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venerdì 20 marzo 2026

Il favoloso mondo razziale di Oz - Diego Angelo Bertozzi

Il favoloso mondo razziale di Oz - Diego Bertozzi

Frank Baum, autore de Il meraviglioso mago di Oz, un classico della letteratura mondiale per l'infanzia, fu tra i peggiori esponenti del suprematismo bianco, tanto da chiedere apertamente lo sterminio delle popolazioni native d'America. Parole e toni che nulla hanno a che invidiare a quelle del nazismo.

 

Nell'articolo precedente abbiamo ripercorso, grazie alla ricostruzione del quadro storico e alla recente pubblicazione di una lettera, le posizioni suprematiste e classiste del celebre scrittore H.P. Lovecraft. Ora, seguendo lo stesso metodo affrontiamo un'altra famosa icona della cultura statunitense e mondiale: L. Frank Baum, l'autore de Il meraviglioso mago di Oz, pietra miliare della letteratura per l'infanzia e più volte oggetto, a partire dal 1939, di riduzioni cinematografiche. Ebbene, anche in questo caso, ci troviamo di fronte a una figura ambigua, tanto genio letterario quanto divulgatore di una visione razziale violenta a crudele della storia statunitense.

A catturare l'attenzione non ci sono lettere private ad un fratello, quanto gli interventi pubblici da direttore dell'Aberdeen Saturday Pioneer. Su questo giornale alla fine del 1890 apparve un suo editoriale che rivelava posizioni apertamente sterminazioniste nei confronti delle popolazioni indigene (i Sioux) del South Dakota. Sono, quelle che ci apprestiamo a leggere, parole degne di un gerarca nazista, tanto a fondo si spinge la de-umanizzazione dell'altro: "La nobiltà dei pellerossa si è estinta, e quei pochi che sono rimasti non sono altro che cagnacci che guaiscono e leccano le mani che li percuotono". In quanto assimilati ad animali della peggior specie non meritano altro che la liquidazione fisica totale e senza pietà:  i bianchi "per la legge della conquista, per la giustizia della civiltà, sono padroni del continente americano e la sicurezza degli insediamenti di frontiera potrà essere assicurata solo con il totale annientamento dei pochi rimasti. Perché opporsi allo sterminio? La loro gloria è svanita, il loro spirito è distrutto, la loro virilità cancellata; meglio morire che vivere nelle terribili condizioni in cui si trovano oggi"[1].

In parte figlio del proprio tempo, nel quale l'incitamento allo sterminio dei nativi era assai diffuso, va prima di tutto rilevato che Baum è degno figlio del peggior razzismo e che le sue parole non avrebbero sfigurato nel Mein Kampf di Hitler! Qualche anno prima il colonnello Chivington, che guidò l'omicida cavalcata al villaggio di Sand Creek (e qui va consigliato l'ascolto della splendida canzone di De Andrè) aveva annunciato che la sua politica verso quelle popolazioni era assai chiara: "ucciderli e raccogliere gli scalpi di tutti, piccoli e grandi" perché "le lendini fanno i pidocchi". Poco meno di un secolo dopo una simile espressione sarebbe stata utilizzata dal nazista Himmler, solo che al posto dei pellerossa ad interpretare i pidocchi sarebbero stati gli ebrei.

Detto questo, torniamo al nostro scrittore perché pochi giorni dopo il suo editoriale avvenne uno dei più celebri massacri della conquista del West: il 29 dicembre a Wounded Knee centinaia di uomini e bambini furono uccisi dai colpi dei potenti cannoni Hotchkiss. Quattro giorni tornò a farsi sentire la voce di Baum e con toni e considerazioni immutate neppure davanti allo scempio: "per proteggere la nostra civiltà sarebbe meglio dare seguito all'evento" così da "cancellare dalla faccia della terra queste indomite e indomabili creature"[2]. Il riconoscimento della loro resistenza, non pone tuttavia in discussione la loro estraneità al consorzio umano.


[1] Editoriale del 20 dicembre 1890 citato in David E. Stannard, Olocausto americano, Bollati Boringhieri, Torino, 2001, pp. 208-209

[2] Citazione in David E. Stannard, op. cit., p. 209


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martedì 24 febbraio 2026

Un radioso futuro di civilizzazione

 cioè il colonialismo, il nostro avvenire dietro le spalle, di Francesco Masala


Quando gli europei arrivarono in America, che ancora non si chiamava così, cedevano paccottiglie varie agli indigeni in cambio di oro e altre ricchezze, gli europei si credevano i più furbi del mondo.

Quando gli indigeni di tutto il continente capirono l’avidità degli europei le ricchezze furono rubate attraverso genocidi e schiavitù, quella dei neri africani.

Un meccanismo simile funziona oggi, gli Stati Uniti d’America, si credono i più furbi del mondo, hanno imparato bene dai maestri, comprano tutti i prodotti e i servizi applicando dazi ai venditori, che in cambio comprano i prodotti e servizi Usa senza nessun dazio (e senza che le imprese Usa paghino le tasse e imposte come tutti), come in India, recentemente.

Quando gli abitanti di tutto il mondo capiscono, non da oggi, l’avidità degli Usa, sempre fedeli alla loro storia criminale (1), e che i dazi vengono applicati in maniera asimmetrica, per chi ci sta, e per gli altri, per chi non ci sta, ci sono colpi di stato, rivoluzioni colorate, guerre e genocidi (Venezuela e Palestina lo testimoniano). Alcuni stati riescono a resistere, per nostra fortuna, cosa mai successa prima, agli Usa.

 

Gli statiunitensi, eredi degli europei, come dice Narco Rubio (qui in italiano), propongono all’Europa un luminoso futuro di colonialismo, rapina, stupri e genocidi.

L’Europa applaude.(2)

 

Ci fosse Dante scriverebbe "Ahi serva Europa, di dolore ostello, nave sanza nocchiere in gran tempesta, non donna di provincie, ma bordello!”

Allora non esistevano molti stati europei, gli Usa e Israele, e dei genocidi futuri non si aveva notizia.

E magari, pensando ai versi della Divina Commedia/Inferno/Canto XXV

Ahi Pistoia, Pistoia, ché non stanzi
d'incenerarti sì che più non duri,
poi che 'n mal fare il seme tuo avanzi? (Ahimè, Pistoia, perché non stabilisci di incenerirti così da non durare più oltre, dal momento che superi con le tue malefatte i tuoi progenitori?)

chissà cosa Dante scriverebbe oggi, anche solo leggendo questa notizia e quest'altra, o vedendo questo video, di sicuro lo lincerebbero dandogli dell’anticolonialista, antieuropeo, antiamericano, antisemita.

 

 

 

(1) Cavallo Pazzo, di Larry McMurtry, pubblicato nel 1999, in italiano da Einaudi nel 2025 (tradotto da Gaspare Bona) pagina 69:

Per la fortuna della Nazione e la sfortuna dei Sioux, le Black Hills aspettavano il loro momento. Da tempo correva voce che ci fossero grandi depositi d’oro nelle montagne sacre dei Sioux. Tuttavia, a imbarazzare i governanti, c’erano i vincoli del tanto strombazzato accordo del 1868, che assegnava per sempre quelle montagne agli indiani e stabiliva in maniera insolitamente chiara che ai bianchi doveva essere impedito l’accesso. Il governo degli Stati Uniti aveva infranto molti trattati con gli indiani, alcuni sostengono tutti. Recentemente lo scrittore Alex Shoumanoff ne ha calcolati 378, ma pochi di qui casi provocarono tanta agitazione, tante riflessioni e tante manfrine quanto il trattato del 1868. Il generale Sheridan cominciò a brontolare in maniera poco convincente per le violazioni da parte dei Sioux; in realtà gli indiani a quell’epoca si stavano comportando bene, come lo stesso generale aveva ammesso in un altro contesto. Non c’era nessuna scusa per rompere il trattato del 1868, se non quella che, alla fine, i bianchi usavano sempre: gli Stati Uniti volevano le Black Hills e tutto l’oro che contenevano. Il primo passo importante per impossessarsi delle montagne fu la spedizione che riportò il generale Custer a ovest, testimoniata dalla famosa fotografia di una colonna senza fine di carri che attraversa una valle delle Black Hills. La spedizione raggiunse in fretta il suo scopo principale, seppure sottaciuto, trovò oro in quantità tali da placare la sete dei mercati agonizzanti.

 

(2) Cominciamo con qualche frase dal discorso del Segretario di Stato alla Conferenza di Monaco, un discorso che ha fatto fare sospiri di sollievo alla leadership europea nonostante non contenga nulla di nuovo.

“Per cinque secoli, prima della fine della Seconda Guerra Mondiale, l’Occidente era stato in espansione: i suoi missionari, i suoi pellegrini, i suoi soldati, i suoi esploratori si riversavano dalle sue coste per attraversare gli oceani, colonizzare nuovi continenti, costruire vasti imperi che si estendevano in tutto il globo. Ma nel 1945, per la prima volta dall’epoca di Colombo, era in contrazione. L’Europa era in rovina. Metà di essa viveva dietro una cortina di ferro e il resto sembrava destinato a seguirla presto. I grandi imperi occidentali erano entrati in un declino irreversibile, accelerato dalle rivoluzioni comuniste atee e dalle rivolte anticolonialiste che avrebbero trasformato il mondo e drappeggiato la falce e il martello rossi su vaste aree della mappa negli anni a venire”. Poi nel 1945 l’unione sacra tra le due coste dell’Atlantico ha evitato questo disastro e l’Occidente è tornato a dominare. Oggi dunque l’obiettivo è fermare “il declino controllato dell’Occidente”, per far rivivere “l’era di dominio dell’Occidente” e per “rinnovare la più grande civiltà della storia umana”.

