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giovedì 13 novembre 2025

Quando la sinistra ha smesso di capire il mondo - Massimiliano Civino

 

C’è un momento, nella storia delle idee, in cui la politica smette di interpretare la realtà e comincia soltanto a inseguirla. È lì che nasce la sua miseria.

Antonio Gramsci, nei Quaderni del carcere, scriveva:

“Nella discussione scientifica si dimostra più ‘avanzato’ chi si pone dal punto di vista che l’avversario può esprimere un’esigenza che dev’essere incorporata nella propria costruzione.”

Per Gramsci, essere “avanzati” non significa essere più puri o più estremi, ma più capaci di capire, di includere nella propria visione anche ciò che l’avversario esprime, magari in forma distorta o regressiva. È uno sguardo radicale, nel senso etimologico di radix (radice), che scava nella profondità dei processi storici invece di fermarsi alla superficie degli eventi. Essere radicali, dunque, non significa essere estremisti, ma andare alla radice delle cose, e questa capacità di sguardo radicale è proprio ciò che la sinistra ha progressivamente smarrito.

Le opposizioni alle destre populiste non interpretano più la società: la subiscono. Reagiscono invece di analizzare, denunciano invece di comprendere. Parlano di diritti e uguaglianza, ma con un linguaggio svuotato, incapace di toccare la vita reale di chi si sente abbandonato. Così si spiega perché tanti lavoratori scelgano chi promette “ordine”, o perché minoranze discriminate sostengano leader che le disprezzano. Non è ignoranza: è disconnessione. È la conseguenza di una politica che ha smesso di fare i conti con la complessità del reale.

Franco Cassano, in L’umiltà del male, ricordava che “il bene dovrebbe imparare dal male a essere umile”: non chiudersi nella propria superiorità morale, ma imparare ad ascoltare. La politica che non ascolta il male non lo capisce, e dunque non può combatterlo. Ma capire il male non significa giustificarlo: significa riconoscere che anche la sofferenza e la paura sono forme di conoscenza.

Karl Marx, nell’Ideologia tedesca, scriveva che “non è la coscienza che determina la vita, ma la vita che determina la coscienza”. Le idee non cambiano il mondo se non sanno leggere le sue strutture materiali, le relazioni che generano assoggettamento e consenso. È una lezione dimenticata: la politica parla di emancipazione come se bastasse la volontà, senza capire che i rapporti di potere vivono dentro i soggetti stessi.

Perché, e qui sta il nodo, i sudditi non esistono soltanto perché esiste un monarca: è il monarca a esistere perché i sudditi continuano a riconoscerlo come tale. La dipendenza non è una catena puramente esterna, ma un legame reciproco, una forma di complicità simbolica. Come nella dialettica servo-padrone di Hegel, il potere non esiste senza il riconoscimento di chi vi si sottomette. E dunque, anche quando la libertà è possibile, essa richiede un atto di consapevolezza: la decisione di non riconoscere più come “naturale” ciò che è solo abituale.

La politica, se vuole tornare ad avere un senso, deve tornare a misurarsi con questa complessità: con l’intreccio di paura e consenso, di desiderio e soggezione, di libertà e obbedienza che attraversano la vita contemporanea. Non basta opporsi al potere: bisogna comprenderne i meccanismi invisibili, quelli che lo rendono credibile anche per chi ne è vittima.

Slavoj Žižek ha osservato che il populismo non è un ritorno alla realtà, ma una fuga da essa: una forma di identità costruita sul vuoto. Le destre hanno saputo occupare questo vuoto, trasformando la frustrazione in appartenenza. Byung-Chul Han, nella Società della stanchezza, parla dell’uomo che si auto-sfrutta in nome della libertà, convinto di essere padrone di sé mentre è schiavo della propria efficienza. In questo paradosso si consuma la nuova forma della servitù volontaria.

Ma la sinistra non sembra accorgersene. Continua a parlare di “merito”, “competizione”, “opportunità”: parole prese in prestito dal linguaggio del dominio. Non si tratta più solo di una sconfitta elettorale, ma di una resa culturale. Hegel diceva che “la nottola di Minerva inizia il suo volo sul far del crepuscolo”: il pensiero arriva sempre tardi. Oggi, la politica non solo arriva tardi, ma sembra aver smarrito il cielo stesso in cui volare.

