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mercoledì 2 marzo 2022

L’identità una e molteplice - Edgar Morin

  

Chi sono io? Rispondo: sono un essere umano. È il mio sostantivo. Ma ho molti aggettivi, di importanza variabile a seconda delle circostanze: sono francese di origine ebraico sefardita, parzialmente italiano e spagnolo, ampiamente mediterraneo, europeo culturale, cittadino del mondo, figlio della Terra-Patria.

Si può essere tutto questo nello stesso tempo? No, dipende dalle circostanze e dai momenti in cui predomina talvolta l’una, talvolta l’altra di queste identità. Come si possono avere molteplici identità? Risposta: è di fatto il caso comune. Ognuno ha l’identità della sua famiglia, quella del suo villaggio o della sua città, quella della sua provincia o della sua etnia, quella del suo paese, e poi quella più vasta del suo continente. Ciascuno ha un’identità complessa, cioè nello stesso tempo una e plurale.

La mia identità una e plurale

La coscienza della mia identità una e plurale mi è venuta progressivamente. I miei genitori immigrati non avevano identità nazionale. Avevano un’identità etno-religiosa sefardita e l’identità di una città, Salonicco, oasi pacifica nell’impero ottomano dal 1492, ove la maggioranza della popolazione era ebrea. A differenza dei greci, dei serbi e degli albanesi che erano stati conquistati e colonizzati dai turchi, gli ebrei vi erano stati accolti e non subivano né esazioni da parte dei giannizzeri né persecuzioni da parte degli ottomani. Una parte di loro, venuta dalla Toscana (Livorno) all’inizio del XIX secolo, vi aveva portato le idee laiche, il capitalismo e poi il socialismo. Anche Salomon Beressi, mio nonno materno, era apertamente un libero pensatore e insegnava ai suoi figli una morale senza Dio. Mio padre, da giovane, non sognava che Parigi. La borghesia sefardita di Salonicco parlava il francese oltre al vecchio castigliano, detto “djidio” in casa e giudeo-spagnolo fuori casa.

Nato in Francia, non ho avuto in eredità una nazionalità straniera. I miei genitori avevano l’identità di una città a fare da alone dietro la loro nuova identità francese. In famiglia parlavano il djidio, anche se mai con me, ma io avevo questo spagnolo nelle orecchie. Fui sorpreso in Spagna dal fatto di comprendere in parte la lingua e di parlarla più o meno male. Poi fui molto felice di sviluppare la mia parlata castigliana in Spagna e in America latina. Ciò risvegliò in me, che mi credevo discendente diretto degli espulsi del 1492 da Isabella la Cattolica, una identità spagnola – identità che peraltro posso rivendicare legalmente, cosa che mi è stata spesso ufficialmente proposta.

Sono diventato francese naturalmente durante l’infanzia poiché i miei genitori parlavano il francese con me, e a scuola la mia mente si è appropriata della storia della Francia. Ho sentito mia questa storia, con forti emozioni all’evocazione di Vercingetorige, di Bouvines, di Giovanna d’Arco, dell’assassinio di Enrico IV, della Rivoluzione, di Valmy, della prima campagna d’Italia, di Austerlitz, di Napoleone glorioso e di Napoleone decaduto a Sant’Elena, del 1848, del 1870, della Comune, della guerra del 1914-1918. Non ero assolutamente consapevole delle ombre di questa storia […].

Nello stesso tempo, scoprivo di essere ebreo. I miei genitori, benché laicizzati, mi facevano partecipare alla cena di Pasqua da mia nonna, celebrata in giudeo-spagnolo in presenza del rabbino Perahia. Ero stato circonciso, evidentemente senza saperlo, ma mio padre non mi aveva fatto preparare il mio bar mitzvah alla sinagoga dove, a tale scopo, si impara un po’ di ebraico e qualche preghiera. Su insistenza di un cognato pio si rassegnò a un compromesso: chiese al rabbino di rue Buffault di celebrare il rito senza preparazione, adducendo il fatto che fossi un piccolo orfano. Così dovetti ripetere le parole ebraiche che il rabbino mi suggeriva e fare una breve dichiarazione, in francese, dicendo che sarei stato sempre rispettoso nei confronti della famiglia.