Rubio ha anche nominato Dante, Shakespeare, Mozart e Beethoven e qualche altro gigante della cultura occidentale, dimenticando chissà perché Galileo e Darwin e pure che alcune cose tra quelle che fanno grande l’Occidente sono il frutto di innovazioni fatte fuori da esso: la polvere da sparo viene dalla Cina probabilmente via mercanti arabi, mentre quella cosa che fa funzionare i social network si chiama algoritmo e come tutte le parole che cominciano per al viene dalla dominazione araba – Rubio ha menzionato anche Beatles e Rolling Stones, i primi dischi dei secondi sono blues, quella musica americana che senza l’importazione forzata di persone non cristiane non sarebbe mai nata. Naturalmente all’inverso anche cinesi, arabi e africani si sono giovati di cose inventate da noi…

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mercoledì 28 gennaio 2026

Minneapolis, ICE arresta i nativi nordamericani Navajo e Oglala Sioux come “clandestini” - Lorenzo Poli

 

Nessuno mette in dubbio che l’immigrazione illegale sia un problema serio, ma lo è ovunque laddove la politica – tra demagogia, razzismo, senso comune reazionario, retorica e propaganda – preferisca gli slogan alle soluzioni. Negli USA, come in praticamente tutti i Paesi occidentali governati dalle destre più becere e violatrici dei diritti umani, il compito di reprimere spetta all’ICE (United States Immigration and Customs Enforcement), l’agenzia federale che dovrebbe controllare le frontiere.

Si tratta di agenti spesso addestrati più alla violenza che alla legge e ciò non stupisce se poi si avvera l’assurdo: ovvero, durante rastrellamenti anti-immigrazione, arrestare anche cittadini nativi nordamericani Navajo e Sioux Oglala perché sospettati di essere clandestini.

Questo è ciò che è avvenuto venerdì scorso a Minneapolis, durante le proteste anti-Trump.

La comunità degli Oglala Sioux, residente nel Dakota meridionale, denuncia che tre dei quattro membri arrestati dall’Immigration and Customs Enforcement (Ice), la polizia anti-immigrazione, sono stati trasferiti nei centri di detenzione per migranti irregolari.

L’emittente Abc riferisce che alcuni cittadini Navajo hanno dichiarato di essere stati fermati e trattenuti in Arizona e Nuovo Messico dagli agenti dell’Ice, così come accaduto a una donna della comunità Pima-Maricopa in Arizona, la cui deportazione è stata annullata all’ultimo minuto. Nei guai è finita anche l’attrice Elaine Miles – nota in Italia per il ruolo di Florence nella serie dell’Hbo ‘The last of Us’: ai media ha raccontato di essere stata fermata nello Stato di Washington e, una volta dato il documento di identità tribale agli agenti, si è sentita rispondere che sembrava “falso”.

A darne notizia ai media locali è stato il presidente di una delle oltre 500 nazioni tribali riconosciute, Frank Star Comes Out, secondo cui nella memoria inviata dai rappresentanti della comunità al Dipartimento per la sicurezza nazionale (Dhs), è stato ribadito: “I membri delle comunità native sono cittadini degli Stati Uniti e quindi sono categoricamente al di fuori della giurisdizione delle autorità federali per l’Immigrazione”.

Secondo le testate statunitensi, non sono emerse le circostanze dell’arresto ma è stato chiarito che i quattro risultano senza fissa dimora. Uno di loro è già stato rilasciato mentre degli altri tre non si conoscono le condizioni, pertanto nella loro memoria, gli Oglala Sioux esortano il dipartimento a fornire informazioni, oltre che a procedere al rilascio immediato.

 

Martedì il presidente della tribù Oglala Sioux del South Dakota ha chiesto l’immediato rilascio dei membri della tribù trattenuti la scorsa settimana dagli agenti dell’Immigration and Customs Enforcement in un accampamento per senzatetto in Minnesota. Tre dei quattro membri della tribù Oglala Sioux arrestati venerdì a Minneapolis sono stati trasferiti in una struttura dell’ICE a Fort Snelling, ha affermato il presidente Frank Star Comes Out in una dichiarazione rilasciata insieme a un promemoria inviato alle autorità federali per l’immigrazione.

Fort Snelling ha una storia travagliata per le popolazioni indigene. Fu il primo avamposto militare della zona e i Dakota vi furono tenuti prigionieri durante la Guerra Dakota del 1862, un conflitto armato tra Stati Uniti e nativi americani, ha affermato Nick Estes, professore associato di Studi Indiani d’America presso l’Università del Minnesota e membro della tribù Sioux Lower Brule.

“Ha una storia anti-indigena davvero nota, in particolare anti-Dakota”, ha detto Estes. “È un po’ come la continuazione del monopolio della violenza dall’avamposto militare alla struttura dell’ICE”.

Non è la prima volta negli ultimi mesi che gli agenti dell’ICE arrestano membri della tribù.

L’anno scorso, i leader eletti della Nazione Navajo hanno dichiarato che i cittadini tribali in Arizona e Nuovo Messico hanno riferito di essere stati fermati e trattenuti dagli agenti dell’ICE. A novembre, un membro della comunità indiana Pima-Maricopa di Salt River in Arizona, che era stata arrestata in Iowa, è stato erroneamente programmato per essere espulso, prima che l’errore venisse scoperto e la donna venisse rilasciata.

Nello stesso mese, Elaine Miles, membro delle tribù confederate della riserva indiana di Umatilla in Oregon e attrice nota per i suoi ruoli in “Un agente segreto” e “The Last of Us”, ha dichiarato di essere stata fermata dagli agenti dell’ICE nello stato di Washington, che le hanno detto che il suo documento d’identità tribale sembrava falso.

“Il memorandum della tribù Oglala Sioux chiarisce che ‘i cittadini tribali non sono stranieri’ e sono ‘categoricamente al di fuori della giurisdizione sull’immigrazione'”, ha affermato Star Comes Out. “I membri tribali iscritti sono cittadini degli Stati Uniti per statuto e cittadini della nazione Oglala Sioux per trattato”. I dettagli sulle circostanze che hanno portato alla loro detenzione non sono chiari.

Nel memorandum inviato al Segretario del Dipartimento per la Sicurezza Interna, Kristi Noem, Star Comes Out ha affermato che quando la tribù si è rivolta all’agenzia, le sono stati forniti solo i nomi di battesimo degli uomini. Il Dipartimento per la Sicurezza Interna si è rifiutato di rilasciare ulteriori informazioni a meno che la tribù non “non avesse stipulato un accordo sull’immigrazione con l’ICE”.

Il DHS non ha risposto immediatamente alla richiesta di commento di martedì sera. Star Comes Out ha affermato che la tribù non ha intenzione di stipulare un accordo con l’ICE.

I gruppi per i diritti degli indigeni, così come la Red Lake Band of Chippewa Indians, hanno istituito a Minneapolis degli spazi in cui i cittadini tribali possono richiedere le carte d’identità tribali, nel caso in cui vengano contattati dall’ICE e abbiano bisogno di fornire un documento d’identità.

“Non avrei mai pensato di ritrovarmi con il mio documento d’identità tribale appeso al collo, ma è così”, ha detto Mary LaGarde, direttrice esecutiva del Minneapolis American Indian Center. “Quindi, è importante che abbiano con sé un documento d’identità valido e non farsi prendere dal panico”.

 

Gli arresti sono avvenuti venerdì scorso, mentre a Minneapolis – metropoli del Minnesota che confina a ovest col Dakota del Sud – migliaia di persone manifestavano per le strade contro il governo del presidente Donald Trump, dopo l’uccisione a sangue freddo da parte di un agente federale dell’Ice di Renee Nicole Good, una cittadina statunitense e attivista per i diritti civili. L’agente Johnatan Ross aveva fermato a un posto di blocco il Suv su cui viaggiava la 37enne e madre di tre figli, e avrebbe poi ha aperto il fuoco, uccidendola. Le ragioni dell’aggressione restano da chiarire ma i filmati a disposizione degli inquirenti – quello della bodycam dell’agente e quello realizzato dalla moglie di Good, che era fuori dall’auto – mostrano che gli spari sono partiti mentre il suv ripartiva, senza creare nessun apparente rischio per il poliziotto federale.

Ai cittadini di Minneapolis, l’uccisione di Good ha ricordato l’omicidio nel 2020 dell’afroamericano George Floyd da parte di un agente di polizia, destando un’ondata di critiche e proteste che si sono velocemente estese a tutto il Paese e che stanno continuando, alimentate da nuovi video condivisi sui social che mostrano altri atti di violenza a danno dei cittadini.

Nel mirino delle contestazioni, gli arresti e gli assalti degli agenti dell’Ice nell’ambito della politica anti-migranti del presidente Trump. Potenziata in numeri e mezzi dal suo insediamento, l’Ice è a sua volta accusata da più parti di essere stata trasformata in una “milizia personale” del presidente, incaricata di catturare, attraversi blitz e arresti di massa, non solo migranti irregolari ma anche stranieri regolarmente residenti o cittadini di origine straniera, per essere poi deportati. Le organizzazioni per i diritti umani segnalano arresti anche tra minori, persone anziane o individui che sono stati condannati per reati minori e hanno già pagato il loro debito con la giustizia.

Sioux e Navajo sono fuori da qualsiasi giurisdizione in materia di immigrazione. Non per opinione, ma per diritto, storia e Costituzione. Un concetto che dovrebbe essere scolpito nei manuali di educazione civica, ma che evidentemente non figura nei prontuari operativi dell’ICE, dove il criterio sembra essere uno solo: “Non sei un bianco? Allora ti arresto”.

Per i popoli indigeni questa non è una svista burocratica: è l’ennesimo schiaffo. Dopo secoli di espropri, deportazioni, stermini e settler colonialism ora devono anche dimostrare di avere il diritto di stare sulla loro terra.

