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giovedì 14 agosto 2025

BDS contro gli USA


di Francesco Masala (disegno di MrFish)

Ho letto con attenzione e partecipazione la proposta di Marco Aime sul boicottaggio delle multinazionali USA (qui) e mi viene in mente qualche pensiero.

Visto che non possiamo aspettarci niente dai nostri governi, servi del padrone a stelle e strisce senza nessuna dignità, ho pensato a cosa poter fare, nel nostro piccolo (come colibrì, citando la storiella che racconta Marco Aime), per boicottare il Moloch USA (notoriamente il paese più terrorista del mondo) e anche decolonizzare le nostre menti.

Come spiega chiaramente Federico Greco (qui) il cinema che arriva dagli Usa, quando autorizzato dalla CIA, o da qualche loro agenzia, è uno strumento per colonizzare il nostro immaginario, penso per esempio ai film dei supereroi, declinati nei nostri cinema in mille salse (sono i film che attirano più spettatori, soprattutto fra i giovani).  Lasciamo perdere questi film tutti uguali, e in fondo noiosi, e ascoltiamo gli eroi di Caparezza (qui).

Già ci manca Goffredo Fofi, per orientarci nelle ideologie che stanno dietro alle produzioni cinematografiche (e magari nei film e nelle serie che inondano le nostre case).

 

Mi vengono un paio d’esempi terra terra.

Vi sarà capitato, al supermercato, di trovare confessioni di frutta secca e anche di prugne che arrivano dalla California (quello stato dove le città hanno nomi ispanici, i braccianti sono ispanici, ma non è uno stato del Messico), perché non lasciare quelle buste colorate al supermercato?

E Amazon, che arriva nelle case di tutti, perché non comprare le stesse cose in un negozio, o dal sito dell’impresa produttrice?

La retorica della consegna fino a casa è nei tanti posti di lavoro che si creano (Ken Loach insegna), la stessa che si usa per i centri commerciali, quanta occupazione nuova creano! Peccato che per ogni posto di lavoro, spesso precario, se ne cancellano cinque nella piccola distribuzione, desertificando città grandi e piccole.

Ma torniamo ad Amazon, smettiamo di comprare da Bezos, che con i nostri soldi si può comprare Venezia, deamazoniamoci.

So che sembra una lotta contro i titani, ma le vittorie dei lillipuziani contro il gigante Gulliver potrebbero ispirarci.

 

 

E poi, qualcuno si ricorda che la strategia della tensione è opera della CIA e della Nato (qui)?

Che gli Usa hanno basi militari in Italia e siamo un paese a sovranità molto limitata, come Panama, per esempio.

 

 

Che dietro tutte le stragi e gli omicidi eccellenti, da Mattei a Moro, da Falcone a Borsellino, c’è una manina o una manona a stelle e strisce?

 

Diceva Henry Kissinger: Essere nemici dell’America può essere pericoloso, ma esserne amici è fatale.

Chissà se riusciremo mai a essere meno amici degli Usa, a ideare e far funzionare un BDS contro gli Usa, sul modello del BDS contro lo stato genocida d’Israele.

lunedì 6 novembre 2023

Il Labour Party di Starmer

Nelle prossime elezioni britanniche i sondaggi danno di gran lunga vincenti i laburisti.

Dopo Boris Johnson, Liz Truss e Rishi Sunak anche la Sfinge di Taharqa (che si trova nel British Museum di Londra, rubata, gli inglesi sono bravi a rubare) vincerebbe le prossime elezioni inglesi senza nessun problema.

Quello che non si capisce (vedi qui) è la gioia del ritorno della sinistra al governo.

SINISTRA?

Il punto è che i laburisti inglesi dono la seconda ala destra del sistema politico inglese, come se qualcuno dicesse, da noi, che Calenda e Renzi sono di sinistra.

Da qualche anno il Labour party inglese è guidata da Sir Keir Starmer.

Forse non tutti sanno che l’accusa (Crown Prosecution Service) contro Assange era guidata da Keir Starmer, che riuscì a tenere Assange in galera, probabilmente era solo un sicario il cui mandante era la Cia.

Keir Starmer è stato così “bravo” che nel 2020 riuscì a diventare segretario del partito laburista, riuscendo anche a cacciare dal partito Jeremy Corbyn, per antisemitismo, un’accusa passepartout, anche Ken Loach è stato cacciato dal Labour. Altra missione compiuta, dopo Assange, via l’anomalia Corbyn, il Potere ringrazia ancora Keir Starmer.

Tutti abbiamo i governanti che ci meritiamo, nel Natostan (un tempo si chiamava anche Europa) governano, senza opposizione, i servi (neanche troppo intelligenti, non è necessario esserlo) di Washington, servi a loro volta di poteri più alti.

 

 

scrive Ken Loach nella prefazione a ‘Il potere segreto’, di Stefania Maurizi

…In Gran Bretagna ci sono anche altri aspetti di questa vicenda che ci riguardano da vicino: il grande esborso di denaro e risorse pubbliche per tenere Assange confinato nell’ambasciata dell’Ecuador; l’abietta vigliaccheria della stampa e dei media, che si sono rivelati incapaci di difendere la libertà del giornalismo; nonché l’accusa che il Crown Prosecution Service, in quel periodo guidato da Keir Starmer, abbia tenuto Assange intrappolato in un incubo legale e diplomatico.

da qui

 

 

qui (in inglese) un articolo che riporta l’opinione di Ken Loach su Starmer.