Era soprattutto al liceo, nella mia classe, in cui c’erano dei cattolici, qualche protestante, cinque ebrei e dei figli di liberi pensatori, che alcuni compagni mi domandavano quale fosse la mia religione. Ero dunque ebreo, ma questa identità non aveva contenuto culturale. Essa era soprattutto qualcosa di strano per alcuni, e qualcosa di cattivo per altri che avevano ereditato dell’antisemitismo dai loro genitori. Sebbene abbia subito solo pochissime offese personali nella mia giovinezza, ho dovuto sopportare l’antisemitismo estremamente violento della stampa di destra, poi quello di Vichy, senza che ciò mettesse in discussione interiormente la mia identità francese sempre più legata alla tradizione umanista che va da Montaigne a Hugo.

Umanista prima di tutto

In effetti, la mia coscienza ebraica si diluiva nella mia ricerca di una coscienza politica umanistica che cercava una via nella crisi della democrazia, nell’antifascismo e nell’antistalinismo. Avevo diciassette anni quando i nazisti privarono gli ebrei tedeschi dei loro diritti civili e organizzarono la Notte dei cristalli, nel novembre del 1938. Rimasi pacifista, desideroso di conservare un punto di vista universale, piuttosto che auspicare, in quanto ebreo, la guerra contro la Germania.

Sotto l’Occupazione, durante la Resistenza, dopo la guerra, l’identità ebraica si risvegliava e poi scompariva. Avendo preso nella Resistenza lo pseudonimo di Morin, ebbi dopo la guerra la tentazione di cambiare legalmente identità, come fecero alcuni, ma ho mantenuto Nahoum sulla mia carta d’identità, facendovi aggiungere: “detto Morin”. Infine, poiché all’epoca vivevo la tragedia dei processi comunisti, seguii da lontano la guerra d’indipendenza di Israele, felice che i combattenti e i kibbutz smentissero il mito dell’ebreo commerciante e codardo.

Un soggiorno in Israele nel 1965, dunque prima della Guerra dei sei giorni, mi fece scoprire l’odio fra ebrei e arabi. Abbandonai la mia ricerca di radici in quella nazione. Poi, la dominazione di Israele sul popolo arabo della Palestina mi implicò di nuovo come ebreo, ma in quanto uno degli ultimi intellettuali ebrei portatori di universalismo e anticolonialismo, dunque ostili alla colonizzazione della Palestina araba. Gli articoli che all’epoca scrissi su “Le Monde”, nei quali non contestavo per niente l’esistenza di Israele, mi valsero l’essere trattato da traditore e persino da antisemita.

Ho scritto un libro di omaggio a mio padre e ai miei antenati, Vidal mio padre, cosa che rende ridicola ogni accusa di odio, ivi compreso l’odio di sé.

Non ho mai contestato il diritto all’esistenza dello stato israeliano e ho sempre avuto consapevolezza dei pericoli storici che ha subito e potrà subire nel futuro la nazione israeliana. Ho in compenso criticato l’azione repressiva dell’esercito o della polizia israeliani sui palestinesi, e ho riconosciuto il diritto di questi ultimi a uno stato nazionale, conformemente alle risoluzioni dell’ONU e ai defunti accordi di Oslo. Il mio vero desiderio sarebbe stato lo stesso di Martin Buber, quello di una nazione comune agli ebrei e agli arabi. […] Pur riconoscendo la mia discendenza ebraica e pur affermando di essere del popolo maledetto e non del popolo eletto, mi definisco come post-marrano, cioè come figlio di Montaigne (di ascendenza ebraica) e dello Spinoza anatemizzato dalla sinagoga.