Ha scritto Umberto Baldo nel blog TviWeb sulla vicenda:

“Le preoccupazioni sono concrete, soprattutto per le tribù che vivono vicino al confine, come i Tohono O’odham, presenti nel deserto di Sonora da migliaia di anni e abituati a muoversi liberamente su un territorio che esisteva ben prima delle mappe di Washington.
Ma quando il confine diventa una religione e la divisa una licenza di sospetto (e persino di uccidere) anche la storia viene fermata per un controllo documenti.”

Fonti:

https://www.dire.it/14-01-2026/1208677-a-minneapolis-lanti-immigrazione-di-trump-ha-arrestato-anche-dei-sioux-ma-non-siamo-migranti/


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giovedì 16 ottobre 2025

Dal Ringraziamento alla Nakba, le origini genocide legano Stati Uniti e Israele - Omar Shabana

Stati Uniti e Israele sono stati forgiati nel Genocidio. Per quanto nascondano le loro origini, non sono riusciti a cancellare i popoli indigeni rimasti. 

Varie tonalità di rosso e arancione decorano ora gli alberi in tutto l’emisfero settentrionale, annunciando l’arrivo dell’autunno. Quegli stessi colori mettono in risalto scene brutalmente diverse a Gaza, in Palestina. I barbari bombardamenti ricordano ai cittadini i primi giorni del Genocidio in corso, e l’attuale invasione di Gaza sta dicendo al suo milione di residenti che il peggio deve ancora venire.

Nel frattempo, dall’altra parte del globo, dove molte di queste armi vengono progettate e prodotte, si avvicina una festività molto nota. Tra soli due mesi, gli Stati Uniti celebreranno il Giorno del Ringraziamento.

Se avete visto qualche serie televisiva ambientata a New York, probabilmente avrete familiarità con i riferimenti al tacchino arrosto, a una grande parata e ai racconti dei Padri Pellegrini. Nelle scuole americane, ai bambini viene insegnata una versione romanzata del passato.

Secondo questa storia, i Padri Pellegrini salparono a bordo della Mayflower in cerca di libertà religiosa. Dopo aver sopportato un inverno rigido e aver lottato per procurarsi il cibo, furono aiutati dai nativi americani che insegnarono loro a cacciare, pescare e piantare il mais. L’autunno successivo, i Padri Pellegrini invitarono i loro nuovi amici a festeggiare un raccolto abbondante. Insieme, sedettero in armonia, condivisero il cibo e resero grazie. Questo viene comunemente presentato come il primo Giorno del Ringraziamento.

La versione semplificata ci racconta che un gruppo in fuga dalla persecuzione religiosa cercò una terra aperta per trovare libertà e sicurezza. Avevano bisogno di imparare come vivere in questa nuova terra, e poi condivisero gentilmente i loro successi con la popolazione nativa.

Eppure questa narrazione suona stranamente familiare a coloro che studiano il Colonialismo di Insediamento. Gli inglesi che arrivarono erano coloni, non semplici pellegrini. Le competenze non venivano donate liberamente dai nativi americani, ma scambiate nell’ambito di alleanze politiche contro i nativi rivali.

Queste stesse tribù furono in seguito sottoposte a violenza sistematica e, in molti casi, all’annientamento. Per molti nativi americani oggi, il Giorno del Ringraziamento non è un giorno di festa, ma di lutto.

Non è solo una narrazione propagandistica condivisa con il Colonialismo israeliano; anche i metodi di Sterminio sono gli stessi. L’espulsione forzata della Nazione Cherokee negli anni ’30 dell’Ottocento ai sensi della Legge sulla Rimozione dei Nativi un agghiacciante promemoria di come le campagne di reinsediamento distruggano interi popoli e culture.

All’inizio del diciannovesimo secolo, i Cherokee avevano adottato molti elementi della società euroamericana. Pubblicavano un giornale bilingue, il Cherokee Phoenix, adottarono una costituzione modellata su quella degli Stati Uniti e fondarono scuole.

Niente di tutto ciò li proteggeva. Quando fu scoperto l’oro nelle loro terre, le autorità federali e statali li costrinsero ad andarsene. Nel 1838, le truppe americane espulsero 16.000 nativi Cherokee dalle loro terre. Quattromila morirono di malattie, fame e freddo durante la marcia verso ovest, oggi ricordata come il Sentiero delle Lacrime.

Il Massacro dei Bufali del diciannovesimo secolo fu un’altra strategia deliberata, privando i popoli nativi di una delle loro fonti di cibo primarie e facendoli morire di fame fino alla sottomissione. Le epidemie introdotte attraverso la guerra e l’insediamento hanno aggravato la devastazione. La fame e la malattia sono diventate armi di conquista. 

Oggi, le immagini native americane sopravvivono spesso solo in mascotte o come frammenti della storia. Molti americani non possono nominare una singola persona nativa che conoscono personalmente. Anche la rappresentanza in politica è minima.

Forse ironicamente, nei plessi universitari negli Stati Uniti, gli studenti di tutto lo spettro politico stanno ora mettendo in discussione il sostegno alle azioni di Israele a Gaza. La relazione coraggiosa dei giornalisti palestinesi ha rivelato l’uso della fame forzata, della Tortura, della distruzione delle strutture sanitarie e della guerra psicologica, tutti diretti a spezzare il popolo palestinese. Queste tattiche riecheggiano quelle usate un tempo contro i nativi americani. 

Questo momento probabilmente costringerà i giovani americani a guardare dentro di sé. Dopotutto, l’America moderna è per i nativi americani ciò che Israele è per i palestinesi. Dall’inquadrare la narrazione attorno all’avventura e alla libertà religiosa (attualmente erosa dal Partito Repubblicano) al discutere se la cancellazione dei nativi americani rientri tecnicamente nella definizione di Genocidio, i parallelismi sono infiniti.

Per Israele, gli Stati Uniti sono un esempio di successo di Colonialismo dei coloni. Per gli Stati Uniti, Israele rappresenta uno specchio del proprio passato, una nazione che afferma di costruire la civiltà da zero. Il legame tra le due nazioni si estende oltre la religione o la geopolitica. Riflette un’ideologia condivisa di Conquista e Insediamento.

Se gli Stati Uniti dovessero mai riconoscere il genocidio di Israele, sarebbero anche costretti a confrontarsi con la propria storia di Sterminio e furto di terre. Man mano che le narrazioni cambiano nelle università americane, i giovani potrebbero arrivare a considerarsi discendenti di coloni violenti, non semplicemente eredi di un passato roseo e avventuroso.

I parallelismi tra le due nazioni servono anche a evidenziare importanti differenze. Mentre gli Stati Uniti si spacciano per sostenitori dei principi di libertà religiosa, democrazia e giustizia per tutti, Israele è uno Stato etnico religioso, il che significa automaticamente che la loro democrazia e giustizia diventano discutibili. Israele è anche uno Stato di Apartheid, dove i palestinesi sono giudicati da tribunali militari. Gli Stati Uniti riconoscono pieni diritti costituzionali ai nativi americani, e lo fanno da tempo. Per molti versi, il Colonialismo israeliano è più estremo e sempre più fragile.

Eppure, nella tragedia del Genocidio dei nativi americani si cela un’altra verità. I ​​popoli indigeni sono sopravvissuti. Hanno preservato lingue, costumi e identità nonostante le Campagne di Sterminio. Continuano a lottare per il riconoscimento e la giustizia. Forse, mentre gli americani etici assistono alla distruzione della Palestina, presteranno maggiore attenzione alla causa dei nativi di quella terra.

Omar è uno studente di dottorato egiziano-britannico all’Università di Cambridge e un attivista pro-palestinese. Mentre la sua ricerca si concentra sull’immunologia e sulle malattie, Omar ha ulteriori interessi per la politica, la religione e la sociologia.

Traduzione a cura di: Beniamino Rocchetto

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sabato 30 agosto 2025

Smascherare i miti: sei falsità sui Nativi Americani da sfatare - Raffaella Milandri

Un viaggio emozionante nella verità storica e culturale dei Popoli Indigeni d’America, illuminato dalla letteratura e dal giornalismo engagé.

I Nativi Americani, popoli di straordinaria ricchezza storica e culturale, sono stati a lungo travisati da stereotipi riduttivi e narrazioni distorte che ne hanno offuscato l’identità. Cinema, letteratura popolare e immaginario collettivo hanno spesso ridotto comunità complesse e vibranti a caricature semplicistiche, perpetuando miti che negano la loro diversità, resilienza e contributi.

Grazie a una crescente produzione letteraria e giornalistica, come i libri di autori nativi e rubriche specializzate, tra cui Nativi su L’Antidiplomatico, possiamo oggi smascherare sei falsità radicate, riscoprendo l’eredità autentica dei Popoli Indigeni d’America. Attenzione, anche oggi risulta molto difficile divulgare la cultura dei Nativi Americani: il complesso di superiorità occidentale, in molti casi, dilaga ancora oscurando informazioni e praticando censure su molti giornali.

  1. I Nativi Americani sono un unico gruppo monolitico

L’immagine stereotipata di un “indiano” con piume e tomahawk è un’invenzione hollywoodiana. In realtà, i Nativi Americani comprendono oltre 570 tribù riconosciute negli Stati Uniti, ciascuna con lingue, tradizioni e storie uniche. I Navajo, celebri per la loro arte tessile e la cosmologia complessa, differiscono profondamente dai Cherokee, che svilupparono un sistema di scrittura sillabico grazie a Sequoyah nel 1821, dando vita al Cherokee Phoenix, il primo giornale nativo. Opere come The Heartbeat of Wounded Knee di David Treuer sottolineano questa diversità, mentre rubriche come questa esplorano le specificità culturali, storiche e di attualità di tribù spesso ignorate, contrastando l’immagine monolitica e riduttiva. 

