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mercoledì 1 luglio 2026

Viviamo un'epoca che scombina il nostro modo di vedere le cose – Paolo Desogus

Viviamo un'epoca che scombina il nostro modo di vedere le cose, un'epoca che richiede uno sforzo interpretativo nuovo. Emblematico è il caso della Chiesa cattolica. Come probabilmente anche quella di molti di voi, la mia è una formazione puramente laica e di sinistra. Devo però riconoscere qualcosa che non avrei mai potuto immaginare. Il mio mondo, un mondo in disfacimento, giustamente sotto accusa, il mio mondo per l'appunto laico e di sinistra, che spesso si è voluto autorappresentare come l'espressione migliore della modernità, anzi come l'unico luogo detentore della buona modernità, è decisamente più indietro di ciò che esprime la Chiesa di Leone XIV.

So benissimo che con questa affermazione mi sto giocando la stima di tutti quelli che agevolmente possono farmi l'elenco dei tanti temi etici e civili su cui il Vaticano è indietro. Non c'è dubbio che sia così e personalmente resto convito della giustezza delle scelte laiche. Detto in altre parole: resto quello che sono sempre stato, un uomo di sinistra, culturalmente materialista, cioè del materialismo storico, che con la religione ha solo un rapporto di tipo intellettuale e non spirituale.

Il punto che voglio porre è però un altro. Sulle grandi questioni del presente, sui grandi conflitti geopolitici, su ciò che minaccia l'essere umano e persino sul capitalismo, la cultura da cui vengo esprime oggi una lettura della realtà decisamente più arretrata, per non dire pavida.

Prendiamo la testimonianza di Pizzaballa su Gaza. Non c'è denuncia o grido di dolore più profondo, pieno e autorevole di quello che il Patriarca di Gerusalemme ha espresso sul genocidio. Alla premiazione organizzata da Limes, non ha avuto nemmeno bisogno di usare grandi parole. Non deve servirsi di termini feticcio o di argomentazioni particolari, come purtroppo devo fare anche io per sforzarmi di essere credibile. Pizzaballa si è limitato a evocare "l'odore di Gaza", l'odore di morte che Israele e i suoi complici, tra cui l'Italia, ha prodotto negli ultimi tre anni.

Stesso discorso vale per il Papa. In una recente dichiarazione, sulla scia di Francesco, ha affermato che l'Europa vive solo di opportunismo. Ha dichiarato che la sua ideologia è puramente economicistica, che tra le tante cose vuol dire che intimamente non crede in nulla: è nichilista. Non ha preso alcuna decisione contro Israele e, ha aggiunto, contro gli Stati Uniti. Non si è limitato a citare lo stato ebraico. Ha esplicitamente messo sotto accusa anche gli Stati Uniti: non Trump, come un po' furbescamente fa la stampa nostrana, ma lo stato americano nel suo complesso, consapevole che quello che sta accadendo non è frutto di una contingenza elettorale, ma è storica: radicata nelle cose.

Giuro, non avrei mai immaginato un rovesciamento del genere. La cultura di sinistra, che certamente in Italia ha espresso la parte migliore del paese, almeno in una certa fase, oggi non è minimamente in grado di manifestare una simile fermezza politica e morale. Resta attaccata a un'idea di modernità del tutto compromessa con i mali attuali, incapace dunque di rinnovarsi, di essere spregiudicata. La sua parola non ha vera autorevolezza, non ha pienezza di significato. I suoi ragionamenti sono intrisi di opportunismo, di economicismo. Non c'è nella sinistra attuale un'autentica passione per i subalterni, e dunque compassione per il loro dolore, per il loro dramma di vinti. Non c'è nei suoi pensieri alcun reale desiderio di riscatto. Possiamo fare tutti i ragionamenti sui sondaggi, tutte le analisi politiche, tutti i calcoli, ma senza questa connessione reale con i sentimenti concreti di chi oggi subisce la sopraffazione del grande capitale e dei suoi attori criminali non andremo da nessuna parte. La nostra parola resterà vuota, pura esteriorità.

