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mercoledì 10 giugno 2026

Schiavitù, fragole e consolati - Loris Campetti

 

Sono anni, dovremmo dire decenni, che i lavoratori sono stati espulsi dalle agende della politica. Occupazione, diritti, sicurezza, salari, orari ridotti a variabili dipendenti dagli interessi del capitale che può esercitare impunemente il suo potere, ora con la complicità ora con il disinteresse della politica e dei governi. Al massimo, padroni e caporali devono fare i conti con i sindacati, laddove esistono. Lavoratori non più uomini in carne, ossa e cervello ma semplici braccia, appendici delle macchine, se non appendici, macchine essi stessi del processo di produzione e accumulazione.

Chi si chiede le ragioni della sconfitta storica delle sinistre dovrebbe interrogarsi su questo aspetto, potrebbe così comprendere la prima causa per cui tanti lavoratori disertano per sfiducia le urne, quando non votano direttamente per la destra per rabbia cieca che sfocia nell’autolesionismo. Sono soli, abbandonati a se stessi e a un rapporto spesso individualizzato con il padrone, traditi se operano in settori nuovi, dentro filiere dove i sindacati non arrivano o non riescono a entrare. Traditi e soli come i lavoratori dei settori più antichi, agricoltura, meccanica, edilizia. Se la sinistra è complice della cancellazione del lavoro umano reso invisibile, ridotto a merce, se chi vive a stento del proprio lavoro svalutato non vede nella proposta politica alternative a un modello basato sullo sfruttamento selvaggio, pre-novecentesco, antecedente al compromesso keynesiano, perché dovrebbe andare a votare per la sinistra? Per chi ha riconsegnato alle imprese il diritto a licenziare illegittimamente chi vuole, tenuto a pagare al massimo una multa? Chi si chiede se Matteo Renzi debba o non debba far parte del campo largo, smetterebbe di chiederselo se si ricordasse come l’ex presidente del Consiglio ha sfasciato l’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori e, con esso, cancellato il poco consenso residuo dei lavoratori dipendenti per la sinistre e, più in generale, per la politica. Renzi non è il solo responsabile, prima e dopo di lui in tanti a sinistra hanno contribuito al divorzio tra lavoro e politica. E ciò oggi consente alle peggiori destre al governo del Paese di portare a termine il lavoro sporco precedentemente iniziato senza più compromessi sociali e morali.

I confini della marcia omicida (di diritti, dignità e vite) del capitale per riprendersi completamente il potere sul lavoro umano non sono segnati, si estendono verso sempre nuovi territori sociali. Se tra Calabria e Basilicata, così come in Campania, Sicilia, Puglia e Lazio, agisce indisturbato il caporalato gestito dalla criminalità organizzata e funzionale agli interessi dei proprietari terrieri, nel cuore della modernità italiana, nel centro di Milano, le cose non vanno meglio. Qui lo sfruttamento, come nel Mezzogiorno, regredisce allo stadio della schiavitù, organizzato da una grande società statunitense, la Caddell Construction che risponde direttamente al Dipartimento di Stato a cui è affidata la responsabilità della politica estera degli Stati uniti che rappresenta in sede Onu. Tra i 3 e i 400 operai indiani, muratori rastrellati in casa da una società locale, trasferiti a Milano dopo il pagamento di un pizzo da 500 dollari per il visto e il viaggio, con promesse da marinai su diritti e salari vengono ridotti invece in schiavitù a 2 euro l’ora dalla Caddell che ne ha preso possesso al loro arrivo in aeroporto come pacchi postali. Costruiscono il nuovo consolato Usa a Milano, questi operai, dovrebbero essere grati a padroni e caporali che li hanno strappati alla miseria, o accettano in silenzio le condizioni schiavistiche imposte oppure remigrazione, come si dice adesso.

Partiamo dal Sud, da Amendolara nel Cosentino, uno dei luoghi dove i braccianti migranti vengono ammassati come bestiame in dieci a stanza per essere all’alba trasferiti, ammucchiati in minibus e auto scassate, nei campi di fragole, pomodori, frutta e verdura della Calabria e del Metaponto. Alcuni provvisti di regolare permesso di soggiorno per lavoro, altri irregolari chiamati perciò “clandestini”. 10, 12 ore di lavoro sotto il sole, se il mezzo di trasporto non ha avuto incidenti come spesso è capitato e dunque se non sono morti nel viaggio, a fine giornata vengono raccolti dagli stessi caporali e riportati a casa, se non sono schiattati dal caldo al termine di un turno infinito. Valgono meno delle cassette di fragole che hanno raccolto. Si fa per dire riportati a casa, diciamo su un materasso vicino ad altri materassi di poveracci come loro. 2 o 3 euro l’ora perché devono pagare l’alloggio (si fa sempre per dire) e persino il trasporto, la metà del quasi nulla che resta a fine mese lo spediscono a mogli e figli nei paesi d’origine, in Africa e in Asia. Se pretendono un contratto, o anche solo il misero pagamento del lavoro pregresso, o anche solo di non pagare il trasporto, vengono chiusi in un’automobile e bruciati vivi. Le regole vanno rispettate, i caporali le fanno rispettare. Così sono stati uccisi, bruciati vivi, tre braccianti afghani. Amin, Ullah e Safi e uno pakistano, Wasseem da due caporali pakistani, ex braccianti promossi a rango superiore così come venivano promossi capò nei lager gli ebrei che i nazisti ritenevano affidabili. Un orrore, uno scandalo ma per pochi, Giorgia Meloni in Calabria è andata ma non ad Amendolara bensì a Reggio al lancio di un francobollo e alla festa dei Carabinieri. Appuntamenti così importanti da costringerla a rinunciare a rendere un omaggio ai caduti sul lavoro criminale e persino a rinunciare a un vertice europeo in Montenegro. In fondo vittime e carnefici non sono che pakistani e afghani, che c’entriamo noi che abbiamo il passaporto e la pelle di un altro colore? E guai a far presente che se ci sono i caporali ci sono anche i capitani mafiosi a organizzare il business e che a loro volta lavorano oltre che per sé stessi per il bene dei generali, i proprietari dei campi di fragole, di meloni, di pomodori. Per gran parte dei giornali la strage merita solo una notizia, un richiamo in prima pagina, successivamente declassata a pagina 15 per un paio di giorni. Poche eccezioni in Tv, una o due belle inchieste al massimo e poi il silenzio. La stagione della raccolta è appena iniziata, the show mast go on. A volte sono gli stessi padroni dei campi e delle serre a fare in proprio il lavoro sporco, magari per accorciare la catena del profitto (o si dice del valore?) come nelle campagne del sud del Lazio, dove, quando una macchina trancia un braccio a Satnam, bracciante indiano, il padrone butta lui e il braccio in macchina, va a scaricarlo davanti casa moribondo, il braccio amputato in una cassetta della frutta.

