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giovedì 25 gennaio 2024

Il predatore - Marco Niro

Il libro si divide in tre parti, l’attacco, la caccia e la cattura, termina con un epilogo e un post epilogo, come in quelle musiche nelle quali sembra che siamo al termine, e poi si riparte un altro po’, e il cerchio si chiude.

Sembra una storia che riguarda gli orsi e i loro rapporti con gli umani, ma è invece il tragico sterminio da parte degli umani verso le specie animali non umane che non si possono sfruttare economicamente.

Gli umani sono l’unica specie che ha un esercito di assassini chiamati cacciatori, e si lamentano di poter uccidere troppo poco.*

 

Ma torniamo al libro, che inizia con una citazione di Hemingway su orsi, zingari e indiani.**


Qualche volta gli orsi attaccano gli umani, ma un numero di volte infinitamente inferiore di quanto non facciano gli umani contro gli orsi, ma soprattutto gli umani sono specializzati nel danneggiarsi fra di loro, fino ad arrivare all’omicidio e alla guerra.

La storia è la solita storia ignobile di rapporti umani insinceri e prevaricatori, all’interno delle famiglie e nei rapporti sociali in genere, la sincerità e l’amicizia sono merce rara.

Il libro è un po’ un thriller ecologico e politico, ma di più è un thriller classico, con assassini e investigatori, testimoni e omertà, persone che meritano l’estinzione.***

 

L’ambientazione è quella di una piccola cittadina di montagna, un microcosmo chiuso, dove tutti, o quasi, si conoscono, ma non troppo.

Il dramma esplode quando tre amici fanno una gita in montagna, dopo più di cento pagine. Marco Niro non si fa prendere dalla fretta, costruisce lo sfondo nel quale tutto può succedere, e succede.

In quella gita in montagna, per poche ore, Marco, Diego e Alessio vivono una qualche forma di felicità, senza temere di essere delusi o accoltellati, e si raccontano delle storie, come sempre si raccontano gli umani, raccontare storie, ascoltarle, leggerle.****


Il commissario Andrisani (che sembra uscito da un giallo di Friedrich Dürrenmatt) risolverà il caso, ma...

Il resto leggetelo voi, se siete curiosi.  

 

Buona lettura, allora.

 

 

*ecco la tragica fine di Amarena, se vi fosse sfuggita (vedi qui)


** proprio quest'anno è uscito Lubo,  di Giorgio Diritti (un ottimo film, sottovalutato da critica e spettatori), che inizia con zingari e orsi

 

***alla domanda sul grande successo della fantascienza, più o meno mezzo secolo fa, Ursula Le Guin spiegava il successo della fantascienza argomentando che la fantascienza era lo strumento narrativo-letterario per interpretare meglio la realtà, da un po’ di anni il noir e il thriller sono lo strumento narrativo-letterario per interpretare meglio la realtà

 

**** la storia che racconta Marco potete vederla in un piccolo grande film di Laura Samani (il titolo è Piccolo corpo)

 

 

 

I Personaggi:

Alessio Rizzoli. Ragazzo. Non ama Gabriele D’Annunzio.

L’artiglio. Può fare molto male.

Baleno. Orso. Fantasma.

Il bar del paese. Dove si gioca a biliardo e si beve grappa. E si chiacchiera.

Cimalta. Amena borgata di montagna. Forse.

Il commissario Andrisani. Sbirro disciplinato. Finora.

Diego Mantovani. Ragazzo. Ama Henry Thoreau.

Dio. Esiste?

Don Ruggero. Prete. Non crede in Dio.

J. Molto più di una lettera.

Matteo Adami. Self-made man. Non gli piacciono gli orsi.

Il Monte Ertissimo. Tutto inizia lì. E finisce.

Osho Sai Yogi. Parla con Baleno.

Gli orsetti di peluche. Prendono fuoco facilmente.

L’Orso Rosso. Era un uomo. Libero. Prima dell’alcol.

Paolo Mantovani. Padre. Cardiochirurgo in carriera.

Thor. Orso. Enorme.

da qui

 

 

 

 

scrive Marco Niro:

Scrivere “Il predatore” è stata un'esperienza nuova. Infatti, oltre ai romanzi e ai racconti pubblicati nei panni di Tersite Rossi, in quelli di Marco Niro avevo pubblicato finora solo un saggio e un libro per ragazzi. Di conseguenza, “Il predatore” è per me, di fatto, un esordio letterario, difficile ed elettrizzante come tutti gli esordi. Preciso che con Mattia Maistri, l'altro membro del collettivo, non c’è stata nessuna rottura, solo una separazione temporanea. Il percorso di vita di Mattia lo ha allontanato dalla scrittura e io, che fermo con le dita non ci so stare, ho pensato che era il momento buono per provarci da solo, per dedicarmi a un mio vecchio progetto: scrivere un romanzo di puro genere, ambientato in montagna, raccogliendo due sfide.

La sfida della forma: usare il genere noir per fare narrativa d'inchiesta
La prima era legata alla forma: volevo provare a usare gli stilemi del genere, in tal caso quelli del noir e del thriller, non tanto per sovvertirli o addirittura rinnegarli, come sempre ha fatto Tersite Rossi, quanto, più rispettosamente diciamo, per “piegarli” e renderli funzionali alla causa della narrativa militante e d’inchiesta, ovvero l’unico modo, credo, per fare sì che, oggi, il genere letterario resti vivo e significativo, senza limitarsi a essere uno stampino o peggio ancora una gabbia.  Tutto questo infilandomi nel filone della cosiddetta “letteratura di montagna”, oggi molto significativo e popolato.

La sfida del contenuto: scrivere di montagna, figuri ambigui e fauna selvatica
La seconda sfida, invece, aveva a che fare col contenuto: senza essere un montanaro (in montagna ci vivo da quasi vent’anni, ma ho trascorso in riva al Po i miei primi venticinque), volevo provare a scrivere di montagna focalizzando su una certa realtà meschina che da troppo tempo vedo prevalere, una realtà popolata da figuri ambigui, a livello tanto politico quanto economico, che dicono di volersi battere per il futuro della montagna e al tempo stesso la distruggono, come ambiente e come cultura. Il rapporto distorto che è venuto a crearsi tra uomo e fauna selvatica, tra noi e gli orsi, m’è parso l’elemento più emblematico, oggi, se si vuole capire la realtà di cui sto parlando. E così ho deciso di metterlo al centro di questo romanzo.

Un romanzo attuale... che non doveva esserlo
Vi dirò anche da cosa “Il predatore” non nasce, e probabilmente sarà una cosa difficile da credere: non è un romanzo che ho scritto per cavalcare l’attualità. Gli amici di Bottega Errante, l'editore, mi sono testimoni: hanno ricevuto la bozza del romanzo nel 2021, ovvero due anni prima che la cronaca si riempisse dei fatti tragici che conosciamo, e che hanno trasformato la delicata questione della convivenza tra uomo e fauna selvatica in un feroce, irrazionale dibattito tra tifoserie, tanto privo di scientificità quanto caratterizzato, fin troppo, da strumentalità bieca e opportunista. Eppure... Eppure, chi leggerà oggi “Il predatore” non potrà fare a meno di pensare che io abbia preso spunto direttamente da quei fatti, e lo dico perché io stesso, nel rileggerlo, ho pensato: “Com’è possibile? Le cose sono andate proprio così, quasi identiche a come le avevo immaginate...”. Quasi, per fortuna. Se leggerete, capirete cosa voglio dire. E a quel punto sono certo che non mi crederete.

da qui


domenica 17 gennaio 2021

Economia escrementale - Federico Casotto

Il problema dell’innalzamento della temperatura media sulla superficie del nostro pianeta è raccontato sempre di più come un’emergenza. “Bisogna fare qualcosa e bisogna farlo subito”, si sente dire, “prima di raggiungere il punto di non ritorno”. Qualcuno ha visto nelle condizioni che si sono create durante il lockdown primaverile del 2020, caratterizzate da un calo forzato della produzione e del consumo di beni ed energia, la prova che un’azione drastica e coordinata a livello planetario è possibile e avrebbe grande effetto sui fattori climalteranti. Essa però ha comportato limitazioni ai movimenti delle persone e alle attività produttive e commerciali, che sono state patite come compressioni dolorose di alcune libertà fondamentali: la libertà di viaggiare, di consumare, di fare il lavoro a cui si è formati.

