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sabato 30 maggio 2026

Tre ragioni per cui il centro-sinistra perderà le elezioni politiche - Enrico Grazzini

Ci sono tre ragioni per cui le forze di centro-sinistra perderanno le prossime elezioni politiche:

1) il centrosinistra si presenta senza ideali ma solo con distopie: infatti il Partito Democratico appoggia la Nato e l’Unione Europea di Ursula von der Leyen, ma Nato e UE vogliono portarci in guerra con la Russia, aumentare le spese militari e ridurre quelle sociali. Mark Rutte, il capo della Nato, ha addirittura proposto che gli europei intervenissero a fianco di Trump nella fallimentare guerra in Iran.
2) PD, sindacati, e anche Movimento 5 Stelle, non difendono con forza gli interessi materiali e vitali dei lavoratori. Non promuovono obiettivi sacrosanti che sono necessari per tutti, a partire dall’indicizzazione dei salari al costo della vita. Il centrosinistra e la CGIL denunciano a gran voce che il governo Meloni non fa nulla contro l’inflazione che mangia gli stipendi ma, per paura della lotta di classe, non lanciano nessuna proposta per aumentare gli stipendi agganciandoli al costo della vita. Così non sono credibili.
3) Infine, soprattutto il PD, ma anche i 5 Stelle (pensiamo a Di Maio), hanno una cattiva reputazione. Nel passato hanno troppo deluso i lavoratori, e godono di cattiva fama presso molti settori di opinione pubblica. Pochi si fidano ancora. Hanno appoggiato il governo Draghi e, in precedenza, altri governi che hanno portato avanti solo politiche di austerità e sacrifici. Ormai la maggioranza del popolo di sinistra pensa che, destra o sinistra, poco o nulla cambia. Non a caso il popolo degli astensionisti ha la maggioranza in questo paese. “Sinistra” sembra essere diventata una brutta parola, semplicemente perché la sinistra ha fatto troppe politiche di destra, sull’immigrazione, sui salari, sulla guerra in Ucraina, e così via.

Una volta essere di sinistra significava lottare con coraggio e sacrificio per la libertà e la democrazia, contro lo sfruttamento e la speculazione finanziaria, e per l’eguaglianza. Oggi non si capisce più per che cosa si batte la sinistra. Oggi uno che si dichiara di sinistra è visto dalla maggioranza delle persone, purtroppo, come uno dell’establishment, uno che vuole fare carriera in un sistema politico corrotto e clientelare. Tipi come Tony Blair o Matteo Renzi hanno dato cattiva fama alla sinistra. La sinistra non è più affidabile come difensore dei lavoratori. I lavoratori in maggioranza o non votano o votano a destra, non certo per l’europeismo del PD.

Mentre l’elettorato, a causa della crisi economica, si polarizza, la sinistra rincorre il centro e, con il suo moderatismo, perde i voti della maggioranza delle persone e non riesce a cambiare nulla.

Se i salari in valore reale sono scesi in venti anni è perché la presunta sinistra, magari in nome dell’europeismo, hanno promosso l’austerità di Bruxelles facendola pesare sui ceti medi e sui lavoratori, mentre le banche e la finanza hanno i profitti più alti di sempre.

Solo AVS di Nicola Fratoianni e Angelo Bonelli hanno sussurrato, a bassa voce e con levità, come si conviene alle persone educate, una legge per il recupero salariale sull’inflazione, con scadenza annuale. Una proposta come questa farebbe vincere milioni di voti al centro-sinistra perché orma il 70% delle famiglie italiane fatica ad arrivare alla fine del mese. Anche Maurizio Landini tentenna sul salario agganciato all’inflazione: secondo lui una legge non va bene (chissà perché?!) e invece bisognerebbe adeguare i contratti collettivi all’inflazione ogni anno (?), il ché mi sembra una posizione assurda, del tutto impraticabile, e corporativista, a protezione del potere sindacale, ma non dei lavoratori. Se Landini e la sinistra proponessero un referendum per indicizzare i salari al costo della vita, vincerebbero con milioni di voti.

Elly Schlein, dopo la proposta dei 5 Stelle, ha finalmente aderito al salario minimo garantito, che riguarda 4-5 milioni di lavoratori: ma non dice nulla su una possibile e necessaria scala mobile che impatterebbe 24 milioni di lavoratori. Il centrosinistra ha evidentemente paura di alienarsi le simpatie di Confindustria, di Emanuele Orsini, che, però ha già dichiarato che è contrario al salario minimo per legge. La Confindustria non sarà mai dalla parte del centro-sinistra.

Il PD, con i socialisti europei, continua ad appoggiare la Nato e questa UE che corre verso la guerra. Meloni, Macron, Merz, PD e socialisti europei continuano cinicamente a volere armare l’Ucraina in una guerra che Kiev non può vincere, e rifiutano ogni possibile negoziato e compromesso con la Russia: così ci portano dritti verso la guerra atomica. La maggioranza dei vertici del PD difende a spada tratta la Nato, ma Mark Rutte, il capo della Nato, e Ursula ingannano i popoli europei: vogliono che l’Europa si armi fino ai denti per combattere la Russia che vorrebbe, secondo loro, invadere l’Europa. Ma la Russia non ne ha nessuna intenzione. Putin ha invaso illegalmente l’Ucraina solo perché la Nato voleva metterci le sue basi militari. E’ un despota, ma certamente non è così pazzo da volere conquistare l’Europa e scontrarsi con la Nato (a meno che Rutte non continui a armare Kiev per lanciare droni in Russia). Ecco perché il centro-sinistra perderà le elezioni.

da qui

mercoledì 13 maggio 2026

Aspettare Godot? Breve discorso sul partito che non c’è - Mimmo Porcaro

 

Mutamento e inerzia

Il mondo nato dal secondo dopoguerra non c’è più, non c’è più quell’Occidente che è sorto dalla fine del grande conflitto 1914-1945. Il rapporto con gli Stati Uniti, Trump o non Trump, è ormai per gli alleati più un problema che una soluzione. Lo è per la destra semi-populista, lo sarà per la destra tecnocratica (pardon, la “sinistra”), se mai andrà al governo.

A questo mutamento geopolitico, che è poi mutamento delle condizioni spaziali dell’accumulazione capitalistica su scala mondiale, dovrebbe corrispondere un’analoga trasformazione dei partiti e dei sistemi politici di tutti i paesi. Per capirci: l’89 generò il PD e il maggioritario, nonché – con la globalizzazione – la sinistra altermondialista. La crisi del 2008 generò l’onda populista e poi, insieme al 2011, rafforzò l’idea della Lega “nazionale”. Ma oggi, nonostante il (o forse proprio a causa del) carattere veramente epocale del rivolgimento in atto, sembra che noi, europei e italiani, ci limitiamo a registrare gli eventi come se non ci riguardassero, e a vivere per inerzia. Così, mentre il riarmo della Germania (come alla vigilia del ‘14 e del ’34…) fa saltare l’equilibrio tra la potenza militare francese e la forza economica tedesca, equilibrio che era alla base dell’attuale UE, lo scenario politico superficiale resta identico, o per meglio dire, ne restano sostanzialmente identici i soggetti principali, ossia quei partiti che abbiamo ereditato dall’epoca della globalizzazione e dalla risacca della sua prima vera crisi.

