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giovedì 2 ottobre 2025

La UE guerrafondaia e MicroMega - Enrico Grazzini

 

L’Unione Europea e la Nato si armano contro la Russia per nascondere i loro fallimenti

Perché l’Europa corre verso il riarmo? La risposta della Nato e dell’Unione Europea, e anche purtroppo di gran parte della sinistra storica, è questa: l’Europa deve riarmarsi per potere contrastare la Russia che ha invaso l’Ucraina e che vuole attaccare tutta l’Europa. Ma il tiranno Vladimir Putin è veramente l’unico colpevole dell’attacco all’Ucraina? La Nato è una colombella innocente? Washington in Ucraina ha difeso i suoi interessi imperiali oppure la libertà degli ucraini? La Nato è davvero un’organizzazione che difende la democrazia? o è invece una macchina militare che non ha avuto scrupoli nell’attaccare illegalmente la Serbia, storicamente uno Stato amico della Russia, e di creare con le sue bombe il Kosovo, ovvero un nuovo Stato dentro l’Europa dove, tra l’altro, ha insediato una sua base militare? Se la Nato è un’organizzazione militare che difende l’Europa, perché ha attaccato l’Afghanistan, l’Iraq, la Siria, la Libia provocando decine di migliaia di morti innocenti, per lasciare poi terra bruciata? Perché la Nato, guidata dall’ex presidente americano Joe Biden, ha promesso all’Ucraina di poterne farne parte se i governi ucraini e gli oligarchi di Kiev erano da tutti considerati corrotti e fuori dalla democrazia? Putin è davvero così pazzo da scontrarsi con la Nato per invadere anche tutta l’Europa? Infine: riarmarsi è la risposta giusta per dare più sicurezza all’Europa? Solamente se si risponde a queste domande si riesce a comprendere quali potrebbero essere realmente le difficili vie della pace.

In tutta Europa si diffonde una cagnara ridicola, ma pericolosissima, su come i paesi della Nato e dell’Unione Europea dovrebbero difendersi dall’imminente invasione russa e su come prepararsi alla guerra con la Russia. Secondo i piani attuali della Nato e della UE, sua fedelissima sorellastra minore, la guerra in Ucraina non dovrebbe finire mai: l’Ucraina, anche dopo la fine del conflitto, dovrebbe iperarmarsi, diventare una spina nel fianco, un “porcospino” (come afferma ripetutamente la guerriera valchiria Ursula von der Leyen) ovvero una minaccia permanente per la sicurezza russa. In tale maniera la guerra con la Russia diventerebbe ovviamente quasi certa. Il piano folle e bellicista dell’Unione Europea – spinta soprattutto dai governi della Polonia (38 milioni di abitanti) e dai paesi baltici (circa 6 milioni), paesi che insieme non rappresentano neppure un decimo della popolazione della U, e che sono ultranazionalisti e storicamente nemici giurati della Russia – è di armare l’Ucraina fino ai denti e metterci dentro truppe e missili europei mirati su Mosca. Così Bruxelles getta l’Europa nella più completa insicurezza; si inasprirà lo scontro con la Russia e questo potrà avere esiti catastrofici. Kaja Kallas, attuale Alto rappresentante dell’UE per gli Affari Esteri e la Politica di Sicurezza, ha già dichiarato senza pudore che la guerra in Ucraina dovrebbe concludersi con la disintegrazione della Russia e la sua divisione in Stati più piccoli. Secondo questa fanatica la Russia è composta da molte nazioni diverse e la sua rottura in Stati separati “non sarebbe una cattiva idea”.1

La verità è che la Russia di Putin non vuole invadere l’Europa, non ne ha né l’interesse (che se ne fa dell’Europa il paese più grande e meno densamente popolato del mondo?) né le forze per conquistarla: la Nato è militarmente molto più potente2. La Russia cerca invece dall’Europa e dall’America di Trump una garanzia di sicurezza che Bruxelles – sede dei quartieri generali della UE e della Nato – non vuole darle. Perché allora l’Unione Europea spinge per la corsa alle armi e alla guerra? La verità è che ormai i gruppi di potere che dominano la UE hanno fallito su tutti i fronti. La verità è che le elite dominanti di Francia e Germania, in gravissima difficoltà politica e economica, stanno pompando il nemico russo per nascondere i disastri che hanno provocato. La verità è che l’Ucraina è stata usata dalla Nato per provocare uno scontro con la Russia sulla pelle degli ucraini. La verità è che la Nato ha provocato la guerra in Ucraina e è colpevole dell’illegale invasione russa come e forse più di Putin. La verità è che se i popoli non manifesteranno con forza la loro volontà di pace e se continuerà l’escalation bellicista, purtroppo si avvicinerà la guerra atomica.

Le guerre illegali della Nato

La sinistra storica scambia la Nato – promossa dagli Stati Uniti all’inizio della Guerra Fredda per legare gli Stati europei alla lotta contro l’URSS comunista prima, e poi contro la Russia post-sovietica – per un’associazione puramente difensiva che promuove i sacri valori occidentali della democrazia e dello Stato di diritto e che ci difende per amore della Libertà da “l’orco russo”, come il presidente francese ha definito Putin! Niente di più falso. La sinistra tradizionale europea e italiana si dimentica che la Nato non è un’associazione di boy-scout. È un’organizzazione diretta dagli americani che ha condotto guerre illegali, di attacco (e non di difesa) in Serbia, in Afghanistan, in Iraq e in Libia, guerre di aggressione per le quali anche gli europei, anche gli italiani hanno versato il sangue dei loro soldati. La Nato ha sempre perso queste guerre che hanno provocato centinaia di migliaia di vittime innocenti e che hanno diffuso il terrorismo in Europa e nel mondo. In Ucraina la UE ha seguito la politica della Nato: ma provocare la Russia ai suoi confini è stata un’idea rovinosa non solo per l’Ucraina ma anche per il vecchio continente. Attualmente i russi stanno vincendo la guerra e avanzano conquistando sempre più territori. Trump si sgancia dalla guerra mentre Germania, Francia, Gran Bretagna e Polonia vogliono prendere il posto degli americani per armare l’Ucraina contro la Russia. Dalla padella alla brace!

La sinistra europea vuole l’escalation in Ucraina? Schlein e il caso MicroMega

Il paradosso è che la sinistra europea e italiana hanno scambiato gli amici con i nemici e viceversa. La Nato non è amica dell’Europa ma dell’America. Washington da decenni, fin dal crollo dell’URSS, fin dalla nascita dell’Ucraina nel 1991, ha pianificato l’incorporazione dell’Ucraina nella Nato. L’obiettivo di Washington non era certo di difendere il popolo ucraino dai russi: l’obiettivo degli americani – peraltro dichiarato esplicitamente, basta sapere leggere l’inglese! – è sempre stato fin dall’inizio quello di inglobare Kiev nel suo sistema bellico per contrastare e umiliare la Federazione russa e per focalizzarsi in Asia sul nemico principale: la Cina. L’Ucraina, lusingata con false e vigliacche promesse di incorporazione nella Nato, è stata sacrificata dagli americani nella lotta contro la Russia per tentare di indebolire e sconfiggere Mosca! La guerra dell’America contro la Russia è stata anche, e forse soprattutto, una guerra contro l’Europa, in particolare per impedire la saldatura tra la florida economia industriale tedesca e la potenza energetica e mineraria della Russia. Gli americani in Ucraina hanno manovrato non solo contro la Russia ma soprattutto contro l’Unione Europea e la Germania, forte delle forniture energetiche di Mosca. Non a caso uno dei primi atti di guerra è stato il sabotaggio del gasdotto North Stream2 a opera dei servizi ucraini e magari di altri servizi alleati. La guerra americana in Ucraina e le controproducenti sanzioni contro Putin hanno provocato una grave crisi energetica e il blocco dell’economia europea; inoltre la guerra americana ha fatto precipitare la crisi economica e politica della Germania e della Francia e di molti altri paesi europei, e ha sollevato un’ondata di proteste sfruttate soprattutto dalla destra estrema. Con la guerra in Ucraina l’Europa è diventata una quasi colonia americana. La guerra ha posto l’Europa in una posizione di quasi completa sudditanza energetica, commerciale, finanziaria, tecnologica, geopolitica e militare verso gli USA e ha provocato la crisi profonda della democrazia. Un disastro politico di prima grandezza per l’Europa. Grazie alla von der Leyen e alla sue bellicose politiche – ma anche grazie alla sinistra europea e italiana che non sa sganciarsi e opporsi alla Nato e a Ursula – oggi l’Europa è sull’orlo dell’abisso di una guerra che potrebbe diventare rapidamente atomica.

E’ la Nato che dirige oggi l’Europa, mentre la UE è in preda a una crisi comatosa. Oggi il vero collante dell’Unione Europea è la Nato guidata da Trump anche se, paradossalmente, Trump sembra attualmente più amico di Putin che della von der Leyen! Trump è ondivago e inaffidabile: ma sembra che abbia rovesciato la politica del suo predecessore Biden e, poiché i russi stanno vincendo in Ucraina e non vuole uno scontro frontale con la prima o seconda potenza atomica del mondo, si disimpegna dal conflitto e lascia il cerino acceso nelle mani degli europei. Che, invece di spegnere le fiamme e cercare di portare a casa il salvabile, assurdamente gettano benzina sul fuoco. Un folle strano caso di suicidio geopolitico! La UE di Ursula segue come una fedele e vecchia domestica la Nato del segretario olandese Mark Rutte e il cancelliere tedesco Friedrich Merz nello scontro frontale con la Russia di Putin, anche se questi fino a tre anni fa era il più stretto partner economico dell’Europa! Ursula von der Leyen rappresenta più gli interessi di Washington, di Berlino e di Varsavia che dei popoli europei. Questa è la cruda realtà, e con questa occorre fare i conti.

