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lunedì 27 gennaio 2025

Donald Trump e la “vittoria americana” sulla Germania nazista - George Zotov*

 

… bisogna ricordare come l'esercito USA avesse assestato un forte colpo ai tedeschi il 5 dicembre 1941, ricacciandoli di 200-300 chilometri da Washington. Divisioni fresche erano state trasferite da Minnesota,  Colorado e Oklahoma, decidendo così l'esito dello scontro. Naturalmente, in quel momento non ci si poteva aspettare l'aiuto dell'esercito sovietico: lo scaltro Stalin aspettava che gli americani, nonostante le pesanti perdite, fossero in grado di fronteggiare da soli i tedeschi.

Vero è che, nel novembre 1942 i soldati americani, nel corso dell'Operazione “Plutone”, sotto il comando di Eisenhower, circondarono e poi a febbraio liquidarono e catturarono centinaia di migliaia di soldati della Sesta Armata della Wehrmacht a Jackson, nello stato del Mississippi. Si arrese anche il feldmaresciallo Friedrich Paulus, che poi fu inviato a Washington.

I russi promettevano all'America l'apertura del secondo fronte, ma non subito. Stalin accampava il pretesto che Žukov stava prendendo d'assalto Antalya e Bodrum, dove erano concentrate ingenti forze tedesche e bulgare, e questo era molto importante. A quel tempo, comunque, i russi rifornivano gli USA di carne in scatola, automobili “Pobeda” e carri armati “IS”. Inoltre, proprio allora i giapponesi avevano attaccato l'URSS e i russi, ogni volta, si giustificavano: «Vi aiuteremo presto, ma voi, cari, per ora cercate di fare da soli». Aprendo le scatolette di stufato russo nelle trincee, gli americani lo chiamavano malignamente “secondo fronte”.

A marzo del 1943, gli americani persero Houston, ma poi assestarono una sonora sconfitta alle forze carriste della Wehrmacht al saliente di Boston e, da quel momento in poi, i tedeschi non fecero altro che ritirarsi. Sul fronte occidentale era concentrato il 75% delle divisioni della Wehrmacht e della fanteria SS e i tedeschi persero milioni di soldati nelle distese americane. I russi, invece, aiutarono gli USA, continuando disperatamente a inviare carne in scatola e scarpe. Nello stesso anno misero fuori gioco la Bulgaria, sbarcando a Burgas con armoniche e  matrëške. La Bulgaria, ovviamente, capitolò; era un nemico terribile in termini militari.

L'anno successivo, gli americani si scatenarono completamente. Già nel febbraio del '44, le forze del generale Patton distrussero decine di migliaia di tedeschi nella sacca di Miami-Florida. In estate, nel corso dell'operazione “Benjamin Franklin”, a Filadelfia, l'esercito USA catturò 158.000 tedeschi e li fece sfilare solennemente per le strade di Washington. Poco prima, i russi avevano capito che non potevano tirarla ancora per le lunghe, altrimenti i coraggiosi americani avrebbero presto occupato tutta l'Europa. Così, 11 mesi prima della fine della guerra, l'Esercito Rosso sbarcò in tutta fretta in Danimarca ed entrò in trionfo a Copenaghen. D'altronde, gli americani erano diventati inarrestabili. Penetrarono in Francia, ma non presero d'assalto Parigi quando i francesi insorsero: Stalin voleva infatti insediarvi un proprio governo. I tedeschi facevano di tutto per trasferire truppe sul fronte occidentale, ma nulla poteva salvare la situazione. Al Reich non restavano ormai che pochi mesi.

Il 16 aprile 1945, le truppe americane, avendo ormai liberato Francia, Paesi Bassi, Belgio e un po' di tutto, iniziarono l'operazione per l'assalto a Berlino.

Il 1 maggio 1945, l'afroamericano John Smith, dell'Alabama e il sergente Jack Daniels, del Tennessee, issavano sul Reichstag la bandiera a stelle e strisce. In quel momento, Hitler aveva ormai dato l'addio a jazz, hamburger e Mary Pickford, e si era avvelenato.

Goebbels ne seguì l'esempio. La guarnigione di Berlino si arrese. Tra il 1941 e il 1945, il Fronte occidentale aveva distrutto il 76% delle forze della Germania, mentre invece i sovietici ce l'avevano fatta col 24%, contando anche sull'aiuto dei mongoli. Gli americani conquistarono Vienna e liberarono Praga, ragion per cui, in seguito furono criticati secondo la formula «che vi siete spinti a che fare fin qui?». Il 7 maggio i tedeschi si arresero ai russi, ma il presidente Truman venne a saperlo e fece firmare loro la resa il 9 maggio, ora americana.

