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venerdì 24 aprile 2020

La sinistra di classe e l’esigenza di tornare a pensare insieme - Militant



Il prolungarsi indefinito della crisi epidemica e sanitaria sta mutando il mondo che eravamo abituati (e rassegnati) a conoscere. La storia sembra essersi rimessa inaspettatamente in moto. Una frase sentita molte volte in questi anni, eppure mai come oggi prossima alla realtà. Le classi dirigenti dei principali paesi occidentali (e non solo) hanno subìto l’epidemia, rincorrendo l’evoluzione del virus sempre un attimo dopo gli eventi. Negazionismo e drammatizzazione sono parte di una stessa retorica, fatta propria da politiche inadeguate a reggere l’urto della realtà. L’incidenza di una epidemia di questo tipo avrebbe, forse, lasciato interdetto qualsiasi potere: inutile oggi riempire le fosse del senno del poi. Per quanto, sia detto esplicitamente, la gestione dell’emergenza sanitaria ha còlto impreparato un intero sistema di relazioni sociali non solo per la sua carica catastrofica naturale – cioè incontrollabile – ma anche perché si è scontrata frontalmente con un modello di sviluppo determinato. Se il virus appare un fatto naturale, la gestione sanitaria dell’emergenza è sicuramente un fatto politico, che svela il carattere anti-umano delle politiche liberiste di questo trentennio.
La crisi sanitaria prima o poi, però, passerà. La fine di questa coinciderà con l’aggravarsi di una crisi economica inaudita in tempo di pace. Ed è riguardo a questo nuovo mondo che le classi dirigenti dell’Occidente – e soprattutto quelle italiane – non sapranno cosa fare. Rimarranno attonite, tentando di incasellare nei ragionamenti di ieri un quadro di soluzioni e prospettive inservibili per il mondo di domani. Il dibattito pubblico già in corso ne svela d’altronde tutte le caratteristiche. Da una parte c’è il solito refrain liberista, declinato principalmente nella chiave ordoliberale che garantisce il libero mercato attraverso l’interventismo giuridico-repressivo dell’apparato statuale; dall’altro il variegato fronte della critica neokeynesiana, che spinge verso la “condivisione del debito” e alla costruzione di un’Europa finalmente federale. Politica dell’austerity versus politica del debito. Le “soluzioni” di ieri applicate al mondo di domani.
Tra queste due visioni impotenti del futuro, la sinistra di classe rischia di ritagliarsi un ruolo ancor più marginale di quanto avuto sino ad oggi. Rassegnandosi ad interpretare il fronte del NO a tutto e della chiusura ad oltranza, questa sinistra rischia di non cogliere la sfida che già oggi è in gestazione e gravida di potenzialità: mai come oggi il disorientamento delle classi dirigenti squarcia la politica politicante, favorisce soluzioni originali, costringe ad immaginare nuovi modelli di civiltà, un nuovo modo di intendere la modernità, una modernità finalmente non in contrapposizione all’uomo e all’ambiente che lo circonda; mai come oggi la carica inaspettata di idee nuove potrebbe farsi strada in pezzi di classe dirigente posti di fronte al baratro della crisi epocale.
Il dibattito sulla ripresa rischia di essere egemonizzato da Confindustria e dai suoi rappresentanti politici. Renzi, ma anche Salvini; il Pd, ma anche la schiera di “tecnici” – Draghi in primis – figli di un mondo che non ha più presa sulla realtà. Nei fatti, le uniche proposte concrete alternative alla chiusura sine die delle relazioni sociali del paese vengono dal fronte padronale: l’abbattimento, se non direttamente l’abolizione, di quote di fiscalità generale che gravano sulle imprese del paese; la riapertura indiscriminata della produzione ferma allo status quo ante, come se la crisi nella quale siamo ancora immersi fosse un’antipatica parentesi da lasciarsi alle spalle quanto prima; l’assistenzialismo quale orizzonte ultimo di ogni politica sociale. Abbiamo il dovere di ribaltare l’orizzonte di senso che le classi dominanti tentano di ricostruire garantendosi dagli imprevisti insiti in ogni crisi. È la crisi il terreno su cui lavorano i comunisti.
Abbiamo il dovere di immaginare il mondo di domani attraverso proposte ardite e originali. Dobbiamo dire esplicitamente che l’economia del debito non è la soluzione strutturale all’economia dell’austerity. Che il sostegno ai redditi dispersi dalla crisi – pure doveroso in questa fase e per il tempo necessario – è una misura tampone, e non l’obiettivo generale di una politica alternativa. Dobbiamo tornare a parlare di produzione rovesciando e abbattendo il “paradigma Taranto” che si vuole estendere a tutto il paese: o la salute o il lavoro. Salute e lavoro marciano uniti nel mondo di domani, ma per rendere concreta e realistica una proposta di tal fatta abbiamo bisogno di andare (molto) oltre i facili slogan a cui eravamo abituati nel mondo pre-crisi. Altrimenti, il rischio è di ritrovarci in autunno con ulteriori “liberalizzazioni” del mondo del lavoro e ristrutturazioni presidenzialistiche dei rapporti politico-rappresentativi, veicolati attraverso la narrazione “dell’emergenza”.
Per fare questo, però, c’è bisogno di alimentare un dibattito oggi bloccato anche al nostro interno. È oggi il tempo di farlo, non domani, non a giugno o in autunno. Allora, sarà troppo tardi. La borghesia evasora, rentier e anti-nazionale, europeista o populista, finanziaria o assistita, per quel tempo avrà già avuto modo di ri-organizzarsi. Se non attraverso politiche effettivamente all’altezza dei tempi (figuriamoci), attraverso la neutralizzazione del dibattito, agitando false flag ideologiche che non convinceranno nessuno, ma che persisteranno a dominare attraverso la coercizione diretta e indiretta. E con l’ausilio – come sempre – dei dominati, di quell’universo di subalternità sociale che non avrà altro modo di esprimere la propria proiezione ideale se non assecondando questa o quella finzione dialettica tutta interna al regime liberista.
Dovremmo cambiare anche noi dunque. Accettando la sfida che la realtà ci sta imponendo, stimolando un dibattito tra idee diverse, sicuramente non “ortodosse”, purché inaudite. Non per gusto di provocazione o di eclettismo. Ma perché il mondo di ieri finisce anche per noi e per il nostro teatrino. L’alternativa è farsi promotori di politiche irrealistiche, ideologiche, distopiche, disconnesse dalla realtà politica e sociale che invece richiede a gran voce – ma senza una voce cosciente – qualcosa di nuovo a cui credere. Un nuovo inizio dunque, che non può coincidere con restaurazione.
Impossibilitati all’azione politica, almeno per qualche altra settimana, è dunque il momento di favorire pensatoi comuni, con l’obiettivo di formulare e poi intestarci battaglie determinate per il dopo. Farci trovare pronti alla riapertura, questo l’unico obiettivo che dovremmo darci nel breve termine. E poi si vedrà.