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martedì 30 giugno 2026

Il Vaticano contro l’Europa: “Doppi standard sui conflitti” - Alessia Grossi

Un j’accuse sfuggito quasi a tutti. Dai media internazionali fino ai diretti interessati. Eppure l’occasione era quella più unica che rara del concistoro straordinario dei cardinali convocato da papa Leone XIV per esaminare quella che Prevost ha definito “la cultura del potere” globale che alimenta i conflitti moderni e aprire così una riflessione su come la Chiesa dovrebbe rispondere.

Ebbene, è successo giovedì, ancora prima dell’apertura dei lavori da parte del Pontefice, che tanto scalpore ha suscitato con le sue parole di attacco allo stesso concetto di “guerra giusta”, a detta di Leone invocata troppo spesso per giustificare azioni militari, è accaduto un altro fatto. Esordendo alla conferenza a porte chiuse, il prefetto del dicastero vaticano per la Dottrina della fede (l’ex Sant’Uffizio), Víctor Manuel Fernández, ha scagliato l’accusa più diretta all’Unione europea. Secondo il presule ‘argentino, l’Ue è rea di applicare il diritto internazionale in modo selettivo, legittimando alcune invasioni militari e derubricandone altre a sottocategorie.

Secondo Fernández, custode dell’ortodossia della Chiesa cattolica, i governi applicano sempre più spesso i principi morali e giuridici in base alla convenienza politica piuttosto che a standard universali. La notizia – rilanciata ieri da Politico, il giornale di Bruxelles – anche solo per questo acquista il potenziale di uno scontro diplomatico, dopo quello che già il Pontefice ha innescato a distanza con il vicepresidente Usa, JD Vance, utilizzatore finale proprio del concetto di “guerra giusta” contro l’Iran attaccato dal papa al Concistoro. “Se un Paese è nemico, viene condannato come antidemocratico e sanzionato in vari modi; ma se è un alleato, il fatto che manchi di libertà di espressione, diritti umani o democrazia viene ignorato”, ha denunciato ancora Fernández nel suo discorso iniziale ai cardinali rivolgendosi all’Europa “incoerente in politica estera”. “L’Unione europea, infatti, impone sanzioni economiche a un Paese e invia aiuti finanziari e armi a un altro; eppure non fa lo stesso di fronte ad altre invasioni, persino più gravi, con conseguenze ancora più brutali per intere popolazioni”, ha aggiunto il prefetto. Impossibile non vedere nel primo caso la guerra russo-ucraina e nel secondo gli attacchi di Israele a Gaza e ai Paesi circostanti e quelli di Usa&Israele all’Iran. Per Fernández in questo modo “le contraddizioni suggeriscono che, in pratica, le preoccupazioni si riducono agli interessi politici ed economici delle diverse regioni del mondo” e che “non esiste più un quadro di verità e di valori reale e stabile”. Fernández cita la Russia, gli Stati Uniti e altre potenze che si affidano a generiche rivendicazioni di autodifesa per giustificare interventi militari dall’Ucraina al Medio Oriente, in un’accusa molto puntuale al quadro attuale e lo fa di fronte ai cardinali di tutto il mondo.