L’emergenza climatica è un’emergenza sui generis fatta di ghiacciai che si sciolgono in Groenlandia e di permafrost che cede in Siberia, cioè di catastrofi spettacolari e remote da cui le civiltà si sentono ancora a una distanza di sicurezza. Oppure si manifesta nella forma di disastri locali, bombe d’acqua in Liguria, uragani in Florida, estati siccitose e inverni senza neve o con troppa neve, che non siamo sempre disposti a ricondurre a un fenomeno globale o a collegare alla bottiglia di Evian da mezzo litro che abbiamo appena bevuto lungo la BreBeMi – cioè una degli undici miliardi di bottiglie usate una tantum e poi gettate ogni anno dai consumatori italiani, acquistata lungo una delle autostrade più inutili mai costruite. La relazione di causa ed effetto in questi casi non è evidente. Richiede all’immaginazione un salto di scala che non tutti riescono a fare e la ricostruzione di complesse concatenazioni causali. “Una bottiglia, che sarà mai? Io poi la butto nella differenziata.” 

 

Scenari di lockdown climatico

Difficilmente accetteremmo un lockdown climatico. Abbiamo sopportato, più o meno convinti, i lockdown del 2020 perché sapevamo che le persone stavano morendo davvero di Covid-19. Lo stato di necessità all’origine della decisione di chiudere tutto si è imposto con l’evidenza dei fatti di cronaca e chi ha negato i fatti come invenzioni mediatiche manipolatorie, ha avuto, in fin dei conti, pochi seguaci. Lo stato di necessità ecologico invece si baserebbe solo su delle previsioni a loro volta basate su fatti scientifici. I fatti scientifici, ben più dei fatti di cronaca, richiedono strumenti e sforzi intellettuali per essere riconosciuti e le previsioni basate su di essi richiedono un atto di fede nella scienza e nei suoi interpreti da parte di tutte le persone, una schiacciante maggioranza, che non hanno quegli strumenti o non vogliono fare quegli sforzi. 

 

Proviamo a immaginare che cosa accadrebbe se i governi europei si mettessero d’accordo per imporre ai cittadini le misure restrittive necessarie per ridurre al minimo, qui ed ora, le emissioni di gas serra per salvare il salvabile. Elenchiamo solo alcune misure di sicura efficacia, a titolo di esempio: distribuzione di acqua minerale e di qualsiasi bibita in bottiglia consentita solo entro un raggio di 50 km dalla fonte e solo con bottiglie di vetro senza etichetta e con vuoto a rendere, da riutilizzare almeno 30 volte prima di essere riciclate; budget kilometrico individuale annuo per i viaggi in aereo (poniamo: non più di un volo intercontinentale A/R o di 2 continentali A/R all’anno per persona); contingentamento della produzione e del consumo di carne e alimenti di origine animale (non più di 300 grammi di carne per persona alla settimana); divieto di usare l’auto privata nelle aree urbane con più di 3.000 abitanti; divieto di produrre e importare beni giudicati superflui da una commissione di esperti presieduta da me e abolizione contestuale dei negozi Tiger, Muji Tutto a 1 Euro; definizione di un budget energetico annuo per ogni industria commisurato alla utilità dei beni prodotti (l’utilità sarebbe valutata da un’altra commissione apposita); introduzione nel codice penale del reato di obsolescenza programmata e contestuale sostegno economico ai laboratori di assistenza e riparazione degli elettrodomestici e alle sartorie; limitazioni stringenti all’uso della chimica in agricoltura e grandi investimenti statali nelle tecniche di permacultura; riforestazione del 10% della pianura padana e contestuale esproprio delle aree edificabili non ancora edificate e dei terreni agricoli improduttivi; abolizione delle merendine confezionate e in generale del junk food (concetto definito a cura del MinCulPop, dove “Cul” sta per Culinaria) con la sola eccezione delle patatine, molto gradite alle leadership.

Il governo che imponesse queste e altre misure simili e volesse farle rispettare ad ogni costo, provocherebbe tensioni sociali fortissime. La popolazione si dividerebbe tra i filogovernativi europeisti che credono nella necessità indifferibile di queste misure severe per garantire un pianeta vivibile alle generazioni future e salvare Venezia dall’innalzamento del livello del mare e gli oppositori che ne vedrebbero solo le terribili conseguenze sociali ed economiche immediate, foriere di problemi ancora più gravi per le stesse generazioni future. Le posizioni si polarizzerebbero, tanto che gli ecologisti moderati, sensibili al problema del riscaldamento globale, ma fautori di un approccio più graduale e rispettoso delle prerogative democratiche, finirebbero per fare fronte comune con i negazionisti al fine di contrastare la pericolosa deriva autoritaria dei governi ecologisti. Dall’altra parte, gli ecologisti oltranzisti ispiratori di queste misure drastiche e illiberali si alleerebbero ai grandi capitali delle corporation hi-tech (Google su tutte) – che solo pochi anni prima essi avrebbero considerato come parte del problema – affidando loro il controllo sociale capillare “a fin di bene” delle società e il monitoraggio puntuale dei consumi e delle violazioni, nonché lo sviluppo di sistemi di produzione industriale sostenibili e circolari. La propaganda antigovernativa inviterebbe il popolo alla disobbedienza civile e alla lunga le opposizioni, oramai stigmatizzate come negazionisti tout court, senza distinguere tra le loro anime diverse, sarebbero identificate come nemico pubblico e le loro organizzazioni dichiarate illegali.

Costretto alla clandestinità, l’ampio ventaglio della dissidenza, dopo avere agitato le opinioni, si compatterebbe per avere più forza d’urto. Si approprierebbe orgogliosamente dell’etichetta di negazionisti, sostituendo però l’oggetto originario della negazione (il cambiamento climatico) con l’autoritarismo euro-ecologista, che sarebbe indicato come il vero nemico da sconfiggere per dare un futuro vivibile e democratico ai nostri figli e nipoti. Pianificherebbe attentati nei colossali parchi eolici in costruzione in Puglia e in Maremma, finanziandosi con il contrabbando dei Kinder Pinguì di produzione turca e del ciauscolo prodotto in Cina da transfughi maceratesi e col mercato nero delle statuine di Thun rivendute a prezzi altissimi perfino ad alcuni membri di spicco dell’establishment. Alla fine, nelle regioni del Nord-Est e in Romagna, dove la maggioranza della popolazione simpatizzerebbe per il movimento negazionista, i comandi locali della polizia di stato e intere divisioni dell’esercito si ammutinerebbero, facendo fronte comune coi rivoltosi e consentendo a questi ultimi di uscire allo scoperto e di organizzarsi in istituzioni rivoluzionarie. Sull’orlo della guerra civile e sotto la minaccia di un intervento USA al fianco dell’autoproclamatasi Repubblica Adriatica e degli altri movimenti separatisti nati in tutt’Europa, si avvierebbero negoziati frenetici per scongiurare il peggio.