Le destre vincono perché raccontano un mondo semplice a chi vive nella complessità. La sinistra perde perché confonde la complessità con la confusione. Eppure, la realtà è contraddittoria per definizione: la libertà convive con la paura, la rivolta con la dipendenza. Chi non sa accettare questa ambiguità finisce per parlare un linguaggio morto.

Marx ricordava che “le idee della classe dominante sono, in ogni epoca, le idee dominanti”. E infatti, anche chi vuole cambiare il mondo continua a pensarlo con le parole del potere. Ritrovare un punto di vista “avanzato”, nel senso gramsciano e radicale, non significa estremismo, ma profondità: saper pensare dentro le contraddizioni, non al di sopra di esse.

Forse la sinistra tornerà a capire il mondo quando smetterà di volerlo semplificare. Quando accetterà che i sudditi non si liberano solo contro il sovrano, ma contro la propria abitudine alla sudditanza. Quando tornerà a fare ciò che una volta era il suo compito più alto: non governare, ma trasformare la realtà, comprendendola fino in fondo, fino alla radice.

Bibliografia e riferimenti

Gramsci, Quaderni del carcere (Einaudi, 1975)

Cassano, L’umiltà del male (Laterza, 2011)

Marx, L’ideologia tedesca (1846)

Hegel, Fenomenologia dello spirito (1807) e Lineamenti di filosofia del diritto (1821)

Žižek, Benvenuti nel deserto del reale (Meltemi, 2020)

Byung-Chul Han, La società della stanchezza (Nottetempo, 2012).

https://www.lafionda.org/2025/10/29/quando-la-sinistra-ha-smesso-di-capire-il-mondo/

venerdì 16 luglio 2021

Il Moloch scientifico - Giuseppe Giannini

 


L’evento Covid sta rimodellando la realtà. In senso soggettivo, per quanto riguarda le esperienze più o meno dirette, soprattutto in riferimento ai traumi psicologici, e alla capacità di approcciarsi e relazionarsi agli altri. E, in maniera generalizzata, per quanto riguarda la collettività, il corpo sociale. Un fenomeno sindemico attraverso il quale sono venute alla ribalta tutte le falle del sistema di governo mondiale.

Non sono bastate sofferenze e morti. I danni economici e sociali e la perdita di milioni di vite non hanno smosso le coscienze dei decisori ed esecutori politici. Invece di interrogarsi sulle cause, attrezzarsi per affrontare “il nemico”, potenziando le strutture sanitarie e garantendo una struttura pubblica efficiente e un indennizzo (reddito) a chi, come conseguenza del virus, ha perso la sicurezza economica, si è deciso di agire diversamente.

Le democrazie liberali hanno scelto i lockdown non mirati, i coprifuoco e i distanziamenti, scaricando sui comportamenti individuali “devianti” ogni responsabilità sistemica. Se c’era qualcuno da sacrificare (la popolazione mondiale) non potevano di certo essere i grossi interessi economico-finanziari. Si è scelta la strada della cura e non quella della prevenzione. Il vaccino come unica soluzione e, ad esempio, in Italia il protocollo ministeriale della “vigile attesa”, rifiutando la terapia domiciliare.

Vi è dunque un interesse alla cura e non un diritto alle cure. Altrimenti non si spiegherebbe come mai la proprietà intellettuale e i brevetti la fanno ancora da padrone. Il sapere (?) degli uomini di scienza a guida delle società presenti e future. In un’epoca contrassegnata dalla scomparsa dell’idea di un avvenire minimamente immaginabile, che ha fatto della retromania e dell’effetto nostalgia l’ancora a cui legarsi per superare i tempi bui, ci si rimette nelle mani di un’ideologia che procede attraverso sperimentazioni, alla continua ricerca di cavie, con il solo fine di apparire credibile di fronte alle masse acquiescenti.