Migranti indispensabili nella raccolta di frutta e verdura, invisibili a chi non vuol vederli nella casa accanto o nel capannone dismesso a cento metri. Uccisi se tentano di alzare la testa come i quattro migranti dati alle fiamme in un distributore di benzina a Amendolara, il quinto si è salvato aprendo a testate il portellone posteriore dell’auto e aiuta gli inquirenti a individuare i responsabili della macabra esecuzione. Al ritorno a casa le quattro vittime portavano un po’ delle fragole raccolte ai bambini dei vicini. Nessuno però li aveva visti, da quelle parti. Braccianti odiati come Sako, lavoratore maliano, ammazzato di botte a Taranto da un branco di ragazzini, la sua colpa il colore della pelle. E nel trapanese, in Sicilia, altri 5 casi di braccianti migranti bastonati. Ad Amendolara la Cgil ha fatto quel che andava fatto: ha organizzato una grande manifestazione in cui agli operai si sono aggiunti attivisti dei movimenti antirazzisti e antischiavistici, e, deo gratias, dirigenti e militanti dei partiti democratici per dire basta schiavismo, basta sfruttamento, basta silenzi e ipocrisie. Le leggi ci sono, potrebbero migliorare certo, ma ci sono. Dove sono invece quelli che dovrebbero farle applicare? E tutti gli altri, quelli che non vedono, non conoscono, non sanno, hanno paura, hanno altro da fare? “Odio gli indifferenti”, scriveva Antonio Gramsci. E giustamente Maurizio Landini, segretario della Cgil, dopo aver ricordato colpe, responsabilità politiche e padronali e chiesto per l’ennesima volta l’applicazione delle leggi, ha lanciato un appello alla “rivolta morale e sociale, una rivolta delle coscienze”.

Lasciamo la Calabria e saliamo a Milano, nel centro della città dove è stato aperto in pompa magna il cantiere per la costruzione del nuovo Consolato statunitense, a tagliare il nastro c’erano il sindaco Sala con la fascia tricolore, il presidente della Lombardia Fontana e il console Usa. Fine lavori prevista nel 2028, costo 200 milioni di dollari. Non sapevano, i nostri amministratori, non conoscevano i metodi usati dagli amici americani per costruire il loro maledetto Consolato. Non sapeva il prefetto, “ingannato” dagli atti depositati dalla ditta Usa che parlavano di 10-12 euro l’ora per otto ore di lavoro quotidiano e invece nelle buste paga gli euro erano crollati a 4 mentre quelli realmente erogati agli operai indiani erano solo 2, una volta scalato vitto, alloggio, trasporto. Per fortuna qualcuno sapeva e qualcuno ha agito, ancora una volta la Procura milanese ha tolto il coperchio del calderone ripugnante e ha trovato il marcio. L’aveva già fatto con le società di delivery che sfruttano i rider e con i prestigiosi marchi dell’alta moda italiana che fanno utili sulla pelle di chi lavora per loro. Anche la Caddel è stata sottoposta a commissariamento giudiziario “per garantire la prosecuzione dei lavori in legalità e la regolarizzazione dei lavoratori”. I suoi dirigenti, poveretti, invocano la tutela della riservatezza dell’area della futura sede del Consolato. Perbacco, un po’ di rispetto per l’alleato americano. Il manager responsabile della Caddell per l’Italia, il turco Ulas Demir, nel dubbio e dopo essersi consultato con i suoi capi a stelle e strisce ha deciso di scappare ma il nucleo dei carabinieri dell’Ispettorato del lavoro l’ha ripreso per la collottola all’aeroporto di Bergamo un attimo prima che riuscisse a involarsi alla volta di Istanbul. Adesso sta dove deve stare, in carcere. L’accusa, “intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro”, un lavoro che la Procura definisce “paraschiavismo”. Benvenuti nel Belpaese.

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mercoledì 22 aprile 2026

TRA GUERRE E GOSSIP AVANZA L’ATTACCO AL LAVORO - Loris Campetti

 

Il governo italiano prepara una nuova picconata contro i diritti dei lavoratori attraverso lo sdoganamento di contratti pirata sottoscritti con sindacati di comodo

Da un lato la strage a Beirut e il fuoco degli “amici” israeliani sui soldati italiani dell’UNIFIL e sulla carovana di aiuti umanitari del Vaticano nel paese dei cedri, dall’altro lato l’infiammarsi del gossip sugli amori proibiti dei ministri della Repubblica. Non c’è tempo per occuparsi della strage dei lavoratori (quasi 300 ammazzati nei primi tre mesi dell’anno) e dei loro diritti. Persino le forze di opposizione sono troppo impegnate nell’inseguire ora i fili che legano il governo, Meloni in testa, alle mafie e ora le scappatelle sentimentali del ministro degli interni e assorbite dalla (giusta) denuncia della miserabile politica estera di Palazzo Chigi. Così non riescono a tenere d’occhio l’attacco reazionario di Giorgia Meloni, della ministra Calderone e del sottosegretario Durigon a chi vive del proprio lavoro e paga le tasse che tengono in piedi questo sbrindellato paese. Ma si sbagliava di brutto chi pensava che il governo sarebbe sceso a più miti consigli dopo la sberla ricevuta al referendum sulla magistratura, a cui si sommano le figuracce mondiali regalate dall’amata coppia Trump-Netanyahu al trio Meloni-Crosetto-Tajani. Giorgia Meloni va avanti come un treno, non solo con le sue sciagurate alleanze internazionali (come dimenticare la sua proposta di dare il Nobel per la pace a Trump?) ma anche rosicchiando fondi alla sanità per tentare di tamponare con un pannicello caldo l’esplosione dei prezzi dei carburanti e regolando i conti con i sindacati e i lavoratori.

Salari ancora più bassi, più precarietà e meno sicurezza

Dopo aver impedito il dibattito sulla proposta delle opposizioni di introdurre finalmente per legge il salario minimo, come chiede anche l’Unione europea, dopo aver cancellato il reddito di cittadinanza, una nuova picconata contro i diritti dei lavoratori è in preparazione con il provvedimento governativo del 1° Maggio. Su proposta del sottosegretario al lavoro, il leghista Claudio Durigon, il governo intende sdoganare i contratti pirata siglati dai padroni pubblici e privati con i sindacatini di destra e corporativi che non rappresentano quasi nessuno ma verrebbero equiparati (il termine esatto è “equivalenza”) alle organizzazioni più rappresentative, CGIL CISL e UIL. Un modo per ridurre ulteriormente salari già da fame, aumentare la precarietà, ridurre la sicurezza. Poco conta per Meloni che la magistratura abbia dato ragione ai confederali bocciando molti dei contratti pirata firmati con sindacati di comodo, in particolare nelle telecomunicazioni dalla Cisal e nella vigilanza dall’Ugl. Perché è risaputo che i magistrati “remano contro il governo”. Dice Durigon che il provvedimento è finalizzato a combattere “il monopolio di Confindustria, CGIL, CISL e UIL”. Dunque va dato valore erga omnes ai contratti pirata e mano libera ai padroni a fare carne di porco dei diritti dei lavoratori e delle loro reali rappresentanze sindacali. Altro che legge sulla rappresentanza che da sempre chiede la CGIL.

