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venerdì 3 aprile 2026

Gli amici di merende: l’irresistibile gioco della corruzione

 

Ogni gruppo di amichetti che si rispetti è in genere legato da una passione in comune e pare che il requisito fondamentale per prendere parte alla costruzione della Torino Lione sia essere invischiati in affari illeciti. Basta infatti pescare a caso dal cappello una delle ditte connesse alla costruzione del TAV che trovi subito del marcio tra quelli che sembrano essere più degli amici di merende che altro.

Giunge infatti alle orecchie della nostra redazione, che la procura di Roma stia indagando sull’ipotesi che alcuni imprenditori abbiano manipolato le gare di appalto di alcuni importanti enti e aziende pubbliche, corrompendo funzionari e dirigenti al loro interno, per un totale di 26 persone indagate per corruzione, induzione indebita, traffico di influenze, turbativa d’asta e riciclaggio. Insomma, una bella zuppa di illegalità.

Ma di chi stiamo parlando?

Tra gli implicati in questa indagine c’è anche la nostra “cara” RFI, che come sappiamo si occupa della pianificazione e dei lavori infrastrutturali sul territorio nazionale della Torino – Lione. Oltre ad RFI, sotto ai riflettori c’è anche Terna, che è una delle principali società italiane operanti nel settore dell’energia, con un ruolo cruciale nella gestione della rete di trasmissione elettrica nazionale. Le altre aziende coinvolte sono la Red Hat, che sviluppa software, e la Nsr, che si occupa della loro distribuzione sul mercato, ad enti pubblici e aziende.

In particolare si indaga su una gara d’appalto da 400 milioni bandita da RFI nel 2024, dove il dirigente di Nsr Francesco Dattola, attraverso anche alcuni dirigenti di RFI avrebbe ottenuto il capitolato in anticipo (il documento che descrive, tra le altre cose, le caratteristiche del bene o del servizio da fornire) e avrebbe suggerito delle modifiche e integrazioni, per assicurarsi di rispondere meglio ai requisiti tecnici del bando. In particolare, il manager di RFI, Riccardo Barrile, avrebbe passato il capitolato al responsabile di Tim per la rete ferroviaria, Carlo Antonello Bisi, che a sua volta lo avrebbe condiviso con Dattola. L’appalto sarebbe relativo alle tecnologie informatiche nelle ferrovie italiane, nel particolare alla gestione del traffico e della sicurezza del trasporto su ferro. 

Il signor Francesco Dattola, nel corso del 2023, stando alle indagini in corso, si sarebbe mosso per reperire notevoli quantità di denaro contante, attraverso un complesso sistema di fatture fittizie e compravendita di Rolex, ricavando circa 600 mila euro (in effetti rispetto ai 35 milioni spesi per la nuova talpa stiamo parlando di spiccioli) che sarebbero stati utilizzati anche per tangenti a dirigenti di RFI e Terna.

Diciamo che di irregolarità che abbiamo segnalato negli anni nella costruzione della tratta, ce ne sono a bizzeffe. La trasparenza che dovrebbe essere un requisito fondamentale, specialmente in progetti che vedono il movimento di così tanto denaro, agli amici di merende che plasmano e raccontano la Torino Lione non è mai piaciuta troppo. Così come la creazione di gare d’appalto ad personam, che proliferano quando si parla della Grande Opera. Basti pensare, all’appalto gestito da TELT del 2018 per il lotto transfrontaliero, contestato per l’assegnazione a un raggruppamento guidato da Eiffage e CMC, che è stato anche in questo caso un bel “patto tra amici”. Nonostante le irregolarità procedurali siano state riscontrate anche dalla Corte dei Conti europea, la gara non è stata (ovviamente) annullata, altrimenti non saremmo qui a contarcela.

Nel 2021 oltretutto, l’ANAC (l’Autorità Nazionale Anticorruzione) ha inserito la Torino-Lione tra i progetti considerati ad alto rischio corruzione, segnalando carenze nei controlli sulle assegnazioni dei subappaltati.

Ad aggiungersi a quanto detto, vorremmo commentare le recenti parole di Matteo Salvini alla Fondazione Feltrinelli. Il Giornale riporta: “[…] In questo lunedì mattina di sole di fine marzo abbiamo operai, mega talpe, ingegneri, che stanno lavorando per la Torino – Lione sotto le Alpi, conclusione lavori ipotizzata dai tecnici fra il 2032 e il 2033 per unire col treno velocità di Francia. Le infrastrutture sono il più grande piano antimafia. È complicato perché ci sono i comitati del “no” per ogni cosa, ci sono disagi, di cui mi scuso, ma se non facessimo questo lavoro tra pochi anni saremo a piedi” (?????????), ha aggiunto. “Un ponte unisce, solo in Italia un ponte divide perché lo fa Salvini”, ha aggiunto il ministro, che ha rinominato il ponte sullo Stretto come “Ponte della Pace”. Tralasciando che le cose di cui dovrebbe scusarsi sono altre lasciandoci ben stare, dire che le infrastrutture sono il più grande piano antimafia sarebbe in parte veritiero se ci fossero controlli e trasparenza nella loro realizzazione, caratteristiche che in Italia sono a dir poco manchevoli in progetti come la Torino Lione. Tanto è evidente che non serve aggiungere altro. Non ci stupirebbe poi vedendo i precedenti, se il signor Salvini fosse uno degli amici di merende degli altri signori sopra. Che sappiamo che poi il giro è quello. Della sua conclusione alla Downtown Abby, possiamo solo dire che non è che un ponte divide perché lo fa Salvini, divide perché evidentemente per le persone ci sono problemi più grandi e più vicini e necessari di un’altra opera da milioni di euro, con ritardi epocali e infiltrazioni mafiose da ogni lato.

Ripetere che un progetto di questa portata dovrebbe essere dibattuto pubblicamente e non deciso in stanze chiuse, è probabilmente inutile. Tuttavia, ci sembra più che normale che anche alla luce delle ultime “questioni personali” dei dirigenti di RFI, chiederci quanto ci si possa fidare del loro operato. Non che noi ci siamo mai fidati di loro, anche considerando tutti gli illeciti portati avanti negli anni. A partire dai criteri nella realizzazione delle gare poco chiari, commissioni con conflitti d’interessi (nel 2018 alcuni membri delle commissioni di valutazione avevano precedenti collaborazioni con le stesse aziende partecipanti, cosa che, pensate un po’, non dovrebbe accadere), documentazione completa inaccessibile. E ancora le stime dei costi che nel 2007, TELT parlava di 8 miliardi circa per la Torino Lione, saliti a più di 26 miliardi nel 2024 (sticazzi), con continue sotto stime e parte dei fondi UE e nazionali gestiti con scarsa tracciabilità, sollevando dubbi su sprechi o “distrazioni”. 

Ci sembra lecito e doveroso far presente per la millesima volta che non è ammissibile che vengano chiusi gli occhi su argomenti di questa portata. Chiaro è che i media preferiscano abbuffarsi su scandali più appetibili, come se le nostre denunce non fossero legittime. Lo sappiamo bene: davanti ai soldi, alla politica e alle lobby, la giustizia spesso arranca (specialmente quando deve scegliere tra gli illeciti dei potenti e la persecuzione di coloro che impiegano il loro tempo nella lotta per un futuro diverso). Anche se, puntualmente, i pochi riflettori che arrivano in Val di Susa sembrano concentrarsi solo sui nostri presunti metodi ‘non leciti’, c’è una differenza fondamentale: mentre noi a merenda ci gustiamo un pezzo di toma e salame, loro condiscono il piatto con denaro riciclato e appalti truccati. E i fatti, ormai, lo dimostrano. Il problema sono loro, non facciamoci ingannare.

Noi ovviamente non ci arrendiamo e continueremo a denunciare i loro illeciti. Perché a forza di urlare, qualcosa accadrà e sta accadendo.Crediamo che la vera forza sia quella delle persone che decidono di schierarsi dalla parte della trasparenza, dell’etica e del bene comune (che no, non è la realizzazione della Torino Lione). E confidiamo che, alla fine, saranno le persone che prendono posizione a fare la differenza. 

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martedì 23 dicembre 2025

Il Tav, i media e i voltagabbana - Giovanni Vighetti

 

Nessun movimento di opposizione ha mai avuto in Italia la capacità di dare una continuità trentennale alle ragioni della propria lotta, e la recente e partecipata manifestazione dell’8 dicembre, ventennale dall’epico sgombero popolare nel 2005 del cantiere nella piana di Venaus, ne è la dimostrazione. Se duri trent’anni e prosegui, se ai nostri volti invecchiati si affiancano quelli dei più giovani – e molti sono nostri figli o nipoti – vuol dire che le ragioni della lotta non sono fuffa ma hanno radici motivate e ben salde.