Non so come andrebbe a finire, ma è evidente che la dichiarata emergenza climatica si sarebbe ormai tradotta in un’emergenza politica e sociale ben più tangibile, che esporrebbe le popolazioni a rischi di breve termine comparabili per gravità con quelli di lungo termine che si sarebbero voluti evitare. Le dinamiche innescate dalle decisioni eccezionali dei governi ecologisti avrebbero accorciato drasticamente la prospettiva planetaria del problema e ridotto la sua dimensione a una questione di ordine pubblico locale.

In riferimento a scenari di questo tipo, viene spesso tirata in ballo la teoria politica di Carl Schmitt, perché offre gli strumenti per capirli. Benché formulate come categorie politiche astratte, le categorie di stato di eccezionesovranità e nemico ci aiutano a rappresentare quello che accade a una comunità quando l’autorità sovrana prende atto di un’emergenza grave e per farvi fronte chiede che alla sua decisione autonoma sia attribuita forza di legge. In queste situazioni eccezionali, la comunità tende a identificare sé stessa in relazione alla disponibilità dei suoi membri ad accettare – o a subire passivamente – la decisione. Senza la legittimazione di una comunità che si compatta per convinzione o per paura attorno al suo organo sovrano di governo, la decisione non potrebbe imporsi. Chi non accetta la decisione si pone al di fuori della comunità.

Questo compattamento e la corrispondente esclusione avvengono, nei termini di Schmitt, secondo una polarizzazione del tipo amico/nemico. O con me o contro di me. La nozione di nemico si riferisce non tanto a un opponente in un conflitto dichiarato, ma all’altro da sé rispetto al quale la comunità definisce i confini della propria sovranità e che in determinate circostanze potrebbe diventare l’estremo avversario politico. Al primo manifestarsi di una crisi grave, la comunità in genere riferisce la nozione di nemico, in senso metaforico e nel quadro di una retorica guerresca, alla causa dell’emergenza (nemico è il virus, il terrorismo, il fiume in piena) per creare un fronte solidale nella lotta per la sopravvivenza. 

Ma col passare del tempo e il perdurare dello stato di eccezione, la stessa nozione finirà per essere attribuita in senso schmittiano a chi si oppone alla decisione sovrana. Dopo le bandiere alle finestre, i cori di bellaciao, i je suis Charlie!, i siamo in guerra!, gli angeli del fango e le altre forme espressive dell’unità e solidarietà nazionali, le opinioni sono destinate a polarizzarsi, le contrapposizioni politiche a radicalizzarsi e il fronte comune contro il problema a disgregarsi. È evidente che, se il problema in questione è l’aumento della temperatura media del pianeta, queste condizioni sono particolarmente sfavorevoli all’elaborazione di una soluzione efficace, perché questa richiede una comunione d’intenti universale e duratura. Bisogna essere d’accordo tutti, dentro e fuori i confini degli stati nazionali, e bisogna esserlo per un tempo indefinito.

Quella climatica sembra un tipo di emergenza che non può essere affrontata con misure emergenziali: la transizione verso forme sostenibili di civiltà non avverrà attraverso l’imposizione autoritaria alle popolazioni di drastiche e dolorose limitazioni alla produzione e al consumo di beni e di energia. 

 

Eccesso sostenibile

Non avverrà nemmeno attraverso i liberi accordi tra gli stati per la riduzione delle emissioni di gas serra, come quelli sanciti dal trattato di Parigi. Questi accordi, benché utili, non possono provocare i cambiamenti radicali che la transizione esige. Oltre a non essere in alcun modo vincolanti per i firmatari, dato che nessuno stato nazionale sarebbe disposto a rinunciare alla propria sovranità su questa materia (per trasferirla a chi, poi?), essi restano ancorati ai modelli dominanti di organizzazione economica e sociale che forse sono la vera origine del problema. La loro ambizione è di realizzare l’ideale dello sviluppo sostenibile, cioè di eliminare gli effetti climalteranti provocati dalle attuali pratiche di approvvigionamento e consumo energetico, garantendo però per il futuro gli stessi livelli di produzione e di consumo di beni e servizi a cui siamo abituati e stimolandone semmai un aumento ai fini della crescita economica. Prefigurano improbabili scenari di eccesso sostenibile, basati su un principio di sostituzione di tecnologia: dai combustibili fossili all’eolico, dai motori a combustione interna ai motori elettrici, ecc. Guardate le fotografie qui sotto e con uno sforzo di fantasia immaginate che tutte le automobili siano elettriche, che tutte le luci e i condizionatori siano alimentati da enormi parchi eolici off-shore e che tutti i beni di consumo contesi nel Black Friday siano realizzati con, poniamo, il 70% di materiali riciclati: avrete davanti agli occhi una rappresentazione icastica dello sviluppo sostenibile.

Ho già provato ad argomentare su queste pagine il mio scetticismo circa la possibilità che simili scenari, ammesso che siano auspicabili, si avverino. Le fonti energetiche a emissioni zero non potranno mai coprire l’odierna domanda di energia e ancor meno la domanda futura, di cui si prevede un aumento costante. La verità è che si dovrà consumare molto meno e adattarsi a forme di benessere meno energivore. Non ci sarà transizione fino a che non si sarà affermata nelle società una nuova sensibilità ecologica, fondata sul pieno riconoscimento della limitatezza delle risorse e sulla nozione della civiltà umana come parte di un ecosistema delicato di cui essa deve assumersi la responsabilità. Non ci sarà transizione finché non si sarà diffusa tra i cittadini un’acuta insofferenza per lo spreco e l’eccesso, sia nelle forme omologanti del consumismo di massa, sia in quelle sperequate del lusso, in quanto spropositato impiego di risorse a beneficio di pochi. Oltre a investire sulle energie pulite, è indispensabile promuovere nelle società una cultura del limite. Questa è la vera urgenza. La sfida climatica è culturale molto più che tecnologica. Non ci aspettiamo che siano i governi a guidare la transizione in questi termini. Possiamo solo sperare nella cosiddetta cittadinanza attiva, fatta di associazionismo, di attivismo individuale, di progetti di innovazione sociale ed economica e di esempi imitabili di felicità alternative. Dobbiamo darci da fare.

 

Escremento

Ursula Le Guin, nel suo romanzo Dispossessed: an Ambiguous Utopia racconta di un pianeta, Anarres, abitato dai discendenti di una setta di anarchici originari di un altro pianeta, il vicino Urras. Costretti all’esilio dalle società autocratiche, patriarcali e capitalistiche che dominano Urras, i primi coloni si erano dovuti adattare all’ambiente inospitale di Anarres, arido, povero di risorse naturali e inasprito da condizioni climatiche estreme. Lì, però, erano riusciti a realizzare il loro ideale anarchico, creando una società egualitaria, senza gerarchie e senza polizie, basata su un principio di solidarietà organizzata, in cui nessuno possiede nulla, nemmeno gli abiti che indossa, ma tutti dispongono liberamente del necessario; in cui tutti, senza esclusioni dovute a privilegi di rango o per merito, dividono il loro tempo tra le incombenze umili al servizio della comunità (come la raccolta dei rifiuti, o l’estrazione dei minerali), la realizzazione dei propri talenti e le occasioni di piacere a basso impatto ambientale che il mondo offre loro: l’amore, il sesso, l’arte, la convivialità, il teatro, il gioco, la conoscenza. La scarsità di risorse e la fragilità dell’ecosistema di cui fanno parte, costringono gli abitanti di Anarres a convivere, anche nei periodi di abbondanza, con la coscienza vigile di una catastrofe possibile.

Vivono quindi in uno stato di necessità permanente, che anziché spingerli verso un governo verticista, autoritario e paternalista, rafforza in ciascuno il senso di responsabilità nei confronti della comunità e la motivazione a fare la propria parte per proteggere la vita sul pianeta e garantire a tutti le stesse opportunità di benessere.

