Visualizzazione post con etichetta Bertolt Brecht. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Bertolt Brecht. Mostra tutti i post

sabato 24 gennaio 2026

“Mr Brecht, lei è un rivoluzionario?”. “Sì certo, infatti volevo ribaltare Hitler”


Interrogato dalla Commissione del Congresso per le attività antiamericane il 31 ottobre 1947, il commediografo marxista svicola, “non ricorda”, ironizza velatamente, tira in ballo il teatro giapponese... E il verbale diventa un copione

 

Presidente: Giuri di dire la verità, tutta la verità, nient’altro che la verità. Dica “lo giuro”.

Brecht: Lo giuro.

Presidente: Il suo nome.

BrechtBertolt Brecht.

Presidente: Conferma di essere nato il 10 febbraio 1888?

Brecht: No. Sono nato il 10 febbraio 1898.

Pausa.

Presidente: Ha mai lavorato per l’industria del cinema?

Brecht: Sì. Ho venduto a Hollywood una storia, Hangman Also Die (“Anche i boia muoiono”, ndt). Ma poi non ho scritto la sceneggiatura.

Presidente: Ha mai conosciuto Hans Eisler, musicista e comunista tedesco?

Brecht: Sì. Ci conosciamo da circa vent’anni.

Presidente: È mai stato membro del partito comunista?

Brecht: Intendo rispondere alla domanda, signor Presidente. Ma prima posso leggere una dichiarazione?

Presidente: No. Non è pertinente. Le ripeto la domanda. È mai stato membro del partito comunista?

Brecht: Signor Presidente, ho ascoltato i miei colleghi, chiamati a deporre prima di me. Hanno giudicato la domanda non in linea con le protezioni previste dalla Costituzione. Io però sono un ospite in questo Paese e non voglio entrare in alcuna disputa legale. Quindi intendo rispondere alla sua domanda nella maniera più esaustiva. Non sono stato un membro e non sono un membro di qualsivoglia partito comunista.

Pausa.

Presidente: Ha mai fatto richiesta di adesione al partito comunista?

Brecht: No, no, no, no. Mai.

Altra pausa.

Presidente: Signor Brecht, corrisponde a realtà il fatto che lei ha scritto poesie, commedie e altri lavori radicalmente rivoluzionari?

Brecht: Signor Presidente, ho scritto poesie e canzoni e commedie nella mia battaglia contro Hitler. Quindi, essi possono essere naturalmente considerati rivoluzionari in quanto io sono a favore del ribaltamento di quel governo.

Pausa.

Presidente: Conosce Alfred Kantorowicz, che ha appena pubblicato una scena da Master Race (“Terrore e miseria nel Terzo Reich”, ndt) su una rivista di Berlino Est?

Brecht: Sì, l’ho incontrato a Berlino. E poi ancora a New York.

Presidente: Sa se Kantorowicz è un comunista?

Brecht: Non so esattamente se Kantorowicz sia un membro del Partito comunista tedesco.

Presidente: Ricorda di essere stato intervistato a Mosca da Sergei Tretyakov, l’artista formale sovietico?

Brecht: Sì.

Presidente: Tretyakov la descrive come un ammiratore delle idee di Marx e Lenin.

Brecht: È stato molto tempo fa. Più di vent’anni.

Presidente: Molti dei suoi lavori si basano sulla filosofia di Marx e Lenin?

Brecht: No. Non penso che questa affermazione sia del tutto corretta. Naturalmente li ho studiati – ho dovuto studiarli – in quanto sono un drammaturgo che scrive commedie di carattere storico. Ho dovuto studiare le idee di Marx sulla storia. Non penso si possano scrivere cose interessanti oggi senza conoscerle. Tra l’altro, la storia di oggi, scritta oggi, è influenzata in modo vitale dagli studi storici di Marx.

Pausa.

Presidente: Ha mai incontrato Gregory Kheifetz, vice-console dell’ambasciata sovietica di San Francisco?

Brecht: Non ricordo quel nome. Ma potrei conoscerlo.

Presidente: Secondo dati in possesso dell’Fbi, lei e Kheifetz vi siete incontrati almeno cinque volte, tra l’aprile 1944 e il gennaio 1945.

Brecht: È possibile che qualcuno con quel nome sia venuto a casa mia insieme ad altri. Non riesco però a ricordare i loro nomi.

Presidente: Conosce la rivista New Masses?

Brecht: No.

Presidente: Non l’ha mai sentita nominare?

Brecht: Sì, naturalmente.

Presidente: Ci ha mai scritto?

Brecht: No.

Presidente: In una sua commedia, La Madre, c’è un verso che dice: “Du musst die Führung übernehmen”. Dovete essere pronti a prendere il controllo…

Brecht: Mi scusi, ma la traduzione non è corretta.

Presidente: Qual è la traduzione corretta?

Brecht (dopo qualche secondo): Dovete guidare. È una questione di leadership, non di presa del potere…

Presidente: Un altro suo lavoro, signor Brecht. Die Massnahme (“La linea di condotta”, ndt). Potremmo tradurlo con “misure disciplinari da prendere”?

Brecht: Non esattamente.

Presidente: Può descriverci il senso della sua commedia?

Brecht: Si tratta dell’adattamento di un antico pezzo di teatro religioso giapponese. Si chiama Teatro Noh. Il mio lavoro segue piuttosto fedelmente quella vecchia storia che mostra la devozione a un ideale fino alla morte.

Presidente: La sua commedia in realtà tratta di quattro rivoluzionari comunisti che vengono mandati a fomentare la ribellione in una provincia cinese. Uno di loro si lascia prendere dalla compassione per i più poveri, provocando il fallimento della missione stessa. Per rettificare l’errore, accetta la condanna a morte che gli altri tre gli infliggono. Possiamo dire, Brecht, che nella sua commedia i tre rivoluzionari uccidono il quarto perché lo considerano una minaccia agli interessi del partito comunista?

Brecht (non risponde subito): Non proprio.

Presidente: E allora qual è il tema della sua commedia?

Brecht (sempre dopo una pausa): Direi che la storia è quella di un giovane che si rende conto di avere compromesso una missione comune con il suo comportamento. Quindi chiede ai suoi compagni di aiutarlo, e tutti insieme lo aiutano a morire. Si lancia nell’abisso – e gli amici lo accompagnano con tenerezza verso quell’abisso.

Presidente: Quindi lo uccidono?

Brecht: No, non lo uccidono. Lui si uccide.

PresidentePensa che sia giusto morire in nome degli ideali comunisti?

Brecht: È una domanda del tutto ipotetica. Non so rispondere. Il personaggio della mia commedia pensa sia giusto morire in nome dei propri ideali.

Presidente: Brecht, lei pensa che un intellettuale debba impegnarsi nel trionfo degli ideali comunisti – nel caso in cui creda a questi ideali?

Brecht: Penso che un intellettuale debba fare di tutto per affermare i propri ideali – nel caso in cui ci creda. E questo non riguarda soltanto gli ideali comunisti, ma ogni tipo di fede politica.