Ma qui siamo già ben oltre quella prima crisi, siamo – tra guerra economica e guerra vera – allo scontro aperto tra l’Occidente e gli altri, e all’interno dell’Occidente stesso. Tutti i partiti dovranno quindi, prima o poi, modificarsi profondamente: perché tutti i partiti degni di questo nome sono da tempo anche espressione di forze internazionali[1]. Probabilmente si creeranno nuove aggregazioni centriste, comprendenti i liberali di sinistra e di destra, votate alla repressione del pacifismo popolare; per reazione si radicalizzeranno alcune forze di destra, magari utilizzando strumentalmente quel pacifismo per imporre soluzioni ancor più autoritarie. Due poli che lotteranno per il titolo di miglior garante degli equilibri attuali, ossia dell’alleanza con qualunque governo Usa, corretta in alcuni casi con aperture alla Russia, ferme restando le preclusioni anticinesi.

E noi?

Tutti i partiti dovranno modificarsi, si diceva. Il nostro invece dovrà proprio nascere, ex novo. Il nostro: ossia quello che dovrà legare indissolubilmente, l’una cosa come condizione dell’altra, pace e alternativa socialista, interesse di classe e interesse nazionale, sovranità e nuove alleanza continentali.

Nascere ex novo: non servirà autonominarsi (ennesimo) partito comunista; non sarà possibile praticare un esodo; non basterà esaltare la pluralità e la differenza dei movimenti; non basterà la generica pressione dall’esterno. Si dovranno invece imparare le strade attuali del superamento del capitalismo, rivolgersi a tutti i lavoratori, ma meglio ancora a tutti gli esseri umani, oggi minacciati in quanto tali dalle guerre, avere da subito un’idea di governo, ma soprattutto l’idea di uno Stato nuovo, e addestrarsi a praticarla. Uno Stato nuovo: perché la forma sempre più autoritaria e sempre meno egemonica del dominio americano non consente ormai né la continuazione della Seconda, né la ripetizione della Prima Repubblica. E perché per contrastare la privatizzazione integrale dell’apparato pubblico a pro dei fondi statunitensi e l’appalto della nostra sicurezza a forze esterne, serve ben altro che una ripetitiva agitazione identitaria.

Il nuovo partito, insomma, deve risponderealla crisi attuale, che non si risolve con semplici aggiustamenti del sistema, compartecipazioni dal basso alla governance, nuovi linguaggi rispettosi delle differenze, e nemmeno con la sola rivendicazione della sovranità, per quanto “democratica”, ma con una alternativa che sia contemporaneamente economico-sociale, istituzionale e geopolitica. Sarà certamente fatto, questo partito, anche da uomini e donne cresciuti in altre epoche politiche, ma anche loro dovranno in qualche modo imparare modi e linguaggi diversi, a volte dissonanti da quelli del passato.

Un partito come istituzione forte

Già, ma che tipo di partito dobbiamo (e possiamo) costruire?

Per capirlo dobbiamo prima di tutto dimenticare i partiti odierni, che sono soltanto comitati elettorali e agenzie di comunicazione. E poi chiederci che cosa debba essere non un partito in generale, ma un partito delle classi subalterne[2]. Perché i dominanti posseggono o controllano già le istituzioni che oggi conferiscono potere, ossia le grandi imprese capitalistiche e lo Stato; e quindi possono accontentarsi di partiti mediatico/elettorali, giacché la loro forza come classe è assicurata da altro. Ma le classi subalterne non possono contare su analoghe istituzioni, e il loro partito deve essere qualcosa di più. Oggi come ieri il loro partito è quell’istituzione (anzi, come meglio vedremo, quell’insieme di istituzioni) che trasforma le classi subalterne in classi dirigenti, o potenzialmente tali, producendo un sapere collettivo, un’abitudine al ragionamento politico, una capacità di gestione alternativa di svariati ambiti sociali e anche istituzionali. Il tutto costituendo al contempo la sede di una vera e propria alleanza tra le diverse frazioni delle classi subalterne e tra queste e tutte le frazioni intermedie che si sapranno conquistare.

Insomma, il nostro dovrebbe essere un partito forte, ossia un’istituzione che non si limita a sommare le esigenze di individui disparati, ma che appunto trasforma gli individui stessi e specifica le loro stesse aspirazioni. Per fare tutto ciò, tale partito dovrebbe svolgere diversissime funzioni: socializzazione politica, mutuo soccorso, mobilitazione sociale, elaborazione di una cultura di base e di una riflessione teorica, definizione collettiva di una strategia, e anche (ma non soltanto, come avviene oggi) comunicazione e rappresentanza istituzionale.

Partito formale, partito reale

Di fatto, però, è impossibile (con l’eccezione che tratteremo fra poco) che una sola istituzione possa addossarsi tutti questi compiti; di fatto la trasformazione delle classi subalterne in classi dirigenti può avvenire più efficacemente ad opera di quello che io definisco partito reale, ossia di un insieme costituito da uno o più partiti formali e poi da sindacati, organi di comunicazione, centri di elaborazione culturale, associazioni civiche, frazioni dell’apparato di Stato ecc… Una pluralità di soggetti che, oltre a consentire una maggiore aderenza alla differenziazione degli ambiti sociali, rende anche più facile o comunque possibile la reciproca sostituzione in caso di default dell’uno o dell’altro, visto che almeno in linea di principio e a seconda delle fasi, ogni soggetto può assumere anche compiti non propri, compresi quelli di direzione strategica de facto: si pensi ad esempio alla funzione svolta dai sindacati in alcune fasi degli anni ’70.

Il partito reale non è un progetto da costruirsi, ma una realtà di fatto: nessuna esperienza d’organizzazione politica delle classi subalterne europee è stata (e potrà essere) costituita solo da partiti formali. Detto questo, che aiuta anche ad evitare qualunque futura “boria di partito”, deve però esser chiaro che un tale insieme di soggetti può essere chiamato partito, ancorché reale, solo se e in quanto è unito da una convergenza strategica di fondo, da un esplicito patto strategico o comunque dalla capacità di fare “blocco” nei momenti di crisi. Altrimenti è solo la fotografia della frammentazione esistente, non è forma della politica ma della sua assenza[3]. Il partito reale del passato è stato invece pienamente politico soprattutto perché al suo interno si muovevano partiti formali degni di questo nome, il che obbligava anche gli altri organismi a dotarsi di una visione generale. Ma anche perché quasi tutti questi partiti formali (grandi o piccoli che fossero) si organizzavano come partiti di massa, fondati su una chiara unità ideologica, aperti a un ampio tesseramento e, su questa base, capaci di formare numerosi quadri di origine popolare e di legittimarne la funzione dirigente in svariati ambiti sociali[4]. In tal modo il partito di massa poteva sia svolgere da solo, fino a un certo punto, tutte le necessarie funzioni, sia delegarle, progressivamente, ad associazioni “ancillari”, sia, infine, essere catalizzatore e tendenzialmente centro di un più eterogeneo partito reale.

