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mercoledì 5 novembre 2025

Gli Stati Uniti negano il visto al Nobel Wole Soyinka

Il premio Nobel della letteratura nigeriano Wole Soyinka ha fatto sapere che gli Stati uniti gli hanno revocato il visto e gli hanno vietato l’ingresso nel Paese. Lo scrittore, oggi 91enne e premio Nobel per la letteratura nel 1986, ha denunciato in una conferenza stampa il fatto che il consolato statunitense a Lagos gli ha chiesto di portare con sé il passaporto affinché il suo visto potesse essere annullato di persona, poiché erano emerse “nuove informazioni” sul suo conto, non specificate.

Soyinka ha definito l’invito una “lettera d’amore piuttosto curiosa da parte di un’ambasciata” e ha detto alle organizzazioni che speravano di invitarlo negli Stati Uniti di “non perdere tempo”: il premio Nobel era titolare di un permesso di residenza permanente negli Stati Uniti ma vi ha rinunciato nel 2016, strappando la sua green card in segno di protesta contro l’elezione del presidente Donald Trump. Tuttavia, il famoso autore ha continuato a svolgere regolarmente incarichi di insegnamento presso università statunitensi, cosa che fa da almeno 30 anni.

Il caso getta luce sulle politiche di visto e revoca degli Stati Uniti nei confronti di cittadini stranieri. Come sottolinea Al Jazeera, dall’inizio del suo secondo mandato Trump ha messo in atto una stretta sull’immigrazione. Quello che ha coinvolto Wole Soyinka non è infatti il primo caso. L’amministrazione Trump ha revocato nell’ultimo periodo visti e green card a individui che ritiene non in linea con le politiche del presidente.

Prima persona del continente africano a vincere il Premio Nobel per la Letteratura, Soyinka è uno dei più acuti e vivaci intellettuali africani. Ha speso la sua vita a scrivere e a lottare per i diritti.

da qui

 

Conversazione telefonica

Il prezzo sembrava ragionevole, il luogo
indifferente. L’affittuaria aveva giurato di vivere
fuori sede. Non rimaneva nulla
se non la confessione. “Signora” avvisai,
“detesto buttar via tempo in viaggi inutili – sono africano.”
Silenzio. Trasmissione zittita di
buone maniere pressurizzate. La voce, quando venne,
spalmata di rossetto, pigolio di lungo
bocchino dorato. Ero stato beccato, che imbecille.
“QUANTO SCURO?”… Non avevo sentito male… “LEI È CHIARO
O MOLTO SCURO?” Bottone B. Bottone A. Tanfo
di respiro rancido di pubblico nascondino telefonico.
Cabina rossa. Cassetta rossa. Autobus rosso
a due piani che schiaccia l’asfalto. Era vero! Svergognata
dal silenzio scortese, la resa
spinse lo stupore a pregare semplificazione.
Lei era piena di riguardo, variando l’enfasi –
“LEI È SCURO? O MOLTO CHIARO?”
Venne la rivelazione.
“Lei intende – come cioccolato semplice o al latte?”
Il suo assenso era clinico, schiacciante nella propria leggera
impersonalità. Rapidamente, regolatomi a quella lunghezza d’onda,
scelsi. “Seppia Africano occidentale” e come pensiero aggiunto,
“Come dice il mio passaporto.” Silenzio per spettroscopico
volo di fantasia, fino che la sincerità fece risuonare il suo duro
accento sulla cornetta. “COS’E’?” concedendo
“NON HO IDEA DI COSA SIA.” “Tipo castano.”
“È SCURO, GIUSTO?” “Non del tutto.
Di faccia, sono castano, ma signora, dovrebbe vedere
il resto di me. Il palmo della mia mano, le piante dei miei piedi
sono di un biondo ossigenato. Lo sfregamento, dovuto –
che stupido pazzo – allo starmene seduto, ha reso
il mio sedere nero corvino – un momento, signora!”- percependo
il suo ricevitore rizzarsi in un fragore di tuono
fin nelle orecchie: “Signora,” supplicai, “non vorrebbe piuttosto
controllare di persona?”

da qui

 

 

Mi indigna l’impoverimento del linguaggio, la retorica dell’esclusione. Il muro di Trump è già eretto nelle menti (Wole Soyinka)

 

«Le relazioni euro-africane degli ultimi cinque secoli – diceva lo scrittore nigeriano Nobel per la letteratura 1986 – sono la storia di un monologo. Quello europeo».