giovedì 16 aprile 2020

prima e dopo la pandemia



La lotta di classe dietro la pandemia - Luca De Crescenzo
L'Organizzazione Mondiale della Sanità l’aveva definita «inevitabile». Bill Gates, in una conferenza ora divenuta celebre, «il più grande rischio di catastrofe globale». Libri come Spillover di David Quamenn o Pandemics di Sonia Shah avevano documentato questo rischio approfonditamente. L’emergere di una pandemia globale dovuta a un «virus aereo simil-influenzale» (come recitava il documento dell’Oms) non stupisce quindi gli addetti ai lavori. Eppure ha colto impreparati quasi tutti i governi.
Il New York Times ha da poco pubblicato un reportage su una simulazione avvenuta a Novembre dell’anno scorso presso il Dipartimento della Salute statunitense. Lo scenario, chiamato «Crimson contagion», ipotizzava l’emergere di un virus respiratorio nato in Cina capace di diffondersi presto in giro per il mondo e ne misurava il probabile impatto in suolo americano. Il risultato catastrofico – 110 milioni di infetti e più di mezzo milione di morti – mostrava quanto «sottofinanziato, impreparato e scoordinato sarebbe il governo federale in una battaglia di vita o di morte contro un virus per cui non c’è un farmaco».
Non solo quindi avremmo dovuto sapere che una pandemia sarebbe emersa, ma anche che non eravamo preparati ad affrontarla. Lo scopriamo adesso guardando quanto sta avvenendo proprio nel paese più ricco del mondo, oggi al primo posto anche per numero di contagi dopo le minimizzazioni di Trump, gli errori clamorosi nello sviluppo di un proprio test dopo aver rifiutato quello predisposto dall’Oms, la mancanza di controllo centralizzato delle risorse con rincorsa dei diversi Stati per accaparrarsene, i costi esorbitanti di diagnosi e trattamenti (solo ora parzialmente corretti) che impediscono l’accesso alle cure, le protezioni sociali pressoché inesistenti per milioni di lavoratori che li costringono a lavorare anche se malati.
Un caso estremo, rappresentato però proprio da quel paese che le nostri classi dirigenti prendono a esempio e che pretende di guidare il mondo. Ma purtroppo l’assenza di preparazione la conosciamo bene anche in Italia, dove finalmente, oltre la retorica dell’unità nazionale invocata in pompa magna, stanno emergendo le responsabilità politiche e le ragioni strutturali della tragedia che stiamo vivendo in particolare al nord. Non solo quelle legate ai tagli alla sanità pubblica degli ultimi dieci anni e più, non solo quelle dovute alle resistenze di Confindustria denunciate addirittura dal sindaco Pd di Bergamo che ha usato l’impronunciabile termine «padroni» parlando di chi ha favorito il contagio non volendo chiudere le attività produttive. Ma anche quelle legate all’incapacità di predisporre un piano di contenimento col giusto anticipo, lasciando esposto il personale sanitario e milioni di lavoratori e lavoratrici che tuttora lavorano nelle produzioni considerate essenziali.
Delle prime responsabilità, e della mancanza di prevenzione, ha spiegato benissimo l’esperto di salute pubblica ed ex-leader no-global Vittorio Agnoletto, ma anche Report. Le seconde responsabilità sono state invece sottolineate da un’ondata di scioperi e proteste che non si vedeva da anni in questo paese. D’altronde per capire quanto la classe lavoratrice sia stata abbandonata basta citare uno dei luoghi principali di trasmissione potenziale del contagio: il trasporto pubblico. Nel caso di Roma, gli autisti e i macchinisti della più grande azienda di Tpl italiana, l’Atac, hanno dovuto aspettare il 17 Marzo, un mese dopo la dichiarazione di emergenza nazionale, per avere le prime misure di protezione, comunque insufficienti (le mascherine sono tuttora assenti).
Mentre gran parte della classe lavoratrice di questo paese rischia la vita, un’altra rischia la fame, tra chi ha perso il lavoro, chi lavorava in nero, chi era precario o autonomo e si trova con sostegni minimi o inesistenti. I più fortunati hanno una cassa integrazione che supera a malapena la metà dello stipendio, altri avranno 600 euro per l’intera durata dell’emergenza, forse rinnovati, altri ancora la recente elemosina per la spesa che, non si sa bene come, elargiranno i Comuni.
Tutti sono intanto sottoposti a una limitazione delle libertà personali senza precedenti, accompagnata da una retorica asfissiante che criminalizza comportamenti innocui come il jogging (consigliato invece dall’Oms tra i comportamenti per prevenire il virus), mentre milioni di persone continuano ad ammassarsi in fabbriche, call center e magazzini.
Solo l’idea che siamo in guerra contro un nemico invisibile – espressione usata da Giuseppe Conte quanto da Donald Trump – può giustificare tutto questo e coprire tali responsabilità. L’idea per cui nonostante tutte le differenze sociali che questo virus sta contribuendo a scoperchiare, nonostante ci sia chi muore e chi si arricchisce, siamo la stessa specie umana che si confronta contro la natura maligna. Ma la realtà non è quella di un disastro naturale. E neanche soltanto della specie umana contro un disastro naturale generato da lei stessa. Sono proprio le contraddizioni che il virus mostra alla radice ad averlo in prima istanza portato alla luce.

