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venerdì 25 ottobre 2024

L’esperienza del linguaggio è un’esperienza politica - Giorgio Agamben

 

In che modo sarebbe possibile cambiare veramente la società e la cultura in cui viviamo? Le riforme e persino le rivoluzioni, pur trasformando le istituzioni e le leggi, i rapporti di produzione e gli oggetti, non mettono in questione quegli strati più profondi che danno forma alla nostra visione del mondo e che occorrerebbe raggiungere perché il mutamento fosse davvero radicale. Eppure noi abbiamo quotidianamente esperienza di qualcosa che esiste in modo diverso da tutte le cose e le istituzioni che ci circondano e che tutte le condiziona e determina: il linguaggio. Abbiamo innanzitutto a che fare con cose nominate, eppure continuiamo a parlare a vanvera e come capita, senza mai interrogarci su che cosa stiamo facendo quando parliamo. In questo modo è proprio la nostra originaria esperienza del linguaggio che ci rimane ostinatamente nascosta e, senza che ce ne rendiamo conto, è questa zona opaca dentro e fuori di noi che determina il nostro modo di pensare e di agire.
La filosofia e i saperi dell’Occidente, confrontati con questo problema, hanno creduto di risolverlo supponendo che ciò che facciamo quando parliamo è mettere in atto una lingua, che il modo in cui il linguaggio esiste è, cioè, una grammatica, un lessico e un insieme di regole per comporre i nomi e le parole in un discorso. Va da sé che ciascuno sa che, se dovessimo ogni volta scegliere consapevolmente le parole da un vocabolario e metterle altrettanto coscienziosamente insieme in una frase, noi non potremmo in alcun modo parlare. Eppure, nel corso di un processo secolare di elaborazione e di insegnamento, la lingua-grammatica è penetrata dentro di noi ed è diventata il potente dispositivo attraverso il quale l’Occidente ha imposto il suo sapere e la sua scienza su tutto il pianeta. Un grande linguista ha scritto una volta che ogni secolo ha la grammatica della sua filosofia: sarebbe altrettanto e forse più vero il contrario, e cioè che ogni secolo ha la filosofia della sua grammatica, che il modo in cui abbiamo articolato la nostra esperienza del linguaggio in una lingua e in una grammatica determina fatalmente anche la compagine del nostro pensiero. Non è un caso che l’insegnamento della grammatica si faccia nella scuola elementare: la prima cosa che un bambino deve apprendere è che quello che fa quando parla ha una certa struttura e che a quell’ordine deve conformare la sua ragione.
È dunque solo nella misura in cui riusciremo a mettere in questione questo assunto fondamentale, che una vera trasformazione della nostra cultura diventerà possibile. Dobbiamo provare a ripensare da capo che cosa facciamo quando parliamo, calarci in quella zona opaca e interrogarci non sulla grammatica e il lessico, ma sull’uso che facciamo del nostro corpo e della nostra voce mentre le parole sembrano uscire quasi da sole dalle nostre labbra. Vedremmo allora che in quest’esperienza ne va dell’apertura di un mondo e delle nostre relazioni con i nostri simili e che, pertanto, l’esperienza del linguaggio è, in questo senso, la più radicale esperienza politica.
 

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sabato 3 giugno 2023

Il Metaverso - Roberto Paracchini

 


Prima storia: il disegno “Mani che disegnano” dell’incisore Maurits C. Escher (1898-1972) è una delle sue opere più famose che rappresenta due mani sopra un foglio puntellato su un tavolo da disegno che mostra due mani, ognuna impegnata a disegnare l’altra.

 Seconda storia, raccontata dall’antropologo Gregory Bateson (1904-1980): siamo nella zoo di San Francisco, due giovani scimmie combattono tra di loro, ma non si feriscono; guardando meglio si nota che è un combattimento simulato, un gioco.

 Si tratta di due eventi molto diversi tra loro ma che raccontano un qualcosa di straordinario su cui ruota gran parte della riflessione filosofica e scientifica contemporanea. Quale delle due mani disegna l’altra? E come fanno le scimmie a capire che devono giocare e non combattere? Entrambi in qualche modo creano una specie di forbice o di distanza contradditoria tra le apparenze o, se si preferisce, un modo immediato di vedere il mondo e un livello di realtà più profondo.

 Queste storie, assieme a tante altre, sono prese come esempi da Silvano Tagliagambe nel suo bello e denso libro “Metaverso e gemelli digitali. La nuova alleanza tra reti naturali e artificiali” (Mondadori Università). Tagliagambe, già professore ordinario di filosofia della scienza (ha insegnato a Pisa, Cagliari, Roma La Sapienza e Sassari), è un filosofo difficile da classificare per la vastità di competenze e interessi. Di certo meraviglia ogni volta per la sua capacità di interconnettere settori del sapere considerati lontani tra loro come la psicologia analitica e la meccanica quantistica, ad esempio, e più in generale per l’abilità teorica nel vedere gli inscindibili legami tra cultura umanistica e cultura scientifica.   

