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domenica 6 novembre 2022

Aspettando il midterm della guerra

 


articoli, video, disegni di Mike Whitney, Charles Kupchan, Enrico Tomaselli, Vittorio Rangeloni, Angelo Baracca, Pino Arlacchi, Noam Chomsky, Jonathan Cook, Movimento Nonviolento, PeaceLink, Centro di ricerca per la pace i diritti umani e la difesa della biosfera, Mario Agostinelli, Fulvio Scaglione, Manlio Dinucci, Mauro Biani, Domenico Gallo, Pepe Escobar, Stefano Orsi, Ascanio Celestini, Daniele Novara, Enrico Euli, Danilo Tosarelli



IL PIANO DI WASHINGTON PER FRANTUMARE LA RUSSIA – Mike Whitney

“L’obiettivo occidentale è indebolire, dividere e infine distruggere la nostra nazione. Stanno affermando apertamente che, dopo che erano riusciti a smantellare l’Unione Sovietica nel 1991, ora è il momento di dividere la Russia in molte regioni separate che si scanneranno a vicenda.” Il presidente russo Vladimir Putin

“Cheney ‘voleva vedere lo smantellamento non solo dell’Unione Sovietica e dell’impero russo, ma anche della Russia stessa, in modo che non potesse mai più essere una minaccia per il resto del mondo.’… L’Occidente deve completare il progetto iniziato nel 1991…. Fino a quando l’impero di Mosca non sarà rovesciato, tuttavia, la regione, e il mondo, non saranno al sicuro…” (“Decolonizzare la Russia,” The Atlantic)

L’ostilità di Washington nei confronti della Russia ha una lunga storia che risale addirittura al 1918, quando Woodrow Wilson aveva dispiegato oltre 7.000 soldati in Siberia come parte di uno sforzo alleato per annullare le conquiste della rivoluzione bolscevica. Negli Stati Uniti, le attività dell’American Expeditionary Force, che era rimasta nel Paese per 18 mesi, sono svanite da tempo dai libri di storia, ma i Russi continuano a ricordare l’incidente come un altro esempio dell’incessante intervento dell’America negli affari dei propri vicini. Il fatto è che le élite di Washington si sono sempre immischiate negli affari della Russia nonostante le forti obiezioni di Mosca. In effetti, moltissimi rappresentanti dell’élite occidentale non solo pensano che la Russia dovrebbe essere divisa in unità geografiche più piccole, ma il popolo russo dovrebbe addirittura accogliere con favore un simile risultato. I leader occidentali nell’Anglosfera sono talmente consumati dall’arroganza e dal loro stesso senso di diritto, che, in tutta onestà, credono davvero che la popolazione russa vorrebbe vedere il proprio paese frantumato in piccoli stati aperti allo sfruttamento vorace dei giganti petroliferi occidentali, dell’industria mineraria e, naturalmente, del Pentagono. Ecco come la mente geopolitica di Washington, Zbigniew Brzezinski, lo aveva riassunto in un articolo su Foreign Affairs:

“Date le dimensioni e la diversità (della Russia), un sistema politico decentralizzato e un’economia di libero mercato potrebbero liberare il potenziale creativo del popolo russo e delle vaste risorse naturali della Russia. Una Russia blandamente confederata, composta da una Russia europea, una Repubblica siberiana e una Repubblica dell’Estremo Oriente, troverebbe anche più facile coltivare relazioni economiche più strette con i propri vicini. Ogni entità confederata sarebbe in grado di sfruttare il proprio potenziale creativo locale, soffocato per secoli dalla pesante mano burocratica di Mosca. A sua volta, una Russia decentralizzata sarebbe meno suscettibile alla mobilitazione imperiale.” (Zbigniew Brzezinski,“A Geostrategy for Eurasia,” Foreign Affairs, 1997)

La “Russia blandamente confederata,” immaginata da Brzezinski, sarebbe una nazione sdentata e dipendente, che non sarebbe in grado di difendere i propri confini o la propria sovranità. Non sarebbe in grado di impedire ai Paesi più potenti di invadere, occupare e stabilire basi militari sul suo territorio. Né sarebbe in grado di unificare i suoi disparati popoli sotto un’unica bandiera o perseguire una visione “unita” positiva per il futuro del Paese. Una Russia confederata, frammentata in una miriade di parti più piccole, consentirebbe agli Stati Uniti di mantenere il loro ruolo dominante nella regione senza minacce o interferenze. E questo sembra essere il vero obiettivo di Brzezinski, come aveva sottolineato in questo passaggio nel suo opus magnum The Grand Chessboard. Ecco cosa aveva scritto:

“Per l’America, il principale premio geopolitico è l’Eurasia… e il primato globale dell’America dipende direttamente da quanto tempo e quanto efficacemente verrà mantenuta la sua preponderanza nel continente eurasiatico.” (“THE GRAND CHESSBOARD – American Primacy And It’s Geostrategic Imperatives”, Zbigniew Brzezinski, pagina 30, Basic Books, 1997)

Brzezinski riassume in modo sintetico le ambizioni imperiali degli Stati Uniti. Washington prevede di stabilire il suo primato nella regione più prospera e popolosa del mondo, l’Eurasia. E, per farlo, la Russia deve essere distrutta e spartita, i suoi leader devono essere rovesciati e sostituiti e le sue vaste risorse devono essere trasferite nella morsa ferrea delle transnazionali globali che le utilizzeranno per perpetuare il flusso di ricchezza da est ad ovest. In altre parole, Mosca deve accettare il suo umile ruolo nel nuovo ordine, di fatto come compagnia mineraria e del gas di proprietà dell’America

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scrive Charles Kupchan:

Sarà un brutto risveglio in Ucraina e nei paesi occidentali più guerrafondai! Perché non aver promosso delle consultazioni delle popolazioni locali PRIMA del l’ignobile invasione? Chi è responsabile di queste chiusure?

Charles Kupchan, professore di affari internazionali alla Georgetown University e ricercatore presso il Council on Foreign Relations, scrive su New York Times e chiede un accordo di pace basato sulla promessa dell’Ucraina di non aderire alla NATO e di rinunciare alla Crimea e alle aree filo-russe del Donbass. (Se l’Ucraina fosse stata disposta ad attuare gli accordi di Minsk, avrebbe mantenuto tutto il Donbass).

“La Russia nutre legittime preoccupazioni in merito alla sicurezza della NATO che apre negozi dall’altra parte del suo confine di oltre 1.000 miglia con l’Ucraina. La NATO può essere un’alleanza difensiva, ma mette in atto una potenza militare aggregata che Mosca comprensibilmente non vuole parcheggiare vicino alla sua territorio.”