Non è qui possibile fare la storia dell’evoluzione (o meglio involuzione) di quel tipo di partito (ossia, in buona sostanza, del Pci e degli altri partiti “operai” europei). Basti dire che la sua esistenza ha coinciso con l’epoca della grande ascesa delle classi subalterne e che la sua fine ha sancito il declino di quelle classi. E aggiungere che il suo stesso successo, ossia la capacità di “portare le masse nello Stato” negli anni del grande compromesso tra operai e capitale, lo ha ironicamente condotto alla sconfitta, trasformandone progressivamente i dirigenti in amministratori, e i militanti in meri agitatori elettorali. Quel successo, insomma, è stato pagato con una fissazione alla politica istituzionale e con una centralità assoluta della questione del governo che hanno avuto non poco peso nella mutazione: attuata, questa, proprio per potere svolgere liberamente la più gratificante e remunerativa tra le funzioni in cui ci si era specializzati, ossia quella della rappresentanza istituzionale locale e centrale. E attuata proprio quanto il patto interclassista era ormai saltato e si trattava quindi sì di governare, ma per conto di una classe sola: e non era più quella “originaria”. A questo quadro sconfortante (che spiega almeno in parte perché invece di perdere con la propria classe, si decise di vincere – o illudersi di farlo – con la classe avversa) va comunque aggiunto (anche per prevenire uggiose polemiche contro il burocratismo, il “partitismo” e via lamentando) che quell’esito trasformista non riguardò soltanto i partiti formali, ma anche moltissimi altri soggetti culturali, associativi ed economici del partito reale (si pensi soltanto alle cooperative…).

Insomma: il partito di massa non c’è più; non è detto che sia scomparso per sempre, ma al momento non è possibile ricostruirlo. I comitati mediatico-elettorali che oggi si chiamano partiti sono il problema e non la soluzione. I pur essenziali movimenti, recenti e futuri, sono naturalmente apartitici e tali devono essere, soprattutto oggi, se vogliono raggiungere dimensioni ragguardevoli. L’associazionismo di terzo settore è orfano della governance. L’attivismo per i diritti civili non riesce a uscire (e come potrebbe?) dal ruolo limitante di gruppo di pressione. La semplice agitazione sovranista sembra troppe volte priva di contenuto. Le svariate forme di comunicazione anti-mainstream non riescono a fare sistema, e comunque non possono sostituire la politica. E allora, che partito dobbiamo e possiamo costruire? E cominciando da cosa?

Uno Stato nuovo e durevole

Prima del cosa e del come dobbiamo di nuovo chiederci il perché. Un partito, infatti, non è semplicemente un modello organizzativo, ma è soprattutto un’idea che diventa organizzazione. E qual è l’idea (il gruppo di idee) a cui dobbiamo fornire adeguata armatura organizzativa? Lo abbiamo già detto, ma dobbiamo ripeterlo, e precisarlo.

È interesse vitale delle classi subalterne, ossia della stragrande maggioranza degli abitanti del nostro Paese (vitale proprio nel senso che “ne va della vita”), che l’Italia non sia trascinata, né direttamente né indirettamente, nelle svariate guerre imperialiste che compongono e comporranno il mosaico del terzo conflitto mondiale. Inoltre, è interesse di queste classi che l’esito della crisi egemonica occidentale veda un’Italia capace di riconquistare la sua piena sovranità: non per “fare da sola”, ma per negoziare su questa base una nuova unità con i paesi europei (o almeno con alcuni di essi), e relazioni più equilibrate col mondo intero a cominciare dai Brics e dai paesi africani. Infine, è interesse delle classi subalterne italiane utilizzare la presente crisi per fare seriamente e in maniera duratura quello che le classi dominanti mondiali stanno facendo in maniera ipocrita e puramente temporanea, ossia riconquistare (anche via espropriazione) un controllo politico democratico delle più importanti strutture economiche, e sostituirlo all’attuale intervento “pubblico” fatto a spese dei deboli e a favore delle grandi concentrazioni private, e fatto dopo aver privatizzato l’apparato stesso dello Stato.

Se vogliamo tutelare questi interessi, il compito che abbiamo di fronte è, nientedimeno, lo stesso additato da Machiavelli nel Principe e nei Discorsi: quello di costruire uno Stato nuovo e capace di durare. Ora, non è possibile affrontare (o meglio iniziare affrontare) tale compito pensando semplicemente di connettere i soggetti politici attuali, di unire tutte le forze potenzialmente disponibili, giacché queste forze non sono al momento in grado di pensare un tale compito del genere.

Vi può essere un consenso generico sulla questione della pace, ma appena compiuto qualche passo al di là di questo si incontrano veti, preconcetti, prudenze che rendono impossibile andare oltre. L’idea di un intreccio tra interesse di classe e interesse nazionale è semplicemente impronunciabile per gran parte della sinistra attuale. L’idea di un qualche rapporto coi Brics è ostacolata dal sacro terrore per le “autocrazie”, da cui discende – quando va bene – una falsa equidistanza che si traduce nell’appoggiare di fatto chi qui ed ora è il più forte. Il solo pensiero di uno Stato che riconquisti la piena autorevolezza e indirizzi con decisione l’economia turba i sonni di tutte le associazioni del “privato sociale” – e a nulla servono le precisazioni sul fatto che, mentre chiude alle grandi forze private, il nuovo Stato non potrà che aprire a Pmi e Terzo settore, e dovrà necessariamente relazionarsi con tutte le forme possibili di autonomia popolare. Infine, per assicurare la durata di questa nuova prospettiva in un’epoca di fortissime turbolenze (e di attacchi diretti da parte di potenze ostili) è necessario prima di tutto che il nuovo Stato sia sostenuto da una grande coalizione popolare, il che implica il farsi carico senza pregiudizi anche della vera e propria crisi da declassamento oggi vissuta dalla cosiddetta piccola borghesia (popolata in realtà da molti proletari “atipici”): cosa difficilissima per culture politiche in cui invece tali pregiudizi abbondano.

Un partito “bund”

Da tutto ciò discende che il partito di cui abbiamo bisogno dovrà fondarsi sulla piena consapevolezza della netta distinzione tra le proprie idee e quelle correnti, e della simultanea assoluta necessità di un dialogo costante con le realtà sociali e politiche che, pur momentaneamente lontane, potrebbero avvicinarsi nell’esperienza della crisi.

Avendo il senso della misura, non possiamo dire che il partito di cui si parla dovrà essere di tipo leninista. Ma certamente esso, almeno per una prima fase, non potrà essere che un partito di quadri, il più possibile disciplinato e coeso, certo delle proprie idee ma presente, direttamente o meno, in tutti gli ambiti in cui ciò sia possibile e utile. Il nuovo partito non sarà quindi né un comitato elettorale né un partito di massa, ma qualcosa di simile a quello che il politologo novecentesco Maurice Duverger definiva come Bund, come “ordine”: ossia come associazione di individui legati da uno scopo forte, e uniti da altrettanto forti sentimenti di amicizia politica[5]. Non è né facile né utile prevedere quali potranno essere gli strumenti che consentiranno a questo bund un legame con la popolazione. Si tratta di un campo sperimentale, in cui possono essere tentate soluzioni vecchie e nuove: circoli territoriali simili a quelli del partito di massa, centri mediatici efficaci, cellule militanti sistematicamente presenti in varie realtà lavorative e sociali, nuclei di “partito sociale”, ossia di aiuto concreto a strati popolari inteso anche come forma di tangibile presenza politica. Quel che invece è possibile dire con certezza è che il nuovo partito, pur prevedendo sia propri media che propri gruppi istituzionali (parlamentari, consiglieri regionali ecc.), non potrà identificarsi né coi primi né coi secondi. I gruppi dirigenti del partito e i suoi nuclei mediatici e istituzionali dovranno essere almeno funzionalmente distinti, per evitare sia la riduzione della politica a comunicazione sia i noti rischi di trasformismo istituzionale. La centrale e comunque inevitabile questione delle elezioni non dovrà mai sostituire o sovrastare il radicamento sociale, anche se quest’ultimo viene certamente rafforzato da una presenza istituzionale “amica”.