Quando il protagonista Anarresiano del racconto, un fisico teorico di fama interplanetaria viene invitato su Urras dalle istituzioni accademiche più prestigiose della nazione egemone per completare lì le sue ricerche, è sconcertato dall’opulenza dell’ambiente che lo accoglie. Le vetrine scintillanti nei quartieri alti della capitale, la conturbante raffinatezza del mobilio e degli abiti femminili, la varietà e sovrabbondanza dei cibi, l’uso privato di vasti spazi, come palazzi interi per singoli nuclei famigliari e come la stessa suite riservata a lui solo, sono un deplorevole eccesso, il risultato dispendioso e superfluo di un uso smodato delle risorse, non meno sbagliato per il fatto che Urras, contrariamente ad Anarres, ne abbondi. 

Per definire l’eccesso, la lingua di Anarres ha una parola forte, che enfatizza il giudizio di valore che il concetto già di per sé contiene: escremento. “L’eccesso è escremento” dicono ad Anarres, “L’escremento ritenuto entro il corpo è veleno.”

Quel che sopravanza il bisogno, ovvero ciò che è voluttuario, cioè concepito solo per essere desiderato, è assimilato allo scarto ripugnante, che il corpo deve espellere per sopravvivere. Due termini che tenderemmo a considerare opposti, vengono invece sovrapposti in base a una qualità che essi hanno in comune: l’essere superfluiEscremento, in questa accezione anarresiana, aiuta a dire quello che stiamo imparando sull’emergenza climatica terrestre. Il mondo è avvelenato dalla superfluità di gran parte di ciò che desideriamo e produciamo e da un’economia basata sull’obsolescenza, cioè sulla rapida diminuzione del valore di quello che desideriamo e sulla conseguente transitorietà del nostro appagamento; un’economia che produce scarto (escremento) in modo del tutto simile a un apparato digerente. I beni con cui nutriamo le nostre esistenze di consumatori, una volta svuotati del loro valore perché tecnologicamente o esteticamente obsoleti, o solo perché hanno smesso di funzionare, diventano scarto e sono sostituiti da altri più evoluti o più alla moda, che saranno a loro volta digeriti ed espulsi da un metabolismo veloce e incessante. La lampadina fluorescente che abbiamo acquistato a caro prezzo 10 anni fa perché ci prometteva di durare 10 anni e di consumare 10 volte meno di una a incandescenza, è stata rimpiazzata dopo un solo anno, benché ancora funzionante, da un’altra fluorescente compatta che si accendeva più rapidamente, e questa a sua volta da un’altra che emetteva una luce più bella e calda, e poi da un’altra ancora con un bulbo di forma più gradevole e finalmente da una lampadina a LED, che probabilmente fra un po’ sostituiremo con una sempre a LED ma smart, da integrare al nostro sistema domotico.

Così adesso nella scatola delle cose elettriche abbiamo quattro lampadine ancora buone ma inutilizzate – “escremento ritenuto”, secondo la lezione di Anarres, e poi rifiuto speciale da smaltire come RAEE, secondo le direttive dell’Unione Europea - la cui produzione e distribuzione ha richiesto una quantità di energia che non sarà mai compensata dall’uso. L’innovazione incrementale, che ci fa vivere in uno stato di costante inadeguatezza e quindi nella costante condizione di desiderare qualcosa di meglio, è soprattutto escrementale, perché produce valore transitorio e scarto durevole. Intanto però l’economia gira e da qualche parte un PIL cresce. Che ci piaccia o no, dall’economia escrementale adesso dipendono la vita e il benessere materiale di miliardi di persone e sapere che essa ci sta portando verso la catastrofe ci mette in una situazione difficile e ambigua che con una sintesi estrema, a un tempo anarresiana e terra terra, definirei così: siamo immersi negli escrementi fino al collo.

https://www.doppiozero.com/materiali/economia-escrementale

martedì 10 settembre 2019

Ursula K. Le Guin accetta la medaglia della National Book Foundation




To the givers of this beautiful reward, my thanks, from the heart. My family, my agents, my editors, know that my being here is their doing as well as my own, and that the beautiful reward is theirs as much as mine. And I rejoice in accepting it for, and sharing it with, all the writers who’ve been excluded from literature for so long – my fellow authors of fantasy and science fiction, writers of the imagination, who for 50 years have watched the beautiful rewards go to the so-called realists.
Hard times are coming, when we’ll be wanting the voices of writers who can see alternatives to how we live now, can see through our fear-stricken society and its obsessive technologies to other ways of being, and even imagine real grounds for hope. We’ll need writers who can remember freedom – poets, visionaries – realists of a larger reality.
Right now, we need writers who know the difference between production of a market commodity and the practice of an art. Developing written material to suit sales strategies in order to maximise corporate profit and advertising revenue is not the same thing as responsible book publishing or authorship.
Yet I see sales departments given control over editorial. I see my own publishers, in a silly panic of ignorance and greed, charging public libraries for an e-book six or seven times more than they charge customers. We just saw a profiteer try to punish a publisher for disobedience, and writers threatened by corporate fatwa. And I see a lot of us, the producers, who write the books and make the books, accepting this – letting commodity profiteers sell us like deodorant, and tell us what to publish, what to write.
Books aren’t just commodities; the profit motive is often in conflict with the aims of art. We live in capitalism, its power seems inescapable – but then, so did the divine right of kings. Any human power can be resisted and changed by human beings. Resistance and change often begin in art. Very often in our art, the art of words.
I’ve had a long career as a writer, and a good one, in good company. Here at the end of it, I don’t want to watch American literature get sold down the river. We who live by writing and publishing want and should demand our fair share of the proceeds; but the name of our beautiful reward isn’t profit. Its name is freedom.