 Ma che cosa centrano i due esempi citati col metaverso? Andiamo per gradi e facciamoci aiutare da un barbiere, amico del matematico Bertrand Russell (1872-1970), che ha la particolarità di radere la barba di tutti coloro che nel suo paese non si radono da soli. Tutto bene sinchè non arriva Russell a chiedere al barbiere: “E a te, amico mio, chi ti rade? Non puoi certo farlo tu visto che radi solo chi non si rade da solo; e se ti radi da te, vuol dire che non appartieni più al gruppo di persone che non si radono da soli”. In pratica un serpente (logico) che si mangia la coda.

 Che cosa è capitato? Che il linguaggio con cui si è parlato e descritto il barbiere, detto “linguaggio oggetto”, si trova sullo stesso piano del linguaggio con cui lo si vuole analizzare, detto “metalinguaggio”. Quest’ultimo, infatti, dovrebbe stare sopra, al di fuori dei confini del primo: su un piano concettuale differente. E questo, per Russell, crea un problema irrisolvibile: uno scarto che impedisce la chiusura del ragionamento: “Questo scarto – sottolinea Tagliagambe – è costituito dallo spazio intermedio, quello dell’insieme dei barbieri” che non appartengono né a chi si rade da solo, né a chi non si rade da solo. Una questione analoga, anche se più sofisticata, Russell la pose nel 1902 anche al matematico Friedrich Frege (1848-1925) provocando un grande patatrac nell’ambito di ricerca logico-matematico. Allora non si sapeva che questa crisi sarebbe stata molto fertile perché in grado di stimolare tante nuove e interessanti ricerche. E così fu che Frege ne uscì moralmente a pezzi: vide dissolversi il suo progetto di rendere i fondamenti della matematica privi di dubbi attraverso la riduzione dell’aritmetica alla logica e in particolare alla teoria degli insiemi. Da parte sua Russell tentò di blindare il linguaggio oggetto con una serie di accorgimenti logici, ma non ebbe molto successo.

 In seguito Bateson, partendo dalla simulazione del combattimento delle scimmie, propose di prendere il toro per le corna: niente separazione netta tra i due piani del linguaggio oggetto e del metalinguaggio, ma loro considerazione in un quadro unitario (olistico). Ammettendo così implicitamente che esiste un piano intermedio che permette l’interconnessione e che risulta decisivo per la comprensione di tantissimi fenomeni. E qui torniamo alla riflessione di Tagliagambe, che sugli spazi intermedi ha molto riflettuto, sottolineando che si tratta di spazi non di separazione ma  di intermediazione e collegamento virtuoso tra gli elementi interessati; e in grado di arricchirli molto con l’apertura di nuove strade conoscitive.

 Eccoci, quindi, al metaverso, ovvero a quel mondo inteso come una “rete massicciamente scalata e interoperabile di mondi virtuali 3D” come recita Matthew Ball, citato dall’autore del libro di cui si parla. Mondi virtuali 3D, prosegue la definizione, “renderizzati in tempo reale”, ovvero in grado di rendere immagini, scritti e suoni immediatamente presenti a chi li cerca tramite particolari procedimenti informatici. Basta provare a cercare ad esempio “Cagliari città” o “gioco del calcio”, e si avranno immediatamente moltissime informazioni visive e non. E non solo, assieme a noi le stesse informazioni “renderizzate” possono fruirle “un numero effettivamente illimitato di utenti e con continuità di dati”, anche un discendente del barbiere di Russell che si trovi al Central Park di New York e abbia un computer con connessione Wifi. In più, oggi il pronipote di quel barbiere può anche giocare con Facebook, Istagram, Twitter, Tic Toc, ecc. ecc., passandoci dentro molto tempo sino ad avere con questi social network un rapporto di vita e di abitazione.

 Mah, se è così, potrebbe dire il pronipote del barbiere, che comincia a capire l’antifona, possiamo ancora dire che il metaverso è solo una mappa o un modello dell’universo fisico? Certamente no, spiega Tagliagambe: “Ne è invece il gemello digitale”, che può essere definito come – e qui ritorna Ball – “una rappresentazione digitale dei dati, dello stato, delle relazioni e del comportamento di una qualunque entità fisica”, si tratti di persona o cosa. In pratica qualunque nostra interazione che avvenga su internet (da una telefonata a una ricerca, a uno spostamento…) lascia diverse tracce che diventano, appunto, il nostro gemello digitale. Ed ancora: dato che le tracce che noi lasciamo sono evidentemente diverse da quello che noi siamo ed anche dal mondo virtuale che le ospita (internet), vuol dire che il gemello digitale è uno spazio intermedio, “d’interazione che fa convergere e coinvolge insieme la dimensione fisica, comunque intesa, e quella virtuale”.

 Se così è, va tratta la logica conclusione che parlare di gemelli digitali “significa che non siamo di fronte a una semplice rappresentazione o simulazione, ma a un flusso bidirezionale di dati che genera un’interconnessione imprescindibile tra le due dimensioni”.