 

 

CORBYN ACCUSATO di ANTISEMITISMO

A lanciare la durissima accusa nei confronti del capo del Labour Party Jeremy Corbin è stato il rabbino-capo britannico Ephraim Mirvis, massima autorità ebraica nazionale, che ha definito Corbyn “incapace di governare” aggiungendo che “il modo col quale i vertici del partito hanno trattato il razzismo anti-ebraico non è conciliabile con i valori britannici dei quali siamo così orgogliosi…” invitando a votare “secondo la propria coscienza”.  E’ l’ennesimo attacco, certo il più grave, anche perché arriva a poche settimane dal voto. Il leader laburista ha reagito immediatamente dichiarando che nel Labour Party “non c’è posto per l’antisemitismo e non verrà tollerato”. Anche l’arcivescovo di Canterbury, leader spirituale della chiesa anglicana, sembra appoggiare le critiche del rabbino-capo. E’ almeno dal 2015 che il Labour Party viene accusato di antisemitismo: diversi membri di primo piano hanno accusato Corbyn di aver fatto nascere sentimenti anti-ebraici tra le sue fila in particolare per quanto riguarda la questione israelo-palestinese con attacchi portati allo Stato ebraico. In realtà i socialisti in tutta l’Europa hanno sempre manifestato contro lo Stato israeliano per non rispettare i diritti della minoranza palestinese. Anche l’ONU – se non fosse intervenuto più di una volta l’alleato USA – ha avuto parole dure di condanna contro lo Stato ebraico per la repressione del popolo palestinese. E’ stato lo stesso Papa Bergoglio a consigliare i responsabili israeliani di favorire una riconciliazione tra ebrei e palestinesi. “Due popoli e un solo Stato” è stato per anni il punto di vista di tutta la sinistra in Europa, in particolare nei partiti socialisti e social-democratici. Nel momento in cui veniva condannata la politica di repressione dell’attuale Stato ebraico, non può dirsi che essi potessero essere ritenuti antisemiti. Una cosa è la politica del moderno Stato israeliano, accusato giustamente per la persecuzione della minoranza palestinese ed un’altra cosa è il sentimento antisemita. Si può essere convinti assertori del principio di uguaglianza tra tutti i popoli della terra e condannare lo Stato di Israele senza timore di essere accusati di antisemitismo. E’ questa la posizione dei laburisti inglesi, anche se oggi – in campagna elettorale – i membri della potente lobby pro-Israele  e la Chiesa anglicana vogliono ergersi a paladini della democrazia e della libertà religiosa nel tentativo di bloccare gli avversari del partito conservatore. Al contrario, la politica del governo conservatore contro gli immigrati provenienti dal resto d’Europa, il tentativo di discriminarli sul piano salariale e previdenziale rispetto ai lavoratori inglesi può essere considerato una posizione discriminatoria che va combattuta perché essa finisce per creare spaccature all’interno della classe operaia inglese. Corbyn ha anche lui commesso una serie di errori, può essere accusato di non aver avuto fermezza nel combattere la battaglia della Brexit. Questa posizione può avere certamente una conseguenza nel corso di questa campagna elettorale ma non può essere accusato di essere un razzista ed un antisemita. Semmai è il partito conservatore che dovrebbe spiegare ai propri cittadini perché continua a sostenere militarmente Israele nella sua lotta contro la minoranza araba che è costretta a sopravvivere in una striscia di territorio e a subire quotidianamente la politica di apartheid dello Stato sionista. Lo sterminio del popolo ebraico nel corso della seconda guerra mondiale non può giustificare la politica di sterminio dello Stato d’Israele oggi. L’antisemitismo va combattuto senza esitazione così come la lotta del popolo palestinese contro lo Stato d’Israele va appoggiata con uguale fermezza, chiedendo l’applicazione immediata delle numerose risoluzioni del Consiglio di Sicurezza dell’ONU che Israele ha rifiutato di eseguire. Sono pronti i governi europei a far rispettare e applicare queste risoluzioni? Se c’è qualcuno disposto a farlo, faccia un passo avanti ma credo che non ci sia che l’urlo del silenzio a rispondere…

https://www.dirittoineuropa.eu/politica-ed-economia/corbyn-accusato-di-anti-semitismo/

 

 

…Keir does have plenty to say that is critical of the supporters of Julian Assange:

‘…all those in the Assange case or any other case, who say it’s all a big conspiracy are either missing the point that this is an independent judge-made decision or they are implying that our High Court judiciary is corrupt’…

https://www.counterfire.org/article/starmer-sides-with-trump-against-assange-expect-more-of-the-same-if-he-s-leader/

 

 

 

Il Celtic punisce i suoi tifosi che sostengono la Palestina

Un gruppo di tifosi del Celtic ha accusato la dirigenza del club di agire in modo vergognoso per “aver cercato di censurare e punire la solidarietà verso il popolo palestinese da parte dei tifosi”.

di InfoAut

Secondo il sito web della BBC, gli abbonamenti sono stati ritirati ai tifosi delle Green Brigades, un gruppo di tifosi del Celtic, che hanno mostrato il loro sostegno alla Palestina, soprattutto durante la partita di Champions League della squadra contro l’Atletico Madrid.

Il Celtic FC ha descritto il comportamento dei tifosi della Green Brigade come una “pericolosa escalation” di comportamenti inaccettabili.

La Green Brigade ha risposto con una dichiarazione in cui affermava che la “serie di accuse inconsistenti” era stata usata per punire ingiustamente i suoi membri.

“È innegabile che le sanzioni imposte ai membri della Green Brigade siano state il risultato della palese solidarietà del gruppo con la Palestina”, ha detto il gruppo in una dichiarazione.