  1. I Nativi Americani sono estinti

Il mito che i Nativi Americani appartengano solo al passato è smentito dai numeri: oltre 9 milioni di persone si identificano come Nativi Americani o Nativi dell’Alaska, secondo il Censimento USA del 2020. Le loro comunità sono vive, come dimostrano i Powwow, celebrazioni di danza e musica che riuniscono migliaia di nativi, o la rinascita della lingua Lakota nelle scuole tribali. Libri come There There di Tommy Orange raccontano la vitalità delle comunità native urbane, mentre gli articoli su Nativi evidenziano l’attivismo contemporaneo, come le lotte per la sovranità territoriale, dando voce a una resilienza che sfida ogni narrazione di estinzione. 

  1. Non avevano società avanzate prima del contatto con gli europei

L’idea di società “primitive” è confutata da prove archeologiche. La civiltà del Mississippi costruì Cahokia, una città con oltre 20.000 abitanti e una piramide alta 30 metri, tra il 900 e il 1350 d.C. Gli Anasazi, antenati dei Pueblo, svilupparono sistemi di canalizzazione nei deserti del Sud-Ovest, mentre gli Haudenosaunee crearono una confederazione politica sofisticata. Testi come 1491 di Charles C. Mann documentano queste conquiste, e articoli specializzati approfondiscono il genio architettonico e politico dei Nativi, smontando il pregiudizio coloniale di superiorità europea. 

  1. I Nativi Americani erano solo nomadi primitivi senza sistemi agricoli avanzati

L’immagine del nativo come cacciatore nomade ignora le innovazioni agricole di molte tribù. Gli Haudenosaunee coltivavano le “Tre Sorelle” (mais, fagioli, zucca) con tecniche di policoltura sostenibile, mentre gli Hopi usavano sistemi di irrigazione per coltivare in ambienti aridi. Il mais, originario delle Americhe, ha rivoluzionato l’agricoltura globale. Scrittrici come Robin Wall Kimmerer, in Braiding Sweetgrass, celebrano la saggezza ecologica nativa, e raccontano come queste pratiche agricole siano ancora modello di sostenibilità, smentendo l’idea di primitivismo.

  1. I Nativi Americani erano intrinsecamente violenti e ostili agli europei

La narrazione del “selvaggio ostile” è una distorsione coloniale. I Wampanoag accolsero i Pellegrini nel 1621, condividendo risorse che resero possibile il primo Thanksgiving. I conflitti, come il massacro di Sand Creek del 1864, dove truppe USA uccisero 150 Cheyenne e Arapaho, furono spesso provocati da violazioni di trattati. Opere come Bury My Heart at Wounded Knee di Dee Brown documentano queste ingiustizie, mentre qui analizziamo la diplomazia nativa, come i trattati degli Haudenosaunee, evidenziando una tradizione di pace oscurata da narrazioni faziose. 

  1. I Nativi Americani non hanno contribuito alla cultura moderna degli Stati Uniti

I Nativi Americani hanno plasmato profondamente la cultura americana. La Costituzione USA si ispirò al sistema confederale degli Haudenosaunee, un modello di democrazia partecipativa. Parole come “moose” e “hurricane” derivano da lingue native. Figure come l’artista Navajo R.C. Gorman o l’attivista Winona LaDuke hanno lasciato un’impronta nell’arte e nell’ecologia, mentre il movimento di Standing Rock contro il Dakota Access Pipeline ha ispirato il mondo. Autori come Louise Erdrich, con romanzi come Love Medicine, e tanti articoli dimostrano l’influenza viva dei Nativi, smentendo chi ne nega il ruolo. 

Un invito alla scoperta attraverso la letteratura e il giornalismo 

Smascherare queste falsità è un atto di giustizia storica e culturale, reso possibile dalla potenza della letteratura nativa e del giornalismo indipendente. Libri come quelli di Sherman Alexie o Leslie Marmon Silko, insieme a rubriche come Nativi, ci guidano verso una comprensione autentica, celebrando la resilienza e la creatività dei Nativi Americani. La loro storia non è solo un racconto di sopravvivenza, ma una lezione di umanità che continua a ispirare. Immergiamoci in queste narrazioni per riscoprire un’eredità che appartiene al mondo intero.

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giovedì 23 gennaio 2025

Breve storia degli Stati Uniti e delle loro pretese territoriali - Alessandra Ciattini

 

Le ultime provocazioni di Donald Trump non manifestano solo l’arroganza del personaggio, ma sono ispirate alla stessa storia degli Stati Uniti, costituitisi con occupazioni illegali, acquisizioni imposte, annessioni non accettate dalle popolazioni, basate esclusivamente sul principio della forza.

In questi ultimi giorni si è parlato molto delle ultime dichiarazioni o provocazioni di Donald Trump, che assumerà la presidenza degli Usa il prossimo 20 gennaio, benché qualcuno non scarti la possibilità dell’insorgere di un qualche impedimento al suo insediamento. Come è noto, ha prospettato la trasformazione del Canada nel 51° Stato dell’Unione, promettendo ai suoi abitanti una straordinaria riduzione delle tasse e una protezione militare ineguagliabile, ha dichiarato che il Canale di Panama dovrebbe tornare nelle mani degli Usa, se il governo di quel Paese non garantirà il suo funzionamento sicuro, efficiente e affidabile. Inoltre, ha accusato quest’ultimo di applicare tariffe esorbitanti al suo Paese, al suo esercito e alle corporazioni con cui questi ultimi fanno affari, prefigurando un’ipotetica influenza della Cina che, effettivamente, sta rafforzando i legami economici e commerciali con quei territori evidentemente ancora intoccabili per l’antica dottrina Monroe (1823).

Naturalmente, Paesi come Messico, anch’esso da incorporare, Cuba, Colombia, Nicaragua, Venezuela e lo stesso governo panamegno hanno reagito con forza, sottolineando la sfrontatezza e la mancanza di fondamento della pretesa di quel bizzarro personaggio con cui dovremo fare i conti nei prossimi quattro anni. Anche la Cina si è espressa negativamente.

Come se queste provocazioni non bastassero, Trump ha affermato che gli Usa potrebbero acquistare la Groenlandia, territorio autonomo della Danimarca dal valore inestimabile, il cui governo ha risposto, dicendo “non siamo in vendita”, e poi ha deciso uno stanziamento di un miliardo e mezzo di dollari per comprare due navi addette al controllo delle coste dell’isola ghiacciata, droni, e per ristrutturare l’aeroporto più importante. Dobbiamo anche ricordare che nell’isola ci sono la solita base statunitense rilevante sia per il sistema di difesa missilistico e per il monitoraggio delle missioni spaziali, e depositi di risorse, oggi vitali, come il petrolio, il neodimio e il disprosio indispensabili per la costruzione di magneti; minerali che non mancano a Cina e a Russia. A parere del neopresidente, spalleggiato dall’immancabile Elon Musk, l’acquisizione della Groenlandia garantirebbe la sicurezza nazionale degli Usa, da cui discende ovviamente – come tutti abbiamo potuto già sperimentare – un vantaggio per la libertà del pianeta. D’altra parte, è cosa nota che gli Usa hanno sempre pensato alla Groenlandia, tanto che nel 1941, dopo che la Danimarca era caduta nelle mani dei nazisti, la trasformarono in un loro protettorato, dopo aver pattuito con l’ambasciatore danese senza il consenso del suo governo. Meno nota è la loro presenza in Islanda, Paese neutrale occupato dai britannici nel 1940, cui vennero in aiuto i militari Usa, che non ancora erano entrati guerra e che lasciarono l’isola solo nel 1946. Fatti storici che è meglio non ricordare.

Anche se rozze nella forma, le uscite di Trump sono facilmente comprensibili: nella competizione sempre più spasmodica per mantenere la supremazia imperialistica, gli Usa debbono espandersi per conquistare sempre nuove risorse e per controllare territori strategici (per esempio, la rotta dell’Artico).

Ma questo comportamento costituisce una novità o è una costante della storia statunitense, che svela la natura recondita di questo Stato che, sin dalla sua formazione, ha collezionato territori strappati con la forza o il denaro ad altri occupanti?

Per rispondere a questa domanda occorre ripercorrere la storia dell’ex colonia britannica, formata dopo la Guerra di indipendenza da tredici Stati, situati sulla costa atlantica, la cui popolazione di origine europea aveva già avviato la politica di pulizia etnica e di sterminio dei cosiddetti pellirossa. La tanto celebrata guerra, di fatto, si trasformò rapidamente in uno scontro internazionale, in cui intervennero la Francia, la Spagna e le Province Unite, e si estese anche ai territori britannici del Canada, che non poterono essere annessi. Le cosiddette guerre indiane terminarono nel 1886 con la cattura del capo degli apache, Geronimo, fautore di una strenua quanto purtroppo inutile resistenza; dobbiamo ricordare, tuttavia, il successivo massacro di 300 sioux nella celebre battaglia di Wounded Knee combattuta nel 1890.

Nel corso dell’Ottocento i pellirossa furono sostituiti dagli immigrati europei, originari in maggioranza della Gran Bretagna, dell’Irlanda e della Germania, che poi divennero i famosi wasp. Grazie all’alto tasso di natalità si ebbe una straordinaria crescita demografica: nel 1790 gli Usa avevano solo 4 milioni di abitanti, nel 1870 avevano già raggiunto i 40 milioni.

La crescita demografica fu favorita e accompagnata da una significativa espansione economica dovuta agli sviluppi tecnologici nei vari settori industriali (industria tessile, siderurgica, costruzione delle ferrovie, etc.) e alla presenza di una consistente manodopera. Un contributo rilevante venne anche dalle politiche di organizzazione del lavoro, basate sulla produzione a catena e sulla razionalizzazione delle attività produttive, da cui scaturì il famoso taylorismo. In definitiva, si costituì un forte e arrogante sistema economico capitalistico e successivamente imperialistico.