 Forse senza volerlo, col gemello digitale l’essere umano ha ricreato un corto circuito virtuoso che ricorda molto quello intuito da Bateson nell’osservazione sul gioco delle scimmie: che sembra si combattano, mentre in realtà giocano. E lo fanno perché han prodotto, in qualche modo, un “dialogare” tra il linguaggio oggetto, il piano del combattimento, e il metalinguaggio, quella serie di segnali intermedi, che stanno fuori dai segnali del combattimento, ma che hanno permesso di trasformare il combattimento in gioco.  Un salto, si potrebbe dire, istintivo-spontaneo-cognitivo che, all’occhio dell’osservatore, ha comportato uno sforzo-salto immaginativo che ha permesso di superare le regole del combattimento per trasformarle in quelle del gioco. Uno sforzo di “immaginazione produttiva”, si potrebbe affermare riprendendo il concetto kantiano (dal filosofo Immanuel Kant, 1724-1804), ampiamente sviluppato da Tagliagambe, di un’idea, un “focus imaginarius”, un’immaginazione produttiva che – sottolinea lo stesso Kant –  “giaccia fuori dal campo della conoscenza empirica possibile: se non che questa illusione (…) è tuttavia inevitabilmente necessaria, se oltre agli oggetti, che ci sono innanzi agli occhi , vogliamo vedere insieme anche quelli che ci stanno lontani alle spalle”.

 E così i gemelli digitali, in cui converge e si coinvolge insieme sia la dimensione fisica che quella virtuale in un’interazione continua, possono diventare protagonisti di un ulteriore salto immaginativo. Un focus imaginarius, che scavalca l’effettualità di “quanto accade in tempo reale”, spiega Tagliagambe, in quanto i gemelli digitali “elaborano anche scenari possibili, quindi attivano funzioni di predizione”. In questo prospettiva, il libro riporta diversi esempi, da quelli negativi, come lo scandalo prodotto da Cambridge Analytica (che ha utilizzato i dati di 87 milioni di account Facebook per influenzare le campagne elettorali), ai tanti positivi, tra cui il cuore virtuale, “uno straordinario progetto di ricerca” del matematico  Alfio Quarteroni, “Il primo tentativo al mondo di creare un modello integrato del cuore umano”; sino ai numerosi studi volti a realizzare gemelli digitali del cambiamento climatico.

  In questo quadro concettuale, il metaverso viene analizzato da Tagliagambe in un intrigante viaggio che porta il lettore dalla fisica quantistica alle neuroscienze, dalla crisi dei fondamenti della matematica all’antropologia e all’epistemologia, dalla letteratura alla linguistica e a tanto altro. Un’odissea positiva che mostra come il metaverso sia diventato un caposaldo dell’attuale contemporaneità, che stimola e aiuta ad immergerci in una “prassi totale”, in una circolarità di produzione tra teorie e prassi, che può aiutare a trovare nuove chiavi per “vedere” e “ascoltare” meglio la vita.

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martedì 12 gennaio 2021

Se mongoloide è un modo di dire

Martina Fuga, 50 anni, Milano, madre di Giulia, Emma e Cesare. Emma è affetta da sindrome di Down


"Prova a dire in tv la parola ‘negro’. Prova a usare ‘frocio’ e ‘checca’. Prova a dire ‘ebreo’ con l'obiettivo di offendere. Prova a fare un commento sessista, ti si scaglierà addosso la stampa tutta e i più impegnati attivisti della rete. Dici ‘mongoloide’ o qualsiasi altra parola della disabilità per offendere, e non accadrà proprio nulla. Si è visto al Grande Fratello Vip qualche giorno fa. Dove sono tutti?".

"Quelli che si battono per il linguaggio corretto, quelli che reclamano i diritti, quelli che cavalcano battaglie a colpi di like e condivisioni? Ne deduco che le parole contano solo quando toccano la discriminazione di genere, di etnia o di orientamento sessuale, che l'attenzione al linguaggio discriminatorio avviene solo per certi argomenti, e infine che esiste una discriminazione di serie A e una di serie B".

"Usare le parole della disabilità per offendere è diventata un’abitudine, ma quel che è peggio è che passa come modo di dire e ne viene continuamente sminuita la gravità. Per quanto l’abitudine faccia dimenticare il significato originario di queste parole, si tratta di termini che offendono e discriminano la categoria di persone a cui si riferiscono. La questione è importante perché inquina la nostra cultura senza che nemmeno ce ne accorgiamo".

"Non è solo una questione linguistica, è sostanza. Si parla di inclusione a scuola e nel lavoro ma se poi il contesto culturale non è pronto e il compagno di scuola o il collega credono che quella persona sia un buono a nulla che tipo di inclusione potremo mai realizzare? Se non abbiamo un terreno fertile dove seminare, non otterremo alcun frutto. Le persone con sindrome di Down hanno lottato insieme alle loro famiglie per cambiare il mondo che le circonda e per farsi spazio nella società".

"Il mondo è cambiato, si è evoluto, e con lui anche il linguaggio e la cultura. I nostri ragazzi vanno a scuola con soddisfazione, praticano sport, alcuni vivono da soli, il mondo del lavoro sta imparando che una persona con la sindrome di Down può portare un valore aggiunto in azienda e assumerla non è solo un atto di generosità nei confronti di una categoria fragile. Lavoriamo tanto per cambiare l’immagine delle persone con disabilità, per liberarci di pietismo o di inutili eroismi, ma se sdoganiamo termini come ‘mongoloide’, facciamo un passo indietro culturale di diversi decenni”.