“È chiaro che le sanzioni applicate, in particolare il divieto collettivo, sono ingiuste”.

“Neghiamo categoricamente le accuse sinistre e diffamatorie di ‘intrusione’, ‘intimidazione, minacce e comportamenti abusivi nei confronti del personale’.

La Green Brigade, che occupa parte della Tribuna Nord del Celtic Park Stadium, di solito organizza artisticamente il tabellone del tifo, per la squadra, durante le grandi partite.

da qui

sabato 12 agosto 2023

Il pane e le rose

una recensione del film di Ken Loach:

Maya, ha raggiunto Los Angeles in forma clandestina correndo anche dei gravi rischi e ha trovato un lavoro in un'impresa di pulizie grazie alla sorella Rosa. Un giorno aiuta uno sconosciuto a sfuggire dalle mani di Perez, il capo degli operai. Si tratta di Sam, un sindacalista che vorrebbe che i lavoratori scioperassero contro un'impresa che aumenta gli introiti e diminuisce gli stipendi. Ma non è facile spingere alla protesta chi ha assoluto bisogno di quel lavoro e, come Rosa, non vuole tornare a vivere in una condizione di cui Maya non ha mai saputo nulla..
Ken Loach attraversa per la prima volta i confini degli Stati Uniti per proporre una vicenda che trae origine da una protesta avvenuta a Los Angeles. La terra della libertà per eccellenza diviene così oggetto di una lettura non certo tenera nei confronti dei processi di coercizione a cui vengono sottoposti coloro i quali ancora credono al 'sogno americano' partendo da posizioni decisamente svantaggiate. Il titolo è di per sé già un manifesto: si tratta dello slogan che contrassegnò la lotta degli operai tessili nel 1912. Essi reclamavano per sé non solo il pane quotidiano ma anche il diritto a poter godere della bellezza senza che quest'ultimo venisse annullato da una vita in cui contasse solo il lavoro. Loach, anche in questa occasione, ci vuole 'vicini' ai suoi personaggi e per far questo utilizza tecniche che lascino al contempo spazio interpretativo agli attori e prossimità allo spettatore. Perché il suo stare a fianco degli umili di (per noi) manzoniana memoria respinge la retorica in favore di uno sguardo carico di umanità. Lui e Laverty (sceneggiatore d'elezione) non portano sullo schermo dei personaggi ma delle persone. Questo fa la differenza.

da qui 


La calda estate del lavoro in California. Continua lo sciopero negli hotel - Ezio Boero

 

I manifestanti per i diritti dei lavoratori degli hotel del Sud California hanno inviato una  lettera alla famosa cantautrice Taylor Swift. Solidale con molte battaglie per i diritti civili, lo fu anche nel 2017 con due lavoratrici di un hotel di Los Angeles (LA) oggetto di molestie sessuali. Ad essa si sono rivolte, con una lettera aperta pubblicata sul Los Angeles Times del 27 luglio e visibile per intero sul sito del Sindacato, 50 lavoratrici degli hotel del Sud California, in sciopero da inizio luglio, chiedendole di postporre i suoi concerti a LA di questi giorni, che potrebbero essere il tour di maggior incasso di tutti i tempi. Allo stato attuale, non è noto se la cantante abbia espresso una qualche solidarietà.

Cara Taylor,

ci piaci perché sei una donna forte e coraggiosa. I tuoi concerti portano un sacco di soldi agli hotel dove lavoriamo, ma non c’è alcun ritorno per noi. Dopo la pandemia, gli alberghi hanno aumentato i carichi di lavoro e diminuito le paghe. Non troviamo alloggio vicino al lavoro, così molte di noi dormono in auto tra un turno e un altro. Stiamo lottando per le nostre vite in modo da guadagnare un salario per sopravvivere! Faremo sciopero. Stai dalla nostra parte! Posticipa i tuoi concerti!

Dopo la manifestazione del 22 giugno di donne e uomini che lavorano negli hotel, in gran parte latinos, e dei loro supporter nella comunità e nelle Istituzioni, durante il cui sit-in di fronte all’aeroporto internazionale di LA sono state arrestate quasi 200 persone, e il successivo accordo provvisorio con un solo hotel cittadino, il Westin Bonaventure, la local 11 del Sindacato UNITE HERE ha indetto lo sciopero di 32.000 dipendenti di una sessantina di hotel. Così come deciso col voto degli iscritti.

Dopo i primi 3 giorni di sciopero, in concomitanza con la festa del 4 luglio, gli hotel hanno assunto lavoratori sostitutivi (come possono fare per legge). Una seconda ondata di scioperi si è svolta dal 10 luglio presso Disneyland e l’aeroporto, ed una terza il 20 luglio a Hollywood e Pasadina. UNITE HERE Local 11 ha promesso prossimi scioperi negli hotel delle contee di Los Angeles e Orange.

Oggi il contratto prevede un minimo orario di 20 dollari per le donne delle pulizie e di 22 per lavapiatti e cuochi. La richiesta contrattuale è di un aumento immediato di 5 dollari l’ora e di 3 dollari l’ora per gli anni successivi. Una retribuzione che consenta di vivere dove si lavora, non a chilometri di distanza, alla ricerca di appartamenti meno cari. Mentre gli affitti di Los Angeles, tra i più alti della Nazione e spesso di 2.000-3.000 dollari al mese, impongono il doppio lavoro o la coabitazione, anche di colleghi che utilizzano il letto a seconda dei turni dell’altro. Oppure, peggio ancora, il dormire in macchina durante i giorni lavorativi. Il costo di un alloggio sta ulteriormente aumentando, e così pure gli sfratti per l’impossibilità a pagarlo, mentre le protezioni per gli affittuari stabilite durante la crisi Covid sono state via via eliminate. Il Sindacato ha sostenuto durante le trattative l’imposizione di una tassa del 7% sugli ospiti che soggiornano in hotel onde finanziare l’alloggio della forza lavoro, nonché l’uso di camere d’albergo vacanti per ospitare temporaneamente i senzatetto, che crescono sempre di più.

