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lunedì 20 agosto 2018

MALETTON - Gian Luigi Deiana


girano sollecitazioni al boicottaggio di benetton, comprensibili, giustificate e scontate; ma a me preme fare tre osservazioni, una sui prodotti di marchio, una sul ricorrente smascheramento di singoli demoni, e una sulle possibilità di elevare il boicottaggio al rango di arma contro il capitale;
1. il marchio: boicottare i prodotti di marchio benetton significa colpire i negozi ed i negozianti, i fornitori e le commesse e di fatto solo in italia; il padrone ne verrebbe colpito solo se ne derivasse un tracollo
del titolo, per il resto i suoi tentacoli sono diversificati e mondializzati; tuttavia marchiare di disprezzo il marchio è giusto;
2. la demonizzazione: due mesi fa si demonizzò zuckerberg per il caso cambridge analytica, poi passato in gloria; un mese fa si demonizzò marchionne, per contrastarne la beatificazione, ma anche questo caso passò presto in gloria (eterna); ora si demonizza benetton, e passerà in gloria anche questo, di qui alla prossima botta: ergo, il problema non é il demonio di ieri, quello di oggi e poi quello di domani, il problema è l’inferno stesso e questo inferno si chiama capitalismo;
3. l’inferno è comunque sensibile ad attacchi concentrati, preavvisati scientificamente e attuati su larga scala (vedi lo sciopero ryan air); il soggetto che può fare questo su larghissima scala è il consumatore, e la sua arma letale può essere appunto il boicottaggio; per esempio lanciare una giornata mondiale di boicottaggio di fb, o di shell, o di quale altro demonio si voglia, comincerebbe forse a porre qualche problemino davvero

martedì 20 febbraio 2018

Da torturati a terroristi: repressione “made Benetton”…


Un’ondata repressiva che non riconosce la libertà di protesta e l’inalienabile diritto alla vita, ma, al contrario, condanna e criminalizza la resistenza dei popoli.
Il governo Macri attraverso il documento Comando unificato contro la violenza della RAM, redatto nel dicembre 2017 dal ministro della sicurezza nazionale Patricia Bullrich, ha ripristinato termini e metodologie di azione dei tempi bui, identificando come estremisti, guerriglieri e terroristi i/le Mapuche.
Un documento funzionale a legittimare (agli occhi dell’opinione pubblica) la protezione offerta alla multinazionale Benetton (puntualmente supportata dalle forze dell’ordine locali nell’opera di acaparramento delle terre ancestrali nella Patagonia argentina) e la detenzione di Facundo Jones Huala (guida della Resistenza Ancestrale Mapuche e, per questo, prigioniero politico dal giugno 2017), oltre a giustificare le uccisioni di Santiago Maldonado e Rafael Nahuel per mano del governo argentino.
Una repressione retro-attiva che in questi giorni si sta abbattendo su chi ha offerto supporto alla resistenza Mapuche fin dalle prime incursioni della polizia nella comunità Pu Lof di Cushamen: teatro di numerosi scontri tra cui quello che nell’agosto del 2017 costò la vita a Santiago.
Dopo esser stat* rapit* e torturat* dalla polizia e dagli impiegati Benetton nel gennaio 2017, le persone che all’epoca erano accorse nel Pu Lof per offrire supporto alla resistenza Mapuche si vedono ora (a causa del suddetto documento) criminalizzate e accusate di terrorismo dal ministro Bullrich, come racconta Ivana Huenelaf, una delle numerose persone ad aver subito la violenza delle forze dell’ordine:
gendarmi e dipendenti Benetton inseguivano i/le Mapuche e le persone solidali, colpite, picchiate, rapite, torturate e arrestate, ma ora il governo indaga sulle vittime di queste violenze, questo è l’ordine del ministero della sicurezza diretto da Patricia Bullrich.
Nel corso degli anni la presenza di dipendenti Benetton, spesso armati, durante le azioni di polizia si è fatta sempre più presente, non solo per l’accaparramento delle terre, ma anche per requisire i cavalli presenti nelle comunità Mapuche.
La multinazionale italiana, infatti, dal 1991 ha colonizzato le terre ancestrali della Patagonia argentina non solo per l’allevamento delle pecore schiavizzate per la produzione di lana (260.000), ma anche per quello di 9.700 bovini e 1.000 cavalli.
Nel gennaio 2017, oltre ai rapimenti e alle torture combinate ai danni di diversi Mapuche e solidali, vennero sequestrati numerosi cavalli, come nel corso dell’azione di polizia del 2 febbraio 2018, quando gli appartenenti alla comunità Pu Lof vennero accerchiati e isolati fin dalle prime ore dell’alba e numerosi animali caricati e portati via da camion appartenenti alla Compagnia Tierra del Sud (ex The Argentine Southern Land Co) di proprietà della famiglia Benetton.
L’operazione di polizia del 10 gennaio 2017 ha portato alla demolizione di case, violenze su donne e ragazze e l’arresto di tre uomini oltre a quello di Ivana e alle altre 7 persone accorse sul posto per offrire supporto e cibo ai/alle resistenti: Jorge Buchile, Javier Huenchupan, Daniela Gonzalez, Gustavo Jaime, Pablo e Gonzalo Seguí
Il governo Macri adesso le accusa di aver condotto sabotaggi, aggredito la polizia con armi e molotov mai apparse, e di aver rubato e tentato l’affogamento di 360 animali di proprietà della Benetton.
“Siamo andati a caccia di Mapuche
Questo è ciò che dichiarò un poliziotto davanti al pubblico ministero quando fu ascoltato nell’ambito degli scontri del gennaio 2017, racconta Ivana a cui quel giorno fu fratturata una mano, ricordando la presenza numerosa di dipendenti Benetton provenienti da Chubut (provincia argentina che si estende nella Patagonia) dove si registrano almeno 140 casi di Mapuche scomparsi nel nulla.
Avevo 5 anni quando ho subito il primo sgombero, mio nonno mi diceva: siamo tutti Mapuche, siamo persone della terra, siamo tutti popoli della terra e per questo dobbiamo resistere.