Allevare virus
Nel mondo le persone considerate denutrite sono quasi un miliardo, dato che è tornato a crescere di recente. Al contempo sempre secondo i dati della Fao (l’organizzazione dell’Onu per il cibo e l’agricoltura), il cibo sprecato globalmente basterebbe a sfamare più volte l’intera popolazione malnutrita. Il cibo prodotto è quindi contemporaneamente troppo e troppo poco, a danno di milioni di persone e a guadagno dei profitti milionari delle imprese della trasformazione alimentare, di quelle di fertilizzanti e della grande distribuzione. Se l’impatto dell’industria agroalimentare sull’effetto serra è ben conosciuto ed è una delle argomentazioni più citate a favore di una dieta vegetariana, meno noto è invece l’impatto microbiologico. L’epidemiologo marxista Robert Wallace l’ha sintetizzato così:
«Con le loro immense monocolture, i produttori di colture e di carne stanno creando un’industria di parassiti e agenti patogeni, aumentando la frequenza, la portata e la mortalità delle epidemie».
Lui e il suo gruppo di matematici, ecologi e biologi che da anni lavora su questi temi attraverso ricerche sul campo e modelli sofisticatissimi – ricerche per cui hanno anche pagato un prezzo in termini di carriera accademica – lo sostengono da anni. Ora l’attenzione sul loro lavoro sta crescendo, arrivando anche su giornali come il Guardian. In Italia è appena stata pubblicata una sua intervista per il Manifesto. Sulla Monthly Review, preziosa rivista radicale americana, hanno da pochissimo scritto una lunga analisi sul Coronavirus che riprende il filo di quelle svolte in tutti questi anni. Il merito delle loro indagini è quello di individuare le cause strutturali, la logica generale della situazione più che la meccanica del caso specifico. Non si concentrano sul grilletto, ma su chi ha caricato la pistola e chi l’ha premuto.
La sequenza che descrivono è inesorabile. Seguendola, ci si stupisce non che oggi ci colpisca una pandemia, ma che lo faccia solo oggi. Al centro dell’analisi, la combinazione letale tra il crollo della biodiversità in habitat «selvaggi» attaccati dalle grandi produzioni agricole e l’ammassarsi di animali d’allevamento in gigantesche batterie in cui vivono giusto il tempo di essere ingrassati e macellati. Se infatti batteri e virus sono ovunque, quelli tra loro che scelgono la via del parassitismo per dilagare in un’epidemia o addirittura assurgere a celebrità globale con una pandemia devono fare una lunga strada. Non solo un parassita deve superare le barriere dell’ospite, eludere il suo sistema immunitario, nutrirsi e riprodursi agevolmente prima di ucciderlo e trovare una via per diffondersi. Per infettare un’intera popolazione c’è bisogno che gli ospiti già colpiti incontrino abbastanza frequentemente quelli ancora sani, che i sintomi non siano troppo gravi da debilitarli e ucciderli prima, che le loro caratteristiche immunitarie (e non solo) non siano troppo variabili.
I fenomeni prima descritti – crollo della biodiversità e allevamenti intensivi – forniscono la scorciatoia ideale perché ciò avvenga. Immaginiamoci di essere uno degli ormai famigerati pipistrelli. La foresta in cui vivevamo è stata pressoché distrutta, insieme agli animali che la abitavano. I pochi luoghi in cui rifugiarsi sono gli stessi in cui incontriamo altri nostri simili. Finiamo per ammassarci, trasmettendoci l’un l’altro i parassiti che portiamo con noi, in una catena che non è interrotta dall’incontro di altre specie o rallentata dalla vita solitaria che prima conducevamo. Si moltiplica la possibilità di passarci parassiti e per questi diventa meno sfavorevole sviluppare sintomi che possono danneggiarci e che favoriscono la loro diffusione (tosse, dissenteria, ecc.).
Nei lavori del gruppo di Wallace, questo racconto e le sue innumerevoli varianti è sintetizzato in fini modelli matematici. Tradotti all’osso: la deforestazione abbatte la complessità ambientale che frena il dilagare dei patogeni. Ma c’è un ulteriore risvolto: aggiungere un’altra dimensione al processo, aumentarne la complessità lungo un’altra direttrice, ha l’effetto di moltiplicare la possibilità del patogeno di diffondersi. Di che parliamo? Ad esempio delle zone «periurbane», ibridi tra città e campagna a contatto ravvicinato con gli habitat naturali del nostro pipistrello, in cui magari scarseggiano strutture sanitarie e controlli. È in contesti simili che è esplosa l’epidemia di Ebola nel 2014. Oppure dei famigerati mercati del fresco come quello di Wuhan, in cui gli animali sono atipici ma gli investimenti molto più tipici, spesso gli stessi che si indirizzano nel settore agroindustriale. In queste piccole industrie dell’esotico animali e umani si ammassano moltiplicando le possibilità di diffusione e anche di passaggio di specie.
Prima di passare da un animale selvaggio a un essere umano, è probabile però che un patogeno passi per la camera di incubazione degli allevamenti intensivi. Si tratta di veri e propri amplificatori della sua virulenza, di enormi fucine in cui un parassita trova continui ospiti da infettare, spesso dal corredo genetico molto simile perché deliberatamente selezionati per avere caratteristiche standardizzate e in cui vige una sorta di selezione naturale al contrario. Se normalmente la virulenza ha effetti svantaggiosi perché uccide l’ospite o comunque lo isola dal resto della comunità, in allevamenti in cui c’è un costante ricambio di materiale da contagiare e in cui la vita media è bassissima questo problema non si pone. Anzi, sintomi patologici dannosi, ma che favoriscono la diffusione del patogeno sono ancor più vantaggiosi per quest’ultimo. Gli animali poi non si riproducono spontaneamente nel luogo, ma con tecniche artificiali e secondo criteri decisi altrove e così quelli che si rivelano più suscettibili e danneggiati dai germi anziché estinguersi naturalmente si riproducono tanto quanto gli altri. Il contatto continuo con chi lavora nel settore, spesso in condizioni igieniche e con protezioni inadeguate, rende il passaggio all’essere umano di fatto solo una questione di tempo.
Vale anche per i piccoli agricoltori, che in realtà sempre di più rappresentano una divisione esternalizzata delle multinazionali dell’agrobusinnes. Gli agricoltori di tutto il mondo sono infatti stretti tra l’aumento dei costi degli input e la caduta dei prezzi dei loro prodotti. Questa morsa li costringe ad aumentare la produzione se non altro per compensare i bassi prezzi dovuti proprio all’aumento della produzione stessa. A guadagnare sono le multinazionali dell’agribusiness che in questo modo abbassano i prezzi degli ingredienti vegetali e animali delle proprie produzioni e obbligano al contempo gli agricoltori ad acquistare gli input sintetici da loro prodotti. Questa morsa, una forma di disciplinamento del lavoro, costringe molti agricoltori a mollare. I terreni si fondono, comprati da quelli che resistono, che puntano sull’economia di scala e sull’apprezzamento del patrimonio fondiario indebitandosi per meccanizzare la produzione e provare a resistere a quella stessa morsa. Aumentano le produzioni, diminuisce la diversità, si allungano le filiere e si riduce la resistenza delle zone rurali alle epidemie associate alla stessa produzione agricola. In questo contesto controllare i focolai significa innanzitutto proteggere i profitti di chi investe. E magari crearne di altri, spingendo ad abusare di farmaci e antibiotici spesso prodotti da altri dipartimenti – o travestimenti – della propria stessa multinazionale. Significa in sostanza mettere delle toppe – e lucrare su esse – a un sistema che continua a produrre problemi, scaricandone i rischi più grandi all’esterno. Se polli e maiali influenzati si trasformano in perdite di bilancio, una pandemia globale di influenza umana no.