Inoltre, approfittando del ritorno in attività dopo il picco della pandemia, in molti hotel sono stati riassunti solo una parte dei licenziati, costringendo il personale rimasto a carichi di lavoro molto più pesanti. Dunque è necessario anche un aumento degli organici.

Su tutti questi argomenti la trattativa si è arenata.

La lettera alla cantante non è stata però l’unica spedita: 16 esponenti del clero californiano hanno scritto all’Associazione proprietari di alberghi chiedendole di negoziare un contratto equo e anche di assumere lavoratori neri, che sono sottorappresentati nel personale degli hotel rispetto alla loro presenza nella popolazione. Pure 25 deputati californiani sono intervenuti sulla questione.

UNITE HERE ha infatti accusato gli hotel Laguna Cliffs Marriott e Fairfield Inn di non assumere lavoratori neri a tempo pieno, per chiedere poi, soprattutto a loro, di prestarsi al ruolo di sostituti degli scioperanti (la normativa prevede che le aziende possano assumere crumiri nel caso di scioperi come quelli di stipulazione del contratto di lavoro). Il Sindacato ha chiesto di integrare poi a tempo indeterminato questi lavoratori temporanei afroamericani assunti durante gli scioperi.

Durante lo sciopero è emersa anche una questione riguardante l’uso delle tecnologie per le assunzioni di personale temporaneo. Uno degli hotel, il Laguna Cliffs, che ha camere fino a 2.000 dollari a notte, ha utilizzato l’App Instawork per contrastare la manifestazione sindacale. Uno  dei chiamati al lavoro, un afroamericano, si è trovato di fronte al picchetto e, memore dei suoi trascorsi sindacali, si è unito allo sciopero. L’App lo ha allora automaticamente cancellato da tutti gli altri lavori per cui aveva dato la propria disponibilità. Il Sindacato ha identificato almeno sei hotel che utilizzano Instawork per assumere crumiri e ha presentato una denuncia per violazione dei diritti contro Instawork al National Labour Relations Board (NLRB), l’agenzia federale che vigila sulle norme a tutela del lavoro. Nello stesso hotel del licenziamento tramite App, è avvenuta anche un’aggressione ad un’organizzatrice sindacale e la direzione dell’hotel si è rifiutata di identificare l’ospite violento. In risposta alla due questioni emerse al picchetto, il Sindacato ha indetto il successivo lunedì un ulteriore sciopero. Anche il NLRB, con una nota dell’ottobre scorso, aveva posto all’attenzione dei legislatori il pericolo che “strumenti di gestione algoritmica interferiscano con l’esercizio dei diritti della Sezione 7”. Quella che garantisce il diritto allo sciopero.

L’uso senza regole delle nuove tecnologie è anche attualmente al centro dello sciopero contemporaneo dei lavoratori del cinema e della televisione negli studios di Hollywood (e di New York) che coinvolgono da quasi 3 mesi 11.500 sceneggiatori e dal 14 luglio 160.000 attori. L’incontro del Sindacato sceneggiatori con la controparte, svoltosi il 5 agosto dopo 3 mesi di stallo, si è rivelato inutile. Una delle questioni in ballo è appunto l’utilizzo di forme di intelligenza artificiale, che riducono il lavoro umano e potrebbero tendere poi, senza una normativa di tutela, progressivamente a sostituirlo, riducendo i posti di lavoro di attori, sceneggiatori, comparse e addetti alle mansioni dietro la camera da presa.

Per fortuna però ci sono ancora persone in carne e ossa con dignità e inventiva. Come i giovani sceneggiatori che marciano sotto il sole da giorni e giorni di fronte ai cancelli dei ricchissimi studi di produzione, o le vigorose donne latine addette alla pulizia delle camere di albergo. Le quali, indossando la camicia rossa del Sindacato e dotate di cartelli bilingui (in inglese e spagnolo), usano i fischietti, percuotono tamburi, secchi, pentole e padelle e gridano slogan nel picchetto di fronte alle porte girevoli di uno degli hotel che rifiuta il rinnovo del contratto: “Sheraton, escucha! Estamos en la lucha”. “Sheraton, ascolta! Noi siamo in lotta!”.

Fonti:

https://www.unitehere11.org/

Helen Li, Hotel workers near LAX walk out in second wave of strikes e Hotel workers kick off third wave of strikes in Hollywood, Los Angeles Times, 10.7 e 20.7

Alex N. Press, Southern California Hotel Workers Are on Strike Against Automated Management, Jacobin, 28.7

Marc Wutschke, A Third Wave of Strikes Crests at Los Angeles Hotels, Labor Notes, 31.7

Jenny Brown, Hotel Workers Strike against Scab Staffing App and Anti-Black Racism, Labor Notes, 1.8

da qui

 

 

 

 

Aggressioni ai lavoratori in sciopero davanti agli hotel di Los Angeles - Ezio Boero

 

Abbiamo già parlato recentemente su Pressenza della vertenza in corso dei lavoratori alberghieri di Los Angeles e dintorni, che sono soprattutto donne latine. A più di un mese dall’inizio delle ondate intermittenti di scioperi, alcuni casi di violenza contro i lavoratori, in occasione dei picchetti, hanno coinvolto polizia, Agenzia federale per il diritto al lavoro (NLRB) e amministrazioni locali di Los Angeles (LA).