sabato 16 dicembre 2017

Lettera aperta al sig. Luciano Benetton


Chi le scrive è l’associazione “Il Cerchio”, un’associazione italiana che da oltre 22 anni opera a sostegno dei popoli indigeni di tutto il mondo.
Abbiamo letto l’intervista pubblicata su “La Repubblica” il 30 novembre u.s., a firma di Francesco Merlo, e abbiamo appreso che dopo i negativi risultati della sua azienda è stato costretto a tornare in prima persona alla conduzione della stessa, accingendosi ora ad una ricostruzione basata su idee forti e innovative.
A tal proposito, le chiediamo se tali idee forti e innovative saranno alla base anche della gestione delle terre in Argentina di cui la sua azienda rivendica il possesso, terre che però da sempre appartengono al popolo Mapuche, che in quelle terre viveva e vive da secoli, prima che la sua azienda le acquistasse negli anni 90. I Mapuche ne richiedono da sempre la restituzione, come previsto peraltro dalla stessa legislazione argentina (con la Costituzione, art. 75, e con le leggi 23302, 26160 e proroga 26554, Decreto 1122/07). Il modo in cui queste terre sono passate dai Mapuche alla Repubblica Argentina e poi alla sua azienda è quello in cui storicamente sono avvenute le colonizzazioni in Sudamerica. 
Purtroppo, negli ultimi tempi le crescenti rivendicazioni dei Mapuche sono state represse con la forza dallo stesso Stato e dalle forze dell’ordine argentine, che evidentemente non hanno agito a tutela della popolazione, durante ripetuti scontri recentemente funestati dalla morte violenta dell’attivista argentino Santiago Maldonado, e del giovane mapuche Rafael Nahuel, oltre che dal ferimento e arresto di molti Mapuche, inclusi diversi minori. E la morte di Santiago Maldonado è strettamente legata proprio alle rivendicazioni dei territori della sua azienda da parte della comunità Mapuche Pu Lof in Resistenza Cushamen.
Le chiediamo, tramite questa lettera aperta, una sua dichiarazione pubblica su cosa la ricostruzione della sua azienda preveda in questo specifico ambito; se la sua azienda intenda o meno aprire un reale dialogo costruttivo con i Mapuche, o se invece continuerà a seguire la stessa strada che finora l’ha portata non solo al conseguimento di problemi sociali con un’intera popolazione, ma anche a risultati economici negativi. A questi, in mancanza di un cambiamento nella gestione della questione Mapuche, sempre più rischieranno di aggiungersi le severe critiche alla sua azienda che già circolano sui social e il boicottaggio di fatto, a cui già chiama diversa parte della società argentina.
La nostra associazione, infine, si unisce a quanti chiedono verità e giustizia per la morte di Santiago Maldonado, in primo luogo la sua famiglia. Per questo, riteniamo anche opportuno un suo chiarimento in merito alle gravi accuse riportate dai media sudamericani, riguardo il possibile utilizzo di una cella frigorifera situata nella Estancia Leleque (tenuta Leleque, appartenente alla sua azienda), unica proprietà a possedere celle di grandi dimensioni nella zona dove è stato ritrovato dopo mesi il cadavere di Santiago. Circostanza che, alla luce dei risultati dell’autopsia, che ipotizzano che il corpo del giovane possa appunto essere stato mantenuto in stato di refrigerazione per un certo periodo, assume aspetti inquietanti, dato che la Gendarmeria coinvolta nell’attacco ai manifestanti nel quale è scomparso Maldonado è ospitata all’interno della stessa tenuta.
Associazione “Il Cerchio”, info@associazioneilcerchio.it  
Il Presidente
Toni Ventre
Per approfondire:


giovedì 7 settembre 2017

Dónde está Santiago Maldonado? - Francesco Martone


Chissà cosa aveva spinto Santiago Maldonado ad andare nel campo Mapuche di El Bolsòn, nell’enorme tenuta di proprietà della famiglia Benetton. Cosa avrà pensato tentando di sfuggire alle guardie che il 1 agosto hanno attaccato il campo per interrompere un blocco stradale sulla Ruta 40 organizzato dai Mapuche per chiedere la restituzione delle terre che loro spettano?

Da allora di lui non si sa nulla. La sua storia evoca fantasmi del passato prossimo e remoto, memoria tenuta viva dalle Madres e dalle Abuelas de Plaza de Mayo contro le quali il presidente Macri da tempo è impegnato in un braccio di ferro. Parlare di desapariciòn in Argentina riapre ferite mai sanate, non a caso la ministra della sicurezza Patricia Bullrich ha tentato di smentire che Santiago possa essere considerato un desaparecido.

Le ipotesi sulla sua  scomparsa si rincorrono. Intanto si moltiplicano nel paese le manifestazioni di protesta, che il 2 settembre l’altro hanno portato in piazza decine di migliaia di persone con grave tensione e scontri a Buenos Aires.

Un caso nazionale ormai, causa di grande imbarazzo per Macri e il suo governo. Sullo sfondo quella che Anibal Quijano chiamerebbe colonialidad del poder. Secondo il rapporto per il 2016 dell’Iwgia (International Working Group on Indigenous Affairs) in Argentina vivono circa 600mila persone che si riconoscono discendenti o appartenenti a un popolo indigeno, e trentacinque popoli indigeni riconosciuti. Nel 1945 l’Argentina aveva riconosciuto l’esistenza di popolazioni indigene, mentre nel 1985 venne emanata legge 23.302 sulla «politica indigena ed il sostegno alle comunità aborigene».

La riforma costituzionale del 1994 ha riconosciuto la pre-esistenza etnica e culturale dei popoli indigeni, e il possesso e la proprietà comunitaria delle terre tradizionalmente occupate. La legge 26.160 approvata nel 2006 proibisce lo sfratto forzato di comunità fin quando non vengano effettuate le necessarie ricerche per definire se tali terre siano effettivamente ancestrali. Oggi si discute se o meno prorogarla: se non lo fosse sarà più facile «ripulire» ogni territorio per favorire gli interessi dei grandi capitali. In campagna elettorale Macri si era impegnato a riconoscere i diritti dei popoli indigeni, incontrandone i leader una settimana dopo la sua elezione. Pochi giorni dopo il suo insediamento avrebbe però fatto passare una legge disegnata a proposito per favorire gli interessi delle grandi multinazionali e delle oligarchie del grande latifondo.