L’effetto Corona. La nascita di un virus in Cina può innescare una rivoluzione a New York?
La prospettiva allora si ribalta. L’epicentro delle recenti minacce alla salute globale si sposta dalle popolazioni indigene e le loro «selvagge» abitudini alimentari ai luccicanti centri di direzione aziendale. «New York, Londra e Hong Kong, le sorgenti principali del capitale globale, diventano i tre peggiori focolai del mondo», scrivono Wallace e i suoi colleghi. Il mercato di Wuhan, con il suo corredo fotografico di animali impressionanti serviti alla griglia, è allora il capro espiatorio servito dai mass media perché l’opinione pubblica se la prenda con l’ultimo anello di una lunga catena che comincia proprio con i proprietari degli stessi mass media e con i loro soci in affari. Tanto più che ancora non è affatto chiaro se il SARS-CoV-2, probabilmente covato innanzitutto in una popolazione di pipistrelli, non sia passato per qualche altro ospite animale prima di passare all’uomo. Ad esempio il pangolino, come sostiene un recente articolo su Nature, che al contempo sottolinea come «nessun Coronavirus animale finora identificato è abbastanza simile al SARS-CoV-2 da poterne rappresentare il diretto progenitore». Mentre un altro articolo, pubblicato sull’International Journal of Environmental Research and Public Health, scrive che «molte osservazioni hanno mostrato come l’epidemia di SARS-2 si sia originata in diversi luoghi piuttosto che in uno solo, diversamente da come inizialmente riportato».
Insomma, se ci sono pipistrelli colpevoli in questa storia, sono i rispettabili vampiri travestiti da amministratori delegati, broker finanziari e politici al loro servizio. La gigantesca roulette epidemiologica dell’industria agroalimentare non riuscirà a sfamare il mondo, ma di certo soddisfa i loro appetiti.
Come altri rischi ecologici, la classe capitalista globale è pronta a correre anche questo pur di accrescere i propri profitti. Innanzitutto perché sa che può scaricarlo sulla classe lavoratrice. Non solo quella del cosiddetto Sud del mondo, che rischia di essere travolta da una nuova catastrofe umanitaria che si sommerà drammaticamente a quelle già in corso. Ma anche quella del Nord, dei paesi occidentali, che in questo momento, oltre alle migliaia di vite dei suoi membri, ha rinunciato anche alle libertà di circolazione e consumo su cui aveva costruito il mito del proprio stile di vita, mentre la classe media – altro mito del mondo occidentale – scivola progressivamente verso il basso. Usando termini che rimandano all’Ottocento, secolo in cui siamo ritornati dopo aver decretato la fine del Novecento, La Repubblica l’ha definita una «pauperizzazione generalizzata», riprendendo uno studio dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro che prospetta almeno 25 milioni di disoccupati in più in tutto il mondo dopo questa crisi. Intanto l’ecatombe di persone anziane, spesso cinicamente sottolineata per ridimensionare la letalità del Covid-19, avrà l’effetto statistico di abbassare l’aspettativa di vita, il cui allungamento era un altro vanto del mondo occidentale. Su quello si sono giustificate le più recenti e massacranti riforme previdenziali e ora ci troviamo entrambe: una vita media più bassa e un’età pensionabile più alta.
Si dirà: anche i ricchi piangono, si ammalano e sono chiusi in casa. Tralasciamo per un momento i tamponi che vengono fatti ai vip mentre i poveri cristi devono essere con un piede nella tomba per averne diritto. O quelli che a 100 euro offre la sanità privata. O il fatto che una multa per aver violato il coprifuoco ha un significato molto diverso a seconda del portafoglio di chi la dovrà pagare. E anche che c’è una grande differenza tra passare la quarantena in una villa o in un appartamento condiviso. E che per quanto alienante sia lo smart working, essere costretti a uscire rischiando di infettarsi è peggio, oltre al fatto che c’è smart working e smart working. Insomma, anche tralasciando tutto quello che il settimanale moderato tedesco Zeit ha definito uno «stato di emergenza [che] espone e aggrava senza pietà le disuguaglianze sociali», il punto è che la classe capitalista sa lucrare sui disastri che contribuisce a creare. Delle devastazioni fa ricostruzioni, dell’inquinamento bonifiche, delle malattie farmaci, e di tutto questo futuri punti di Pil.
