceva battute sui kapò.

Probabilmente è vero che rispetto a Meloni e Salvini Berlusconi ha un’attitudine politica più moderata, figlia del compromesso o della astuzia dettata dal momento. Ma questo soltanto perché Meloni e Salvini in questi anni hanno spinto la loro bussola politica fino ai poli dell’estremismo. Berlusconi è sempre stato più abile: non è fascista, ma ha portato i fascisti al governo, non è razzista con i meridionali ma ha governato per anni con la vecchia Lega secessionista. Adesso sguinzaglia i suoi gregari, Brunetta in primis, per far intendere una distanza dalle derive sovraniste, con l’ipocrisia di chi è la colonna debole di un tavolo retto dai sovranisti per antonomasia. Ma la cosa davvero disturbante dietro l’idea di Berlusconi Presidente della Repubblica non risiede tanto nei giochi dei partiti, con i media già a fare la conta e a ipotizzare i voti mancanti e possibili appoggi dei renziani, quanto nella sua storia come uomo e come politico. 

 

Sarebbe intollerabile avere come Presidente della Repubblica una persona condannata in via definitiva per frode fiscale. Sì, frode fiscale, anche se per la maggior parte degli italiani, essendo quella vicenda avvenuta in concomitanza con il bunga bunga, Berlusconi è stato condannato per le famose “cene eleganti”. Nulla di vero, ovviamente. Su quel versante ci sono ancora dei processi in corso, con condanne già per favoreggiamento della prostituzione a carico di Emilio Fede e Nicole Minetti, che orchestravano le vicende di Arcore tra ragazze, pagamenti e ricatti. La condanna di Berlusconi riguarda invece l’evasione sui diritti tv di Mediaset e gli stratagemmi per non pagare le tasse in Italia, lo stesso Paese che dice di amare e vorrebbe rappresentare al Quirinale. Per raggiunti limiti di età ha potuto evitare l’esecuzione in carcere e accedere alla misura alternativa dell’affidamento in prova ai servizi sociali, svolgendo attività di volontariato presso una casa di riposo di Milano.

Anche volendo tralasciare gli innumerevoli processi in cui si è salvato grazie ad archiviazioni e proscioglimenti per intervenuta prescrizione o perché il reato “non è più previsto dalla legge come reato”, quasi sempre per l’effetto di leggi ad personam, e non in forza di assoluzioni con formula piena, resta l’impronta del Berlusconi politico e del berlusconismo come degrado morale e culturale del Paese. 

Berlusconi, eventualmente, sarebbe anche il successore di Sergio Mattarella, fratello di Piersanti Mattarella, ucciso dalla mafia. Berlusconi ha fondato Forza Italia con Marcello Dell’Utri, condannato in via definitiva per concorso esterno in associazione mafiosa. Dell’Utri ha rappresentato il ponte tra l’universo mafioso e l’impero berlusconiano. Negli anni Settanta Berlusconi ospitò nella sua villa di Arcore il boss di Cosa Nostra Vittorio Mangano, ufficialmente come “stalliere”. Fu mandato direttamente da Dell’Utri per proteggere la famiglia del Cavaliere. Poco prima di venire ucciso, il giudice Paolo Borsellino indicò Mangano come una “testa di ponte della mafia nel Nord Italia”.

Nel mentre l’attività imprenditoriale di Berlusconi esplose con Fininvest e l’avvento della tv commerciale, resa possibile grazie a escamotage legali e l’aiuto della politica. La discesa in campo del 1994 fu soltanto la conseguenza di una carriera piena di ombre a cui mancava solo la certificazione politica. Berlusconi prima modificò il DNA degli italiani attraverso il vuoto ideologico delle sue televisioni, poi li usò come teste d’ariete per sfondare in politica e ottenere i loro consensi. Una volta raggiunto il potere, fece del Parlamento il suo secondo ufficio tra compravendita di senatori, leggi ad hoc per scongiurare condanne e scene imbarazzanti, come quando fu stabilito per votazione che Ruby era la nipote del presidente egiziano Mubarak. Il tutto a scapito del Paese, che adesso dimentica che l’ultimo governo targato centrodestra, con Berlusconi premier, la Lega nell’esecutivo e Meloni addirittura ministra, portò l’Italia a un passo dal default economico.

Lo spread schizzato alle stelle, i leader europei che ridevano delle dichiarazioni di Berlusconi in diretta internazionale, il rischio concreto di finire come la Grecia furono gli elementi che portarono alla caduta del suo ultimo governo e all’arrivo delle lacrime e sangue di Mario Monti. Se oggi Salvini tuona contro la legge Fornero e l’austerità montiana, è anche merito dello stesso Berlusconi che ora immagina al Quirinale. Tra l’altro, anche Giorgia Meloni votò la legge Fornero. La verità è che per anni si sono sprecate le analisi sul Berlusconi “mascalzone”, sui binari paralleli alla sua attività politica, mettendo in secondo piano i disastri perpetrati come presidente del Consiglio. Un ruolo che ha ricoperto a lungo, avendo vinto le elezioni tre volte. Quindi sono sacrosante le riflessioni sul berlusconismo come fenomeno deleterio a livello antropologico, una condanna a livello internazionale quando le associazioni sul nostro conto erano maccheroni-pizza-mafia-Berlusconi. Ma a questo va di pari passo un’incapacità gestionale della cosa pubblica, proprio perché resa privata, una faccenda personale del Cavaliere che per un ventennio ha trattato l’Italia come fosse la sua azienda, riuscendoci.

Lui stesso ha usato tutti i mezzi a sua disposizione per sviare l’attenzione dalla scarsa azione politica dei suoi governi. Il primo metodo, mutuato dal maccartismo, è stato quello di creare il fantasma del comunismo. Tutti i nemici erano dei comunisti, dalla magistratura rossa agli avversari politici. È riuscito a far passare come comunista persino Marco Travaglio, ovvero un liberale di destra.

L’altra operazione è invece legata alla figura del martire, del perseguitato dalla giustizia. Tutt’ora quando deve presentarsi a un processo Berlusconi appare come un ottantacinquenne vecchio e malato; ma quando si ipotizza una sua candidatura al Quirinale torna a sfoggiare il sorriso da eterno giovane davanti alle telecamere.

 

Adesso Berlusconi sa che il principale avversario per la corsa al Quirinale è Mario Draghi. Dichiara dunque che lo vede meglio come premier. A livello di strategia comunicativa è sempre stato un passo avanti a tutti. Purtroppo.

Con un curriculum del genere, tra vicende giudiziarie, una condanna per frode fiscale, vicinanze a soggetti legati ad ambienti mafiosi e disastri politici, Berlusconi dovrebbe essere l’ultimo della lista come nome per ricoprire quel ruolo. Passare da Mattarella a Berlusconi sarebbe uno degli smacchi più gravi della nostra storia repubblicana. Un’ipotesi in grado di farci quasi rimpiangere l’ipotesi Feltri, che avrebbe fatto un discorso di fine anno agli italiani ringraziando tutti i cittadini, “anche i froci, i negri e i terroni”. 

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