Quali saranno le conseguenze per il vivente, così come l’abbiamo conosciuto e definito fino ad ora? Da quando la politica ha perso la sua supremazia, affidandosi alla capacità autoregolativa del’economia (e del mercato) essa versa in stato vegetativo. Dal capitalismo alla globalizzazione neoliberista, sino alla rinnovata supremazia della razionalità tecnico-scientifica.

“Il terrore e la civiltà sono inseparabili”(…) “L’odio-amore per il corpo tinge di sé tutta la civiltà moderna. Il corpo come ciò che è inferiore e asservito, viene ancora deriso e maltrattato, e insieme desiderato come ciò che è vietato, reificato, estraniato”.

(Max Horkheimer & Theodor Adorno –Dialettica dell’Illuminismo).

Gli individui moderni sono destituiti dalla loro originalità e si trasformano in meri esemplari della forma-valore, in esseri umani confezionati” (…)” La promessa dell’universalismo giuridico occidentale attenta alla vita umana: è la promessa di rendere tutti gli uomini uguali, di riconoscerli in quanto resi omogenei alla forma-valore e di amputare loro, alla maniera di Procuste, tutti gli organi che non si integrano in questa forma”

(Robert Kurz-Ragione sanguinaria).

Ne conseguono: il riordinamento dei poteri, la supremazia delle economie delle élite e la medicalizzazione delle società. ”La medicina si è sviluppata alla fine del XVIII secolo per ragioni economiche. Non bisogna dimenticare che la prima epidemia studiata in Francia nel XVIII secolo, e che diede luogo ad una raccolta di dati, su scala nazionale, non era una vera epidemia, ma in realtà una epizootia”(…) Si era fatto ricorso alla medicina come a uno strumento di conservazione e rinnovamento della forza lavoro per il funzionamento della società moderna (…) Ma quel che appare all’inizio del XX secolo è che la medicina può essere pericolosa non a causa della sua ignoranza, ma per il suo sapere, proprio perché essa è una scienza”.

(Michel Foucault – La medicalizzazione indefinita).

“In un certo senso, più che l’uomo è stata l’industrializzazione a trarre profitto dai progressi della medicina: si è infatti riusciti a far lavorare la gente più regolarmente in condizioni più disumanizzanti“(…) E il medico si è trasformato in mago, unico essere in grado di compiere miracoli che esorcizzano la paura che nasce dal sopravvivere in un mondo divenuto minaccioso”

(Ivan Illich –Due soglie di mutazione).

La medicina è dunque diventata l’alleata perfetta del capitalismo. E, dopo decenni di smantellamento dei servizi sanitari nazionali e di fondi ai privati, l’assetto definitivo su strutture, ricerche e finanziamenti è stato suggerito dalle lobby farmaceutiche. Esse dettano le priorità e quali iter seguire. Con l’accesso ad una mole infinita di dati sono in grado di profilare il paziente-consumatore ideale. Nel capitalismo della sorveglianza è nata una nuova fede: il “Dataismo”. Il Dataismo si presenta come un nuovo illuminismo, ma essendo in grado di scrutare sin dentro la psiche conduce a un totalitarismo digitale

(Byung-Chul Han –Psicopolitica).

Ci troviamo immersi in una società distopica, isolati e ancorati ciecamente nella fede nel progresso senza valutare opzioni alternative. Chi ne pagherà le conseguenze?

da qui

mercoledì 4 dicembre 2019

Psicopolitica e panottico digitale - Piero Cipriano




Il potere, che riduce tutte e tutti all'obbedienza, è sempre più pervasivo. Ad aiutarlo ci sono le telecamere di sorveglianza, la rete internet, gli smartphone e i social network. E nella società della prestazione e dell'immagine, lo sfruttamento e l'obbedienza non devono più essere imposti, ma sono scelti “liberamente” dagli individui.