Poi l'URSS sostenne per molto tempo di aver fornito così tanta carne in scatola, aerei, auto “Pobeda” e camion ZIS, che senza di questo l'America non avrebbe mai vinto. Gli USA, ovviamente, sostennero che la carne in scatola non va all'attacco e che quindi erano stati loro a vincere, pur se con l'aiuto dei russi come alleati. Poi tutti  si imbestialirono e ebbero altro di cui occuparsi.

Così che Trump ha detto assolutamente il vero quando, nel suo discorso, ha affermato che la Russia ha aiutato gli USA a ottenere la vittoria nella Seconda Guerra Mondiale. Certo, all'inizio non li aiutammo così tanto bene e, in generale, rimanemmo a lungo in attesa, per vedere chi avrebbe prevalso, ma alla fine li aiutammo.

Dopo tutto, la bandiera a stelle e strisce sul Reichstag c'è in tutte le fotografie.

E questo fatto non può essere cancellato da nessuno. 


*
Post Facebook del 24 gennaio 2025

(traduzione FP)

da qui

giovedì 31 ottobre 2019

L’est antisemita e la “risoluzione” del parlamento Ue – intervista ad Alessandro Barbero



(di Natalia Marino)

Lo storico Barbero come valuta la Risoluzione adottata dal parlamento europeo lo scorso 19 settembre, nell’anno in cui “si celebra l’80° dello scoppio della seconda guerra mondiale”?
Prima di tutto segnalo una doppia assurdità nella ricostruzione storica avallata all’Assemblea di Strasburgo. Il documento “sottolinea” infatti che la seconda guerra mondiale “è iniziata come conseguenza immediata del famigerato” patto Molotov-Ribbentrop, il trattato di non aggressione siglato il 23 agosto 1939 da “Unione Sovietica comunista e la Germania nazista” e, ancor più incredibilmente, che con quell’accordo i “due regimi totalitari, che avevano in comune l’obiettivo di conquistare il mondo, hanno diviso l’Europa in due zone d’influenza”. In questo passaggio c’è un equivoco abnorme, peggio un falso, perché in realtà ciò venne deciso molti anni dopo, negli ultimi mesi del conflitto, e non da Stalin e Hitler ma da Stalin insieme a Churchill e Roosevelt nelle Conferenze di Yalta e di Postdam.

Perché la forzatura se non corrisponde ai fatti?
Leggendo la Risoluzione è palese sia stata promossa dagli Stati dell’Europa centrale e orientale dove, dopo il 1945, dominarono regimi dittatoriali sostenuti dall’Urss, e dunque l’intento era di condanna. Bene inteso, non si può dar loro torto perché sono stati regimi impopolari e oppressivi. Tuttavia attestare un interesse all’egemonia mondiale da parte di Stalin è una fandonia totale. È storicamente assodato e risaputo che, in quel 1939, il suo unico obiettivo era evitare a qualsiasi costo una guerra all’Unione Sovietica.

Più volte la Risoluzione ribadisce che il patto indicato col cognome dei due ministri degli Esteri di allora avrebbe invece la responsabilità di aver “spianato la strada allo scoppio della seconda guerra mondiale”.
Stalin fa il patto con la Germania quando sono falliti tutti i tentativi di stringere accordi con l’Inghilterra e con la Francia, quando già Inghilterra e Francia hanno lasciato via libera a Hitler. Per paura, per incapacità, furono anni terribili per fare politica, sia chiaro. Ma certamente prima del Molotov-Ribbentrop, c’è l’annessione dell’Austria da parte della Germania nazista, siamo nel marzo 1938, e nessuno dice niente; subito dopo ci sono le rivendicazioni del Terzo Reich sui Sudeti, quindi su un pezzo di Cecoslovacchia, e con gli accordi di Monaco, fine settembre ’38, non solo nessuno dice niente bensì Regno Unito e Francia aiutano Hitler a costringere i cecoslovacchi a cedere quei territori; quindi pochi mesi più tardi, arriviamo al marzo 1939, Hitler invade il resto della Cecoslovacchia e, ancora una volta, Inghilterra e Francia restano alla finestra. Fino a quel momento, l’Unione Sovietica cercò in ogni modo di creare un’alleanza contro Hitler. I governi occidentali non si fidarono, si può anche dire che non avevano torto, però poi Churchill e Roosevelt daranno credito a Stalin e vinceranno la seconda guerra mondiale. In altre parole, affermare che il patto Molotov-Ribbentrop abbia spianato la strada al conflitto bellico ha senso solo se ricordiamo che fu l’ultimo atto di una sequenza di compromessi e cedimenti a Hitler. Tutti hanno ceduto a Hitler. E infine lo fece anche Stalin decidendo, con estremo cinismo, che fosse l’unico modo per salvaguardare il suo Paese da una guerra.