La colonialidad del poder passa anche attraverso la rimozione della storia passata, nel tentativo di costruire un’immagine di nazione bianca, occidentale, civilizzata, e come si sa la legalità è spesso questione di potere, non di giustizia. Così, seppur sulla carta l’Argentina riconosce i diritti dei popoli indigeni, le cause legali contro i leader indigeni godono di corsie preferenziali, mentre quelle intentate dalle comunità a tutela dei propri diritti languono – a parte alcune eccezioni – negli archivi.
Ad oggi i Mapuche sono riusciti comunque a «recuperare» il diritto a 250mila ettari delle loro terre, e forse per questo si è inasprita la campagna di criminalizzazione dei loro leader, tra cui Facundo Jones Huala della comunità in resistenza (“Lof”) del Cushamen, oggi in carcere. Vengono accusati di connessioni con l’Isis, con l’Eta, con le Farc, di voler creare uno stato Mapuche indipendente. Il caso della comunità di El Bolsòn al cui fianco era accorso Santiago affonda – come gli altri – le radici nella storia passata. Si deve risalire al decennio del 1870 quando nel corso della “campagna del deserto” le forze armate comandate del generale Julio Argentino Roca massacrarono ed espulsero le popolazioni indigene della Patagonia. L’ultimo gruppo di tremila indigeni ribelli si arrese in quella che oggi è la provincia del Chubut. Proprio dove  Santiago è sparito, nelle terre di proprietà del gruppo Benetton, oggi considerato, con 844.200 ettari nelle provincie di Buenos Aires, Neuquén, Chubut, e Santa Cruz il principale proprietario terriero dell’Argentina, attraverso la Compañía de Tierras Sud Argentino S.A. (Ctsa).

Benetton possiede attraverso la compagnia Minsud anche 80mila ettari di concessioni minerarie nelle province di San Juan, Rio Negro Chubut e Santa Cruz. Nel 2007 la comunità di Santa Rosa di Leleque riuscì a ottenere un’ingiunzione per la restituzione di 625 ettari di proprietà della Compagna de Tierras Sud Argentino tra Esquel e El Bolsòn. Nel 2014 proprio grazie alla legge 26.160 venne riconosciuto alla comunità Mapuche il diritto alla proprietà ancestrale.

Un’altra istanza  di restituzione fu emanata nel marzo 2015 a Leleque sempre di proprietà del gruppo Benetton. Una delle argomentazioni usate dai Benetton per negare la fondatezza delle legittime richieste di restituzione delle terre da parte delle popolazioni Mapuche è che questi non sarebbero originari di quelle terre e che loro invece avrebbero diritto per i titoli di proprietà in loro possesso.

Il conflitto si protrae da anni, con un picco nel gennaio scorso quando la polizia chiamata (come spesso è avvenuto) dalla Ctsa intervenne duramente nel Lof catturando il leader Facundo Jones Huala. La famiglia Benetton, tentò in passato di placare la controversia annunciando la donazione di alcune terre, ma i Mapuche non accettarono, reclamando giustamente il diritto ancestrale di proprietà, essendo stati cacciati via con le armi nel lontano 1870.

Non a caso  la Ctsa ha molti scheletri nell’armadio. Originariamente costituita a Londra nel 1889 come The Argentinian Southern Land Company ltd amministrava per conto di grandi latifondisti inglesi le terre che avevano ottenuto come contropartita per il sostegno dato da Londra alla Conquista del deserto.

Fantasmi del passato, della desapariciòn, del genocidio, quel buco nero nella storia, nel quale oggi sembra inghiottito Santiago Maldonado. Chissà se lui, artigiano-attivista con i dreadlocks poteva immaginare tutto ciò.
da qui