“Se la difesa dell’Ucraina non vale gli stivali statunitensi sul campo, allora il ritorno di tutto il Donbas e della Crimea al controllo ucraino non vale la pena rischiare una nuova guerra mondiale”.

A maggior ragione, aggiungerei, dato che la stragrande maggioranza della Crimea è filorussa.

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venerdì 30 luglio 2021

Noi siamo Mario - Ascanio Celestini


L’errore più grande che possiamo fare non è pensare “a me non può accadere quello che è accaduto a Mario Paciolla” oppure “non può accadere a mio figlio, a mio fratello, al mio amico… quello che è accaduto a Mario Paciolla”. Questo è un grande errore che commettiamo per ignoranza, per difesa o semplicemente perché, momentaneamente e per caso, ce lo possiamo permettere. Cioè possiamo permetterci di fare gli spettatori e commentare in maniera spregiudicata o semplicemente voltare le spalle. Questo è un grave errore che prima o poi ci troviamo a pagare.

Perché quello che è accaduto a Mario Paciolla non solo può accadere anche a mio fratello, a mio figlio… può accadere a me… Quello che è accaduto a Mario Paciolla è già accaduto a mio fratello, a mio figlio è già successo anche a me. Perché mia sorella non è stata uccisa in Colombia, ma è stata derubata, truffata, ha rischiato di essere abbandonata nel momento in cui aveva bisogno di essere aiutata, poi qualcosa che poteva andare decisamente storto… s’è casualmente messo per dritto. Ma solo per caso.

Mio figlio non è stato preso a manganellate come Federico Aldrovandi solo perché è passato un attimo prima o un attimo dopo davanti a un poliziotto, perché è tornato a casa mezz’ora prima o due ore più tardi, perché è andato in motorino invece che in autobus… o il contrario.

Mio padre forse non è stato torturato in Egitto come Giulio Regeni, ma forse nell’ospedale in cui è morto ha incontrato un infermiere che s’è voltato dall’altra parte, medici che non l’hanno curato, che si sono preoccupati di seguire la procedura che li ha protetti invece di correre un rischio. Il rischio di sbagliare… ma salvare a mio padre.

E per dirla tutta io mi devo immedesimare anche nel carnefice di Mario Paciolla. Perché anche i carnefici hanno figli, padri e fratelli. Dunque: mia sorella, mio figlio o mio padre potrebbero essere stati ieri o diventare domani il carabiniere che spara a Davide Bifolco, il politico che parlando di Stefano Cucchi dice «La droga ha devastato la sua vita, era anoressico, tossicodipendente» cioè … è la droga che l’ha ridotto così.

Io stesso potrei essere quello che semplicemente si volta dall’altra parte, che cambia strada quando una ragazza viene stuprata, che al bar dice dei migranti morti nel Mediterraneo che se la sono cercata e di quelli che si salvano: che vengono in Italia a fare la pacchia.

Insomma noi dovremmo naturalmente immedesimarci, ritrovarci nella storia di Mario, nel dolore di chi l’ha conosciuto, della sua famiglia. E l’impegno di quelli che fanno il mio lavoro, che raccontano storie, consiste in questo: oltre gli slogan e gli hastag dobbiamo spiegare perché Mario siamo tutti noi. E quando chiediamo verità e giustizia solo per caso ci troviamo a chiederla per Mario Paciolla, ma a scavare un po’, a fare un po’ di ordine stiamo chiedendo Verità e giustizia anche per tutti noi. Anche per tutti quelli che non la chiedono, che non si immedesimano, che non lo sanno, ma ne hanno bisogno. Hanno bisogno di conoscere la verità. Hanno bisogno di ottenere giustizia.

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lunedì 17 maggio 2021

Lavoro e antifascismo - Ascanio Celestini

 


Vorrei dedicare questo primo maggio a Luca Nisco, il fattorino che il 25 aprile scorso portando un paio di bottiglie di vino a un cliente ha strappato il biglietto che accompagnava il pacco. Non ha portato il pacco in ritardo, non l’ha recapitato danneggiato. Ha consegnato il pacco strappando il biglietto.

La mattina del giorno dopo, il 26 aprile, gli arriva un messaggio: “Buongiorno Luca, la presente per informarti che l’offerente Winelivery ha annullato tutti i turni a te assegnati, segnalando un comportamento scorretto tenuto durante lo svolgimento di un job. Ti chiediamo di considerare nulle le lettere d’incarico ricevute per i job con Winelivery”. Sul biglietto c’era scritto: “In questo giorno di lutto il nostro duce da lassù possa guidare la rinascita”. E il giorno di lutto è il 25 aprile, anniversario della Liberazione. Una liberazione che segnò la fine di almeno tre guerre: la guerra che l’alleanza nazifascista aveva dichiarato a mezzo mondo, la guerra di liberazione dai tedeschi che occupavano l’Italia, la guerra che l’Italia combatteva contro il fascismo.

Luca lavorava a Bologna per un’agenzia che si occupa di recapitare vino nelle case. Il cliente, spiega Luca ai giornalisti, al momento dell’ordine può dettare “una frase che verrà poi trascritta da noi”. Quando i lavoratori sentono la frase fascista si guardano imbarazzati. Dice Luca “qualcuno ha commentato. Poi la consegna mi è stata affidata. Ho provato indignazione per quel messaggio, stupore che ancora oggi siano scritte certe cose”. Luca monta sulla moto. Deve arrivare entro trenta minuti con la bottiglia che deve essere garantita fresca. “Appena arrivato al domicilio – dichiara Luca al Resto del Carlino – davanti alla signora che doveva ricevere l’ordine, ho preso il biglietto e l’ho strappato”. Alla destinataria che chiede “cosa c’era scritto” Luca risponde “Oscenità”. “Buona serata” e se ne va.

Il lavoratore ha compiuto un importante atto politico non violento. Non uno schiaffo, un urlo, una scritta su un muro (che io comunque non avrei condannato), ma si è preso la responsabilità di fare una piccolissima infrazione per denunciare un pensiero antidemocratico che continua stupidamente a giustificare milioni di morti. Se il mittente è un fanatico fascista mi pare che prendere posizione strappando il biglietto sia il minimo da fare in un paese democratico. Se invece il mittente è un burlone che ha scritto una frase goliardica per fare l’imbecille: si scusi per il gesto spensierato e chieda insieme a tutti noi la riassunzione del lavoratore licenziato. Perché, ripeto, Luca Nisco è stato licenziato.

La sua vicenda lega in maniera miserabile il 25 aprile e il 1° maggio per ricordarci che fascismo e diritti dei lavoratori sono inconciliabili. Che i diritti dei lavoratori si difendono anche con l’antifascismo. Che 25 aprile e 1° maggio fanno parte della stessa storia, della stessa memoria, della stessa battaglia.