L’altra notizia è che a quanto risulta, le osservazioni di Prevost hanno trovato riscontro nel collegio cardinalizio mondiale, e, secondo Politico, al termine dei colloqui il Vaticano ha fatto sapere, in una sintesi delle discussioni, che “molti” dei gruppi di lavoro cardinalizi concordavano sulla necessità di andare oltre la dottrina tradizionale della guerra giusta. Dibattito che anche secondo fonti vaticane non si è esaurito, ma continuerà. Il Papa nel discorso conclusivo infatti ha rilanciato, facendolo proprio, “l’appello unanime che è salito da questo Concistoro”, così da propagarlo ai vescovi, alle Chiese, a tutti i popoli della terra: Dio desidera la pace per ogni nazione e per ogni popolo. Per questo non dobbiamo rassegnarci alla violenza. La violenza non avrà l’ultima parola”. Non a caso, papa Leone ha anche ricevuto in udienza nella stessa settimana del Concistoro non solo Fernández, ma anche monsignor Visvaldas Kulbokas, arcivescovo titolare di Martana, Nunzio Apostolico in Ucraina. È tornato invece a invocare una “pace disarmata e disarmante” di bergogliana memoria, ieri il ministro degli Esteri del Vaticano, Paul Richard Gallagher, che ha presieduto una messa nella cattedrale di Kaunas, in Lituania.

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sabato 18 aprile 2026

Scusate, ma è troppo facile difendere il Papa e poi fare quel che dice Trump - Francesco Cancellato

Non basta definire inaccettabile quel che ha detto il presidente Usa del Papa. Occorre ascoltare quelle parole, prenderne atto e prendere davvero le distanze con “signori della guerra” come Trump e Netanyahu.

Quel che ha detto Trump di Papa Leone sarà pure inaccettabile, ok. Ma ora, per cortesia, ascoltiamo davvero quel che sta dicendo il Papa sulle guerre in atto.

Ad esempio, ascoltiamo bene quel che il Pontefice ha detto ieri a Bamenda, in Camerun, in un territorio devastato da una delle tante guerre civili africane, finanziate molto spesso da grandi potenze non africane, e da cui scappano le persone che noi poi lasciamo morire sui barconi, o che rispediamo a morire nelle prigioni libiche.

Ha detto, il Papa, che “Il mondo è distrutto da una manciata di tiranni”, e che questi “signori della guerra (…) fingono di non vedere che occorrono miliardi di dollari per uccidere e devastare, ma non si trovano le risorse necessarie a guarire, a educare, a risollevare”:

Ogni riferimento agli Stati Uniti d’America non è casuale, viste le recentissime scelte di Trump in materia di budget – 1500 miliardi per la difesa, niente per tutto il resto. Ma perché no anche per l’Italia, che ha promesso a Trump, nel giro di qualche anno, che il budget per la difesa arriverà a superare quelle per l’istruzione – 5% contro 3% del PIL – arrivando a lambire la spesa sanitaria (6,3% del PIL).

Perché no, non bastano un paio di atti simbolici di presa di distanze contro un paio di quella “manciata di tiranni” come Trump e Netanyahu – a proposito: il Papa li ha chiamati proprio così, “tiranni” – per marcare una svolta.

Occorre essere consequenziali fino in fondo, per una volta. Se davvero quel che ha detto Trump sul Papa è inaccettabile, allora cominciamo davvero a rimettere i soldi su suola e sanità, a ricostruire istituzioni di pace e cooperazione anziché distruggerle, e a chiamare pure noi i tiranni col loro nome.

Altrimenti, scusate, ma di inaccettabile c’è solo la nostra ipocrisia.

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sabato 27 settembre 2025

Il Papa soffre, si addolora, invita, esorta ma non si pronuncia sul genocidio - Paolo Farinella

  

Non abbiamo dovuto aspettare molto per capire che la vocazione di pompiere gli è congeniale

Come lo stesso card. Robert Prevost ha voluto sottolineare pomposamente apparendo al balcone con la mozzetta rossa, residuato storico della clamide imperiale, simbolo della dignità dell’imperatore d’Occidente e di Oriente (Roma e Bisanzio/Costantinopoli), il papa neoeletto volle che lo chiamassimo «Leone», nell’ordine il quattordicesimo. Il riferimento compiaciuto era per il suo predecessore Leone XIII, che, per la vulgata abborracciata, fu il papa della modernità con l’enciclica Rerum Novarum del 1891, con cui, a malincuore, il papa prendeva atto che il mondo gli era scappato di mano e bisognava prendere per le corna la «questione operaia», altrimenti altri se ne sarebbero appropriato e la Chiesa ci avrebbe fatto, ancora una volta, la figura del fossile pachiderma, incapace di vivere i tempi che attraversa.