Ma i media di queste ragioni non parlano. E il giorno dopo la manifestazione non trovi su La Stampa un’intervista a chi è partecipe del movimento no Tav ma a chi l’ha abbandonato, come Antonio Ferrentino. E allora alcuni chiarimenti vanno fatti. Cambiare opinione è legittimo, ci mancherebbe altro. Ma quando si passa da una parte all’altra della “barricata”, si dovrebbe avere la serietà di scegliere un dignitoso silenzio o di occuparsi d’altro. Diversamente, un’affermazione come «oggi non ha più senso manifestare contro l’Alta Velocità» diventa sale sulle ferite aperte nelle vite dei cittadini no Tav traditi – questo il termine più gentile utilizzato in proposito – dal Masaniello pentito che quando, prima di entrare in sintonia con Mario Virano (all’epoca Commissario di Governo per l’Alta Velocità Torino-Lyon), era tra i punti di riferimento del movimento no Tav, gridava al megafono, a Venaus nel 2005, che neanche con l’uso dei carri armati avrebbero messo un chiodo in Valle di Susa.

L’autore dell’intervista all’ex presidente della Comunità montana è il giornalista Andrea Bucci che, in un precedente articolo (La Stampa del 7 dicembre), aveva già collezionato lo scoop dei petardi tirati ad altezza d’uomo contro le forze dell’ordine. Ora, se la balistica non è un’opinione, di fronte a reti metalliche e intrecciate alte 4-5 metri e orlate di filo spinato alla “concertina” (lo stesso filo spinato elicoidale usato da Israele nel conflitto in Palestina), un petardo, che comunque non è pericoloso come un lacrimogeno, se viene tirato ad altezza d’uomo, può, al massimo, rimbalzare. Ma tant’è. Tutto serve per definire come violenza immotivata e gratuita ogni azione contro i cantieri (e sono già quattro!) che militarizzano aree della Valle di Susa. Nella stessa direzione vanno articoli come quello recente di Alberto Giulini, sul Corriere della Sera, che dedica più spazio alle dichiarazioni di sindacalisti autonomi della Polizia che alle ragioni dell’opposizione all’inesistente linea ad alta velocità tra Torino e Lyon. Sì, proprio inesistente perché la Francia – aspetto fondamentale taciuto da media al servizio dei propri editori più che di una una corretta informazione – non ha ancora elaborato alcun progetto definitivo e tanto meno stanziato risorse per la costruzione di una linea ad alta velocità in direzione Lyon, sì che l’alta velocità terminerebbe comunque all’uscita del tunnel di base a Saint Jean de Maurienne. Non importa: troveremo probabilmente un altro illuminato ministro ai trasporti – in realtà ce l’abbiamo già – che proporrà di accollarsi oltre ai costi del tunnel di base che sarebbero spettati ai francesi, anche i tre quarti dei costi della tratta in territorio francese!

Ma, tornando all’intervista, c’è un altro aspetto importante da rigettare. Non è assolutamente vero – come afferma Ferrentino («Non si è detto nulla sul raddoppio del traforo del Frejus, del progetto della seconda canna, e invece si vuol fermare la ferrovia») – che il movimento no Tav non si sia opposto al raddoppio del Frejus. La tesi, sostenuta in più occasioni da La Stampa, non può essere sostenuta anche dall’ex presidente della Comunità montana, visto che contro il raddoppio del tunnel abbiamo marciato insieme, a Bardonecchia, prima della sua giravolta.

Il movimento ha sempre individuato nel raddoppio del tunnel autostradale del Frejus un pericoloso tassello della trasformazione del territorio valsusino in un’area di transito penalizzante per chi in valle vive e per lavorare, dopo aver perso una dopo l’altra le numerose realtà produttive locali, deve fare il pendolare oppure emigrare in altre zone d’Italia o all’estero. Certo l’impegno è stato più ridotto, ma non è difficile capire il perché. Innanzi tutto l’autostrada – costruita con soldi pubblici e ovviamente poi privatizzata, nel rispetto della linea “oneri pubblici e guadagni privati” – è stata presentata come una superstrada non a pagamento e, dunque, imposta con l’inganno (mentre l’elevata tariffa, tra le più care d’Italia, ne causa uno scarso utilizzo da parte dei torinesi che prima la sostenevano e ora nei fine settimana, per risparmiare l’elevato pedaggio, intasano le due statali della Valle). In ogni caso, opporsi all’autostrada era impossibile dopo l’apertura del tunnel del Frejus nel 1980, anno in cui nessuno ne immaginava le conseguenze sul territorio valsusino. E, per evitare la contestazione nei confronti del raddoppio del tunnel autostradale, i lavori di scavo sono stati effettuati partendo dal lato francese. Per opporsi più duramente al raddoppio (anch’esso imposto con l’inganno, perché presentato come canna di sicurezza e non di transito per auto e Tir), sostenendo contemporaneamente due fronti di lotta, poi, ci sarebbe voluto Nembo Kid, anche perché l’Alta Valle è sempre stata più preoccupata a ricevere fondi dalla Regione per l’innevamento artificiale che a programmare uno sviluppo urbanistico meno speculativo del proprio territorio o curarsi dell’interesse generale della Valle.

Infine sono inaccettabili le dichiarazioni di Ferrentino su Askatasuna («Il movimento è ormai gestito dai centri sociali di Torino. Per Askatasuna l’opera è l’unico vero megafono per ottenere visibilità») che, tra l’altro, riducono i valsusini che manifestano contro la linea ad alta velocità a un insieme di imbecilli, teleguidati da strategie altrui piuttosto che consapevoli delle ragioni di una lotta che, senza alcune giravolte, avrebbe potuto e dovuto chiudersi già nel 2005. E sono particolarmente sgradevoli in quanto fatte da chi, a suo tempo, non ne disdegnava l’appoggio nei momenti più impegnativi dello scontro.

Askatusuna non ha certo bisogno di difensori d’ufficio ma è grave la campagna di criminalizzazione nei suoi confronti. Per alcuni è quasi un’ossessione. Come per l’ex procuratore generale di Torino Francesco Saluzzo che, anche dalla pensione, insiste nei suoi assilli («La violenza è nel DNA di Askatasuna […] è una associazione criminale», La Stampa, 1 dicembre), reiterando la precedente affermazione secondo cui «dal punto di vista della criminalità il distretto giudiziario del Piemonte, tra mafie, antagonisti e No Tav “è un inferno”» (Ansa, 13 settembre 2024). Poco manca che il centro sociale venga accusato anche del recente terremoto di magnitudo 7,5 che ha colpito il Giappone e il movimento no Tav del conseguente rischio tsunami. Ma cosa dovrebbe fare un centro sociale? Limitarsi a organizzare tornei di ping pong e non essere partecipe delle lotte che manifestano il crescente disagio sociale delle periferie (come è considerata la Valle di Susa rispetto alla Città Metropolitana)? Concludo, e ammetto che queste righe sono scritte con molta rabbia, tipo L’avvelenata di Guccini. Stranamente – si fa per dire – gli operai dell’Ilva in lotta per la legittima difesa del posto di lavoro che hanno assediato la Prefettura di Genova, battuto i caschi sulle reti, gridato frasi non propriamente gentili verso i poliziotti, a cui hanno rilanciano i candelotti lacrimogeni, e, infine, abbattuto con una gigantesca pala meccanica parte delle reti metalliche a protezione della zona rossa, non vengono caricati. Evidentemente è più facile manganellare i giovani o giovanissimi studenti, come più volte è avvenuto (non solo ma) in particolare a Torino, che affrontare operai delle acciaierie che hanno ben altra esperienza e forza fisica.

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martedì 11 febbraio 2025

La polizia, la destra, la sinistra - Giovanni Vighetti

 

Nell’ultima puntata dell’interessante fiction della Rai La lunga notte. La caduta del duce c’è un dialogo significativo tra il gerarca Dino Grandi, autore della mozione che al Gran consiglio del fascismo del luglio 1943 portò alla sfiducia e caduta di Mussolini e al suo arresto, e il responsabile dell’Ovra, acronimo di Opera vigilanza repressione antifascismo, cioè la polizia politica fascista. Se il fascista Grandi si rende conto dell’imminente crollo del regime il responsabile dell’Ovra ribatte: «L’aria non cambierà mai. Noi siamo lo Stato e lo saremo sempre. Anche senza Mussolini».