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domenica 14 febbraio 2021

Un solo mondo è possibile - Ascanio Celestini

C’è una cosa che affascina i cittadini delle democrazie di questi ultimi anni. È l’idea che ci sia un solo mondo possibile. Sono passati vent’anni dallo slogan “un altro mondo è possibile” e quell’immagine che mostrava una lotta aperta al compromesso, un’utopia disponibile al dialogo… quell’immagine è svanita del tutto. Ora l’unica rivoluzione che il cittadino medio (categoria che occupa il 99 per cento del totale) si permette di immaginare è che un solo mondo è possibile: speriamo che arrivi uno bravo che ce lo costruisce.

In Italia siamo un’avanguardia. Ha cominciato Berlusconi mettendo in pratica quello che Craxi aveva solo sperato di creare. Poi è stato un arrembaggio continuo. Bossi che porta i Celti alla conquista di Roma ladrona; Fini che sdogana i post fascisti; Di Pietro che mescola giustizialismo e strapaese; Grillo che raccoglie i cocci dei movimenti e offre un megafono a qualsiasi rivendicazione, poi traduce tutto in un partito e deposita il marchio; Renzi che va avanti a colpi di guerriglia, conquista un fortino alla volta, perde pezzi, non punta mai a vincere una guerra, ma procede per sabotaggi; e poi c’è il capitolo a parte dei tecnici, versione intelligente dei pirati sopracitati: Dini, Ciampi, Prodi, Monti e Conte, per non parlare dei colonnelli della Protezione Civile & co.

Ora s’affaccia alla storia italiana il più tecnico di tutti. Christian Raimo sostiene che “Draghi non fa la cacca: emette incenso”. Sono tutti entusiasti di potersi entusiasmare all’unisono. Perfino quelli che probabilmente resteranno fuori si affrettano a dichiarare che voteranno le misure che ritengono opportune. Che lo fanno per rispettare il regolamento di condominio sottoscritto dai loro inquilini. Anche Avvenire si esalta e lo inquadra come un esemplare di umanità e eleganza. “Ascolta, prende appunti, non interrompe, tutt’al più rassicura e invita ad avere fiducia”. E con la sua classe converte anche il barbaro Salvini. Quello che schifava l’Europa e voleva pieni poteri è felice di concederli a una colonna della Troika.

I motivi di quest’innamoramento sono tanti.

C’è il ripiegamento del politico nel privato, l’ansia e la solitudine che ne derivano, la crisi della rappresentanza, il vuoto ideologico, il pettegolezzo e la superficialità che sono usciti dal recinto del bar per finire nella piazza di internet, ma soprattutto il mito dell’inevitabilità. I cittadini delle nuove democrazie sono convinti che il futuro sia uno soltanto. Si può amare, disprezzare o fregarsene, ma inevitabilmente stiamo tutti finendo nel collo dello stesso imbuto.

Ma Draghi e i suoi tanti sostenitori hanno un motivo in più per infilarsi nell’imbuto. Oggi quel futuro è più concreto e, soprattutto, meno legato alle esperienze del Novecento, un secolo così pieno di partecipazione e pensieri. Oggi bisogna correre verso soldi e salute. Qualsiasi idea divisiva diventa secondaria. Il futuro inevitabile che ci vendeva Berlusconi era debole, ci dava libertà e benessere quando noi, tutto sommato, eravamo già abbastanza liberi e benestanti. Mica eravamo i morti di fame incatenati usciti dalla guerra e dal fascismo. Anche il futuro di Salvini era più fumo che arrosto. Alla patria ci crediamo veramente solo ai mondiali, ma il campionato ci appassiona di più. E pure tutta questa paura per gli africani scompare appena chiudiamo la pagina facebook del Capitano per guardarci intorno e vedere che siamo circondati da immigrati che si spaccano la schiena e si comportano meglio di noi.

Oggi i soldi che ci mostrano in televisione sono tanti. Non gli euro di Renzi, i condoni di Berlusconi, l’abolizione della povertà e compagnia bella. Ma tanti miliardi che superano il piano Marshall. Non possiamo rinunciare.

Soldi e vaccino. Tutto giusto. Ma quando avremo tolto la mascherina e usciremo di casa con le tasche piene in quale mondo sogniamo di respirare?

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sabato 30 gennaio 2021

Carta igienica - Ascanio Celestini

Sei mesi di reclusione e un milione e mezzo di euro di risarcimento. Queste le rispettive richieste del pm e della società che dieci anni fa era in procinto di aprire un casinò nel cuore del quartiere romano di San Lorenzo. Gli imputati sono dodici persone che nel corso di questi anni hanno partecipato all’occupazione del Nuovo Cinema Palazzo. Spazio nel quale convivono l’attività politica e culturale, lo sport popolare e lo studio. Sì, perché fino a poche settimane fa il Nuovo Cinema Palazzo era frequentato anche dagli studenti che non potevano andare a scuola a causa della chiusura.

Il 25 novembre scorso all’alba le forze dell’ordine hanno occupato militarmente piazza dei Sanniti. Sì, occupato militarmente.Sembrava il luogo di un attacco terroristico. I blindati hanno blindato la piazza e sono rimasti tutto il giorno coi lampeggianti accesi. La sera alla fine della manifestazione, vedendo i raggi azzurri delle moffole sparati sui palazzi io ho pensato: c’avranno la batteria a zero. Gli servirà il carrattrezzi o almeno i cavetti per ripartire.

In quel pezzo di città si moltiplicano gli appartamenti. Si moltiplicano nonostante la quantità di verde a disposizione per ogni abitante sia di 2,25 metri quadrati. Cioè due metri e un quartino ciascuno.

C’è una curiosa coincidenza tra la chiusura armata del Nuovo Cinema Palazzo e tutte le altre sale teatrali e cinematografiche d’Italia chiuse a colpi di DPCM. Pare proprio che il paese si sia travasato tutto nel privato. Zero teatri, zero cinema. Però tanti appartamenti. Oh!

Io non sono uno di quelli che dicono che è tutto un complotto, che non ce n’è coviddi! Ma proprio perché c’è un problema bisognerebbe fare in maniera che si affronti insieme. Che si affronti nello spazio pubblico e non ripiegandoci nel privato. E invece pare che non si dia nessuna possibilità alle comunità, agli spazi comuni, ai luoghi nei quali l’individuo entra a far parte di un gruppo. La legge chiude tutto.

La scuola si può fare da casa. Esci furtivamente e vai al supermercato come gli animali che scappano fuori dalla tana per procacciarsi il cibo e poi ci si rintanano dentro. Ma se vuoi la spesa te la fai portare a casa.

Sei un intellettuale? Compri il libro in rete e te lo portano a casa. Compri mutande e scarpe e te le portano a casa. Se cambi idea il corriere viene a casa tua e si riporta via scarpe e mutande.