Spagnolo, italiano, europeo

La mia identità spagnola deriva dal vecchio castigliano parlato nella mia famiglia, dal mio amore per il teatro e per la letteratura del Secolo d’oro, per García Lorca e Antonio Machado, e soprattutto dai soggiorni in Spagna, particolarmente in Andalusia, dove ho trovato dei cibi matriciali. Tuttavia, la mia identità italiana è diventata molto viva, non solo perché in Toscana mi sono sentito come in una matria ritrovata e perché mi sono impregnato d’Italia, ma anche perché le mie famiglie materne, Beressi e Mosseri, sono di origine italiana. Anche i Nahoum furono un tempo insediati in Toscana, dove uno di loro partecipò al Risorgimento. Del resto, la mia famiglia Nahoum ottenne la nazionalità italiana a Salonicco non appena l’Italia divenne uno stato unificato indipendente. Così come il primo ministro Felipe González volle restituirmi l’identità spagnola, la città di Livorno mi offrì la cittadinanza onoraria.

Europeo, lo divenni politicamente nel 1973, quando scoprii che l’Europa dominatrice del mondo e potenza coloniale disumana era divenuta una povera vecchia cosa che aveva perso le sue colonie e poteva sopravvivere solo sotto perfusione del petrolio mediorientale. Ma le mie speranze europee si deteriorarono con la subordinazione delle istituzioni europee alle forze tecno-burocratiche e poi finanziarie. Infine, le divergenze fra le ex democrazie popolari e le nazioni fondatrici, la pressione distruttiva delle autorità dell’UE sul governo greco di Tsipras e l’atteggiamento generale nei confronti dei migranti di Afghanistan e Siria finirono per deludermiMi auguro che ciò che sussiste non si disintegri, ma ho perso la fiducia nell’Europa.

La mia cultura umanistica mi ha reso fin dall’adolescenza preoccupato per il destino dell’umanità. Quando Philippe Dechartre, uno dei capi del movimento di Resistenza a cui avevo aderito, mi ha chiesto che cosa avesse motivato il mio ingresso nella lotta clandestina, gli ho risposto che non era solo per liberare la Francia, ma anche per partecipare alla lotta di tutta l’umanità per la sua emancipazione – cosa che confondevo con il comunismo.

Una volta dissipata questa confusione, verso il 1952-1953 aderii ai Cittadini del mondo, di cui ho conservato la tessera. Poi presi coscienza del fatto che noi viviamo gli sviluppi dell’era planetaria cominciata nel 1492, prendendo a prestito questo termine da Heidegger. Nella rivista “Arguments” mi dedicai ai problemi di quello che allora si definiva Terzo mondo. Nel 1993 scrissi e pubblicai Terra-Patria, poi diventai adepto di una altermondializzazione, pur prendendo coscienza del fatto che la mondializzazione tecno-economica aveva creato una comunità di destino fra tutti gli umani. Tramite, dunque, Terra-Patria e la comunità di destino, ritorno alla mia prima e sostantiva identità di essere umano. […]

Identità familiare

I miei genitori avevano sei o sette fratelli o sorelle. Una comunità di mutuo aiuto li tenne legati per tutta la loro vita. Le coppie della mia generazione avevano solo un figlio o due. Con la fine della grande famiglia, i legami si allentarono. Figlio unico, incontravo qualche volta zii, zie e cugini; mantenevo qualche raro legame affettivo con alcuni di loro.

La morte di mia madre Luna, quando avevo dieci anni, aggravò la mia solitudine. Rimaneva di lei solo una grande presenza mitica, ma nessuna presenza fisica. L’esagerata protezione che mio padre esercitava sul suo unico figlio fu vissuta da me come una schiavitù della quale mi liberavo non appena si presentava l’occasione. Vissi veramente fuori dalla famiglia, a scuola, al cinema, nei libri, in strada. Io ho fatto la mia educazione e appreso le mie verità.