In questo passaggio c’è ben poca fiction e molta realtà. In effetti il capo dell’Ovra Guido Leto, che diresse la feroce polizia politica durante la dittatura fascista, è uno degli infiniti esempi della mancata epurazione della presenza fascista nelle istituzioni perché, dopo un breve periodo di detenzione, fu incaricato da Umberto Federico D’Amato di riorganizzare le strutture dei Servizi segreti. Anche il curriculum di Umberto Federico d’Amato, che da dirigente dell’Ufficio politico della Questura di Roma divenne poi responsabile dell’Ufficio Affari Riservati, nido nero negli anni della strategia della tensione, è un’altra cartina tornasole del fallimento del mancato rinnovamento democratico delle forze di polizia: nell’anno 2000 la Procura Generale di Bologna lo ha indicato tra i mandanti, insieme a Licio Gelli il capo della Loggia Massonica eversiva P2, della strage della Stazione di Bologna del 2 agosto 1980. Con l’errore dell’amnistia di Togliatti del 22 giugno 1946, atto con cui si rinunciò a perseguire e punire i crimini fascisti, al punto che anche un violento squadrista come Piero Brandimarte, responsabile della strage del 18-20 dicembre 1922 a Torino in cui 11 esponenti della sinistra furono assassinati e molti altri massacrati di botte, venne incredibilmente assolto (https://volerelaluna.it/allarmi-son-fascisti/2022/12/16/torino-1922-una-strage-fascista-e-la-regola-dellimpunita/) … anche perché la maggioranza dei giudici, in particolare quelli della Corte di Cassazione, era rimasta legata a doppio filo nero con l’ideologia fascista e il “pugno di ferro” lo utilizzò nei confronti delle azioni dei partigiani. Con questo passato prossimo della dittatura fascista non abbiamo mai fatto fino in fondo i conti, e questa storica mancanza ha generato la nebbia che ha sempre facilitato e coperto le trame nere che, in tempi più recenti, ha spesso messo in pericolo la democrazia nel nostro Paese, a iniziare dai tentativi di colpo di Stato, tra cui il più grave quello del dicembre 1970 guidato da Junio Valerio Borghese, e dalle numerose stragi fasciste che hanno sempre visto la partecipazione dei Servizi segreti, di volta in volta “assolti” con la formula “trattasi di una minoranza di servizi deviati”. Certamente i servizi segreti deviati esistono, ma costituiscono solo la minoranza fedele alla Costituzione.

Da questo preambolo, storicamente documentato, consegue che l’organizzazione delle forze di polizia è ancora lontana da una visione pienamente democratica, perché le leve di comando, con rare eccezioni, sono rimaste avvolte dal filo nero di responsabili già compromessi con il fascismo e non epurati, i quali a loro volta hanno selezionato i propri eredi per garantire la continuità della visione conservatrice e reazionaria. Non si può diversamente spiegare il radicamento all’interno delle forze di polizia e dell’esercito della P2 o dell’organizzazione paramilitare Gladio. L’impunità sempre garantita dai vertici degli apparati, anche in occasione della “macelleria messicana” del G8 a Genova nel 2001, la rinuncia a introdurre elementi di chiarezza e controllo sui comportamenti, anche individuali, dei poliziotti con il numero di codice da apporre sul casco, sono altri elementi che non aiutano ad avere fiducia in una Polizia, più impegnata a reprimere le contestazioni sociali che non la criminalità, e la cui “fotografia” nell’immaginario collettivo è sempre più quella del manganello che colpisce la testa dei manifestanti.

In questo quadro si inserisce la classe politica, a trazione neofascista, di questo Governo autoritario indirettamente aiutato nella “presa del potere” da chi, in questa fase storica che richiede la massima unità anche sul terreno elettorale, continua a scegliere l’astensionismo. E il Governo Meloni, con il decreto sicurezza, sta percorrendo, a grandi passi, la strada dell’involuzione antidemocratica con l’inasprimento delle pene (dai sei mesi ai due anni) per chi manifesta con blocchi stradali o ferroviari, forme di lotta che rientrano nella legittima tradizione delle lotte operaie e sociali, che vengono quindi punite come illecito penale e non più amministrativo (https://volerelaluna.it/in-primo-piano/2024/10/03/sorvegliare-e-punire-i-poveri-e-i-ribelli/). Inoltre, con la proposta di una sorta di scudo penale, rafforza l’autoritarismo e le garanzie di impunità alle forze dell’ordine, a cui viene delegato il contenimento e la repressione del dissenso, sempre più criminalizzato anche dai media filogovernativi, che invece è il sale della dialettica democratica quando il Potere si rifiuta di ascoltare o accettare o mediare rispetto alle ragioni dell’opposizione sociale. Ancor più grave, in un Paese in cui i Servizi segreti sono sempre stati coinvolti nelle trame nere e nelle stragi neofasciste, l’intento di potenziarne le attività sotto copertura, consentendo agli agenti non solo di partecipare alle organizzazioni terroristiche-eversive ma anche di dirigerle e guidarle, arruolando nuovi membri (https://volerelaluna.it/politica/2025/01/27/cancellate-larticolo-31-del-disegno-di-legge-sicurezza/), e obbligando le Università a collaborare con i Servizi in deroga alle norme sulla riservatezza, il che porterebbe a un controllo sulla libera espressione garantita dalla Costituzione (https://volerelaluna.it/in-primo-piano/2025/01/14/luniversita-il-governo-e-il-grande-fratello/).

Quanto alle forze dell’opposizione, per lo più silenziose e timorose anche sull’incredibile episodio del  corteo di poliziotti carabinieri e finanzieri che il 24 novembre 2024 hanno manifestato a Torino di fronte al Comune contro ogni forma di dissenso sociale e chiedendo la chiusura del centro sociale Askatasuna (https://volerelaluna.it/commenti/2024/03/13/il-colore-dei-manganelli/), risultano sensibilmente slegate dalla realtà del Paese, e nei momenti di tensione cercano sempre di cavarsela in calcio d’angolo con la formula “esprimiamo la nostra solidarietà alle forze dell’ordine”. Frase di rito retorica e utilizzata a prescindere, senza nemmeno approfondire o conoscere i motivi delle proteste per pigrizia o mancanza di coraggio intellettuale e con molta cecità politica, perché questa linea allontana i cittadini che rivendicano la piena e attiva partecipazione sociale, mentre le forze dell’ordine storicamente sono e restano, se non si introducono elementi di controllo rispetto all’uso della forza quando questa è illegittima o sfocia nella violenza, un granitico bacino elettorale del centrodestra.

Illuminante su questi continui “calci d’angolo”, fini a se stessi e alla propria pallida visibilità, è la dichiarazione riportata sul Corriere della Sera di due senatrici renziane di Italia Viva, partito che tra governo e opposizione sta un po’ di qua e un po’ di là ma mai dalla parte dei lavoratori o dei cittadini, in occasione del recente e violento intervento per l’esproprio del terreno di proprietà di valsusini No Tav alle porte di Susa (un esproprio compiuto manu militari senza aspettare quello amministrativo, e quindi senza rispettare le regole, talmente urgente che oggi il terreno è solo una discarica di jersey di cemento, griglie e filo spinato utilizzati per blindare lo sgombero). «Basta violenze in val di Susa — hanno commentato le senatrici di Italia Viva Silvia Fregolent e Raffaella Paita –. I lavori dell’Alta velocità Torino-Lione devono andare avanti, la battaglia di gruppuscoli no Tav e centri sociali è inutile e anacronistica. Le infrastrutture sono fondamentali per lo sviluppo del paese e dell’Europa, e servono anche a tutelare quell’ambiente a cui i no tav tutti dicono di tenere. Solidarietà alle forze dell’ordine, costrette ad avere a che fare con questi facinorosi». Evidentemente, come la maggioranza dei deputati che siedono in Parlamento, non sanno nemmeno che la Francia ha rinviato a dopo il 2040 ogni decisione se costruire o meno una linea ad alta velocità per collegare Torino a Lyon e che quindi il tunnel sotto il Moncenisio è fine a se stesso, e servirà solo per una risibile e demenziale linea ad alta velocità tra Susa e Saint Jean de Maurienne.