Lo sviluppo economico e sociale del Paese avvenne di pari passo con l’espansione territoriale che, secondo Trump, non sembra ancora essersi conclusa, e che fu presentata tramite la nota dottrina Monroe come il mezzo per impedire alle potenze europee di occupare i territori americani, che paradossalmente dovevano restare in mano dei discendenti di queste ultime e non dei nativi.

Le nuove acquisizioni territoriali avvennero nel corso dell’Ottocento mediante guerre o acquisti negoziati con le potenze europee ancora presenti nel continente americano, ma non più nelle condizioni di difendere quei possedimenti di fronte all’aggressività del nuovo Stato.

Il primo acquisto fu realizzato nel 1803 e riguardò la Louisiana, in passato occupata da importanti e numerose tribù indiane, regione che comprendeva quelli che poi diventeranno Stati diversi, e nella quale si erano combattuti aspramente francesi e spagnoli. Essa fu ceduta dalla Francia, fortemente indebitata con gli Usa, che la controllava e che, dominando New Orleans, aveva in suo potere tutto il commercio lungo il Mississippi. Nel 1819, invece, venne annessa la Florida, strappata agli indiani Seminole, ceduta dalla Spagna, che l’aveva conquistata nel XVI secolo e attualmente abitata in gran parte dalla cosiddetta comunità cubana dell’esilio. In seguito alla guerra con il Messico (1846-1848) e all’annessione del Texas, avvenuta nel 1845, in cambio di 15 milioni di dollari un’importante parte della ex colonia spagnola entrò a far parte dell’Unione, in particolare gli attuali Stati della California, Nevada e Utah, Wyoming, Arizona e New Mexico e una porzione del Colorado.

A giustificazione dell’espansionismo statunitense, che si era già nutrito dello sterminio degli indiani, cominciò a essere diffusa la dottrina del “destino manifesto”, ispirata alla nozione biblica del “popolo eletto”, a cui ancora oggi si afferra Israele, secondo cui Dio aveva attribuito a quel popolo il dominio dell’America settentrionale per diffondervi la democrazia; parola che non viene nemmeno nominata nei documenti fondativi di quello Stato e a cui ormai, del resto, sembrano credere in pochi. Inoltre, è bene aggiungere che in Gringolandia – come dicono i latino-americani – l’abolizione agli ultimi impedimenti al suffragio veramente universale è avvenuta solo negli anni ’70 del Novecento, per non parlare della discriminazione razziale verso i non wasp che è ancora profondamente radicata.

In questa breve storia degli Usa e della loro espansione, che li ha collocati sul trono del mondo durante secoli segnati da conflitti sanguinosi, non può mancare la menzione della conquista del famoso Far West, che ha alimentato tanta parte della cultura di quel Paese e che ha costituito un modello ideologico importantissimo. Infatti, lo schema dello scontro con i selvaggi funziona ancora oggi a giustificazione delle prepotenze compiute dalla cosiddetta più grande democrazia del pianeta. Pensiamo al celebre film di John Ford, agente dei servizi segreti, intitolato “Ombre rosse” (1939), in cui una diligenza, occupata da gente di diversa estrazione, viene attaccata dagli apache di Geronimo, i rossi da combattere. Paradossalmente, di fronte al pericolo, gli individui “moralmente indegni” (l’ex prostituta, un medico alcolizzato, etc.) si mostrano più coraggiosi e altruisti di quelli “socialmente rispettabili”. In definitiva, il film vuole rappresentare la parabola del colono sfortunato che, unendosi ai suoi simili, crea una comunità migliore e tollerante, facendoci comprendere come gli Stati Uniti si autorappresentano.

Alla base della colonizzazione di altri territori sta l’arrivo di nuovi lavoratori europei attirati dalla disponibilità di grandi estensioni di terra coltivabile e dalla scoperta di miniere di oro in California (1848).

Nelle grandi praterie, dove erano presenti grosse mandrie di bufali, cacciati dai restanti pellerossa, si praticò la coltivazione estesa di cereali e si cominciarono a costruire le ferrovie, che consentirono la distribuzione della popolazione e favorirono la specializzazione economica delle varie regioni.

Invece, nella parte meridionale degli Usa, che si estende dall’Atlantico al confine con il Messico, si svilupparono le piantagioni di cotone, di canna da zucchero e di tabacco, in cui lavoravano gli schiavi provenienti dall’Africa. In realtà, vi erano differenze nette tra i proprietari terrieri: alcuni possedevano numerosi schiavi, altri in numero insignificante e altri ancora erano semplicemente coltivatori diretti.

Come è noto, gli africani hanno dato un contributo significativo alla cultura del Paese che li accolse come schiavi ma, probabilmente, la loro cristianizzazione avvenuta tramite il protestantesimo è stata più penetrante e distruttiva di quella cattolica.

Il nord-est fu caratterizzato da un grande sviluppo industriale ed entrò in attrito con il sud schiavistico, perché la razionalizzazione della produzione e l’impiego del lavoro salariato garantivano maggiori profitti e rendevano possibili sempre nuove innovazioni inimmaginabili nella piantagione tradizionale. Inoltre, i proprietari terrieri del sud erano a favore del libero scambio, mentre il nord industriale intendeva difendere le sue fabbriche e, pertanto, sosteneva una politica protezionistica. Queste importanti discrepanze condussero il sud a prefigurare prima l’annessione di Cuba, comprandola dagli spagnoli, per avere una salda maggioranza nel Congresso, dove avrebbero seduto anche i proprietari dell’isola. Successivamente, optò per la secessione dall’Unione per costituire un’unica nazione con altri Stati schiavistici. Il conflitto sfociò nella guerra civile tra nordisti e sudisti (Guerra di secessione 1861-1865), che fu oggetto di studio da parte di Marx e di Engels, i quali concordavano nel considerare il sistema schiavistico una diversa forma di capitalismo, in cui il profitto è prodotto sulla pelle degli schiavi. D’altra parte, l’autore del Capitale sostenne anche politicamente il movimento abolizionista, attuandolo nell’ambito dell’Internazionale e mobilitando i lavoratori per impedire che la Gran Bretagna entrasse in guerra a favore degli schiavisti.

Dopo questo sintetico percorso storico, torniamo al megalomane Trump, il quale non si rende conto che proprio le sue pretese annessioniste e la convinzione che “solo con tasse agli altri Paesi torneremo a essere grandi” mostrano l’incipiente debolezza del sistema capitalistico Usa. Se “l’America deve tornare grande” vuol dire che non lo è più, e non solo per la crescente perdita di credibilità internazionale e l’insorgere di altre agguerrite potenze, ma anche per i gravissimi problemi interni: disfacimento delle infrastrutture, del sistema medico ed educativo, disoccupazione, indebitamento, diffusione di droghe, crisi ecologiche sempre più intense. Purtroppo, per i lavoratori statunitensi le semplicistiche ricette di Trump non faranno migliorare la situazione del Paese.

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lunedì 21 ottobre 2024

La violenza della polizia canadese verso i Nativi: nove morti nell’ultimo mese - Raffaella Milandri

 

 

Avevo già deciso di parlare del Canada e delle terribili morti di Saskatoon, una serie di casi messi sotto silenzio, quando il 26 settembre mi è balzato all’occhio un titolo del Global News: “Da agosto 9 indigeni sono morti sotto la custodia della polizia”. Approfondiamo. Sul Canada pendono già accuse gravi, come abbiamo visto nei miei articoli “Cosa c’è dietro le scuse di Papa Francesco ai Nativi”, sulle scuole residenziali indiane in Canada, e “Esperimenti medici segreti sui Nativi in Canada: una causa per dimostrare che succede ancora oggi”, che potete trovare insieme agli altri al link della mia rubrica “Nativi".

 

Il caso di Jon Wells — ucciso il 17 settembre 2024 

L’ultimo caso, raccontato anche dalla CBC, è stato quello di Jon Wells a Calgary, Alberta. Jon Wells, 42 anni, membro della Blood Tribe e noto campione indigeno di rodeo, è morto il 17 settembre 2024 in seguito a un “incontro” con gli agenti di polizia a Calgary. La polizia ha dichiarato di essere stata chiamata all'hotel poco prima dell'una di notte dopo che era stato segnalato “un uomo che provocava disordini e si rifiutava di andarsene”. L'uomo era disarmato e, come ha riportato la polizia, si comportava “in modo confuso”. Quando un agente gli ha puntato la sua pistola stordente l'uomo ha alzato le mani e ha detto: “Non voglio morire”.  Dopo che un agente ha tentato di afferrare l'uomo, ne è scaturito un alterco fisico, l'uomo è stato colpito con il taser e con un pugno in testa, e gli sono state applicate manette e cinghie alle gambe. All'arrivo di altri agenti, l'uomo era steso a terra, sanguinava dalla bocca e aveva vomitato. All'uomo è stata applicata una maschera anti-sputo e gli è stato somministrato un sedativo. Circa tre minuti dopo, qualcuno si è accorto che non rispondeva e poco dopo è stato dichiarato morto.

 

Il 27 settembre, il capo della Blood Tribe, Roy Fox, ha dichiarato che il consiglio della tribù presenterà un reclamo contro gli agenti e chiederà un esame approfondito da parte dell'ASIRT (Alberta Serious Incident Response Team). In una dichiarazione, Fox ha anche detto che la morte di Wells ricorda le vicende che la Prima Nazione ha vissuto negli anni '80, quando ci fu un'inchiesta pubblica “Policing in relation to the Blood Tribe”. “Dobbiamo cercare giustizia per il signor Wells e ad assicurare che tali tragedie non continuino”, ha affermato Fox. Il capo dell'Assemblea delle Prime Nazioni (Assembly of First Nations), Cindy Woodhouse, ha dichiarato che la morte di Wells è solo l'ultima di una serie di morti di indigeni in Canada in seguito a “scontri con la polizia”, tra cui otto oltre a Wells solo nell'ultimo mese. “Ci sono state troppe morti”, ha detto. “È straziante e ti lascia quasi senza parole”. E restiamo senza parole anche noi.