“La libertà sarà stata un episodio”, così inizia Byung-Chul Han, Psicopolitica. Han si smarca da Foucault e prova a superarlo.
Foucault racconta un potere che, dal Settecento, non è più “potere di morte” nelle mani di un “sovrano simile a dio”, ma potere disciplinare. Non più potere di morte, ma di vita. Non più potere di morte, cioè di uccidere il corpo, ma potere di disciplinare questo corpo ingaggiandolo in una serie di norme obblighi divieti, riducendo il soggetto all'obbedienza, alla disciplina. La morte precoce impedisce a Foucault di passare dalla biopolitica alla psicopolitica. Di lasciare la biopolitica, ovvero politica dei corpi, per la psicopolitica, ovvero politica delle menti.
Il soggetto moderno non è più il soggetto disciplinare il cui corpo è incastrato in obblighi e in luoghi del sorvegliare e del punire e i cui luoghi della massima punizione sono galere e manicomi. Il soggetto moderno è tenuto a una prestazione, la sua psiche è incastrata in un imperativo performativo, i luoghi della cura, per ottimizzare questa sua necessità prestazionale, sono il lettino dell'analista o lo studio dello psicoterapeuta o la farmacia dello psichiatra.
Il soggetto di prestazione raccontato da Han non ha più bisogno di un padrone perché il suo padrone è lui stesso, lui stesso è padrone e schiavo, sfruttatore e sfruttato. È libero ma libero di sfruttare questo suo eccesso di libertà. Questo suo eccesso di libertà è patologia della libertà. Questa troppa libertà determina eccesso di lavoro autoimposto. Questo eccesso di lavoro senza padrone determina stanchezza. Questa stanchezza, ogni forma di stanchezza, i nuovi codici diagnostici la rubricano ansia o insonnia o tristezza o depressione o bipolarità o anedonia e così via.
Perché il neoliberismo, in quanto evoluzione estrema del capitalismo industriale, sarebbe il modo più efficace per sfruttare la libertà? Perché sfruttare i soggetti, contro la propria libertà, non rende. È lo sfruttamento di soggetti liberi che determina il massimo della resa.
Il neoliberismo è una mutazione del capitalismo, e come tutte le mutazioni è più forte, più resistente agli antidoti, non c'è un vaccino per ora; il neoliberismo è quella cosa per cui ogni lavoratore si appresta a rendersi imprenditore di sé, destinato a sfruttare se stesso finché crepa.
L'esempio del Giappone è paradigmatico. Il Giappone è quintessenza di questa deriva. In nessun posto, come nel Sol levante, i ragazzi vengono allevati, fabbricati, addestrati per essere perfetti imprenditori di sé. Chi non ce la fa, soccombe. Il Giappone è una neo-Sparta. Gli incapaci di essere al passo col proprio autosfruttamento si gettano sotto la metro invece che dal monte Taigeto. I ragazzi, tra scuola del mattino, compiti a casa e scuola serale studiano dalle sette a mezzanotte. Ogni giorno tre adolescenti non reggono questo ritmo e si uccidono. Ogni anno trentamila suicidi. Moltissimi i divorziati. Domina l'astinenza sessuale tra le coppie sposate. Impera la pornografia. Non è praticata la compassione né il perdono. Vige la pena di morte. Non c'è un laureato che non sia sicuro di ottenere un lavoro, ma questo non è un bene, è il contrario, perché non è contemplato il riposo, non parliamo dell'ozio, tale è la competitività, che i lavoratori non prendono le ferie per il timore, al ritorno, di essere demansionati. L'identificazione del lavoratore con l'azienda è totale.
I giapponesi non hanno una parola per la depressione, ma ne hanno una per definire gli adolescenti che per sottrarsi alla società della prestazione si seppelliscono in casa e vivono nella realtà digitale del proprio smartphone: hikikomori; un'altra per definire la morte da eccesso di lavoro: karoshi. Sono diecimila le vittime di karoshi ogni anno – che si aggiungono ai trentamila suicidi – a cui scoppia il cuore (infarto) o il cervello (ictus) per orari lavorativi fino a diciotto ore al giorno. E non basta il conforto religioso, ovvero credere che reincarnandosi, come promette il buddismo, possano prima o poi trovare il meritato nirvana.
Ecco esemplificato un diverso tipo di lavoratore, non colui che si percepisce sfruttato dal padrone, e si incazza, si insubordina, si solleva, magari anela alla rivolta. Il lavoratore – chiamiamolo ancora così – rivoluzionario. No. Questo, il lavoratore di tipo giapponese, è colui che si autosfrutta, e con chi se la può prendere questo lavoratore masochista responsabile della propria stanchezza? Solo con se stesso, se la può prendere. Dunque, non può essere un rivoltoso, ma un depresso. Ecco che se la rivolta era la cifra del lavoratore che viene e si sente sfruttato, e la conseguenza repressiva era la galera o il manicomio, la depressione è la cifra del lavoratore che si autosfrutta, e la conseguenza terapeutica è la psicoterapia, oppure il doping psichico.
Il nuovo manicomio è l'etichetta diagnostica che si appiccica come un tatuaggio indelebile, nuovo manicomio è il farmaco, nuovissimo prossimo manicomio sarà – o già è – il medium digitale. Il panottico di Jeremy Bentham (optikon vedere, pan tutto) rappresentava il carcere perfetto perché consentiva di tenere sott'occhio tutti i prigionieri, rendendo superflua la presenza del sorvegliante. Da questo trae ispirazione il modello di manicomio ottocentesco di Pinel coi suoi padiglioni, con la sua esasperante separazione tra folle e folle, tra normale e anormale, ora il panottico benthamiano sta per essere superato.