Il problema politico principale è che la sinistra storica italiana e europea non comprende, o non vuole comprendere, che cosa è effettivamente la Nato. Il Partito Democratico, i media, come Repubblica e Micromega, e gli intellettuali che pretendono di essere di sinistra, progressisti e illuministi, promuovono la falsa idea che la Nato sia una generosa e cavalleresca associazione che difende la libertà e aiuta i paesi più deboli a difendersi. Ma questo è un rovesciamento della realtà storica. Elly Schlein, segretaria del Partito Democratico, ha dichiarato a proposito dell’Ucraina «Ho avuto una posizione molto dubbiosa sull’invio delle armi all’Ucraina perché ho compagne e compagni che hanno votato a favore nel Parlamento. Secondo me non è con le armi che risolveremo il conflitto con una potenza nucleare, e da federalista europea convinta – quindi con nessun dubbio sulla mia collocazione europea e atlantica – vorrei vedere un ruolo più forte dell’Unione europea nel cercare una via per porre fine alla guerra».3 Schlein conferma dunque di essere allineata all’atlantismo e al dogma europeista e, nello stesso tempo, si dichiara pacifista e rispettosa dell’articolo 11 della Costituzione e ripudia la guerra. Una posizione quanto meno contraddittoria. Occorre però sottolineare che la segretaria del PD è più a sinistra del suo partito: sull’Ucraina – come anche sulla guerra di annientamento che Israele sta conducendo contro il popolo palestinese – il PD è molto più a destra della Schlein, e è completamente filo-Nato. Il risultato è che la sinistra tradizionale, che storicamente è sempre stata a favore della pace, è invece oggi a favore della guerra. Infatti volere una “pace giusta” in Ucraina significa non volere la pace, perché la pace possibile è dettata dal vincitore e non dalla dea Giustizia, e in Ucraina è la Russia che sta vincendo.

Insieme al PD, anche la maggioranza degli intellettuali di sinistra è schierata a favore delle politiche della Nato in Ucraina e del riarmo europeo contro la Russia: un esempio clamoroso di questa distorsione a favore dell’impegno occidentale in Ucraina – volontaria o involontaria che sia – sono gli scritti della direttrice di Micromega Cinzia Sciuto che difende a spada tratta, in nome della libertà e della democrazia, il diritto dell’Ucraina di abbandonare la decennale politica di neutralità militare e di chiedere l’ingresso nella Nato. La filosofa Sciuto difende così di fatto il diritto della Nato di installare le sue basi militari in Ucraina contro la Russia. Nel suo articolo “Diritto o barbarie” sul numero 4 del 2025 di Micromega Sciuto scrive che: “Molti, in nome dell’antimperialismo, hanno rifiutato di condannare l’aggressione russa, sostenendo che si trattasse di una risposta legittima all’espansione della NATO, e hanno interpretato la resistenza ucraina all’invasione come una guerra per procura degli USA alla Russia, ignorando i fermenti democratici che hanno attraversato l’Ucraina fin dall’Euromajdan. Un clamoroso tradimento da parte della sinistra”.

E’ vero che le manifestazioni di piazza Maidan del 2014 per la democrazia erano partecipate da migliaia di manifestanti che volevano veramente che il loro paese “entrasse in Europa”, fuggisse dalla morsa degli oligarchi del loro paese e diventasse più ricco, prospero e “occidentale”; ma è certamente altrettanto vero che durante gli scontri armati di EuroMaidan erano attivi squadroni di estrema destra addestrati dalla CIA per ribaltare il governo democraticamente eletto del presidente filorusso Viktor Janukovyč. La Sciuto, che pure dirige una rivista che si proclama illuminista e di sinistra, nel suo articolo ignora del tutto il decennale intervento americano per sovvertire il potere in Ucraina in modo da fare diventare questo paese un’arma puntata contro la Russia. Solo i filosofi che credono a Babbo Natale e a Cappuccetto Rosso possono credere che il colpo di stato in Ucraina che costrinse alla fuga Janukovyč sia stato accidentale e prodotto dalle “spontanee manifestazioni democratiche”. Nel 2008 in una visita a Kiev, il presidente americano George W. Bush junior proclamò che “Aiutare l’Ucraina a procedere verso l’adesione alla NATO è nell’interesse di ogni membro dell’alleanza e questo contribuirà a promuovere la sicurezza e la libertà in questa regione e nel mondo”4. Sciuto è d’accordo con George Bush? Che ha invaso l’Iraq per combattere inesistenti “armi di distruzione di massa”? Il problema della Sciuto – e della sinistra tradizionale – è niente di meno quello di dimenticare, sottovalutare o ignorare il ruolo dell’America e della Nato, e di fraintendere completamente che cosa è e che cosa ha fatto la Nato, la stessa Nato che è strettissima alleata di Israele e del governo Netanyahu che pure la Sciuto contrasta. Due pesi e due misure?

Il diritto internazionale è sicuramente stato violato dall’invasione illegale della Russia in Ucraina, come denuncia Sciuto. Ma questa invasione non cade dal cielo, non è la decisione notturna di Putin in preda a un delirio di onnipotenza: l’aggressione russa non è stata il primo ma l’ultimo atto di uno scontro che è durato circa 30 anni, che è cominciato già nel 1991 quando l’Ucraina è diventata indipendente dopo il crollo dell’URSS. E’ la Nato americana che, nonostante la fine della Guerra Fredda, o proprio a causa della fine della Guerra Fredda, ha approfittato subito della tremenda crisi russa per iniziare a spostare i suoi cannoni vicino alle frontiere dell’ex URSS.

1Naapuriseuran Sanomat Estonian Prime Minister proposes breaking up Russia into “small states” 25.5.2024

2LaFionda.it |Enrico Grazzini La retorica della minaccia russa come alibi per il riarmo europeo 26 Ago , 2025

3Pagella Politica Carlo Canepa Che cosa pensa Schlein sulle armi all’Ucraina 01 marzo 2023

4The Guardian Bush-Putin row grows as pact pushes east Luke Harding a Mosca, Julian Borger a Bucarest e Angelique Chrisafis a Parigi 2 aprile 2008

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giovedì 24 febbraio 2022

Il referendum sull'eutanasia è stato soppresso

 

La Corte costituzionale ha sottratto ai cittadini il referendum sull’eutanasia - Paolo Flores d'Arcais 

 

La Corte costituzionale ha deciso di sottrarre ai cittadini il referendum sull’eutanasia. Ha trovato il pelo nell’uovo, per dirla con il suo presidente, Giuliano Amato.
Ha vinto il potere clericale, che alle urne avrebbe subito una sconfitta ciclopica, molto oltre quelle storiche su divorzio e aborto, a definitiva conferma che la società italiana è ormai secolarizzata, anche se (quasi) tutti i gangli del potere sono ancora in mano a cattolici.

Ha vinto il potere partitocratico, che in (quasi) tutte le sue componenti aborriva l’idea di una consultazione popolare che avrebbe costretto a pronunciarsi, dunque a scontrarsi (compresa ciascuna al proprio interno), tra il diritto del cittadino sulla propria vita o la sottomissione ai voleri delle Eminenze di Santa Romana Chiesa, o a dichiararsi smaccatamente per Ponzio Pilato…

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Referendum eutanasia: la decisione della Corte non sia una scusa - Cinzia Sciuto 

 

Diciamocelo chiaramente: anche se il quesito referendario fosse stato ammesso e avessero vinto i sì, non avremmo comunque avuto in Italia una legge sul fine vita degna di un Paese civile. Sarebbe stata una pezza, necessaria ma sempre una pezza, su un vuoto legislativo ormai intollerabile. Il nostro ordinamento, si sa, non prevede referendum propositivi ma solo abrogativi, il che costringe a complicate acrobazie giuridiche chi voglia introdurre in esso dei cambiamenti significativi. L’iniziativa dei Radicali, sostenuta da una valanga di firme raccolte in pochissimo tempo, era una evidente risposta all’inerzia di un parlamento che non riesce a legiferare su un tema su cui, peraltro, godrebbe del larghissimo sostegno della popolazione.

Si spera che adesso (speranza che già alcune prime reazioni sul fronte cattolico lasciano intravedere come vana) non si strumentalizzi questa decisione della Corte per mettere la parola fine a un dibattito pubblico che ahimè non è mai neanche iniziato. La Corte, infatti, non ha affatto bocciato l’eutanasia, ha solo dichiarato inammissibile un quesito referendario che interveniva non già su una legge sull’eutanasia (che appunto in Italia non c’è) quanto su un articolo del Codice penale relativo all’omicidio del consenziente. Quell’articolo in base al quale oggi, in assenza appunto di una legge sul fine vita e l’eutanasia, il medico che decida di aiutare un malato a porre fine alla sua vita può essere perseguibile penalmente…

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Eutanasia, Beppino Englaro dopo la bocciatura del referendum: “La nostra lotta continua”

(intervista di Daniele Nalbone)

 

La delusione, dopo la bocciatura del referendum sull’eutanasia, è un sentimento che non gli appartiene. Beppino Englaro, dopo la decisione della Corte costituzionale, non si ferma neanche per un minuto sul merito della decisione. “Il vero problema è culturale”. E chiama in causa direttamente la politica. “Questa ennesima non decisione di un organo dello Stato dimostra la crisi in cui versa l’Italia. Sono tutti cauti, timorosi di affrontare un simile tema, nessuno ha il coraggio di dare una risposta necessaria. Qui parliamo di libertà e diritti fondamentali costituzionali, ma siamo in un deserto”.