Ha affermato Michael Redhead Champagne, un attivista per i diritti delle First Nations: “Chi chiamiamo noi Nativi quando abbiamo bisogno di aiuto? Perché di certo non possiamo chiamare la polizia o la RCMP (Royal Canadian Mounted Police)”.

 

Morti in cifre negli anni precedenti

Nonostante rappresenti solo il 5% della popolazione canadese, il 30% dei detenuti del Paese è indigeno. Nelle province di Manitoba, Saskatchewan e Alberta — regioni in cui la popolazione indigena è più numerosa — questo numero sale al 54%. Secondo un'analisi di CTV News del 2017, un indigeno in Canada ha più di 10 volte la probabilità di essere colpito e ucciso da un agente di polizia rispetto a un bianco. Tra il 2017 e il 2020, 25 indigeni sono stati uccisi dalla RCMP, il servizio di polizia federale e nazionale del Canada. 

Chantel Moore, 26 anni — uccisa il 4 giugno 2020

Nelle prime ore del mattino del 4 giugno 2020, la polizia della città di Edmundston, nel New Brunswick, avrebbe risposto a una chiamata del fidanzato di Chantel Moore che, preoccupato, chiedeva un controllo di sicurezza. Il suo fidanzato, che viveva a più di 1.000 km di distanza a Toronto, avrebbe creduto che Chantel fosse stata molestata. La 26enne del  British Columbia, membro della First Nation Tla-o-qui-aht, si era recentemente trasferita nel New Brunswick per stare più vicina alla figlia di sei anni, che viveva con la madre di Chantel. Pochi minuti dopo, Chantel — che la sua famiglia ha descritto come “una brava mamma”, una persona che “faceva amicizia ovunque andasse” e “amava far ridere la gente” — era morta.

Secondo la polizia, Chantel era uscita dal suo appartamento su un balcone con un coltello e aveva minacciato l'agente, che poi le aveva sparato. Dopo che il corpo di Chantel è stato riportato in British Columbia, la nonna materna, Grace Frank, e sua madre, Martha Martin, sono andate a vederlo. “Il suo volto era livido, l'occhio destro era infossato. Aveva sette ferite da arma da fuoco sul corpo e la gamba sinistra non era attaccata sotto la rotula”, ha ricordato Grace in lacrime, aggiungendo che la polizia non aveva fornito alcuna spiegazione per le condizioni del corpo. La famiglia voleva evitare che la figlia di Chantel, Gracie - che prende il nome dalla bisnonna - venisse a sapere come è morta la madre, ma la bambina di sei anni ha visto per caso un servizio in TV. La bisnonna dice che la cosa l'ha lasciata sconvolta e ha detto: “Non voglio che mi sparino così, non voglio morire così””. Alla domanda sulle condizioni del corpo di Chantel, Mychèle Poitras, direttrice delle comunicazioni della città di Edmundston, ha risposto: “Non si possono fare commenti”.

La First Nation Tla-o-qui-aht ha chiesto che l'agente fosse accusato di omicidio e che le telecamere siano obbligatorie per tutti gli agenti di polizia che lavorano a contatto con il pubblico. Ha inoltre richiesto un'inchiesta nazionale completa sulle cause della brutalità della polizia nei confronti degli indigeni.

I casi di Saskatoon: i tour alla luce delle stelle, Starlight tours. Neil Stonechild, 17 anni - ucciso nel novembre 1990

In Saskatchewan un fenomeno mortale noto come “starlight tours” minaccia gli indigeni da decenni. Nessuno sa con certezza dove o quando sia nato il termine, ma i residenti indigeni sanno esattamente cosa significhi: la polizia preleva gli indigeni — che spesso si dice siano presi in stato di ebbrezza — e li abbandona di notte ai margini della città di Saskatoon, dove le temperature scendono regolarmente fino a -28°C durante l'inverno. Nel novembre 1990, un ragazzo Saulteaux First Nations di 17 anni fu trovato morto congelato in un campo alla periferia di Saskatoon. Neil Stonechild era a faccia in giù nella neve, indossava una sola scarpa e aveva segni di tagli sul viso e sulle braccia. Fu trovato da operai edili il 29 novembre, cinque giorni dopo essere stato visto per l'ultima volta. L'autopsia indicò che era morto per ipotermia. Ma la sua famiglia, sconvolta, sospettò che si trattasse di un crimine. L'indagine della polizia sulla sua morte fu chiusa dopo soli tre giorni.

L'ex sergente della polizia di Saskatoon Keith Jarvis, che condusse l'indagine, spiegò nel suo rapporto: “Si ritiene che, a meno che non si ottenga una prova concreta del contrario, il defunto sia morto per congelamento”. Al momento del decesso, Neil viveva tra una casa famiglia — un alloggio che ospita più bambini e giovani in affidamento — nella zona ovest di Saskatoon e la casa della madre. Secondo il fratello maggiore, Dean Lindgren, Neil era un “bravo ragazzo” che si dilettava in “piccoli crimini” ma non era coinvolto in crimini violenti o bande.

La notte in cui Neil è morto indossava la giacca da liceale del fratello. Era, ricorda Dean, uno dei suoi beni più preziosi.

I due fratelli avevano un forte legame, anche se si conoscevano solo da due anni e mezzo quando Neil morì. Dean era, infatti, stato sottratto alla sua famiglia nell'ambito dello “scoop degli anni '60”, una pratica messa in atto dai governi provinciali e federali canadesi tra gli anni '60 e '80 in cui i bambini indigeni venivano sottratti alle loro famiglie e adottati da famiglie bianche in Canada e negli Stati Uniti. Dopo aver terminato le scuole superiori, Dean aveva viaggiato dalla sua casa adottiva in Minnesota negli Stati Uniti per trovare la sua famiglia biologica a Saskatoon. Aveva legato immediatamente con il fratello e, la settimana prima della sua morte, i due fratelli avevano programmato di recarsi nella provincia dell'Ontario per ritirare un'auto che Dean aveva comprato e tornare insieme a Saskatoon. Ma alla fine Dean era andato da solo.

Tornando a Saskatoon, Dean aveva avuto un incidente e distrutto la sua auto nuova. Preso in prestito il telefono di uno sconosciuto, aveva chiamato casa e sua cugina Andrea gli aveva detto: “Dean, tuo fratello è stato ucciso”. Dean ricorda di aver saputo che Neil era con il suo amico sedicenne Jason Roy la notte in cui era scomparso. Ma per 10 anni Jason non parlò mai di quanto accaduto quella notte. In seguito, spiegò di essere stato traumatizzato e di aver avuto paura di potenziali ripercussioni se avesse parlato.

Il 19 gennaio 2000, Lloyd Dustyhorn, un uomo delle First Nations di 53 anni, fu trovato morto congelato a Saskatoon. Il giorno prima era stato preso in custodia dalla polizia per ubriachezza in pubblico. Nel maggio 2001, a seguito di un'inchiesta, una giuria decise che la sua morte era stata causata dall'ipotermia. Più tardi, nello stesso mese, Darryl Night, un uomo Cree di Saskatoon, raccontò alla polizia che due agenti lo avevano abbandonato al gelo a diversi chilometri da Saskatoon. Darryl aveva avuto una discussione da ubriaco con lo zio e ha raccontato che gli agenti lo prelevarono fuori dall'appartamento dello zio prima dell'alba del 28 gennaio. Indossava solo una maglietta e scarpe da corsa quando lo lasciarono in una remota area rurale fuori città. Riuscì a camminare per diversi chilometri fino a una centrale elettrica, dove un guardiano gli permise di chiamare un taxi.

Il giorno dopo, il corpo a torso nudo di Rodney Naistus, un indigeno di 25 anni, fu trovato vicino al luogo in cui Darryl aveva detto che gli agenti di polizia lo avevano lasciato. Pochi giorni dopo, il 3 febbraio 2000, il corpo di un altro indigeno, Lawrence Kim Wegner, 30 anni, che era stato visto per l'ultima volta tre giorni prima, fu trovato con indosso solo una maglietta, calzini e jeans. Secondo le indagini della polizia e le inchieste pubbliche, entrambi gli uomini sembravano essere morti congelati, forse dopo poche ore dal rilascio dalla custodia della polizia. Questi casi spinsero la Provincia di Saskatchewan a tenere un'inchiesta sui presunti “tour alla luce delle stelle” e a riesaminare anche la morte di Neil, nel 1990. Jason Roy stavolta testimoniò all'inchiesta, raccontando dell'ultima volta che aveva visto il suo amico vivo, in quella fredda notte di novembre. Lui e Neil stavano camminando nella zona ovest della città dopo aver bevuto in una casa della zona. I due si erano separati, e la volta successiva che Jason vide Neil era sul sedile posteriore di una volante della polizia, con il volto insanguinato, che gridava aiuto e diceva a Jason: “Mi uccideranno”.

L'inchiesta stabilì che Neil era sotto la custodia di due agenti di polizia e che le ferite e i segni sul suo corpo “erano stati probabilmente causati dalle manette”. Gli agenti negarono di essere stati in contatto con Neil la notte in cui morì, ma le prove contraddissero le loro affermazioni e i due furono licenziati dal servizio nel novembre 2004.  Nonostante ciò, nessun agente di polizia di Saskatoon è stato processato per la morte di Neil o di altri indigeni morti per congelamento

Inizialmente gli investigatori dell’SPS (Saskatoon Police Service) hanno insistito nel dire che si trattava di incidenti isolati. Tuttavia, nel 2003, il capo della polizia Russell Sabo ammise che c'era la “possibilità” che la forza di polizia avesse scaricato indigeni delle First Nations fuori dalla città per anni, rivelando che un agente dell'SPS era stato punito nel 1976 per aver portato una donna indigena alla periferia della città e averla abbandonata lì. Gli “starlight tours” sarebbero andati avanti per decine di anni. Una vera e propria serie di terribili delitti seriali.