Non aspettare Godot

Ma quando e come costruire un partito del genere?

Louis Althusser, proprio riflettendo sulla questione dello Stato nuovo e durevole posta da Machiavelli (questione che per Althusser era evidentemente l’altro nome della rivoluzione comunista), sosteneva che quando si tratti di problemi radicalmente nuovi il pensiero politico può soltanto impostarne i termini, non prescriverne astrattamente la soluzione: soluzione che spetta invece alla capacità di interpretare la congiuntura, la contingenza storica, l’occasione non  inevitabile ma aleatoria in cui opportunità spesso impensate aprono inattese possibilità[6]. È quindi inutile prescrivere i passi precisi, le precise scadenze della costruzione. Ma è certamente condizione immediatamente necessaria la costituzione di uno o più gruppi che quantomeno pongano a sé e ad altri in maniera ragionata, sistematica e continuativa il problema del partito, perché solo in tal modo si potrà costantemente interrogare la realtà in cerca di una risposta, si potrà in qualche modo agire, e non limitarsi a una passiva e vana attesa di un qualche Godot.

Il mai abbastanza rimpianto Enzo Jannacci confessò che uno dei suoi sogni segreti era quello di assistere a una rappresentazione di Aspettando Godot (il dramma di Samuel Beckett i cui due protagonisti, Estragone e Vladimiro, attendono inutilmente il salvifico arrivo dell’uomo del titolo) e di saltare a un certo punto sul palcoscenico gridando più o meno così: “Uhei ragazzi, sono io, sono Godot! Cacchio, potevate dirmelo che mi aspettavate: una telefonatina e arrivavo”. Ecco: il nostro Godot non sarà né quello del dramma, che pur sapendo di essere atteso non arriva mai, né quello di Jannacci, che si manifesta allegramente all’improvviso. Il nostro Godot, ossia l’occasione e anzi le occasioni per costruire ciò che è necessario, lo troveremo soltanto se usciremo a cercarlo, sapendo cosa chiedergli.



[1] Lo nota, tra gli altri, Sigmund Neumann, nel suo Toward a Comparative Study of Political Parties, nel volume collettaneo da lui stesso curato Modern Political Parties. Approaches to Comparative Politics, University of Chicago Press, Chicago 1967, in cui sostiene, fra l’altro, che soprattutto dopo il 1945 ogni partito politico va raffigurato come la punta di un iceberg, che nasconde gran parte dei suoi rapporti di potere (pp. 416 e ss.).

[2] Riporto e aggiorno qui alcune tesi già espresse nel mio Machiavelli 2017. Dal partito connettivo al partito strategico,  https://contropiano.org/documenti/2017/04/07/machiavelli-2017-partito-connettivo-partito-strategico-090665 , e prima ancora in Metamorfosi del partito politico, Punto Rosso, Milano, 2000.

[3] Probabilmente l’unico vero limite del pregevole lavoro che Rodrigo Nunes ha dedicato al problema dell’organizzazione (lavoro in cui lo studioso smonta efficacemente tutte le illusioni “orizzontaliste” e l’idea che solo le rappresentanze istituzionali possono degenerare) sta nel ritenere che di per sé il rapporto tra svariati partiti e movimenti costituisce un’“ecologia” che è già, immediatamente, “ecologia politica”. Laddove l’uso della metafora biologica induce a rimuovere il fatto che la politica di emancipazione è un evento raro, non si dà nella semplice associazione o interazione, ma richiede l’emergere di visioni e capacità specifiche e può essere ravvisata solo da un’analisi storico-concreta. Si veda Rodrigo Nunes, Né verticale né orizzontale. Una teoria dell’organizzazione politica, Edizioni Alegre, Roma, 2025.

[4] Per una sintetica ed efficace descrizione delle caratteristiche fondamentali di questo modello di partito si veda Alessio Mannino, Qualche appunto per il  “partito di massa”, Qualche appunto per il “partito di massa” | La Fionda.

[5] Maurice Duverger, I partiti politici, Comunità, Milano, 1970, pp. 173 e ss. Per la precisione in questo ricchissimo libro (essenziale per chiunque voglia affrontare seriamente la questione del partito) Duverger intende il partito di quadri in un senso molto diverso da quello qui proposto, considerandolo partito di notabili, tecnici o finanziatori (pp. 106-7). Quanto al bund, l’autore ne dà una versione quasi monacale. Ma non ci si spaventi: quando qui si parla di disciplina e coesione non si intende adesione fanatica, ma semplicemente serietà e durevolezza dell’impegno, il che, in quest’epoca di mesto individualismo, sarebbe già moltissimo.

[6] Louis Althusser, Machiavelli e noi, Manifestolibri, Roma, 1995, in particolare le pp. 33-43. Ma si veda anche, dello stesso autore, Sul materialismo aleatorio, Unicopli, Milano, 2000.

da qui

giovedì 22 gennaio 2026

La sfiducia verso gli altri mondi - Raúl Zibechi

Occasionalmente, anche se raramente, troviamo echi nel modo in cui vediamo il mondo, e in particolare, il nostro mondo. Una recente intervista sul sito Comune, condotta da Gianluca Carmosino con l’antropologa italiana Stefania Consigliere, è particolarmente stimolante. Intitolata “Perché è difficile riconoscere nuovi mondi?“, presenta una prospettiva interessante.

L’antropologa sostiene che altri mondi, o mondi nuovi, esistano già, anche se appaiono disorganizzati e imperfetti. Individua due ragioni che ci impediscono di vederli, riconoscerli e dare loro l’importanza che meritano. La prima è “lo sguardo coloniale”. A suo avviso, “se un mondo non è tecnologicamente avanzato, ad esempio, o non ha una struttura sociale come la nostra, è un mondo un po’ selvaggio, meno desiderabile e primitivo”. Si tratta di un’“arroganza coloniale” che non è affatto esclusiva dell’Europa o del Nord del mondo, ma è atteggiamento consueto tra la sinistra e gli accademici latinoamericani, che tendono a guardare con distacco e disprezzo le iniziative provenienti dal basso e dalla sinistra. Una riflessione che condividiamo.

Il secondo tema affrontato riguarda “l’approccio eroico all’idea di cambiamento”, ereditato dalla nozione tradizionale di “rivoluzione come presa del potere, con il momento magico escatologico nel quale finalmente arriviamo alle leve del comando e dirigiamo la macchina dove ci piace…”. Riesce a collegare la presa del potere statale con “la tentazione del dominio”, che, secondo l’autrice, risulta essere l’aspetto meno esplorato dei movimenti antisistemici.