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martedì 18 giugno 2019

La corruzione del linguaggio - Gustavo Esteva




E’ senza dubbio la più grave. Ma non ne parliamo quasi mai. Noi sperimentiamo il mondo in base alle parole che usiamo. Non possiamo separare il linguaggio dalla condizione umana. Alludere alla corruzione del linguaggio significa quindi parlare di un danno profondo alla nostra esistenza. Denunciare, come faccio qui, che questa corruzione è diventata lo stile dell’attuale governo messicano è soltanto un modesto tentativo di richiamare l’attenzione su uno dei mali più gravi che gravano su di noi.
Il controllo del linguaggio è sempre stato uno strumento di dominio. Il capitalismo ha semplicemente approfondito ed esteso pratiche precedenti. Questo esproprio ha assunto un significato particolarmente pernicioso dopo la seconda guerra mondiale.
Il linguista tedesco Uwe Pörksen ha documentato il modo in cui è stata imposta al linguaggio vernacolare [ndt: dal vocabolo latino vernaculum, che si riferisce a tutto ciò che è indigeno e casalingo – fatto in casa, allevato, coltivato o prodotto sul posto] la tirannide di un linguaggio modulare fatto di parole che egli chiama ‘di plastica’ [ndt: parole che hanno molte accezioni e incutono rispetto, ma non hanno nessun significato chiaro e concreto]. Il suo studio è affascinante ma molto deprimente. Fa vedere come siamo stati spogliati di parole buone e solide, con cui davamo pieno significato alle interazioni fra di noi. Al loro posto ci sono oggi termini vuoti che non significano nulla ma sono pieni di connotazioni. Quelli che le usano credono di star dicendo qualcosa di molto importante e possono ricevere segnali di approvazione da parte di chi li ascolta, ma si stupirebbero se un esperto spiegasse loro il significato del termine: non ha nulla a che vedere con ciò che credono di stare dicendo.
Pörksen spiega il modo in cui si è instaurata questa tirannide: quando la scienza si impadronisce di una parola vernacolare per costruire una metafora, questa parola, tornando sul terreno vernacolare, perde il suo significato tecnico ma porta con sé uno straordinario potere colonizzatore, diventa di uso comune e distrugge la conversazione, riempiendola di parole vuote.
Il linguaggio, spiega Pörksen, cristallizza la coscienza e costituisce un mondo che svolge un ruolo di intermediazione. Probabilmente non è quello che volevano i romantici, lo spirito di un popolo, ma è chiaro che questo mondo che fa da intermediario istituzionalizza e impone pratiche sociali e storiche. Secondo Pörksen, la parole di plastica che egli studia non sono in se stesse il male, ma mascherano la brutalità. «Con una parola come ‘sviluppo’ è possibile mandare in rovina un’intera regione» (Plastic Words, Pennsylvania State University, p. 7).
Sul terreno minato dalle parole di plastica circola ora la corruzione del linguaggio, rivolta a dissimulare la rapina patrocinata dal capitale e dal governo. Si usano parole che conservano ancora un certo prestigio, come la parola ‘scienza’, per nascondere sotto la sua veste l’intenzione atroce.
Alcuni anni or sono venne denunciata la ricerca che alcuni scienziati statunitensi realizzavano nella Sierra Norte dello Stato di Oaxaca, finanziata dal Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti. Uno studio di notevole importanza documenta ora la spoliazione che si prepara nella Sierra Mazateca. Sotto la maschera legittima della speleologia, lo studio delle grotte, le corporation e il governo scavalcano la volontà delle popolazioni per organizzare la loro spoliazione e il saccheggio dei loro tesori. Un accurato articolo di Saraí Piña e Federico Valdés documenta il modo in cui «grandi progetti stranieri stanno esplorando le estese e profonde grotte della regione mazateca (…) in assenza di etica, in modo menzognero e con poca trasparenza».
Si potrebbero elencare molti esempi di questo tipo, in cui il governo e gli scienziati sono complici del saccheggio messo in atto dalle corporationAncora più grave è l’uso di termini come ‘sviluppo’. Sotto questo ombrello, il governo prepara azioni che rovineranno regioni intere, come segnalava Pörksen.

Il linguaggio politico, diceva Orwell, è ideato per far sì che le menzogne sembrino verità e che l’assassinio appaia rispettabile. La menzogna come forma di governo si estende di giorno in giorno, come dimostra bene il signor Trump. In Messico, l’esempio migliore è la parola ‘consultazione’. Si pretende di legittimare decisioni che incontrano un’immensa resistenza con sondaggi di opinione che vengono presentati come consultazioni dei cittadini. Le convocazioni di consultazioni dei popoli indigeni sono un esempio in perfetto stile Trump: nella prima parte affermano il loro diritto a una consultazione previa, libera e informata, e nella seconda parte descrivono come questo diritto sarà violato. Il suo esercizio non è previo (la decisione è già stata presa, come il governo riconosce), non è libero (le consultazioni sono manipolate) e non è neppure informato (la presentazione è ingannevole e insufficiente).
Si adotta così il ‘modello Orbán’ di governo, che presenta la consultazione dei cittadini come democrazia diretta per dissimulare la tirannide ungherese, denunciata dalla Commissione Europea per i Diritti dell’Uomo e celebrata dal signor Trump.