Il papa americano-peruviano-italo-franco-spagnolo intravede nella Intelligenza Artificiale un’altra questione epocale, spartiacque che attraversa gli interessi della Chiesa (mo’ me la segno!). Volle chiamarsi Leone XIV solo per questa ragione. Lui si applaudì da solo, gli americani erano contenti di avere un meticcio, ma abbastanza bianco da non sfigurare come papa, “vestito di bianco” con un tocco rosso che dona sempre e gli altri cardinali si accodarono perché capirono subito che non sarebbe mai stato la riedizione di Francesco. Francesco arrivò dopo 800 anni del primo Francesco, e noi, ora, per vederne un altro, bisognerà aspettare la fine del mondo (per altro, abbastanza vicina, con gli scuri di luna che vi sono in giro).

 

All’inizio, io stesso lo accolsi con beneficio d’inventario e dandogli il credito che si merita un nuovo cliente, salvo cambiamenti in corso d’opera. Non abbiamo dovuto aspettare molto per capire che la vocazione di pompiere gli è congeniale. D’altra parte, è un “figlio di Sant’Agostino” (autocertificazione sua), uno che, essendosi buttato tutto a destra con Platone (sec. V-IV a.C.), mediato da Plotino (sec. III a.C.) per i quali la materia è brutta e cattiva, mentre solo l’anima è bella e affascinante, tanto da condannarla alla perpetua prigionia a vita nel corpo mortale di esseri spregevoli. Ci vollero otto secoli perché ad Agostino rispondesse per le rime uno come Tommaso d’Aquino (sec. XIII). Leone si crede Mosè nel Mare Rosso dell’epopea dell’IA con l’intenzione di affrontare rischi e montagne russe del cambiamento d’epoca.

Purtroppo, i suoi sogni (e pure i nostri) si sono infranti subito con la realtà che è più intelligente di qualsiasi artificiale intelletto. Appena eletto, si trovò davanti calda di sangue fresco e giovane, anzi infantile, il palcoscenico mondiale dove si rappresentava, in prima assoluta, GAZA, PLEASE! opera unica di Benjamin Netanyahu, del suo governo e dei governi di due terzi del mondo che lo appoggiano “perché paese democratico” (sic!), tra cui gli Usa trumpisti, un altro modello di democrazia al barbecue.

Invece di affacciarsi al balcone per dire soltanto: “Io vado a Gaza e parto oggi stesso; chi vuole venire con me? Andiamo per mare fino all’altezza di Gaza, poi viriamo a sinistra (almeno una volta nella vita, tanto per togliersi lo sfizio) e attracchiamo sulla spiaggia. Poi si vedrà! Nossignori. Il Leone ha deciso di non telefonare nemmeno alla parrocchia della Sacra Famiglia di Gaza, a cui papa Francesco telefonava tutte le sere, alle ore 19:00 per sorridere e parlare con gli ospiti rintanati lì.

 

Il Leone è prigioniero del galateo diplomatico, e quindi se ne andò non a Gaza, ma, come Annibale agli ozi di Castelgandolfo. Gli sforzi da ernia che ha fatto sono stati “implorare la fine delle guerra; provo un grande dolore per Gaza; ai capi di Stato dico: non fate i birichini” e, dulcis in fundo, ma proprio in fundo: “La santa Sede non intende, per ora, chiamare ‘genocidio'” il ‘genocidio’ che si sta consumando sulla pelle dei martiri moderni, come avvenne nella Shoàh ebraica nei campi di sterminio nazisti, dei bambini, delle bambine, dei vecchi e delle donne e di disperati di Gaza. Il papa è capo di stato e quindi non gli si addice usare un linguaggio di verità, perché la “diplomazia è l’arte di dire bugie con stile ed educazione”.