Grande fratello? No, il mondo nuovo
Il nuovo panottico è la rete, il medium digitale. Il web 2.0. Quello in cui i servizi sono (per così dire) gratuiti (pagati in realtà a prezzo della propria libertà). Rete in cui entriamo (per rimanere trappolati) senza costrizione. Dove non solo non c'è separazione, non solo è auspicata e incentivata la comunicazione, non solo c'è esibizione spontanea perfino denudamento di sé. I nostri dati sono condivisi, messi a disposizione, senza coercizione. Giorno dopo giorno immettiamo in questo mare digitale parti che ci appartengono, la nostra identità, ottenendo lo scopo di una sorveglianza reciproca. Ognuno è sotto lo sguardo di ogni altro. Questo significa il panottico digitale.
George Orwell prefigurava il grande fratello, la sopraffazione da parte di un dittatore, di uno stato dispotico a immagine dell'URSS. Temeva che nessuno avrebbe più potuto leggere libri, perché sarebbero stati banditi. Invece si è affermato il mondo nuovo dell'altro grande distopista, Aldous Huxley. Dove le persone adorano la tecnologia che libera dal pensiero, le informazioni non sono bandite ma c'è un'orgia di dati per cui è vera ogni cosa e il suo contrario. Le persone non vengono assoggettate con le punizioni ma coi piaceri.
Prendiamo Black Mirror. C'è un episodio (Caduta libera) in cui lo smartphone diventa l'oggetto di controllo sugli altri. Il like è l'indice di gradimento. Sotto una certa soglia di like il punteggio, che rappresenta quanto vali, non ti consente neppure di partecipare al matrimonio della tua migliore amica. Ebbene questo tipo di società già non è più distopia perché si appresta a essere realizzata, per ora soltanto in una città della Cina, dal 2020 in tutta la Cina. Ma ci torno tra poco. Prima voglio dire che non si deve pensare che il manicomio digitale non sia capace di embricarsi con il manicomio chimico e col classico manicomio concentrazionario alla Bentham o alla Pinel. I diversi livelli di manicomio sono in grado di convivere. I reparti bunker con le fasce convivono con diagnosi e farmaci.