Per il nostro bene, per alleviare la povertà e proteggere la natura, dice il governo, dobbiamo accettare atrocità come il Corridoio Transistmico o il Treno Maya. Poche spoliazioni sono più gravi della corruzione del linguaggio, quando le parole si usano per manipolare e dare sembianze democratiche a un esercizio tirannico.

Fonte: “La corrupción del lenguaje”, in La Jornada, 3 giugno 2019.
Traduzione a cura di Camminardomandando

sabato 23 settembre 2017

Linguaggi, migranti e maschilismo

conversazione di Paola Del Zoppo con Chiara Saraceno


Il 20 luglio l’Espresso online ha pubblicato una breve intervista alla sociologa Chiara Saraceno dal titolo accattivante: Il maschilismo è ormai sdoganato. Nell’intervista, alla professoressa Saraceno veniva chiesto di intervenire su una molteplicità di interrogativi contemporanei, con un chiaro filo conduttore in trasparenza: la violenza contro le donne. Erano i giorni delle “ombrelline” dello stupro di gruppo definito una bambinata, e di lì a poco del “Dipartimento Mamme”, e la discussione sulla parità si incentrava sulla formazione delle giovani generazioni, sul riconoscimento delle piccole discriminazioni e sulla – gravissima – situazione di sessismo diffuso dai media, dove ancora il corpo delle donne è strumento di segregazione, sottomissione, supremazia dello sguardo maschile e, di conseguenza, del sistema patriarcale e maschilista. Chiara Saraceno toccava inoltre il problema degli altri paesi, ad esempio la Germania, e la problematica del linguaggio sessista e categorizzante che dai media e dai social si diffonde nelle interazioni microsociali, e viceversa. L’accusa di Chiara Saraceno è chiara e diretta: «Il maschilismo è sdoganato. E la battaglia è sempre più difficile perché si nutre della presunzione che in fondo alle donne vada bene così. Che per il fatto di essere libere di agire, di vestire, di determinarsi, in fondo accettino come del tutto normali comportamenti maschilisti: “Non facciamo drammi, che sarà mai”, è l’atteggiamento che si sta facendo strada. Come dire: sarebbe bello che certe cose non accadessero, ma le vere tragedie sono altre».
L’intervista dell’Espresso però, sembra assottigliare e ridurre alcune problematiche, e ha provocato delle reazioni non sempre positive, soprattutto per l’interpretazione di espressioni a loro volta “categorizzanti”, che non restituivano la giusta profondità di pensiero alla studiosa, e che rischiavano di essere controproducenti rispetto al messaggio che Chiara Saraceno intendeva trasmettere. Alcune perplessità si sono trasferite anche sulle bacheche social. In particolare ha colpito l’idea che esistano delle “culture migranti”: coloro per cui si è scelta ormai la definizione “migranti” sono spesso persone che non hanno la possibilità di vivere una vita dignitosa o che rischiano di non sopravvivere o di essere uccisi nei loro luoghi di provenienza, e non persone che presentano tra i loro core values l’attitudine allo spostamento. O anche l’affermazione che “nell’Africa subsahariana le donne non contano niente”, affermazione che andrebbe “etnorelativizzata”. Ci sono, insomma, molte questioni che nell’articolo andrebbero approfondite. Il problema si è generato probabilmente per l’adesione a uno “stile” ormai comune di intervista, al modo frettoloso di trattare i temi sui giornali, sui giornali online e poi sui social, dove spesso le bacheche fungono da camere d’eco e non da luoghi di discussione. Troviamo, nel dialogo con Chiara Saraceno, questioni fondamentali di questi giorni di fine estate: la critica alle frasi – strumentali – di Debora Serracchiani e la questione culturale e transculturale, che, appunto, riguarda anche la nostra “cultura italiana”, l’ambivalenza di questo nostro sessismo “liberale” è la condizione di effettiva sottomissione e categorizzazione della donna in Italia e in altri paesi cosiddetti occidentali. A proposito di attenzione al linguaggio, un termine a cui bisognava fare particolare attenzione è “disagio” con riferimento al mondo lgbt, perché si può intendere che la transessualità e l’omosessualità siano in sé disagi, mentre il disagio è creato dalla società che non accetta ciò che non è nel sistema. Tra gli interventi quello di Giuliano Lozzi, uno studioso di Gender e Queer Studies, che commenta: “l’uso del termine “disagio” […] è diventato consueto del vocabolario di alcune donne che si occupano da anni di diritti delle donne. Sicuramente esiste un fattore di semplificazione giornalistica, ma se dobbiamo prestare attenzione al linguaggio, come dice l’intervistata stessa, credo che qui esista un serio problema legato alla volontà di relegare alcuni esseri umani allo status di vittime”.
Allora la cosa migliore da fare è sembrata aprire un dialogo con Chiara Saraceno. Una pessima abitudine “social” del giornalismo online e dell’informazione contemporanea è quella di “slacciare le relazioni”, di assottigliarle e far sì che la critica a un discorso intellettuale resti “dove sta”, per costruire sulle critiche, slegate dal contesto discorsi che finiscono per essere validi in sé, in un atteggiamento che fa della finta informazione una macchina di produzione e intensificazione del narcisismo. Sulla libertà di intervenire e di disputare si interviene spesso, negli ultimi mesi, per contrastare un atteggiamento che sta ulteriormente erodendo un sistema di confronto di opinioni e di studi e un mondo giornalistico già ridotto ai minimi termini, e che sta contribuendo ad alimentare la cultura dell’odio e della giustificazione del pregiudiziocognitivo ad ogni livello, come racconta Anna Foggia in un articolo recentemente apparso qui su Comune.