Sotto attacco persino la filo-governativa CISL

Sul lavoro e sulla rappresentanza siamo all’ennesima resa dei conti e il nemico per Giorgia Meloni non è più soltanto la CGIL alla testa dei conflitti sociali e delle mobilitazioni contro la guerra. Adesso la vendetta si scatena persino contro il più governativo dei tre sindacati confederali, la CISL. Come compenso per la collaborazione attiva del sindacato cattolico nei confronti del governo, l’ex segretario generale della CISL Luigi Sbarra era stato addirittura investito della carica di sottosegretario per il Sud. Poi è successa una cosa che ha rotto l’incantesimo: la CISL, a dire delle forze di destra, non si è impegnata abbastanza a sostenere il sì al referendum e in più, nel grande feudo assegnato a Sbarra, il Mezzogiorno, i no allo stravolgimento della Costituzione hanno stravinto ovunque. La vendetta è immediata. Alle Poste, gigante dell’economia pubblica con 27 miliardi di valore in Borsa, 13 di fatturato e 120 mila dipendenti, la CISL è il sindacato dominante (66%) e cosa ti fa il ministero dell’economia, azionista di controllo? Mette in consiglio d’amministrazione come suo referente il segretario generale dell’UGL (che in Poste ha il 4,7% dei consensi), Salvatore Muscarella. L’UGL, già CISNAL che era il sindacato dell’MSI, è la lunga mano del governo ed è più fedele della CISL che non si è piegata a sufficienza. Per strafare, una seconda cadrega nel cda viene destinata a Francesco Scacchi, storico avvocato dell’UGL e collaboratore di Durigon. Si scatena l’ira funesta di Daniela Fumarola, l’attuale segretaria CISL succeduta a Sbarra, che si sente oltraggiata, tradita dopo tutto quel che aveva fatto per il governo. Uno schiaffo che non si aspettava, uno schiaffo che fa male. Uno schiaffo che dovrebbe insegnare qualcosa a chi è pronto a genuflettersi di fronte ai nuovi poteri autoritari: le nuove destre, a Roma come a Washington non hanno amici o alleati da rispettare ma soltanto servi da usare alla bisogna, da buttare a mare quando non servono più come si deve. C’è sempre un servo più servo pronto per prendere il posto di quello in uscita.

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giovedì 19 marzo 2026

Giornali e giornalisti - Loris Campetti

  

A chi mi chiede “che lavoro fai”, talvolta mi viene spontaneo rispondere “pensionato”. In passato rispondevo così quando chiedevo il visto per andare in paesi dove ai giornalisti non viene riservata una calda accoglienza, oppure me la cavavo dicendo che volevo andare, per fare un esempio in Iran per turismo, per visitare Persepoli. Adesso mi capita più spesso di qualificarmi come pensionato, come se provassi vergogna per il mio amato mestiere di giornalista. Per come è ridotto. È un’ipocrisia, certamente, forse pavidità. Il fatto è che non solo a Teheran o a Damasco o a Tel Aviv la stima per i giornalisti lascia notevolmente a desiderare, perché anche nel ‘democratico Occidente’ tra la gente comune scatta una sorta di diffidenza. Una ragione ci sarà. Oppure può capitare che tra tanta disistima da parte di chi disprezza i ‘pennivendoli’ si alzino al contrario lodi sperticate per i giornalisti, neanche fossero eroi. Una categoria, quella di cui faccio parte, schiacciata tra embedded e martiri.

Partiamo dai martiri. Secondo i dati forniti dall’Onu, dall’ottobre del 2023 ad agosto del 2025 nella striscia di Gaza sono stati ammazzati da bombe, missili e droni dell’esercito israeliano o in esecuzioni sommarie 247 giornalisti. Un numero spaventoso, certificato dalle Nazioni unite che ti fa chiedere se l’impero del male sia Hamas oppure il Governo di Israele. Potremmo rispondere entrambi, ma con una forza distruttrice decisamente diversa e quindi un diverso grado di responsabilità tra chi teorizzava la fine di Israele (in realtà Hamas ha tolto dal suo statuto ogni riferimento alla cancellazione dello Stato ebraico) e chi pratica il genocidio dei palestinesi. A Gaza scarseggiano persino i giornalisti embedded, o meglio non ci sono più gli embedded di una volta che erano pur sempre giornalisti, giornalisti prezzolati e al guinzaglio degli eserciti. Oggi ci sono solo gli scherani che indossano la divisa militare con le stellette da ufficiale, le uniche informazioni, foto, filmini che possono circolare nel mondo sono quelli costruiti dall’Idf. Se qualcosa di diverso, di indipendente esce ancora dalle rovine di Gaza è grazie ai pochi giornalisti lì presenti superstiti, quelli sì eroi che rischiano di essere trasformati in ogni momento in martiri perché raccontano la guerra dalla parte delle vittime.

Lasciamo stare il Vietnam, troppo lontano nel tempo e avviciniamoci ai tempi nostri. Chi ricorda le immagini della prima guerra del Golfo, 35 anni fa? C’erano i video cinematografici sulle prodezze demolitrici americane ma anche i reportage di qualche giornalista perbene girati sotto le bombe tra le vittime della guerra e trasmessi dalle televisioni e dai giornali di tutto il mondo. Cito due nomi: Peter Arnett della Cnn e Stefano Chiarini del manifesto. Mi chiedo anche se oggi sarebbe possibile andare in Turchia a seguire i processi a Ocalan e al Pkk come riuscivo a fare insieme a tanti colleghi 25 anni fa, magari prendendomi le manganellate della polizia e i pugni dei genitori dei giovani soldati turchi – i mehmetcik – morti nella guerra contro i curdi. Credo proprio di no. Immagini e reportage di un altro secolo. Oggi è punibile con la morte chi mostra o racconta gli effetti delle risposte del regime iraniano all’aggressore israelo-statunitense, non è dato vedere se non di sfuggita le basi Usa in fiamme o i villaggi israeliani colpiti dall’esercito iraniano o da Hezbollah. E ancora, chi ha visto immagini del massacro di 165 bambine della scuola iraniana cancellata dagli Stati uniti, quanti editoriali indignati sono stati scritti nei nostri quotidiani? Bambine cancellate due volte. Giornalismo cancellato due volte, con la complicità di chi governa l’informazione dalle nostre parti che non vuole conoscere e diffondere notizie, immagini, inchieste dissonanti rispetto al punto di vista dominante che mediamente coincide non con quello delle vittime ma dei carnefici. Per esempio, guai alla complessità, cioè guai a chiedersi cosa c’è stato prima del 7 ottobre in Palestina, bisogna dimenticare la Naqba, l’occupazione israeliana. Se te lo chiedi stai con Hamas. Guai a chiedersi cosa capitava nel Donbass prima dell’aggressione russa dell’Ucraina, o raccontare la fine dei sindacalisti bruciati vivi a Odessa. Se te lo chiedi stai con Putin. Dal 2014 al 2022, quando il carnefice parlava ucraino e la vittima russo, quante testate giornalistiche o televisive hanno mandato reporter a fare inchiesta in quei territori? Eppure gli operatori dei media, in Italia o in Europa non vivono sotto minaccia come nei paesi in cui pretendiamo di esportare democrazia e pluralismo, non rischiano la vita come i loro colleghi a Gaza. Da noi è il main stream a consigliare ai padroni dei media di schierarsi dalla parte dei potenti. A volte non capiscono il senso dell’ordine subliminare, ma si adeguano. Anche da noi ci sono giornalisti coraggiosi, persino giornalisti capaci di fare inchiesta sul campo, ma in troppi si adeguano e finiscono per essere arruolati dal pensiero dominante. C’è la censura ma purtroppo anche l’autocensura. Parigi – la carriera – val bene una messa.