Credo che entrambe le riflessioni siano molto importanti, a patto che riusciamo ad accoglierle come un nostro problema e non come un problema altrui, lontano da noi. Tutti noi che sosteniamo lo zapatismo abbiamo sperimentato persone di sinistra e di altri movimenti che alzavano le spalle quando raccontavamo loro di aver partecipato a un incontro e di aver condiviso le nostre esperienze con i compagni, o che stavamo sostenendo la costruzione di un ospedale, di una scuola o la distribuzione di caffè biologico. L’immagine eroica degli operai bolscevichi che entrano nel Palazzo d’Inverno sembra davvero importante, mentre partecipare a un evento per ascoltare e imparare sembra secondario, quasi irrilevante.

Una citazione della scrittrice Simone Weil nell’intervista sopracitata riassume questo atteggiamento avanguardista di non ascolto: “… l’attenzione è la più alta e rara delle virtù. Quindi stare attenti, stare in ascolto, sentirsi, anziché performare”. Questi sono i passaggi preliminari necessari per intraprendere azioni profonde e, quindi, durature. L’immagine della presa del potere come ingresso al palazzo è diventata una cartolina, un’immagine che racchiude le idee semplicistiche di rivoluzione che hanno così profondamente permeato l’immaginario della sinistra mondiale. Tutto ciò che non si allinea con questo è quasi una perdita di tempo.

Un grosso problema di questa sinistra è che decontestualizza il prima e il dopo del benedetto binomio “rivoluzione = presa del potere”, isolando quell’evento e trasformandolo in un paradigma di ciò che è desiderabile, dell’unica cosa che ha veramente valore. Ma quel passo è sempre stato preceduto, in ogni caso, da migliaia di piccole azioni che non sembravano importanti, né si sapeva che potessero portare ad azioni più grandi. Un fornaio indipendentista catalano scrisse delle centinaia di forni per il pane di Barcellona, ​​che lavoravano tonnellate di farina ogni giorno per mano di migliaia di persone, come un importante antecedente alla rivoluzione di Barcellona del 1936, seguita al colpo di stato di Franco.

Sono appena tornato dal Perù, dove ho avuto una lunga conversazione con uno dei consulenti più esperti dell’organizzazione amazzonica AIDESEP (Associazione Interetnica per lo Sviluppo della Foresta Pluviale Peruviana), che riunisce quasi 2.500 comunità in nove federazioni. Abbiamo parlato a lungo dei 15 governi autonomi che altrettante comunità hanno creato a causa dell’impossibilità di dialogo e negoziazione con il governo di Lima. Quando gli ho chiesto perché i popoli indigeni delle Ande, Quechua e Aymara, non abbiano intrapreso un percorso simile, il suo racconto mi ha sorpreso. La CONACAMI (Confederazione Nazionale delle Comunità del Perù Colpite dall’Attività Mineraria), che rappresentava più della metà delle sei comunità andine del Paese, ha iniziato a discutere la possibilità di adottare un’identità indigena, poiché fino ad allora le organizzazioni si identificavano solo come contadine. Adottare un orientamento indigeno significava rompere con la tradizione di mobilitarsi per rivendicare qualcosa dallo Stato, poiché non riuscivano a concepire altra opzione che negoziare per ottenere risorse. La posizione indigena fu sostenuta, tra gli altri, dal nostro compagno Hugo Blanco. Tuttavia, i partiti di sinistra peruviani si rifiutarono di consentire questo passo, perché ritenevano di perdere il controllo della “loro” base, rigorosamente controllata dalle gerarchie di partito e da movimenti come il PCC (Confederazione Contadina Peruviana). Usarono la minaccia di tagliare i finanziamenti al movimento attraverso le ONG da loro controllate come ricatto, riuscendo così a bloccare questo passo storico che avrebbe condotto i popoli andini verso percorsi più vicini alla costruzione dell’autonomia.

Sollevo questa questione perché sento che, oltre allo sguardo coloniale e alla visione eroica dei cambiamenti che analizza Consigliere, ci sono gli interessi personali e politici meschini di coloro che vivono a scapito dello sforzo dei popoli e usano la loro influenza per ottenere qualche tipo di vantaggio.


Pubblicato su Desinformemonos con il titolo La desconfianza de la izquierda hacia los mundos otros

da qui

 

domenica 11 gennaio 2026

Tra Destra e Sinistra - Miguel Martinez

 

In tutto l’Occidente (cosiddetto), ci sono più o meno due poli politici, uno di Sinistra o progressista, e uno di Destra conservatore.

Il primo polo fa discorsi di voler cambiare le cose e innovare; il secondo di restare fedele alle buone vecchie usanze.

Ora, sappiamo che le innovazioni aumentano comunque, a una velocità inconcepibile.

Alzi la mano chi è conservatore davvero, e pronto a fare sei figlioli, tutti da picchiare che le botte fan bene; uno solo l’Erede, una da sposare con la dote, due da mandare in seminario e due in convento; e a fare a meno dell’iPhone, anzi del cellulare tout court, anzi della tv a colori… e le vacanze estive a passarle preparando la processione del Santo.

A ragion di logica, gli ultimi conservatori veri dovrebbero essersi estinti circa mezzo secolo fa.

Eppure i partiti conservatori stanno crescendo in gran parte dell’Occidente, anzi più “sorpassano a destra”, più voti prendono.

Il paradosso si capisce leggendo il brano di Antonio Di Siena sulla maniera in cui il welfare surrogato del turismo distrugge l’identità di una comunità e trasforma tutti in turisti a casa nostra, specie l’ultima frase:

Sospeso tra l’appartenenza a un luogo e la minaccia costante di esserne espulso“.

E’ una definizione oggettiva della condizione interiore della maggior parte del ceto medio almeno nei paesi dell’Europa meridionale oggi – un fatto, non una presa di posizione.

Ma sei ci pensiamo, questa frase esprime molto bene la nota prevalente dietro tutta la retorica dei movimenti e partiti di Destra in Occidente oggi.

Ora se le organizzazioni di Destra sono riuscite ad agganciarsi a qualcosa di così più profondo e reale, si capisce facilmente perché stanno avendo tanto successo elettorale.

Il sociologo Luca Ricolfi, nel suo libro La mutazione, distingue in Italia tre categorie fondamentali, in base a come immaginano il proprio futuro – la garanzia, il rischio e l’esclusione. I sondaggi (ai tempi delle elezioni che hanno incoronato la Meloni) hanno dimostrato che chi si sentiva al sicuro, votava prevalentemente Centrosinistra; chi si sentiva escluso votava 5Stelle (per via del reddito di cittadinanza); chi si sentiva a rischio votava nettamente a Destra.

Mi immagino un elettore medio di Destra, il piccolo proprietario di un negozio sull’orlo del fallimento, che non ha mai imparato una lingua straniera, e vede il suo quartiere che si disumanizza giorno per giorno.

Ha ragione da vendere, la sua alienazione è reale; anzi, è meglio lui che almeno se ne rende conto, di tanti che fanno finta di vivere nel migliore dei mondi possibili.

L’equivoco sta tutto nel capire la causa dell’alienazione.

La persona a rischio non si lascia abbindolare dalle spiegazioni ottimistiche e mainstream,

“crisi momentanea, andrà tutto bene, difendiamo l’Europa dell’inclusione, basta con le fake news dei populisti, viva il PNRR e le mascherine e abbiamo bisogno del sangue dei vostri figli per l’Ucraina.”