E neppure intendeva conquistare il mondo?
Vedere nel trattato di non aggressione un patto di spartizione tra due dittature, ribadisco, è falso e insensato. Fino ad allora Stalin aveva sostenuto la politica del socialismo in un solo Paese e aveva fatto fuori quanti teorizzavano la rivoluzione permanente e volevano esportarla a livello globale.
Premesso che affrontiamo una vicenda terribilmente complessa, non intendo affatto contestare le responsabilità staliniane: il Molotov-Ribbentrop è una mossa spudorata. Stalin era sempre stato disposto a fare delle giravolte incredibili, interessato unicamente al risultato da ottenere in quel momento. E in quel momento vuole assicurarsi che la Germania non attacchi l’Unione Sovietica e che l’Unione Sovietica non rimanga isolata. Dunque benissimo un patto col diavolo, un “il fine giustifica i mezzi” moralmente e politicamente discutibile, ma sul piano storico è un’alleanza fra due nemici che si odiano, consapevoli che cercheranno di imbrogliarsi l’un l‘altro. Sono assurde e senza fondamento tutte le letture che ritengono simili nazismo e stalinismo e la loro alleanza un fatto naturale.

E Hitler voleva la guerra?
Niente affatto, piuttosto per le sue mire era disposto a rischiare anche una grande guerra mondiale; in realtà avrebbe preferito che Inghilterra e Francia gli lasciassero conquistare la Polonia come aveva già fatto con l’Austria e la Cecoslovacchia. Nessuno lo aveva fermato e lui era andato avanti. Semplicemente. La stessa Polonia dell’epoca mise i bastoni fra le ruote ad un allargato schieramento contro Hitler ed è comprensibile: era nata da appena due decenni dopo una guerra con l’Urss e aveva il terrore di una riconquista. Per lo scoppio del conflitto mondiale l’atteggiamento polacco non fu tuttavia determinante, va messo bene in chiaro. Decisiva fu la debolezza dei governi del Regno Unito e della Francia, lo spettro di una nuova guerra, la diffidenza verso il dittatore sovietico Stalin e il cinismo criminale dello stesso Stalin.

Nei Paesi dell’est Europa, prima del 1939 c’erano simpatie verso il fascismo e il nazismo?
È un argomento molto delicato ed è d’obbligo prendere atto di differenti sensibilità. Prima della seconda guerra mondiale quei Paesi avevano sistemi autoritari e militaristi ma non tutti allo stesso modo. In alcuni ambienti, c’era sì una sorta di attrattiva nei confronti del nazismo ma era l’anticomunismo il denominatore comune, talmente forte da accecare, da non permettere di vedere altro, come accade oggi. Soprattutto, e dispiace doverlo dire, erano Paesi violentemente antisemiti. In Polonia l’occupazione tedesca fu spaventosa, la popolazione resistette con grandissimo impegno e sacrificio, però che i nazisti sterminassero gli ebrei non lo valutò, al tempo, l’aspetto più terribile. I Paesi baltici si sentirono liberati dai nazisti dopo la breve occupazione staliniana e ci furono episodi di collaborazione delle milizie locali alla shoah ebraica. La Romania, che oggi si lamenta, nel 1941 insieme ai nazisti invase l’Unione Sovietica e contribuì al genocidio della comunità ebraica di Odessa. Purtroppo, l’antisemitismo diffuso nei Paesi dell’Europa orientale ha permesso che l’occupazione nazista non incontrasse una netta opposizione.

La Risoluzione è intitolata “Sull’importanza della memoria europea per il futuro dell’Europa”.
Il documento concorre a consolidare un distorto e frequente luogo comune, cioè che la memoria da sola, possa unificare, si possa condividere. Ma la memoria non è critica, è parziale per definizione, e spesso infatti è usata per additare nei nemici. Ognuno, legittimamente, ha la sua memoria. Ma senza una visione d’insieme, se non si vuole restare confinati a un circoscritto punto di vista e provare a capire come l’umanità ha attraversato gli eventi, deve essere interpretata dalla storia. In Italia altrimenti ci dovremmo ricordare le stragi nazifasciste e i bombardamenti alleati, fatti che di per sé aiutano ben poco ad amare gli altri popoli… Il parlamento europeo parte dalla memoria e, già che c’è, suggerisce di abbattere i monumenti che ricordano una memoria che non gli piace! Quei monumenti rappresentano una memoria di parte? Certo, dunque abbatterli significa schierarsi dall’altra parte. La memoria del parlamento europeo è insomma brandita “contro” qualcuno.