Presidente: Lei pensa di aver ispirato la sua azione agli ideali professati nelle sue opere?

BrechtPenso di aver fatto il possibile per mantenermi coerente ai miei principi – compatibilmente con le situazioni in cui mi sono venuto a trovare.

da qui

lunedì 11 marzo 2024

Poesie contro la guerra

 Albio Tibullo (poeta romano, II a. C.) dalle “Elegie”


"Chi fu colui, che per primo inventò le terribili armi?"

Chi fu colui, che per primo inventò le terribili armi?
Quanto malvagio e feroce quello fu!
Allora nacquero le stragi a danno del genere umano,
Allora sorsero le guerre,
Allora venne aperta una via più breve alla terribile morte.
Eppure quell’infelice non ebbe alcuna colpa,
Noi abbiamo volto a nostro danno
Quello che egli ci aveva dato contro le bestie feroci.
Questo è colpa del ricco oro, e non vi furono guerre
Finché una tazza di legno di faggio era posta davanti ai banchetti.
Non vi erano fortezze, non bastioni,
E il pastore si addormentava senza preoccupazione tra pecore di vari colori.
Dolce sarebbe stata allora per me la vita, Valgio, e non avrei conosciuto
Le funeste armi, né avrei udito la tromba con il cuore palpitante.
Ora sono trascinato a forza a combattere,
E già forse qualche nemico produce dei dardi
Destinati a configgersi nel mio corpo.

-----

Francesco d'Assisi (poesia scritta fra il 1224 e il 1226)

"Laudato sii"

Altissimu, onnipotente bon Signore,
Tue so’ le laude, la gloria e l’honore et onne benedictione.

Ad Te solo, Altissimo, se konfano,
et nullu homo ène dignu te mentovare.

Laudato sie, mi’ Signore cum tucte le Tue creature,
spetialmente messer lo frate Sole,
lo qual è iorno, et allumeni noi per lui.
Et ellu è bellu e radiante cum grande splendore:
de Te, Altissimo, porta significatione.

Laudato si’, mi Signore, per sora Luna e le stelle:
in celu l’ài formate clarite et pretiose et belle.

Laudato si’, mi’ Signore, per frate Vento
et per aere et nubilo et sereno et onne tempo,
per lo quale, a le Tue creature dài sustentamento.

Laudato si’, mi’ Signore, per sor Aqua,
la quale è multo utile et humile et pretiosa et casta.

Laudato si’, mi Signore, per frate Focu,
per lo quale ennallumini la nocte:
ed ello è bello et iocundo et robustoso et forte.

Laudato si’, mi’ Signore, per sora nostra matre Terra,
la quale ne sustenta et governa,
et produce diversi fructi con coloriti flori et herba.

Laudato si’, mi Signore, per quelli che perdonano per lo Tuo amore
et sostengono infirmitate et tribulatione.

Beati quelli ke ‘l sosterranno in pace,
ka da Te, Altissimo, sirano incoronati.

Laudato si’ mi Signore, per sora nostra Morte corporale,
da la quale nullu homo vivente po’ skappare:
guai a quelli ke morrano ne le peccata mortali;
beati quelli ke trovarà ne le Tue sanctissime voluntati,
ka la morte secunda no ‘l farrà male.

Laudate et benedicete mi Signore et rengratiate
e serviateli cum grande humilitate.

-----

Trilussa

"Ninna nanna della guerra"


Ninna nanna, nanna ninna,
er pupetto vò la zinna:
dormi, dormi, cocco bello,
sennò chiamo Farfarello
Farfarello e Gujermone
che se mette a pecorone,
Gujermone e Ceccopeppe
che se regge co le zeppe,
co le zeppe d'un impero
mezzo giallo e mezzo nero.

Ninna nanna, pija sonno
ché se dormi nun vedrai
tante infamie e tanti guai
che succedeno ner monno
fra le spade e li fucili
de li popoli civili

Ninna nanna, tu nun senti
li sospiri e li lamenti
de la gente che se scanna
per un matto che commanna;
che se scanna e che s'ammazza
a vantaggio de la razza
o a vantaggio d'una fede
per un Dio che nun se vede,
ma che serve da riparo
ar Sovrano macellaro.

Chè quer covo d'assassini
che c'insanguina la terra
sa benone che la guerra
è un gran giro de quatrini
che prepara le risorse
pe li ladri de le Borse.

Fa la ninna, cocco bello,
finchè dura sto macello:
fa la ninna, chè domani
rivedremo li sovrani
che se scambieno la stima
boni amichi come prima.

So cuggini e fra parenti
nun se fanno comprimenti:
torneranno più cordiali
li rapporti personali.

E riuniti fra de loro
senza l'ombra d'un rimorso,
ce faranno un ber discorso
su la Pace e sul Lavoro
pe quer popolo cojone
risparmiato dar cannone!



-----

Giuseppe Ungaretti

"Veglia"

Un'intera nottata
buttato vicino
a un compagno
massacrato
con la sua bocca
digrignata
volta al plenilunio
con la congestione
delle sue mani
penetrata
nel silenzio
ho scritto
lettere piene d'amore

Non sono mai stato
tanto
attaccato alla vita

-----

Giuseppe Ungaretti

"San Martino del Carso"


Di queste case
non è rimasto
che qualche
brandello di muro

Di tanti
che mi corrispondevano
non è rimasto
neppure tanto

Ma nel cuore
nessuna croce manca

È il mio cuore
il paese più straziato


-----

Giuseppe Ungaretti

"Soldati"


Si sta come

d'autunno

sugli alberi

le foglie

-----

Giuseppe Ungaretti

"Fratelli"

Di che reggimento siete
fratelli?
Parola tremante
nella notte
Foglia appena nata
Nell'aria spasimante
involontaria rivolta
dell'uomo presente alla sua
fragilità
Fratelli.

(Mariano il 15 luglio 1916)


-----

Wilfred Owen

"Dulce et decorum est"

Piegati in due, come vecchi straccioni, sacco in spalla,
le ginocchia ricurve, tossendo come megere, imprecavamo nel fango,
finché volgemmo le spalle all'ossessivo bagliore delle esplosioni
e verso il nostro lontano riposo cominciammo ad arrancare.
Gli uomini marciavano addormentati. Molti, persi gli stivali,
procedevano claudicanti, calzati di sangue. Tutti finirono azzoppati; tutti ciechi;
ubriachi di stanchezza; sordi persino al sibilo
di stanche granate che cadevano lontane indietro.

Il gas! Il gas! Svelti ragazzi! - Come in estasi annasparono,
infilandosi appena in tempo le goffe maschere antigas;
ma ci fu uno che continuava a gridare e a inciampare
dimenandosi come in mezzo alle fiamme o alla calce...
Confusamente, attraverso l'oblò di vetro appannato e la densa luce verdastra,
come in un mare verde, lo vidi annegare.

In tutti i miei sogni, davanti ai miei occhi smarriti,
si tuffa verso di me, cola giù, soffoca, annega.