“La cosa che mi dispiace è l’ennesimo colpo che chi sta portando avanti una battaglia così importante ha dovuto subire”. Al tempo stesso, però, è sicuro di una cosa: “Nessuno arretrerà di un centimetro. La mole di firme raccolte dimostra che la società vuole sentirsi finalmente libera”. Ed è proprio la società a strappargli più di un sorriso: “Quando abbiamo iniziato la nostra battaglia per Eluana eravamo soli. Soli a rivendicare un diritto sacrosanto che mia figlia voleva esercitare, non noi genitori. Lei non aveva voce e quella voce gliel’abbiamo prestata. Oggi non è più così. La società civile ha preso in carico il tema, si è espressa in tutte le sedi possibili, con ogni tipo di manifestazione possibile. A non essere cresciuta, maturata, a essere rimasta ferma è solo la politica”…

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martedì 8 febbraio 2022

Erri De Luca: “Dai migranti alle stazioni, è la persecuzione del soccorso”

  

Dai respingimenti in mare ai volontari allontanati dalle stazioni, per Erri De Luca “la campagna elettorale è iniziata a colpi di repressione”. E sulle manganellate agli studenti attacca la ministra dell’Interno Lamorgese: “Incompetente”.

 

“La campagna elettorale è iniziata a colpi di repressione”. Erri de Luca non ha dubbi. C’è un filo rosso che lega le politiche di respingimento dei migranti in mare e quanto accaduto in questi giorni alla Stazione Termini di Roma, dove i volontari che distribuiscono pasti caldi e coperte ai senza tetto sono stati identificati e allontanati dai carabinieri, e molte piazze italiane, dove gli studenti che hanno manifestato contro l’alternanza scuola-lavoro sono stati brutalmente manganellati.

De Luca, lei ha scritto su Twitter: “Stazione Termini, Roma: identificati e allontanati dai carabinieri mentre distribuiscono pasti caldi. Dai respingimenti in mare a quelli in terraferma”. Cosa lega quello che è accaduto alla stazione Termini con i respingimenti in mare?
Li tiene insieme un unico filo di repressione del pronto soccorso, di intralcio al volontariato in terra e in mare, che svolge la supplenza umanitaria negata e annegata. In mare si affidano i respingimenti illegali ai pirati libici, gentilmente nominati guardie costiere e pagati con i soldi dei contribuenti con piena approvazione del parlamento, che rinnova i fondi. I pirati/guardie costiere eseguono qualcosa di peggio dei respingimenti, procedono al sequestro di persone a scopo di estorsione in centri di detenzione clandestini. Le nostre autorità terrestri proseguono la persecuzione alle stazioni e ai confini.

Pochi giorni fa gli studenti sono stati manganellati nelle piazze. La ministra Lamorgese ha parlato di infiltrati: lei che idea si è fatto?
Preferisco credere alla incompetenza del suo ministero che con tutti i mezzi di cui dispone non riesce a identificare un solo infiltrato e a denunciarlo per specifico reato commesso. Preferisco credere all’incompetenza, perché l’alternativa alle dichiarazioni del ministro è la malafede.

Studenti manganellati nelle piazze, volontari allontanati dalle stazioni, navi di salvataggio bloccate con cavilli burocratici: non sembra di vedere molte discontinuità rispetto al periodo in cui al Viminale c’era Salvini…
È iniziata la campagna elettorale dell’anno prossimo, che si caratterizza con il dimostrare che la peggiore destra è superflua, facilmente sostituita dalla coalizione in carica. Constato al pianoterra della società che frequento una consistenza umana della nostra comunità che sta all’opposto di quella frequentata dai sondaggi.

Il tema dell’accoglienza e quello della solidarietà sono diventati terreno di scontro politico. Qual è la causa di questa deriva?
Scontro? A me sembra convergenza, in Italia e in Europa. Se è deriva, i derivati non si distinguono tra loro.

https://www.micromega.net/erri-de-luca-intervista/

giovedì 3 febbraio 2022

Le due sinistre e la pandemia - Davide Grasso

 


Tra tecnocrazia e immaginazione: illusioni e fallimenti durante il governo della pandemia.

 

Il modello liberale di gestione della pandemia – lo sperimentiamo alla perfezione in Italia – si basa sull’assunto che la protezione della salute sia un diritto cui si accede secondo un’inclusione differenziale: chi ha più soldi protegge meglio la propria salute. Il collasso cronico del sistema sanitario nel contesto pandemico ha ridotto i servizi medici, nell’ultimo anno, a uno stato di coma vegetativo. Il mancato esproprio totale, parziale o temporaneo, nel 2020, della sanità privata (scenario che sarebbe stato, ed anche apparso, pienamente legittimato dall’emergenza) ha provocato il dirottamento di migliaia di pazienti verso cliniche private, spesso scadenti, per patologie “ordinarie” anche gravi. Dinamica presente da tempo, ma che la gestione liberale della pandemia vorrebbe eleggere a destino immutabile della nazione.

L’attuale sistema amministrativo, economico e d’apparato è incapace di auto-regolarsi in rapporto agli eventi storici e agli interessi generali, talvolta persino a quelli privati che lo influenzano. Legato mani e piedi a feticci ideologici come l’intangibilità della (grande) proprietà, il moderno stato-nazione procede ogni volta in maniera sorda e meccanica verso la socializzazione del debito derivata da ogni nuova privatizzazione dei profitti, e verso un approfondimento dell’inclusione rigorosamente premiale e condizionata nella sfera del benessere e dei diritti. Non è un caso che proprio in una fase che avrebbe consigliato strategie fondate su valori e obiettivi definiti i partiti abbiano compiuto un nuovo lungo passo verso il consociativismo.

I contributi economici emergenziali hanno premiato piccoli e grandi imprenditori, indubbiamente abili e ben organizzati – a differenza di precari e operai – nel pretendere correttivi a quello che spesso non è stato, per molti titolari d’impresa, che un temporaneo abbassamento dei livelli di investimento e consumo. Le detrazioni fiscali sono state interpretate come bolle speculative che raddoppiano gli introiti privati scaricando sui contribuenti (cioè su chi non può evadere) il peso finanziario degli stimoli e annullando, in casi come i bonus al 50%, l’effetto di risparmio sulle famiglie. Nulla è richiesto ai più abbienti: il sistema fiscale viene riformato a vantaggio dei redditi più alti. La scuola, i trasporti e la ricerca non hanno visto alcun potenziamento strutturale, e la delega delle ricerche per i vaccini ad aziende private è stata data per scontata fin dall’inizio, come la loro distribuzione secondo logiche di mercato.

Le case farmaceutiche ricattano così gli Stati per spillare, in cambio del principale strumento per tentare di uscire dalla pandemia, miliardi a debito delle future generazioni. A quello accumulato per l’inattività resa necessaria dal distanziamento pre-vaccinale si aggiunge così quest’altro, puramente ideologico, dovuto all’inchino che gli stati-nazione devono ai diritti della grande proprietà multinazionale su produzione, distribuzione e brevetti. Anche in questo caso l’assenza di ipotesi di commissariamento o esproprio delle grandi ditte farmaceutiche testimonia il carattere distorto delle politiche attuate durante un’emergenza giuridica che, per il carattere subordinato del ceto politico ai grandi poteri dell’economia, non può e non vuole coprire i bisogni generali dell’emergenza sanitaria. La conseguente, scandalosa esclusione della maggior parte delle società ex colonizzate dalla campagna vaccinale smentisce qualsiasi residua pretesa illuministica del liberalismo reale – che, sul piano globale, si è dimostrato in questo 2021 vero “No Vax” nella sostanza, senza tentennamenti o esitazioni.

 

Nuovi lumi per reagire da sinistra
Come reagire? L’anno intero è stato contraddistinto da scimmiottamenti fascistoidi d’opposizione e pose oscurantiste. È il baratro aperto dall’assenza di un pensiero alternativo reale. Di fronte al dogmatismo suicida del liberalismo al potere, nuovi e veri lumi sarebbero necessari. Essi non sorgeranno dall’arroganza dei giornalisti che difendono sempre e in ogni caso il potere costituito – molti di essi hanno difeso in questi anni guerre, sfruttamento e repressione del dissenso sociale con la stessa passione con cui oggi pretenderebbero di indossare i panni di paladini delle scienze. Non sorgeranno neanche dall’usuale feticcio di (non sempre precisati) “movimenti sociali”. Il pensiero che disegna una direzione alternativa non lo creano l’intellighenzia conformista o la mobilitazione di massa, non da oggi sensibili tanto alle sirene di poteri autoritari o a ideologie reazionarie, ma gli sforzi di militanti critici con contezza di ragioni e di fini della loro contrapposizione.