Sposato e padre di due figlie, non cercavo di educarle, pensando che niente valesse più dell’auto-educazione, come era stata la mia. Poi la mia separazione da Violette quando loro avevano undici e dodici anni, la mia vita amorosa, le mie ossessioni intellettuali e politiche sospesero a più riprese le nostre relazioni senza porvi fine. Non fui un buon figlio né un buon padre, ma fui un marito amato e amorevole. […]

Il mio cammino intellettuale da solitario

Il mio primo libro, L’Anno zero della Germania, che tornava sulle mie esperienze del 1945-1946 nella Germania devastata e sconvolta, fu accolto bene. Se ha irritato qualche germanista, è pur vero che in quel momento non c’era nessun altro che trattasse di quel momento unico e straordinario della storia tedesca. Allo stesso modo, L’uomo e la morte, il mio primo libro importante, in cui inauguro il mio modo di conoscenza transdisciplinare, non subì alcuna critica da parte degli specialisti, poiché nessuno fino ad allora aveva mai trattato dei paradossali atteggiamenti umani davanti alla morte intrecciando la storia, la sociologia e la psicologia. Fu così anche per il mio libro di antropologia del cinema, che non fece torto ad alcun esperto, e poi per quello sulle star, personaggi semi-mitici che non avevano mai interessato i sociologi. In seguito, al contrario, quando mi sono lanciato ne Il Metodo, sono stato spesso mal visto da alcuni proprietari dei domini di conoscenza, accusato come incompetente o volgarizzatore, mentre reinterpretavo e collegavo le conoscenze sparse e forgiavo il metodo per trattare le complessità.

So per certo che ci sono state e che ci sono molto più grandi vittime dell’incomprensione e della calunnia. Pur amareggiato, e pur criticando quelli che ritengo essere i loro errori, e in alcuni casi la loro vanità, non ho mai attaccato chi mi ha attaccato.

Ho anche subito, dopo la mia rottura con il Partito comunista, gli insulti di routine che ogni escluso riceve. Ho subito le più enormi calunnie per aver criticato la politica repressiva di Israele nei confronti del popolo palestinese. Ogni personaggio pubblico suscita innumerevoli inimicizie. Ma beneficia anche di amici sconosciuti…

Ho preferito rimanere libero e indipendente al CNRS (dove ero giudicato favorevolmente, a seconda della quantità e non della qualità dei miei lavori) piuttosto che brigare per un posto in un’università di provincia dove sarei stato ossessionato dal desiderio di essere chiamato a Parigi, sognando la pensione o la morte dei titolari di cattedra. Non ho aspirato ad alcun posto onorifico come il Collège de France e non ho mai fantasticato sull’Académie. Ma ho accettato con piacere i trentotto dottorati honoris causa ricevuti all’estero.

Chi sono io, infine?

Ho dedicato molte pagine per descrivermi, sapendo che questo autoritratto lacunoso comporta anche l’assenza di ciò che indicherò ora.

Non sono solo una minuscola parte di una società e un effimero momento del tempo che passa. La società in quanto Tutto, con la sua lingua, la sua cultura e i suoi costumi è all’interno di me. Il mio tempo vissuto nel XX e XXI secolo è all’interno di me. La specie umana è biologicamente all’interno di me. La linea dei mammiferi, dei vertebrati, degli animali, dei policellulari è in me.

La vita, fenomeno terrestre, è in me. E poiché ogni vivente è costituito da molecole, le quali sono assemblaggi di atomi, i quali sono unioni di particelle, è tutto il mondo fisico e la storia dell’universo che sono in me. Sono un Tutto per me, pur restando quasi niente per il Tutto. Sono un umano tra otto miliardi, sono un individuo singolare e qualunque, differente e simile agli altri. Sono il prodotto di eventi e di incontri improbabili, aleatori, ambivalenti, sorprendenti, inattesi. E nello stesso tempo sono Me stesso, individuo concreto, dotato di una macchina ipercomplessa auto-eco-organizzatrice che è il mio organismo, macchina non banale, capace di rispondere all’inatteso e di creare dell’inatteso. Il cervello dà a ciascuno la mente e l’anima, invisibili al neuroscienziato che analizza il cervello, ma emergenti in ogni umano nella sua relazione con l’altro e con il mondo. Ciascuno di noi è un microcosmo, che porta all’interno dell’unità irriducibile del suo Me-Io, spesso inconsciamente, i molteplici Tutto dei quali fa parte all’interno del grande Tutto. Questi molteplici Tutto sono costituiti dalla diversità dei nostri ascendenti familiari e delle nostre appartenenze sociali.