Se in qualche orribile sogno anche tu potessi metterti al passo
dietro il furgone in cui lo scaraventammo,
e guardare i bianchi occhi contorcersi sul suo volto,
il suo volto a penzoloni, come un demonio sazio di peccato;
se solo potessi sentire il sangue, ad ogni sobbalzo,
fuoriuscire gorgogliante dai polmoni guasti di bava,
osceni come il cancro, amari come il rigurgito
di disgustose, incurabili piaghe su lingue innocenti -
amico mio, non ripeteresti con tanto compiaciuto fervore
a fanciulli ansiosi di farsi raccontare gesta disperate,
la vecchia Menzogna: "Dulce et decorum est
Pro patria mori".

-----

Bertolt Brecht

"La guerra che verrà"

Non è la prima. Prima
ci sono state altre guerre.
Alla fine dell’ultima
c’erano vincitori e vinti.
Fra i vinti la povera gente
faceva la fame. Fra i vincitori
faceva la fame la povera gente egualmente.

-----


Bertolt Brecht

"Generale"

Generale, il tuo carro armato
Generale, il tuo carro armato è una macchina potente

spiana un bosco e sfracella cento uomini.
Ma ha un difetto:
ha bisogno di un carrista.

Generale, il tuo bombardiere è potente.
Vola più rapido d'una tempesta e porta più di un elefante.
Ma ha un difetto:
ha bisogno di un meccanico.

Generale, l'uomo fa di tutto.
Può volare e può uccidere.
Ma ha un difetto:
può pensare.


-----

Bertolt Brecht


"Quando la guerra comincia"

Forse i vostri fratelli si trasformeranno
e i loro volti saranno irriconoscibili.
Ma voi dovete rimanere eguali.
Andranno in guerra, non
come ad un massacro,
ad un serio lavoro. Tutto
avranno dimenticato.
Ma voi nulla dovete dimenticare.
Vi verseranno grappa nella gola
come a tutti gli altri.
Ma voi dovete rimanere lucidi.

-----

Bertolt Brecht

"Mio fratello aviatore"

Mio fratello era aviatore
Un giorno ricevette la cartolina.
Fece i bagagli, e andò via,
Lungo la rotta del sud.

Mio fratello è un conquistatore.
Il popolo nostro ha bisogno
Di spazio. E prendersi terre su terre,
Da noi, è un vecchio sogno.

E lo spazio che si è conquistato
È sui monti del Guadarrama.
È lungo un metro e ottanta
E di profondità uno e cinquanta…

-----

Bertold Brecht

"Il nemico"

Al momento di marciare
molti non sanno
che alla loro testa marcia il nemico.

La voce che li comanda
è la voce del loro nemico.

E chi parla del nemico
è lui stesso il nemico.

-----

Bertold Brecht

"Vogliamo la guerra"

Sul muro c’era scritto col gesso:
vogliamo la guerra.
Chi l’ha scritto
è già caduto.

-----

Bertolt Brecht

"Gli elmi dei vinti"

Ecco gli elmi dei vinti, abbandonati
in piedi, di traverso e capovolti.
E il giorno amaro in cui voi siete stati
vinti non è quando ve li hanno tolti,
ma fu quel primo giorno in cui ve li
siete infilati senza altri commenti,
quando vi siete messi sull’attenti
e avete cominciato a dire sì.

-----

Salvatore Quasimodo

"Uomo del mio tempo"

Sei ancora quello della pietra e della fionda,
uomo del mio tempo. Eri nella carlinga,
con le ali maligne, le meridiane di morte,
t’ho visto – dentro il carro di fuoco, alle forche,
alle ruote di tortura. T’ho visto: eri tu,
con la tua scienza esatta persuasa allo sterminio,
senza amore, senza Cristo. Hai ucciso ancora,
come sempre, come uccisero i padri, come uccisero
gli animali che ti videro per la prima volta.
E questo sangue odora come nel giorno
quando il fratello disse all’altro fratello:
«Andiamo ai campi». E quell’eco fredda, tenace,
è giunta fino a te, dentro la tua giornata.
Dimenticate, o figli, le nuvole di sangue
Salite dalla terra, dimenticate i padri:
le loro tombe affondano nella cenere,
gli uccelli neri, il vento, coprono il loro cuore.

-----

Primo Levi

"Se questo è un uomo"

Voi che vivete sicuri
nelle vostre tiepide case,
voi che trovate tornando a sera
il cibo caldo e visi amici:
considerate se questo è un uomo
che lavora nel fango
che non conosce pace
che lotta per mezzo pane
che muore per un sì o per un no.
Considerate se questa è una donna,
senza capelli e senza nome
senza più forza di ricordare
vuoti gli occhi e freddo il grembo
come una rana d’inverno.
Meditate che questo è stato:
vi comando queste parole.
Scolpitele nel vostro cuore
stando in casa andando per via,
coricandovi alzandovi;
ripetetele ai vostri figli.
O vi si sfaccia la casa,
la malattia vi impedisca,
i vostri nati torcano il viso da voi.

-----

Primo Levi

"Nulla rimane della scolara di Hiroshima"

Poichè l'angoscia di ciascuno è la nostra
ancora riviviamo la tua, fanciulla scarna
che ti sei stretta convulsamente a tua madre
quasi volessi ripenetrare in lei
quando al meriggio il cielo si è fatto nero.

Invano, perché l'aria volta in veleno
é filtrata a cercarti per le finestre serrate
della tua casa tranquilla dalle robuste pareti
lieta già del tuo canto e del tuo timido riso.

Sono passati i secoli, la cenere si è pietrificata
a incarcerare per sempre codeste membra gentili.

Così tu rimani fra noi, contorto calco di gesso,
agonia senza fine, terribile testimonianza
di quanto importi agli dei l'orgoglioso nostro seme.

Ma nulla rimane fra noi della tua lontana sorella,
della fanciulla d'Olanda murata fra quattro mura
che pure scrisse la sua giovinezza senza domani:
la sua cenere muta é stata dispersa dal vento,
la sua breve vita rinchiusa in un quaderno sgualcito.

Nulla rimane della scolara di Hiroshima,
ombra confitta nel muro dalla luce di mille soli.

Vittima sacrificata sull'altare della paura.

Potenti della terra padroni di nuovi veleni,
tristi custodi segreti del tuono definitivo,
ci bastano d'assai le afflizioni donate dal cielo.

Prima di premere il dito, fermatevi e considerate.

-----

Nazim Hikmet

"Nasceranno uomini migliori"

Nasceranno da noi
uomini migliori.
La generazione
che dovrà venire
sarà migliore
di chi è nato dalla terra,
dal ferro e dal fuoco.
Senza paura
e senza troppo riflettere
i nostri nipoti
si daranno la mano
e rimirando le stelle del cielo
diranno:
“com’è bella la vita!”.
Intoneranno
una canzone nuovissima,
profonda come gli occhi dell’uomo
fresca come un grappolo d’uva
una canzone libera e gioiosa.
Nessun albero
ha mai dato
frutti più belli.
e nemmeno la più bella
delle notti di primavera
ha mai conosciuto
questi suoni, questi colori.
Nasceranno da noi
uomini migliori.
La generazione che dovrà venire
sarà migliore
di chi è nato
dalla terra,
dal ferro e dal fuoco.