domenica 1 aprile 2018

Quelli che si allontanano da Omelas - Ursula K. Le Guin

(titolo originale: The Ones Who Walk Away from Omelas
Con un clamore di campane che fece volare altissime le rondini, la Festa dell’Estate arrivò nella città di Omelas, con le sue torri fulgide in riva al mare. Il sartiame delle barche nel porto scintillava di bandiere. Per le vie, tra le case dai tetti rossi e dalle facciate dipinte, tra i vecchi giardini invasi dal muschio e sotto i viali alberati, oltre i grandi parchi e gli edifici pubblici, avanzavano le processioni. Alcune erano decorose: vecchi in lunghe vesti rigide color malva e grigie, gravi maestri artigiani, donne tranquille e ilari che portavano in braccio i loro figlioletti e camminavano chiacchierando. In altre vie, la musica aveva un ritmo più svelto, uno scintillio di gong e tamburelli, e la gente avanzava danzando, la processione era una danza. I bambini correvano dentro e fuori, e i loro acuti richiami s’innalzavano come i voli incrociati delle rondini sopra la musica e i canti. Tutte le processioni si snodavano verso la parte settentrionale della città, dove sul grande prato irriguo chiamato Campi Verdi ragazzi e ragazze, nudi nell’aria luminosa, con i piedi e le caviglie macchiati di fango e le lunghe braccia agili, allenavano prima della corsa gli irrequieti cavalli. Questi non avevano finimenti ma solo cavezza senza morso. Le criniere erano intrecciate di nastri argentei, dorati, verdi. Dilatavano le narici o scalpitavano e si vantavano reciprocamente; erano immensamente eccitati, poiché il cavallo è l’unico animale che ha adottato come proprie le nostre cerimonie. Lontano, a nord e a ovest, sorgevano le montagne, che cingevano per metà Omelas sulla sua baia. L’aria del mattino era limpida e la neve che incoronava ancora le Diciotto Vette ardeva di un fuoco d’oro bianco attraverso le distese di aria assolata, sotto l’intenso azzurro del cielo. C’era abbastanza vento da far garrire di tanto in tanto gli stendardi che delimitavano la pista della corsa. Nel silenzio dei vasti prati verdi si poteva udire la musica che si snodava per le vie della città, ora prossima e ora lontana ma in costante avvicinamento: una gaia e lieve dolcezza dell’aria che di tanto in tanto tremolava e si raccoglieva e prorompeva nel grande scampanio gioioso.
Gioioso! Come si può parlare della gioia? Come descrivere i cittadini di Omelas? Non erano gente semplice, vedete, sebbene fossero felici. Ma noi non diciamo molto spesso, ormai, le parole della gioia. Tutti i sorrisi sono divenuti arcaici. Data una descrizione come questa, si tende a formulare certe ipotesi. Data una descrizione come questa si tende a cercare il re, montato su uno splendido stallone e circondato dai suoi nobili cavalieri, o magari su una lettiga d’oro portata da schiavi muscolosi. Ma non c’era un re. Non usavano le spade, e non avevano schiavi. Non erano barbari. Non conosco le regole e le leggi della loro società, ma credo che fossero pochissime. Come facevano a meno della monarchia e della schiavitù, così facevano a meno anche della borsa-titoli, della pubblicità, della polizia segreta e della bomba. Eppure ripeto che non erano gente semplice, pastori zuccherosi, buoni selvaggi, miti utopisti. Non erano meno complessi di noi. Il guaio è che noi abbiamo la pessima abitudine, incoraggiata dai pedanti e dai sofisticati, di considerare la felicità come qualcosa di abbastanza stupido. Solo la sofferenza è intellettuale, solo il male è interessante. Questo è il tradimento dell’artista: il rifiuto di riconoscere la banalità del male e la terribile noia della sofferenza. Se non potete batterli, unitevi a loro. Ma elogiare la disperazione significa condannare la gioia, abbracciare la violenza significa abbandonare tutto il resto. Abbiamo quasi perduto la presa: non sappiamo più descrivere un uomo felice, né celebrare la gioia. Come posso parlarvi degli abitanti di Omelas? Non erano bambini ingenui e felici, anche se i loro figli erano effettivamente felici. Erano adulti maturi, intelligenti, appassionati, le cui vite non erano disastrate. Oh miracolo! Ma vorrei poterlo descrivere meglio. Vorrei riuscire a convincervi. Nelle mie parole, Omelas sembra una città di favola, lontana nel tempo e nello spazio, “c’era una volta”. Forse sarebbe meglio che la immaginaste come ve la suggerisce la fantasia, ammesso che sia all’altezza della situazione, perché di certo non posso accontentarvi tutti. Per esempio, la tecnologia? Credo che non ci sarebbero vetture o elicotteri per le vie e sopra le vie: questo consegue dal fatto che gli abitanti di Omelas sono felici. La felicità si basa sulla giusta discriminazione di ciò che è necessario. Nella categoria mediana, però (quella del superfluo non distruttivo, della comodità, del lusso, dell’esuberanza, e così via), potrebbero benissimo avere il riscaldamento centrale, la metropolitana, le lavatrici, e tutti i meravigliosi congegni non ancora inventati qui: sorgenti luminose fluttuanti, energia senza combustibile, la cura per guarire il comune raffreddore. Oppure potrebbero non averli: non importa. Come vi piace. Io tendo a pensare che la gente venuta dalle città più in su e più in giú sulla costa sia arrivata negli ultimi giorni prima della Festa su trenini velocissimi e tram con l’imperiale, e che la stazione ferroviaria di Omelas sia il più bell’edificio della città, benché più semplice del magnifico mercato agricolo. Ma anche concedendo i treni, temo che finora Omelas non vi faccia una bella impressione. Sorrisi, campane, sfilate, cavalli ... Beh! In tal caso, vi prego di aggiungere un’orgia. Se un’orgia può servire, non esitate. Però non immaginate templi da cui escono sacerdotesse e sacerdoti di fattezze bellissime, già per metà in estasi e pronti ad accoppiarsi con chiunque, uomo o donna, innamorato o estraneo, che aspiri all’unione con la profonda divinità del sangue, sebbene questa fosse la prima idea. Ma per la verità sarebbe meglio non avere templi a Omelas: o almeno non templi gestiti dagli umani. Religione sì, clero no. Senza dubbio i bellissimi ignudi possono andarsene in giro offrendosi come divini soufflé alla fame del bisognoso e all’estasi della carne. Lasciamo che si uniscano alle processioni. Lasciamo che i tamburelli risuonino sopra gli accoppiamenti e che lo splendore del desiderio sia proclamato dai gong, e (particolare non privo d’importanza) lasciamo che poi la progenie di questi riti deliziosi sia amata e curata da tutti. Una cosa che a Omelas so che non esiste è il rimorso. Ma cos’altro dovrebbe esserci? In un primo momento pensavo che non ci fossero droghe, ma questa è una mentalità puritana. Per quelli che l’apprezzano, la lieve e persistente dolcezza del drooz può profumare le vie della città, il drooz che dapprima arreca grande leggerezza e splendore alla mente e alle membra, e poi, dopo alcune ore, un languore sognante, e infine meravigliose visioni degli arcani e dei segreti dell’universo, oltre a eccitare incredibilmente il piacere del sesso; e non dà assuefazione. Per i gusti più modesti, credo che dovrebbe esserci la birra. Cos’altro, cos’altro c’è nella città gioiosa? Il senso della vittoria, sicuramente; la celebrazione del coraggio. Ma come abbiamo fatto a meno del clero, così facciamo a meno dei soldati. La gioia costruita sul massacro non è la gioia giusta, non va bene: è spaventosa e banale. Una sconfinata e generosa contentezza, un trionfo magnanimo sentito non già contro un nemico esterno ma in comunione con le più belle e raffinate anime di tutti gli uomini e lo splendore dell’estate del mondo: è questo che colma i cuori degli abitanti di Omelas, e la vittoria che festeggiano è quella della vita. Davvero, non credo che siano in molti ad aver bisogno del drooz. Quasi tutte le processioni hanno raggiunto ormai i Campi Verdi. Un meraviglioso odore di cucina esce dalle tende rosse e blu dei mercanti di commestibili. Le facce dei bambini sono amabilmente appiccicose; nella benigna barba grigia di un uomo sono aggrovigliate alcune briciole di torta. I giovani e le ragazze sono montati sui loro cavalli e cominciano a radunarsi intorno alla linea di partenza. Una vecchietta grassa e ridente distribuisce fiori da un canestro, e giovani uomini alti portano quei fiori nei lucenti capelli. Un bambino di nove o dieci anni siede al limitare della folla, solo, e suona un flauto di legno. La gente si ferma ad ascoltare, e tutti sorridono; ma non gli parlano, perché non smette mai di suonare e non li vede, e i suoi occhi scuri sono completamente assorti nell’esile e dolce magia della musica. Finisce, e abbassa lentamente le mani che stringono il flauto di legno. Come se quel piccolo silenzio privato fosse un segnale, all’improvviso squilla una tromba dal padiglione accanto alla linea di partenza: imperiosa, malinconica, penetrante. I cavalli s’impennano sulle snelle zampe, e alcuni rispondono con un nitrito. Seri in volto, i giovani cavalieri accarezzano il collo dei cavalli e li calmano mormorando: - Buono, buono, bello, speranza mia -. Cominciano a schierarsi lungo la linea di partenza. La folla lungo la pista è come un campo d’erba e di fiori al vento. La Festa dell’Estate è incominciata. Lo credete? Accettate la festa, la città, la gioia? No? Allora lasciate che descriva un’altra cosa. In un seminterrato, sotto uno dei bellissimi edifici pubblici di Omelas, o forse nella cantina di una delle spaziose case private, c’è una stanza. Ha una porta chiusa a chiave, e non ha finestre. Un po’ di luce polverosa filtra fra le crepe delle tavole, e indirettamente da una finestra coperta di ragnatele di fronte alla cantina. In un angolo della stanzetta un paio di strofinacci, ancora induriti e incrostati e fetidi, stanno vicino a un secchio arrugginito. Il pavimento è sporco, un po’ umido, com’è di solito nelle cantine. La stanzetta è lunga circa tre passi e larga due: uno stanzino delle scope o un ripostiglio in disuso. Nella stanza è seduto un bambino. Potrebbe essere un maschietto o una femminuccia. Dimostra circa sei anni, ma in realtà si avvicina ai dieci. È scemo. Forse è nato così, o forse è diventato stupido per la paura, la denutrizione e l’abbandono. Si mette le dita nel naso e di tanto in tanto giocherella vagamente con le dita dei piedi o i genitali, mentre siede aggobbito nell’angolo più lontano dal secchio e dai due strofinacci. Ha paura degli strofinacci. Li trova orribili. Chiude gli occhi, ma sa che gli strofinacci ci sono lo stesso e che la porta è chiusa a chiave e che non verrà nessuno. La porta è sempre chiusa a chiave; e non viene mai nessuno, solo che qualche volta – il bambino non sa cosa sia il tempo – la porta fa un rumore terribile e si apre e lascia apparire una persona, o parecchie persone. Una, magari, entra e sferra un calcio al bambino per costringerlo ad alzarsi. Le altre non si avvicinano mai, ma sbirciano con occhi impauriti e disgustati. La ciotola del cibo e la brocca dell’acqua vengono riempite in fretta, la porta viene richiusa, gli occhi scompaiono. La gente sulla porta non dice mai niente; ma il bambino, che non è vissuto sempre nel ripostiglio e può ricordare la luce del sole e la voce di sua madre, talvolta parla.- Sarò buono – dice. – Fatemi uscire, per favore. Sarò buono. – Loro non rispondono mai. Un tempo il bambino urlava per invocare aiuto, di notte, e piangeva parecchio; ma adesso si limita a piagnucolare, “ehhaa, ehhaa”, e parla sempre meno spesso. È così magro che le sue gambe non hanno polpacci; il ventre è gonfio; vive di una mezza ciotola di farina di granturco e di grasso al giorno. È nudo. Le natiche e le cosce sono una massa di piaghe infette, perché sta seduto di continuo tra i suoi escrementi. Tutti sanno che è lì, tutti gli abitanti di Omelas. Alcuni sono venuti a vederlo, altri si accontentano di sapere che è lì. Tutti sanno che deve stare lì. Alcuni di loro comprendono perché, e alcuni no; ma tutti capiscono che la loro gioia, la bellezza della loro città, la tenerezza delle loro amicizie, la salute dei loro figli, la saggezza dei loro dotti, l’abilità dei loro fabbricanti, perfino l’abbondanza dei loro raccolti e il benigno clima dei loro cieli, dipendono interamente dall’ abominevole infelicità di quel bambino. Di solito ciò viene spiegato ai bambini tra gli otto e i dieci anni, appena sembrano in grado di comprendere; e quasi tutti quelli che vengono a vedere il bambino sono giovani, sebbene spesso un adulto venga (o torni) a vedere il bambino. Per quanto la cosa sia stata loro spiegata bene, i giovani spettatori sono sempre scandalizzati o nauseati da quello spettacolo. Provano disgusto, al quale si ritenevano superiori. Provano collera, sdegno, impotenza, nonostante tutte le spiegazioni. Vorrebbero fare qualcosa per il bambino. Ma non possono far nulla. Se il bambino venisse portato alla luce del sole, fuori da quel posto fetido, se venisse pulito e nutrito e confortato, sarebbe davvero una bella cosa; ma se questo avvenisse, in quel giorno e in quell’ora tutta la prosperità e la bellezza e la gioia di Omelas avvizzirebbero e verrebbero annientate. Queste sono le condizioni. Scambiare tutto il bene e la grazia di ogni vita di Omelas per quel piccolo unico miglioramento: gettare via la felicità di migliaia di persone per la possibilità di renderne felice una sola: questo significherebbe veramente lasciar entrare il rimorso tra quelle mura. Le condizioni sono rigorose e assolute: al bambino non si può rivolgere neppure una parola gentile. Spesso i giovani tornano a casa in lacrime, o in preda a una rabbia senza lacrime, quando hanno visto il bambino e fronteggiato il terribile paradosso. Magari ci rimuginano sopra per settimane o per anni. Ma col passare del tempo cominciano a rendersi conto che, anche se il bambino potesse essere liberato, non guadagnerebbe molto dalla sua libertà: il piccolo e vago piacere del calore e del cibo, senza dubbio, ma poco di più. E troppo degradato e scemo per conoscere la vera gioia. Ha avuto paura troppo a lungo per poter essere libero dalla paura. Le sue abitudini sono troppo squallide perché possa reagire a un trattamento umanitario. Dopo tanto tempo, probabilmente si dispererebbe perché non avrebbe intorno i muri che lo proteggono, e l’oscurità per i suoi occhi, e i suoi escrementi su cui sedersi. Le loro lacrime per la tremenda ingiustizia si asciugano quando incominciano a percepire la terribile giustizia della realtà e ad accettarla. Eppure sono le loro lacrime e la loro collera, la prova della loro generosità e l’accettazione della loro impotenza, a costituire forse la vera fonte dello splendore delle loro vite. La loro non è una felicità svampita e irresponsabile. Sanno che loro, come il bambino, non sono liberi. Conoscono la pietà. Sono l’esistenza del bambino e la conoscenza della sua esistenza a rendere possibile la nobiltà della loro architettura, il significato della loro musica, la profondità della loro scienza. È a causa del bambino che sono così gentili con i bambini. Sanno che se quell’infelice non fosse là a piagnucolare nel buio, l’altro, il suonatore di flauto, non potrebbe suonare una musica gaia mentre i giovani cavalieri si allineano, bellissimi, per la corsa, nel sole della prima mattina d’estate. Adesso credete in loro? Non sono un po’ piú credibili? Ma c’è un’altra cosa da aggiungere, e questa è veramente incredibile. Talvolta uno degli adolescenti (maschio o femmina) che va a vedere il bambino non torna a casa per piangere o ribollire di rabbia: anzi, non torna a casa per niente. Talvolta anche un uomo o una donna di età più avanzata tace per un giorno o due e poi se ne va via da casa. Costoro escono in strada e s’incamminano soli per la via. Continuano a camminare ed escono dalla città di Omelas, attraverso le bellissime porte. Continuano a camminare, attraverso le terre coltivate di Omelas. Ognuno va solo, giovane o ragazza, uomo o donna. Cade la notte: il viandante deve percorrere le vie dei villaggi, tra le case con le finestre illuminate di giallo, e procedere nell’oscurità dei campi. Da solo, ognuno di loro si dirige a ovest o a nord, verso le montagne. Proseguono. Lasciano Omelas, procedono nell’oscurità, e non tornano indietro. Il luogo verso cui si dirigono è un luogo ancora meno immaginabile, per molti di noi, della città della gioia. Non posso descriverlo. È possibile che non esista. Ma sembra che loro sappiano dove stanno andando, quelli che si allontanano da Omelas... 
FINE