Ovviamente alcuni dei suoi membri pagheranno un prezzo alto da questa crisi, venendo mangiati dai pesci più grossi in un processo di concentrazione di capitale che già si intravede dall’impennata degli introiti della grande distribuzione o dall’entusiasmo di Urbano Cairo. Non è avidità, è solo il riflesso psicologico della disperata necessità di accumulare potere e ricchezza per non essere scalzati dalla concorrenza, a volte armata, di altri ricchi e potenti, finendo così tra le fila dei poveri e miserabili.
Questa gigantesca rincorsa è uno degli ingredienti della catastrofe ecologica – nella sua variante microbiologica, in questo caso – contro cui la classe capitalista non può fare a meno di schiantarci. Nascosta da analisi costi-benefici, contabilità aziendali, andamenti di borsa. Non è la banalità del male ma il male della banalità, il demonio travestito da business as usual. Lo stesso movimento ambientalista non può vincere senza vedere che il parassita più pericoloso di questo pianeta è la classe di super ricchi che vive sul lavoro di gente a cui lascia come unica libertà quella di decidere se morire di fame o di malattia. O a cui nega la libertà tenendoli chiusi in casa. In Sudafrica, dopo i primi tre morti da Coronavirus, la polizia già ne ha fatti altrettanti per far rispettare le misure di quarantena.
Se, come invitava a fare Walter Benjamin, guardiamo dalla prospettiva delle di vittime di questo mondo, vediamo che lo stato di eccezione che stiamo vivendo e che ci accompagnerà ancora a lungo è in realtà la norma. È la forma più manifesta di una violenza di classe che oggi si esprime come violenza del virus, violenza economica e violenza militare.
Il blasonato economista Kenneth Rogoff, scriveva a inizio Marzo che «le generazioni precedenti erano più povere e molte più persone rischiavano andando a lavoro. Bloccare l’intera produzione per un’epidemia che non uccide non era pensabile». Anche se questa epidemia in realtà uccide, è vero che gli effetti economici delle misure prese per fermarla possono essere ancora più letali. Allora chi, come e cosa far vivere? Chi, come e cosa non lasciar morire? Tali domande centrali si declinano in lunghi e contraddittori elenchi di produzioni essenziali e non, di comportamenti individuali più o meno accettabili, di Stati più o meno meritevoli di aiuti e a quali condizioni dall’Unione europea. Ma questa non è nient’altro che la forma generalizzata del ricatto quotidiano tra lavoro e salute che vive nella propria personale esperienza ciascun lavoratore, che si vede trattato come un oggetto da proteggere nella misura in cui è necessario al funzionamento della società. Per questo quello che stiamo vivendo è un potenziale momento di consapevolezza di massa. Dividersi su quali aspetti ritenere più intollerabili, se le fabbriche aperte, il controllo sociale, i rischi economici, significa sprecarlo. Dobbiamo vedere l’unità dei tre momenti, come parte di una stessa violenza sistemica ai nostri danni. Se ci riusciremo potremo cogliere le opportunità che offre questa difficilissima fase.
In fondo neanche la borghesia se la passa così bene: il teatrino europeo è il riflesso di scontri aspri tra capitali grandi e grandissimi su chi debba farsi carico della crisi, mentre crolla il castello di carte finanziario accumulatosi in oltre dieci anni di iniezioni di liquidità. I limiti delle manovre monetarie di cui si è finora abusato stanno lasciando spazio a interventi pubblici diretti sulla produzione. Sia chiaro, la borghesia ne parla per salvare quello stesso sistema che adesso è costretto a negare alcuni suoi pilastri ideali, come la retorica sulle virtù del privato e i vizi del pubblico. E tutto questo accade mentre la società viene irreggimentata in una vera e propria economia di guerra, spesso nominata dagli stessi giornali mainstream.
Ma in una guerra la classe lavoratrice non è solo la carne da cannone, è anche la manodopera essenziale che permette di portarla avanti. Lo hanno dimostrato gli scioperi delle scorse settimane. La moltiplicazione di iniziative di mutuo-soccorso sono una prima dimostrazione embrionale che non solo dobbiamo ma possiamo badare a noi stessi. Perché succeda dobbiamo seguire l’etimologia della parola pandemia (pan-demos) e trasformare la guerra alla pandemia in guerra di tutto il popolo.