-----

Dario Bellezza

"Se viene la guerra"


Se viene la guerra
non partirò soldato.

Ma di nuovo gli usati treni
porteranno i giovani soldati
lontano a morire dalle madri.

Se viene la guerra
non partirò soldato.

Sarò traditore
della vana patria.

Mi farò fucilare
come disertore.


-----

John Lennon

"Imagine"

Immaginate che non ci sia alcun paradiso
Se ci provate è facile
Nessun inferno sotto di noi
Sopra di noi solo il cielo
Immaginate tutta le gente
Che vive solo per l’oggi

Immaginate che non ci siano patrie
Non è difficile farlo
Nulla per cui uccidere o morire
Ed anche alcuna religione
Immaginate tutta la gente
Che vive la vita in pace

Si potrebbe dire che io sia un sognatore
Ma io non sono l’unico
Spero che un giorno vi unirete a noi
Ed il mondo sarà come una cosa unica

Immaginate che non ci siano proprietà
Mi domando se si possa
Nessuna necessità di cupidigia o brama
Una fratellanza di uomini
Immaginate tutta le gente
Condividere tutto il mondo

Si potrebbe dire che io sia un sognatore
Ma io non sono l’unico
Spero che un giorno vi unirete a noi
Ed il mondo sarà come una cosa unica

-----

Boris Vian

"Il disertore"


In piena facoltà
Egregio presidente
Le scrivo la presente
Che spero leggerà
La cartolina qui
Mi dice terra terra
Di andare a far la guerra
Quest'altro lunedì
Ma io non sono qui
Egregio presidente
Per ammazzar la gente
Più o meno come me
Io non ce l'ho con lei
Sia detto per inciso
Ma sento che ho deciso
E che diserterò.
Ho avuto solo guai
Da quando sono nato
I figli che ho allevato
Han pianto insieme a me.
Mia mamma e mio papà
Ormai son sotto terra
E a loro della guerra
Non gliene fregherà
Quand'ero in prigionia
Qualcuno mi ha rubato
Mia moglie e il mio passato
La mia migliore età
Domani mi alzerò
E chiuderò la porta
Sulla stagione morta
E mi incamminerò.
Vivrò di carità
Sulle strade di Spagna
Di Francia e di Bretagna
E a tutti griderò
Di non partire più
E di non obbedire
Per andare a morire
Per non importa chi.
Per cui se servirà
Del sangue ad ogni costo
Andate a dare il vostro
Se vi divertirà
E dica pure ai suoi
Se vengono a cercarmi
Che possono spararmi
Io armi non ne ho.


-----

Ndjock Ngana

"Il sangue"

Chi può versare
Sangue nero
Sangue giallo
Sangue bianco
Mezzo sangue?

Il sangue non è indio, polinesiano o inglese.

Nessuno ha mai visto
Sangue ebreo
Sangue cristiano
Sangue mussulmano
Sangue buddista

Il sangue non è ricco, povero o benestante.

Il sangue è rosso

Disumano è chi lo versa
Non chi lo porta.


-----

Gianni Rodari

"Promemoria"

Ci sono cose da fare ogni giorno:
lavarsi, studiare, giocare
preparare la tavola,
a mezzogiorno.
Ci sono cose da fare di notte:
chiudere gli occhi, dormire,
avere sogni da sognare,
orecchie per non sentire.
Ci sono cose da non fare mai,
né di giorno né di notte
né per mare né per terra:
per esempio, LA GUERRA.

-----

Gianni Rodari

"Filastrocca un po’ burlona"

Filastrocca un po’ burlona
per divertire qualunque persona:
se la salita fosse in discesa,
se la montagna stesse distesa,
se tutte le scale andassero in giù,
se i fiumi corressero all’insù,
se tutti i giorni fosse festa,
se fosse zucchero la tempesta,
se sulle piante crescesse il pane,
come le pesche e le banane,
se mi facessero il monumento…
io non sarei ancora contento.
Voglio prima veder sprofondare
tutte le armi in fondo al mare.

-----

Gianni Rodari

"Filastrocca corta e matta"

Filastrocca corta e matta,
il porto vuole sposare la porta,
la viola studia il violino,
il mulo dice: – Mio figlio è il mulino -;
la mela dice: – Mio nonno è il melone -;
il matto vuole essere un mattone,
e il più matto della terra
sapete che vuole? Fare la guerra!

-----

Gianni Rodari

"Dopo la pioggia"

Dopo la pioggia viene il sereno
brilla in cielo l’arcobaleno:
è come un ponte imbandierato
e il sole vi passa, festeggiato.
E’ bello guardare a naso in su
le sue bandiere rosse e blu.
Però lo si vede – questo è il male –
soltanto dopo il temporale.
Non sarebbe più conveniente
il temporale non farlo per niente?
Un arcobaleno senza tempesta
questa sì che sarebbe festa.
Sarebbe una festa per tutta la terra
fare la pace prima della guerra.


-----

Pablo Neruda

"Ode alla pace"

Sia pace per le aurore che verranno,
pace per il ponte, pace per il vino,
pace per le parole che mi frugano
più dentro e che dal mio sangue risalgono
legando terra e amori con l’antico
canto;
e sia pace per le città all’alba
quando si sveglia il pane,
pace al libro come sigillo d’aria,
e pace per le ceneri di questi
morti e di questi altri ancora;
e sia pace sopra l’oscuro ferro di Brooklin, al portalettere
che entra di casa in casa come il giorno,
pace per il regista che grida al megafono rivolto ai convolvoli,
pace per la mia mano destra che brama soltanto scrivere il nome
Rosario, pace per il boliviano segreto come pietra
nel fondo di uno stagno, pace perché tu possa sposarti;
e sia pace per tutte le segherie del Bio-Bio,
per il cuore lacerato della Spagna,
sia pace per il piccolo Museo
di Wyoming, dove la più dolce cosa
è un cuscino con un cuore ricamato,
pace per il fornaio ed i suoi amori,
pace per la farina, pace per tutto il grano
che deve nascere, pace per ogni
amore che cerca schermi di foglie,
pace per tutti i vivi,
per tutte le terre e le acque.
Ed ora qui vi saluto,
torno alla mia casa, ai miei sogni,
ritorno alla Patagonia, dove
il vento fa vibrare le stalle
e spruzza ghiaccio
l’oceano. Non sono che un poeta
e vi amo tutti, e vago per il mondo
che amo: nella mia patria i minatori
conoscono le carceri e i soldati
danno ordini ai giudici.
Ma io amo anche le radici
del mio piccolo gelido paese.
Se dovessi morire mille volte,
io là vorrei morire:
se dovessi mille volte nascere,
là vorrei nascere,
vicino all’araucaria selvaggia,
al forte vento che soffia dal Sud.
Nessuno pensi a me.
Pensiamo a tutta la terra, battendo
dolcemente le nocche sulla tavola.
Io non voglio che il sangue
torni ad inzuppare il pane, i legumi, la musica:
ed io voglio che vengano con me
la ragazza, il minatore, l’avvocato, il marinaio, il fabbricante di bambole
e che escano a bere con me il vino più rosso.
Io qui non vengo a risolvere nulla.
Sono venuto solo per cantare
e per farti cantare con me.