Simili militanti hanno sempre pensato e sempre penseranno a un programma di governo, dentro o fuori dall’attuale definizione giuridica del governo. Saranno interni alle mobilitazioni sociali, ma quando compatibili con una cultura della liberazione. La presa di partito è infatti sempre teorica, mai puramente sociale e tantomeno disposta a scambiare la società per la folla. Senza teoria non v’è successo per l’azione pratica, quando riferibile a obiettivi intellegibili. Non c’è neanche azione extra-teorica: al limite si subiscono (sub-)teorie in forma implicita, per pigrizia, mancanza di coraggio o assenza di reale autonomia. Non serve la rituale tonalità di protesta, reiterazione di un negativo che basta a sé stesso. La teoria deve avere come obiettivo la creazione di valori e cercherebbe forza, spazi e amici nella società senza attardarsi su fallite illusioni circa l’esistenza, nella storia, di una mano invisibile “antagonista”: popolo, moltitudine, classe, post-classe o altre mille possibili controfigure di un “soggetto storico” fuori dal quale, e in gran parte inizialmente contro il quale, obiettivi e valori per il cambiamento sono sempre stati costruiti – senza paralizzanti deferenze istintive per questo genere di illusioni.

 

La sinistra post-classica: tecnocratica o immaginaria
Due compiti sono prioritari per una sinistra da mettere al mondo: combattere l’idea del suo superamento e le forme che ha assunto negli ultimi decenni. Lo mostrano le reazioni alla pandemia e, prima, quelle alle primavere orientali, alla crisi economica, alle guerre “di pace” e allo stesso 1989. Le attuali forme della sinistra, antagoniste o di governo, si illudono – dal Pd alle disperse galassie spontaneiste – di valutare la propria condizione a partire da riflessioni che impattano su lassi temporali di mesi o anni. Dovrebbero invece comprendersi su tempi di trasformazione molto più lunghi. Non è la sinistra di ogni tempo e di ogni spazio: le sue origini si collocano in Europa e in Nord America nel Secondo dopoguerra, nel declino della minaccia bolscevica e nell’affermarsi, in parallelo, della società dei consumi. Allora – quando le varianti comunista e socialdemocratica sono scomparse come forme storiche, lasciando i loro simulacri e il guscio vuoto dei loro nomi a deperire per altri trent’anni – hanno visto la luce due nuove realtà: la sinistra tecnocratica e quella immaginaria. Sono ancora le realtà dello scenario attuale.

Cos’è la sinistra tecnocratica? Un serbatoio di competenze tecnico-amministrative per le burocrazie nazionali e (a causa della sua distanza dai sentimenti popolari e della conseguente precarietà elettorale) sovranazionali e internazionali. Cos’è la sinistra immaginaria? Un serbatoio di relazioni sociali e stili di vita prodotti parassitando il retaggio simbolico delle rivoluzioni passate o extra-occidentali. Scopo di entrambe queste sinistre non è lanciare una sfida all’ordine esistente, e neanche, conseguentemente, vincerla. Esse non funzionano secondo questo schema e talvolta mettono a tema questa circostanza. La sinistra tecnocratica si accontenta di amministrare le istituzioni nazionali e mondiali con malsicuro senso di superiorità culturale; quella immaginaria vi contrappone con convinzione fanatica, ma altrettanto malsicura, un senso di superiorità morale adornato da tonalità euforico-depressive. Il ceto politico tecnocratico, che ha rinunciato all’idea di cambiamento e progresso, ha forgiato uno stile di potere che ha traghettato il socialismo sovietico fino al 1989 e gran parte del liberalismo occidentale dopo quella data. L’arcipelago di relazioni tribali estetizzate sviluppatesi a partire dal 1968, tuttora vive e vegete (e potenzialmente indistruttibili), ha invece tramandato forme di opposizione auto-riferita e moralistica ad ogni tentativo di proporre un’azione imperfetta verso imperfetti cambiamenti concreti.

La sinistra tecnocratica, in epoca socialista, aveva assunto su di sé la scienza triste dello sfruttamento del lavoro e della repressione politica dei lavoratori; in epoca liberale si è resa connivente con lo strapotere politico della grande proprietà privata sul mondo, fino a farsi agente dello smantellamento del welfare, della precarizzazione del lavoro, della gestione differenziale dell’accesso sanitario e medico e persino vaccinale, sul piano globale, durante questa pandemia. La sinistra immaginaria è ai suoi margini, impotente per definizione di fronte a tutti i centri e a tutti i poteri, a tutto ciò che trascende l’universo simbolico e allusivo: nulla può se non ottenere facili vittorie sul terreno della contrizione interiore e del concetto. Nel ricondurre gesti o linguaggi della critica a una riproduzione interminabile di rapporti privati, o a forme di soddisfazione contemplativa, è un inesauribile meccanismo di disinnesco delle velleità di ribellione che possono albergare tra i giovani e nel mondo.

 

Le due sinistre e la pandemia
La sinistra liberale, da Speranza a Draghi, non possiede pensiero o progetto autonomo in relazione alle politiche sociali, economiche e vaccinali, qualificandosi per l’applicazione di tecniche di amministrazione dell’esistente. Esse possono variare e non hanno tutte lo stesso valore, ma non possono neanche ambire a costituire posizioni politiche nel senso pregnante del termine, che comprende sempre il non considerare quale scenario futuro l’attuale dato di fatto. Il carattere politico del liberalismo pandemico si delinea, non a caso, soltanto in negativo: nell’importante (ma insufficiente) opposizione alla brutalità dispiegata delle destre, o nella gogna spettacolare dei movimenti oscurantisti che soli, davvero, possono far apparire razionali gli adepti della tecnocrazia politica o dell’informazione.

La valenza della sinistra immaginaria durante la pandemia non è stata superiore, anzi. Le forme della sua critica sono state costruite sull’usuale presupposto di una totale irresponsabilità, la quale discende – si badi – da una consapevolezza inespressa della propria irrilevanza storica. Irrilevanza definitiva e non accidentale: la sinistra immaginaria esclude per definizione prese di posizione contingenti e concrete, poiché giustificazione della sua alienazione dal mondo è l’attesa di uno scenario già liberato in cui l’agire non costituisca più una forma di colpa o di compromesso. È evidente che tutto il lavoro di transizione che le sinistre classiche affidavano alla dura lotta dei rivoluzionari sono qui deputate interamente a un’attività onirica (o verbale). Per questo lo scenario impossibile di una “sinistra immaginaria al potere” è l’effettivo scenario distopico dell’epoca in cui viviamo.

Unico dogma che accomuna queste mille micro-frazioni immaginarie e i loro gerghi incomprensibili (non di rado perché insensati) è però proprio l’esclusione di ogni ipotesi di governo della società e, nel caso corrente, della pandemia. La variante immaginaria della sinistra sa di non potersi assumere responsabilità di sorta di fronte al mondo e alla storia. La discussione mimetica-mitologica sul “Che fare?” si riduce a forme di attivazione rituale talvolta genuine, ma che non discutono fini positivi generali, essendo semmai indispensabili a proteggere reti di relazioni personali. È questa allergia alle asperità, ai grigiori e alla mondanità del mondo che mistifica pericolosamente il “reale” della società e dei suoi conflitti, rendendo possibile la sua confusione con una mera immersione strumentale e alienata nelle folle. Di qui anche le sorprendenti frequentazioni di manifestazioni oscurantiste di norma care alle destre. Non ogni opposizione sociale è meglio di ciò cui si oppone. Il Novecento (e in verità la storia intera) hanno insegnato che non esiste legge dialettica dell’emancipazione attraverso la mobilitazione, ma è sempre possibile la negative Aufhebung delle condizioni attuali – ossia qualcosa di molto peggio.

Ecco allora che l’opposizione “di sinistra” alla tecnocrazia pandemica, nell’urgenza di cavalcare ogni piazza fisica o virtuale disposta a riempirsi, ha dovuto scegliere tra il silenzio e diverse gradazioni del surreale, coerenti con una cultura che isola ed eleva a metro della politica la sola facoltà (altrimenti utile) dell’immaginazione. Quest’ultima funziona nei sogni, ma produce anche incubi. Si è partiti dalla denuncia delle zone rosse come manovra totalitaria, ovviamente senza considerare minimamente il virus quale elemento reale dell’equazione storica; dei lockdown come arresti domiciliari di massa frutto, a seconda dei casi, di un disegno distopico o di mero sadismo; infine, si è giunti all’equiparazione del Green Pass a un provvedimento nazista. Il tutto senza chiedersi come un ipotetico governo giusto, eventualmente frutto dell’immaginata rivoluzione, affronterebbe situazioni simili. L’allergia all’assunzione di responsabilità ha a volte trapassato il piano politico per depotenziare il contributo individuale: non pochi, anziché instaurare contatti con i movimenti dei paesi poveri e pretendere universalità vaccinale, rifiutano di vaccinarsi esibendo narcisisticamente western people problems: mi si nota di più se non mi vaccino o se rinvio di un po’, attardandomi in pedanti e amletiche lamentazioni?

 

Vaccini e Green Pass tra tecnocrazia e immaginazione
Apparentemente questo genere di sinistra non può percepire il proprio imbarazzante privilegio geopolitico e non intende contestarlo in nome di una logica inclusiva, quindi lo estremizza elevandosi, piuttosto pateticamente, al di sopra di ogni responsabilità sociale nazionale o mondiale. È così che l’immaginazione si libera in un sol colpo dalle costringenti catene dall’etica e dalla logica, che svariate dottrine immaginarie hanno spiegato essere politicamente inopportune. Ne segue quella depressione latente che sempre conduce all’indicibile, non a caso sempre più detto: i campi di sterminio e le leggi razziali usate per giustificare i propri capricci, il paragone costante tra la propria realtà ovattata e la resistenza al nazi-fascismo. Banalizzazione estrema dell’estremo per cui i fascisti ringrazieranno a lungo.