Dopo che qualcuno, ma dopo un secolo e mezzo, deve avergli detto che tutto il mondo si aspettava un segno da lui, bontà sua, si è lasciato scappare: “Andrò a Lampedusa”. Non si capisce la logica perché poteva anche andare alle Bermude, alle Settechelles o ad Arzachena o Calangianus in Sardegna… l’ospitalità l’avrebbe avuta lo stesso con un bicchierino di “Filu ‘e ferru” e non avrebbe corso rischi di sporcare la mantelletta rossa. Il popolo è molto più avanti, anche 550 preti di 21 nazioni abbiamo deciso di chiamarsi “Preti contro il genocidio” (massiccio e travolgente 1,2% in tutto il mondo). Il papa non si pronuncia, ma soffre, si addolora, invita, esorta, supplica e… fa l’americano. Forse, se avesse riflettuto qualche secondo in più, avrebbe fatto meglio a chiamarsi Leoncello I, tenero cucciolotto.

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venerdì 12 settembre 2025

Due potenti e un genocidio - Paola Caridi, Tomaso Montanari

«Il Sommo Pontefice, Sovrano dello Stato della Città del Vaticano, ha la pienezza dei poteri legislativo, esecutivo e giudiziario». L’articolo 1 della Legge fondamentale dello Stato della Città del Vaticano esprime in forma ufficiale ciò che resta del potere temporale dei papi. È l’ultima traccia di quella doppia natura del papato, autorità religiosa e morale da una parte, signoria mondana dall’altra. Questa doppia natura, ci si è sempre chiesti, è coerente col comandamento del Signore circa l’essere «nel mondo, ma non del mondo», o invece non lega i successori di Pietro alla logica dei principati e dei regni, quelli che il diavolo promette a Gesù nelle tentazioni, ritenendoli suoi? In altre parole, il papa-sovrano che accetta la logica del potere mondano è il san Pietro che ama il Signore, o quello che lo tradisce?

A questa discussione secolare, papa Francesco aveva dato una risposta scardinante: quella della profezia. Un papa non secondo il mondo, ma secondo il Vangelo: capace di spiazzare ogni suo interlocutore perché la profezia e la potestà papale non avevano forse mai coinciso, nella storia bimillenaria della Chiesa. Il suo parlare era sì, sì, no, no: così contravvenendo alla prima regola del potere terreno, quella di una sistematica menzogna. Leone XIV non è, con ogni evidenza, un profeta: con lui il papato torna nell’alveo ordinario dell’esercizio del potere. Fin qui, purtroppo, nulla di strano: ‘strano’ era Francesco.

Ma l’udienza concessa al capo dello Stato di Israele, Isaac Herzog, non è ordinaria nemmeno per la tradizione spregiudicata del potere papale: non ha la prudenza né la saggezza. La bandiera israeliana nel cortile di San Damaso, gli onori militari resi dalla Guardia svizzera, la stretta di mano davanti ai fotografi, lo scambio dei doni, il tenore del comunicato stampa: ognuna di queste cose è uno scandalo (cioè, letteralmente, una pietra d’inciampo: specie per i cristiani). Perché Herzog rappresenta uno stato genocida: e papa Francesco – in sintonia con la scienza giuridica e la coscienza del mondo – chiamava ‘genocidio’ quello in corso a Gaza. E le parole e le azioni personali del presidente sono tra le prove del genocidio. Fu Herzog, tra l’altro, a dire: «è un’intera nazione là fuori che è responsabile. Questa retorica sui civili non consapevoli, non coinvolti, non è assolutamente vera». È a questo che papa Leone ha dato legittimità morale: quella stretta di mano è una assoluzione in mondovisione.

Nella ‘giornata particolare’ in cui Hitler venne a Roma, nel 1938, Pio XI fece sbarrare financo i Musei Vaticani, e si ritirò a Castel Gandolfo. Il sovrano pontefice rendeva evidente il suo sdegno nei confronti di chi si apprestava a compiere il genocidio della Shoah. La scala era tale, che non si poteva tacere: il Vangelo prendeva il sopravvento sulla ragion di Stato, in una scheggia di profezia. E ora?