-----

Paul Éluard

"Il volto della pace"

La mia felicità è la nostra felicità
il mio sole è il nostro sole
noi ci dividiamo la vita
lo spazio e il tempo sono di tutti.
L’amore è al lavoro, egli è infaticabile.
Eravamo nel millenovecento diciassette
e conserviamo il senso
della nostra liberazione.
Noi abbiamo inventato gli altri
come gli altri ci hanno inventato.
Avevamo bisogno gli uni degli altri.
Come un uccello che vola ha fiducia nelle sue ali
noi sappiamo dove conduce la nostra mano tesa:
verso nostro fratello.
Colmeremo l’innocenza
della forza che tanto a lungo
ci è mancata
non saremo mai più soli.
Le nostre canzoni chiamano la pace
e le nostre risposte sono atti per la pace.
Non è il naufragio, è il nostro desiderio
che è fatale, e la pace inevitabile.
L’architettura della pace
riposa sul mondo intero.

-----

Talil Sorek

"Ho dipinto la pace"

Avevo una scatola di colori,
brillanti, decisi e vivi.
Avevo una scatola di colori,
alcuni caldi, altri molto freddi.
Non avevo il rosso per il sangue dei feriti,
non avevo il nero per il pianto degli orfani,
non avevo il bianco per il volto dei morti,
non avevo il giallo per le sabbie ardenti.
Ma avevo l’arancio per la gioia della vita,
e il verde per i germogli e i nidi,
e il celeste per i chiari cieli splendenti,
e il rosa per il sogno e il riposo.
Mi sono seduta,
e ho dipinto la pace.


-----


Li Tien Min

"La Pace"

Non importa chi tu sia,
uomo, donna,
vecchio o fanciullo,
operaio o contadino,
soldato, studente o commerciante;
non importa quale sia il tuo credo politico
o quello religioso
se ti chiedono qual è la cosa
più importante per l’umanità,
rispondi
prima
dopo
sempre:
la pace!

venerdì 22 dicembre 2023

Per i morti sul lavoro

Fravecature - Raffaele Viviani

All’acqua e a ‘o sole fràveca
cu na cucchiara ‘mmano,
pe’ ll’aria ‘ncopp’a n’anneto,
fore a nu quinto piano.

Nu pede miso fauzo,
nu muvimento stuorto,
e fa nu vuolo ‘e l’angelo:
primma c’arriva, è muorto.

Nu strillo; e po’ n’accorrere:
gente e fravecature.
– Risciata ancora… È Ruoppolo!
Tene ddoie criature!

L’aizano e s’ ‘o portano
cu na carretta a mano.
Se move ancora ll’anneto
fore d’ ‘o quinto piano.

E passa stu sparpetuo,
cchiú d’uno corre appriesso;
e n’ato, ‘ncopp’a n’anneto,
canta e fatica ‘o stesso.

‘Nterra, na pala ‘e cavece
cummoglia ‘a macchia ‘e sango,
e ‘e sghizze se sceréano
cu ‘e scarpe sporche ‘e fango.

Quanno ô spitale arrivano,
la folla è trattenuta,
e chi sape ‘a disgrazia
racconta comm’è gghiuta.

E attuorno, tutt’ ‘o popolo:
– Madonna! – Avite visto?
– D’ ‘o quinto piano! – ‘E Virgine!
– E comme, Giesucristo … ?!

E po’ accumpare pallido
chillo c’ ‘ha accumpagnato:
e, primma ca ce ‘o spiano,
fa segno ca è spirato.

Cu ‘o friddo dint’a ll’anema,
la folla s’alluntana;
‘e lume già s’appicciano;
la via se fa stramana.

E ‘a casa, po’, ‘e manibbele,
muorte, poveri figlie,
mentre magnano, a tavola,
ce ‘o diceno a ‘e famiglie.

‘E mamme ‘e figlie abbracciano,
nu sposo abbraccia ‘a sposa…
E na mugliera trepida,
aspetta, e nn’arreposa.

S’appenne ‘a copp’a ll’asteco;
sente ‘o rilorgio: ‘e nnove!
Se dice nu rusario…
e aspetta e nun se move.

L’acqua p’ ‘o troppo vóllere
s’è strutta ‘int’ ‘a tiana,
‘o ffuoco è fatto cénnere.
Se sente na campana.

E ‘e ppiccerelle chiagneno
pecché vonno magna’:
– Mammà, mettímmo ‘a tavula!
– Si nun vene papà?

‘A porta! Tuzzuléano:
– Foss’ísso? – E va ‘arapi’.
– Chi site? – ‘O capo d’opera.
Ruoppolo abita qui?

– Gnorsì, quacche disgrazia?
Io veco tanta gente…
– Calmateve, vestíteve…
– Madonna! – È cosa ‘e niente.

È sciuliato ‘a l’anneto
d’ ‘o primmo piano. – Uh, Dio!
e sta ô spitale? – E logico.
– Uh, Pascalino mio!

E ddoie criature sbarrano
ll’uocchie senza capi’;
a mamma, disperannose,
nu lampo a se vesti’;

e cchiude ‘a dinto; e scenneno
pe’ grade cu ‘e cerine.
– Donna Rache’! – Maritemo
che ssà, sta ê Pellerine.

È sciuliato ‘a ll’anneto.
Sì, d’ ‘o sicondo piano.
E via facenno st’anneto,
ca saglie chiano chiano.

– Diciteme, spiegateme.
– Curaggio. – È muorto?! – È muorto!
D ‘o quinto piano. ‘All’anneto.
Nu pede miso stuorto.

P’ ‘o schianto, senza chiagnere,
s’abbatte e perde ‘e senze.
È Dio ca vo’ na pausa
a tutte ‘e sufferenze.

E quanno ‘a casa ‘a portano,
trovano ‘e ppiccerelle
‘nterra, addurmute. E luceno
‘nfaccia ddoie lagremelle.

Muratori
di Raffaele Viviani

Sotto la pioggia e al sole lavora il muratore
con in mano la cazzuola
sospeso su un’impalcatura,
fuori, al quinto piano.

Un piede in fallo,
un movimento sghembo,
e vola come un angelo:
prima di giungere, è morto.

Un grido e poi accorrono:
gente e muratori.
– Ancora respira… è Ruoppolo!
Ha due bimbi piccoli!

Lo sollevano e lo allontanano
su una barella a mano.
Si muove ancora l’asse
fuori al quinto pianto.

E passa questo corteo,
più di uno lo rincorre;
mentre un altro, sull’impalcatura
canta e continua a lavorare.