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domenica 9 febbraio 2025

Comunicato difensori No Tav su ingerenze illegittime nel Processo Sovrano

E’ stato reso pubblico poche ore fa il comunicato scritto dal collegio difensivo del “processo Sovrano”, alle ultime battute (la sentenza è prevista a fine febbraio). Un atto di accusa molto forte che denuncia ingerenze non legittime sul Tribunale che è chiamato ad esprimersi sull’accusa di associazione a delinquere ed altri reati di cui sono accusati attivisti del Movimento No Tav e del centro Sociale Askatasuna. Come movimento No Tav da tempo denunciamo la propaganda di parte contro la nostra esperienza di lotta, alimentata oggi dai partiti al governo e dalla lobby dei sindacati di polizia, ospiti in tv e sui giornali un giorno sì e l’altro pure, per lamentare l’assenza di vendetta da parte dello Stato nei confronti di chi pratica il conflitto sociale nelle piazze e non porge i fiori ai reparti antisommossa. La magistratura Torinese da anni ha indossato l’elemetto facendosi portavoce degli interessi di Telt, dei partiti delle Grandi Opere e dei dirigenti e funzionari della Questura, solo ieri sera l’ex pubblico ministero Rinaudo lo si poteva vedere sulle reti Mediaset a raccontare la sua esperienza in trincea (scusate se ci scappa una risata). Inebriati dal potere, servi dei grandi interessi, tutti questi personaggi senza arte nè parte continuano a voler riscrivere la storia, cercando un epilogo (loro sperano) nelle aule di tribunale, oltre che nei talk show televisivi. La nuova Procuratrice Generale presso la Corte d’Appello  per il Piemonte e la Val D’Aosta nel suo discorso in occasione dell’inaugurazione dell’anno giudiziario 2025 ha sollecitato la condanna da parte del Tribunale mentre un mebro laico del CSM plaude alla richiesta milionaria di risarcimento a dei cittadini per i costi dell’imposizione del Tav in valle. Alla faccia della presunzione di non colpevolezza e buona notte alla giustizia che, scrivono loro, dovrebbe essere uguale per tutti.

Che qui qualcosa non torna è per noi chiaro da molto tempo. Forse da oggi, con un uso così spregiudicato e illegittimo dei poteri e delle funzioni statali, lo sarà ad un più ampio numero di persone. Non ci resta che esprimere solidarietà a tutt* imputat* e al collegio difensivo che si trova a svolgere il proprio lavoro in un contesto, evidentemente, pregiudizievole.

Qui di seguito riportiamo il comunicato:

Siamo i difensori di alcuni attivisti del centro sociale Askatasuna e del movimento No Tav, imputati in un processo attualmente in corso avanti alla prima sezione del Tribunale di Torino. Tra le tante imputazioni formulate dalla Procura (sono 72 i reati contestati), spicca quella per il reato associativo – originariamente qualificato come associazione sovversiva e poi derubricato nel delitto di associazione per delinquere aggravata rivolto a 16 militanti del centro sociale Askatasuna. Il processo è ormai alle ultime battute, si sono quasi del tutto esaurite le discussioni delle diverse parti processuali, ma si sono verificati in questi giorni alcuni fatti che meritano di essere segnalati. Sono stati trasmessi in data 20 e 27 gennaio, sul canale televisivo di Retequattro, dei servizi giornalistici, nell’ambito della trasmissione Quarta Repubblica, fortemente ostili nei confronti di Askatasuna e del suo ruolo nell’ambito del conflitto sociale torinese e valsusino, con evidenti richiami al processo in corso. Si tratta di servizi che accostano disinvoltamente le vicende che riguardano il centro sociale con filmati che poco o nulla c’entrano con lo stesso, che utilizzano e mostrano, in contrasto con una specifica previsione legislativa, del materiale
prodotto dalla Digos nel corso delle indagini.
In secondo luogo, a Torino, nel corso dell’inaugurazione dell’anno giudiziario del 25 gennaio scorso, Enrico Aimi, che interveniva in qualità di membro laico e rappresentante del CSM, si è pubblicamente complimentato con l’Avvocatura distrettuale dello Stato per la richiesta di risarcimento dei danni (avanzata nei confronti degli imputati nell’interesse della presidenza del consiglio e dei ministeri
dell’interno e della difesa), per oltre 6 milioni di euro, a fronte, sono le sue parole, “delle devastazioni causate da alcuni centri sociali nei cantieri TAV in Val di Susa”. Subito dopo, nella stessa occasione, la Procuratrice Generale presso la Corte d’Appello ha rincarato la dose, richiamando esplicitamente nel suo intervento le indagini svolte nel processo penale in corso, che dimostrerebbero che i militanti del centro sociale “hanno strutturato una progettualità volta ad innalzare il livello di conflittualità contro le Istituzioni intercettando le tensioni sociali al fine di permearle dentro un’apparente solidarietà, hanno assunto la regia della mobilitazione violenta in Val di Susa, hanno realizzato una struttura organizzativa complessa che consentisse loro di confidare anche sul consenso di una parte dell’opinione pubblica”.
Si tratta di un resoconto abbondantemente ripreso dai giornali locali e nazionali, con intere pagine dedicate alla questione e titoli come “Affondo di Musti su Askatasuna. E’ loro la regia della violenza, Torino capitale dell’eversione”. Tutto ciò ci inquieta profondamente come avvocati e come cittadini.
Tale esposizione mediatica rischia di compromettere profondamente la necessaria tranquillità e riservatezza, nonostante il suo carattere pubblico, che deve circondare un processo penale. Per dirla con Hanna Arendt, la giustizia “richiede isolamento, vuole più dolore che collera, prescrive che ci si astenga il più possibile dal mettersi in vista”.

Al di là dei servizi televisivi, della cui correttezza risponderanno al più gli autori nelle opportune sedi giudiziarie, che il rappresentante di un organo di rilievo costituzionale approvi, senza nemmeno conoscerla (perché se avesse avuto modo di leggerla forse avrebbe intuito le innumerevoli lacune e incongruenze che, a nostro parere, la costellano), una richiesta vertiginosa di danno nei confronti di alcuni cittadini è cosa che lascia stupiti.

Ma ancor di più stupiscono le parole di un’autorevole magistrata della Procura Generale che, davanti ad una platea composta di giudici dello stesso distretto in cui si svolge il processo, commenti lo stesso con accenti di particolare perentorietà, in contrasto con il valore del dubbio e la prudenza del giudizio, entrando nel merito di una concreta vicenda giudiziaria e anticipandone quasi l’esito. Tutto ciò in contrasto con un principio assiologico del nostro ordinamento, costituito dalla presunzione di non colpevolezza degli imputati, con le regole di galateo istituzionale e anche di specifiche norme di legge, che dovrebbero sconsigliare gli interventi pubblici su un processo in via di definizione.

Torino, 28 gennaio 2025.
Valentina Colletta
Sara Gamba
Danilo Ghia
Valentina Groppo
Roberto Lamacchia
Claudio Novaro
Gianluca Vitale

da qui



Askatasuna, No Tav e le nuove frontiere della repressione - Luigi Ferrajoli

Ha senso supporre che un gruppo di 16 persone, accomunato da anni di battaglie di protesta nel movimento No Tav e, a Torino, nel centro sociale Askatasuna, decida di dar vita a una specifica associazione finalizzata a compiere atti di violenza e resistenza a pubblici ufficiali? È questa l’accusa singolare ad esse rivolta dalla Procura di Torino, ovviamente in aggiunta alle imputazioni di violenza e resistenza ai medesimi pubblici ufficiali. Sarebbe accaduto, secondo la pubblica accusa, che queste persone, “in Torino e altrove dal 2009” in poi, si sarebbero associate “allo scopo” non già di esprimere le loro proteste, bensì di opporre resistenza ai pubblici ufficiali che quelle espressioni di dissenso avessero ostacolato. Di qui l’ulteriore imputazione, contro la logica e il buon senso, di associazione a delinquere.

A queste accuse l’Avvocatura di Stato, costituitasi in giudizio per conto della Presidenza del Consiglio dei ministri, del Ministero dell’interno e del Ministero della difesa, ha aggiunto una spaventosa richiesta di risarcimento dei danni, quantificandoli in svariati milioni di euro: 3.595.047 euro a titolo di danno patrimoniale in favore del Ministero dell’interno per il “costo dell’attività investigativa svolta ai fini dell’individuazione dei responsabili degli illeciti, nonché con riferimento alla spesa sostenuta a titolo di straordinari, indennità accessorie ed indennità di ordine pubblico corrisposte al personale impiegato per contenere e limitare i manifestanti e i danni”; altri 3.208.230 euro a titolo di danno non patrimoniale, in favore del Ministero dell’interno, del Ministero della difesa e della Presidenza del consiglio per il danno alla loro “immagine” e precisamente al loro “prestigio” e alla loro “credibilità”.

È lecito domandarsi, di fronte a una simile furia persecutoria, quale altro senso, se non la volontà di infierire sugli imputati, abbia l’aggiunta, alle accuse di violenza e resistenza a pubblici ufficiali, di queste ulteriori richieste del Pubblico ministero e dell’Avvocatura dello Stato. L’associazione a delinquere “finalizzata” a commettere la resistenza è semplicemente un non sensoIl danno patrimoniale consistente nel costo delle indagini è un’assoluta novità, dato che dovrebbe ravvisarsi in qualunque reato. Quanto al danno d’immagine alla Pubblica amministrazione lamentato dall’Avvocatura, non si capisce in che cosa consista. Semmai un danno d’immagine proviene proprio da questa abnorme richiesta risarcitoria.