La pizza te la fai portare a casa. Se vuoi puoi scegliere anche il sushi. E persino le ostriche e il caviale.

La vita smart proposta in apertura di questi anni Venti del nuovo millennio sembra essere questa. Tutta rovesciata nel privato. Tutti a casa a studiare con la DD e con la DAD, a lavorare con lo smart working, a guardare il mondo dalla finestrella dello smartphone.

Anche il teatro si può fare da casa. Teatranti senza teatro che hanno letto tutto il leggibile online. E poi abbiamo visto una montagna di autoproduzioni domestiche. Pillole quotidiane, diari, scoramento, rodimenti, monologhi scespiriani sulla tazza del cesso. A proposito… Una multinazionale che produce carta igienica ha indetto un concorso. Tre sono stati i vincitori nel palleggio di rotoli della carta igienica. I soldi sono finiti in beneficienza. L’amministratore delegato viene intervistato dal giornalista di un’agenzia famosa. Nei primi giorni della pandemia hanno preso d’assalto i negozi e comprato molti rotoli di carta igienica, dice il giornalista.“È vero – risponde l’amministratore delegato – all’estero dove hanno una capacità produttiva inferiore rispetto ai consumi la mancanza di carta negli scaffali è durata parecchio, molto più sicuramente che in Italia, lì la gente ha fatto incetta. E più facevano incetta e più mancava e più mancava e più la gente entrava in paranoia. Fortunatamente in Italia produciamo oltre il 60 per cento di carta in più rispetto a quanti sono i consumi. Le deficienze sono state colmate in tempi relativamente brevi. Il consumatore, una volta visto che il prodotto si trovava con tranquillità nello scaffale e non spariva più, ha cominciato a comprare in maniera più o meno normale. Anche se ci sono degli up e down, la situazione è tornata normale”.

Ma perché – chiede il giornalista – il vostro prodotto è preso d’assalto come un bene primario? “Perché è difficile farne a meno – risponde l’amministratore delegato – Secondo me dà sicurezza: ‘me la metto in casa e sono sicuro di stare tranquillo’. E poi la carta igienica è un prodotto che non ha una data di scadenza”.

 Contributo alla giornata di resilienza civile del Teatro e dello Spettatore promossa domenica 17 gennaio 2021, da Chille de la balanza, la storica compagnia che lavora nell’ex manicomio di San Salvi di Firenze. #apriteiteatri

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martedì 8 dicembre 2020

Conoscenza e riconciliazione - Ascanio Celestini

 

Tre dollari per una bomba a mano sono troppi in un paese povero e i kalashnikov a buon mercato sono pochi per le operazioni di sterminio che si stanno preparando in Rwanda. Già nel marzo del 1992 il governo firma un accordo con l’Egitto per sei milioni di dollari e un altro uguale con il Sudafrica. “Ad anticipare i soldi per il Rwanda è una banca francese” ricorda Daniele Scaglione (Istruzioni per un genocidio EGA). Ma l’arma che diverrà il simbolo di questa eliminazione fisica porta-a-porta è il machete. Arrivano più di mezzo milione di pezzi, maggiormente comprati in Cina, come tutti i prodotti a buon mercato che acquistiamo sulle bancarelle quando non abbiamo il denaro da spendere nei negozi buoni.

L’Onu lascia soli i rwandesi. Soli o male accompagnati dalle nazioni che hanno interessi in quella regione del mondo. Quando il Fronte Patriottico di Paul Kagame dichiara la fine della guerra, a metà luglio, delle 300mila persone che abitavano la capitale Kigali ne restano 50mila. 2 milioni di hutu stanno scappando all’estero.

Nel gennaio del 2001 sono circa 100mila i processi da celebrare in Rwanda. Un milione di morti in tre mesi dall’aprile del 1994 per un genocidio che l’occidente riuscì a non vedere, ma che aveva antropologicamente costruito in cent’anni di scuola di razzismo. Che aveva alimentato con interessi coloniali100mila processi sono troppi in un paese grande come la Lombardia e più o meno con lo stesso numero di abitanti. Impossibile celebrarli. Così si istituiscono i gacaca, i prati della giustizia. Tra l’inizio di febbraio e la metà di marzo del 2002 studenti di legge e magistrati (in tutto 781) agli ultimi anni di corso vengono addestrati per poter preparare i rwandesi che assumeranno il ruolo di giudice nei gacaca. Saranno oltre 200mila e la loro scuola dura sei settimane. In estate comincia il lavoro di registrazione e schedatura dati. Raccolgono i nomi delle vittime e dei sospetti carnefici, poi cominciano le assemblee pubbliche.

Non c’è una sola persona che sia stata solo sfiorata dal genocidio. Tutti sono vittime o carnefici. E chi non appartiene a queste categorie è stato direttamente di sostegno a una delle due.

“Per noi è essenziale sapere come sono morti i nostri familiari e soprattutto dove si trovano i loro corpi, dove, dove, dove…” scrivono Esther Mujawayo e Souâd Belhaddad in Il fiore di Stéphanie (Edizioni E/O). “Non si deve interrompere chi sta parlando” e “è proibito offendere, perpetrare atti di violenza, manifestare il proprio dissenso o proferire minacce”. E questo rispetto deve esserci anche se “l’individuo che hai di fronte ha fatto a pezzi i tuoi”. Devi ascoltare senza cercare i suoi occhi. Non lo devi guardare, non devi reagire impulsivamente e parlare solo dei fatti “senza aggiungere alcun commento o lasciar trapelare una qualsiasi emozione. “Hai una gran voglia di picchiarlo ma non hai neppure il diritto di colpirlo con le parole”.

E qui mi fermo. La storia del Rwanda possiamo andarcela a leggere e sarebbe una buona cosa studiarla anche a scuola. Servirebbe per comprendere che la memoria ci serve per guardarci attorno prima che alle spalle. Dunque mi fermo, interrompo il discorso sul Rwanda per chiedere una riflessione sui gacaca. Cioè un tribunale che non ha come prima finalità la condanna, ma la conoscenza e la riconciliazione. Per quest’ultima credo che la strada sia lunga. Lunghissima. Forse impossibile. Ma la prima è fondamentale. Cosa chiediamo quando partecipiamo a un processo?

Una risposta ce la fornisce Alessandra Ballerini, avvocato specializzato in diritti umani e immigrazione. Tra le persone di cui si occupa ci sono Giulio Regeni e Mario Paciolla. Sulle pagine genovesi di Repubblica scrive: “Le persone che varcano la soglia del nostro studio, sto realizzando negli ultimi giorni, chiedono da noi principalmente due cose: verità e giustizia. Non necessariamente entrambe e non per forza alternativamente, ma certamente in questo ordine” (leggi Verità).