I giornalisti scomodi vengono querelati dal potere politico e da quello economico se raccontano verità indigeste. Per esempio, nel racconto sulle numerosissime guerre di Israele l’inviato Rai Nico Piro continua a raccogliere querele e denunce. L’accusa? È antisemita. E ti pareva. Lo strumento della querela è determinante per imporre il silenzio e limitare il diritto di informazione. Fioccano i dossieraggi e le pressioni sulle testate locali da parte dei politici contro giornalisti che fanno il loro mestiere senza inginocchiarsi e altri politici: in Liguria il presidente di destra della regione contro la sindaca di centrosinistra di Genova cerca di imporre al proprietario e al direttore del Secolo XIX una linea giornalistica a lui favorevole. Sono progressivamente diminuite fino quasi scomparire le inchieste, e non parliamo soltanto degli scenari di guerra. Parliamo di economia, parliamo di lavoro, di sfruttamento, di caporalato. Potremmo parlare di immigrazione, dove spesso sono giornalisti freelance senza tutele e contributi a salvare dall’oblio storie, persone, nomi di chi cerca di raggiungere a nuoto una speranza di vita. Chi salva esseri umani e chi racconta quei salvataggi finisce sotto il controllo spionistico di stato – ricordate il nome Paragon, strumento made in Israele e usato dal nostro governo per intercettare dunque spiare i volontari di Mediterranea prete di bordo compreso e il giornalista Francesco Cancellato di Wikipedia? Così come la guerra è entrata nella normalità delle cose, così come i migranti affogati in mare non si contano neanche più, anche morire sul lavoro è diventato normale. Cosa resta degli operai siderurgici e braccianti e rider e trasportatori e muratori uccisi quotidianamente sul lavoro, tre al giorno? Soltanto numeri da pubblicare ogni tanto sul giornale, mezza pagina quando muoiono in più d’uno sullo stesso posto, al massimo un editoriale in caso di stragi. I giornalisti troppo spesso si adeguano, in troppi si adeguano. Come una bella fetta di opinione pubblica, purtroppo. Il giornalismo subisce il clima generale, al tempo stesso lo crea.

Poi c’è un altro giornalismo ancora, quello dei talk show che riguarda l’élite, absit iniura verbis, della mia categoria. È il giornalismo di chi pretende di ricoprire un ruolo di supplenza rispetto a una politica che sta vivendo la sua peggiore crisi di identità (e di dignità). Sono i maîtres à penser che impazzano nei nostri dopocena tv. Ma è giornalismo, quello? Ecco perché mi capita di presentarmi al mondo come pensionato. Perché lo sono anche nel modo di pensare e vivere un mestiere. Poi, come dicevo all’inizio, per vergogna.

Faccio male, però, sono ingiusto soprattutto nei confronti di chi fa informazione con onestà che non vuol dire neutralità bensì passione nel rispetto della verità che non è mai neutrale. Anche il giornalismo di parte è legittimo – tutti i giornali sono di parte, c’è chi lo rivendica e chi tenta di nasconderlo – purché non si facciano sconti alla propria parte. Non sono eroi ma giornalisti perbene quelli che sfidano la censura, che rifiutano i diktat, che in nome dell’autonomia mettono a rischio la carriera. E ce ne sono, persino nel precariato sempre più esteso nel mondo dell’informazione, e precariato vuol dire lavorare anche in zone a rischio senza protezione, e un domani senza pensione. Per rispetto di questi giornalisti con la schiena dritta d’ora in poi cercherò di rispondere sempre a chi me lo chiede che sono un giornalista. Nonostante tutto.

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martedì 5 novembre 2024

Lo Stato di diritto in Albania - Loris Campetti

“Una volta un giudice come me/ Giudicò chi gli aveva dettato la legge/ Prima cambiarono il giudice/ E subito dopo/ La legge”. È impressionante la preveggenza, quasi un’arte divinatoria dell’indimenticabile Fabrizio De André, che con le sue parole in “Storia di un impiegato” riassume perfettamente lo stato del conflitto istituzionale in atto in Italia tra il governo delle destre razziste, fasciste e berlusconiane e la magistratura.

Basta una sentenza che impone il rispetto dei diritti umani per scatenare le furie di Giorgia Meloni e far dire a Ignazio Benito La Russa che è ora di cambiare la Costituzione che impone l’equilibrio dei poteri. Si riapre la caccia alle “toghe rosse” con l’obiettivo esplicito di soggiogare il potere giudiziario a quello esecutivo, cioè al volere del governo. Passano pochi giorni dalla sentenza del giudice romano che fa a pezzi il sogno albanese di Meloni imponendo il rientro in Italia dei primi 12 migranti deportati nel paese delle aquile, e due giorni dopo l’uccisione di un migrante da parte delle forze dell’ordine (“Non ci mancherà”, è arrivato a dire Salvini nei confronti della vittima) ed ecco un nuovo schiaffo al governo inferto dal Consiglio d’Europa: l’Italia è sempre più xenofoba, dice il rapporto della Commissione contro il razzismo e l’intolleranza che denuncia il comportamento della Polizia ai danni dei migranti e dei loro figli, dei rom, della comunità Lgbtq.

Ad aizzare l’odio contro i “nemici”, cioè “diversi” dai sedicenti ariani per razza, religione, scelte sessuali, è la politica che guida l’Italia in questa stagione indecente e disumana. Il riferimento esplicito è a Salvini, a Vannacci e al suo osceno libro best seller, a tutti i fabbricanti di odio e razzismo con cui cercano di fare le loro fortune politiche (e a volte ci riescono).

Nuova alzata di scudi delle destre, pronte alla guerra. Non solo la magistratura deve piegarsi al volere del governo anche quando viola le leggi europee, ma persino i medici che secondo la ministra della famiglia Roccella dovrebbero denunciare i genitori dei bambini nati con la pratica della gestazione per altri, promossa per legge a crimine universale (chissà se Giorgia Meloni chiederà l’arresto del suo amico del cuore Elon Musk che non fa mistero dei suoi figli nati grazie a uteri presi in affitto). I medici hanno subito risposto che il loro dovere è curare le persone sulla base del giuramento di Ippocrate, proprio come i giudici hanno giurato sulla Costituzione e non sul governo, senza domandare da dove vengono, chi sono e come scelgono di vivere.

Giorgia Meloni deve avere nostalgia del regno d’Italia e d’Albania, quando il Duce Mussolini consegnò la corona legittimamente calzata dal re Zog a Vittorio Emanuele III, detto “re sciaboletta” per la sua statura mignon che gli impediva di portare la sciabola d’ordinanza che avrebbe toccato terra. In cambio del sostegno italiano all’ingresso in Ue dell’Albania, la Ducessa ha sedotto il premier socialista (?) Edi Rama, rifilandogli i migranti maschi adulti e in buona salute raccolti nel Mediterraneo da navi italiane “di stato” provenienti da paesi ritenuti sicuri dal suo governo e dunque da rimpatriare sic et simpliciter. Spesi e da spendere per l’impresa, 800 milioni di euro ricavati tagliando fondi alla scuola, agli asili, alla sanità, ai contratti pubblici ma certo non sottratti ai miliardi destinati alla costruzione del ponte sullo stretto di Messina caro al suo vice Salvini.

Ma quando le fanfare sono partite e il nastro tricolore è stato tagliato per immortalare l’arrivo della nostra nave da guerra con i primi 16 – sedici! – migranti, è successo di tutto e Giorgia Meloni è stata addirittura costretta a disdire i festeggiamenti e la conferenza stampa per i suoi primi due anni di governo. Prima si è scoperto che due di loro erano minorenni e altri due malati e dunque andavano subito rimessi sulla nave militare e trasferiti in Italia, esseri umani in cerca di protezione trattati come pacchi postali che il postino aveva consegnato all’indirizzo sbagliato violando le regole d’ingaggio. Subito dopo un giudice monocratico – c’è un giudice a Roma – aveva ordinato il rientro anche dei rimanenti 12 perché provenienti da Egitto e Bangladesh, paesi che non solo la Corte di giustizia europea ma persino il governo Meloni avevano classificato come non completamente sicuri.