La logica del Green Pass nulla ha a che fare con il fascismo (o “con il socialismo sovietico” – si dice; come se fossero la stessa cosa). È uno dei tanti esempi di governo tecnocratico-liberale della società e, nello specifico, della pandemia: «Libertà di scelta uguale libertà di portafoglio» chiosava soddisfatto, a tal proposito, un noto giornalista economico di Radio24. Il Green Pass, che non è la svolta palingenetica verso un universo da cui non si tornerà più indietro, afferma una libertà puramente formale per negarla nella sostanza, come ha giustamente fatto notare Alessandro Barbero: impone condizioni draconiane a chi non compie una scelta e, quindi, riduce l’affermazione della libertà a una sorta di presa in giro caratteristica del liberalismo fin dalle sue origini. Questa forma di induzione economica alla vaccinazione dovrebbe perciò essere sostituita con l’obbligo diretto che, coerentemente con la verificata utilità dei vaccini, e senza creare disuguaglianze o pericolose incertezze sui diritti, sarebbe altrettanto o più efficace nel portare a termine le campagne europee e – questo il vero tema – mondiali.

Esiste naturalmente un’altra alternativa al Green Pass promosso dalla sinistra tecnocratica, che quella immaginaria predilige: la libertà vaccinale piena. Soltanto una valutazione riduzionista degli effetti sociali e sanitari degli agenti patogeni (il coronavirus come altri) può però motivare simili pseudo-proposte, a meno che non si tratti di mera vigliaccheria intellettuale. Non è escluso sia una parte del problema: l’opposizione al Green Pass, se è stata per gli anti-vaccinisti un modo per riciclarsi come qualcosa di apparentemente diverso da ciò che sono, ad alcuni attivisti immaginari serve per sprofondare in una melassa che li toglie l’imbarazzo della fase pre-vaccinale, quando non sapevano mai cosa dire. Perché dire qualcosa è tutto quello che serve: l’opposizione immaginaria non è rivolta contro il governo della pandemia, né contro questo o quel governo, contro un certo ordinamento giuridico o contro una certa concezione del governo. È rivolta contro il concetto di governo in quanto tale.

Com’è possibile un’idea così balzana, tanto più per chi sbandiera una presunta politicità “radicale”? Si tratta, per gli appassionati di queste cose, di un fossile dell’inconcludenza tragica della sinistra extra-parlamentare degli anni Settanta, di cui le nuove generazioni di militanti dovrebbero finalmente smettere – dopo mezzo secolo – di pagare le sconfitte pratiche, concettuali e filosofiche. Dall’inconsistenza storica di quella tradizione deriva l’ostilità ad ogni prospettiva di cambiamento concreto e quindi di governo che, secondo l’etimo greco, è l’attività (kibernan) di direzione e precisazione, con un timone, della rotta della nave sociale. Attività mai individuale e mai unanime che è, con buona pace di Agamben ed anche di Foucault, essenziale anche e soprattutto a qualsiasi progetto di trasformazione, a pieno vantaggio di una nuova relazione tra individuo e società, e tanto più in una moderna società di massa. La lotta contro la sinistra immaginaria inizia qui: senza idea di governo, non c’è sinistra. Quella contro la variante tecnocratica aggiunge, senza illudersi possa bastare: senza volontà e capacità di rottura storica, nessuna sinistra dovrebbe essere al governo.

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venerdì 22 ottobre 2021

La sinistra con l’elmetto ha ucciso il pacifismo - Alessandro Marescotti

 

I missili Jupiter

Quando si tenne la prima marcia Perugia-Assisi, avevo tre anni. Di quel 1961 ricordo che abitavo a Taranto e, davanti a casa mia, c’era una famiglia di militari americani arrivati da poco. Marito, moglie e un bambino con i capelli biondi. Venivano dagli Stati Uniti per ragioni a noi ignote. Io cercavo di giocare con il bambino americano biondo. Aveva giocattoli molto più belli dei miei. Ma i suoi genitori non lo facevano uscire di casa. Un giorno lo picchiarono perché aveva giocato con me. Tanta severità non ce la sapevamo spiegare. Era come se avessero eretto un’inspiegabile cortina di silenzio e di riservatezza. Ma poi, quaranta anni dopo, fu tutto più chiaro. Vennero desecretati i documenti che spiegavano quella presenza di soldati americani a Taranto e in Puglia. Che facevano esattamente e perché erano venuti da noi? Erano arrivati dagli Stati Uniti per installare trenta missili Jupiter a testata nucleare in dieci basi segrete. Ognuno di quei missili aveva una potenza cento volte superiore a quella di Hiroshima. Quattro di quelle testate nucleari furono colpite in pieno da fulmini e due rischiarono di esplodere. Manca oggi dai libri di storia questo terribile dettaglio da cui è dipesa la mia vita e la vita di tante persone. Le postazioni di quei missili, smantellati dopo la crisi di Cuba, sono ancora visibili. Su PeaceLink ne abbiamo fatto la mappa con le coordinate satellitari perché sulle Google Maps è possibile ancora individuarne le tracce.

La marcia Perugia Assisi del 1961 e la mobilitazione degli intellettuali

Quei missili c’erano quando fu fatta la prima Marcia Perugia-Assisi nel 1961. Nell’Italia consapevole e progressista che partecipò a quella marcia si respirava un clima di lucida angoscia. Erano anni terribili. Un sottile e fragile filo collegava la vita delle persone alle grandi scelte delle superpotenze nucleari. Aldo Capitini, padre intellettuale e spirituale della nonviolenza in Italia, fu l’ideatore di una marcia di speranza. Il merito dell’iniziativa fu quello di dare inizio a un nuovo movimento pacifista, ideologicamente indipendente dalle superpotenze, diverso da quello dei “partigiani della pace” egemonizzato dai comunisti subito dopo la seconda guerra mondiale. Il 1961 fu quindi l’avvio del primo movimento pacifista del dopoguerra realmente autonomo e indipendente, capace di esprimere una cultura della pace e della speranza a cui contribuirono personalità come don Lorenzo Milani, Giorgio La Pira, Ernesto Balducci, Danilo Dolci. A fare da apripista era stato già don Primo Mazzolari. Quel movimento di idee fu ulteriormente arricchito da intellettuali e scrittori come Gianni Rodari, Franco Fortini e Italo Calvino. A livello internazionale si erano distinti, nell’impegno per la pace e il disarmo nucleare, uomini di scienza del calibro di Albert Einstein e Bertand Russell. A questi si aggiunse Linus Carl Pauling, due volte premio Nobel, prima per la chimica e poi per la pace, che assieme a Barry Commoner mobilitò migliaia di scienziati contro i test nucleari in atmosfera.

La scomparsa dei pacifisti da Google News

A distanza di sessant’anni da quel primo movimento pacifista, così ricco di uomini di cultura e di scienza, così indipendente ma così schierato dalla parte della sopravvivenza dell’umanità, si avverte chiaramente oggi una evidente assenza: quella degli intellettuali. Non che manchino intellettuali impegnati, ma la differenza rispetto a sessanta anni fa è troppo evidente per essere taciuta.
Sessant’anni dopo sta per scomparire addirittura la parola “pacifista”, una parola che Freud utilizzava tranquillamente e con orgoglio scrivendo ad Einstein. C’è oggi quasi una remora a usare quella nobile parola. Per evitare che scompaia, PeaceLink la sta inserendo nei titoli delle sue pagine web perché continui a essere indicizzata da Google e dagli altri motori di ricerca. La parola pacifista rischia infatti di non dare più risultati se la si cerca su Google News. Il sito di PeaceLink la mantiene in vita intenzionalmente con articoli ad hoc, ma è come se la semantica si fosse inaridita. È una cosa terribile su cui occorre riflettere, perché “pacifista” sembra quasi una vecchia parola di cui vergognarsi, così come tanti si vergognano di essere stati “comunisti”. Fra gli aggettivi scomparsi c’è anche “imperialista”, come se nel mondo l’imperialismo non ci fosse più. Gli studenti trovano questa parola sui libri di storia, la studiano, salvo poi scoprire che oggi non viene usata più dai politici. Il primo politico che parlasse della politica imperialistica degli Stati Uniti non potrebbe più fare il ministro, avrebbe finito la sua carriera, e quindi si autocensura.