Chiara Saraceno, con cortesia e puntualità, risponde alle domande e stimola una fruttuosa discussione sugli argomenti trattati.
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Buongiorno professoressa Saraceno, entro subito nel merito della questione. La sua intervista pubblicata sull’Espresso del 20 luglio 2017 ha suscitato alcune perplessità, in particolare in merito ad alcune scelte verbali. L’intervista mi è piaciuta molto e mi interessa moltissimo la denuncia del maschilismo “ormai sdoganato”, che di questi tempi va chiarita con energia. A maggior ragione fa piacere poter dialogare con lei sulle perplessità suscitate da alcuni punti dell’intervista. Ha creato alcune difficoltà innanzitutto la frase relativa alla donna nell’Africa sub-sahariana, perché alcuni affermano che non è così e che dunque la generalizzazione anche lì crea dei pregiudizi, può darci qualche approfondimento in merito alla sua affermazione?
Come tutte le interviste, essendo mediata da un intervistatore, qualche cosa viene tralasciato, qualche cosa viene enfatizzato, qualcos’altro viene riformulato. Ma devo dire che questa intervista coglie abbastanza fedelmente quanto ho detto e non mi sembra possa prestarsi a fraintendimenti. Quanto alle donne nei paesi dell’Africa sub-sahariana sono i dati di fonti del tutto attendibili a documentare che le donne ricevono molta meno istruzione degli uomini, vengono fatte sposare giovanissime e perciò spesso muoiono per parto e comunque fanno molti più parti di quanto il loro copro possa sostenere, sono discriminate nell’eredità e così via. Il che non significa che molte di loro, se riescono a sopravvivere, non siano donne fortissime. Essere vittima di discriminazioni gravissime non significa automaticamente anche essere intellettualmente deboli. Ma si hanno molto meno risorse, rispetto a fratelli e mariti, anche in società dove tutti sono poveri E, per quello che ci riguarda qui, i maschi in quelle società imparano fin da piccoli che loro contano molto di più delle loro sorelle e che un uomo può “avere” una donna molto più giovane di lui, con il permesso dei genitori di questa. Succede anche in altri paesi, ma il sub-Sahara è un concentrato di svantaggi per le bambine e ragazze.
Anche la frase di Debora Serracchiani – giustamente – criticata, nel rovesciamento assume contorni problematici, sebbene le intenzioni siano chiare, perché uno stupro è sempre gravissimo. Chi commette violenza contro le donne vuole acquisire o riacquisire un controllo su persone considerate “meno persone di altri” e non lo fa per soddisfare un bisogno fisico – come invece, sempre a favore degli uomini, si tende a far credere, instaurando e validando altre perverse dinamiche tra mascolinità e femminilità (ad esempio, la critica verso le donne che non “soddisfano” o la maggior mascolinità di chi “si prende ciò che è suo”). Questa mentalità non è presente solo nei paesi di provenienza degli stranieri, bensì capillarmente e in maniera intensa anche nel nostro, dove le donne, a parità di mansione guadagnano in media il 20 per cento in meno, in cui soltanto nel 1996 lo stupro è diventato reato contro la persona e non più contro la morale, in cui fino al 1981 esisteva il delitto d’onore, e ancora, in cui una donna su tre dopo la maternità lascia il lavoro. Quasi ridicolo pensare che fino a circa cinquant’anni fa, le donne non potevano entrare in magistratura perché si riteneva che nel periodo non potessero esprimere giudizi (e ancor più ridicolo e annichilente il fatto che le donne stesse usino il ciclo mestruale come finta autoironia: “Eh, mi stanno arrivando le mie cose, quindi attenti che sarò intrattabile per qualche giorno”). L’Italia è il luogo dove ancora si fanno battute a una donna come “Eh, ho visto Giovanni che girava con un supplì in mano, ma che non gli prepari da mangiare?”. Il momento centrale è dunque il riconoscimento che la violenza di genere e le discriminazioni nei confronti delle donne sono un elemento strutturale, capillarmente diffuso in Italia come in altri paesi e in altre culture. Capisco che il senso della sua risposta è proprio nell’idea che allontanare il problema da sé copre situazioni gravissime, a livello micro e macrosociale, ma la stessa separazione tra “stupro autoctono e non” andrebbe condannata con grande energia. 
Non credo affatto che una violenza commessa da un immigrato sia più grave di quella commessa da un autoctono perché il primo “ci deve gratitudine”. Se dovessimo cercare una aggravante alla già estrema gravità dell’atto, la troverei piuttosto nel fatto che molti violentatori hanno un rapporto intimo con le proprie vittime. Quanto alla differente gravità di una violenza commessa da un immigrato rispetto ad un autoctono, se dovessi trovarne una, rovescerei appunto il ragionamento: si presuppone che l’autoctono italiano appartenga ad una cultura in cui esiste la parità uomo-donna, lo stupro non è moralmente e penalmente ammesso e non lo è neppure la violenza nei rapporti interpersonali, tra uomini e donne, ma anche tra donne e tra uomini. Quindi l’autoctono che commette violenza compie consapevolmente un atto contro la morale e le norme condivise nel suo paese. Il che per me è una aggravante, tanto più che ormai anche tutti i razzisti e gli anti-immigrati si fanno belli della “nostra” maggiore civiltà nei rapporti uomo-donna e della uguaglianza e libertà che sarebbe da noi garantita alle donne.