Queste “due cose” mi ricordano un testo di Pier Paolo Pasolini, intellettuale attorno al quale rifletto sempre più spesso in questi mesi. Parlo di Passione e Ideologia (Garzanti). E mi sembra illuminante sostituirle momentaneamente con le “due cose” di Alessandra Ballerini. Prendo a prestito la nota che Pasolini stesso scrive per spiegare le motivazioni della sua pubblicazione.

«“Verità e giustizia”: questo e non vuole costituire un’endiadi (giustizia vera o verità giusta), se non come significato appena secondario. Né una concomitanza, ossia: “Verità e nel tempo stesso giustizia”. Vuol essere invece, se non proprio avversativo, almeno disgiuntivo: nel senso che pone una graduazione cronologica: “Prima verità e poi giustizia”, o meglio “Prima verità, ma poi giustizia”».

Passione e ideologia“: questo e non vuole costituire un’endiadi (passione ideologica o appassionata ideologia), se non come significato appena secondario. Né una concomitanza, ossia: “Passione e nel tempo stesso ideologia”. Vuol essere invece, se non proprio avversativo, almeno disgiuntivo: nel senso che pone una graduazione cronologica: “Prima passione e poi ideologia”, o meglio “Prima passione, ma poi ideologia”.


#giustiziapermariopaciolla
#veritapergiulioregeni
#FreePatrick

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lunedì 19 ottobre 2020

Valle Galeria Libera - Ascanio Celestini

Dall’ultima fermata della metropolitana fino alla borgata in cui sono nato, la borgata nella quale vivo, sono tre chilometri scarsi. Tre chilometri di strada che puoi fare sono in macchina. Non c’è un marciapiede e tantomeno una pista ciclabile. Entri nell’anello del raccordo e trovi un parcheggio con le bancarelle ammucchiate tra gli autobus dell’atac, del cotral e la strada. Il kebbabbaro è sempre aperto. Tutti i giorni e le notti. Sotto la tenda arancione ci passano militari e prostitute, studenti in partenza o di ritorno, gente di rincorsa, rumeni in cerca di birra soprattuto quando è chiuso l’alimentari del capellone. Soprattutto di notte quando si apre il bar accanto, che però è per quelli un po’ meno smandrappati.

Una decina di fermate e scendendo all’Alberone con due passi stai alla stazione Tuscolana. Due tossici escono sul piazzale, lei gli sta sulle spalle. Lui ride. Il bar è chiuso. La macchinetta a soldi porta scritto che non da il resto. Un caffè lungo o corto, decaffeinato e non, viene 80 centesimi. Metto un euro ma il bicchiere si incastra, fa un casìno. Niente caffè, né per me, né per l’arabo che mi chiede i soldi. E tantomeno il resto.

Il trenino per Fiumicino che passa da questa stazione è lento, sporco e costa meno di quello per turisti che parte da Termini e corre rapido verso l’aeroporto. Passa per Ostiense e taglia per la Magliana. Piove e tutto attorno è un pantano. Le moffole delle guardie illuminano a lampi una strada coperta di fango.

Dopo la Muratella c’è la fermata mia.

Scendo alla stazione di Ponte Galeria.

Si chiama Beatrice la ragazza che mi viene a prendere. Lavora per le ferrovie, dice. “Poi il pomeriggio stacco e faccio politica” dice. Andiamo al Palacio de la Salsa passando lungo un canale che taglia la Portuense e l’autostrada per Fiumicino. La donna all’entrata che prende la temperatura mi regala una maglietta gialla uguale alla sua. È quella che indossano quasi tutti nella sala. “Poi ti vengo a sentire quando fai lo spettacolo” mi dice. C’è una ragazza giovanissima che parla. Ha fatto una tesi su Piana del Sole, così si chiama questo pezzo della città di Roma. 5000 abitanti in un angolo di una zona più grande che si chiama Ponte Galeria e di abitanti ce ne ha 43mila. In un municipio dove c’è ne vivono tre volte tanti. Più di città come Pisa o Ferrara. Più di Bergamo e Siracusa. Più o meno come Cagliari che è capoluogo di regione.

La giovane laureata racconta che questa è terra di bonifica. C’è acqua dappertutto. È insensato farci una discarica. Eppure qua dietro ce ne sta già una grossa. La più grossa d’Europa. 240 ettari. Una storia brutta che puzza di monnezza, ma anche ti reati grossi e perpetuati negli anni fino agli arresti e alla chiusura. E adesso si decide di aprire un’altra discarica su questa terra fragile, dimenticata.

Una terra che ha tutte le caratteristiche per diventare un altro collettore di rifiuti. Te ne accorgi arrivando.

Il degrado chiama degrado.

È più facile ammucchiare monnezza dove è stata buttata per anni, che cambiare strada, mettere in moto un vero cambiamento e magari riqualificare un territorio.

Lo ripete la giovane che se l’è studiato anche all’università questo territorio.

“Totale assenza di verde pubblico, disservizi dei trasporti, niente marciapiedi. Pure la fermata dell’autobus sta in mezzo alla strada. Non c’è una piazza e tantomeno un parco”.

Ma nel suo progetto tutto questo ci sta. E il canale che scorre accanto alla balera nella quale facciamo assemblea potrebbe diventare una piazza sull’acqua raggiungibile a piedi o in bicicletta.

Uno si alza e chiede “e quanto verrebbe a costare?”.

La ragazzetta sorride. “Non c’è molto da fare... e poi si potrebbe fare a tappe”.

Si alza una donna. “Mi chiamo Filomena, abito qui da 42 anni. Mi sono emozionata” dice “ma tu perché ti sei interessata a questa nostra periferia?”

È un altra donna fa “Roma è famosa in tutto il mondo per le sue piazze piene di fontane. Noi non chiediamo le fontane, ma le piazze le vogliamo pure noi. Qui di teatri non ce ne stanno. Cinema: zero...”

E un’altra ancora “ero bambina quando al bar della Pisana ci organizzavamo contro la discarica di Malagrotta e mo’ ci dobbiamo difendere pure da quest’altra”.

E io penso che ci ho attraversato la città, ci ho messo un’ora e mezza per arrivare in uno spicchio di Italia dimenticata che fa il paio con la mia. Noi c’abbiamo solo la fortuna che siamo arrivati prima e eravamo tanti di più. Tante più baracche che sono diventate case. È più tanti campi strappati ai contadini e riempiti di tonnellate di cemento, cubature barbariche che hanno arricchito i palazzinari che se magnano Roma da un secolo e mezzo.

Alessandro modera gli interventi. “Noi continuiamo a chiamare periferia questi territori...” dice “e questo è diventato denigrativo. Noi siamo Roma. La vera città siamo noi. Pure qui c’è da valorizzare quello che c’è di bello”.