Per terra un mucchio di calce
nasconde la macchia di sangue,
e gli schizzi si diffondono
con le scarpe sporche di fango.

Quando giungono all’ospedale,
la folla resta fuori,
e chi è a conoscenza della disgrazia
racconta com’è accaduta.

E intorno il popolo:
– Madonna! – Avete visto?
– Dal quinto piano! – Vergine…
– E come… Gesù Cristo…

Poi appare, pallido,
chi l’ha accompagnato:
e, prima che gli chiedano,
fa segno che è spirato.

Col freddo nell’anima,
la folla s’allontana;
già si accendono le luci della sera;
la strada diventa tortuosa.

A casa, poi, i compagni
smorti, poveri figli,
lo raccontano alle famiglie
a tavola, mentre mangiano.

Le mamme abbracciano i figli,
lo sposo abbraccia la sposa…
e una moglie, trepidante,
attende e non s’acquieta.

Si affaccia al balcone,
sente l’orologio: le nove!
Recita un rosario…
E aspetta e non si muove.

L’acqua si consuma in pentola
per il troppo bollire,
il fuoco è fatto cenere.
Si sente una campana.

I piccoli piangono
perché vogliono mangiare:
– Mamma, mettiamo a tavola!
– Se non viene papà…

La porta! Bussano:
– È lui? – Va ad aprire.
– Chi siete? – Il capo d’opera.
Ruoppolo abita qui?

– Sì, qualche disgrazia?
Vedo tanta gente…
– Calmatevi, vestitevi…
– Madonna! – Non è successo niente.

– È scivolato dall’impalcatura
dal primo piano. – Uh, Dio!
Ed è all’ospedale? – È logico.
– Uh, Pasqualino mio!

I due piccoli sbarrano gli occhi
senza intendere;
la mamma, disperandosi,
si vestì in un lampo,

e li chiude in casa; e scendendo
i gradini con una candela.
– Donna Rache’ – Mio marito
forse è al Pellegrini.

È scivolato dall’impalcatura.
Sì, dal secondo piano.
E man mano quest’impalcatura
sale piano piano.

– Ditemi, fatemi capire.
– Coraggio. – È morto?! – È morto!
Dal quinto piano. Dall’impalcatura.
Mise un piede in fallo.

Per il dolore, senza piangere,
cade e perde i sensi.
È Dio che dà una pausa
A tutte le sofferenze.

E quando la riaccompagnano a casa,
trovano i piccoli
a terra, addormentati. E brillano
in volto due lacrime.
(ringrazio Luigi Metropoli per la traduzione)


U rancuri
di Ignazio Buttitta

Chi mi cuntati?
io u pueta fazzu!
C’è aria di timpesta
u sacciu,
a vidu:
u marusu sata i scogghi,
u celu avvampa!

Chi mi cuntati?
iu a paci amu;
e sta casa facci u mari
cu Palermu nte vrazza,
i muntagni ntesta,
e l’aceddi ca passanu e salutanu.

Vuàtri nte città,
nte palazzi moderni
chi cammareri in divisa;
chi fimmini in vestaglia,
beddi,
e i minni duri.

Nte palazzi e nte città,
quagghiati du piaciri;
chi cani e chi gatti
ca sàtanu nte gammi,
chi ghiocanu nte divani;
chi mancianu comu vuàtri
e cacanu nte gnuni.

Io vi cunsidiru,
e forsi
arrivu a scusarivi:
u privilegiu piaci,
a tradizioni di l’abusu
a disumanità
u sfruttamentu piaci,
l’aviti nto sangu;
e vurissivu ristari a cavaddu
cu elmu e scutu
e li spati puntati;
crociati di l’ingiustizia,
a massacrari i poveri.

Io vi cunsidiru,
haiu a facci tosta!
sunnu i braccianti chi v’odianu,
i disoccupati a turnu;
all’asta nte chiazzi
ad aspittari un patruni
chi pritenni lu 
baciulimanu.

Sunnu i senzaterra,
i cozzi cotti o suli chi v’odianu,
vonnu i feudi:
u vostru sangu sigillatu nte carti,
un orbu ci leggi!
I feudi,
chi taliati cu cannocchiali
e nàtanu nta l’aria.

Sunnu latri!
Non lu dicu io
iddi u dicinu:
“Semu latri,
nnu nzignastivu vuàtri.”

Non lu dicu io
iddi u dicinu:
“I nostri nanni
i nanni di nostri nanni
i nostri patri
si susevanu all’arba;
facevano a strata a pedi,
turnavanu cu scuru,
durmevanu quattr’uri.

Vuàtri aviti a dòrmiri quattr’uri
zappari quattordici uri
disidirari u pani
torciri i cammìsi
stricari u mussu nterra
sputari u sangu di primuna,
vuàtri!

Vuàtri aviti a strinciri ossa di fimmina
sunnàri miseria
lamenti
dispirazioni;
darivi pugna ntesta,
vuàtri!”

Non lu dicu io
iddi u dicinu:
“Si niscissiru di fossi
i nostri morti
vi nfurcassiru;
v’abbruciassiru vivi!

Vi mittissiru u capizzuni
u sidduni
u suttapanza
i spiruna a valanza
i muschi cavaddini;
e lignati nte rini,
nte rini!”

Non lu dicu io
iddi u dicinu:
“Facevanu i guerri,
(i faciti ancora
e poveri di dintra
ed e populi di fora)
u re mannava a cartullina,
urdinava a mobilitazioni;
i matri accumpagnavanu
i figghi a stazioni,
i muggheri u maritu;
i picciriddi chiancevanu,
e vuàtri battevavu i manu.

Arrivavanu o campu,
u ginirali faceva a parlata;
u parrinu diceva a missa,
dava i santuzzi,
l’infirvurava:
‘Cu mori cca,
acchiana ncelu,’
e ghisava u ditu.

U diceva apposta;
i morti ristavano suttaterra,
scattavano;
i fimmini si vistevanu a luttu,
si scurciavanu l’ossa;
mmaledicevanu u nfernu,
u paradisu;
i figghi
taliavanu u ritrattu o muru,
u ritrattu du guardianu da casa,
mortu.”

Non lu dicu io
iddi u dicinu:
“Ci facevavu u monumentu,
ci scrivevavu l’epigrafi:
nomi
cugnomi
gradu:
Morti per la patria.”

Sgràccanu na bistemia:
“Morti pi patruna!
Pi porci grassi!
Pi lupi!”

Non lu dicu io
iddi u dicinu:
“Fineva a guerra,
i vivi turnavanu;
l’orbi
i surdi
i muti,
i pazzi turnavanu;
turnavanu chiddi chi gammi tagghiati,
i sfriggiati,
senzavrazza;
ci appizzavanu i midagghi,
– i frattagghi o pettu –
e i facevanu sfilari;
a banna sunava:
viva u re!
viva u re!
e vuàtri battevavu i manu.”

Non lu dicu io
iddi u dicinu:
certi voti chiancinu,
si muzzicanu i manu;
io mi cummovu.
“Turnavanu nte tani” dicinu,
“Turnavanu a manciari erba,
a scaricari varrìla di suduri,
a marinari cunigghi magri;
i cunigghi figghiavanu cunigghi,
l’erba non bastava.