Alla fine dell’incontro, Herzog ha tra l’altro detto: «L’ispirazione e la leadership del Papa nella lotta contro l’odio e la violenza e nella promozione della pace in tutto il mondo sono apprezzate e fondamentali. Attendo con interesse di approfondire la nostra cooperazione per un futuro migliore all’insegna della giustizia e della compassione». Un abbraccio mortale, sul piano morale. Aver permesso al capo dello stato genocida di Israele di mentire così efferatamente, e di farlo sulla tomba di san Pietro, è una macchia, grave, che rimarrà sulla storia della Chiesa.

E il punto di vista del papa, affidato a un comunicato ufficiale della Sala stampa della Santa Sede, lascia interdetti: «Nel corso dei cordiali colloqui con il Santo Padre e in Segreteria di Stato, è stata affrontata la situazione politica e sociale del Medio Oriente, dove persistono numerosi conflitti, con particolare attenzione alla tragica situazione a Gaza. Si è auspicata una pronta ripresa dei negoziati affinché, con disponibilità e decisioni coraggiose, nonché con il sostegno della comunità internazionale, si possa ottenere la liberazione di tutti gli ostaggi, raggiungere con urgenza un cessate-il-fuoco permanente, facilitare l’ingresso sicuro degli aiuti umanitari nelle zone più colpite e garantire il pieno rispetto del diritto umanitario, come pure le legittime aspirazioni dei due popoli. Si è parlato di come garantire un futuro al popolo palestinese e della pace e stabilità della Regione, ribadendo da parte della Santa Sede la soluzione dei due Stati, come unica via d’uscita dalla guerra in corso. Non è mancato un riferimento a quanto accade in Cisgiordania e all’importante questione della Città di Gerusalemme. Nel prosieguo dei colloqui, si è convenuto sul valore storico dei rapporti tra la Santa Sede e Israele e sono state affrontate anche alcune questioni riguardanti i rapporti tra le Autorità statali e la Chiesa locale, con particolare attenzione all’importanza delle comunità cristiane e al loro impegno in loco e in tutto il Medio Oriente, a favore dello sviluppo umano e sociale, specialmente nei settori dell’istruzione, della promozione della coesione sociale e della stabilità della regione». Cordiali colloqui con il garante di un genocidio in corso? Rispetto del diritto umanitario, e non del diritto internazionale? Aiuti solo nelle zone «più colpite»? Israele che garantisce un futuro al popolo che sta massacrando, nel più terribile colonialismo, e in spregio alle sanzioni dell’Onu? Nessuna presa d’atto che i ‘due stati’ sono ormai impossibili per il furto di territori perpetrato dai coloni israeliani? E, soprattutto, come è possibile chiamare ‘guerra’ un genocidio? Questa non è diplomazia, questo è un tradimento morale di proporzioni enormi.

Gaza è più sola, la Santa Sede più debole e meno credibile. Solo Israele trae vantaggio da questa visita, che rimarrà come una pagina nera: come il Giovanni Paolo II ospite di Pinochet. E anche peggio, perché il genocidio di Gaza è un evento spartiacque nella storia umana, come si vedrà presto.

È mancata la prudenza, è mancata la semplicità («siate prudenti come serpenti, semplici come colombe», comanda il Signore ai suoi). È mancata la parresia ed è mancata la carità. Pochi giorni fa, suor Giovanna della Piccola Famiglia dell’Annunziata, fondata da Giuseppe Dossetti, si era detta profondamente addolorata nel «vedere una Chiesa quasi silente» su Gaza, e aveva chiesto ai religiosi e alle religiose di andare «in piazza San Pietro, con cartelli semplici, diretti, che chiedano al Papa di muoversi: di andare a Gaza; di condannare pubblicamente Israele; di lanciare appelli incessanti perché i Paesi occidentali si mobilitino per fermare il genocidio».