Purtroppo questa vicenda ci dice che la libertà di riunione in Italia non ha mai conosciuto, in ottanta anni dalla Liberazione, un momento altrettanto buio. È precisamente contro le manifestazioni pubbliche del dissenso che questo Governo si è maggiormente accanito con il disegno di legge S.1236, cosiddetto “di sicurezza”, già approvato dalla Camera e in discussione al Senato: dal blocco stradale punito, se commesso da più persone, con la reclusione da sei mesi a due anni, all’aggravante dei reati di violenza e resistenza se commessi “al fine di impedire la realizzazione di un’opera pubblica”, come per esempio il Tav in Val di Susa o il ponte sullo Stretto; dalle norme sulle rivolte negli istituti penitenziari o nei centri di detenzione dei migranti, che qualificano come “atti di resistenza anche le condotte di resistenza passiva”, fino all’aumento delle pene per i reati di resistenza o lesioni in danno di agenti di polizia nell’esercizio delle loro funzioni.

È triste che taluni magistrati partecipino, con successo, a questa gara con il Governo nell’aggressione alle libertà fondamentali. I magistrati, quando procedono per violenza o resistenza nel corso di pubbliche manifestazioni, non dovrebbero mai dimenticare che questi reati sono stati commessi simultaneamente all’esercizio dei diritti di libertà garantiti dalla Costituzione. Queste manifestazioni di piazza, infatti, consistono nell’esercizio non solo della libertà di riunione ma anche della libertà di manifestazione del pensiero. Giacché la riunione e la pubblica manifestazione sono il solo medium di cui dispongono i comuni cittadini – che non pubblicano libri, non vanno in televisione e non scrivono sui giornali – per esprimere il loro pensiero e il loro dissenso. Sta invece accadendo un fenomeno di gravissima irresponsabilità civile e politica. Giornalisti e perfino esponenti delle istituzioni hanno associato queste manifestazioni di protesta all’eversione e al terrorismoHanno confuso le lotte sociali con la lotta armata, l’impegno collettivo e le battaglie civili in difesa dei più deboli con la sovversione, la cittadinanza attiva con la violenza arbitraria. Stanno costruendo nemici, identificandoli con i dissenzienti. Come avviene in tutti i regimi autoritari.

È un capovolgimento della realtà. Contro il quale non dobbiamo stancarci di ripetere che le formazioni sociali e le manifestazioni del dissenso devono sempre essere considerate un valore, soprattutto da parte di chi, magistrato o poliziotto, è chiamato ad applicare il diritto e a difendere i diritti dei cittadini costituzionalmente stabiliti. Per questo la contestazione dei reati di violenza e resistenza commessi in occasione di manifestazioni di piazza dovrebbe sempre essere accompagnata da una specifica circostanza attenuante – l’aver agito, dice il codice penale, per un motivo “di particolare valore morale” quale è appunto la manifestazione del dissenso – e dalla valutazione della sua prevalenza sulle circostanze aggravanti. Almeno se ancora si ritiene che i principi costituzionali abbiano maggior valore del codice fascista Rocco.

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mercoledì 27 novembre 2024

Quanti e quali disagi dovremmo vivere a causa dei cantieri della Torino-Lione nella piana di Susa? E quanto dureranno?

 

Quanti e quali disagi dovremmo vivere a causa dei cantieri della Torino-Lione nella piana di Susa? E quanto dureranno?

Sono queste le domande a cui ieri i tecnici del Movimento No Tav hanno risposto all’assemblea informativa che si è tenuta in una gremita sala consigliare a Susa. Tanti i cittadini e le cittadine segusine che, allarmate dai futuri scenari di disagi e devastazione che si prospettano, hanno partecipato esprimendo la loro preoccupazione. Così come è stata preoccupante l’assenza della giunta comunale nel confronto con i cittadini rispetto agli ipotetici cantieri che inizieranno ad ottobre con la presa di possesso dei terreni dove sorge il Presidio “Sole e Baleno” di San Giuliano. Non ci sarebbe bisogno di essere No Tav per avere a cuore il futuro del proprio territorio e della propria salute.

È da moltissimi anni che si studia il progetto e non si parla certo per partito preso. Gli stessi studi di Telt sono costretti ad ammettere che le ricadute sanitarie e ambientali saranno inevitabili, ingenti e irreversibili.

Sono più di trent’anni che si parla di quest’opera e il fatto che ancora nessun tunnel di base sia stato scavato su entrambi i fronti, ci dovrebbe dimostrare l’obsolescenza di un progetto che per flusso di merci e condizioni climatiche non ha più senso di esistere.

Come ci hanno spiegato i tecnici, la stima della durata dei lavori nella Piana di Susa (che cominceranno effettivamente nel 2027) è di 6 anni, ma se calcoliamo la lentezza con cui vengono elargiti i finanziamenti europei, sappiamo che questa cantierizzazione potrebbe diventare più che ventennale ed è meglio stroncarla sul nascere.

Ma non solo. Ciò che con la nostra lotta dovremo sventare, sono i danni ambientali che porterà questo enorme cantiere, a cominciare dalla perdita e l’inquinamento delle acque. Già nei cantieri francesi, vengono sperperati 40 litri di acqua al secondo a causa degli scavi delle discenderie, che in alcuni paesi ha comportato l’utilizzo di autobotti per l’approvvigionamento dell’acqua per i cittadini. Per non parlare degli agenti schiumogeni e gli indurenti del cemento a base di Pfas, gli “inquinanti eterni” che verranno usati per stessa ammissione di Telt e che già sono stati trovati da Greenpeace in quantità preoccupanti nell’acqua della nostra valle.

E poi ci sono i danni alla salute a causa delle polveri sottili (pm10, pm 2,5 e con tutta probabilità anche fibre di amianto) che verranno sollevate da scavi, movimento terra e stoccaggio di smarino. Negli studi di Telt è stimato che il 10% della popolazione (soprattutto quella più fragile) si ammalerà di malattie cardiovascolari e respiratorie.

I disagi alla viabilità saranno enormi. Il progetto sulla piana di Susa è un vero e proprio incubo, che comporterà nel tempo la chiusura a turno delle statali, dell’autostrada, la sospensione della ferrovia in cambio di un servizio navette, l’innalzamento e l’abbassamento degli svincoli e delle strade cittadine (come via Montello). Oltre a tutti i residenti, ne risentirà anche l’economia segusina che vedrà un crollo dei flussi turistici e una grande svalutazione immobiliare. D’altronde chi vorrebbe passare del tempo in mezzo alle polveri e ai camion di un mastodontico cantiere?

Per ultimo, ma non per importanza, sarà la penalizzazione degli istituti scolastici segusini in cui sono iscritti centinaia di studenti e studentesse di tutta la valle. Con l’interruzione della ferrovia, raggiungere le scuole di Susa per i/le giovani della valle, diventerà un’impresa titanica e faticosa che comporterà probabilmente l’abbandono delle iscrizioni in favore di istituti più facilmente accessibili.

È per tutte queste ragioni che abbiamo lanciato un appello alla mobilitazione per sventare l’inizio di questo scempio (link). Invitiamo tutti e tutte alle iniziative e al campeggio contro l’esproprio dei terreni (di cui, ricordiamo, sono proprietari 1054 No Tav) del presidio di San Giuliano.

Avanti No Tav, alimentiamo la resistenza popolare!

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lunedì 21 ottobre 2024

L’inganno della Torino-Lione - Giovanni Vighetti

Continuare a parlare di Alta Velocità tra Torino Lione vuol dire continuare a ingannare i cittadini. La realtà dei fatti, e non delle opinioni, è ben diversa perché la Francia, che è sempre stata tirata per i capelli in questo insulso progetto, ha più volte dichiarato che solo dopo il 2040 e in presenza di significativi aumenti dei volumi di traffico potrebbe decidere se progettare e finanziare una tratta ad Alta Velocità tra Saint Jean de Maurienne e Lione. Al momento la Francia non ha preso impegni per la tratta verso Lione, tecnicamente impegnativa e costosa, ma punta a migliorare alcuni tratti dell’attuale linea ferroviaria esistente che, in direzione nord, va verso Digione. Questo vuol dire che forse e solo verso la seconda metà del secolo corrente si discuterà se realizzare la linea ferroviaria verso Lione che, in questo caso potrebbe essere operativa solo verso fine secolo. Questo dato, rispetto alla velocità rivoluzionaria che ha assunto lo sviluppo del capitalismo finanziario a danno di quello industriale e che sta stravolgendo l’economia produttiva in Europa, e che di conseguenza disegnerà nuove e imprevedibili linee commerciali, dimostra quanto sia obsoleto il progetto del TAV Torino Lione. Ma in ogni caso oggi, dopo più di trent’anni di progetti, dibattiti e contrapposizioni, si può oggettivamente parlare solo di una linea ad Alta Velocità tra Susa e Saint Jean de Maurienne, praticamente solo del tunnel di base. E questa è una bestialità che non giustifica in alcun modo lo scempio ambientale della Valle di Susa e lo sperpero di risorse pubbliche in un Paese in cui Sanità e Istruzione Pubblica sono in agonia.