Alcune considerazioni Ursula Kroeber Le Guin (1929), figlia dello storico antropologo Alfred Kroeber, è stata una delle primi donne a scrivere di fantascienza arrivando all’apice della notorietà con La mano sinistra delle tenebre (1969) e I reietti dell’altro pianeta (1974). La sua produzione ha messo al centro della fantascienza i temi del conflitto sociale, culturale, sessuale. La profondità e attualità dei suoi temi, che spaziano dal femminismo all'utopia e al pacifismo, hanno reso i suoi romanzi noti e apprezzati in tutto il mondo. "Quelli che si allontanano da Omelas" è un racconto sulla violazione dei diritti di un essere umano. Leggendo la storia di Omelas si ha la chiara percezione di quanto sia delicata la struttura dei diritti dell'uomo, e che non sia accettabile alcuna crepa in questa struttura, pena il crollo di tutto il castello. C'è chi non è disposto ad accettare nemmeno la sofferenza di un solo piccolo essere umano in cambio della felicità di un popolo, e se qualcuno può farlo, vuol dire che è possibile incamminarsi su quella strada e allontanarsi da Omelas. La fantascienza parla per metafore, e questo racconto lo fa più di tante altre storie. Allontanarsi da Omelas non significa voltarsi da un'altra parte e allontanarsi dal problema. Allontanarsi da Omelas significa rifiutare lo stile di vita che basa la felicità di un gruppo di esseri umani sulla predazione di altri uomini. Se continuiamo a leggere in metafora il racconto, allontanarsi da Omelas può indicare l'incamminarsi su un sistema di vita più equo. Allontanarsi da Omelas non è un gesto rivoluzionario, non coincide con lo smantellare subito tutto ciò che non va; è una decisione cosciente e concreta per uno stile di vita diverso da quello che l'inerzia sociale porterebbe ad assumere ad una parte sostanziale di noi. È un modo diverso di vivere, che porta ogni giorno a fare piccole scelte diverse, che non stravolgono la nostra vita, ma che possono salvare la vita di qualche persona domani, e migliorare la vita di qualche milione di persone tra qualche anno... Possiamo certamente evolvere verso un sistema di vita più equo. È dimostrato da persone concrete che si sono allontanate da Omelas. Ognuno di noi può farlo. E tu … cosa decidi? Rimanere o allontanarsi da Omelas?