Si alza Pietro e fa “io so’ bello!”

C’ha ragione Pietro.

Lui è bello davvero. Più basso di me, capelli radi, maglietta gialla. La lotta rende tutti più belli.

Lucia mi dice “te la ricordi la foto che ci siamo fatti qualche anno fa quando sei venuto qui?”

Era un’altra battaglia, ma uguale a questa. Contro la discarica, contro la produzione di monnezza, per una cultura seria del riciclo, del riuso. Per la difesa di questo pezzo di terra. Lucia quella volta ha insegnato a mio figlio come si fa il sapone. Mi dice “la prossima volta facciamo il pane”.

Me la ricordo la foto. Avevamo fatto un gesto con le braccia come a dire “giù le mani dalla nostra terra”.

E allora la rifacciamo.

 

#ValleGaleriaLibera #RomaSiamoNoi

 

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venerdì 9 ottobre 2020

Quanto pesa un foglio di giornale? - Ascanio Celestini


Alcuni articoli di giornale restano nella memoria. Certe volte si tratta di titoli importanti che muovono le masse come per la fine della guerra, la vittoria dei mondiali. Altre volte sono testi che ritroviamo sui libri di scuola o dobbiamo commentare come l’articolo su Gino Bartali all’esame di maturità pochi anni fa. Certe volte accendono polemiche a distanza di decenni come “Il Pci ai giovani” di Pier Paolo Pasolini sugli scontri di Valle Giulia.

Capita che certe parole colpiscano la nostra immaginazione, la nostra intelligenza, i nostri sentimenti, solo i nostri. Quei ritagli di giornale ci accompagnano ripiegati in un libro, tra i fogli sulla nostra scrivania. Ogni tanto li rileggiamo, certe volte con inquietudine, per guardarci intorno, per capire quale strada stiamo imboccando.

Un articolo del genere per me fu l’intervista a Francesco Cossiga nella quale dava istruzioni per alzare i toni dello scontro nelle piazze. E lo diceva rivendicando questa scelta come una che aveva già fatto lui da ministro ai tempi d’oro della strategia della tensione. Parlava degli studenti e sosteneva chiaramente che «…le forze dell’ordine non dovrebbero avere pietà e mandarli tutti in ospedale. Non arrestarli, che tanto poi i magistrati li rimetterebbero subito in libertà, ma picchiarli e picchiare anche quei docenti che li fomentano». Diceva che «il suono delle sirene delle ambulanze dovrà sovrastare quello delle auto di polizia e carabinieri».

Da metà luglio penso sempre più spesso a un articolo uscito sul Corriere della Sera e firmato Ernesto Galli della Loggia. “L’assassinio di Giulio Regeni chiama in causa tutti noi”, questo è il titolo. Può suonare come un’incitazione a cercare la verità e la giustizia sulla sua morte. E invece no. La verità è assodata e scrive chiaramente «che Giulio Regeni fosse stato trucidato dagli sgherri dei servizi segreti del governo egiziano è stato chiaro fin dall’inizio». D’altra parte, scrive, l’Egitto è «uno stato ferocemente dittatoriale». E allora? Chiediamo giustizia per il sequestro, la tortura e l’assassinio di Giulio? No. Perché «la partita con il Cairo» è «una partita disperata». Noi italiani «contiamo troppo poco perché il governo egiziano si senta spinto ad acconsentire alle nostre richieste di giustizia». «Abbiamo bisogno del ben volere di Al Sisi perché l’Eni» … possa continuare a fare affari con il suo paese. Dunque? Per il nostro giornalista l’unica possibilità è «intitolare a suo nome una via o una piazza in tutti i comuni della penisola». Punto. Nient’altro.

È una dichiarazione sconfortante. Penso a quelle parole mentre leggo dell’arresto di Basma Mostafa.

E mi passa velocemente per la testa la vicenda di Patrick Zaky, ma anche la strana morte di Mario Paciolla. Penso alla condanna che un giornalista può scrivere su un giornale importante promettendo in cambio di intitolargli una piazza o una strada. Siamo davvero diventati così disumani? Con quale faccia andremo a scoprire la lapide che attaccheremo con il loro nome inciso sopra? E con quella stessa faccia andremo a portargli fiori? Gli intitoleremo anche un’aula all’università? Una scuola in periferia?

“Quanto pesa una lacrima? – si chiedeva Gianni Rodari – La lacrima di un bambino capriccioso pesa meno del vento, quella di un bambino affamato pesa più di tutta la terra”. E io mi chiedo quanto pesi un foglio di giornale…

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martedì 6 ottobre 2020

Lampedusa. In memoria - Ascanio Celestini


Il becchino di Lampedusa mi parla dei primi morti in mare che ha visto. Della menta pistata che s’è infilato in una mascherina per non sentire la puzza dei corpi in decomposizione. Le croci di legno che ha piantato quel giorno sono ancora nel piccolo cimitero dell’isola. Stanno lì senza nome. Sembrano tombe di un film western.

Me le ricordo in un’alba straziante. Al camposanto c’erano solo i musicisti della banda. La prima tappa della marcia che finisce nell’acqua della Guitgia comincia lì. Suonano per i loro compagni musicisti defunti. Poi cominciano a bere, ospiti nelle case di chi tiene le porte aperte.

Mi ricordo Fessaha. S’è presentata nella casa a un piano di Cala Pisana, la casa di Paola e Mèlo a un metro dal mare. Mostra due fotografie di ragazzi. Uno ha gli occhiali scuri. Indica il più giovane e comincia a parlare.

Erano 368 persone, lui era con suo fratello maggiore. Quando son partiti dalla Libia il suo fratello maggiore ha detto: “È meglio che tu rimani qua, che torni a casa”. Lui ha insistito: “io voglio seguire le tue tracce, voglio venire con te”. È salito su questa barca e il fratello grande non lo sapeva… dopo, quando è partita la barca ha visto suo fratello piccolo.

Quando hanno visto la terra ferma, hanno visto le luci, tutti quanti, anche quelli che stavano nella stiva son saliti gridando Ave o Maria, in tigrino si dice “Madre di Dio, tu che sei onnipotente, tu ci hai salvato”. Mussulmani, cristiani, ortodossi, cattolici tutti insieme hanno cantato questa invocazione. “Grazie a te che ci hai messo il tuo manto sopra siamo arrivati sani e salvi”.

Poi di colpo lo scafista ha bruciato qualcosa perché passavano delle navi. È stato come se qualcuno dal buio arriva, ti da uno schiaffo, e tu non capisci chi è stato, cosa è successo e la barca… è finita.

E io cercavo mio fratello e si era aggrappato alla mia gamba, poi il mare l’ha portato via.