Domandiamoci ancora: il papa-sovrano che accetta la logica del potere mondano è il san Pietro che ama il Signore, o quello che lo tradisce? La risposta è arrivata: con papa Leone XIV, la Chiesa del potere torna ad essere «del mondo». Ed è nella Chiesa di suor Giovanna, la Chiesa dei senza potere, che, «nel mondo», rimane accesa la fiammella del Vangelo.

Singolare, peraltro, la parabola del presidente israeliano.

“Il percorso che lo ha portato dall’essere un pilastro del partito laburista centrista israeliano sino a diventare un apologeta di una guerra brutale che ha ucciso oltre 65.000 palestinesi e ha portato la Striscia a condizioni di fame sempre più gravi, è davvero sorprendente”, dice ad esempio con estrema durezza sul Guardian uno dei giornalisti che meglio conosce la regione, Peter Beaumont, forte di un’esperienza di decenni. La durezza di Beaumont su Isaac Herzog è amplificata anche dal fatto che il presidente israeliano ha in programma di visitare il Regno Unito. Un’altra tappa – oltre quella in Vaticano – inserita in una offensiva diplomatica che a qualcosa, per Tel Aviv, deve pur servire. Un’offensiva inusitata, in pieno genocidio.

A cosa serve il periplo occidentale di Herzog? A far probabilmente masticare e digerire, ai governanti occidentali che non hanno l’abilità politica di fermare Israele, l’ipotesi dell’espulsione dei palestinesi da Gaza.  E nel caso vaticano, a far digerire l’espulsione della comunità cristiana da Gaza, nonostante la presa di posizione comune – e contraria formalmente all’espulsione – del patriarca latino Pierluigi Pizzaballa e del patriarca greco-ortodosso Teofilos. I rapporti tra Vaticano e Israele non mai stati semplici, da sempre, ma ora c’è un genocidio. E la Santa Sede non può continuare ad agire come prima, quando le frizioni e le pressioni avevano come campo d’azione le questioni fiscali e dell’educazione. Ora c’è un genocidio e il tentativo di portare a compimento la Grande Israele. C’è la piccola comunità palestinese di fede cristiana che non vuole andarsene dalla parrocchia di Gaza, e c’è la Collina del Papa. La Collina del Papa, di cui nessuno parla, e che è invece l’ultimo ostacolo al compimento del distacco forzato di Gerusalemme dalla Cisgiordania, dopo l’ultima ruberia: quella attuata dal ministro Bezalel Smotrich con la colonia da costruire in zona E1, staccando cioè Ramallah da Betlemme. La Collina del Papa, donata da re Hussein di Giordania a papa Paolo VI, è l’ultimo lembo rimasto a impedire la conquista definitiva da parte di Israele. Cosa succederà ora? Verrà ceduta?

L’ipotesi dell’espulsione dei palestinesi cristiani da Gaza (crimine a sua volta) che serpeggia con sempre maggior forza dietro le quinte, e che troverebbe in Herzog l’unico esponente israeliano con qualche chance dal punto di vista diplomatico. Benjamin Netanyahu ha un mandato di cattura emesso dal più alto tribunale internazionale che si occupa dei crimini commessi da individui, la Corte Penale Internazionale. Su Herzog non pende un mandato di cattura, almeno per il momento, ed è dunque colui che può più impegnarsi in un’offensiva diplomatica che la prossima settimana lo porterà nel Regno Unito. Questo non significa, però, che Herzog possa chiamarsi fuori dal genocidio che Israele sta compiendo sui palestinesi. È il presidente, la più alta carica dello stato. Appoggia le decisioni del governo, come ha confermato nel suo discorso più recente.