giovedì 25 gennaio 2018

ricordando Ursula Le Guin

Ursula Le Guin - Clelia Farris

L’aspetto più anarchico di Ursula Le Guin consiste nel mettere in dubbio perfino lo stesso pensiero anarchico. Mi piace pensare che l’autrice scriva I reietti dell’altro pianeta per mettere alla prova la teoria di una società senza Stato, e per farlo immagina il pianeta Anarres, un luogo in cui non esiste il concetto di proprietà privata, un luogo nel quale non si possiedono oggetti ma si è proprietari del tempo. Descrivendo la vita del protagonista, Shevek, l’autrice sottolinea che “ad eccezione dei lavori e dei soliti incarichi di pulizia del suo domicilio e dei laboratori, il tempo era solamente suo” (1).
Il tempo è ciò su cui lavora Shevek, fisico teorico in cerca dell’ultimo tassello della teoria della Simultaneità, che farà viaggiare l’uomo alla velocità della luce.
Dunque, Shevek è libero e la sua libertà consiste nel possedere il proprio tempo, il tempo del pensiero. Tuttavia, a un certo punto, il suo pensiero si blocca, l’immaginazione gira a vuoto.
L’immaginazione, la facoltà più umana di tutte, è il sostrato naturale delle idee. “Con l’immaginazione”, sottolinea l’autrice, “si può arrivare a formulare la teoria della relatività e si possono mettere le basi di una società nuova”(2).
Anarres non è un pianeta solitario e unico, come la Terra nella Via Lattea, ha un suo gemello, speculare e diverso: il pianeta Urras. Le società urrasiane sono simili alle nostre, capitaliste e autoritarie. Su Urras tutto è comprabile e tutto deve essere comprato, cose e persone. Gli urrasiani utilizzano il lavoro per procurarsi il denaro, indispensabile per accedere ai beni materiali, di prima e di seconda necessità; il possesso dei beni è il fine ultimo della società urrasiana.
Non a caso ho scritto “utilizzano” piuttosto che “usano”.
È nella sottigliezza semantica tra questi due vocaboli, apparentemente sinonimi, che sta tutta la differenza tra i due mondi pensati dell’autrice. Secondo Martin Heidegger usare qualcosa significa dare un senso compiuto all’oggetto usato, realizzarne l’essere, mentre l’utilizzo è un degrado strumentale dell’oggetto, utilizzare qualcosa vuole dire estrapolarlo dal suo fine e alienarlo al proprio essere(3).
Usare un’automobile, per esempio, significa potersi spostare liberamente di molti chilometri; utilizzare lo stesso veicolo vuol dire farlo camminare per cento metri, fino al bar dietro l’angolo.
Su Anarres tutto può essere liberamente usato e perciò nulla è posseduto. Gli effetti personali sono ridotti al minimo, in una semplificazione dell’esistenza che la moderna società occidentale spesso invoca, quale soluzione al caos delle vite individuali, salvo poi trasformarla nell’opportunità di venderci l’attrezzatura da “vita semplice”.
Su Urras il tempo individuale è venduto/comprato per essere impiegato nel lavoro, lavoro che serve per produrre le merci di cui è indispensabile il possesso, e qui il cerchio dell’utilizzo si chiude.
I due pianeti, Anarres e Urras, si ignorano. Si giudicano reciprocamente in modo negativo e ritengono che nulla di buono possa provenire dall’altro, nonostante il fatto che gli abitanti di Anarres siano coloni urrasiani, emigrati dal pianeta madre duecento anni prima. Ciascuno è convinto di essere la migliore società possibile, perciò, pur attuando qualche scambio economico, evitano qualunque tipo di contatto. Le idee non circolano e i bambini anarresiani sono allevati nel ritenere che Urras sia il luogo di ogni egoismo e di ogni malvagità. Ma allora, si chiede il giovane Shevek, perché la società proprietarista non si sfascia?
Nella società dell’uso il poter disporre liberamente delle cose genera la libertà individuale. Gli anarresiani non sono mai “comprati”, il loro lavoro non è “comprato”, e ciò li porta a sviluppare una coscienza e un pensiero estremamente individualisti, secondo le linee teorizzate da Odo, la donna che per prima sognò una società differente da quella dell’utilizzo. Nel saggio La necessità del genere Ursula Le Guin ha sostenuto che “il principio femminile è, o almeno è stato nella storia, fondamentalmente anarchico.”(4) Tale principio valorizza l’ordine sociale senza che vi sia coercizione e si contrappone al modo autoritario e gerarchico di amministrare i rapporti umani, ma alla scrittrice non sono certo sfuggiti i limiti della teoria anarchica.
Shevek arriva a un punto morto, nel proprio lavoro, proprio a causa dell’ambiente apparentemente perfetto in cui vive. Sarà l’amico Bedap, da sempre critico nei confronti della società anarresiana, a smascherare la mutazione negativa della vita anarchica: la società dell’uso ha perduto la capacità di usare, gli scienziati e gli artisti non sono più in grado di generare il nuovo.
Una stasi molto simile a quella dell’odierna società occidentale, che pure è un misto di Anarres e Urras, nella quale si procede rimasticando il già fatto, senza trovare una via diversa, uno sguardo altro che conduca alla nuova società.
Dunque, Anarres è scivolato nella stabilità, nel pensiero fisso, nella conservazione dell’ortodossia. L’abitudine, il grande gorgo di ogni rivoluzione, ha inghiottito la possibilità del cambiamento e sbarrato l’ingresso alle nuove idee. Il timore di innovare, la rigidità, il moralismo, l’imporsi di tutti quegli elementi che hanno invalidato i principi di Odo, costringono Shevek a fuggire.
Shevek decide di recarsi su Urras e la sua partenza è un atto aggressivo, un gesto che spezza la chiusa perfezione di Anarres e perciò più anarchico di qualunque altro. Abbasso l’esistente!(5)dovrebbe essere l’unico vero motto anarchico, mentre l’assenza di distruttività è uno dei limiti di Anarres. Ci sono momenti, nella vita dell’individuo e nella vita della società, in cui il gesto più sano e più vitale consiste nello spazzare via tutto ciò che si è edificato con pazienza e che si è tramutato, da espressione di sé, in gabbia e corazza. La società anarresiana, così attenta a contenere le strutture di governo, così pronta a rintuzzare i personalismi, congela la violenza in nome dell’armonia, dimenticando che la vita stessa è violenza all’entropia.
Shevek giunge su Urras, un allontanamento che somiglia all’odierna “fuga di cervelli”, e scopre che perfino il pensiero e le idee sono una proprietà, che può essere venduta e comprata, e che deve essere utilizzata, per giustificare la perdita di tempo lavorativo che comporta l’immaginazione.
Gli scaltri urrasiani non sospettano che Shevek è lì per usarli. Infatti riuscirà a ritrovare la propria immaginazione, a pensare le equazioni che completano la teoria della Simultaneità e anche a comprendere i motivi che tengono coesa una società fondata sulla compravendita del lavoro.
Come il suo protagonista, Ursula Le Guin auspica un’integrazione al posto della separazione. Incontrando gli abitanti del pianeta gemello, Shevek scopre le somiglianze tra anarchici e proprietaristi capendo che alla base di entrambe le forme sociali c’è il piacere. Il piacere di compiere bene il proprio lavoro, il piacere di applicare la tecnica in modo intelligente, il piacere di sentirsi utili alla comunità. Marcuse scrisse che solo riappropriandoci del piacere riusciremmo a fare del lavoro un gioco, e solo nel gioco l’essere umano non è sottomesso alle regole degli oggetti su cui esercita il potere.(6)
Come Shevek, anche noi contemporanei dovremmo fuggire.
Dall’abitudine, dalla pretesa di comprare il pensiero e le idee, dalla palude del sentire e del vivere. Oppure dovremmo restare e distruggere l’esistente, per poi costruirne uno nuovo. In questo l’opera della fantascienza, e di una scrittrice come Ursula Le Guin, è divinatoria. Perché distruggere serve a poco, se prima non si è riflettuto sul futuro, sulla direzione da prendere, su quello che vogliamo fare della nostra vita, singola e collettiva. Serve a poco, se non si ritrova il piacere fuori moda dell’immaginazione.
PS: il titolo mi è stato suggerito dall’articolo L’autocrisi di Prosperi di Daniele Barbieri, pubblicato nel suo blog in data 22 marzo 2011.
Nota 1 – U. K. Le Guin, I reietti dell’altro pianeta, Editrice Nord, 1976.
Nota 2 – U. K. Le Guin, “Perché gli americani hanno paura dei draghi”, in Il linguaggio della notte, Editori Riuniti, 1986.
Nota 3 – M. Heidegger, “Qual è l’essenza nascosta della tecnica moderna” in Che cosa significa pensare? Sugarco Edizioni, 1971
Nota 4 – U. K. Le Guin, “La necessità del genere” in Il linguaggio della notte, op. cit.
Nota 5 – R. Bacchelli, Il diavolo al Pontelungo, Mondadori (varie edizioni).
Nota 6 – H. Marcuse, L’uomo a una dimensione, Einaudi, 1967.
SPIEGAZIONE (AUTO)CRITICA
Ringrazio moltissimo Clelia Farris per questo appassionato intervento, che davvero si muove sul labile confine fra mondo cosiddetto reale e altre società possibili. Tempo fa avevo chiesto a un po’ di amici e amiche se avevano voglia di festeggiare il compleanno di “zia” Ursula (che cade il 21 ottobre). Molti “sìììììììììì” ma poi tutte/i ci siamo fatti risucchiare da Urras, da Anarres o – peggio – dal terzo pianetucolo di un periferico sistema solare. Per fortuna Clelia ci regala questo. Ricordo a chi passa da qui senza conoscere I reietti dell’altro pianeta che il sottotitolo già poneva il problema, infatti era Un’ambigua utopia. Il personaggio di Odo torna in alcuni racconti e per ammissione della stessa Le Guin (se la memoria non mi tradisce lo dichiarò in una intervista) è ricalcato su Emma Goldman. (db)