domenica 3 settembre 2017

Signori Benetton, dov’è Santiago Maldonado? - Raúl Zecca Castel


Potrebbe essere questa che vedete l’immagine per il lancio della nuova campagna pubblicitaria Benetton: il volto un po’ arruffato di un giovane ragazzo argentino, capelli scompigliati, dreadlock in vista e sguardo penetrante su sfondo nero – monocromo -, proprio come quelli che piacciono tanto al bravo Oliviero Toscani, e poi, immancabile, il logo con il motto della celebre azienda italiana, United Colors of Benetton, divenuto, grazie ad abili strategie di marketing, sinonimo di apertura, multiculturalismo, integrazione tra i popoli e le culture.
Santiago Maldonado si è integrato talmente bene che non lo si trova più. Scomparso nel nulla, anzi, scomparso nei possedimenti patagonici del gruppo Benetton. D’altra parte come non perdersi in 900mila ettari di terra? Già, perché le dimensioni delle proprietà di una tra le maggiori imprese nel mercato dell’abbigliamento mondiale ammontano a tale spropositata cifra solo in America Latina. Un’acquisizione – o meglio, un accaparramento – del valore di 50 milioni di dollari che risale al 1991.
Ma quelle terre non appartenevano allo stato argentino e men che meno alla Argentine Southern Land Company Limited, l’impresa inglese che ne deteneva la proprietà legale già dai primi del ‘900.
Quelle terre appartenevano e appartengono al popolo Mapuche, gli indigeni araucani che vivono in Patagonia da tempi immemorabili, ben prima dell’arrivo dei colonizzatori spagnoli. E, com’è noto, la terra è di chi l’abita. Nessuna legge potrà mai contraddire questo principio universale.
I Mapuche non possono esibire alcun titolo di proprietà riferito a quei terreni. Non ne hanno mai avuto bisogno, né si arrogherebbero mai la presunzione di poter considerare la natura un oggetto da negoziare. Sono il “Popolo (che) della Terra (mapu)”, e per questo rivendicano il diritto ad abitarla come hanno sempre fatto.
Quando il gruppo Benetton si è appropriato dei loro luoghi ancestrali, non ha esitato un momento nel procedere con gli sgomberi forzati di interi villaggi, sfollando le famiglie e sostituendole con quasi 300mila pecore da lana. Le greggi, è proverbiale, son mansuete, ma non i Mapuche, che da allora non hanno smesso di lottare, resistendo e reagendo alle violenze che periodicamente vengono portate avanti contro i loro membri più attivi, spesso arrestati e imprigionati dalle autorità nazionali con l’accusa di terrorismo. È questo il caso di Facundo Jones Huala, leader della Resistenza Ancestrale Mapuche (RAM), che da oltre due mesi è detenuto nel carcere di Esquel, nella provincia di Chubut, per aver promosso e partecipato ad attività di boicottaggio e riappropriazione di terre che ora appartengono a Benetton.
Il 1 agosto 2017, la Gendarmeria Nacional, forza armata direttamente agli ordini del Ministero della Sicurezza del Governo – attualmente presieduto da Mauricio Macri – ha fatto irruzione nella comunità in resistenza Pu Lof, nella stessa provincia di Chubut, dove membri della RAM e vari sostenitori della causa mapuche, stavano manifestando il loro diritto alla terra. L’intervento repressivo dei militari ha disperso la folla indigena a suon di cariche, pallottole di gomma e roghi di abitazioni, senza risparmiare le violenze a donne e bambini.
Santiago Maldonado, un artigiano ventottenne di Buenos Aires, si trovava lì a sostenere la lotta del popolo mapuche. Alcuni testimoni raccontano di averlo visto per l’ultima volta nelle mani della Gendarmeria, ma la stessa arma e il governo smentiscono.
È trascorso un mese esatto dalla sua sparizione.
L’Argentina non ha bisogno di aggiungere un nuovo nome alla macabra lista dei desaparecidos.
Signor Presidente, donde està Santiago Maldonado?
Signori Benetton, dov’è Santiago Maldonado?
Vogliamo una risposta.
Vogliamo Santiago, vivo.