martedì 21 aprile 2020

Covid-19 | La lettera aperta di 100 intellettuali africani




Le minacce che incombono sul continente africano, legate alla diffusione di Covid-19, chiedono la nostra attenzione, sul piano individuale e collettivo. La situazione è critica. Non si tratta di fermare un’altra crisi umanitaria “africana”, ma di contenere gli effetti di un virus che sta scuotendo l’ordine del mondo, mettendo in discussione le basi della vita comune.
La pandemia di coronavirus sta rivelando quel che le classi benestanti, che vivono nelle principali grandi città del continente, hanno fino ad ora fatto finta di non vedere. Per quasi dieci anni, infatti, media, intellettuali, politici e istituzioni finanziarie internazionali si sono aggrappati all’immagine di un’Africa in movimento, nuova frontiera dell’espansione capitalista. Un’Africa in procinto di “emergere” economicamente, dai tassi di crescita in grado di fare invidia a più di un Paese dell’emisfero Nord. Ma questa rappresentazione in larga parte immaginaria si è lacerata di fronte a una crisi dalle molte sfaccettature e che ancora non ha rivelato tutti i suoi lati occulti.
Adesso però le varie prospettive di multiculturalismo inclusivo – tenute in vita dalla politica dei trattati – si stanno sgretolando sotto i nostri occhi, lasciando il posto a feroci lotte geopolitiche. Questo nuovo contesto di scontro economico caratterizzato dalla formula del “tutti contro tutti” sta lasciando in ombra i Paesi del Sud, ricordando, se necessario, che il ruolo che spetta loro è quello di docili spettatori.
La pandemia da Covid-19 minaccia di scuotere dalle fondamenta stati e amministrazioni africane, i cui fallimenti sono stati ignorati troppo a lungo. È impossibile menzionarli tutti. Qui basterà ricordare gli investimenti insufficienti nella sanità pubblica e nella ricerca di base, i mancati obiettivi di autosufficienza alimentare, la cattiva gestione delle finanze pubbliche, la priorità assegnata alla costruzione di aeroporti, strade e altre infrastrutture a spese del benessere delle persone e delle loro prime necessità. Su questi argomenti sono stati realizzati molti studi, che evidentemente non hanno fatto breccia nei circoli di potere dei diversi stati del continente. La gestione della crisi in corso costituisce una prova lampante del gap tra l’Africa reale e quella immaginaria.
La necessità di governare con compassione
Replicando senza contestualizzare i modelli securitari di “contenimento” adottati in Europa, molti leader africani stanno imponendo un brutale confinamento alle loro popolazioni, punteggiato spesso da interventi violenti della polizia. Queste misure possono forse soddisfare le classi benestanti, al riparo dalla promiscuità e che hanno la possibilità di lavorare a casa, ma si stanno dimostrando punitive e devastanti per quanti sopravvivono grazie a attività informali.
Cerchiamo di essere chiari: non stiamo sostenendo una scelta impossibile tra sicurezza economica e sicurezza sanitaria, ma desideriamo insistere sulla necessità che i governi africani tengano conto della precarietà cronica che accompagna la maggior parte delle loro popolazioni.
L’Africa ha certamente un vantaggio nella gestione delle crisi sanitarie su larga scala, legato alle esperienze pregresse. Le organizzazioni della società civile inoltre stanno mostrando un’enorme solidarietà e creatività. Queste iniziative non possono però in alcun modo compensare l’impreparazione cronica e le carenze strutturali dei diversi Paesi. Piuttosto che rimanere inattivi confidando negli eventi, dovremmo sforzarci di ripensare le basi del nostro destino comune, a partire dal nostro specifico contesto storico e sociale e dalle risorse disponibili.
La nostra convinzione è che “l’emergenza” non possa e non debba costituire una modalità di governance. Dovremmo piuttosto concentrarci sulla reale urgenza, che è quella di riformare le politiche pubbliche, di farle lavorare a favore delle popolazioni africane e secondo le priorità africane. In breve: è imperativo evidenziare il valore di ogni essere umano, indipendentemente dal suo status, andando oltre logiche di profitto, dominio o presa di potere.