La Francia è sempre stata tirata per i capelli… Difatti, per convincerla, l’Italia si è generosamente accollata una notevole parte di costi non dovuti. Diciamolo con chiarezza: mentre il tunnel di base di 57 km, che con doppia canna diventa di 114 km, si trova per tre quarti in territorio francese e per un quarto in quello italiano, l’Italia si è accollata il costo dei tre quarti dell’opera lasciando solo un quarto della spesa a carico dei francesi. Chapeau! Inoltre in questa infinita diatriba il TAV, ridotto a una linea tra Susa e Saint Jean de Maurienne, è diventato un’arma di distrazione di massa a danno della linea storica, che non è obsoleta e che è stata via via sottoutilizzata molto al di sotto delle sue potenzialità per il calo del transito merci, ed è ormai bloccata dall’agosto del 2023 per la frana che, sul lato francese, ha investito la linea poco oltre Modane. Che il tratto franato non sia stato rimosso e messo in sicurezza, dopo ben 18 mesi, su quella che è un’importante linea internazionale causando ulteriori problemi, in primis ma non solo, all’industria piemontese già colpita duramente dal disimpegno di Stellantis nel settore dell’automotive, è un altro campanello d’allarme che i nostri politici, anzi i nostri politicanti, più al servizio delle lobby che non al servizio dei cittadini e del bene pubblico, stanno gravemente sottovalutando. La messa in sicurezza dell’area franata sul lato francese, che procede con una melina e lentezza d’altri tempi rispetto alle attuali tecnologie e capacità logistiche, non deve essere strumentalizzata per sostenere l’utilità del nuovo traforo ferroviario, che oltretutto è fine a se stesso, ma deve essere recepito come serio campanello d’allarme: si è in presenza di un disimpegno francese su questa storica direttrice commerciale. È una questione da non sottovalutare con le solite fumose dichiarazioni in politichese, perché la Francia ha capacità di programmazione e una ben diversa e concreta visione statale della difesa dei propri interessi industriali e relativi scambi commerciali, rispetto alla storica evanescente linea espressa nella programmazione industriale dai vari governi del nostro Paese.

Tornando alla realtà valsusina, dove siamo ancora alla ricerca di un’identità che possa supplire a quella industriale, smarrita con la chiusura delle fabbriche più importanti, quanto avvenuto a Susa in questi giorni (https://volerelaluna.it/in-primo-piano/2024/10/10/cera-una-volta-il-west-anzi-in-val-di-susa-ce-ancora/) è grave ma non è che un aperitivo rispetto a quello che accadrà nei prossimi anni. Non c’era alcun bisogno di militarizzare l’area di San Giuliano come una frontiera di guerra, di bloccare la statale, di sgomberare e occupare con la forza un terreno alla vigilia del suo esproprio. L’esproprio avrebbe seguito il suo corso amministrativo come è avvenuto a suo tempo a Chiomonte senza particolari problemi e alcuno scontro. È stata una gratuita prova di forza, una pesante intimidazione per quanto dovrà ancora avvenire nei prossimi anni, per dimostrare che il territorio non appartiene a chi ci vive ma è merce a disposizione del Potere. Il Movimento No Tav, al di là delle mille bugie e della continua criminalizzazione per il “reato di continuare a resistere”, nella sua anima è composto da valsusini e vede una forte partecipazione popolare: non è perfetto e commette anche degli errori, ma ha il merito di aver mantenuto la schiena dritta in difesa del territorio e del bene pubblico, di aver saputo costruire un filo di collegamento tra gli anziani che iniziarono l’opposizione nei primi anni 90 e le nuove generazioni. Si può simpatizzare per lui o averlo in antipatia, ma parlare di violenza No Tav è insopportabile quando è la polizia che sgombera i presidi, tira centinaia di lacrimogeni e molti ad altezza d’uomo, costruisce tre fortini militari sul territorio, e questo dopo decine di anni in cui le amministrazioni locali hanno detto no a questa nuova linea ferroviaria, dopo centinaia di iniziative e marce popolari spesso semplicemente derise. Difendersi tirando piume di galline sarebbe anche divertente ma in questa Valle dominata dal vento è oggettivamente impossibile.

Tornando “all’aperitivo” di questi giorni: si prospettano tempi durissimi per la comunità valsusina ed è tempo di rinsaldare e potenziare la massa critica contro l’opera, perché non si può sottovalutare il disagio di sei anni di chiusura della linea ferroviaria Bussoleno-Susa con studenti e pendolari costretti ad accalcarsi sui bus, non rendersi conto di cosa vorrà dire il traffico e l’inquinamento di migliaia di viaggi dei camion, avanti e indietro tra Susa e Salbertrand per il trasporto del materiale dello scavo o sottovalutare i costi ambientali dell’insulso trasferimento dell’autoporto da Susa a San Didero,

Gli anni a venire non saranno una passeggiata, e il tutto per una inutile linea ferroviaria ad alta velocità tra Susa e Saint Jean de Maurienne, e il miraggio di una improbabile stazione internazionale a fronte di una realtà in cui troppe stazioni ferroviarie dei nostri paesi sono abbandonate al degrado e all’insicurezza.

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sabato 15 giugno 2024

8 COSE DA SAPERE SUI FOGLI DI VIA

 

COS’È UN FOGLIO DI VIA OBBLIGATORIO E VERSO CHI PUÒ ESSERE APPLICATO?

Il foglio di via obbligatorio è una misura di prevenzione che ha origini antiche nell’ordinamento italiano, risalente all’XIX secolo con il nome di “confino” e diffusamente utilizzata nel periodo fascista verso coloro che contrastavano il regime. Il foglio di via obbligatorio è oggi previsto dall’articolo 2 del decreto legislativo 159/2011, meglio noto come Codice antimafia e delle misure di prevenzione, ed è una misura limitativa della libertà di movimento di natura amministrativa che opera preventivamente rispetto alla commissione di reati o indipendentemente dalla commissione di ulteriori reati, sul presupposto della pericolosità sociale del soggetto che ne è destinatario. 

Per applicare il foglio di via si richiede semplicemente che il Questore ritenga, attraverso un giudizio prognostico anziché “sulla base di elementi di fatto”, che il soggetto manifesti con il suo comportamento atteggiamenti riconducibili al concetto generico di pericolosità sociale. Il modo in cui il foglio di via viene applicato ad attivisti, militanti di movimenti e sindacati suggerisce che la pericolosità attribuita a questi individui è principalmente basata sulla percezione o sull’aspettativa derivante dall’esercizio del diritto di protesta e dall’appartenenza a gruppi specifici ritenuti turbolenti e problematici, piuttosto che essere valutata in base ad elementi di fatto riguardanti il soggetto destinatario della misura.


CHI HA IL POTERE DI EMETTERE UN FOGLIO DI VIA OBBLIGATORIO?

Il foglio di via obbligatorio viene emesso dal Questore della provincia in cui si trova il soggetto, senza che vi sia la necessità dell’intervento di un giudice, quando si ritiene che la pericolosità sociale di questi possa costituire una minaccia per la sicurezza pubblica.

QUALI SONO I MOTIVI PER CUI PUÒ ESSERE EMESSO UN FOGLIO DI VIA?

Il foglio di via dovrebbe essere indirizzato ad individui che sono solitamente coinvolti in attività criminali, verso coloro che dipendono finanziariamente da attività illegali e coloro che commettono reati che minacciano l’integrità fisica o morale dei minori, la salute, la sicurezza o la pace pubblica (come stabilito dall’articolo 1 del D.lgs. n. 159/2011). Ove una persona, a seguito di un giudizio prognostico da parte del Questore, fosse considerata pericolosa per la sicurezza pubblica e si trovasse al di fuori del loro luogo di residenza, il Questore potrebbe ordinarne il rimpatrio con una decisione motivata e un foglio di via obbligatorio. La decisione di applicare questa misura dovrebbe essere quindi fondata sull’osservanza dei seguenti requisiti: l’appartenenza della persona a una delle categorie sopra menzionate dell’articolo 1 del D.lgs. n. 159/2011, la valutazione della pericolosità per la sicurezza pubblica e la presenza della persona al di fuori del suo luogo di residenza. 