Lo sviluppo capitalistico e la diffusione delle epidemie - Militant

Nel giro di alcune settimane un patogeno microscopico ha messo in crisi le lunghe catene del valore dell’economia capitalista. Un microrganismo che la scienza fatica perfino a classificare tra gli esseri viventi si è così trasformato nel fatidico granello di sabbia capace di inceppare i meccanismi della globalizzazione, riuscendo a rallentare o, in alcuni casi, addirittura a fermare la produzione. In questo momento milioni di salariati sono confinati nell’isolamento, mentre ad altri viene imposto, nonostante il rischio di contagio, di andare a lavorare e sacrificarsi in nome del profitto. Una pandemia che sta progressivamente investendo tutti i paesi del mondo, a partire da quelli a capitalismo avanzato, ma in cui anche la capacità di risposta della sanità pubblica e la tenuta dei rispettivi sistemi di welfare si stanno trasformando in fattori decisivi nella competizione inter-imperialistica.
Sarebbe però riduttivo provare a interpretare quanto sta avvenendo esclusivamente attraverso la lente della crisi sanitaria o, al più, della incipiente crisi economica. E non perché questi aspetti non siano entrambi drammaticamente reali, ma perché così rischieremmo di non cogliere alcuni delle contraddizioni sistemiche che proprio l’epidemia sta facendo emergere.
Partiamo ponendoci una prima domanda: questa pandemia, così come le altre epidemie che pure l’hanno preceduta, era davvero imprevedibile? Si è trattato realmente di un evento “straordinario”? Il sistema informativo mainstream e le classi dirigenti continuano a raccontarla come una sorta di “calamità imponderabile”, uno di quei disastri naturali che, al pari dei terremoti, delle eruzioni vulcaniche o dei meteoriti, rimangono inevitabili per quanto ci si possa poi adoperare per minimizzarne le conseguenze.
Questa posizione, però, oltre a rappresentare un’evidente autoassoluzione per le classi dominanti, rischia di consegnarci allo stoicismo o, peggio ancora, al fatalismo, ma soprattutto è scientificamente infondata. Come giustamente nota David Quammen1 in “Spillover”, un libro del 2012 che gli eventi recenti hanno trasformato in un best seller, “non si tratta di meri accidenti, ma di conseguenze non volute di nostre azioni. Sono lo specchio di due crisi planetarie convergenti: una ecologica ed una sanitaria”.
Non a caso almeno dal 1997, dalle avvisaglie della cosiddetta “influenza di Hong Kong” (causata da un ceppo del virus H5N1), tra gli epidemiologi il tema di quale sarebbe stata la prossima grande epidemia è stato talmente ricorrente da spingerli ad affibbiargli anche un nomignolo, the Next Big One, facendogli individuare proprio nelle “zoonosi”, ovvero nelle infezioni trasmesse all’uomo da animali che svolgevano la funzione di “ospiti serbatoio” o di “ospiti di amplificazione”, il rischio principale. In una popolazione mondiale in rapida crescita, con molti individui che sono esposti a nuovi patogeni, l’arrivo di una nuova pandemia era dunque solo questione di tempo e lo aveva ripetuto più volte la stessa Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), l’ultima in un report2 dello scorso settembre in cui si ricordava che solo dal 2011 al 2018 erano state registrate più di 1483 epidemie, comprese Ebola e SARS, che avevano coinvolto ben 172 paesi.
Sappiamo ormai dal secolo scorso di come sia di fatto impossibile determinare la violenza di un virus, ovvero il suo tasso di mortalità, senza tener conto di alcuni “fattori di contesto” che incidono anche pesantemente, come l’alimentazione, le condizioni economiche, il tipo di cure mediche disponibili e le capacità di risposta del sistema sanitario. Alla luce di queste semplici considerazioni e degli avvertimenti che ciclicamente si sono ripetuti in questi anni parlare di “imprevedibilità” risulta dunque inappropriato, e il numero delle vittime che si sarebbero potute salvare se solo ci si fosse preparati adeguatamente rappresenteranno per sempre un j’accuse inappellabile contro le élite dominanti
Occorre però spingersi oltre ponendoci un altro quesito, forse ancora più importante di quello precedente: esiste un nesso di causalità tra il sistema economico dominante, il modo di produzione capitalistico, e l’insorgenza sempre più frequente di epidemie? Si tratta di una domanda tutt’altro che retorica, soprattutto perché ci inchioda, come comunisti, ad un ritardo di analisi e, conseguentemente, di azione politica, su una questione che si sta mostrando in tutta la sua drammatica attualità e che non può essere semplicemente liquidata con una generica sentenza di colpevolezza nei confronti del capitalismo. Occorre indagare in maniera scientifica su quale sia esattamente il rapporto tra la sfera socioeconomica e la natura, che non possono essere pensate come realtà separate, perché gli esseri umani sono al tempo stesso produttori e prodotti del loro ambiente, Società e Natura sono legate dialetticamente, da questo punto di vista il capitalismo non va dunque interpretato solo come un sistema socioeconomico, ma anche come un modo di “organizzare” la natura, uno specifico regime ecologico3.
Torniamo quindi alla relazione tra capitalismo ed epidemie. Stando alle parole dell’epidemiologo Paolo Vineis, recentemente intervistato dal Corriere della Sera, secondo alcuni studi recenti più del 25% delle malattie infettive emergenti e più del 50% delle malattie zoonotiche nell’uomo sono dovute al consumo del territorio per scopi agricoli e zootecnici legati soprattutto all’allevamento intensivo di maiali e pollame che contribuisce a rendere possibile il processo di concentrazione urbanistica nei paesi della periferia e della semiperiferia capitalista. In un testo del 2016, Big Farms Make Big Flu4, il biologo Robert Wallace ha dimostrato in maniera esaustiva il rapporto di causalità che esiste tra l’agrobusinnes, l’urbanizzazione capitalista e l’eziologia di alcune epidemie recenti come la SARS ed Ebola.
L’agroindustria capitalistica, rimpiazzando ecosistemi naturali complessi con sistemi più produttivi, ma biologicamente più “semplici”, crea infatti le condizioni perfette perché gli agenti patogeni possano evolvere fino a sviluppare fenotipi sempre più virulenti e contagiosi. L’allevamento industriale di animali domestici è caratterizzato, per esigenze ovvie di mercato, da un’elevatissima omogeneità genetica e da ambienti con alta densità di popolazione, questo finisce col rimuovere ogni tipo di barriera immunologica in grado di rallentare la possibile trasmissione di infezioni. A questo va poi aggiunto l’effetto della ricerca incessante del raggiungimento di cicli produttivi sempre più brevi, capaci cioè di portare l’animale al peso di macellazione nel minor tempo possibile in modo da ridurre quello che Marx chiamava il tempo di produzione e conseguentemente anche il tempo di rotazione del Capitale, e quindi la massa di plusvalore realizzabile, ad esempio, in un anno.