Oltre lo stato d’emergenza
I leader africani possono e devono proporre alle loro società una nuova idea politica dell’Africa: è una questione di sopravvivenza e non di “prosperità retorica”. Sono necessarie serie riflessioni sul funzionamento delle istituzioni statali, sulla funzione stessa dello stato e sulle norme giuridiche che distribuiscono i poteri e definiscono il loro equilibrio.
Possiamo ottenere di più se partiamo da idee rispondenti alle realtà in tutto il continente. La realizzazione della seconda ondata della nostra indipendenza politica dipenderà dalla creatività politica e dalla nostra capacità di assumerci la responsabilità del nostro destino comune. Ancora una volta, vari sforzi isolati stanno già dando i loro frutti. Meritano di essere ascoltati, discussi e ampiamente incoraggiati.
Inoltre, il panafricanismo ha anche bisogno di una nuova collocazione di vita. Deve riconciliarsi con la sua ispirazione originale. Se i progressi nell’integrazione continentale sono stati lenti, le ragioni sono da ricercare, in gran parte, in un orientamento modellato dall’ortodossia del liberalismo economico.
La pandemia da coronavirus sta rivelando il deficit di una risposta continentale collettiva, sia nel settore sanitario sia in altri. Oggi più che mai, invitiamo i leader a ponderare la necessità di adottare un approccio concertato ai settori della governance relativi alla salute pubblica, alla ricerca in tutte le discipline e alle politiche pubbliche. La salute deve essere concepita come un bene pubblico essenziale, lo stato degli operatori sanitari deve essere migliorato, le infrastrutture ospedaliere devono essere aggiornate a un livello che consenta a tutti, compresi i dirigenti stessi, di ricevere cure adeguate in Africa. La mancata attuazione di queste riforme sarebbe catastrofica.

La sfida per l’Africa
La sfida con cui siamo chiamati a misurarci non è altro che il ripristino della libertà intellettuale e e della creatività del continente: in assenza di queste, qualsiasi discorso sulla sovranità si rivela inconcepibile. La sfida è rompere con l’outsourcing delle nostre prerogative sovrane, riconnetterci con configurazioni locali, abbandonare l’imitazione sterile, adattare la scienza, la tecnologia e la ricerca al nostro contesto, ridisegnando le istituzioni sulla base delle nostre specificità e delle nostre risorse, adottando un quadro di governance inclusivo e suno viluppo endogeno, per creare valore qui, al fine di ridurre la nostra dipendenza sistemica.
Ancora più importante, è essenziale ricordare che l’Africa ha risorse materiali e umane sufficienti per costruire una prosperità condivisa su base egualitaria e nel rispetto della dignità di ognuno. La mancanza di volontà politica e le pratiche estrattive di attori esterni non possono più essere usate come scuse per l’inazione. Non abbiamo più scelta: abbiamo bisogno di un radicale cambio di direzione.
Ora è il momento!».

Wole Soyinka (premio Nobel per la Letteratura 1986)…


venerdì 12 febbraio 2016

lo dice anche Wole Soyinka

Un africano, un premio Nobel per la letteratura è intervenuto sulla visita del presidente iraniano Rohani in Italia e sulla decisione di coprire statue ed opere d’arte per non offendere il capo di stato di un paese in visita ufficiale in Italia, con il quale si intrattengono affari miliardari.
Il premio Nobel è il nigeriano Wole Soyinka, forse uno degli africani più conosciuti nel mondo. La sua presa di posizione è durissima contro l’Italia, senza attenuanti. E’ la critica di un africano che mostra di non avere quel complesso di inferiorità che di solito gli africani nutrono per gli europei e si possono permettere di mettere a nudo le loro debolezze.
E’ anche la critica di un africano che conosce bene cosa hanno dovuto fare le civiltà del suo continente per “accomodare” le relazioni con l’Europa e per subirle fino all’annientamento culturale. Ecco le sue parole tratte da un articolo pubblicato su Il Sole24Ore di domenica 7 febbraio:
Deplorevole è la resa alla tracotante arroganza settaria, espressa o taciuta, e all’intolleranza. L’Italia ha tradito il genere umano, svilendosi in maniera praticamente irreversibile. Ha tradito i miliardi di persone cadute vittime dei dettami religiosi e culturali nel corso della storia, alcuni delle quali giustiziate nelle carceri segrete di nazioni quali l’Iran…La questione fondamentale è che la leadership politica di un paese ha assoggettato la sovranità del suo popolo ai valori reali, immaginati o semplicemente ipotizzati di un altro, giustamente guadagnandosi lo scherno e il biasimo di un ampia fetta di mondo.
E’ estremamente difficile esprimere il disgusto e il senso di sfiducia provocato da una tale leadership. Non potrebbe essere più mortificante il comportamento dell’Italia nei riguardi di chi si impegna da tutta una vita a favore della libertà di scelta, di espressione, di gusto, creatività e di una sciolta interazione tra le culture…(il comportamento dell’Italia) E’ una freccia in più agli archi dell’ISIS, di Al Shabaab, Boko Haram e di tutte le altre forze oscure anti-umane che si sono ripromesse di distruggere le fondamenta stesse della società contemporanea da un lato all’altro del globo…Il mondo dovrebbe rispondere all’Italia in modo chiaro e inequivocabile, pur se simbolico. L’evento di questa capitolazione gravissima ai dettami di una minoranza dovrebbe essere iscritto in modo permamente nelle cronache mondiali della vergogna e dell’infamia!