Le prime violenze si sono verificate il 5 agosto di fronte al Fairmont Hotel di Santa Monica, dove infine la proprietà ha fatto intervenire la polizia.

Il Sindacato Unite Here Local 11, che rappresenta 15.000 lavoratori dell’ospitalità in 60 hotel della California meridionale i cui contratti sono scaduti il 30 giugno, ha citato nelle accuse di “pratiche di lavoro sleale” contro la rappresentanza padronale nelle trattative, scritte nel ricorso immediatamente presentato al NLRB, la sequela di aggressioni di lavoratori. Il 5 agosto, come anzidetto, da parte delle guardie di sicurezza del Fairmont, durante una manifestazione attraverso il quartiere verso l’hotel. Poi da parte di un ospite del Maya Hotel di Long Beach che, mentre un manager spostava con la forza gli scioperanti utilizzando una rete metallica, feriva un lavoratore alla testa. I partecipanti ai picchetti sono stati anche “ripetutamente aggrediti e minacciati” di fronte al Laguna Cliffs Marriott Dana Point, che è di proprietà del Fondo pensioni dell’Università della California.

Due giorni dopo, l’8 agosto, centinaia di lavoratori hanno picchettato l’hotel InterContinental nel centro di LA. Nel corso della manifestazione, le lavoratrici, che cantavano e portavano cartelli, hanno bloccato il traffico, con un grande cerchio, all’incrocio tra Wilshire Boulevard e 7th Street. Lo slogan più gettonato era “Que queremos? Contrato! Cuando? Ahora!» (Cosa vogliamo? Un contratto! Quando? Adesso!). Coppie improvvisate hanno poi eseguito lo Zapateado, una danza tradizionale messicana, al ritmo di un’orchestrina presente sul posto. Anche in quell’occasione, le lavoratrici hanno affermato di non guadagnare abbastanza per permettersi un alloggio vicino al posto di lavoro e neanche in città. Cosa confermata anche da un sondaggio sindacale tra gli iscritti che ha rilevato che il 53% di loro si è trasferito fuori LA negli ultimi cinque anni o ha intenzione di farlo, a causa dei costi degli alloggi a LA.

Dopo la dichiarazione dell’Associazione alberghiera di LA che gli interventi delle guardie private da essa assoldati hanno lo scopo di mantenere la sicurezza e l’ordine nei confronti di lavoratori che suonano sirene e allarmi a tutte le ore e cercano di abbattere le barricate poste di fronte agli hotel, Kurt Petersen, co-presidente del sindacato Unite Here Local 11, da detto nel comizio: “Non saremo vittime di bullismo al tavolo dei negoziati e sicuramente non saremo vittime di bullismo durante i picchetti”. Alcuni rappresentanti comunali hanno portato la loro solidarietà al corteo, ricordando la crescita di sfratti e tendopoli dei senzatetto in città.

La vicenda ha anche un risvolto istituzionale: la maggioranza dei componenti del consiglio comunale del distretto di Anaheim (dove ha sede Disneyland e numerosi alberghi) ha respinto a maggioranza l’unificazione, con la data delle elezioni generali, del referendum che dovrà decidere sulla proposta sindacale per l’aumento del salario minimo dei lavoratori alberghieri del posto a 25 dollari. La decisione serve evidentemente a diminuire l’affluenza ad un voto che i suoi detrattori considerano contrario agli interessi dell’economia locale.

Non è sfuggito a nessuno il fatto che le campagne elettorali di alcuni consiglieri che sostengono questa posizione sono state sostenute proprio dalle proprietà alberghiere. Un’indagine sulla corruzione politica locale, effettuata dalla FBI, ha confermato ciò che da tempo sostengono settori della comunità. E cioè che le politiche del Municipio sono da tempo indirizzate dagli interessi delle proprietà alberghiere (rappresentate dalla Camera di commercio locale), senza tener conto dei bisogni della popolazione povera e anziana e soggetta a sfratti.

Infine, non sembra abbia ricevuto risposta della destinataria l’invito pubblico dei lavoratori (e anche di alcuni rappresentanti politici dello Stato, in primis la ViceGovernatrice) alla famosa cantante Taylor Swift di rinviare i propri concerti a LA dal 3 al 9 agosto per sostenere le rivendicazioni sindacali. I concerti hanno procurato un massiccio introito alla città (per meglio dire, a quella parte delle città proprietaria di strutture turistiche e del suo indotto), introito che ben difficilmente giungerà alla popolazione delle tendopoli dei senza casa se non si attueranno politiche antispeculative. Politiche che dovrebbero tener conto degli interessi popolari finora non previsti all’interno del previsto boom urbanistico e alberghiero procurato dalla Coppa del mondo di calcio del 2026 e dalle Olimpiadi del 2028, che si svolgeranno entrambe a Los Angeles. Tali eventi, pur procurando occupazioni temporanee, faranno salire alle stelle gli affitti e saranno un ulteriore fattore di espulsione dalla città dei poveri ed anche dei lavoratori con salari di povertà (come gli alberghieri, che stanno lottando in questi giorni).