Le stagioni del movimento pacifista

Il movimento pacifista italiano ha conosciuto quattro stagioni: la sua primavera, con la marcia Perugia-Assisi del 1961; la sua estate, con la lotta agli euromissili dell’inizio degli anni Ottanta, sostenuto dal PCI di Berlinguer ma anche da tanti giovani e da tante realtà spontanee della società civile; il suo autunno, con la guerra del Golfo del 1991, in cui il pacifismo venne abbandonato dal PCI, ormai a fine corsa, ma per fortuna don Tonino Bello ebbe la capacità, con padre Ernesto Balducci, di ridare un riferimento credibile ad un movimento disconosciuto da chi lo aveva alimentato, magari in funzione anti-craxiana; il suo inverno, con l’appoggio di D’Alema e Fassino alla guerra del Kosovo del 1999 e dell’Afghanistan del 2001; un inverno durato vent’anni, caratterizzato persino da ambiguità durante le guerre di Libia e di Siria che hanno visto uno sbandamento vistoso del movimento pacifista.
Unica eccezione nel lungo inverno del declino pacifista è stato il grande movimento mondiale del 2003 per fermare la guerra di Bush in Iraq. Un movimento che si innestava nella precedente mobilitazione no-global del 2001. Nel 2003 milioni di persone riempirono le piazze, e anche i balconi, con le bandiere arcobaleno.
Di quel luminoso movimento cosa è rimasto? Un cimitero di siti Internet non aggiornati o addirittura scomparsi. Migliaia di pagine web non ci sono più, e questo fa riflettere parecchio. Sono scomparsi partiti e giornali. Cosa rimane allora? Forse l’esperienza di autonomia, serietà e competenza di alcuni segmenti del pacifismo. Il pregio della specializzazione e della competenza è sicuramente il lascito più interessante di quella intensa fiammata di attività che vide la centralità di testimoni di pace come Alex Zanotelli, Gino Strada, Luigi Ciotti e Tiziano Terzani.

Information warfare e comunicazione pacifista

Se dovessi indicare un limite del pacifismo di oggi, sceglierei quello della comunicazione inadeguata. C’è una evidente incapacità di competere in modo efficace con i media militari nella velocissima battaglia dell’informazione (information warfare) con cui giorno dopo giorno viene modellata l’opinione pubblica durante le crisi militari e i momenti più acuti dei conflitti armati. Pur disponendo di tecnologie digitali a portata di tutti, non teniamo testa all’offensiva mediatica militare che si palesa soprattutto sui social network, ossia su quel terreno che – per sua natura – dovrebbe vederci vincenti. È incredibile ma è così. La manipolazione delle coscienze passa attraverso una strategia mirata di diffusione di informazioni non verificabili e la velocità della comunicazione digitale è travolgente, provoca una grande scossa emozionale sull’opinione pubblica. Basti pensare agli annunci di uso delle armi chimiche, quasi sempre fake news costruite per gettare discredito su una delle due fazioni in conflitto. Il movimento pacifista ha una scarsa attitudine alla velocità. La prontezza nella comunicazione non è la sua carta vincente. Non controlla rapidamente l’informazione digitale generata dalla guerra. A volte condivide fake news. Nei conflitti è invece fondamentale che le bugie vengano messe subito in dubbio e smentite, entro le 24 ore e non dopo due settimane, due mesi, due anni o vent’anni. Questo è il grande limite del pacifismo, ed è un limite culturale, perché con le tecnologie digitali potrebbe essere velocissimo ed efficace nel controbattere colpo su colpo e passare all’offensiva mettendo sotto accusa le bugie del potere militare in real time.
La cosa drammatica è che noi pacifisti non siamo in grado di imitare ciò che ha fatto Assange. Forse non lo vogliamo emulare per paura di fare la sua fine? Il dato di fatto è che non abbiamo avuto neppure l’intelligenza di sostenere Assange e gli altri eroi del nostro tempo come Hale, Manning, Snowden. Tranne alcune frange di volonterosi il resto è silenzio. Il movimento pacifista è oggi il grande assente in questa lotta civile per la libertà dell’informazione negata dalla guerra e dal potere militare americano. Ritornerò su questo punto.

Il pacifismo: delegittimato e sotto assedio

Oggi il quadro complessivo del pacifismo è – dal mio osservatorio – quello di una città abbandonata e sotto assedio. Ma con sacche di resistenza isolate che cercano di riconnettersi. Gino Strada è stato un esempio magnifico di resistenza contro la guerra. Rispetto a sessanta anni fa va notato che l’assedio posto al pacifismo non proviene dalla destra militarista ma dalla sinistra con l’elmetto, quella governativa. Siamo stati delegittimati non dai nostri avversari ma dai nostri “amici”. È stata la sinistra – che un tempo marciava contro gli euromissili – ad abbandonare e poi a isolare il movimento che si opponeva alla guerra in Afghanistan. Il movimento pacifista è stato sabotato dall’interno. Ci chiedevano una legittimazione della guerra per i diritti umani. È stata usata una raffinata retorica (i partigiani che facevano la guerra contro Hitler e Mussolini) e sono stati resuscitati anche temi cari al colonialismo (ricordiamoci che Giolitti e Mussolini andavano in Africa per “liberare gli schiavi”). In nome dei diritti umani ci hanno chiesto di rinunciare alla bandiera della pace e ci hanno proposto un elmetto umanitario. Sembrava che il mondo dovesse essere rimesso a posto con missioni militari altruistiche e che chiunque si opponesse a questo altruismo con le stellette fosse insensibile ai valori della libertà. Il tradimento della sinistra è durato più di vent’anni e ha scolpito coscienze nuove, ha sfigurato l’identità di quella che un tempo era l’Italia progressista e pacifica. Pasolini direbbe che una parte dell’Italia è stata sfregiata e bruttata per sempre. Era l’Italia dei nostri padri e dei nostri nonni, quella che la guerra l’aveva patita e per questo condannata per sempre. Ci è stata chiesta l’abiura. Un’abiura ai nostri valori giovanili, e tutto questo per la loro carriera politica. È avvenuta una cosa così vergognosa sotto il profilo etico che è difficile persino scriverne. Il tradimento è passato dal terreno della pace a quello ambientale e qui la sinistra in carriera ha fatto il resto dei suoi disastri. Molti di noi si sono dovuti riconvertire da pacifisti a ecologisti per difendere i territori e la salute, io stesso l’ho fatto per il caso ILVA. Ho visto finire sotto processo quelli che avevamo votato. È emerso come un incubo e si è materializzato.

Le nostre responsabilità

Oggi, a sessant’anni dalla prima marcia Perugia-Assisi, il movimento pacifista conosce una crisi senza precedenti. Pensate che non vi è stata alcuna reazione allarmata neppure alla notizia (rivelata da Wikileaks) che la CIA è in grado di controllare tutti i cellulari e persino le nostre conversazioni davanti a una smart TV.
Oggi ignoriamo che c’è un informatico in carcere negli Stati Uniti che – con grande sacrificio personale – ha passato a Wikileaks oltre ottomila pagine top-secret (con il nome in codice Vault 7) che attestano quella capacità di controllo globale su cellulari e smart TV, in violazione della Costituzione Italiana e della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani. Il nome di questo informatico è Joshua Adam Schulte ma non vedo folle che si mobilitano. Si ripete il copione di Edward Snowden che adesso è salvo non perché ci siamo mobilitati noi ma perché è saputo fuggire e ora vive nascosto.
La “guerra al terrore” ha generato il carcere di Guantanamo (
su cui è partita una campagna per la chiusura), dove hanno torturato le persone senza che il movimento pacifista abbia fatto in Italia qualcosa di realmente significativo. Alcuni addirittura pensavano che Guantanamo fosse stata chiusa! La nostra responsabilità di pacifisti è grande. Perché? Semplice. Perché loro hanno addormentato le nostre coscienze. Ma noi che abbiamo fatto per svegliarle? Vent’anni di guerra in Afghanistan ci hanno abituato ai suoi abusi. Le violazioni delle Convenzioni di Ginevra non hanno mobilitato le masse. Non siamo stati in grado neppure di supportare la richiesta della Corte Penale Internazionale di processare gli Stati Uniti per crimini di guerra.
La strategia del potere in questi anni non è stata quella di sbaragliare il pacifismo con una prova muscolare. La strategia è stata quella di mettere in una pentola tiepida la rana e di lessarla un po’ alla volta, finché non ha avuto più lo scatto per saltare fuori. Ed ora il movimento è bollito. Quanti si stanno battendo per chiedere la liberazione di Daniel Hale che ha fatto obiezione di coscienza ai droni e oggi è in un carcere americano per aver raccontato la verità? Quanti provano l’indignazione giusta per uscire fuori dal tiepido brodo in cui sono stati lessati?

Abbiamo lasciato solo Assange

Siamo di fronte a una preoccupante assuefazione al male. Una larga fetta della società convive con ciò che detesta. Ma è come se questa assuefazione la subissimo anche noi pacifisti perché, come ho scritto prima, non siamo in grado di supportare efficacemente la campagna per Wikileaks e per la liberazione di Assange. Senza il contributo di Assange non avremmo saputo che cosa succedeva realmente in Afghanistan. E quando Assange ha messo online le menzogne di guerra, noi non abbiamo usato quegli strumenti formidabili, ma ci siamo succhiati come caramelle le bugie che venivamo condivise sui media progressisti. Abbiamo persino creduto che la guerra in Afghanistan avesse migliorato le condizioni di vita degli afghani! Tutte bugie che gli Afghanistan Papers hanno demolito, ma quanti hanno letto gli Afghanistan Papers fra i pacifisti italiani? E così ci siamo fatti infiltrare dalla propaganda, altrimenti non si spiegherebbe la nostra mancata azione per porre fine alla guerra in Afghanistan, guerra interrotta per volontà degli Stati Uniti senza che vi fosse una battente iniziativa pacifista.