Il 21 aprile 2018, Ken Thomas ha affermato di essere stato prelevato da due agenti dell'SPS e abbandonato fuori città di notte al freddo. Questa accusa è stata indagata dalla Public Complaints Commission, che ha dichiarato che era infondata. In un comunicato stampa, il capo della polizia Troy Cooper ha dichiarato che è improbabile che ci sia stato un contatto tra l'SPS e Thomas la notte dell'incidente, sulla base delle registrazioni video e audio effettuate dalle auto della polizia  (link: https://saskatoon.ctvnews.ca/starlight-tour-allegation-unfounded-investigation-finds-1.4222925 ).

Tentativi di censura, film e musica

Tra il 2012 e il 2016, la sezione “Starlight Tours” dell'articolo di Wikipedia in inglese sulle morti per congelamento di Saskatoon è stata cancellata più volte. Un'indagine ha rivelato che due delle modifiche provenivano da un computer dell'SPS (https://www.cbc.ca/news/canada/saskatoon/saskatoon-police-starlight-tours-wikipedia-delete-1.3512586). Alyson Edwards, portavoce del corpo di polizia, ha negato che la rimozione dei contenuti sia stata approvata ufficialmente dal corpo di polizia. Il 31 marzo 2016 il Saskatoon StarPhoenix ha riferito che “la polizia di Saskatoon ha confermato che qualcuno all'interno del dipartimento di polizia ha cancellato i riferimenti a ‘Starlight tours’ dalla pagina web di Wikipedia sul corpo di polizia”. Secondo il rapporto, una ‘portavoce della polizia ha riconosciuto che la sezione sui  Starlight Tour è stata cancellata utilizzando un computer all'interno del dipartimento, ma ha detto che gli investigatori non sono stati in grado di individuare chi l'ha fatto. La portavoce ha dichiarato che l'SPS sta lavorando per ‘andare avanti con tutto il lavoro positivo che è stato fatto, e continua a essere fatto, che è venuto fuori dall'inchiesta Stonechild’.

Gli incidenti degli “Starlight Tours” sono stati trattati in due film. Le esperienze di Darrell Night sono state documentate nel documentario Two Worlds Colliding ( 2004) di Tasha Hubbard, National Film Board of Canada, vincitore del Canada Award. Un incidente è stato anche ritratto nel film drammatico di mezz'ora Out in the Cold (Fuori dal freddo), diretto da Colleen Murphy e interpretato da Gordon Tootoosis, Matthew Strongeagle ed Erroll Kinistino.

Nel 2005, il gruppo punk rock canadese Propagandhi ha pubblicato l'album Potemkin City Limits, che include la canzone “The Bringer of Greater Things”, “dedicata a Rodney Naistus, Neil Stonechild e Lawrence Wegner, assassinati dai membri del Dipartimento di Polizia di Saskatoon” (note di copertina dell'album).

La canzone “One Shoe” del musicista canadese Kris Demeanor è stata scritta in riferimento alle morti per congelamento di Saskatoon, in particolare quella di Stonechild. Anche la canzone “Starlight” delle Wailin' Jennys è stata ispirata dalle morti per congelamento. Nel 2017, l'artista Mi'kmaq Cathy Elliott ha completato un workshop di cinque settimane con gli studenti dello Sheridan College per il suo musical Starlight Tour.

Conclusioni

La realtà è che ben poco si è fatto per andare a fondo a queste terribili vicende: sia quelle attualmente in corso, di agosto e settembre 2024, sia quelle dello “sport” della polizia di Saskatoon che, in sostanza, pare sia quello di acchiappare nativi in giro di sera per la cittadina per abbandonarli in maglietta a congelare. I Nativi canadesi, formati dalle comunità delle First Nations, Inuit e Métis parlano di genocidio. E noi? Riflettiamo sul fatto che nascere nativi in Canada sia una vera lotta per la sopravvivenza, come se non bastassero i secoli di ingiustizie già passati. Parlare di questi fatti, condividerli e divulgarli è  un nostro diritto e un nostro dovere.

Mi permetto, come lettura consigliata per saperne di più, il mio libro “Le scuole residenziali indiane. Le tombe senza nome e le scuse di Papa Francesco”, Mauna Kea Edizioni, 2023.

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venerdì 2 agosto 2024

Come vedono i Nativi Americani la situazione a Gaza: un percorso parallelo? - Raffaella Milandri

 

Le analogie, in primis legate al colonialismo e al concetto di identità e territorio, sembrano scontate. Ma riportare una opinione uniforme sulla questione più dibattuta, in particolare dallo scorso 7 ottobre, è difficile: molti supportano i Palestinesi, alcuni sono dalla parte di Israele, altri non si pronunciano. Come vedremo alla fine di questo articolo, sono sempre i Sioux-Lakota i più battaglieri.

Elezioni imminenti

Il mood generale è fermare quello che è stato denunciato come genocidio, di cui del resto sono stati vittime anche i Nativi; ma le incombenti elezioni americane inviterebbero alla prudenza nell’esprimersi su un tema tanto delicato, in particolare negli Stati Uniti. I Nativi Americani mancano ancora di una posizione politica forte, pur se hanno Deb Haaland, membro tribale dei Pueblo, come Segretario degli Interni nella amministrazione Biden. Il suo ruolo – supportato da una comunità nativa (e dai suoi voti) che conta oltre 9.700.000 persone, in base al censimento 2020 – è rimasto in ombra durante il mandato Biden, come del resto quello di Kamala Harris che solo di fronte alla recente candidatura democratica è “resuscitata” a una posizione di rilievo e a tanti elogi. Del resto, se la candidata dem appoggia Israele – pur lamentando l’alto numero di vittime palestinesi, nelle sue recenti dichiarazioni – il suo partito ha dato spazio a esponenti Nativi Americani tra le figure politiche. Dall’altra parte una possibile – e non certo da escludere – elezione di Trump alla Casa Bianca potrebbe significare problemi per la comunità nativa americana nonchè per le sue lotte ambientaliste. Ascoltiamo alcune voci di Nativi Americani.

Le proteste dei Nativi Americani

Molti nella comunità indigena considerano ciò che è accaduto più di 500 anni fa nelle Americhe come un “percorso parallelo” a quello che i palestinesi stanno affrontando negli ultimi 75 anni. Come abbiamo visto nei precedenti articoli di questa rubrica, si stima che fino a 56 milioni di indigeni americani siano stati uccisi nei primi 100 anni di colonizzazione europea delle Americhe. Oggi, le tribù di Nativi Americani rimaste sono costrette a vivere su appena il due per cento della terra degli Stati Uniti.

Dall'inizio del bombardamento israeliano su Gaza, in ottobre, gruppi come NDN Collective e The Red Nation hanno rilasciato dichiarazioni scritte per chiedere la fine del “colonialismo” e del genocidio, aggiungendo che “i diritti dei palestinesi sono diritti indigeni su quelle terre e noi siamo sulla terra indigena qui negli Stati Uniti”.

Tara Houska, avvocato tribale della Couchiching First Nation ed ex consulente per gli Indian Affairs di Bernie Sanders (2016), parlando a TRT World, ha detto di aver assistito agli “sforzi per allontanare i Palestinesi dalla Palestina” per decenni, ma che l'occupazione israeliana è ora “diventata apertamente genocida nella sua portata e nelle sue azioni”. Ha proseguito: “I miei antenati sono stati quasi sterminati con un genocidio. Siamo stati disumanizzati, degradati e non abbiamo avuto diritti sulle nostre terre d'origine. Siamo stati trasferiti in piccole porzioni della terra che abbiamo chiamato casa per generazioni. Vedo che molte di queste stesse tattiche vengono messe in atto nei confronti del popolo palestinese”. L'attivismo della Houska ha incluso l'incatenamento a un escavatore in ottobre presso il Mountain Valley Pipeline (MVP) a Pembroke, in Virginia. L'oleodotto di gas fracking, lungo più di 300 miglia, è stato preso di mira come luogo di protesta, poiché si ritiene che il petrolio proveniente dall'oleodotto serva Elbit Systems a Roanoke, in Virginia. L'azienda produce armi israeliane che sono state utilizzate contro i Palestinesi. Ha aggiunto la Houska: “La diplomazia internazionale deve avere luogo con la Palestina al tavolo come parte uguale e autodeterminata – fino ad allora, Wiikwaji'ikog Baneshtiinanaang Palestine!”, che significa “Liberate il popolo della Palestina” nella lingua nativa Ojibwe di Houska.

Il sostegno dei Nativi Americani alla Palestina risale ad almeno mezzo secolo fa: il Native American Movement e la Palestine Liberation Organisation (PLO) si erano già sostenuti a vicenda negli anni '70. Più recentemente, nel 2016, Nativi Americani, vestiti con kefiah palestinesi, si sono schierati a fianco degli attivisti del Palestinian Youth Movement per protestare contro la costruzione di oleodotti che avrebbero distrutto i siti religiosi e culturali indigeni della tribù Sioux-Lakota a Standing Rock, nel Nord Dakota, oltre a contaminare le loro riserve d'acqua. James Zogby, presidente dell'Arab-American Institute con sede a Washington, ha affermato che gli indigeni nativi americani e i palestinesi “condividono la stessa narrazione”. Ha aggiunto: “I coloni sionisti che arrivarono in Palestina negli anni '20 lo riconobbero. A volte si riferivano agli arabi palestinesi che incontravano come ‘pellerossa’ – selvaggi da sconfiggere, ostacoli alle loro ambizioni che dovevano essere rimossi”.