La logica interna del modo di produzione capitalistico diventa così essa stessa un fattore evolutivo capace di trasformare dei ceppi virali prima isolati o inoffensivi in patogeni sempre più aggressivi. Questo perché il ritmo produttivo sempre più serrato impone indirettamente (ma in maniera estremamente efficace) una pressione selettiva sui patogeni “costringendoli” ad evolvere in ceppi sempre più virulenti, capaci di svilupparsi su ospiti con cicli vitali sempre più brevi. Come già accennato l’alta concentrazione produttiva dell’agroindustria è poi, al tempo stesso, presupposto e conseguenza dei processi di urbanizzazione che hanno portato oltre il 55% della popolazione mondiale a vivere nelle grandi città e nelle megalopoli globali, spesso in condizioni igenico-sanitarie estremamente precarie, soprattutto nei paesi della periferia e della semiperiferia capitalista, creando così i presupposti per i continui salti zoonotici e la successiva diffusione dei patogeni.
Non è certo quindi per una sfortunata coincidenza che molte delle nuove epidemie abbiano avuto origine proprio in Cina, e la ragione non può essere ricercata, come pure si è tentato di fare, nelle “stravaganti” abitudini culinarie e culturali dei cinesi o in qualche esperimento militare sfuggito di mano, ma ha a che vedere con la geografia economica globale e la progressiva concentrazione nel paese della produzione manifatturiera internazionale che, in un arco di tempo relativamente breve, ha fatto della Cina “la fabbrica del mondo”. Proprio come per l’Europa e gli Stati Uniti dei secoli scorsi, gli alti tassi di sfruttamento che sono stati alla base del “miracolo economico” hanno determinato per milioni di proletari, oltre che un aumento delle diseguaglianze sociali, anche condizioni di vita estremamente precarie, soprattutto nelle enormi megalopoli spuntate come funghi in questi anni, determinando così le condizioni adatte per il potenziale sviluppo delle epidemie.
Al vorticoso tasso di crescita del Pil cinese di questi ultimi decenni e al conseguente “grande balzo in avanti” tecnologico non ha fatto da contrappunto un altrettanto rapido miglioramento del tenore di vita dei milioni di contadini che sono stati strappati alle campagne e proletarizzati per andare a lavorare nelle Zone Economiche Speciali. Nonostante gli enormi sforzi messi in campo in queste ultime settimane la spesa sanitaria cinese5 rimane limitata, stimata in 398 dollari per persona, poco più di un terzo di quello che investe Cuba, per intenderci. In questa sorta di accumulazione originaria che dovrebbe permettere al paese di risalire le catene del valor internazionale gran parte della spesa pubblica continua ad essere indirizzata alle infrastrutture fisiche: ponti, strade ed energia a basso costo per le industrie. Da questo punto di vista anche la città in cui ha avuto origine l’epidemia di Sars-CoV-2 ha un alto valore simbolico. Wuhan è infatti considerata come la capitale cinese dell’industria delle costruzioni ed ha conosciuto un’espansione rapidissima proprio a partire dalla crisi del 2008, quando il governo cinese varò un piano di stimoli di oltre 4 trilioni di yuan, pari al 14% del Pil, destinati soprattutto a progetti infrastrutturali ed edilizi.
Arrivati a questo punto, e prima di concludere, è necessario però chiarire come nel caso dell’ultima epidemia da Sars-CoV-2 la vicenda si sia dimostrata più complessa rispetto ai casi dell’influenza suina (2009) e aviaria (2003) che invece erano più chiaramente associati al nucleo del sistema agroindustriale capitalistico. Sembrerebbe infatti ormai acclarato che “l’ospite serbatoio” sia stato una qualche specie di pipistrello, macellato e commercializzato nel mercato umido di Wuhan, e che il contagio non sia quindi passato attraverso l’intermediazione di un animale domestico. Ancora una volta è però il lavoro teorico di Robert Wallace a far emergere i nessi di causalità stringenti a cui ci siamo riferiti finora.
Se è vero, infatti che ormai a livello globale, e soprattutto in Cina, la produzione di cibo da animali selvatici sta diventando in modo sempre più effettivo un settore economico a sé, è anche vero che la sua relazione con l’agricoltura industriale va ben oltre il fatto che entrambe queste filiere possano essere controllate dagli stessi capitali. I processi di espansione della produzione agricola intensiva e, al contempo, di sussunzione dell’agricoltura “di periferia” alle logiche del Capitale non solo determinano la progressiva distruzione degli agroecosistemi tradizionali ma, più o meno direttamente, aumentando l’interfaccia con ecosistemi che fini a quel momento erano rimasti relativamente isolati aumentando le probabilità dello “spillover” di nuovi agenti patogeni. In sostanza, man mano che l’accumulazione capitalista sottomette nuovi territori distruggendo gli equilibri eco-sistemici preesistenti, le specie animali vengono progressivamente spinte in zone meno accessibili in cui entrano in contatto con ceppi patogeni fino ad allora isolati. Quelle stesse specie animali spesso diventano poi oggetto di mercificazione finendo nelle catene del valore capitalista.
Questo diminuisce la distanza tra l’uomo e i potenziali “ospiti serbatoio” creando così le condizioni per il salto di specie di patogeni protopandemici. L’esempio della recente epidemia di Ebola in Guinea (2013) è, da questo punto di vista, emblematico. La cessione da parte del governo di grosse estensioni di territorio ai conglomerati agroindustriali internazionali per la produzione dell’olio di palma ha determinato, non solo la deforestazione e la distruzione di  ecosistemi complessi, ma l’imposizione di una monocoltura che è poi è risultata particolarmente attrattiva nei confronti quei pipistrelli che fungono da serbatoio naturale del virus. Si è trattato, come scrive il sito dell’ISS6, della più grande epidemia di Ebola, sia per numero di focolai che per numero di casi e decessi segnalati: un totale di 28.652 casi confermati, probabili e sospetti, con 11.325 decessi in dieci Paesi (Liberia, Guinea, Sierra Leone, Mali, Nigeria, Senegal, Spagna, Regno Unito, Italia e Stati Uniti d’America).
La crisi pandemica di questi giorni, che dopo decenni torna a coinvolgere le capitali del Nord globale, è un’ulteriore dimostrazione del fatto che il capitalismo è un regime ecologico insostenibile. Nonostante le retoriche imperanti sulla cosiddetta green economy, le leggi interne che lo governano sono le stesse che approfondiscono le contraddizioni ambientali. La lotta per l’uguaglianza e la giustizia sociale deve quindi necessariamente intersecarsi con quella per la giustizia ambientale, perché solo affidando alla collettività il compito di decidere cosa, quanto e, soprattutto, come produrre, l’umanità nel suo complesso potrà provare a superare questa contraddizione. Ma affinché questo accada è necessario colmare il ritardo di analisi che abbiamo accumulato in questi anni.