Nella pratica, in diverse occasioni i fogli di via obbligatori sono stati applicati nei confronti di persone la cui pericolosità sociale si è ricavata da un giudizio prognostico svolto sulla base di comportamenti e azioni strettamente connessi all’esercizio della protesta pacifica. Un esempio sono attivisti del movimento NO TAV in Val Susa e NO MUOS in Sicilia, i delegati e dirigenti dei sindacati di base e, recentemente, gli attivisti per la giustizia climatica. 


POSSO ESSERE SOTTOPOSTO A UN FOGLIO DI VIA SENZA UN’UDIENZA O UN PROCESSO?

Si, il foglio di via è una misura di prevenzione di natura amministrativa e non vi è necessità dell’intervento di un giudice. Tuttavia, pur essendo un provvedimento caratterizzato da ampia discrezionalità del Questore, per la sua adozione è sempre necessario svolgere un’attenta indagine su tutti gli elementi che giustificano l’adozione dell’atto, e del quale costituiscono indefettibili presupposti. È quindi necessario che il Questore svolga approfondite indagini sull’effettiva e reale pericolosità del soggetto cui il foglio di via obbligatorio è indirizzato, valutando tutti gli elementi a disposizione nel caso concreto. È necessario che alla persona cui è indirizzato il potenziale foglio di via venga dato il diritto di spiegare e vedere prese in considerazione le motivazioni per cui si trova sul territorio in cui si sono verificati i fatti, valutando con cura l’esistenza di legami di natura famigliare, professionale, scolastica o ogni altra motivazione meritevole di tutela per cui il soggetto è in quel luogo. La valutazione della pericolosità sociale non dovrebbe sottostare a criteri arbitrari ma attenersi strettamente alla ratio della norma e al testo di legge. 

NB: Se in Questura ti proponessero di firmare un foglio in cui dichiari che non hai legami con il luogo in cui ti trovi e lo firmi, questo potrebbe essere una dichiarazione a tuo sfavore che potrebbe aumentare il rischio di rilascio del foglio di via e rendere più difficoltoso l’accoglimento del ricorso al TAR. Presta attenzione ad ogni dichiarazione che firmi e se non te la senti evita di firmare, non è obbligatorio. 

QUALI SONO LE IMPLICAZIONI PER IL MIO LAVORO O LA MIA EDUCAZIONE SE RICEVO UN FOGLIO DI VIA?

Il foglio di via obbligatorio obbliga la persona che l’ha ricevuto a lasciare il territorio e a non farvi ritorno per un periodo compreso tra i 6 mesi e i 4 anni. Di conseguenza, se studi o lavori nel luogo da cui hai ricevuto il foglio di via obbligatorio da quel momento non potrai più continuare a svolgere le tue attività. Per questo è fondamentale segnalare l’esistenza di legami con il luogo fin dal primo momento, perché tra le valutazioni che la Questura deve fare prima di emettere il foglio di via obbligatorio vi è anche quella riguardante le motivazioni per cui ti trovi li. 


COSA POSSO FARE SE MI VIENE APPLICATO UN FOGLIO DI VIA OBBLIGATORIO?

Se ti viene applicato un foglio di via obbligatorio da una municipalità dovrai lasciarne il territorio entro il tempo concesso dalla Questura e potrai farvi ritorno solo sulla base di concessioni di questa rilasciate, ad esempio per recarsi dal proprio legale o per altri motivi burocratici. Tuttavia, la misura può essere modificata o revocata dal Questore che, su richiesta, può modificare e ridurre la durata del divieto sulla base di una diversa valutazione. Durante il periodo di validità del foglio di via è possibile richiedere dei permessi temporanei alla Questura per transitare nel luogo interdetto per motivi familiari, di studio, lavoro o altri motivi dimostrabili. 

Contro il foglio di via è possibile presentare memorie alla Questura, fare appello al Prefetto (entro 30 giorni), al Tribunale Amministrativo Regionale (entro 60 giorni) e infine al Consiglio di Stato.  


COSA SUCCEDE SE NON RISPETTO IL FOGLIO DI VIA?

In base al d.lgs. 15/2011 Il contravventore del foglio di via obbligatorio è punito con la reclusione da sei a diciotto mesi e con la multa fino a 10.000 euro (come modificato dall’art. 3, comma 2, lett. b), D.L. 15 settembre 2023, n. 123, c.d. decreto Caivano; prima di tale modifica era previsto l’arresto da uno a sei mesi e, inoltre, la violazione del foglio di via obbligatorio era una contravvenzione mentre ora è divenuto un delitto). 


QUAL È LA DIFFERENZA TRA UN FOGLIO DI VIA E ALTRE MISURE DI PREVENZIONE COME LA SORVEGLIANZA SPECIALE?

Restando nell’ambito delle misure di prevenzione previste dal Codice Antimafia, vi sono importanti differenze tra il foglio di via obbligatorio e altre misure applicate dall’autorità giudiziaria, come la sorveglianza speciale. In primis, è appunto differente la competenza: il foglio di via obbligatorio (così come l’avviso orale) sono emesse dal Questore con le modalità illustrate sopra. Le misure applicate dal giudice seguono invece previste dagli articoli 4 e seguenti del d.lgs 159/2011 e per essere applicate è necessario l’intervento del giudice competente. I casi in cui possono venire applicate sono molto più ristretti perché è previsto un elenco tassativo di casi in cui queste misure possano essere applicate, fermo restando un necessario giudizio rispetto l’attualità della pericolosità del soggetto.  

Coloro che possono proporre all’autorità giudiziaria l’applicazione di una misura di sicurezza sono il Questore, il procuratore nazionale antimafia e antiterrorismo, il procuratore della Repubblica presso il tribunale del capoluogo di distretto ove dimora la persona e dal direttore della Direzione investigativa antimafia le misure di prevenzione della sorveglianza speciale di pubblica sicurezza e dell’obbligo di soggiorno nel comune di residenza o di dimora abituale. Una volta avanza la richiesta al giudice competente, la decisione deve avvenire entro 30 giorni da quello in cui la proposta è stata depositata attraverso l’adozione di un decreto che deve essere motivato. 

Per quel che riguarda la tipologia delle misure di prevenzione applicabili dalle autorità giudiziarie queste sono: la misura di prevenzione della sorveglianza speciale di pubblica sicurezza, il divieto di soggiorno in uno o più comuni, diversi da quelli di residenza o di dimora abituale, o in una o più regioni, l’obbligo di soggiorno nel comune di residenza o di dimora abituale. 

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giovedì 22 febbraio 2024

Fogli di Via in Val Susa (e non solo): la parola ad Alberto Perino

(intervista di Daniela Bezzi)

 

Abbiamo già riferito, con il contributo di Roberto Mairone qualche giorno fa, circa la conferenza stampa intitolata Vola Via Fogli di Via che il Movimento NoTav ha organizzato sabato 3 febbraio proprio di fronte al fortino di San Didero, per denunciare le oltre 50 misure cautelari recentemente affibbiate ad altrettanti attivisti NoTav residenti sia in Valle che a Torino e persino… a Catania!

Misure restrittive applicate nella più totale arbitrarietà, come ha puntualmente riferito l’Avv. Valentina Colletta, portando l’esempio di indagati che si sono ritrovati ‘imputati’ per il semplice fatto di essere presenti (sebbene non personalmente imputabili) e in qualche modo riconoscibili, sulla scorta delle registrazioni foto/video, durante i supposti attacchi ai cantieri. E ancor più incredibile il caso di chi si trovava sicuramente altrove… oltre alla generale anomalia di non aver ricevuto preavviso di imputazione, per cui nessuno ha potuto presentare uno straccio di memoria difensiva, come sarebbe di diritto.

 

Sulla molto ‘particolare’ accezione di giustizia che è ormai la normalità in Val di Susa, si è espresso Alberto Perino nell’intervento che ha concluso la conferenza stampa.

Domanda:

Nel tuo intervento conclusivo, hai dato voce al sentimento di molti presenti: abusi come quelli che ci sono stati illustrati, che ledono i più fondamentali diritti di riunione, movimento, relazioni professionali per non dire affettive, all’interno dei territori in cui si vive, “dovrebbero essere denunciati a caratteri cubitali” (così hai tuonato) “e invece succedono ormai ovunque, e soprattutto in Val Susa, nel più assordante silenzio…” Come fare per squarciare almeno un po’ questo silenzio? E come si può accettare che, anche in caso di riconosciuta erroneità delle misure cautelari, i responsabili restino impuniti? 