Si niscevanu di tani
cu l’ugna i fora,
cu ritrattu du re,
chi banneri tricculura;
chi picciriddi nte crapicchi
c’addattavanu sucu d’erba amara,
si scatinava a carnificina;
ci mannavanu i carrubineri,
i surdati italiani
a sparari supra i scheletri:
addumavanu cu un cirinu,
fitevanu nte chiazzi!

Vineva u carruzzuni,
arricuggheva a munnizza,
u parrinu a binidiceva:
requièscat in pace,
e a munnizza acchianava ncelu.

Ncelu si riuniva a ‘Corti’:
giurati
magistrati
presidenti,
e facevanu u prucessu:
ascutavanu a parti lesa,
i testimoni,
a difisa:
nisceva a sintenza,
assolti!

Cumparevanu l’ancili;
l’ancili ci mpristavanu l’ali,
San Petru grapeva i porti,
e a munnizza traseva mparadisu.”

Non lu dicu io
iddi u dicinu.
Io u pueta fazzu:
caminu supra i negghi,
leggiu nto celu,
cuntu i stiddi,
parru ca luna:
acchianu
e scinnu!

U pueta fazzu:
tessu,
raccamu,
cusu,
scusu:
arripezzu cu fili d’oru!

Adornu,
allisciu,
allustru:
decoru senza culuri!

Ntrizzu ciuri,
appàru artari,
chiantu banneri:
abbillisciu u munnu,
carmu u mari ca vuci!

Sugnu un ghiardinu di ciuri
e mi spartu a tutti;
una cassa armonica
e sonu pi tutti;
un agneddu smammatu
e chianciu pi tutti agneddi smammati.

Chi mi cuntati?
io u pueta fazzu:
amu i tavuli cunzati,
i fimmini,
i piacìri,
u lussu.

Amu u dinari
(a bumma atomica nte manu di l’omu,
nto cori di l’omu
e nun scatta!)

U pueta fazzu,
e vogghiu a paci nta me casa
pi scurdari a guerra
nte casi di l’àutri;
a cuitutini nta me casa
pi scurdari u tirrimotu
nte casi di l’àutri:
sugnu un cani da vostra razza!

Non mi manca nenti,
non disidiru nenti;
sulu na curuna
pi recitari u rusariu a sira,
e nun c’è nuddu
chi me la porta di ferru filatu
pi nchiacchiarimi a un palu!

*

Il rancore

Che mi raccontate?
io faccio il poeta!
C’è aria di tempesta
lo so, la vedo:
il maroso salta gli scogli,
il cielo avvampa!

Che mi raccontate?
Io amo la pace;
e questa casa in faccia al mare
con Palermo nelle braccia,
le montagne in testa,
e gli uccelli che passano e salutano.

Voi nelle città,
dentro i palazzi moderni
coi servitori in divisa,
con le donne in vestaglia,
belle,
e le tette dure.

Nei palazzi e nelle città,
cagliati dal piacere; con i cani e i gatti
che saltano sulle gambe,
che giocano sui divani;
che mangiano come voi,
e cacano negli angoli.

Io vi considero,
e forse
arrivo a scusarvi:
il privilegio piace,
la tradizione dell’abuso
la disumanità
lo sfruttamento piace,
l’avete nel sangue;
e vorreste rimanere a cavallo
con elmo e scudo
e le spade puntate;
crociati dell’ingiustizia,
a massacrare i poveri.

Io vi considero,
ho la faccia tosta!
Sono i braccianti che v’odiano,
i disoccupati a turno;
all’asta nelle piazze
ad aspettare un padrone
che pretende il baciolemani.

Sono i senzaterra,
le nuche cotte al sole che v’odiano,
vogliono i feudi:
il vostro sangue sigillato nelle carte,
un cieco ci legge!
I feudi,
che guardate col cannocchiale,
e nuotano nell’aria.

Sono ladri!
Non lo dico io
loro lo dicono: “Siamo ladri,
ce lo insegnaste voi.”

Non lo dico io
loro lo dicono:
“I nostri nonni
i nonni dei nostri nonni
i nostri padri
si alzavano all’alba;
facevano la strada a piedi,
tornavano con il buio,
dormivano quattro ore.

Voi dovete dormire quattro ore
zappare quattordici ore
desiderare il pane
torcere le camicie
strisciare il muso per terra
sputare il sangue dai polmoni,
voi!

Voi dovete stringere ossa di femmina
sognare miseria
lamenti
disperazione;
darvi pugni in testa,
voi!”

Non lo dico io
loro lo dicono:
“Se uscissero dalle fosse
i nostri morti
vi impiccherebbero;
vi brucerebbero vivi!

Vi metterebbero la cavezza
la sella grezza
il sottopancia
gli speroni a bilancia
le mosche cavalline;
e legnate sulle reni,
sulle reni!”

Non lo dico io
loro lo dicono:
“Facevate le guerre,
(le fate ancora
ai poveri di dentro
e ai popoli di fuori)
il re mandava la cartolina,
ordinava la mobilitazione;
le madri accompagnavano
i figli alla stazione,
le mogli il marito;
i bambini piangevano,
e voi battevate le mani.

Arrivavano al campo,
il generale faceva il discorso;
il prete diceva la messa,
dava i santini,
l’infervorava:
‘Chi muore qui,
sale nel cielo’,
e alzava il dito.

Lo diceva per celia;
i morti restavano sottoterra,
schiattavano;
le donne si vestivano a lutto,
si scorticavano le ossa;
maledicevano l’inferno,
il paradiso;
i figli
guardavano il ritratto sul muro,
il ritratto del guardiano della casa
morto.

Non lo dico io
loro lo dicono:
“Gli facevate il monumento,
scrivevate l’epigrafe:
nome
cognome
grado:
Morti per la patria”.

Scaracchiano una bestemmia:
“Morti per i padroni!
Per i porci grassi!
Per i lupi!”

Non lo dico io
loro lo dicono:
“Finiva la guerra,
i vivi tornavano;
i ciechi
i sordi
i muti,
i pazzi tornavano;
tornavano quelli con le gambe tagliate,
gli sfregiati,
senzabraccia;
gli appendevate le medaglie,
– le frattaglie sul petto –
e li facevate sfilare;
la banda suonava:
viva il re!
viva il re!
e voi battevate le mani.”

Non lo dico io
loro lo dicono:
certe volte piangono,
si mordono le mani;
io mi commuovo.
“Tornavano nelle tane” dicono,
“Tornavano a mangiare erba,
a scaricare barili di sudore,
a ingravidare coniglie magre;
le coniglie figliavano conigli,
l’erba non bastava.

Se uscivano dalle tane
con le unghie di fuori,
con il ritratto del re,
con le bandiere tricolori;
con i bambini ai capezzoli
che poppavano succo d’erba amara,
si scatenava la carneficina:
mandavate i carabinieri,
i soldati italiani
a sparare sugli scheletri:
accendevano con un fiammifero,
puzzavano nelle piazze!