“Non c’è dubbio che in questa campagna militare siano state prese decisioni coraggiose e importanti in materia di sicurezza dalla leadership politica, che detiene l’autorità e le cui decisioni vengono attuate dal livello esecutivo”,  ha detto, pochi giorni fa a Gerusalemme, alla cerimonia per lo Israel Defence Prize. Un colpo al cerchio e un colpo alla botte, a dire il vero. È l’esecutivo che decide la campagna militare. E un presidente sta a guardare?

È in parte il gioco che ha fatto Herzog, figlio dell’aristocrazia sionista che ha fondato lo stato di Israele. Presidente figlio di presidente, una vita tutta dentro il partito laburista, almeno sino alla consunzione di un partito su cui si era retta la storia israeliana. Herzog è questo, cioè quello che si legge in tutte le biografie. È anche, però, colui che è stato eletto a stragrande maggioranza, alla prima votazione, con 87 voti sui 120 membri della Knesset, in un momento di crisi estrema di Israele. Era l’inizio di giugno del  2021, e Netanyahu aveva perso per pochissimo le elezioni. Ed è vulgata comune che Herzog – proprio Herzog, il laburista soft e gentile, è stato eletto, con la forza dei numeri e dell’aritmetica, con il fondamentale contributo dei voti del Likud di Netanyahu.

La politica interna israeliana è complicata. E così Herzog deve a Netanyahu la sua elezione, ed è apparso tutto chiaro nei primi nove mesi del 2023, in cui il sesto governo guidato da Bibi Netanyahu, con il fondamentale appoggio dell’estrema destra, ha tentato il golpe giudiziario.  Herzog non ha fermato Netanyahu, nonostante alcune dichiarazioni contro la ‘riforma’ (il coup) giudiziaria che avrebbe distrutto l’architettura sionista di Israele. E dopo il 7 ottobre, ha sostenuto la linea Netanyahu (se linea c’è stata), andando anche oltre.

Quella famigerata e oscena firma, con un pennarello, delle bombe che sarebbero state sganciate su Gaza dicono due cose di Herzog. L’assoluta imperdonabile distanza tra un gesto (e tutti ricordiamo il sorriso sul suo volto mentre firmava) e l’effetto devastante, criminale delle bombe sui palestinesi a Gaza. E l’adesione totale a ciò che in Israele la maggioranza pensa, non solo dal 7 ottobre. Che i palestinesi siano tutti responsabili di tutto: un corpo unico che è responsabile di non essersi arreso, soprattutto. Di non aver lasciato campo libero alla “affermazione” dello stato sionista sulla terra di Palestina. Solo così si può interpretare l’altro gesto, l’altra frase imperdonabile e oscena. Tanto imperdonabile da essere andata a finire nel dossier che il Sudafrica ha presentato contro Israele alla Corte Internazionale di Giustizia nel dicembre 2023, accusandolo di rischio genocidiario.

È “l’intera nazione palestinese a essere responsabile”, aveva appunto detto Herzog.  Colpa collettiva, punizione collettiva. E neanche la retromarcia che fece Herzog gli toglie la responsabilità di aver sempre appoggiato il governo israeliano, non solo a Gaza, ma anche sulla Cisgiordania. Dicendo, in sostanza, ciò che tutti sapevamo, sulla posizione laburista, la posizione di un partito che, al governo sino al 1977, è stato il primo a dare il via libera alle colonie illegali israeliane in Cisgiordania. Ora, dopo tanti decenni di costruzioni, occupazione, apartheid, distruzione del paesaggio palestinese della Cisgiordania, Herzog dice anche che lo smantellamento delle colonie illegali e il ritiro dei 700mila israeliani che ci vivono non è realistico. Dunque? Realistica l’annessione della Cisgiordania a Israele? Realistico il voto della Knesset contro qualsiasi ipotesi di Stato palestinese?

Questo è il protagonista dell’offensiva diplomatica israeliana, il presidente Isaac Herzog. Colui a cui papa Leone ha stretto la mano e accolto con tutti (tutti) gli onori possibili.

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