E malgrado tutto questo tutti quanti gridavamo “O Vergine Madre!” come se fosse un’esplosione di un vulcano. E poi ho visto il corpo di mio fratello che mi abbandonava e io non potevo farci niente. Ho lottato contro l’onda e solo io son riuscito a salvarmi. E ho visto otto bambini piccoli che venivano strappati dal mare, dalle loro mamme, che non capivano, che gridavano. Alcuni pensavano che era un gioco, cercavano la loro mamma. Io ho visto tutti questi bambini andare giù. E non potevo fare niente. E lì ho gridato ancora al cielo, anche con gli altri: “Perché ci hai abbandonato, mentre prima ci avevi portato in salvo?”. Le mie lacrime salate si mischiavano all’acqua salata che ci veniva in bocca e negli occhi.

Fessaha dice che lui, il più giovane, voleva andare a studiare. Perché in Eritrea c’è un regime di dittatura che dai sedici fino a cinquantacinque anni vanno a fare il servizio militare e questo impedisce ai giovani un futuro, di studiare, di lavorare, di sposarsi. Per questo la maggior parte delle persone scappano. Il governo eritreo fa questo con la scusa dicendo “l’Etiopia ci vuole attaccare”, ma non è vero. L’Etiopia ha i suoi problemi.

Nella casa di Cala Pisana c’è Dag. A Lampedusa è sbarcato otto anni prima. Ora è un regista di documentari. Siamo seduti a un metro dall’acqua. “Io partecipo a tutti gli incontri – dice – anche se poi vedo che tutti ci tengono a organizzarsi ognuno contro gli altri. Ognuno con le proprie ragioni. È come se ciascuno stesse sulla barca e sotto ci fossero le persone che affogano. E quelli di sopra litigano e si dicono: tocca a te ripescarlo… no, tocca a te, io ci ho messo la barca, tu lo devi ripescare. E intanto che litigano con tutte le migliori ragioni: di sotto c’è gente che affoga”.

A Lampedusa ho imparato che forse prima di raccontare le storie degli altri bisogna imparare a raccontare le nostre. Che forse stiamo diventando disumani per questo. Non perché non siamo capaci di commuoverci per quello che vediamo. No. Noi non siamo più capaci di vedere le cose.

Sei anni fa a un metro dall’acqua, dalla piccola terrazza della casa a un piano di cala Pisana ho visto il mare che si gonfiava. È un fenomeno naturale che non puoi prevedere e non sai quanto dura. L’aria calda diventa fredda, lo scirocco lascia il posto al maestrale, il cielo è grigio e il mare fa una pancia che sale anche di un metro e mezzo. Anche di due. Poi si sgonfia. È un piccolo maremoto che certe volte rovescia i pescherecci nel porto. L’onda di ritorno lascia ancora per un po’ le barche a cozzare tra loro, che però a Cala Pisana non ci stanno. E allora è il mare quasi immobile che ti si para davanti. E da dietro le spalle ritorni a sentire il rumore di fondo della centrale elettrica. È il marrobbio. Me lo ha detto Mèlo che si chiama così.

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domenica 27 settembre 2020

Piangere e raccontare - Ascanio Celestini

 

Un giorno di marzo vado a Ferrara, sento Patrizia, le dico che sto in città e mi piacerebbe farle l’intervista che in estate è saltata. C’era traffico quel giorno e lei stava al mare. Ma adesso sto qui e la chiamo.

“A che ora ti posso raggiungere domattina”, lei dice “verso le undici ti va bene? Ma se vuoi – aggiunge – vengo io in centro in bicicletta” “No, vengo io – le faccio – ma dove?” “Io sto a Ferrara sud”.

Mi da l’indirizzo e ci arrivo in taxi perché il mio furgone è bloccato in teatro dove faccio spettacolo. Alle undici precise le mando un messaggio “Scusa, arrivo un po’ in ritardo”. Alle undici e venti sto da lei. Dieci minuti dopo accendo la videocamera.

Patrizia comincia subito a piangere.

Le dico che possiamo interrompere quando vuole.
“No, no, no – dice lei – Lo sapevo che va così.
Che lo facciamo oggi, domani, tra mille anni non ci sia differenza”
.

Parliamo per tre ore e piange. Racconta di Federico, un ragazzo che “stava diventando una persona meravigliosa”, ma non gli è stato concesso.
Quattro guardie l’hanno preso vivo e lasciato morto.

Sono passati quindici anni e, grazie a donne come Patrizia, tante altre persone hanno preso il coraggio di denunciare, di esporsi contro il potere in divisa e il terrore di fronteggiarlo. In queste ore un’altra donna coraggiosa, Ilaria Cucchi, ci racconta gli ennesimi imbrogli orchestrati per intossicare la verità sulla morte di un altro ragazzo, più grande di Federico, che è incappato nello stesso destino.

E poi tanti altri.
Una lista che fa paura non solo per i nomi che leggiamo, ma per tutti quelli che dovremo scriverci domani, tra un mese, tra un anno.

E non raccontate che sono mele marce.
È un alibi che non regge.

… Tra un po’ arriveranno quelli che ribadiscono la teoria delle mele marce. E gli si dovrà scrivere: e perché le mele sane non le denunciano? Perché i bravi colleghi non si prendono la responsabilità di denunciare quelli violenti?

E poi ci saranno anche quelli che scrivono: quando ti rubano a casa… chi chiami? E allora sì che gli sbirri diventano buoni se ne hai bisogno! E toccherà rispondere per l’ennesima volta che combattere il crimine è il mestiere della polizia come il mio è scrivere e raccontare storie, come quello dell’idraulico è farmi funzionare il bagno, eccetera. E se non vi basta questo paragone: il poliziotto combatte l’illegalità come il medico combatte la malattia. Va meglio?

E poi arriveranno anche quelli che… “perché non parli degli agenti che muoiono per combattere la mafia?”.

E ancora… “perché non parli dei crimini commessi dai comunisti?”.

E… “perché non denunci il turbocapitalismo, i sionisti, Soros, le multinazionali del farmaco…”.

Per questo motivo ho incontrato Patrizia. Per farmi raccontare delle storie su Federico che lo facessero somigliare a tante altre storie che conosciamo. Alle nostre. Senza sporcare il discorso.

A un certo punto, in quel giorno di marzo, mi dice:

“Era un vero miracolo Federico perché… cioè era anche nato piccolo, cioè lui… non avevo portato avanti la gravidanza perché avevo la gestosi, perciò me l’han fatto nascere col cesareo, era piccolissimo, era un chilo. Io… era a sei mesi e mezzo di gravidanza. E quindi praticamente lui è rimasto in incubatrice un altro mese e nel frattempo… sai che gli davano il latte con il tubino… e una volta un’infermiera gli ha messo il latte in trachea, che gli andava nei polmoni rischiando di soffocarlo, naturalmente questa cosa non è venuta fuori al momento, non si parlava di denunce e ha avuto una polmonite proprio per questa goccia di latte che è andata in un polmoncino così e ha lottato per la vita fin da piccolissimo….”.