Veniva il carrozzone,
raccoglieva l’immondizia,
il prete la benediceva:
requièscat in pace,
e l’immondizia saliva in cielo.

In cielo si riuniva la ‘Corte’:
giurati
magistrati
presidente,
e facevano il processo:
ascoltavano la parte lesa,
i testimoni,
la difesa:
usciva la sentenza,
assolti!

Comparivano gli angeli;
gli angeli gli prestavano le ali,
San Pietro apriva le porte,
e l’immondizia entrava in paradiso.”

Non lo dico io
loro lo dicono.
Io il poeta faccio:
cammino sulle nuvole,
leggo nel cielo,
conto le stelle,
parlo con la luna:
salgo
e scendo!

Il poeta faccio:
tesso,
ricamo,
cucio,
scucio:
rammendo
con fili d’oro!

Adorno,
liscio,
lustro:
decoro senza colori!

Intreccio fiori,
addobbo altari,
pianto bandiere:
abbellisco il mondo,
calmo il mare con la voce!

Sono un giardino di fiori
e mi spartisco a tutti;
una cassa armonica
e suono per tutti;
un agnello svezzato
e piango per tutti gli agnelli svezzati.

Che mi raccontate?
io il poeta faccio:
amo le tavole imbandite,
le donne,
i piaceri,
il lusso.

Amo il denaro:
(la bomba atomica nelle mani dell’uomo,
nel cuore dell’uomo
e non scoppia!)

Il poeta faccio,
e voglio la pace nella mia casa
per dimenticare la guerra
nelle case degli altri;
la quiete nella mia casa
per dimenticare il terremoto
nelle case degli altri:
sono un cane della vostra razza!

Non mi manca niente,
non desidero niente;
solo una corona
per recitare il rosario la sera,
e non c’è nessuno
che me la porti di filo di ferro
per impiccarmi a un palo!

https://www.lapoesiaelospirito.it/2008/03/14/per-i-morti-sul-lavoro/*


Canna da zucchero
di Nicolàs Guillén

Il negro
lì nel canneto.

Lo yankee
sopra il canneto.

La terra
sotto il canneto.

Nostro sangue
che se ne va!

*

Er ferraro
di Giuseppe Gioachino Belli

Pe mmantené mmi’ mojje, du’ sorelle,
e cquattro fijji io so c’a sta fuscina
comincio co le stelle la matina
e ffinisco la sera co le stelle.

E cquanno ho mmesso a rrisico la pelle
e nnun m’arreggo ppiú ssopr’a la schina,
cos’ho abbuscato? Ar zommo una trentina
de bbajocchi da empicce le bbudelle.

Eccolo er mi’ discorzo, sor Vincenzo:
quer chi ttanto e chi ggnente è ‘na commedia
che mm’addanno oggni vorta che cce penzo.

Come!, io dico, tu ssudi er zangue tuo,
e ttratanto un Zovrano s’ una ssedia
co ddu’ schizzi de penna è ttutto suo!

*

Il mio amico L.
di Ennio Abate

Una crosta d’ideologia
che urta e gela.

Però parla di suo padre.
Lavorava in una cartiera
il cloro.
I giovani operai dovevano abituarsi presto
a sputar sangue e resistere.
Lui, addetto alla manutenzione,
aveva lo sberleffo cinico
di chi lavora addosso alla morte.
S’appisolava di notte su tubi a venti metri
d’altezza,
dormiva con un pezzo del corpo
con l’altro vigilava.

E s’ammazzava di lavoro.
S’ammazzavano tutti di lavoro.

L. è ancora contro
come fosse lui, da solo,
la classe pensata da Lenin.
Ma il suo odio
taglia ancora bene
le differenze
di potere di salario di consumo.

*

Il corpo dilaniato del morto di lavoro
di Roberto Voller

Il corpo dilaniato del morto di lavoro
fu distribuito (ecchippiù ecchimmeno)
tra i compagni della fabbrica
affinché intero rimanesse il ricordo

*

La costruzione sale
di Luigi Di Ruscio

La costruzione sale
contando le centinaia di caldarelle
montate sulla mia spalla
ogni mattone ha raspato sulle mie mani
ogni mattone ha raspato le dita del muratore
che sputa tra le pietre
che fuma senza posare la cicca lavorando
e bruciarsi le labbra
con acqua amara per arrestare sudore
ogni palmo di mura ha una bestemmia
ogni palmo di scialbo ha la schiena di mio padre
l’acqua che ci ha bagnato è sudore umano
sudore umano tutte le mura che vedi.

*

Double face
(pensiero all’uscita del turno di notte)
di Francesco Tomada

Guarda le gru di Marghera altissime
e bianche nel buio come radici
di alberi piantati a rovescio
nella terra

dunque questo non è cielo
ma un cielo capovolto questa non è
vita
ma quello che alla vita viene tolto

*

Tutti assolti al processo per le morti al petrolchimico
di Ferruccio Brugnaro

Lavoravamo tra micidiali veleni
sostanze terribili
cancerogene.
Non affermate ora
furfanti
ladri di vite
che non c’era alcuna certezza
che non c’erano legislazioni.
Non dite, non dite che non sapevate.
Avete ammazzato e ammazzate ancora
tranquilli indisturbati
tanto
il fatto non sussiste.
I miei compagni morti non sono
mai esistiti
sono svaniti nel nulla.
I miei compagni operai
morti
non possono tollerare
questa vergogna.
Non possiamo sopportare
questo insulto.
Nessun padrone
nessun tribunale
potrà mai recingerci
di un così grande
infame silenzio

*

Domande di un lettore operaio
di Bertolt Brecht

Tebe dalle Sette Porte, chi la costruì?
Ci sono i nomi dei re, dentro i libri.
Son stati i re a strascicarli, quei blocchi di pietra?
Babilonia, distrutta tante volte,
chi altrettante la riedificò? In quali case,
di Lima lucente d’oro abitavano i costruttori?
Dove andarono, la sera che fu terminata la Grande Muraglia,
i muratori? Roma la grande
è piena di archi di trionfo. Su chi
trionfarono i Cesari? La celebrata Bisanzio
aveva solo palazzi per i suoi abitanti? Anche la favolosa Atlantide
la notte che il mare la inghiottì, affogavano urlando
aiuto ai loro schiavi.
Il giovane Alessandro conquistò l’India.
Da solo?
Cesare sconfisse i Galli.
Non aveva con sé nemmeno un cuoco?
Filippo di Spagna pianse, quando la flotta
gli fu affondata. Nessun altro pianse?
Federico II vinse la guerra dei Sette Anni. Chi,
oltre a lui l’ha vinta?
Una vittoria ogni pagina.
Chi cucinò la cena della vittoria?
Ogni dieci anni un grand’uomo.
Chi ne pagò le spese?
Quante vicende,
tante domande.

https://www.lapoesiaelospirito.it/2008/03/25/ancora-per-i-morti-sul-lavoro/