Nell’intervista viene fatto un accenno alle politiche di integrazione di paesi diversi dall’Italia. “Dopo i fatti di Colonia, i paesi del Nord, Germania in primis, hanno proposto corsi di educazione sessuale per gli immigrati. Le sembra realistico anche da noi? – Certo: dovrebbe far parte della cultura civica spiegare agli immigrati le relazioni uomo-donna e il rispetto delle donne: a partire dal diritto delle ragazze di andare a scuola e della loro libertà nel vestire. C’è un abisso tra i nostri programmi di integrazione, con poche ore di italiano alla settimana, e gli investimenti che si stanno compiendo in altri Paesi. Con l’accoglienza di massa tutto ciò non è possibile. E le comunità locali, giustamente, si arrabbiano: ma abbiamo idea di quanto lavoro si riuscirebbe a generare se si investisse in una formazione a tutto tondo?”. Anche qui, si pongono diversi problemi di etnorelativizzazione, ma è la domanda ad apparire già strumentalmente etnocentrica: è semplificatorio e offensivo e infantilizzante definire dei corsi di formazione “interculturale” “corsi di educazione sessuale per gli immigrati”. Il provvedimento, preso dal governo dopo i gravi fatti di Colonia non è così “paternalistico” e viene in una società dove l’integrazione è vivace da più di mezzo secolo, e in cui molti musulmani (per esempio) hanno voce paritaria e condannano imam e politici che propagandano idee repressive contro le donne. La Germania è un paese dove in molti Länder, da qualche anno, a scuola si può scegliere di svolgere l’ora di religione in altre lingue e più specificamente sulle religioni dell’Islam, e dove è consueto il melting pot già dagli anni Ottanta (melting pot di cui facciamo parte anche noi italiani, che veniamo spesso tacciati di bigottismo cattolico, maschilismo, paternalismo e sessismo). Ricordo uno scandalo “interculturale” già molto prima dei fatti di Colonia, perché era stato impedito di predicare, a Berlino, a un ospite–imam che condannava le donne che uscivano e lavoravano. Ci fu un attacco terribile al sindaco di quella municipalità di Berlino, che fu difeso in televisione, tra gli altri, da scrittori turchi-tedesco, molto impegnati nella causa della transcultura, mentre l’associazione turco tedesca chiedeva il divieto di predica. Il sindaco di Neukoelln, attaccato per la sua “intolleranza” si appellava alla costituzione tedesca, il cui primo articolo recita “la dignità della persona è intoccabile” e difendeva dunque la dignità delle donne, mentre il senatore Henkel invitava le comunità islamiche a prendere una posizione chiara contro le esternazioni dell’Imam. L’equilibrio della gestione della questione interculturale, insomma, si gioca su livelli molto più profondi e paritari rispetto all’Italia, nella consapevolezza della pluralità delle voci in campo, mentre noi ancora riduciamo tutto, anche nel linguaggio, alle nostre categorie culturali.
Non mi sembra di aver sostenuto che quello della Germania sia stato un atteggiamento paternalistico nei confronti dei migranti. Al contrario ho sostenuto la positività dell’approccio tedesco: aspettativa che i migranti seguano le regole del paese anche per quanto riguarda il modo di trattare le donne, sostenuta e accompagnata da un forte investimento nella formazione sia professionale che civica. Per quanto riguarda nello specifico i rapporti uomo-donna, non si tratta solo di educazione sessuale, piuttosto di educazione ad una cultura di genere insieme meno rigida e cristallizzata su ciò che è maschile e femminile e più rispettosa nei confronti delle donne. Ho confrontato questo approccio, che ha sicuramente i suoi limiti e non può garantire automaticamente l’efficacia, del resto anche gli autoctoni non sempre interiorizzano questi valori, con quello italiano nei contesti in cui i centri di accoglienza sono per grandi numeri, con persone ammassate, spesso in modo indecoroso, per molti mesi, con poche o nessuna attività di integrazione, lasciate a sé stesse e alla propria inattività. Altra è l’esperienza Sprar, con accoglienza diffusa e per piccoli numeri, che consentono attività di integrazione intensive e coinvolgimento delle comunità locali.
Fortemente problematica è apparsa in particolare l’ultima risposta, In particolare, ad esempio, la parola disagio associata al mondo Lgbt, che, così sistemata, può dare adito all’idea che l’essere gay o transessuali costituisca un disagio in sé, mentre ovviamente è la società che non accettando o strumentalizzando certe condizioni crea il disagio.
Qui forse l’intervista è stata sintetizzata un po’ troppo o forse non mi sono fatta capire a sufficienza dalla intervistatrice. Ciò che sostengo anche in cose che ho scritto – da ultimo in Mamme e papà, il Mulino e L’equivoco della famiglia, Laterza – è che l’offensiva contro la cosiddetta teoria gender e contro l’educazione di genere nelle scuole parte da due malintesi non so quanto intenzionali. Il primo è che esista una e una sola teoria gender, il secondo, più grave, che parlare di genere significhi automaticamente sostenere che si può scegliere che orientamento sessuale avere e a quale sesso appartenere (due cose diverse, a prescindere che siano oggetto di scelta o meno). In questa prospettiva viene visto come potenzialmente rischioso anche qualsiasi messaggio che indichi che i ruoli sociali maschili e femminili non stanno in natura, che le donne e gli uomini, a prescindere dal loro orientamento sessuale e dal fatto che gli piaccia o meno essere nati in un corpo di donna piuttosto che di uomo, non sono, non dovrebbero essere, automaticamente destinati ad avere ruoli sociali predefiniti in base alla conformazione sessuale del loro corpo. L’ostilità alla educazione di genere, quindi, non solo si oppone al riconoscimento e accompagnamento di coloro che sono sessualmente attratti da persone del proprio sesso e di coloro che si trovano a disagio nell’identità sessuale loro attribuita in base alla conformazione sessuata del loro corpo. Impedisce anche di sviluppare un atteggiamento critico nei confronti degli stereotipi di genere maschile e femminile, oltre che di quelli relativi alla omosessualità e transessualità.