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domenica 30 agosto 2020

Vittima - Ascanio Celestini


 

L’arresto di quest’uomo è soltanto l’inizio di un’offensiva del Deep State e di tutto il sistema di potere del Nuovo Ordine Mondiale.

Non prendiamo per buone
le verità dei media mainstream.
Poniamoci qualche domanda
.

Bannon non era amico di Salvini, Le Pen e Orban?
E perché nemmeno Trump corre in suo aiuto?

È una coincidenza se il logo degli Illuminati è stampato sulle banconote da un dollaro con la scritta Novus Ordo Seclorum?
È una coincidenza il riferimento al magico triangolo di Gerusalemme i cui vertici sono il Muro del Pianto, Santa Maria dei Teutonici e la spianata delle moschee?

È tutto ciò non ci fa naturalmente pensare ai Protocolli dei Savi di Sion (Протоко́лы сио́нских мудрецо́в in russo) e al sionismo americano?

E se tra le due guerre i membri del Ku Klux Klan (il cui simbolo è proprio una croce!?!) erano sei milioni, dopo l’incidente di Roswell se ne contano poche migliaia. Un’altra coincidenza che dobbiamo andare a verificare nell’Area 51?
Non ce lo permetteranno. No. Il Deep State ha troppi segreti da nascondere che nemmeno Julian Assange rivelerà mai. Soprattutto dopo l’avvelenamento di Aleksej Navalnyj!

E perché Hal Roach litigò con Stan Laurel facendo sciogliere la celebre coppia Stanlio e Ollio proprio in quegli anni?
Si tratta di una coincidenza che i suoi studios finirono in mano ai militari e furono ribattezzati “Fort Roach”?
Si tratta di un caso che furono affittati e gestiti dalla United States Army Air Forces (USAAF) per la quale realizzò 400 film? I membri della “truppa” includevano nomi come Ronald Reagan, il futuro presidente.
Anche questo è un caso?

Vi ricordate “Six six six the number of the beast” degli Iron Maiden.
E perché prima di quel celebre disco furono costretti a epurare Paul Di’Anno?

Sapevate che è nativo di Chingford? In quello stesso borgo è cresciuto Peter Greenaway, uomo di cinema anche lui, e sceneggiatore non a caso, del lungometraggio “The Baby of Mâcon”.
Vi ricordate che quel film termina con la Chiesa che “decreta lo smembramento del bambino, i cui pezzi (come le sue secrezioni prima) vengono venduti a caro prezzo”?
(fonte Wikipedia)

Ed è ovviamente nell’Inghilterra del gruppo musicale heavy metal britannico, la terra più multirazziale del pianeta, che il piano Kalergi trova il terreno più fertile e precisamente nel mondo magico del cinema.

Sapevate che non è negli USA, ma nel Regno Unito, precisamente a Borehamwood che sono ospitati gli studi della statunitense Metro-Goldwyn-Mayer dove il controverso e misterioso Stanley Kubrick girò i suoi film?

E non è un caso che in questo piccolo borgo ci sia la più grande sinagoga ebraica del Regno Unito, mentre la seconda si trova a Stanmore, dove lo stesso Kubrick si recò per conoscere Emilio D’Alessandro, italiano di Cassino, che per più di trent’anni è stato il suo autista personale e factotum.

E perché proprio un italiano di Cassino?
Cosa c’entra Cassino? Non vi pare strano che tanti luoghi sacri della cristianità vennero salvati dalla distruzione, ma l’abbazia più antica d’Italia sia stata completamente distrutta dagli americani nel febbraio del 1944?
Da quel luogo proveniva D’Alessandro!
Ci nasconde qualcosa che riguarda il falso allunaggio dell’Apollo 11?
Le immagini che conosciamo furono girate dal regista di 2001 Odissea nello spazio?

E proprio a Stanmore, dove incontrò Kubrick, oltre alla grande sinagoga, c’è un importante tempio indù e una moschea, ma solo il 31% di cristiani.
Sarà un caso anche questo?

Ed è proprio a pochi chilometri da Cassino, nella Grotta Guattari, sulla linea del fronte conteso tra tedeschi e americani, che il professor Alberto Carlo Blanc appena 5 anni prima del bombardamento aveva trovato i preziosi resti di un Homo neanderthalensis. Tra i resti c’era un cranio con misteriosi “segni di aggressione e svuotamento encefalico”. Segnali di un possibile incrocio tra alieni rettiliani e abitanti primitivi del nostro pianeta.

Forse con la distruzione di Cassino volevano cancellare le tracce dell’esperimento rettiliano!

Già nel ’99 David Icke pubblicò The Biggest Secret: The Book That Will Change the World, nel quale affermò che il pianeta sarebbe controllato da un Nuovo ordine mondiale. E “afferma che George W. Bush e la sua famiglia” fanno parte di una razza extraterrestre. E che hanno “costituito una società segreta, la Babylonian Brotherhood (Fratellanza babilonese), con lo scopo di controllare segretamente il mondo. La politica estera statunitense sarebbe prodotto di una cospirazione dei rettiliani per rendere schiava l’umanità”.

Icke cita nelle sue opere “gli attacchi terroristici dell’11 settembre 2001 e la pandemia di COVID-19 del 2019-2020 come esempi di eventi causati dal governo segreto, arrivando a teorizzare un controllo e una responsabilità da parte di esso sulla maggior parte degli eventi negativi degli ultimi tre secoli”.
(fonte Wikipedia)

Secondo alcuni sarebbe solo un caso che appena quattro giorni dopo la fuga dell’orso M49 dal recinto de Casteller il celebre pensatore americano Steve Bannon “viene arrestato su richiesta della Proccura federale di New York mentre era a bordo nel Connecticut di uno yacht di proprietà del miliardario cinese Guo Wengui”.
(fonte Wikipedia)

Ed ancora un caso se in queste ultime ore il radiocollare dotato di sistema di geolocalizzazione dell’orso, detto Papillon, è stato localizzato in zona Passo Cinque Croci in direzione Valsugana, conosciuta per la polenta fatta con mais ingrediente base della cucina degli aztechi, popolo precolombiano che praticava sacrifici umani?

Bannon è l’ennesima vittima di un complotto giudaico-comunista finanziato dai rettiliani di Hollywood ordito da Lady Gaga costretta da Barack Obama su ordine di George Soros per ottenere il prezioso adrenocromo spremuto dalla ghiandola pineale dei bambini deportati a Hollywood.

Tutto torna!

Pronunciate al contrario
la ricetta segreta della Coca Cola
e verrà fuori:
il Molise non esiste!

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