Ursula: distruggendo prigioni e inseguendo l’orizzonte- db

Una bella amicizia fra Pitagora (giraffa un po’ bisbetica), Ofidio (serpente boa filosofo) e Salomone Leviatano (una vecchia balena). Scrive Ursula Le Guin di uno strano trio e la storia – un libro per bambini (*) – finisce così: «I tre amici hanno già fatto il giro del mondo; non hanno raggiunto l’orizzonte ma si stanno talmente divertendo a cercarlo che pensano di andare ancora avanti».
Così anche noi – bambini e grandi – innamorati di Ursula e delle sue storie, andiamo avanti, facendo il giro dei mondi e cercando altri orizzonti, naturalmente con una qualche ambigua utopia anche nella mano sinistra delle tenebre.
Qui in “bottega” trovate molti post per “zia Ursula” (**) e su di lei. Vi raccomando almeno quelli di Clelia Farris (***) di Maria Rosaria Baldin (****) e di Fabrizio Melodia (*****). Da parte mia ho proposto che Ursula rifiutasse – pur meritandola – la “cittadinanza onoraria” di Venezia (******). E mo’ basta con gli asterischi se no ‘sta pagina diventa un cielo stellato. (però, costellare il bianco è un’idea). Sotto le stelle potete ancora leggere qualcosa.

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Questo breve ricordo – credo che altri ne seguiranno (miei e non) in “bottega” – è firmato dibbì perché ho da sempre condiviso l’amore per “zia Ursula” con Erremme, cioè Riccardo Mancini che spero ora starà chiacchierando – oltre la soglia o nel mondo della foresta – proprio con lei.
Ho cercato nel mio caotico archivio qualcuno dei vecchi articoli di Erremme dibbì [la firma appunto che usavamo insieme su «il manifesto» e altrove] ma, almeno per ora, ho trovato solamente la recensione a «La fantascienza e la signora Brown» che vi riproporrò martedì (anzi Marte-dì).
Per ora vi saluto con una citazione de «Il linguaggio della notte» (Editori Riuniti, 1986): «L’argomento più antico a sfavore della fantascienza è allo sesso tempo il più superficiale e il più profondo: è l’affermazione che la fantascienza, come tutta la narrativa fantastica, sia un’evasione dalla realtà […]. La risposta migliore è stata data da Tolkien […] Se un soldato è fatto prigioniero dal nemico non consideriamo suo dovere evadere? Gli strozzini, gli ignoranti, gli autoritari ci hanno imprigionato tutti: se diamo valore alla libertà dell’intelletto e dell’anima, se siamo partigiani della libertà, allora è nostro chiaro dovere evadere e portare con noi quante più persone possibile».
IN BOTTEGA trovate anche recensioni ai libri di UKLG
E ANCORA: vale la pena di dare un’occhiata qui: Ursula Le Guin: hanno creato un mostro – Fantascienza.com
(*) Ursula K. Le Guin, «Il 931° giro del mondo», Libri per ragazzi Mondadori: traduzione italiana (1993) di Glauco arneri, illustrazioni di Alicia Austin.
(***) cfr Ursula Le Guin… ovvero «l’aspetto più anarchico di Ursula Le Guin consiste nel mettere in dubbio perfino lo stesso pensiero anarchico».