 

La persona a rischio ascolta piuttosto un vociare intenso, che almeno riconosce il disastro. E che glielo spiega lì per lì, con esempi umani.

Non sei padrone a casa tua, perché

a Padova un professore ha bofonchiato per il presepe nell’ingresso della scuola elementare,

a Milano c’è una strada con più kebabbari che pizzaioli,

un imam che lavora in un garage a Bari ha detto che chi non crede al Corano non va in Paradiso,

ci sono degli studenti Erasmus al loro terzo giro per l’Europa pagato dai contribuenti stanno facendo un corso sull’uso corretto dei pronomi e vogliono əbələrə lə vəcələ

c’è una ragazzina autistica svedese Pro-Pal che per colpa sua l’assessore alla mobilità ha deciso che io mi devo fare l’auto nuova…

Casi che mi sono inventato solo per pigrizia, avrei potuto trovarne a centinaia con un po’ di ricerca… si diffondono perché i nostri presunti conservatori stanno attaccati dalla mattina alla sera a Facebook e Whatsapp che ritengono utili strumenti assolutamente neutrali.

Per le persone a rischio, schiacciati tra i garantiti e gli esclusi, questi casi sono perfetti, perché propongono nemici tanto in alto quanto in basso: i professoroni mantenuti con le nostre tasse che hanno potuto chiəcchiərərə invece di lavorare da una parte, dall’altra la feccia di delinquenti di paesi lontani che dal basso ci minaccia tutti i giorni. E ovviamente una mezza ragione c’è sempre, ci sono professoroni con il ditino imparatore, e ci sono marocchini furbi e cattivi: in fondo, siamo tutti umani, purtroppo.

Ognuna di queste storielle mette in moto la Macchina del Moto Perpetuo a Energia Avversaria – l’imam cui stanno antipatici gli “idolatri” mette in moto quello cui stanno antipatici i “tagliagole jihadisti”, e quello a sua volta mette in moto quello cui stanno antipatici i “razzisti“, e quello a sua volta mette in moto quello cui stanno antipatici i “comunisti amici dei terroristi islamici pro-Pal”.

La reciproca giustificazione delle parti impedisce a entrambe di cercare le vere ragioni dell’alienazione.

Un piccolo esempio: le biciclette elettriche a pedalata assistita sono bloccati per non superare i 30 km orari.

Ma i rider (pakistani quasi tutti) che portano cibo a domicilio, per stare dietro all’algoritmo che li manda, devono andare molto più veloci. E quindi c’è tutta un’industria per sbloccare le bici, che arrivano anche a 100 chilometri orari. Insomma, un furbetto pakistano potrebbe davvero mandare in coma una persona a noi carissima. Rimandiamoli al paese loro, e la mia amica resuscita!

Ma così non ci rendiamo conto del meccanismo, che prevede rischi legali per i rider, rischi fisici per i passanti, ma profitti ad aziende come Deliveroo.

Che solo se andiamo a cercare, scopriamo che Deliveroo è una meraviglia di inclusività al di sopra dei gretti nazionalismi – fondata da un cinese Londra e poi comprata da Door Dash creato a Palo Alto in California da un altro cinese

Nel 2017, vi fu una causa class action contro Door Dash perché trattava i suoi dipendenti come “professionisti autonomi”. Door Dash negoziò un accordo con cui versava la miseria di 130 dollari a ogni lavoratore truffato; ma anche 28 milioni di dollari agli avvocati (non sappiamo quanto a testa, ma sospettiamo di più).

Totale 100 milioni di dollari, che sembrano una bella cifra.

Finché non scopriamo che il proprietario di Door Dash, l’anno prima, si era fatto assegnare uno stipendio di 413 milioni di dollari.

Il peruviano che pulisce in nero dieci case occupate in regola dalla finanziaria con sede nelle Isole Cayman, però tarda a pagare l’affitto al padrone di casa italiana che manda i carabinieri a sfrattarlo, e diventa occupante abusivo: ecco che l’Uomo Comune sceglie come nemico gli sfrattati, perché si sente più padroncino di una casetta magari per il figlio che si deve sposare, che immigrato senza arte né parte.

Spesso non per cattiveria, ma semplicemente perché nessuno gli indica chi ha veramente trasformato i cittadini in turisti a casa loro.

Non si tratta esclusivamente di turismo, ma di un intero sistema fondato sulla relazione tra solitudini, precarietà e grandi movimenti finanziari.

E non è facile spiegarlo.

I veri delinquenti sono cosmopoliti di ogni razza e non hanno nemmeno quelle belle motivazioni terribili che ispirano e spaventano: non lo hanno fatto perché “odiano la nostra cultura”, lo hanno fatto perché ci hanno guadagnato montagne di soldi, trasformando esseri umani e luoghi veri in miniere da cui estrarre denaro, e gettandoci da parte, come i minatori gettano da parte gli scarti da lavorazione.

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martedì 23 dicembre 2025

Ad Atreju Giorgia Meloni mette in mostra “il presepe degli intellettuali”. E la sinistra glielo lascia fare…- Fulvio Abbate

Giorgia Meloni sembra detestare chiunque non le somigli. E, si sappia ancora, non è l’unica a provare risentimento, se non proprio livore, per tutti noi che, per semplici ragioni di eleganza e stile, non possiamo perdonarle di non avere mai mostrato discontinuità rispetto a una sua, interamente sua, matrice neofascista, temo ostentata come fosse un peluche festivo. Altrettanto meschini, anzi, “rosiconi” risultiamo agli occhi dei suoi molti instancabili sostenitori, cioè in chi ha votato il suo miracoloso partito che, fin dal nome, mostra pretese familiari, forse anche familistiche, quasi fossimo in presenza di un patto tra consanguinei, sorta di prima comunione e cresima identitarie: Fratelli d’Italia. Implicitamente, assodata la narrazione da rotocalco popolare e populista, perfino “sorelle”, in questo caso non meno italiane, cristiane, convinte che prima d’ogni altri debbano essere gratificati i nostri dirimpettai connazionali, implicito disprezzo verso l’immigrati, concepiti come immondizia umana, indesiderabili.

Giorgia Meloni, come molti fanno inutilmente notare, dimentica, forse strumentalmente, di trovarsi da tre anni in una posizione apicale, addirittura alla presidenza del Consiglio, ciononostante tutto ciò non le impedisce di attribuire agli altri, ai cosiddetti, sempre parole sue, “rosiconi” e “sinistri”, “residenti delle ZTL”,  appunto, i propri limiti, i doverosi compromessi che realismo politico impone; d’altronde il vittimismo risentito è tra le armi principali di chi, notava il liberale Ennio Flaiano, vive in uno stato di perenne profondo senso di inferiorità culturale, oltre che politico. Non si dimentichi che agli occhi di molti il luogo ideale di chi non abbia mai marcato distanza dalla memoria dell’orbace mussoliniana prende il nome di “fogna”. Per antifrasi, gli stessi “camerati”, anni addietro, ritennero giusto chiamare una loro fanzine altrettanto identitaria proprio “La voce della fogna”. Non sembra che, diversamente da Gianfranco Fini, abbiano mai definito il fascismo “male assoluto”. Quanto ai rapporti con la “comunità” non si sono mai interrotti.  