Apriti cielo: la Magistratura sabota l’esecutivo per colpa dei giudici comunisti, le toghe rosse che per Salvini sono addirittura al servizio di Rifondazione comunista. La magistratura “esonda” per il ministro della giustizia Nordio che aggiunge: “La sentenza europea è scritta in francese e i giudici non l’hanno capita”. Paonazza, Meloni urla che la Magistratura ha il dovere di assecondare e difendere le politiche del governo costringendo i giudici a rispondere l’ovvio: nostro compito è difendere i diritti delle persone a prescindere dalle loro origini, non il governo. La seconda carica dello Stato dice che l’Egitto – cioè il paese i cui servizi segreti hanno torturato, ucciso e buttato in un fosso il nostro concittadino Giulio Regeni – è così sicuro che lui, La Russa, ci andrà in vacanza a Natale. Buone vacanze a Ignazio Benito.

Il Consiglio dei ministri ha varato un decreto in cui, smentendo sé stesso e la Farnesina, l’Egitto e il Bangladesh vengono promossi al rango di paesi sicuri, i camerati sono convinti che questo penoso artificio costringerà i giudici a obbedire al governo, e cioè a rinunciare a tutelare i diritti delle persone e disobbedire alle leggi dell’Europa, e della coscienza. Qualora decidessero diversamente il governo già preannuncia il ricorso in cassazione.

Sono i giudici che sconfinano dal loro territorio, oppure il governo che vuole cancellare ogni possibile critica, sociale politica e istituzionale? La domanda è retorica. Resta il fatto che nel vuoto, per amor di patria potremmo dire nella pochezza, dell’opposizione politica, tocca affidarsi alla Magistratura. Alla lunga questa delega non farà bene alla democrazia, alla politica e alla Magistratura.

Questo articolo è stato pubblicato su Area il 24 ottobre 2024

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domenica 1 ottobre 2023

Il pizzo di Stato - Loris Campetti

 

È il capitalismo, bellezza. E il bello del capitalismo è che puoi comprare tutto ciò di cui hai bisogno, basta sfoderare la carta di credito quando serve, come capita negli ospedali statunitensi se vuoi essere curato. In Italia con soli 149 euro puoi saltare la fila al pronto soccorso del policlinico di Zingonia, o in altre strutture sanitarie a Milano o a Brescia. Nel supermercato globale del capitalismo persino parti del corpo si possono comprare (o affittare) da chi ha bisogno di soldi per campare.

Se sei un migrante in arrivo da paesi notoriamente democratici e dunque considerati sicuri come la Tunisia o la Costa d’Avorio, in Italia puoi evitare di finire in un campo di detenzione lontano dall’abitato, costruito dall’esercito pronto a sorvegliarlo dove potresti restare anche 18 mesi in attesa di ricevere risposta alla tua richiesta d’asilo o di essere rimpatriato visto che provieni dall’Eden. Nessun problema: fai un versamento di 4.938 euro e puoi andartene libero dove ti pare ma se scappi, metti caso in Germania, perdi la caparra versata e il pizzo viene intascato dallo Stato. Si presume che gli unici ad avere 4.938 euro non siano i migranti e le migranti salvati/e dalle onde, già spogliati di ogni avere, torturati, violentati, stuprate a ogni frontiera e alla partenza sui barconi, bensì gli scafisti e i trafficanti. Cioè quelli che Giorgia Meloni vuole crocifiggere e chiede all’Europa e all’Onu di aiutarla a crocifiggere. La norma criminale e anticostituzionale introdotta dal nostro governo è talmente indecente che ministri e sottosegretari competenti e incompetenti che hanno firmato l’articolo 7 del decreto Cutro fingono di cadere dalle nuvole: sarà stato quel collega o quell’altro, io che ne so? Forse mi ero distratto. Il ministro della guerra Crosetto dice che non ha avuto tempo di leggere la norma che ha firmato insieme ai suoi sodali di governo Nordio e quel Piantedosi che la definisce “marginale”. Far pagare per concedere un simulacro di libertà presuppone la consapevolezza di Meloni e soci che i luoghi in cui un pezzo di umanità disperata viene rinchiusa sono campi di concentramento. E cosa dovrebbe fare il migrante disperato, telefonare ai genitori e farsi mandare i soldi per pagare il pizzo, come ha già fatto in Libia o in Niger? E i genitori fare una colletta nel villaggio per salvare il figlio da nuove catene? Neanche questo può fare, deve pagare personalmente mediante fideiussione bancaria o polizza fideiussoria assicurativa. Ma come fa se non ha documenti?

Attenzione però, Giorgia Meloni ha a cuore i minori non accompagnati che sbarcano sulle nostre coste e per loro promette trattamenti più umani, magari gratis senza pagare il pizzo. L’“umanità” del trattamento privilegiato riservato ai minori è nota e i giornali obtorto collo hanno dovuto raccontarla. Valga per tutti il caso di Genova dov’è in costruzione un vero lager per ragazze e ragazzi rinchiusi in otto container con uno strapiombo da una parte, il nulla dall’altra e in mezzo la vigilanza armata. In aggiunta, vengono compresse le norme per il riconoscimento della minore età del ragazzo privo di documenti che d’ora in poi, in caso di dubbio, verrà considerato maggiorenne. Fino a prova contraria, oggi in Italia si diventa colpevoli.

Queste primizie si innestano in un quadro giuridico già compromesso, a partire dalla madre di tutti gli scandali che è la legge Bossi-Fini. E poi c’è la guerra dichiarata alle ONG che si occupano della salvezza dei migranti nel Mediterraneo a cui il Governo Meloni ha legato le mani e le navi. E la guerra viene estesa alla Germania che osa finanziarle. Migrare è un crimine, salvare i migranti è un crimine. Nella assoluta incapacità di affrontare in modo strategico il dramma dell’immigrazione, Meloni le prova tutte: accordi con i dittatori dell’altra sponda del Mediterraneo e primi timidi tentativi di importare il modello inglese incontrando le autorità del Ruanda, il paese dove il governo di sua maestà britannica spedisce i “corpi estranei” dei migranti come pacchi postali. Prossimamente seguirà l’esempio australiano, che quei corpi li ha venduti alla Cambogia per 35 milioni di dollari, finché il governo di quel paese non ha detto basta? Da qualche giorno gli sbarchi a Lampedusa si sono ridotti, il vicepremier Tajani ha la faccia tosta di dire che è per merito del governo italiano quando dovrebbe limitarsi a ringraziare il meteo che impedisce le partenze dalle coste tunisine.

L’Europa alza la polemica nei confronti dell’Italia ma Ursula von del Leyen è complice della Meloni nell’accordo con il dittatore e affamatore presidente tunisino Kaid Saied, la Francia alza nuovi muri a Menton al punto da essere criticata da Papa Bergoglio, ma Macron risponde che non ha nulla di cui vergognarsi. Basti pensare alle responsabilità coloniali e neocoloniali in Africa di Parigi, alle spoliazioni passate e presenti e alla sciagurata guerra in Libia per valutare la credibilità delle parole di Macron. Anche l’Austria rafforza i muri sul Brennero, i migranti sbarcati a Lampedusa se li deve tenere Giorgia Meloni. Lo pensano soprattutto gli alleati ungheresi ed esteuropei della premier italiana. La Germania sostiene con due milioni di euro chi aiuta i migranti in Italia ma annuncia lo stop all’accoglienza dei richiedenti asilo dall’Italia. E nel Mediterraneo solo il maltempo ferma i migranti. Chi riesce a partire rischia sempre più spesso di diventare cibo per i pesci. Mediterraneo, da mare nostro a mare monstrum, o per dirla con Francesco, da culla della civiltà a tomba della dignità.