Il rifiuto di un’identità monolitica o riduttiva, la coscienza dell’unità/molteplicità (unitas multiplex) dell’identità, sono delle necessità di igiene mentale per migliorare le relazioni umane.

https://comune-info.net/lidentita-una-e-molteplice/

mercoledì 20 giugno 2018

Bozza di parole per dirlo - Alessandro Gilioli


Capire quello che è successo e sta succedendo in Italia è complesso ma non è complicato. Intendo dire: la situazione in cui ci troviamo è frutto di molte concause, ma non è poi difficile provare a vedere quali sono e come si sono intrecciate. Tra l'altro alcune di esse sono comuni ad altri Paesi dell'Occidente.
Proviamo quindi a dipanare la matassa attraverso alcune parole (sì, lo so che ne mancano molte altre: questa è solo una bozza, un'ossatura assai parziale a cui aggiungere se volete le vostre, di parole).

Paura.
La prima parola è questa e mi scuso della scarsa originalità. I mutamenti veloci degli ultimi anni - tecnologici e quindi economici, strutturali e quindi sociali - hanno generato paura. Paura per il proprio presente e per il proprio futuro. Paura di perdere quel relativo benessere, quella relativa sicurezza e quel relativo welfare che avevano costituito le fondamenta del nostro vivere insieme per più di mezzo secolo. Paura che da un po' le cose stiano andando sempre verso il peggio e ancora peggio andranno. Paura di perdere quello che si era conquistato, spesso con fatica. Paura per la propria vecchiaia e per i propri figli. Paura per l'incertezza, cioè il sentirsi dispersi e abbandonati in mezzo alle onde, alle correnti che arrivano da chissà dove e che non si riescono più a governare. Non sapere nemmeno più chi si è, trascinati qua e là da questi marosi. Quindi perdita di identità e disperato tentativo di ritrovarla da qualche parte. Infine, la sensazione altrettanto paurosa che non ci sia più un rapporto tra il proprio impegno (i propri sforzi, i propri studi, il proprio lavoro) e gli effetti, i risultati per noi. La paura crea rabbia reciproca e un gigantesco "si salvi chi può": tra individui, tra categorie, tra Stati. E in condizione di paura, il penultimo attacca l'ultimo, sempre.

Cecità.
Cioè la cecità di chi, in politica, questo processo non lo ha visto, nonostante non mancassero le menti lucide che li mettessero in guardia, da Bauman giù giù fino ai Social forum d'inizio millennio. Invece no: i decisori politici, in Europa come negli Stati Uniti, hanno continuato a pensare alla globalizzazione come a un processo a somma positiva più o meno per tutti, anche sul breve: i lavori perduti sarebbero stati sostituti rapidamente da quelli nuovi (più divertenti e creativi, magari anche in grado di produrre più fatturati e quindi meglio pagati), il modello fisso del '900 - "blue collar " o "white collar" - avrebbe lasciato spazio a una cangiante e vivace società dell'accesso e della felice trasmigrazione da un impiego all'altro. Mai errore fu più grossolano: i grandi cambiamenti sono per antonomasia crisi e le crisi fanno le loro vittime. Se queste diventano troppe, crolla tutto.

Potere.
Tra gli effetti collaterali della globalizzazione c'è stata anche la separazione tra democrazia e potere. Siamo stati convinti per tutto il '900 che le democrazie esercitassero il potere. A un certo punto non ha più funzionato così, o ha funzionato così sempre meno. Ogni democrazia ha iniziato a dipendere sempre di più da motori esterni: i mercati, i creditori, gli speculatori, le fonti energetiche, le materie prime, le cessioni di sovranità "dal più piccolo al più grande", inevitabili in un mondo fattosi quartiere. Quando si vede che le democrazie sono troppo deboli per contrastare queste forze, viene automatica la tentazione di affidarsi a un leader muscolare, a un capo carismatico: si pensa che questo avrà la voce abbastanza grossa per riuscire laddove la democrazia non riesce più, cioè a proteggere i miei interessi dai flutti e dai marosi.