Alberto Perino:

Molto è stato scritto su “Torino laboratorio di repressione” [1] che i NO TAV stanno provando da molto tempo sulla loro pelle, nelle aule giudiziarie ed ora con i provvedimenti restrittivi fascisti della Questura. Manganellate, cariche insensate degli sbirri, lacrimogeni al CS (gas tossici vietati in guerra ma permessi contro la propria popolazione civile che protesta). Processi farlocchi che in breve tempo portano alle condanne definitive con pene pesanti e con richieste di risarcimenti di centinaia di migliaia di euro che cercano di fiaccare la resistenza popolare.

E recentemente il ricorso alle misure dei “sequestri preventivi” dei presidi da parte della magistratura, al solo scopo di permettere a Telt di appropriarsi e sbancare dei terreni privati confinanti con il cantiere di Giaglione senza espletare le regolari procedure di esproprio[2]: terreni che erano sotto sequestro preventivo e quindi inviolabili. Ed eccoci e queste misure dei Fogli di Via, dispensate a piene mani dal questore di Torino con motivazioni assolutamente campate in aria, a volte false, a volte inesistenti: persone che appunto non si trovavano nei luoghi dove si manifestava, magari lontani km. Ed è già successo che, per i fatti citati per l’emissione del provvedimento del questore, alcune persone siano state assolte con formula piena dalla magistratura, addirittura in sede di udienza preliminare.

Ma intanto per tre anni il questore ha negato la possibilità di recarsi a Chiomonte, per un fatto inesistente. Questo abuso di un funzionario, che impedisce a dei cittadini di esercitare appieno i diritti sanciti dalla Costituzione, non viene censurato né condannato e nessuno risarcirà chi ha subito il danno per causa sua.

Nel caso di un ricorso a maggior tutela di un destinatario di un Foglio di Via per dei fatti avvenuti a San Didero, il ricorrente ha potuto dimostrare di non essere in quei momenti a San Didero, ma di essere in altro comune distante molti km. Il questore ha rigettato il ricorso con l’incredibile motivazione che basterebbe “la probabilità del danno per autorizzare la misura cautelare”!

Ora è vero i fogli di via si possono impugnare presso il TAR (tribunale amministrativo regionale), ma con un costo non inferiore a 800 euro per ogni ricorso, oltre al lavoro degli avvocati per istruire e seguire la causa. Ma in Val di Susa, ormai, questa situazione di repressione e militarizzazione è così pervasiva che, purtroppo, non suscita neppure più l’indignazione nei giornali locali.

Ma cerchiamo di capire il perché di questi fogli di via che interessano i comuni di Chiomonte, Giaglione, San Didero, Bruzolo (sedi di cantieri TELT) e il comune di Venaus che non presenta alcun cantiere. Perché a Venaus si svolge ogni anno il Festival dell’Alta Felicità che richiama migliaia di giovani da ogni parte d’Italia, gruppi musicali di prestigio, conferenzieri famosi. È, insomma, un evento ormai di portata nazionale che da molto fastidio, perché inseriti nel Festival ci sono le visite ai cantieri di TELT. E questo TELT e i suoi servi (questura, magistratura e sbirraglia varia) non lo possono tollerare.

 

Lo scorso anno hanno cercato di bloccare il Festival facendo pressioni sul sindaco di Venaus perché lo impedisse con motivazioni assurde. Il sindaco non si è prestato e, dopo tutti i controlli del caso, ha dato le autorizzazioni di rito. Quest’anno si sono portati avanti e hanno dato i fogli di via a tutti gli organizzatori del Festival per impedir loro di poter realizzare l’evento a Venaus, con il prevedibile effetto (nel caso di annullamento della manifestazione) di un grave danno all’economia già disastrata delle comunità di Venaus e zone limitrofe. Questi fogli di via, nelle motivazioni, sono andati a riesumare fatti vecchi di quarant’anni per giustificare il provvedimento; questa è una grandissima forzatura messa in atto in nome del potere del più forte, utilizzando leggi e regolamenti fascisti, e certi del sostegno di un governo fascista e repressivo.

Questa è la democrazia nella Val-di-TELT.  

 

Domanda:

E proprio l’altro giorno, ecco l’ennesimo allarme/tossicità, diramato da GreenPeace, circa l’inquinamento da Pfas nelle falde acquifere di tutta la Val di Susa da Bardonecchia fino a Torino. Qual è la valutazione che si può dare al momento circa questo scenario di così diffusa tossicità?

Alberto Perino:

Il problema dell’inquinamento da prodotti chimici sintetici legati ai PFAS (composti poli e perfluoroalchilici) è particolarmente grave e paragonabile all’inquinamento da amianto, infatti questi prodotti sintetici sono definiti “inquinanti eterni” perché non trattabili, inoltre alcuni di questi sono sicuramente cancerogeni (ad esempio il PFOA [3]).

Negli USA la soglia del PFOA massima accettabile è di 4 nanogrammi/litro di acqua. Ma la Solvay è così potente da condizionare il Parlamento Europeo, il Parlamento Italiano, la Regione Piemonte [4] (e il Veneto) al punto che l’UE ha deciso che stabilirà dei limiti per i PFAS solo a partire dal 12/01/2026 [5]nel frattempo il popolo può tranquillamente bere acqua inquinata da agenti sicuramente o potenzialmente cancerogeni e morire di tumore.

In valle ci sono diversi comuni messi male in questa indagine di Greenpeace che pubblica la tabella ricevuta da SMAT nelle cui acque a uso potabile è stata riscontrata la presenza di PFAS. I PFAS presenti nella tabella sono PFOA (cancerogeno), PFOS (potenzialmente cancerogeno). Come per l’amianto per il PFOA non esiste una soglia di sicurezza, è cancerogeno e basta,

 

I dati dei nostri comuni relativi al PFOA (cancerogeno) sono: Avigliana 24; Cesana 21; Chiomonte 82; Gravere 96; Rubiana 30; Salbertrand 10. Dalla tabella non è chiaro se i valori indicati sono nanogrammi/litro… Il gestore SMAT [6] dal canto suo parla di valori ampiamente al di sotto della soglia di legge di 100 nanogrammi/litro per la somma dei PFAS ma non parla del PFOA (cancerogeno). Possiamo chiederci come sono possibili questi dati, ad esempio a Gravere, Madonna della Losa ad oltre 1000 metri di altitudine, oppure Rubiana.

Nel caso di Chiomonte, Avigliana, Cesana, Salbertrand sono comuni che negli anni hanno avuto lavori di gallerie che indubbiamente hanno utilizzato macchinari, per es. le talpe per lo scavo della Pont Ventoux e di Chiomonte, che andavano lubrificati con i PFAS, ma Rubiana?

E in ogni caso i cittadini di Chiomonte, Gravere e degli altri comuni con alte concentrazioni di PFOA (cancerogeno) possono essere tranquilli? E gli amministratori cosa dicono?


Note

[1] Alessandra Algostino – https://volerelaluna.it/in-primo-piano/2024/02/06/torino-e-il-caso-askatasuna-due-modelli-di-citta/

https://volerelaluna.it/territori/2024/01/11/per-un-manifesto-contro-la-citta-autoritaria/

https://volerelaluna.it/in-primo-piano/2023/12/07/antifascismo-e-repressione-il-barometro-non-segna-bel-tempo/

[2] Si vedano in merito le Ordinanze Prefettizie del 21/12/2023.

[3] “I composti cancerogeni non hanno una soglia tollerabile nelle acque potabili e per il PFOA non abbiamo dati che possano indicarne una” ha spiegato l’epidemiologo statunitense Kyle Steenland [GREENPEACE ITALIA / PFAS E ACQUE POTABILI IN PIEMONTE pag. 4]

[4] “…hanno infine comunicato come la ragione dei mancati controlli fosse riconducibile a una specifica richiesta di Arpa Piemonte di non ricercare i PFAS nell’acqua potabile” [GREENPEACE ITALIA / PFAS E ACQUE POTABILI IN PIEMONTE pag. 5]

[5] Solo dal 12 gennaio 2026 sarà invece obbligatorio per gli stati europei, Italia inclusa, far rispettare il limite di 100 nanogrammi per litro per l’acqua potabile, per la somma di 24 molecole appartenenti al gruppo dei PFAS (PFOA, PFOS, PFBA, PFBS, PFDeA, PFDoDA, PFHpA, PFHxA, PFHxS, PFNA, PFPeA, PFUnDA, 6:2 FTS, PFHpS, PFPeS, ADONA, PFDS, PFDoS, PFNS, PFTrDA, PFTrDS, PFUdS, GenX / HFPO-DA, C6O4).  [GREENPEACE ITALIA / PFAS E ACQUE POTABILI IN PIEMONTE  nota 5 a pag. 4]

[6] Smat rassicura: «Tutti i campioni rispettano il limite in vigore dal 2026, dati sul sito». A Gravere il valore più alto – Luna Nuova del 09/02/2024; pagina 2.

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