Riproduciamo qui di seguito in traduzione italiana una lettera che Facundo Jones Huala ha rivolto a Santiago Maldonado [Qui in lingua originale]:
Lettera di Facundo Jones Huala a Santiago Maldonado, 26 agosto 2017
GRAZIE, FRATELLO
Grazie. Tutto qui. Ti direi grazie, se potessi averti di fronte a me in questo momento. Grazie infinite, perché non trovo parole più potenti per esprimere la riconoscenza profonda che nutro per il tuo amore alla nostra comunità, per la tua dedizione così disinteressata, per il semplice desiderio e l’arduo lavoro che hai investito nel provare a conoscerci, ma a conoscerci per davvero. Uno sforzo immane, fratellino, che non resterà invano: la tua infinita solidarietà raccoglie in queste ore innumerevoli dimostrazioni di umanità che riaffermano i tuoi diritti insieme ai nostri, diventando un esempio che potrà essere coniugato in tutti i tempi.
La risposta non è su Facebook né in nessun’altro social network: la risposta è nelle mani della Gendarmeria Nazionale.
Sono stati loro a portarti via. Loro ti hanno picchiato. Loro ti hanno sequestrato. E al cospetto di tutto quel giornalismo che trova sempre il modo per guardare dall’altra parte, ancora una volta dico che è tornato il terrorismo di Stato. Perché è così, noi popoli delle origini stiamo urlando già da molto tempo, ma l’eco comincia a sentirsi solo ora e questo lo dobbiamo anche alla tua lotta.
Io sono stato arrestato per la prima volta quando avevo 11 anni. Vivevo a Bariloche e stavo andando a comprare delle cartine geografiche. “Per atteggiamento sospetto”, dissero con l’atteggiamento sospetto proprio di chi sospetta sempre e solo dell’atteggiamento altrui.
A loro non disturbano le nostre “armi”: a loro disturbano le nostre armi politiche.
Loro dispongono di tutto l’arsenale economico, mediatico e simbolico. E noi ci siamo trasformati in nemici quando abbiamo deciso di affrontarli. Ma tu, Santiago, anche senza essere un mapuche, ti sei unito alla nostra comunità abbracciando la nostra causa come se fosse la tua. E il giorno del tuo sequestro i gendarmi vennero con quell’idea fissa che tu già avevi scoperto diversi tempo fa: “Gli indigeni si uccidono”. Questa volta non si sono portati via un indigeno, ma si sono portati via te, che oggi conduci le nostre rivendicazioni dove noi non siamo mai riusciti, perché il nostro destino è sempre tanto silenzioso quanto la nostra storia. Lo dicono i tuoi compagni, lo dice la tua consapevolezza: se lo scomparso fosse un mapuche, quante grida si alzerebbero?
Noi indigeni possiamo scomparire senza che nessuno esca a protestare.
Tu sei venuto per gridare questa verità e nemmeno portandoti via sono riusciti a zittirti.
Non abbiamo avuto modo di condividere il nostro tempo, ma tutti i peñi (fratelli) e le lamien (sorelle) che ti conoscono parlano molto bene di te, rafforzando le parole di questa lettera che scrivo. E allora, anche senza esserci mai conosciuti, posso dire con certezza quanto apprezziamo la tua autenticità: dire quel che pensavi e fare quel che dicevi…
Ne restano pochi, molto pochi, con una simile qualità, quella che ti ha reso imprescindibile. Ma è sufficiente ripercorrere le tue azione per conoscere le tue convinzioni politiche che ora diventano esempio per migliaia, migliaia che potrebbero emularti nella lotta, migliaia che potrebbero diventare altri Santiago.
Quel 1 agosto forse avresti dovuto essere da qualche altra parte, ma le tue convinzioni ti hanno portato da noi, al di là delle regole così chiare della nostra comunità: “se non sei mapuche, non devi esporti mai”. Questo siamo soliti dire, ma tu hai scelto di restare e di appoggiarci fino alla fine, penetrando in profondità nella nostra cultura, un luogo spesso inaccessibile per chi viene da lontano. Le tue decisioni, le tue convinzioni, ci uniscono e ci rendono fratelli in un solo urlo rivolto a tutti gli esseri dotati di umanità nel mondo…
Io non so dove siano il Che, Severino Di Giovanni, Evita, Tupac Katari o Gandhi, ma sicuramente staranno urlando da qualche parte:
Dove cazzo è Santiago Maldonado?!
da qui