Le gigantesche responsabilità di un’Europa che in comune ha la moneta e poco più non diminuiscono ma esaltano le colpe del governo italiano. Per dirla con le parole di Ferrajoli in difesa dell’ex sindaco di Riace Mimmo Lucano (https://volerelaluna.it/controcanto/2023/09/20/mimmo-lucano-il-reato-di-solidarieta-alla-sbarra/), nel nostro paese è stata introdotta una nuova figura giuridica: il reato di solidarietà, i nuovi delinquenti sono quelli che salvano persone in mare, chi dà lavoro o una casa in cui vivere dignitosamente a un “clandestino”, cioè a un essere umano colpevole solo di cercare una speranza di vita. Le parole d’ordine della destra sono due, fermarli alla partenza, rimpatriare chi riesce ad arrivare. Ma anche nel fronte cosiddetto progressista c’è chi liscia il pelo ai peggiori umori e alle paure degli italiani con un luogo comune e una banalità: mica possiamo accoglierli tutti, mica si può fare lo jus soli. Le elezioni europee si avvicinano e anche Conte cerca un suo posizionamento. Lo fa ripassando le parole d’ordine del governo giallo-verde. E nel Pd tutti fanno finta di non conoscere Minniti. Chissà se Giorgia Meloni è andata a vedere il bellissimo film di Garrone “Io capitano”. Se l’ha visto avrà pensato che il nobile protagonista Seydou andrebbe arrestato come scafista.

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venerdì 25 agosto 2023

Il Paese scoppia: la sinistra non può stare a guardare - Loris Campetti

 

Se il 75% degli italiani pensa che sarebbe necessaria una legge per stabilire il salario orario minimo al di sotto del quale nessun padrone pubblico o privato possa scendere, mentre la maggioranza che governa il paese pensa il contrario e agisce in direzione ostinata e contraria, c’è un problema. Non da oggi, certo, come la caduta progressiva della partecipazione al voto dimostra. Il fatto è che l’opinione dei cittadini sembra essere ininfluente, che si tratti di salario o di armi da guerra, e allora tanto vale disertare le urne. Si dirà: chi non vota non ha diritto di parola. Ma perché, chi vota ce l’ha? Che il precario in ospedale o l’operaio in subappalto al cantiere navale votino o non votino, il loro parere comunque non conta e sono ben pochi a interessarsi delle loro condizioni lavorative. L’attacco ai corpi intermedi punta a formalizzare questa situazione, sterilizzando la possibilità di organizzare proteste finalizzate a ridare un peso e uno sbocco alla volontà popolare. È la postdemocrazia che si regge sugli algoritmi e sugli inganni, se stai bravo ti faccio partecipare agli utili dell’impresa che ti sfrutta e magari ti regalo anche la tessera della Cisl. Chi odia i poveri e teme chi ha ancora nel DNA l’idea che con la lotta collettiva si possa rovesciare lo stato delle cose, mette in campo tutte le sue armi. Primo, divide et impera: che il meno povero e il più povero si scannino nel cercare di arraffare l’obolo miserabile e ingannevole lanciato dalle finestre dei palazzi del governo. Le destre come il moderno Marchese del Grillo. Se si paralizza la lotta di classe dal basso verso l’alto, quel che resta è il rancore, l’invidia sociale. Un toccasana per il potere.

Tra botte di calore, bombe d’acqua e incendi dolosi, la tregua di Ferragosto (almeno per chi ha l’agio di godersi una tregua, una villa dove il finanziere annuncia in mondovisione le corna ricevute dalla manager promessa sposa, o una masseria o un resort dove ripararsi dal solleone e dagli alleati) lascia intravedere scenari inquietanti. Se il destino dei salari finisce nelle mani di Brunetta (per finta, come dicono i bambini: le mani sono sempre quelli di Giorgia Meloni) e il destino dei detenuti in quelle di Nordio, i margini di ogni improbabile concertazione crollano come il ponte Morandi. Meloni gestisce il potere come un norcinaio i cotechini e spartisce lo Stato tra i suoi litigiosi e affamati sostenitori affettandolo proprio come si fa con un insaccato. La premier che ha vinto le elezioni grazie al voto di una minoranza di cittadini deve tenere insieme centralisti e separatisti, atlantici e siberiani, destra sociale e destra turboliberista, veteroberlusconiani e neofascisti. Finora c’è riuscita per abbandono del campo dell’opposizione politica che solo in piena estate ha mandato un timido segnale di fumo a chi fatica a tirare avanti e non ha più da tempo rappresentanza politica.

Per recuperare un minimo di credibilità e ristabilire una connessione sentimentale con le fasce più deboli e disamorate della popolazione le opposizioni politiche dovrebbero farne proprie le sofferenze e riscoprire il conflitto. Intendo il conflitto con le destre, smettendo di becchettarsi come i polli di Renzo. Ne sono ancora capaci? Hanno un’idea del futuro alternativa a quella delle destre? Non basta mettere in campo tutto l’ottimismo della volontà per rispondete affermativamente. Resta, impietosa, la realtà con cui il Paese deve fare i conti: l’inflazione alle stelle come la precarietà e i salari mai così bassi, la sicurezza sul lavoro e del lavoro che sfuma come la nebbia il mattino d’autunno. La sanità pubblica viene lasciata deperire per spalancare porte e finestre a quella privata mentre i poveri rinunciano a curarsi e far studiare i loro figli in una scuola tornata classista come prima di don Milani. Anzi della Montessori. Si moltiplica la spesa in armamenti e si abbatte il welfare, si svuotano i granai e si riempiono gli arsenali, persino i rimborsi alle famiglie delle vittime del lavoro vengono dimezzati. Si cancella il reddito di cittadinanza e si moltiplicano condoni agli evasori e sgravi ai ladroni. Per gettare fumo negli occhi si finge di tassare gli extraprofitti delle banche, lo si annuncia a Borse aperte per scatenare l’ira dei banchieri e poter fare mezza marcia indietro. Per gettare la palla in tribuna sul salario minimo voluto da 3 italiani su 4 la si passa al Cnel, aspettando l’autunno e poi le europee.

Ci sarebbero tutte le condizioni per portare in piazza una protesta, cioè una speranza, un briciolo di fiducia sulla possibilità di scrivere una nuova storia. Una parte del sindacato sembra averlo capito, per esempio la Cgil che non è andata in vacanza e prepara, come può, un autunno di lotta. E le cosiddette sinistre? E le opposizioni? Quanto foriera di un impegno democratico futuro è l’unità (più o meno) raggiunta sul salario minimo? Sul terreno della democrazia il Governo Meloni dà il peggio di sé. L’odiosa esternazione del portavoce della regione Lazio De Angelis sulla strage di Bologna che nega la responsabilità fascista, racconta la realtà meglio di qualsiasi analisi puntando la torcia sul peggior immondezzaio politico: Meloni e l’esecutivo sono sotto ricatto dei neofascisti, quelli della strategia della tensione e delle stragi di Stato oggi promossi al vertice delle istituzioni. De Angelis ricatta persino il presidente mussoliniano del Senato La Russa, costretto a un passo indietro sulle sue stesse dichiarazioni: scompare la responsabilità neofascista, Meloni tace e acconsente. De Angelis sa troppo cose, conosce il rapporto tra destra bombarola e destra in doppiopetto, conosce i mandanti. Sanno che se parla finiscono nella merda tutti quanti. Dunque, resta al suo posto.