Se si semplifica il linguaggio, la coscienza si restringe
Il manicomio concentrazionario si embrica con quello diagnostico/chimico e adesso con quello digitale. Come nel Proteus Digital Health che la Food and Drug Administration sta prendendo in considerazione. I farmaci che devono essere immessi nel corpo di chi ne ha bisogno sono gli antipsicotici di ultima generazione (i più costosi). Proteus inserisce un sensore attaccato alla compressa, sensore ingeribile, che comunica con un altro sensore inserito sottopelle, di modo che il medico prescrittore dal suo tablet possa controllare l'intero percorso del farmaco, dall'ingestione all'assorbimento. Ciò per contrastare la riluttanza delle persone con disturbo psicotico ad assumere gli antipsicotici, o l'assunzione a dosaggi inferiori alla prescrizione. Questo partendo dall'assunto (non provato) che non ingerire (o iniettare) gli antipsicotici porti a ricadute, con aumento dei costi sanitari dettati dai ricoveri in questo modo evitabili.
Torniamo a Black Mirror. Il titolo all'episodio è Arkangel. Arkangel è un microchip impiantato nel cervello dei figli. Per mezzo di un tablet, il genitore può vedere ciò che vede il figlio, e attivare una sorta di filtro per oscurare le immagini violente, spaventanti, stressanti. Il chip Arkangel è ciò che il sistema Proteus (o qualcosa del genere) potrebbe fare tra qualche anno. Un meccanismo per cui tutto accade per via digitale. Lo psichiatra fa la diagnosi. Prescrive il farmaco. Il chip controlla. Il paziente non può più trasgredire. Questo è un mondo futuro, dove il cittadino modello è una sorta di androide, l'androide descritto immaginato narrato da Philip Dick, il cittadino modello dei regimi totalitari.
“Vivremo in una democrazia in cui”, riprendo le parole di Han, “la libertà sarà stata un episodio”. Una democrazia neoliberale sotto il segno del like. Si immagini un collegamento tra il sistema Proteus che monitorizza l'assunzione del farmaco, e il profilo Facebook della persona stessa. Prendere il farmaco premiato dal like, non prenderlo sanzionato dal dislike. Essere puntuali nell'assunzione premiato da decine di love o haha oppure wow, il disattendere l'assunzione farmacologica sanzionato dal sigh o peggio dal grr. Sembra ridicolo a scriverlo, eppure stiamo già facendolo. Una specie di idiot savant si è inventato questo social network, e di anno in anno come un dio-bambino inventa nuovi codici, nuovi lemmi, nuove semplificazioni per narrare le relazioni. Sembriamo avviarci verso una semplificazione lessicale ed emotiva che rassomiglia alla neolingua immaginata da Orwell in 1984, la semplificata neolingua incaricata di sostituire l'archilingua perché l'archilingua è articolata, complicata, la neolingua è semplificata, funzionale a semplificare il pensiero.
Se hai sempre meno parole per dire le cose, immagina Orwell, la coscienza si restringe. E pure i testi scolastici fascisti o nazisti erano dotati di un lessico semplificato, apposta per semplificare il pensiero. D'altro canto, sottolinea Han, in questo panottico digitale a cui ci siamo, nel volgere di pochissimi anni, abituati al punto da non saperne più fare a meno, per un verso sembra incentivata la comunicazione e lo sproloquio lessicale. Però c'è anche un invito alla sintesi e alla semplificazione, scrivere post laconici ed essenziali la cui reazione o gradimento viene semplificata da quattro o cinque stupide emoticon: lovegrr o wow – e non vi sarà sfuggito che nel padroneggiare questa stupida neo-lingua i nuovi governanti sulla scena mondiale sono dei veri talenti.