venerdì 1 maggio 2015

il nemico vien dal mare

Ci dicono tutti i giorni che è una guerra, basta fare attenzione al linguaggio, invasione, morti, esercito, bombardare, confini, e così via.
Se si parte da una guerra vera, la prima guerra mondiale, anche lì il linguaggio era simile (in tutte le guerre lo è): il Nemico, i Confini, la Sopravvivenza, Mors tua vita mea.
Pensiamo al concetto principe di ogni guerra, il Nemico.
Il Nemico è maiuscolo, impersonale.
Cito due casi della prima guerra mondiale nei quali il Nemico diventa nemico, e poi solo uno come te, con un’altra divisa, poi può diventare un amico.
Una pagina di “Un anno sull’altipiano” (qui)
Un film, “Joyeux Noel” (qui)
Qualche lettera (qui)


Lo stesso accade con l’immigrazione, gli sbarchi, i profughi, i clandestini, i sans papier, masse anonime e minacciose.
L’antidoto è dare un nome e una storia a queste persone.

Cinema e letteratura ci aiutano, eccone alcuni esempi.

“Io sto con la sposa” (qui)

la storia di Samia, in “Non dirmi che hai paura”, di Giuseppe Catozzella  (qui)

Nel mare ci sono i coccodrilli. Storia vera di Enaiatollah Akbari – Fabio Geda
(un libro nel quale la realtà supera la fantasia.
non puoi non soffrire insieme a Enaiatollah, leggendo il libro.
poi è finita bene, ma quanti altri migliaia non racconteranno mai la loro storia?
per ricordare l’inferno quotidiano)

14 chilometri – Gerardo Olivares, un film che è passato in silenzio nei cinema qualche anno fa (qui il trailer)
(14 chilometri. Tanti ne misura lo Stretto di Gibilterra. 14 chilometri per lasciarsi l’Africa alle spalle e mettere i piedi in Europa, terra dei balocchi dove nessuno piange miseria, che i soldi stanno anche sotto i sassi. Buba ne è convinto, tanto da vendere tutto ciò che ha e partire col fratello Mukela per il più disperato dei viaggi della speranza. Vi si unirà anche Violeta, in fuga da un matrimonio che non vuole. Dal Mali all’Algeria, da qui alla Spagna, su camioncini stracarichi e piedi sfasciati, strade di fortuna e barconi come bare sul mare. Con loro – a distanza di pudore – Gerardo Olivares, che filma con 14 Kilometros l’odissea senz’epica dei dannati del pianeta, esuli “da una terra che li odia per un’altra che non li vuole” (I. Fossati). Uno sguardo al servizio dei personaggi, di cui condivide la fatica ma non la disperazione, sfiorando la pietà che non cede alla commiserazione. Genuino, forse persino brado, teso tra l’estasi immobile dei paesaggi e la calma di una natura che avvolge ma non soccorre. Fermo nell’inchiodare la crudeltà del potere sulla croce dei poveri. Morale nel restituire al digitale una forte ragion d’essere, l’occhio sottratto ai pochi per essere rivolto a tutti. Invisibili in primis.  da qui )

Come un uomo sulla terra – Andrea Segre  (qui il film completo)


il cinema ci fa vedere, ci racconta storie, che la tv, i documentari, i giornali faticano a mettere nelle prime pagine, o anche nelle altre, allora ben vengano film che sono, tra l’altro, buon cinema, come questi.