Ricchi.
C'è una fetta minoritaria di persone, in Occidente, che da tutto quanto sopra non ha avuto svantaggi ma cospicui vantaggi. Sono quelli che erano già nel 2-3 per cento di popolazione più ricca ma anche quelli che, provenienti dal ceto medio, non sono stati ingoiati verso il basso come la gran parte dei loro pari ma sono invece entrati a far parte dei "new luckies". Spesso con ottimi rapporti (anche lobbistici) con le sedi del potere economico e politico, questi signori non hanno mosso un dito per governare diversamente i processi di cui sopra, anzi. Quindi hanno contribuito, come complici, all'esplosione in corso. Loro, come i loro referenti politici.

Semplificazione.
Quanto più la realtà diventa complessa, quanto maggiore è la pulsione verso la semplificazione. Questa è una reazione normale. "Non stiamo lì a fare tanti discorsi", "la verità e che..." e così via. La semplificazione trova il suo scivolo naturale nei media vecchi e nuovi: i talk show (dove lo slogan secco ridicolizza il ragionamento) e nei social network, specie Twitter che sembra inventato apposta per banalizzare. La semplificazione estrema mortifica ulteriormente la democrazia, riducendo gli elettori a tifosi in curva, i quali proprio come allo stadio rifiutano il ragionamento, per affidamento fideistico.

Identità 
Oltre che con l'affidamento settario, si cerca di recuperare l'identità perduta in tempo di naufragio anche in altri modi. La Lega, in Italia, fu la prima a farlo: quando si inventò l'identità padana. Oggi quella costruzione farlocca è stata abbandonata a favore di un'altra che invece almeno ha il merito di esistere, più o meno, cioè l'identità nazionale e nazionalista. In realtà l'Italia è un paese di unificazione politica e linguistica recente quindi di identità fragile. Gli storici insegnano che più l'identità è fragile, più questa diventa livorosa se non aggressiva: e non a caso il fascismo e il nazismo sono nati nei due Stati d'Europa che si erano unificati più tardi. In più l'Italia è paese di campanili, di rivalità territoriali, di grandi forbici economiche tra nord e sud, insomma la nostra identità è piena di cerotti. Più sono i cerotti, più si cerca di sopperire a queste fragilità urlando il proprio nazionalismo (e passando rapidamente dall'automortficazione all'autoesaltazione e viceversa). Poi, qui da noi c'è un combinato disposto tra questa questione e quella del punto 1, cioè i mutamenti globali recenti: sicché non è un caso che ad avere successo, in Italia, siano stati i due capi nazionalisti emersi dopo la prima globalizzazione (1840-Prima Guerra mondiale) e ora, durante la Seconda. Sto parlando, ovviamente, di Mussolini e Salvini.

Partiti.
In tutto questo, poi, c'è la "politique politicienne", quella dei partiti. E anche qui ci sono eventi mondiali che si mescolano a particolarità tutte italiane. Ad esempio: abbiamo avuto il più grande partito comunista d'occidente - che al tempo fagocitava ogni altra sinistra o quasi - il quale dopo la Caduta del Muro non ha più trovato una sua ragion d'essere se non nella emulazione appena più smussata del suo avversario storico, la destra economica. In assenza di un progetto sociale, ha perso l'anima e il senso, la ragione d'essere. (Non con Renzi dunque, ma già prima. Renzi ha portato a compimento il suicidio -rimandato di due decenni solo grazie al compattamento contro Berlusconi - promettendo un futuro radioso proprio dentro quei cardini ideologici di "globalizzazione-competizione-lavoro liquido" che stavano per essere travolti. In più, Renzi ha creato enormi aspettative, incarnate nel 40 per cento di quattro anni fa, e nulla come le aspettative deluse provocano una reazione di rigetto). Comunque: mentre la sinistra storica andava suicidandosi perdendo la sua ragion d'essere, è nata una forza di protesta e di rifiuto, liquida e postideologica (il M5s) rivelatasi tanto capace di incamerare il disagio sociale quanto poi incapace di incardinarlo in un sistema di pensiero, in una visione di società. E qui si spiega facilmente il suo essere ingoiato ogni giorno di più da un partito e da un leader che invece sono fortemente ideologici e strutturati, che hanno una precisa (per quanto personalmente io la trovi vomitevole) visione di Paese, che ha radici solidissime. E quando un partito solido incontra un partito il gassoso, il partito gassoso è già morto.
Tutto ciò porta al fascismo?
Mah.
Credo che stiamo usando questa parola per somiglianza, per approssimazione, per la naturale tendenza a ricorrere a vocaboli già noti quando arriva qualcosa che ancora non sappiamo definire bene.
Certo è però che c'è qualcosa in comune fra Trump, Erdogan, Putin, Salvini, Orbán (ma ci metterei anche l'indiano Modi). Qualcosa in cui si mescolano nazionalismo, autoritarismo, muscolarità, sprezzo verso le deboli istituzioni della democrazia, settarismo, manicheismo, identitarismo come corazza e semplificazionismo come valore (quindi anti intellettualismo).
Auguri a chiunque, in tutto questo, continua comunque a provare a pensare.