Accanto al vittimismo temperato di rabbia mal trattenuta, il Minculpop intestato a una creatura fantasy di Giorgia Meloni da settimane ormai lavora ad ampliare le sale del proprio pantheon già prossimo scenograficamente a una cripta, includendo accanto all’immaginario già sufficientemente citato – “Il Signore degli Anelli” di J. R. R. Tolkien, e ancora “La storia infinita” di Michael Ende: da cui trarre il “logo” Atreju per le proprie manifestazioni-vetrina-showroom – figure del tutto improprie rispetto al patrimonio genetico iniziale.

L’appropriazione di Antonio Gramsci, in funzione della legittimazione di una propria egemonia venata di revanchismo tuttavia non meno nibelungico come già nelle premesse “non conformi”, è in questo senso esemplare, ed essendo condotta in un contesto segnato dalla post-verità dell’Intelligenza artificiale che tutto concede e consente appare in definitiva irrilevante che storicamente non possano esserci punti di contatto da il promotore dell’“Ordine Nuovo” nei giorni dell’occupazione armata delle fabbriche torinesi, Gramsci, e chi giunge invece dal “bunker” di Colle Oppio, alle cui pareti figuravano semmai i ritratti votivi di Corneliu Codreanu, leader ultranazionalista e ideologo antisemita romeno de la “Guardia di Ferro” o di Léon Degrelle, quest’ultimo un politico belga, fondatore del rexismo, movimento nazionalista di ispirazione ultra-cattolica, pronto a virare ideologicamente verso il fascismo, combattente nella seconda guerra mondiale nel contingente vallone delle Waffen-SS. Oppure, in un caso più “colto” ed estetizzante nel controluce mortuario della destra “sublime”, suggerendo quindi temperature eroiche, Robert Brasillach, scrittore francese collaborazionista e come tale fucilato nel febbraio 1945 al forte di Montrouge. Sorge perfino il dubbio che il culto di Ezra Pound cui molta destra fa riferimento, come fiore all’occhiello al posto delle “cimice” del trascorso Pnf, non ne riguardi con esattezza l’opera poetica straordinaria, si pensi alla complessità immaginifica dei “Cantos”, semmai l’immagine ben più prosaica e vittimistica del “prigioniero in gabbia”, catturato dai partigiani italiani e consegnato ai militari statunitensi che lo internarono nel campo di prigionia di Coltano, nei pressi di Pisa.

C’è anche il caso del non meno improbabile tentativo di appropriazione di Pier Paolo Pasolini, poeta, scrittore, cineasta, critico letterario, semiologo civile, intellettuale (anzi, “intelletuale”, così come scrisse un anonimo segretario di sezione friulana sulla sua tessera di militante comunista del 1947), polemista “corsaro” e “luterano” e legato “sentimentalmente” all’epica resistenziale. Basterebbe in questo caso leggere la sua dichiarazione di voto del giugno 1975 per abbattere ogni dubbio: “Voto comunista perché ricordo la primavera del 1945, e poi anche quella del 1946 e del 1947Voto comunista perché ricordo la primavera del 1965 e anche quella del 1966 e del 1967. Voto comunista, perché nel momento del voto, come in quello della lotta, non voglio ricordare altro”.

Rispetto a un possibile Pasolini “conservatore”, se non “reazionario” o addirittura “fascista e delatore”, come ha suggerito Federico Mollicone, deputato di Fratelli d’Italia e presidente della commissione Cultura alla Camera – “Sì, in pochi lo sanno. E tuttavia è un fatto. Non certo una mia opinione” – ritengo che basti citare un remoto “comunicato stampa” della Giovane Italia, organizzazione juniores del Msi, stilato intorno al 1968, per “manifestare contro il clima di sporcizia morale che ha invaso il cinema italiano servo del P.C.I. e dei preti del dialogo”, dove Pasolini viene indicato come “vate dei porci” per rispondere nel merito senza fatica alcuna. Evidentemente anche in questo caso “le radici non gelano”, semmai si prova a rimuoverle.  

Ma è forse ciò che definiremo “presepe familiare” è ciò che più di ogni altra cosa restituisce il nucleo del consenso che la Meloni riesce a ottenere: come ho avuto modo di notare nei giorni scorsi anche altrove, l’apparizione della madre di “Giorgia”, Anna Paratore, tra il pubblico di Atreju è in questo senso rivelatorio ed esemplare, Anna Paratore ci consegna infatti sia l’immagine di una Madre Coraggio capitolina sia, per postura e stazza (e non sembri “body shaming”, semmai un dato oggettivo) la sagoma di Sora Lella che accompagna Mimmo al seggio elettorale in “Bianco rosso e Verdone”, così in un paese mai pienamente pervenuto alla convinzione che Dio Patria e Famiglia, categorie queste presenti nella pochette meloniana, siano valori regressivi, proprio di un’angustia piccolo-borghese soffocante proprio di un tempo antecedente le più significative conquiste civili. Temo invece che, al contrario, l’immagine della Ur-Madre Anna nel caso di “Giorgia” sembra essere un sigillo ulteriore di verace “autenticità”. In verità, ci sarebbe da citare altrettanto, sempre lì ad Atreju, la presenza tra il pubblico dell’ex compagno, nonché padre della figlia Ginevra, Andrea Giambruno… Irrilevante che la piccina sia nata fuori dal vincolo matrimoniale. La Destra non sottilizza molto in tema di morale confessionale quando si tratta di sé stessa; il peso del sentire clericale lo riserva infatti ad altri, magari evocando l’uso del “Maalox” per questi ultimi.

Peccato che a dispetto di questo deposito di retorica populista da sottoscala, a Sinistra prevalga il timore di pronunciare parole che possano indispettire, o ancora peggio amareggiare, i perbenisti, lasciando agli altri il monopolio di una presunta irrefrenabile libertà, così Donald Trump potrà letteralmente continuare a “cacare in testa” in effigie a chiunque – testuale come da video postato tempo addietro – tra i sorrisi impliciti della cara “Giorgia”. 

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sabato 6 dicembre 2025

Quando la sinistra si fa NATO - Michele Agagliate

La politica italiana ha un talento unico: riesce a tradirti sempre nello stesso modo, ma ogni volta fingendo sia la prima; basta leggere un voto parlamentare per capire che è finita lì, senza bisogno di procès-verbaux, senza bisogno di editoriali indignati, senza bisogno di analisi sociologiche. Il tradimento è già tutto in quella riga: YES. YES. YES. Tutti YES.

È il caso della votazione del Parlamento Europeo con cui la “sinistra del nuovo millennio” – quella che parla di pace, diritti, diplomazia, mondo multipolare – ha deciso di schierarsi, per l’ennesima volta, con l’escalation militare, lo scontro permanente, la cancellazione di qualunque tentativo negoziale tra Stati Uniti e Russia, il riarmo sistematico dell’UE e la prosecuzione infinita della guerra in Ucraina.

Un voto che dovrebbe far scattare i defibrillatori nei circoli progressisti; invece, sui social dei diretti interessati, silenzio di tomba. Selfie, bandierine arcobaleno, linguaggio inclusivo, meme, citazioni edificanti: tutto, tranne quello che contava davvero.