sabato 12 marzo 2016

Museo dell'immigrazione a Lampedusa








Attraverso una sua fondazione Benetton aveva mostrato interesse per il nostro percorso con gli oggetti, ma avevamo rifiutato la loro collaborazione,  poco tempo dopo, su Lampedusa, si sono attivati diversi fotografi di Fabbrica che fa capo sempre a Benetton. Hanno cominciato a fare diversi progetti su Lampedusa fotografando anche gli oggetti che noi abbiamo recuperato da anni.
Dinamiche molto complesse a Lampedusa per cui centinaia di giornalisti, attivisti, artisti e chi più ne ha più ne metta si riversano sull’isola e tutti passano da noi, e tutti hanno un progetto. E’ difficile a volte capire a chi fanno capo e gestire la situazione in modo corretto, molto spesso si commettono errori.
Le persone in alcuni casi, si ritrovano in certi meccanismi, anche in buona fede, per questo non abbiamo rancore nei confronti dei fotografi di Fabbrica, con alcuni siamo anche diventati amici. Il nostro “fare” è profondamente politico, anticapitalista e antimperialista. Siamo comunisti anarchici. Spesso ci siamo sentiti usati e inglobbati dal sistema, nostro malgrado e dobbiamo ammettere che questo ci capita ancora.
Ma ora studiamo anche come creare guasti. Ultimamente sono usciti un paio di servizi con i nostri oggetti per Fabbrica, con dinamiche che non stiamo qui a spiegare, abbiamo chiesto un link a questa pagina e da questa pagina vi chiediamo di
BOICOTTARE  BENETTON per le sue politiche di sfruttamento dei lavoratori e dei territori.
Inoltre pubblichiamo uno scritto indirizzato ad una dirigente di una fondazione di Benetton che doveva essere la risposta al NO per la collaborazione con una delle loro fondazioni, poi il No divento molto secco e asciutto. Oggi pubblichiamo lo scritto per l’occasione e di seguito una sintesi della nostra storia con gli oggetti dei migranti:
Buona lettura
Gentile……..
grazie per il Suo interessamento e per la Sua comunicazione. In merito alla possibile “proposta progettuale comune”, proposta di cui La ringraziamo, crediamo che non ci siano le premesse affinché una tale collaborazione possa svilupparsi.
Il progetto del Museo(Oggi PORTOM) è ancora in itinere e, consapevoli della sua ambiziosità, cerchiamo di definirlo giorno per giorno. Quella che cerchiamo però di tener ferma è l’autonomia che un tale percorso dovrà immancabilmente avere: autonomia finanziaria ed economica (cosa di certo non facile specie in tempi del genere) ma soprattutto autonomia politica. Consideriamo il fenomeno migratorio come qualcosa che va inserita nel più ampio scenario dell’economia capitalistica globalizzata. Rifiutiamo le concezioni pietistiche e umanitariste con cui troppo spesso i fenomeni migratori vengono rappresentati: rappresentazioni che costituiscono, con il loro effetto di dissimulazione emotiva, uno degli strumenti con cui le politiche migratorie degli ultimi anni sono state, nei fatti, portate avanti.
Si diceva dell’autonomia politica: autonomia politica significa non solo poter sostenere una posizione quale quella appena esposta, ma anche poter decidere con chi, conseguentemente, costruire percorsi comuni e condivisi. Non riteniamo, con tutto il rispetto, che la fondazione che Lei rappresenta possa dunque divenire un partner per il nostro percorso. Il legame con il Gruppo Benetton già da solo basterebbe a giustificare il nostro rifiuto. Si tratta infatti di una grande multinazionale dell’abbigliamento, grande proprietaria terriera in Argentina, a danno delle popolazioni Mapuche, coinvolta negli strutturali processi di esternalizzazione della produzione laddove il lavoro vivo è più docile e a basso costo. Le stragi come quelle di Dacca, in Bangladesh, sono solo le più evidenti manifestazioni, le più appariscenti e mediaticamente circolanti escrescenze, di uno sfruttamento e di una distruzione quotidiani, costanti, che giorno per giorno i grandi attori del capitalismo mondiale, come Benetton per l’appunto, perpetuano. Le grandi migrazioni di cui Lampedusa è teatro involontario e di cui il Museo vorrebbe essere testimonianza, si originano proprio dall’operato dei tanti Benetton che operano nel mondo. La stessa idea di “responsabilità sociale dell’impresa” riteniamo che sia una, senza dubbio fine ma ipocrita, politica culturale del capitale contemporaneo; con questa politica culturale, con il suo appeal gestito da adeguate strategie di marketing, si provano a legittimare le politiche di perdita di sovranità degli stati e il sempre maggiore ruolo egemonico dei gruppi privati multinazionali nella governance di intere società.