La solidarietà indigena non si è limitata alle proteste di strada e ai post sui social media. A novembre, la MV Cape Orlando, una nave militare statunitense che si ritiene trasportasse armi dirette in Israele, è stata bloccata da una canoa tradizionale della Tribù Puyallup, nativa di Tacoma nello Stato di Washington. L'attivista Patricia Gonzalez ha dichiarato all'epoca: “Abbiamo capito che dovevamo fare la cosa più potente della nostra cultura che sappiamo fare. Salire in acqua e difendere la nostra posizione”.

La NAISA, Native American and Indigenous Studies Association, ha rilasciato una dichiarazione lo scorso aprile, che riporto qui:  

Noi dell'Associazione di Studi Nativi Americani e Indigeni condanniamo con la massima fermezza il genocidio israeliano a Gaza e l'eliminazione coloniale in corso contro i palestinesi. In conformità con il diritto internazionale, chiediamo un cessate il fuoco immediato, l'accesso immediato agli aiuti umanitari, un'indagine imparziale su tutte le atrocità commesse, la fine dell'occupazione illegale delle terre palestinesi e il diritto al ritorno dei rifugiati palestinesi. Chiediamo anche la fine di tutti gli aiuti militari stranieri a Israele. Estendiamo la nostra più profonda solidarietà ai palestinesi di Gaza, della Cisgiordania, dei Territori occupati e a quelli che vivono nella diaspora, mentre cercano di sopravvivere a questo assalto genocida con tutti i mezzi necessari. Il colonialismo e il genocidio dovrebbero essere le forme più riconoscibili di oppressione, il che dovrebbe anche renderli crimini facili da prevenire e punire. Non è così. Il genocidio israeliano in corso contro i palestinesi è forse il primo genocidio della storia ad essere trasmesso in tempo reale. Eppure, i leader e le istituzioni globali non sembrano disposti a fermarlo, nonostante l'opposizione diffusa. I popoli indigeni capiscono meglio cosa significa essere soggetti di Stati colonizzatori che negano, nascondono o cercano di cancellare la propria complicità nel genocidio e nel colonialismo. Ecco perché abbiamo formato comunità intellettuali e organizzazioni professionali come la Native American and Indigenous Studies Association (NAISA) – per studiare e resistere al colonialismo, in tutte le sue manifestazioni, e per mettere al centro l'abbondanza intellettuale e le diverse esperienze dei popoli indigeni. Sappiamo che i singoli membri del Consiglio e molti membri della comunità NAISA si sono organizzati per la solidarietà con la Palestina nell'ambito delle loro capacità istituzionali e comunitarie e sono stati oggetto di campagne diffamatorie volte a mettere a tacere la libertà accademica, l'attivismo indigeno e gli studiosi palestinesi. Sosteniamo i principi della libertà accademica e il diritto di resistere al colonialismo in tutte le sue forme. Siamo solidali con tutti i docenti e gli studenti che sono stati minacciati, sospesi o licenziati per la loro opposizione al genocidio palestinese in corso. Condanniamo fermamente l'uso della violenza e delle minacce di violenza da parte degli amministratori universitari nei confronti di studenti, docenti e personale che esprimono posizioni pro-palestinesi. Mentre i politici e gli amministratori universitari hanno criminalizzato le proteste anti-genocidio non violente e guidate dagli studenti nei campus universitari – definendole "non sicure", Israele ha distrutto, in tutto o in parte, ogni università di Gaza, rendendo nessuno spazio sicuro per l'istruzione. Gli esperti di diritti umani hanno considerato l'annientamento del sistema educativo di Gaza un “scolasticidio”. Dal 7 ottobre 2023, l'esercito israeliano ha ucciso più di 5.479 studenti, 261 insegnanti e 95 professori universitari a Gaza, e più di 7.819 studenti e 756 insegnanti sono stati feriti. Siamo solidali con tutti gli educatori, gli studenti e gli operatori dell'istruzione palestinesi e piangiamo la perdita di coloro che sono stati uccisi e feriti da questa campagna genocida. Rifiutiamo l'inquadramento di questa conflagrazione come un 'conflitto' iniziato il 7 ottobre 2023.  “Il genocidio di Israele contro i Palestinesi a Gaza è una fase di escalation di un processo coloniale di colonizzazione di lunga data di cancellazione [della vita palestinese]", conclude un recente rapporto delle Nazioni Unite che valuta la situazione. La Nakba palestinese si sta svolgendo da oltre sette decenni. Israele ha soffocato tutti gli aspetti della vita culturale, economica e politica palestinese nel tentativo di espropriare e controllare le terre e le risorse palestinesi. Il genocidio è intrinseco al colonialismo dei colonizzatori come processo che tenta di eliminare e sostituire i popoli nativi. Per questo motivo, la NAISA è stata una delle prime sostenitrici del boicottaggio accademico delle istituzioni israeliane ed è rimasta un'alleata impegnata della libertà accademica palestinese di fronte alla repressione israeliana”. 

La Oglala Sioux Tribe  ha approvato una risoluzione a sostegno dei palestinesi di Gaza

Il Consiglio tribale della Tribù Oglala Sioux ha approvato alla fine di marzo una risoluzione a sostegno dei Palestinesi di Gaza. La risoluzione fa riferimento ai parallelismi tra ciò che è accaduto negli Stati Uniti ai Nativi Americani e ciò che sta accadendo attualmente ai Palestinesi di Gaza. Dichiara il Consiglio Tribale: “Nel corso della storia degli Stati Uniti, i popoli indigeni sono stati soggetti a decenni di genocidio guidato dallo sforzo del governo federale di sradicare e assimilare con la forza i Nativi Americani. Lunedì 25 marzo, in un rapporto pubblicato dalle Nazioni Unite, il Relatore Speciale delle Nazioni Unite sui Territori Palestinesi Occupati, Francesca Albanese, ha dichiarato che ci sono chiare indicazioni che Israele ha violato tre dei cinque atti elencati nella Convenzione sul Genocidio delle Nazioni Unite”. La organizzazione Honor the Earth ha dichiarato in un comunicato stampa che gli Oglala Lakota sono noti per aver combattuto contro il colonialismo, e citando la storia tra i popoli palestinese e Lakota, compreso il momento in cui i palestinesi si sono schierati con i Nativi Americani in solidarietà a Standing Rock e Wounded Knee (come abbiamo visto prima). “Proprio come i palestinesi si sono mostrati per noi alle Nazioni Unite, a Wounded Knee e a Standing Rock, si mostreranno di nuovo per noi quando li chiameremo. Questa è l'essenza dell'essere un buon familiare nella società dei guerrieri”, ha dichiarato nel comunicato stampa Krystal Two Bulls (Oglala Lakota/Northern Cheyenne), Direttore esecutivo di Honor the Earth. “Ecco perché noi, come Oglala, dobbiamo manifestare per loro ora!”.

Concludendo, sono in molti i Nativi Americani a sostenere la causa palestinese. Ma come abbiamo visto finora, la sostanza non cambia. Non trovo modo migliore per concludere questo articolo che con le parole di Chase Iron Eyes direttore di The Lakota People’s Law Project, nella sua dichiarazione del 26 luglio.


“È stata una settimana pazzesca per la politica statunitense. Domenica scorsa, il Presidente Joe Biden si è ritirato dalla corsa per la rielezione, appoggiando subito il Vicepresidente Kamala Harris per prendere il suo posto al vertice della lista democratica. Poi, un'ondata di consensi da parte di altri democratici di spicco – compresi praticamente tutti i suoi aspiranti sfidanti – ha contribuito a rendere Harris la candidata democratica. E tutto questo è avvenuto sullo sfondo di una visita mercoledì al Congresso del Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu, secondo quanto riferito, boicottata da quasi la metà dei legislatori democratici. Nel frattempo, prima di quel discorso, molti sono scesi in piazza per protestare a nome degli innocenti palestinesi che stanno soffrendo una crisi umanitaria mortale per mano del governo aggressivamente sionista di Netanyahu. E quasi troppo prevedibilmente qui nella Indian Country, coloro che hanno tentato di esprimere liberamente questo punto di vista sono stati minacciati sotto la minaccia delle armi. La rappresentante legale Lakota Rashida Tlaib (D-MI) ha partecipato al discorso di mercoledì di Netanyahu a una riunione congiunta del Congresso – per protestare contro la sua presenza. Dobbiamo riconoscere e affrontare tutte le forme di violenza politica – dalle questioni sistemiche alla radice fino a ritenere responsabili gli autori. Questi giovani membri del Capitolo Oglala Lakota del Consiglio Internazionale della Gioventù Indigena dovrebbero essere applauditi per aver preso posizione a favore dell'umanità, e non essere costretti a temere per le loro vite. L'ho detto e ripetuto più volte: Il genocidio delle famiglie palestinesi per mano del regime di Netanyahu non è più accettabile dell'uccisione di israeliani innocenti da parte dei razzi di Hamas, dei tentativi storici di sterminio degli ebrei o del tentativo di eliminazione dei nativi da parte del governo statunitense. Siamo solidali con tutti i popoli indigeni e con chiunque soffra, sanguini o muoia quando coloro che bramano e si aggrappano al potere perseguono i loro programmi distruttivi. È ora di fermare le uccisioni. È ora di fermare la violenza. I fornitori di guerra (che vendono munizioni e prestano denaro a tutte le parti in conflitto) devono essere neutralizzati, ed è ora di agire con tutto ciò che abbiamo per opporci all'autoritarismo. Wopila tanka - grazie per esserti schierato a favore della pace”.

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