Nello screenshot della votazione si vede precisamente chi ha alzato la mano in quel YES così sciolto, così sereno, così conforme: Cristina Guarda, Ignazio Marino, Leoluca Orlando, Ilaria Salis, Benedetta Scuderi. Tutti schiacciati sul tasto verde della risoluzione più atlantista degli ultimi mesi.

Voti che dicono più di mille manifesti elettorali.

Voti che fanno più male di qualsiasi propaganda di destra.

Voti che certificano che la sinistra liberal italiana non è semplicemente cambiata: è migrata su un altro pianeta politico, dove la NATO è “pace”, Lockheed Martin è “diritti umani” e la diplomazia è una bestemmia geopolitica.

E mentre votavano la guerra infinita, il Sole 24 Ore registrava il sorpasso delle 70.000 vittime a Gaza. Settantamila. Un orrore biblico, un genocidio trasmesso quasi in diretta, un massacro che dovrebbe scuotere ogni coscienza.

Risultato?

Nessuno di questi paladini del “progressismo etico” ha collegato le due cose: il voto per alimentare il più grande riarmo europeo degli ultimi trent’anni… e un genocidio sostenuto militarmente dall’Occidente.

Pace sì, ma solo su TikTok.

Poi c’è stata lei, Ilaria Salis, che nella stessa plenaria ha regalato il secondo capolavoro della settimana: un discorso in cui, distinguendo fra trafficanti e passeur (distinzione corretta, se non fosse usata per sdoganare l’indicibile), ha paragonato questi ultimi a “chi aiutava gli ebrei a fuggire dai lager”.

Un paragone che – in un qualsiasi Paese dotato di memoria storica – sarebbe bastato da solo a scatenare un dibattito nazionale.

Invece no.

Nella sinistra moral-progressista funziona così: la storia è un serbatoio di metafore, non un insieme di fatti.

E se la metafora scatena emozione, meglio ancora.

Ma il paragone è una mina politica per almeno quattro motivi.

Primo: cancella la differenza tra chi, durante il nazifascismo, rischiava la vita gratuitamente per salvare perseguitati destinati alla camera a gas… e chi oggi gestisce un business multimilionario su tratte illegali, schiavitù moderna, barconi marcescenti, collusioni con milizie.

Secondo: elimina ogni nesso fra le guerre dell’Occidente e le migrazioni. Perché dire che i passeur sono eroi funziona solo se ti dimentichi che molti disperati scappano da guerre provocate proprio dalla NATO.

Terzo: strappa dal discorso l’unico punto politico reale, e cioè che il fenomeno migratorio ricade sulle periferie, non nella ZTL linguistico-progressista dove la sinistra vive e lavora.

Quarto: trasforma la politica in catechismo. Se i passeur sono santi laici, chi li critica diventa automaticamente un peccatore sociale.

Stop del dibattito. Amen.

Tutto questo, però, è solo il sintomo, non la malattia.

La malattia è strutturale: la sinistra liberal europea – e AVS in Italia – non è più una forza popolare, sociale, materiale, radicata. È una forza morale. Una ONG travestita da partito.

E le ONG non rappresentano i lavoratori.

Rappresentano cause astratte, narrative globali, comunità culturali specifiche.

Non il popolo, ma una community.

È per questo che AVS vota la guerra mentre si definisce “pacifista”.

Perché la pace, nel loro vocabolario, non è un processo negoziale: è un valore etico.

E i valori etici – come sanno bene gli strateghi della politica USA – si applicano solo dopo che hai vinto la guerra, mai prima.

Una pace che prevede solo la vittoria totale di una parte non è pace: è propaganda morale travestita.

E allora la domanda diventa: a chi risponde questa sinistra?

Perché non risponde più alle fabbriche, ai sindacati (quelli veri), alle comunità locali, ai territori agricoli, ai precari, agli operai della logistica, ai lavoratori poveri, al ceto medio massacrato dall’inflazione, agli studenti senza casa.

No. Risponde a una rete di fondazioni e ONG transnazionali, accademie cosmopolite, think tank finanziati da centri studi atlantici, centrali mediatiche che creano la narrativa dominante.

Sono dentro quell’ecosistema. Ne respirano l’aria, ne condividono la lingua, ne replicano la morale.

Il voto è solo la logica conseguenza di quella dipendenza.

E c’è un altro non detto che in Italia non si vuole affrontare: l’Europa sta costruendo un’economia di guerra permanente.

Non è uno slogan: sono documenti ufficiali.

Lo European Defence Fund ha ricevuto aumenti record.

Le industrie belliche europee hanno ottenuto corsie preferenziali per l’espansione degli stabilimenti.

Si discutono eurobond dedicati esclusivamente alla difesa.

Il target del 3% del PIL per le spese militari non è più un tabù.

Siamo già dentro una ristrutturazione industriale di tipo militarista, come negli anni ’50 ma senza la Guerra Fredda come alibi.

E AVS che fa?

Si mette dalla parte della storia?

Propone neutralità, diplomazia, multipolarismo?

Manco per sbaglio.

Vota YES — mentre già immagina il prossimo carro del Pride — e il pacifismo resta per le stories da quindici secondi.

Poi ci si chiede perché il popolo non la sopporta più.

È semplice: non perché “la gente è ignorante”, ma perché la gente è lucida.

Capisce benissimo le conseguenze materiali di un voto.

Capisce che chi vota per la guerra non può parlare di pace.

Capisce che chi difende i passeur senza parlare delle periferie non vive nella realtà.

Capisce che chi esalta la globalizzazione non deve fare i conti con gli stipendi da 1.100 euro.

Capisce che chi fa il moralista su tutto non dice mai una parola sul capitale, sulla NATO, sulle multinazionali dell’armamento.

È la sinistra che non capisce la gente.

Non il contrario.

E allora, che si fa?

Si accetta il declino?

Si lascia campo libero ai liberisti mascherati da ambientalisti?

No.

Si dice la verità: questa sinistra non tornerà più quella che era.

È finita.

Ha cambiato DNA.

Ha scelto il suo campo: non quello dei popoli, ma quello delle élite globali occidentali.

E quando un partito sceglie volontariamente di rappresentare gli interessi delle élite, non può più rappresentare il popolo.

Il popolo dovrà ricostruire da sé la sua sinistra:

una sinistra sovranista, popolare, antimilitarista, antiglobalista, ecologista materiale, non identitaria, non moralista, non succube della NATO, non inginocchiata alla Commissione Europea.

Una sinistra che difenda confini e diritti, pace e lavoro, reindustrializzazione e agricoltura, welfare e diplomazia.

Una sinistra che sa distinguere fra solidarietà e business, fra pace e guerra, fra autodeterminazione e ingerenza.

Ed è solo quando questa sinistra nascerà davvero che potremo finalmente smettere di leggere voti come quello di Strasburgo.

E potremo finalmente smettere di ascoltare chi predica la pace mentre vota la guerra.

Perché non c’è nulla di più ipocrita di una sinistra che ti dice “siamo per la vita” mentre schiaccia il tasto che manda a morire qualcun altro.

Che vadano tutti a casa. È il popolo che deve tornare a scrivere la sua storia.

E questa sinistra, oggi, è solo una nota a piè di pagina della NATO.

da qui