Le migrazioni massicce contemporanee riteniamo che siano innescate da cause quali il neo-colonialismo e l’imperialismo con le sue politiche belliche dissennate. Dunque, a partire dal definirsi degli equilibri di potere dominanti, grandi masse umane, private della possibilità di autodeterminarsi, sono costrette a diventare parte di un ingranaggio di marginalizzazione; divengono il nuovo esercito di manodopera di riserva, sfruttata, clandestina e ricattabile, funzionale alla deregolamentazione turboliberista del mondo del lavoro che, siamo certi, difficilmente troverebbe in Benetton Group o nella Fondazione Unhate dei possibili oppositori. Nuove subalternità migranti, allora, che si accostano a quelle più “classiche” o “stanziali” e che definiscono la nuova galassia dell’esclusione sociale globale del XXI secolo. I migranti insieme con i precari disoccupati, con i pescatori di Lampedusa senza più pesce per lo sfruttamento intensivo dei mari, insieme con i Mapuche in Argentina in lotta per le loro terre, senza dimenticare i lavoratori sfruttati dalle multinazionali che esternalizzano.  Secondo noi i migranti che passano da Lampedusa e che poi si avviano al loro sfruttamento in Europa, hanno più in comune con i Mapuche privati delle loro terre o con i lavoratori del Bangladesh, di quanto  possano avere con le fondazioni del capitalismo più o meno filantropico, con la sue reti di think tank  e di comunità epistemiche.
Per concludere, un’ultima precisazione che forse può essere utile a meglio chiarire la nostra posizione, ovviamente nel pieno e sacrosanto rispetto reciproco dei rispettivi percorsi. Tra gli obiettivi della Fondazione, oltre che nel suo stesso nome, compare il rifiuto dell’odio. Meritoria e difficilmente criticabile aspirazione, beninteso. Ma Le possiamo assicurare che in un bilancio di tanti anni di tragica e criminale “gestione” migratoria, difficilmente sarebbe possibile imputare alcune delle responsabilità politiche più evidenti a qualsivoglia sentimento di odio. Siamo infatti di fronte ad un dispositivo politico-economico lucido e pianificato, che una volta avviato gode di una inerzia e di una cogenza tali da rendere del tutto ininfluenti le convinzioni o le emozioni di quanti entrano a farvi parte. Solo un’alternativa politica può spezzare quell’inerzia, non certo un sentimento.
Il mondo potrebbe anche trabocccare d’amore, ma in presenza di dispositivi quali quelli che generano, gestiscono e capitalizzano le migrazioni, nulla verrebbe a modificarsi.
Del resto la rappresentazione main stream tracima di buoni sentimenti, di amore, di umanitaristico sdegno e  di commozione riguardo a quegli stessi migranti che, se non muoiono salvandosi così dalla macina dei buoni sentimenti post mortem, devono solo finire nel tritacarne oggettivo dello sfruttamento. Intendiamo dire che il rifiuto dell’odio, le professioni di amore e di umanitario imperativo morale, costituiscono già ora uno degli assi portanti del “discorso” e della rappresentazione dominanti del fenomeno. Assi che definiscono qualcosa di non molto diverso dal “fardello dell’uomo bianco” di kiplinghiana memoria.
Insomma sulle reali sorgenti delle attuali forme di “gestione” delle migrazioni, l’odio e la discriminazione c’entrano tanto quanto possono entrarci
nei dispositivi di sfruttamento della manodopera esternalizzata di una multinazionale come Benetton o come tante altre. Cioè praticamente nulla.
Ringraziandola per il Suo interessamento e per la cortese proposta La salutiamo cordialmente


qui il sito del museo

qui il sito di Askavusa