Facebook è un manicomio digitale che produce psicosi
Ecco perfezionato il dispositivo panottico di Bentham. La sorveglianza, reciproca, che ognuno si fa, in questo panottico, è a 360 gradi. Un panottico gigantesco, oltretutto. Facebook conta oggi più di due miliardi di iscritti che accedono al panottico più volte al giorno, ha seguaci più del Cristianesimo e dell'Islam. È una chiesa tutto sommato più influente di tutte le altre. I cui praticanti sono continuamente connessi o raggiungibili per mezzo dello smartphone. Smartphone che tocchiamo in media 2617 volte ogni giorno. Non c'è rosario bibbia o corano che venga compulsato con questa frequenza.
Facebook è una chiesa che per amen ha un like. Un like come primitivo sistema di gratificazione a breve termine, a base di dopamina. Fatemi semplificare e fare il riduzionista, adesso. Questo è il sillogismo che propongo. La psicosi, secondo la teoria più accreditata, sarebbe biochimicamente causata da un eccesso di dopamina, il neurotrasmettitore edonico (del piacere). I like, si dice, aumentano la dopamina. Gratificazione a breve. I like, dunque, producono psicosi. Come dire che troppo piacere fa impazzire. Ecco. Il manicomio 3.0, il manicomio digitale, produce psicosi. Non è un caso che i due che nel 2009 hanno ideato il bottone del like – Justin Rosenstein e Leah Pearlman – si siano disconnessi.
Non potranno sottrarsi i cinesi, al panottico digitale. Ora apro una parentesi sui cinesi. Innanzitutto, i cinesi sono ormai i proprietari delle terre rare. Guillaume Pitron, ne La guerra dei metalli rari, racconta come, per gli smartphone che ci portiamo tutti dietro, per i computer con cui sto scrivendo questo lungo articolo contro il panottico digitale, stiamo saccheggiando elementi quali gallio selenio tantalio litio germanio antimonio. Batterie di smartphone fatte di cobalto che si estrae in Congo. I componenti elettronici fatti con gallio che si estrae in Cina. Schermi fatti con ittrio indio disprosio. Stiamo (ecco la novità) assistendo a un ennesimo cambiamento di energia. Dal carbone, di cui era dominus l'Inghilterra, al petrolio, dominato dagli Stati Uniti, alle terre rare, dominate adesso dalla Cina (la maggior parte delle terre rare sono estratte in Cina o, soprattutto in Africa, dalla Cina). Anche se il digitale, internet, la rete, prodotta dalle tecnologie possibili con le terre rare, avranno breve vita, perché pure le terre rare, come il petrolio, a un certo punto si esauriranno.
Intanto però che depaupera queste risorse, la Cina sta raccogliendo, meglio di tutti, la lezione di Facebook e del web 2.0. In Cina è iniziato il rating delle persone. Comincia in un aeroporto, Shenzhen, il Sistema di Credito Sociale dei passeggeri. Alcuni passeggeri che accettano di far parte del programma hanno una card che ne quantifica la reputazione. Chi litiga in aereo abbasserà il suo punteggio e farà controlli più indaginosi, chi indica un bagaglio incustodito aumenta il suo punteggio e salta i controlli. Un'intera cittadina vicino Pechino, Rongcheng, 700.000 abitanti, da quasi due anni ha iniziato il rating individuale che si basa sui comportamenti civici. Parcheggi male perdi punti, fai volontariato o doni il sangue ne guadagni. Come in Caduta libera, di Black Mirror. Uguale. Il rating è pubblico. Tutti sapranno il punteggio di ognuno. Vergogna e orgoglio muoveranno le condotte. Chi ha un basso rating, e non si muove a normalizzarlo con beneficienza o lavoro gratuito, non potrà accedere alle migliori scuole o ai migliori hotel, per dire.
I cinesi con la loro fama di copiare, imitare, falsificare, stavolta stanno realizzando le distopie meglio di tutti gli altri. Il Sistema di Credito Sociale applica ciò che la rete, il medium digitale, già realizza da qualche anno. Fatevi un po' di ego surfing su Google, e avrete lo specchio di ciò che valete. Della vostra reputazione. Il Sistema di Credito Sociale cinese è nient'altro che una patente a punti che attesta quanto tu sia un buono o un cattivo cittadino (secondo i parametri, si capisce, di quello stato). E così i cinesi, i grandi falsificatori, adesso ci stanno regalando (davvero) una falsa esistenza.