 

FONTI

https://www.unitehere11.org

Hosam Elattar, Anaheim Voters To Decide if Hotel Workers Get $25 Minimum Wage in October, Voice of OC, 27.6

Kevin Smith, Striking hotel workers denounce violence on the picket lines, LA Daily News, 7.8

Helen Li, Suhauna Hussein, L.A.’s striking hotel workers are being roughed up by employers’ security, Union says, LA Times. 7.8

da qui

sabato 2 aprile 2022

Il potere segreto. Perché vogliono distruggere Julian Assange e WikiLeaks – Stefania Maurizi

 

Se prendi in mano questo libro sappi che è un libro pericoloso, leggerai cose che devono essere dimenticate, così vogliono in molti, ma non noi.

Il libro racconta la storia di Julian Assange nella testimonianza di prima mano di Stefania Maurizi, ed è un libro avvincente come un libro giallo.

Julian Assange è come il bambino della storia I vestiti nuovi dell’imperatore, di Hans Christian Andersen, ha mostrato e dimostrato che l’imperatore era (ed è) nudo.

E l’imperatore, quando viene scoperto, s’incazza, la vendetta è il suo credo.

Con Assange hanno usato e usano lo spionaggio, la calunnia, le false testimonianze, e residualmente la Legge, manovrata e interpretata secondo i loro bisogni, con un potere di persuasione e di ricatto senza limiti, quando c’è bisogno.

E da anni Julian Assange è in un girone infernale, e come Antonio Gramsci, deve essere messo in condizione di non nuocere mai più, come Alaa Abdel Fattah, in Egitto. Solo quello vogliono.

 

Scrive Frank Zappa: L'illusione della libertà continuerà fino a che è vantaggioso che continui. Nel momento in cui la libertà diventerà troppo costosa, tireranno giù la scenografia e il sipario, toglieranno i tavolini e le sedie e potrai vedere il muro di mattoni in fondo al teatro.

 

 

Coincidenze

1 - C’è chi si chiede come mai Daniel Ellsberg, il whistleblower dei Pentagon Papers (qui la recensione del film di Spielberg, The Post) non finì in galera, a differenza di Chelsea Manning. Probabilmente la risposta sta nel fatto che allora la stampa era il quarto potere, oggi è quasi sempre embedded, non usa il potere che potrebbe avere.

Ecco la coincidenza: quando Wikileaks aveva la vitale necessità di server per il suo sito, sotto attacco dai sicari del Potere, a negare i server fu Amazon, che, guarda caso, oggi è il padrone, con un gioco di società, scatole cinesi, o meglio Usa, del Washington Post, proprio il giornale che coraggiosamente pubblicò i Pentagon Papers. Amazon cane da guardia che controlla il Potere non se l’immagina nessuno, al massimo cane di compagnia o da riporto.

Nel 1789 Benjamin Franklin scriveva: “La libertà della stampa deve essere assoluta. I giornali devono essere lasciati liberi di esercitare la propria funzione investigativa e di controllo con forza, vigore e senza impedimenti”, oggi sarebbe in cella con Julian Assange.

 

2 - Crown Prosecution Service, l’accusa contro Assange era guidata da Keir Starmer, che riuscì a tenere Assange in galera, probabilmente era solo un sicario il cui mandante era la Cia.

Keir Starmer è stato così bravo che riuscì a diventare segretario del partito laburista, riuscendo anche a cacciare dal partito Jeremy Corbyn; per antisemitismo, un’accusa passepartout. Altra missione compiuta, dopo Assange via l’anomalia Corbyn, il Potere ringrazia ancora Keir Starmer.

 

 

 

QUI si può guardare la puntata di Presa Diretta dedicata ad Assange

 

 

Il libro inizia così:

 

Tutto era iniziato nel 2008, quando una mia fonte aveva smesso di parlare con me perché convinta di essere intercettata illegalmente.

Chi contatta noi giornalisti per raccontarci in modo confidenziale qualcosa di scottante – che qualcuno che conta vorrebbe tener nascosto – lo fa solo se ha fiducia nel fatto che non verrà scoperto e quindi non andrà incontro a gravi conseguenze, come il licenziamento dal posto di lavoro, cause legali devastanti o, in casi estremi, la prigione o la morte. La mia fonte aveva avuto il coraggio di cercarmi, ma dopo i primi incontri le sue preoccupazioni avevano prevalso.

L’avevo aspettata a lungo per quello che sarebbe stato il nostro ultimo appuntamento. Alla fine avevo capito che non si sarebbe presentata e non ce ne sarebbe stato un altro. Non avevo modo di verificare se fosse davvero intercettata illegalmente o se fosse soltanto una sua paranoia, ma per fortuna presi molto sul serio le sue preoccupazioni.

Nel corso degli anni avevo parlato con decine di fonti giornalistiche: alcune mi avevano dato brandelli di informazioni utili, altre mi avevano solo fatto perdere tempo, altre ancora mi avevano permesso di arrivare a scoop notevoli. Ma nessuna aveva mai inciso tanto profondamente nella mia vita e nella mia professione come lei. Quella fonte, che non volle mai rivelarmi una sola parola di ciò che sapeva, cambiò per sempre il mio lavoro.

Fu in quel momento, infatti, che mi resi conto di dover trovare una soluzione per comunicare in modo molto più sicuro. Le vecchie tecniche, che purtroppo si usano ancora oggi in tutte le redazioni, erano e sono completamente superate: risultano del tutto inadeguate a un mondo in cui forze di polizia, spie assoldate da grandi aziende e servizi segreti possono ascoltare con facilità impressionante noi giornalisti e tutte le persone che parlano con noi per rivelarci qualcosa di importante.