Note
1) Quammen D. (2014), Spillover, Adelphi
3) Moore J. W. (2015), Ecologia-mondo e crisi del capitalismo, Ombre Corte
4) Wallace R. G. (2016), Big Farms Make Big Flu, Monthly Review Press


sabato 30 giugno 2018

L’osceno al centro della scena - Militant


Dovremmo fare tutti un po’ di sana autocritica, noi per primi. Per anni abbiamo sottovalutato Matteo Salvini tratteggiandolo come un razzista meschino e imbecille intento a giocare con le ruspe, complice forse quell’espressione non proprio sveglia che si porta dietro. In realtà, però, il leader leghista, pur confermando in pieno di essere un razzista estremamente gretto, sta dimostrando quantomeno di sapersi muovere politicamente. Nel giro di pochi anni ha liquidato l’eredità ingombrante (e imbarazzante) di Umberto Bossi e della sua famiglia di traffichini, trasformando la Lega da partito “nordista” e “secessionista” a partito populista con ambizioni nazionali e portandola dal 4 al 17%. Dopo di che ha regolato i conti nel centrodestra, ponendo di fatto fine alla leadership ventennale del suo ottuagenario fondatore e riuscendo paradossalmente laddove la sinistra antiberlusconiana aveva fallito per anni. Adesso, complice anche l’insipienza pentastellata, sta conquistando stabilmente il centro della scena politica dettando la sua agenda tanto agli alleati di governo quanto all’opposizione e imponendosi così come il leader di fatto della coalizione. Fateci caso: Di Maio è pressochè sparito dai radar dell’informazione, e con lui tutti i temi cari ai cinque stelle, mentre da settimane non si fa che parlare di fantomatiche invasioni di migranti e di una gestione più muscolare delle politiche migratorie.
In questo una grossa mano gliela sta dando anche certa sinistra e l’informazione liberal che si porta appresso, un’area politica che per quanto eterogenea sembra aver scelto il piano dell’antirazzismo umanitario come quello su cui costruire l’opposizione al governo. Senza capire che in questo modo si lascia Salvini proprio nella sua comfort zone, libero di twittare alla pancia rancorosa di un paese impoverito e incattivito proprio dalle politiche di austerità portate avanti proprio dalla “sinistra” e che su questo piano purtroppo lo segue. Per fare i feroci sui social coi più deboli o per litigare con Saviano a mezzo stampa non servono risorse, altra cosa è invece abolire la legge Fornero, come pure avevano promesso, oppure abrogare il jobs act, oppure ancora immaginare forme di sostegno al reddito per i disoccupati. I vincoli di bilancio imposti dalla Ue non potranno certo essere rotti a colpi di propaganda xenofoba. Sono queste le contraddizioni che, esplodendo, potrebbero fargli male, non certo le contumelie di qualche intellettuale illuminato. Ed è su questo piano e su quello dell’antirazzismo di classe che dovremo provare a lavorare nei prossimi anni, perchè altrimenti c’è il rischio che la sconfitta da storica diventi permanente.
da qui

sabato 9 settembre 2017

L’immigrazione immaginaria - Militant


Il livello del dibattito pubblico sui fenomeni migratori, lo sappiamo, è quello che è: sconsolante. A stupire ogni volta è l’assoluta mancanza di dati di fatto in grado di giustificare, almeno parzialmente, le paure sociali generate dalla costante polemica politica sui migranti. Secondo alcuni di questi dati, scopriamo che l’Italia è l’ottavo paese al mondo per numero di emigranti (250.000 nel 2016), un dato che ha fatto preoccupare persino l’Ocse. In Italia c’è in effetti un problema migratorio, ma nel senso contrario rispetto alla vulgata comune: posta nella classifica dopo il Messico e prima del Vietnam, dall’Italia si emigra troppo. Gli italiani, insomma, raccontati come accoglitori riluttanti di stranieri in fuga, sono piuttosto un popolo accolto dagli altri paesi. Basterebbe solo questo dato per destituire di fondamento qualsiasi polemica politica sul fenomeno migrante in Italia. Ma ce n’è un altro altrettanto decisivo per smontare le narrazioni razziste che egemonizzano il confronto politico: a fronte dei 250.000 italiani emigrati, nel 2016 sono entrati in Italia complessivamente 181.000 migranti. Il saldo è negativo per 69.000 persone! L’Italia, insomma, è un paese che si sta lentamente svuotando. Oltretutto, bisogna aggiungere che dei 181.000 arrivati una quota importante transita per l’Italia verso altri paesi. Ma facciamo pure conto che rimangano tutti qua da noi: in Italia ogni anno escono più persone di quante ne entrino. Di quale “invasione” stiamo parlando? Per capire i termini della questione: nel 2015 in Italia sono sbarcate 153.000 persone. “Invasione!”, gridavano Lega e Pd, Cinquestelle e Forza Italia. Nello stesso periodo in Grecia (in Grecia, un paese di 10 milioni di abitanti e grande un terzo dell’Italia) sono sbarcate 856.000 persone. Si dirà che l’Italia già ne accoglie tanti, di migranti. Non è vero neanche questo: siamo all’11° posto nel mondo, al 6° in Europa e al 5° persino restringendo il cerchio alla sola Unione Europea. Si dirà che tanti di questi paesi sono piccoli e non contano nella classifica, ad esempio la Svizzera ha il 22% di popolazione migrante sul suo territorio. Purtroppo non possiamo confortarci neanche stavolta: tutti i paesi grandi come o più dell’Italia hanno più migranti sul proprio territorio. E allora, come fare per raccontarci come paese (troppo) accogliente per il suo (presunto) benessere? Niente: siamo un paese povero, che genera emigrazione, e che non si sobbarca neanche il costo della fisiologica immigrazione originata esclusivamente dalle avventure militari e dai processi di impoverimento che i paesi come l’Italia fomentano nel mondo. Anche questo dev’essere colpa della disinformazione migrante.