Idiotismo e internamento digitale
Dopo aver visto l'episodio di Black Mirror (non sapevo ancora che i cinesi erano già in Caduta libera) ero così di cattivo umore che andai, con mia moglie, a bere una cosa sotto casa, a largo Spartaco (bisogna sempre scegliere luoghi dai nomi evocativi, in questi casi). Al tavolo accanto due si facevano un selfie, e di certo ero venuto pure io nella foto, visto che miravano nella mia direzione. Poi ho visto che lo postavano su Facebook, avranno indicato il luogo, l'ora. Ero tentato di oppormi, non fatelo, di sicuro sono venuto pure io, volevo dir loro, avrò dei diritti? In un clic la mia uscita era stata messa a protocollo, era stato certificato che alle 22.30 di quel giorno ero in largo Spartaco con mia moglie, c'era la foto e tutto. Vedi? Le dicevo, siamo fregati. Ora tutti sapranno che siamo usciti, che io e te ci vediamo, usciamo insieme, che abbiamo una relazione, ma ti rendi conto? E lei: lo vedi? faccio bene io, che non sono su Facebook, che resisto ai social network tutti: Twitter, Instagram eccetera.
Ma sei un'idiota allora! Ecco perché ti salvi! Davvero, non ti offendere, non sto scherzando. Sai che dice il filosofo Han? Che solo se sei un idiota ti salvi. “Una funzione della filosofia è giocare a fare l'idiota”, dice. Insomma, la filosofia, è fatta da idioti. “Ogni filosofo che realizza un nuovo idioma, un nuovo linguaggio, un nuovo pensiero sarà necessariamente un idiota”. Socrate, che afferma di sapere di non sapere, è un idiota. Oggi – ancora Han – “la figura dell'outsider, del folle o dell'idiota sembra essere scomparsa dalla società”, perché “la connessione digitale”, l'esserci di nostra sponte internati in questo panottico digitale, ha aumentato straordinariamente la “coercizione alla conformità”. L'idiotismo, la riluttanza a questa corsa all'internamento digitale, è forse l'ultima “pratica di libertà” rimastaci. L'idiota è colui che non si connette e, dunque, non si informa al modo dell'informazione totalitaria della rete o dei social. È il non trasparente, colui che non sciama nella rete.
(Adesso mi viene da pensare che forse i più idioti di tutti, i più resistenti alla psicopolitica ovvero all'assoggettamento delle menti, sono gli psiconauti, i Magellano esploratori dei propri oceani psichici, coloro che, con gli psichedelici, si creano una propria rete, senz'altro più ecologica di quella digitale, e più potente perché fatta di stati di coscienza altri, espansi, dove gli psiconauti non saranno mai tracciabili, al contrario degli internauti, mai raggiungibili, mai catalogabili, in nessun Big Data, in nessun panottico digitale. Scrive, a questo proposito, Edoardo Camurri, nella prefazione a Moksha di Aldous Huxley: “Per resistere al mondo algoritmico del deep learning digitale bisogna sapersi rendere irriconoscibili, inclassificabili, imprevedibili. Occorre avere, cioè, un cervello capace di mettere in scacco l'algoritmo che è programmato per diventare noi; serve sviluppare un'intelligenza umana in grado di sopravanzare il passo dell'intelligenza artificiale. Bisogna rendersi unici.”
Unici (direbbe Stirner), indiagnosticabili (suggerisco io), idioti (sostiene Han).

La nuova psicologia delle folle
In questi giorni, mesi, anni, tutti, nei social, come pecore digitali, belano intorno ai soliti argomenti virali. È la nuova psicologia delle folle. Siamo oltre “l'età delle folle” descritta da Gustave Le Bon, siamo nell'epoca del gregge digitale, o per dirla sempre con Han, nell'epoca dello sciame digitale. Ma lo sciame non è folla. I connessi sono soli, pur sentendosi insieme. L'uomo digitale resta solo, hikikomori schizoide, pur sentendosi parte delle cinquemila amicizie contatti (la propria bolla) che il social mondiale ti mette a disposizione. I greggi digitali, gli sciami digitali non sanno marciare, non sanno organizzare rivolte, sanno al massimo indignarsi per la causa del momento – i migranti, il riscaldamento globale, i vaccini, e così via – sanno indignarsi mediante quella scarica emotiva che rapidamente si esaurisce, la shitstorm, la tempesta di merda.
L'idiota disconnesso non conosce shitstorm. Non ne viene contaminato. Non ne subisce gli schizzi. Schizzi tossici, infettivi. Che danno colera. Peste psichica digitale (canta Vinicio Capossela). L'idiota disconnesso, non sa, non bela. L'idiota disconnesso, non comunica, non è raggiungibile. L'idiota a-digitale è apolide. È in una sorta di esilio. Potrebbe perfino non esistere, nonostante l'anagrafe. È in una dimensione pirandelliana. L'idiota non si farà prendere dall'imperativo della prestazione, la sua idiozia è un antidoto alla stanchezza, quindi è immune dalla depressione.

Ma è l'idiota il vero uomo in rivolta
È l'idiota, nell'era della trasparenza e del panottico digitale, il soggetto in salute. L'idiota è il vero uomo in rivolta.