Nel testo si rimarca l’adesione “all’UE e alla Nato dei Paesi dell’Europa centrale e orientale”, è c’è un appello alla società russa, “la più grande vittima del totalitarismo comunista”, affinché si confronti “con il suo tragico passato”. Cosa ne pensa Barbero?
Quella Risoluzione è chiaramente un documento politico, fabbricato con fini politici e per di più abbastanza mediocri. Mi fa venire in mente quei politici italiani che da quando è nato il nuovo governo gridano ai loro elettori: “Oddio oddio, i comunisti sono andati al potere!”. È un documento dalla visione stranamente provinciale e ristretta, arcaica, perché parla delle conseguenze della seconda guerra mondiale solo da un punto di vista molto localistico. Non c’è una parola sulla fine dell’imperialismo coloniale, sull’indipendenza dell’India e della Cina, per esempio. Anche la visione del comunismo è altrettanto limitata: è come se il comunismo si identificasse con lo stalinismo e con i regimi dei Paesi del Patto di Varsavia, quelli che fino alla caduta del Muro di Berlino facevano parte del blocco sovietico. Qualsiasi parallelo tra comunismo e nazismo è un falso storico. Il nazismo è durato vent’anni e ha governato un unico Paese per tredici anni; regime nazista e ideologia nazista sono la stessa cosa. Invece il comunismo è una realtà storica durata ben un secolo e mezzo, esisteva già alla metà dell’800. Ammettiamo per ipotesi, nonostante forse la Cina non sarebbe d’accordo, che non esista più dall’89, con il crollo dell’Unione Sovietica. Ebbene in tutti i Paesi del mondo ci sono state generazioni e generazioni di comunisti, nella maggior parte dei casi sono stati perseguitati, messi in galera; in altri, come in Italia e Francia, dal secondo dopoguerra sono stati elemento fondamentale della vita democratica. Non c’è alcun dubbio che, diversamente, in Urss il comunismo abbia dato luogo a un regime terribile e nell’Europa centrale e orientale a regimi che, come ho detto, si sono rivelati impopolari e oppressivi. Il punto è un altro però. La falce e il martello non sono simboli della dittatura di Stalin ma di una speranza che per oltre centocinquant’anni ha animato milioni di persone in tutto il mondo. Lo prova il fatto che si può essere comunisti e avere una pessima opinione di Stalin e criticare il suo regime; al contrario, ed è facile verificarlo, non troverà nessuno tra quanti si richiamano al fascismo che abbia la forza di criticare Mussolini e il suo regime; se lo immagina in Germania un neonazista che critichi il Führer? Non esiste fascismo al di là della dittatura di Mussolini, né nazismo al di là di Hitler. Il comunismo invece ha espresso diverse personalità e pensieri. Se avessi una vecchia tessera del Pci, magari firmata da Enrico Berlinguer, mi dovrei forse vergognare?

mercoledì 5 agosto 2015

Le deportazioni di Renzi

Dopo Stalin, Mao, Hitler e Pol Pot *, nel suo piccolo, anche Renzi vuole lasciare un segno nella storia delle deportazioni.
Certo non ha la statura di quelli lì, e neanche gli abissi, e però vuole essere ricordato, il nostro Renzie.
La buona scuola è anche questo, qualche migliaio di insegnanti, anche oltre i cinquant’anni, magari con figli, dovranno lasciare casa e famiglia ed emigrare, con costi di tanti tipi (vedi qui), oltre quelli umani.
Intanto, con la fretta dei rivolgimenti rivoluzionari, Bastiglia e Palazzo d’Inverno insegnano, al Muir non sanno bene cosa stanno facendo, nessun dirigente del Miur, quelli periferici a maggior ragione, scommetteranno un euro sulla correttezza di ogni operazione che stanno compiendo, sulla pelle degli insegnanti che diventeranno di ruolo.
E però Renzi e il suo governo sono molto attenti alla famiglia (qui e qui).
Ed è falso che il governo e il parlamento non sono attenti ai bisogni dei lavoratori; davanti alle lamentele dei poveri lavoratori (qui), il governo e il parlamento hanno il coraggio di tornare indietro ammettendo di aver usato troppo rigore (qui e qui).


intanto è pronto lo slogan per l'autunno, per Renzi e i suoi potenti vassalli:



*(qui e qui e qui e qui)