La grande differenza rispetto a sessanta anni fa

La crisi del movimento pacifista sta qui, in queste incredibili assenze. Le informazioni segrete sulla guerra e sugli abusi del potere militare non hanno in Italia mobilitato granché. Non abbiamo difeso le persone coraggiose, gli eroi del nostro tempo. Quelli che – con tanto pericolo – ci hanno consegnato le verità nascoste. Informazioni che documentavano la distanza fra la realtà e la propaganda di guerra. Una mole incredibile di dati su cui ha lavorato Stefania Maurizi, autrice del libro “Il potere segreto”. Ma noi pacifisti, diciamolo chiaramente, eravamo immersi nel tiepido brodo di cottura delle informazioni manipolate. Dormivamo sereni perché i buoni tutto sommato stavano vincendo in Afghanistan. Stavano governando con libere elezioni. Cercavano di garantire i diritti delle donne, aprendo scuole e offrendo alle bambine il diritto finalmente di studiare. Perché scendere in piazza? E quando i buoni hanno perso e sono stati cacciati, ecco che ci siamo svegliati per gridare – da bravi pacifisti bolliti – contro i cattivi talebani.

Il letargo dell’Afghanistan

Quando ci siamo svegliati da questo letargo, dopo zero iniziative sull’Afghanistan negli ultimi dieci anni, abbiamo scoperto che il governo afghano era un fantoccio, privo di reale consenso. Abbiamo scoperto che l’esercito afghano, sulla carta con 350 mila uomini dotati delle migliori tecnologie militari, si è volatilizzato di fronte all’avanzata di 75 mila insorti, meno attrezzati militarmente. Per giungere a Kabul non hanno sparato un colpo. Tutto si è concluso senza spargimento di sangue. Se non fossero stati talebani avremmo parlato di nonviolenza. Ma il finale ha talmente infastidito la sinistra con l’elmetto che abbiamo assistito alla spasmodica ricerca dell’informazione negativa a tutti i costi per spostare l’attenzione e non parlare del fallimento di venti anni di guerra e di retorica di guerra.
Sull’Afghanistan avevamo il dovere di fare di più e non lo abbiamo fatto. E di questa nostra assenza occorrerà capire il perché. La mia opinione è che in ultima analisi abbiamo creduto alla propaganda americana, preferendo anche una lunga guerra al ritorno dei talebani. È brutto da dire ma bisogna ammettere che l’egemonia del pensiero a stelle e strisce è penetrata nella nostra base sociale che in larga parte vota PD e che alla propaganda filo-americana del PD ha creduto. E così i pacifisti sono stati mutati – in vent’anni di mutazioni graduali e quasi impercettibili – in paciocconi e creduloni che hanno bevuto il racconto delle conquiste civili sotto l’occupazione americana. È un brusco risveglio dire loro oggi che le statistiche erano state manipolate. Credevano che esistesse veramente un Afghanistan buono dove migliorava l’alfabetizzazione, l’aspettativa di vita, e così via. Il Corriere della Sera ha addirittura parlato di un aumento di 8 anni dell’aspettativa di vita in Afghanistan nei 20 anni di “guerra umanitaria”, come a dire: con la guerra in Afghanistan gli afghani, pur morendo, hanno vissuto in media di più. Quello che è mancato al movimento pacifista in questi anni è stato il controllo sulla propaganda di guerra e la controinformazione per arginare il fenomeno dei paciocconi creduloni che avevano ammainato la bandiera arcobaleno per credere alle informazioni manipolate. Sessanta anni fa il movimento pacifista aveva un coraggio e un’identità che oggi occorre ritrovare.

La fine della guerra: sciagura od opportunità?

Mentre la fine della guerra del Vietnam è stata salutata nel 1975 come un fatto positivo, dopo averne denunciato le menzogne con una martellante campagna di volantini davanti a scuole e università, in queste settimane abbiamo assistito alla fine della guerra dell’Afghanistan senza qualcosa di simile al 1975. Anzi. Quando c’è stato il ritiro abbiamo quasi rimproverato Biden, invece di sostenerlo. Rimani ancora un po’, diceva l’Europa. Il regista Michael Moore negli Stati Uniti ha invece detto chiaramente: bravo Biden, ti sostegno. Ho apprezzato l’articolo di Domenico Gallo su MicroMega che – anche lui – ha sostenuto la saggia scelta di Biden di ritirare le truppe.

Invece della chiarezza di queste posizioni, nella sinistra abbiamo invece assistito a strani “contorcimenti” che non rendono chiaro se vogliamo che ritorni la “guerra umanitaria” o se vogliamo far fuggire in aereo tutte le donne dall’Afghanistan per metterle in salvo dai talebani. Ho letto persino la firma di Piero Fassino (che non rinnega l’appoggio alla missione militare di venti anni fa) accanto a quella di autorevoli esponenti di movimenti pacifisti in un comunicato, frutto di uno di questi “contorcimenti”, che cercava di mettere tutti d’accordo, pur di salvare gli afghani dal flagello dei talebani.

La regressione della consapevolezza

In questi sessant’anni siamo pertanto regrediti dalla chiarezza e dalla consapevolezza di chi partecipava alla prima marcia Perugia-Assisi. Siamo approdati ad uno stato di confusione che è sicuramente frutto di come la sinistra con l’elmetto, quella che ha appoggiato questi venti anni di guerra fallimentare, abbia combattuto una duplice guerra: una in Afghanistan e una dentro il movimento pacifista. La sinistra con l’elmetto è stata in grado di iniettare nella cultura pacifista uno “stato di colpa” così riassumibile: se non appoggiate la parte civile e “umanitaria” della missione militare in Afghanistan sarete responsabili moralmente delle violazioni dei diritti umani da parte dei talebani.
Oggi scopriamo che gli afghani non hanno imbracciato gli oltre 350 mila fucili e mitragliatori, generosamente donati dall’industria militare occidentale, per difendere le “conquiste civili” e il governo “democraticamente eletto”. E scopriamo che non hanno opposto neppure una resistenza passiva nonviolenta come i cittadini di Praga del 1968 di fronte alle truppe del Patto di Varsavia. Niente, niente di niente, neppure una mezza manifestazione di persone per scattare una foto simbolo consolatoria che raccontasse la resistenza all’avanzata dei talebani.
E allora quello “stato di colpa” oggi non funziona più di fonte a queste lezioni della storia, e per questo allora ce lo ripropongono ogni giorno con notizie di violenze e soprusi, come se prima violenze e soprusi fossero stati cancellati nell’Afghanistan liberato dalla NATO e dagli USA. Qualcosa evidentemente è andato storto e la NATO è sotto shock per aver perso la guerra. Ma noi ne siamo consapevoli? O ci addoloriamo assieme alla NATO per la sconfitta?

Rimettere al centro l’ONU e l’educazione alla pace

Come scrive Domenico Gallo su MicroMega la sconfitta della NATO in Afghanistan è paragonabile al crollo del Muro di Berlino e segna l’inizio di una nuova epoca che consente all’ONU di riprendersi la sua centralità per una politica di pace. La rinascita del movimento pacifista dipenderà dalla sua capacità o meno di saper cogliere questa grande occasione. Oggi essere pacifisti significa rimettere al centro l’ONU e fare educazione alla pace nelle scuole, nell’ora di educazione civica, anche perché il sedicesimo obiettivo dell’Agenda ONU 2030 è quello della pace.

Le cose da fare

Un’azione da sostenere è quella di un controllo serrato sul commercio delle armi, applicando la legge 185/1990 che vieta di esportare armi italiani a nazioni in guerra e che violano i diritti umani. Occorre poi mobilitarci per impedire che in Italia arrivino le bombe atomiche di nuova generazione, spingendo perché il parlamento discuta sull’adesione dell’Italia al trattato ONU sulla messa al bando delle armi nucleari. Come esempio oggi di buona prassi, vorrei segnalare una interessante iniziativa coordinata da Elio Pagani che sta riunendo diverse associazioni per finanziare uno studio giuridico sulla legalità della presenza delle armi nucleari in Italia.
Dobbiamo far tesoro delle buone prassi. Possono essere di riferimento le due grandi campagne, quella sulle mine antiuomo e quella sulla messa al bando delle armi nucleari, che hanno consentito al movimento per la pace mondiale di conquistare due premi Nobel attraverso una campagna capillare, seria e pragmatica, nazione per nazione, unita a una forte spinta ideale.

Un brevissimo cenno alla telematica è d’obbligo: il movimento pacifista è quasi invisibile online. Era molto più visibile venti anni fa. Quest’anno ricorrono i trent’anni dalla nascita di PeaceLink e in questi trent’anni abbiamo imparato come la “battaglia dell’informazione” sia ormai cruciale. Bisogna saperla condurre investendo in competenze digitali. Se si fa eccezione per PeaceLink, su cui vengono investite molte risorse e attenzioni, sono pochissime le altre realtà online che entrano in Google News e che svettano nei motori di ricerca. La frantumazione è una delle cause della scarsa visibilità. Ma anche i coordinamenti sono poco visibili per diverse ragioni su cui sarebbe importante discutere. Ma in particolare l’uso di Facebook è diventato la causa del fatto che il movimento pacifista non viene indicizzato sui motori di ricerca. I post su Facebook (usati tantissimo perché pratici e veloci) sono spesso invisibili rispetto ai motori di ricerca: non creano “memoria digitale”. È necessario che il movimento pacifista acquisisca competenze digitali, ora che tutti hanno le abilità digitali. Le competenze richiedono che alle abilità vengano connesse conoscenze comunicative, come saper titolare, saper fare notizia, saper scegliere le parole, saper confutare le fake news in tempo reale. Le competenze digitali servono a scegliere gli strumenti più adatti ad essere efficaci. Ma su questo versante non si presta attenzione e non vi sono percorsi di autoformazione. E allora ci siamo tiepidamente immersi nel brodo commerciale di Facebook, felici e contenti, senza esplorare le alternative social che pure esistono (segnalo sociale.network).