Che altro si deve aspettare, forse di abitare tutti in viale Giorgio Almirante? Il ceto medio della Ztl era troppo impegnato a combattere l’olio di palma per accorgersi che qualcuno già stava imbottigliando l’olio di ricino, suggerisce la rete. Cosa aspettano a muoversi le opposizioni politiche, che figli e nipoti vengano chiamati, pardon invitati, una settimana l’anno a fare esercitazioni militari e un’altra settimana le ronde antisbarco lungo i litorali dell’amata patria per fermare gli invasori neri e gialli sul bagnasciuga? Aspettano che figli e nipoti, se e quando avranno trovato lavoro, saranno pagati a cottimo o al nero per tutte le ore necessarie, che siano due o sessanta poco importa e da vecchi non avranno la pensione, potevano pensarci a tempo debito e farsi un’assicurazione? Se stanno aspettando che ciò avvenga vanno informati: tutto questo sta già avvenendo.

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mercoledì 9 marzo 2022

Grande è la guerra sotto il cielo. La situazione è pessima



articoli, link e video di Lorenzo Guadagnucci, Marco Maurizi, Loris Campetti, Francesco Borgonovo, Gianni Tognoni, Gigi Proietti, Associazione Centro Documentazione Polesano, Fabrizio de Andrè, Jonathan Ng Truthout, Pepe Escobar, Domenico Gallo, Tiziano Cardosi, Wu Ming e Giuseppe Bruzzone

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giovedì 4 novembre 2021

La salute del sindacato - Loris Campetti

  

Serve ancora il sindacato, nel secondo decennio del terzo millennio dopo Cristo? Seconda domanda: chi rappresenta il sindacato nella stagione della globalizzazione neoliberista, quali figure sociali tutela e quali sono invece abbandonate allo strapotere del turbocapitalismo? Terza domanda: cosa è diventato il sindacato? Sono tre domande difficili, le risposte non possono essere semplici né individuali. Quel che posso tentare di fare è di inquadrarle nel contesto dato, qui e ora ma con un occhio al futuro analizzando le linee di tendenza.

 

La miseria della politica

La prima cosa che mi viene da dire è che non è mai stato così difficile come oggi fare sindacato e, al tempo stesso, non è mai stato così necessario. Indispensabile, aggiungerei. La ragione prima della difficoltà rimanda alla politica, alla sua mutazione nella chiave dell’autoreferenzialità, allo sfilacciamento e allo snaturamento della democrazia e allo svuotamento della partecipazione. Non solo in Italia, certo, ma sulle dinamiche in atto nostro paese val la pena soffermarsi. Bastava dare un’occhiata alla grande manifestazione di Firenze organizzata dal collettivo e dalle Rsu Fiom della Gkn per rendersi conto dell’abisso che separa la lotta operaia, le condizioni materiali dei lavoratori, dalla Grande Politica. Nelle interviste realizzate per un libro-inchiesta – Ma come fanno gli operai – mi aveva colpito il racconto di un giovane delegato di una fabbrica aerospaziale del Varesotto: “Vedi, lì dai tempi dei tempi è appesa una gigantografia di Enrico Berlinguer. Per i vecchi operai la sinistra incarnata dal segretario del Pci rappresentava un riferimento forte, identitario. Per i giovani operai, invece, gli eredi principali del Pci sono quelli che più scientificamente hanno abbattuto i diritti dei lavoratori, a partire dall’attacco allo Statuto dei lavoratori”. La rabbia può addirittura spingere gli operai convintamente di sinistra a votare per dispetto un partito con cui non si ha nulla a che fare pur di punire chi è accusato di essere passato dall’altra parte, dalla parte dei padroni. Un operaio della Fiat diceva parole condivise da tanti suoi compagni in tuta blu: “Ho votato per Appendino sindaca di Torino anche se non mi aspetto nulla dai grillini, perché il Pd ripresentava Piero Fassino, quello che nello scontro tra la Fiom e Marchionne si era schierato con Marchionne. Non ho votato come sarebbe stato normale per Giorgio Airaudo, ottimo compagno, perché il modo più sicuro per far perdere Fassino era votare per il M5S”. I lavoratori sono ormai privi di una rappresentanza politica forte, per essere più precisi non hanno sponde nella politica (so bene che a sinistra del Pd ci sono forze come il Prc che si battono al fianco dei lavoratori, ma se vuoi trovarle devi andare nelle manifestazioni di lotta, non in Parlamento e nelle istituzioni. Ma ciò richiederebbe una riflessione a parte che esula da questo articolo). E’ stupido e ipocrita meravigliarsi a ogni elezione per la fuga fuori dalla sinistra del voto operaio. I lavoratori sono soli, il centrosinistra cerca consensi e voti nei ceti alti, nei centri storici e nei quartieri bene delle città, nei cda delle banche più che tra i bancari, in quella che una volta si chiamava borghesia. Fare sindacato senza avere sponde nella politica e nelle istituzioni, con il Pd che è il più convinto sostenitore della dittatura del mercato, è davvero dura.

 

C’era una volta l’internazionalismo

Di un altro elemento di difficoltà a fare sindacato scrivo solo il titolo, è il passaggio dall’internazionalismo proletario all’individualismo proprietario: la fine del bipolarismo con l’inevitabile e tardiva implosione del socialismo reale ha “semplificato” lo scenario mondiale e abbattuto icone e riferimenti. Ciò ha contribuito, in assenza di un progetto politico alternativo, cioè di un’altra idea di sinistra e del mondo, ad accelerare lo scatenarsi della guerra tra poveri, tra lavoratori del nord e quelli del sud e dell’est, tra uno stabilimento e l’altro. Insomma, la crisi della solidarietà è cresciuta di pari passo con le diseguaglianze. Consiglio a tutti una gita a Monfalcone, davanti ai cancelli della Fincantieri, per farsene un’idea. Il sindacato, nato con l’idea che i proletari di tutto il mondo dovessero unirsi, oggi più che in passato avrebbe bisogno come il pane di un’ottica internazionale, globale se preferite, che invece manca da tempo. Senza una strategia e un coordinamento globali si può far poco per ridimensionare la prepotenza delle multinazionali, si può salvare per un po’ una fabbrica magari a discapito di un’altra collocata in un’altra città o in un altro continente. Ma così non si fa molta strada. 