Se avessi studiato diritto, avrei cercato protezione nelle leggi, ma ho studiato matematica e così per me fu naturale guardare a codici cifrati e password per una possibile soluzione. All’università avevo imparato un po’ di crittografia. Ne avevo una conoscenza solo teorica, ma quell’arte di proteggere le comunicazioni tra due persone, in modo che non siano accessibili a tutti indiscriminatamente, mi aveva intrigato.

Come aveva scritto Philip Zimmermann, l’inventore del programma PGP (Pretty Good Privacy) per criptare email e documenti, «che tu stia pianificando una campagna politica, discutendo delle tue tasse o intrattenendo una relazione sentimentale segreta, che tu stia comunicando con un dissidente politico in un paese autoritario o facendo altro, non vuoi che le tue email o i tuoi documenti privati siano letti da nessuno. Non c’è nulla di sbagliato nell’affermare il proprio diritto alla privacy».

Non solo non c’è nulla di sbagliato, ma per noi giornalisti e le nostre fonti è un diritto fondamentale: se non garantiamo protezione a chi parla con noi in modo confidenziale, nessuno ci fornirà più informazioni.

Nel vecchio mondo analogico, quello precedente l’era digitale, gli apparati dello Stato, dalle forze di polizia ai servizi segreti, potevano aprire le lettere con il vapore per leggere la corrispondenza dei cittadini o ascoltare e trascrivere le telefonate una per una, ma erano soluzioni che richiedevano tempo, non potevano essere usate in modo sistematico su intere popolazioni. Le comunicazioni digitali, invece, hanno cambiato tutto: ora sorvegliare segretamente la corrispondenza via email di milioni di persone è diventato un gioco da ragazzi.

Proprio questa trasformazione aveva spinto l’americano Philip Zimmermann, ingegnere informatico e pacifista, a creare il suo programma PGP. Aveva visto arrivare fin dall’inizio un rischio per la democrazia.

Le sue preoccupazioni possono essere riassunte in questa testimonianza davanti a una commissione del Senato statunitense nel 1996: «Alcuni nel governo sembrano intenzionati a adottare e consolidare un’infrastruttura per le comunicazioni che neghi ai cittadini la capacità di proteggere la loro privacy. Questo è inquietante, perché in democrazia può succedere che di tanto in tanto vengano elette delle brutte persone, a volte anche bruttissime. Normalmente una democrazia che funzioni ha il modo di rimuoverle dal potere, ma un’infrastruttura tecnologica sbagliata potrebbe in futuro permettere a un governo di sorvegliare ogni mossa di chi gli si oppone. E quello potrebbe benissimo essere l’ultimo governo che eleggiamo». Zimmermann non era un radicale, era un pacifista che credeva nel dissenso politico tanto da essere stato arrestato per le sue proteste pacifiche contro le armi nucleari. Una volta intravista questa minaccia per la democrazia, fece un atto di disobbedienza civile: proprio mentre il Senato americano cercava di far passare la Senate Bill 266 – una proposta di legge che permetteva al governo di accedere alle comunicazioni di chiunque – creò un software per cifrare le email, PGP, e lo distribuì in modo completamente gratuito affinché si diffondesse il più possibile, prima che il governo potesse rendere illegale la crittografia.

Fu una rivoluzione: come ha raccontato Zimmermann stesso, prima di PGP non era possibile per il cittadino ordinario comunicare a lunga distanza con qualcuno in modo sicuro, senza andare incontro al rischio di essere intercettato. Questo potere era saldamente ed esclusivamente nelle mani dello Stato. Con PGP questo monopolio finì. Era il 1991.

Il governo degli Stati Uniti, però, non stette a guardare: mise sotto inchiesta Zimmermann, ma alla fine, nel 1996, chiuse le indagini senza alcuna incriminazione. Da Amnesty International fino agli attivisti politici in America Latina e nella ex Unione Sovietica, PGP iniziò a diffondersi in tutto il mondo, generando un cruciale dibattito sulle libertà civili e sulla sorveglianza, e ispirando la creazione di altri tipi di software per criptare le comunicazioni.

Quel giorno che il mio appuntamento saltò per me fu decisivo: se codici e password proteggevano gli attivisti, potevano proteggere anche noi giornalisti e chi parlava con noi. Fu una mia fonte nel mondo della crittografia a mettere per la prima volta sul mio schermo radar Julian Assange e WikiLeaks nel 2008, quando li conoscevano in pochissimi perché non avevano ancora pubblicato i grandi scoop giornalistici che li hanno poi resi famosi in tutto il mondo. «You should have a look on that bunch of lunatics», «Dovresti dare uno sguardo a quella banda di matti» mi disse l’esperto. I lunatics erano Assange e il suo team di WikiLeaks: il mio amico crittografo li chiamava così con tono scherzoso, ma dimostrava di averne considerazione. E se uno con le sue competenze e la sua dedizione ai diritti umani si interessava a loro, voleva dire che stavano facendo qualcosa meritevole di attenzione.

Cominciai a osservare con sistematicità il lavoro di WikiLeaks, che era proprio agli albori, perché era stata creata nel 2006. L’idea era rivoluzionaria: sfruttare la potenza della rete e della crittografia per ottenere e «far filtrare» – in inglese to leak, da cui il nome WikiLeaks – documenti riservati di grande interesse pubblico. Proprio come i media tradizionali ricevono informazioni da sconosciuti che mandano alle redazioni lettere o pacchi di documenti, così Assange e la sua organizzazione ricevevano file scottanti, inviati in forma elettronica alla loro piattaforma online da fonti anonime. La protezione di chi condivideva documentazione delicata era garantita da soluzioni tecnologiche avanzate, come la crittografia, e da altre tecniche ingegnose.