Cosa significa essere pacifisti oggi

Per concludere questa mia personale riflessione, vorrei sottolineare che essere pacifisti oggi significa non fare sconti a nessuno. Adesso è venuto il momento della resa dei conti. Una pacifica ma intransigente resa dei conti. Gli USA hanno perso la guerra, e anche la Nato. Adesso è il momento di essere intransigenti in modo nuovo, rivoltando la questione dei diritti umani sui paladini dei diritti umani che sono stati cacciati dall’Afghanistan. La Campagna per chiudere la prigione di Guantanamo deve diventare a mio parere la base di partenza per una critica della guerra a partire dai diritti umani, ossia da quella base culturale su cui gli Stati Uniti hanno lanciato le loro guerre umanitarie. Occorre porre sotto accusa chi ha compiuto, in particolare dopo l’11 settembre 2001, crimini di guerra.
Deve essere, il nostro, un cambio di paradigma e di narrazione. I diritti umani sono stati usati per mettere sotto accusa i “nemici” dell’Occidente, mentre siamo stati noi a primeggiare nei crimini di guerra a livello globale. È stato il terrore esercitato dall’Occidente, in modo inumano, l’inizio di uno dei più bui periodi per la storia degli Stati Uniti e della NATO. Dobbiamo far capire che questo è il momento di provare vergogna e i primi a doverci chiedere scusa devono essere proprio i leader della sinistra con l’elmetto.

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giovedì 12 agosto 2021

Inutile parlare di terza dose se prima non vacciniamo tutto il mondo

 

Intervista di Daniele Nalbone a Roberto Ridolfi, presidente di Link 2007, associazione di coordinamento che riunisce diverse ong italiane. “Il primo passo da fare è sospendere i brevetti per i vaccini. Il secondo: cancellare il debito dei Paesi africani”.

 

Roberto Ridolfi è uno degli italiani più conosciuti al mondo nel settore della cooperazione internazionale. Già già direttore generale aggiunto della FAO e prima ancora direttore dello Sviluppo sostenibile della Commissione europea e ambasciatore del Unione, è presidente di Link 2007, associazione di coordinamento che raggruppa importanti e storiche organizzazioni non governative italiane (qui l’elenco). Lo abbiamo intervistato per analizzare la gestione della pandemia a livello italiano, europeo e mondiale. In merito alla quale una delle principali battaglie di Link 2007 è quella per la sospensione dei diritti di proprietà intellettuale per i vaccini anti-Covid.

Perché a suo avviso è una battaglia così importante?
È una battaglia fondamentale, non importante. Pensiamo al rincaro del costo dei vaccini: Pfizer arriverà a 19,5 euro a dose, Moderna a 25,5 euro. È scandaloso. Con le somministrazioni fatte già a oggi sono stati ammortizzati e assorbiti i costi di ricerca. Di conseguenza tutto ciò che si dovrebbe pagare è il costo crudo e nudo di produzione e distribuzione. Così non è, un prezzo del genere è puro profitto. La deroga alla proprietà intellettuale consentirebbe alle molte fabbriche che non hanno le licenze di acquisirle, a titolo gratuito e per tutto il tempo necessario, per poter produrre i vaccini anche in Paesi africani. Ci sono circa 350 fabbriche di medicinali in Africa: non tutte saranno in grado di produrre il vaccino, ma molte sì. Non chiediamo sforzi per pagare le grandi case farmaceutiche e distribuire vaccini a chi ne ha bisogno, ma che si dia modo di far produrre questi vaccini laddove è più efficiente e meno costoso, in modo da arrivare a una vaccinazione per tutti.

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Link 2007 ha chiesto che il governo italiano esprima in ogni sede competente, a partire dall’Organizzazione mondiale del commercio (WTO), dall’Ue e all’interno del G20, una ferma posizione a favore del superamento di tali diritti. A che punto siamo?
L’interlocuzione e il dialogo che abbiamo con il Ministero degli Affari esteri e della Cooperazione internazionale sono costanti. Sia sui vaccini sia sulla ridefinizione del debito estero dei Paesi a basso reddito il governo italiano, che presiede il G20 quest’anno, ci ascolta e ha fatto proprie alcune nostre posizioni. Ma non bastano le vaghe promesse di agire, per questo continuiamo a lavorare.

In una lettera al governo italiano del febbraio 2021 avete affermato: “Ci sono Paesi, in Europa e in ogni altro continente, che hanno le conoscenze, le competenze e la capacità tecnologiche per produrre localmente i vaccini anti-Covid in modo sicuro e scientificamente controllabile e quindi per aumentarne la produzione globale e rendere più facile e rapida la loro somministrazione in ogni area del mondo. Aspettano solo le licenze per poterlo fare, come efficacemente avvenuto di fronte a precedenti gravi epidemie”. Chi è contrario alla sospensione dei brevetti sostiene invece che uno stop ai brevetti rischierebbe di ridurre la disponibilità di vaccini perché pochi Paesi sarebbero in grado di garantire, in breve tempo, produzione significativa. Dove sta la verità?
Il brevetto è una questione di licenza, e quindi di tecnologie appropriate per la produzione, frutto della ricerca. Bisogna prenderne atto: la ricerca non si può fare se non ci sono investimenti importanti. Sappiamo che da un lato ci sono stati forti aiuti pubblici per gli investimenti sui vaccini Covid, dall’altro sappiamo della massiccia, enorme, distribuzione di vaccini che garantiscono un ripagamento e un ammortizzamento degli anticipi investiti per la ricerca. Oggi siamo in un momento in cui le licenze possono essere aperte. Si dice anche che non si vuole creare un precedente perché questo affosserebbe la libertà creativa, la capacità di ricerca e innovazione, ma ammesso e non concesso che ciò sia vero possiamo anche non creare questo precedente: non sospendiamo la proprietà intellettuale ma diciamo alle imprese che hanno questi diritti di proprietà che li diano in forma gratuita o a prezzo simbolico agli Stati dotati di un’industria farmaceutica che con il brevetto sarebbero in grado di produrre vaccini.

La questione dell’approvvigionamento è fondamentale: da una parte ci sono Paesi in cui si parla di “terza dose”. Eppure – come ha sottolineato recentemente l’Organizzazione Mondiale della Sanità – c’è chi ancora è in alto mare per la prima dose.
L’Oms ha dichiarato l’ovvio. La linea non può che essere aspettare che tutti i Paesi abbiamo concluso la campagna vaccinale per la prima e seconda dose per dare il via alla terza. Ovviamente fatti salvi i casi di fragilità: chi ha patologie preesistenti, è immunodepresso, eccetera, dovrà avere accesso alla terza dose. Ma gli altri possono aspettare. Ricordo che si tratta di una pandemia globale, non di una pandemia italiana o europea o statunitense.

Lo scorso 23 giugno avete presentato una proposta – Release G20 – per dare una svolta alla cooperazione internazionale e sostenere i Paesi più fragili nei piani di ripresa dalla crisi pandemica e di promozione di investimenti sostenibili. Può illustrarcene i punti centrali?
Il nodo è molto semplice: se vogliamo raggiungere, come tutti dicono, gli Obiettivi di sviluppo sostenibile dell’Agenda 2030 dobbiamo fare degli investimenti. Nei Paesi ricchi questi sono assicurati dai Piani di ripresa e resilienza, il nostro Pnrr per intenderci, in cui vediamo la mobilitazione di massicci fondi. Tutto ciò nei Paesi in via di sviluppo non accade: abbiamo da un lato la crisi derivante dalla pandemia, una pan-crisi di dimensioni storiche, e dall’altro una diminuzione degli aiuti allo sviluppo perché Paesi come il nostro sono concentrati nell’aiutare se stessi. Di conseguenza, a soli nove anni dalla scadenza degli obiettivi dell’Agenda 2030, questi Paesi si trovano in una situazione difficilissima. La proposta è semplice: esiste una montagna di debito pubblico in Africa stimata intorno ai 950 miliardi di dollari per i prossimi tre anni; questa montagna di debito pubblico, a differenza di quello italiano, non è nazionale ma internazionale e pone questi Paesi in una posizione di fragilità perché devono soldi ad altri Stati. Questa posizione di sudditanza economica non consente di far fronte nemmeno alle spese correnti. In questa situazione è impossibile anche solo parlare di investimenti. Le migrazioni “economiche”, per fare un esempio chiaro, non si risolvono se non si creano posti di lavoro. E i posti di lavoro non si creano se non si fanno investimenti. E gli investimenti sono impossibili senza risorse. Ecco, questo è il circolo vizioso da spezzare. Una priorità.

E qual è la soluzione dal suo punto di vista?
Non chiediamo di attingere a nuove risorse che non ci sono: i debiti preesistenti possono essere riconvertiti. Anziché fare il pagamento al Paese creditore, il debitore in questione converte in valuta locale quella cifra e la mette in un fondo legato ai piani di sviluppo sostenibile. Ci sono Paesi, come la Repubblica Democratica del Congo, che hanno dei piani dettagliatissimi ma non ci sono le risorse. Questi fondi dovrebbero essere il volano, o come garanzia o come co-finanziamento o per finanziare gli studi di fattibilità, per poi attirare ulteriori investimenti pubblici e privati. E invece servono per ripagare il debito.

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