 

A parità di prestazione parità di trattamento

Privati di ogni rappresentanza (e sponda) politica, i lavoratori rischiano di trovarsi soli di fronte all’arroganza del potere. Là dove non esiste neppure una rappresentanza sindacale, il passo è breve per arrivare alla cancellazione dell’insegnamento di Giuseppe Di Vittorio: mai più con il cappello in mano davanti al padrone. Allo svaporarsi della centralità del lavoro in sede politica e, ahimè, nell’immaginario collettivo, si accompagna la massiccia rivoluzione portata dal capitalismo nell’organizzazione del lavoro, nelle relazioni sociali, nella composizione della classe lavoratrice. La crescita esponenziale della logistica agevolata dalla pandemia, inoltre, sta scardinando il bagaglio dei diritti conquistati nel secolo breve, personalizzando il rapporto padrone-dipendente, e a occuparsi della mediazione non è certo il sindacato bensì il caporale. E non solo nella logistica ma anche nell’agricoltura, nell’edilizia, fino al cuore della produzione industriale dove le scelte politiche e dunque la legislazione hanno accompagnato e favorito la frammentazione del ciclo moltiplicando le diseguaglianze e scatenando il dumping sociale. Il vecchio adagio ‘a parità di prestazione parità di salario, orario, diritti’ è stato travolto dal sistema di appalti e subappalti e dalla possibilità concessa alle imprese di scegliere la forma contrattuale più conveniente grazie a un menù disponibile di decine di forme diverse. Spesso il sindacato è in grado di rappresentare e tutelare solo la parte alta del lavoro nella piramide in cui esso è stratificato. Ma fino a quando riuscirà a rappresentare, facciamo un esempio, i dipendenti diretti della Fincantieri? Cioè, fino a quando i lavoratori della Fincantieri riusciranno a difendere i propri diritti, sotto la grandine del dumping prodotto dal sistema degli appalti? Credo che non ci sia futuro, persino per un sindacato di classe come è ancora la Fiom, senza la capacità di andare a mettere mani e cuore nelle fasce più deboli del mondo lavoro, riconquistando proprio quell’idea che a parità di prestazione deve corrispondere parità di trattamento.

 

La solitudine del nuovo proletariato

La pandemia ha ulteriormente spinto verso un superamento dei corpi intermedi, detto in parole povere sta ulteriormente indebolendo il sindacato. Essendo mutato nel profondo l’impianto della produzione, della distribuzione e dei consumi anche il sistema legislativo andrebbe riscritto, e persino lo Statuto dei lavoratori – quel che ne resta dopo i colpi d’accetta degli ultimi anni – andrebbe aggiornato per includere e tutelare le nuove figure sociali, il nuovo proletariato. I sindacati confederali sono in grave ritardo nella conoscenza dei nuovi lavori; soltanto negli ultimi mesi la Cgil, che ha impiegato un paio d’anni per capire che quello dei rider è un lavoro a tutti gli effetti dipendente, ha messo a fuoco i ciclofattorini che solo grazie alla loro soggettività e le loro battaglie in bicicletta condotte in solitaria sono riusciti a imporsi all’attenzione di tutti. Nella logistica le prime lotte sono state portate avanti con il fragile appoggio dei sindacati di base e i confederali a fatica stanno cercando di mettere qualche radice tra i lavoratori. Quando un camionista travolse un facchino ai cancelli durante uno sciopero si scoprì che i camionisti sono (debolmente) rappresentati dalla Cgil e i facchini (debolmente) dai sindacati di base. Se si perde di vista il nemico vero si finisce in una guerra dei penultimi contro gli ultimi.

 

Il covid al lavoro

Tra le conseguenze più pesanti del covid sul lavoro c’è il suo uso ricattatorio da parte del sistema delle imprese: con la perdita di centinaia di migliaia di posti, tentano di imporre il peggioramento delle condizioni lavorative con annessa riduzione di salario, diritti, sicurezza e dunque dignità. Se vuoi lavorare, è la parola d’ordine, accetta le mie condizioni perché la ripresa in una competizione internazionale senza esclusione di colpi impone i suoi diktat e c’è la fila di persone disposte a prendere il tuo posto. Del milione e duecentomila posti cancellati nel primo anno di pandemia se ne sono recuperati cinquecentomila nel primo semestre del 2021, ma per la quasi totalità si tratta di lavori variamente precari, a termine e in somministrazione cioè in affitto. E parlano con altrettanta chiarezza i numeri dei morti sul lavoro che continuano a crescere paurosamente (più di mille nei primi 8 mesi dell’anno a cui si aggiungono quasi 200 tra medici e infermieri vittime del covid).

 

L’inadeguatezza del sindacato

Questo è il contesto, reso più aspro dalla debacle del sistema dei partiti che hanno commissariato a un banchiere un’Italia già cloroformizzata dal coronavirus. I sindacati sono usciti indeboliti dalla pandemia, dopo più di un anno di riunioni e assemblee da remoto: il distanziamento è un ostacolo al rapporto tra organizzazioni sindacali e lavoratori, cioè alla pratica dei valori fondanti dell’azione collettiva e della stessa democrazia. Sic stantibus rebus, non basta dire che il sindacato è fondamentale, che è uno dei pochi strumenti di autodifesa dei lavoratori. Bisogna chiedersi se il sindacato dato è all’altezza della sfida che ha di fronte. Detto che più che di sindacato bisogna parlare di sindacati, è difficile negare l’inadeguatezza delle organizzazioni dei lavoratori. Per tutte le ragioni oggettive sin qui enunciate o solo accennate (per prima la mancanza di una dimensione internazionale), ma anche per cause soggettive. Nel tempo i sindacati sono diventati una costola dello stato e, nei casi peggiori, dei governi. L’autonomia sindacale si è indebolita ed è cresciuta la burocratizzazione, quasi un’abitudine a vivere di rendita, trasformandosi da organizzazioni di lotta in strutture di servizio, caf e via dicendo. Era proprio obbligatorio tenere chiuse per un anno e mezzo le Camere del lavoro? Anche dentro la Cgil – taccio su Cisl e Uil, ma anche sul cosiddetto sindacato europeo, la Ces, per evitare querele – il corpaccione dei funzionari vede ogni cambiamento come un attentato allo status – e allo stipendio – acquisito. Anche così si spiegano le difficoltà incontrate da Maurizio Landini nel suo tentativo di rigenerazione o rifondazione che dir si voglia dell’organizzazione, riportandola in strada (il sindacato di strada è un buon esempio laddove viene sperimentato) e dentro i luoghi di lavoro. Ha sostanzialmente retto, invece, la struttura dei delegati, le Rsu che hanno, spesso in solitudine, tenuto vivo e costante il rapporto con i lavoratori.

 

La resistenza e il cambiamento

Che il sindacato serva lo dimostra l’esempio della Gkn: la Fiom ha lasciato liberi i suoi quadri di costituire un collettivo che insieme alle Rsu sta gestendo una difficile vertenza e ha intentato causa all’azienda per antisindacalità, vincendola. Certo, per vizi di forma, il modo (del licenziamento via mail) ancor m’offende. Ha consentito ai lavoratori di tirare una boccata d’ossigeno ma nella sostanza il problema resta immutato per l’acquiescenza della politica alle imprese e alla pratica delle multinazionali di chiudere stabilimenti per delocalizzare la produzione là dove di diritti ce ne sono ancora meno. Almeno, la Fiom si conferma un sindacato di resistenza, ne fa fede l’esperienza straordinaria degli operai napoletani della Whirlpool; non che non abbia un progetto sociale in testa, ma questo si impantana nelle stanze della politica e fatica ad avviare un percorso unitario con le altre categorie della sua stessa confederazione. Il nobile tentativo di costruire una coalizione con movimenti e forze sociali avviato qualche anno fa dall’unico sindacato che già a inizio secolo aveva scelto di stare con il movimento cosiddetto no-global, si è presto arenato, un po’ per la debolezza e la frammentazione degli interlocutori, un po’ per la diffidenza della Cgil e un po’ perché non basta mettere insieme le teste pensanti, i leader, per trascinare con sé tutto il resto. Le alleanze non possono che costruirsi dal basso. Come ai tempi della Flm e dei delegati di gruppo omogeneo, verrebbe da dire.

E forse proprio dal basso bisognerà ripartire per costruire un sindacato adeguato alle nuove sfide.

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