Nel 2006, quando WikiLeaks era stata fondata, non esisteva un solo grande giornale al mondo che offrisse alle sue fonti una protezione basata sistematicamente sulla crittografia: ci sono voluti anni prima che il più influente quotidiano del mondo, il «New York Times», e altri grandi media si decidessero a adottarla, rifacendosi all’intuizione di WikiLeaks.

Julian Assange e la sua organizzazione erano senza dubbio dei pionieri. Erano particolarmente interessati ai whistleblower, persone che, lavorando all’interno di un governo o di aziende private, e venendo a conoscenza di abusi, gravi atti di corruzione o addirittura crimini di guerra e torture commessi dai loro superiori e colleghi, decidono di denunciarli nel pubblico interesse, fornendo ai giornalisti informazioni fattuali. Il whistleblower è un individuo che agisce secondo coscienza. Non si volta dall’altra parte facendo finta di non vedere. Denuncia pur sapendo di andare incontro a ritorsioni anche gravi, in alcuni casi perfino letali, perché, per esempio, chi rivela i crimini dei servizi segreti rischia letteralmente la testa e, spesso, può contare su due uniche forme di protezione: nascondersi dietro l’anonimato oppure fare l’opposto, ovvero uscire allo scoperto e sperare nel sostegno dell’opinione pubblica.

Sfruttando la potenza della rete e della crittografia, WikiLeaks offriva soluzioni tecniche avanzate per proteggere i whistleblower. Queste non solo fornivano uno scudo a chi denunciava nel pubblico interesse, ma attiravano anche fonti con talenti ed esperienze professionali particolari, che avevano potenzialmente accesso a informazioni importanti. Perché, alla fine, chi apprezzava uno strumento così complesso e poco diffuso com’era la crittografia in quegli anni? Chi l’aveva studiata, o chi lavorava nel mondo del software o dell’intelligence. L’impostazione tecnologicamente avanzata di WikiLeaks la rendeva appetibile a tutta una comunità che parlava il linguaggio della scienza e della tecnologia.

I risultati arrivarono presto e, quando iniziai a osservarli assiduamente dall’esterno, in quel lontano 2008, ne rimasi profondamente colpita.

da qui

 

 

la prefazione di Ken Loach

Questo è un libro che dovrebbe farvi arrabbiare moltissimo. È la storia di un giornalista imprigionato e trattato con insostenibile crudeltà per aver rivelato crimini di guerra; della determinazione dei politici inglesi e americani di distruggerlo; e della quieta connivenza dei media in questa mostruosa ingiustizia.

Julian Assange è noto a tutti. WikiLeaks, in cui ricopre un ruolo determinante, ha fatto emergere gli sporchi segreti del conflitto in Iraq e molto altro ancora. Grazie ad Assange e alla sua organizzazione, abbiamo conosciuto l’orrore di crimini di guerra come quelli documentati nel video Collateral Murder o quelli commessi dai contractor americani, per esempio a Nisour Square, a Baghdad, dove nel 2007 furono sterminati quattordici civili, tra cui due bambini, e altre diciassette persone furono ferite. Negli ultimi giorni del suo mandato presidenziale Trump ha graziato gli assassini di quel massacro, ma si è assicurato che Assange rimanesse in prigione.

Stefania Maurizi ha seguito il caso fin dall’inizio. Usando le leggi di accesso agli atti, che vanno sotto il nome di Freedom of Information, ha scoperto documenti che rivelano gli attacchi a Julian Assange. Ha seguito nel dettaglio questi straordinari eventi per oltre un decennio.

Al cuore di questa storia c’è il prezzo terribile pagato da un uomo, trattato con estrema crudeltà per aver messo a nudo un potere che non risponde a nessuno, nascosto da un’apparenza di democrazia.

Mentre scrivo, il caso è nelle mani del sistema giudiziario del Regno Unito. La Gran Bretagna si vanta del fatto che le sue corti sono indipendenti, che rispetta lo stato di diritto e che i suoi giudici sono incorruttibili. Be’, vedremo. Julian Assange è un giornalista il cui unico crimine è stato quello di rivelare la verità. È per questo che ha perso la libertà e ha passato gli ultimi due anni isolato in una prigione di massima sicurezza, con effetti devastanti, del tutto prevedibili, sulla sua salute mentale.

Se sarà estradato negli Stati Uniti rimarrà in carcere per il resto dei suoi giorni. Le corti inglesi consentiranno un’ingiustizia così mostruosa?

In Gran Bretagna ci sono anche altri aspetti di questa vicenda che ci riguardano da vicino: il grande esborso di denaro e risorse pubbliche per tenere Assange confinato nell’ambasciata dell’Ecuador; l’abietta vigliaccheria della stampa e dei media, che si sono rivelati incapaci di difendere la libertà del giornalismo; nonché l’accusa che il Crown Prosecution Service, in quel periodo guidato da Keir Starmer, abbia tenuto Assange intrappolato in un incubo legale e diplomatico.

Se riteniamo di vivere in una democrazia dovremmo leggere questo libro. Se ci sta a cuore la verità e una politica onesta dovremmo leggere questo libro. Se crediamo che la legge debba proteggere gli innocenti, infine, dovremmo non solo leggere questo libro, ma anche pretendere che Julian Assange sia un uomo libero.

Per quanto ancora possiamo accettare che il meccanismo del potere segreto, responsabile dei crimini più vergognosi, continui a farsi beffe dei nostri tentativi di vivere in una democrazia?