martedì 21 gennaio 2014

le trappole dell'identità

Ho letto qualche mese fa il  libro “Tutto quello che sai sulla Sardegna è falso”, di Omar Onnis, che mi è piaciuto molto, e dopo qualche settimana mi è capitato di leggere “Quando cadono i muri”, di Edouard Glissant e Patrick Chamoiseau, e ho trovato in entrambi alcune parole sull’identità che mi sembrano chiare e molto convincenti, su come tutti i discorsi sull’identità siano spesso una trappola.
Riporto due brani dei due libri, che potrebbero scambiarsi senza problemi.
1 - “Non sapremmo gestire un ministero dell’identità. Altrimenti, la vita della collettività diventerebbe un meccanismo, il suo futuro asettico, reso sterile da regole fisse, come in un esperimento di laboratorio. Il fatto è che l’identità è prima di tutto un essere nel mondo, come dicono i filosofi, un rischio che bisogna correre e di cui si alimenta il rapporto con l’altro e con il mondo, ed è, allo stesso tempo, un risultato di questo rapporto. Una simile ambivalenza nutre contemporaneamente la libertà di intraprendere e, più in là, l’audacia di cambiare. La nazione colonizzatrice impone i propri valori e fa appello ad una identità preservata da ogni attacco esterno che noi chiameremo “identità a radice unica”. Anche se ogni colonizzazione è, prima di tutto, sfruttamento economico, nessuna può fare a meno di questa supervalorizzazione identitaria che giustifica lo sfruttamento. L’identità a radice unica ha dunque sempre bisogno di rassicurarsi autodefinendosi, o almeno cercando di farlo. Ma un tale modello è stato anche rintracciato, se non all’origine, almeno nella realizzazione delle lotte anticolonialiste: è tramite la rivendicazione di una identità nazionale, ereditata dall’esempio dei colonizzatori, che le comunità dominate hanno trovato la forza di resistere. Lo schema dello stato nazione si è così moltiplicato nel mondo. E ne sono derivati solo disastri.
Il progresso umano non si può capire senza ammettere che esiste un aspetto dinamico delle identità, quello della “relazione”. Mentre l’aspetto-muro dell’identità rinchiude, l’aspetto-relazione apre in egual misura…”
da “Quando cadono i muri”, di Edouard Glissant e Patrick Chamoiseau

2 - “…Qualsiasi identità è una menzogna. Essere identici a qualcosa vuol dire sostanzialmente adeguarsi ad un modello fisso e non mutabile. Il che risulta quanto mai inapplicabile alla condizione umana. Che si conforma, è vero, a modelli, nasce sempre da qualcosa che la precede nel tempo ma non ha né un andamento lineare né un percorso obbligato. Così nessuno di noi è “identico” ai suoi nonni e tanto meno siamo identici ai nostri antenati lontani. Non sono identici gli elementi della vita materiale, non sono identici i rapporti di produzione, non sono identici il modo di parlare (al di là della lingua usata, che può essere anche la medesima), i riferimenti concettuali, la conoscenza del mondo, i mezzi di comunicazione, l’armamentario mentale. Ed è perfettamente naturale che sia così. Non c’è nulla di sbagliato nel mutamento…”

da “Tutto quello che sai sulla Sardegna è falso”, di Omar Onnis