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martedì 18 novembre 2025

Poste Italiane: il recapito è morto. Ucciso dai suoi stessi dipendenti - Carmine Pascale

Poste Italiane si è trasformata in un laboratorio di veleno sociale, un ambiente saturo di meschinità dove la competizione sfocia nel cinismo più brutale. È un luogo dove l'opportunismo ha un prezzo altissimo: c'è chi sarebbe pronto a sacrificare qualsiasi cosa per un avanzamento di carriera, un trasferimento o un mero favore personale. Queste dinamiche, in particolare, trovano la loro massima espressione distruttiva nel settore del recapito.

 

Quest'azienda è diventata, di fatto, un monumento alla codardia umana, un tratto che non conosce distinzione di età. Chiunque abbia familiarità con questo ambiente o vi lavori lo constata quotidianamente: l'uso sistematico dell'anonimato persino nelle banali richieste di informazioni ne è la prova lampante.

Ma gli araldi della negatività sono coloro che, pur lamentandosi della situazione, trovano sempre in qualcun altro il capro espiatorio per i propri fallimenti. Mosche cocchiere, desiderose di vedere gli altri fallire per non sentirsi soli nella propria insoddisfazione, trasformano ogni occasione in un pretesto per vomitare veleni e maldicenze, perfino contro chi si adopera per il bene comune.

I principali artefici di questa metastasi aziendale sono i lavoratori a tempo indeterminato di lungo corso. Con la stabilizzazione contrattuale, è come se avessero soffocato ogni senso di umanità, dimenticando cosa significhi lavorare da precari. La maggior parte di loro sembra aver rimosso la vera causa della propria stabilizzazione: non il merito o la competenza, ma l'onda lunga dei ricorsi legali dei primi anni Duemila.

Ne è scaturita una classe lavorativa che non conosce il valore della conquista, né del posto fisso né dei diritti, avendoli ottenuti con una facilità sostanziale. Questa mancanza di consapevolezza del sacrificio spiega in gran parte perché gli scioperi in Poste Italiane registrano una desolante e bassissima adesione, nonostante le condizioni lavorative, specialmente nel settore del recapito, siano spesso scioccanti e inaccettabili. La stabilità ottenuta senza sacrifici ha anestetizzato la capacità di lottare per i diritti. Tali dipendenti, che per esperienza e sicurezza dovrebbero essere la guida, sono invece un dannoso esempio.

Vedono nei migliaia di giovani precari la preda perfetta: una dinamica perversa dove i "penultimi" sfruttano cinicamente gli "ultimi" per perpetuare una cultura dell'ignavia e della sottomissione. Tale prassi torna drammaticamente comoda: il precario, accettando condizioni al ribasso che non conoscono limiti, si spacca la schiena lavorando addirittura fino a dodici ore al giorno, relegato nelle zone più difficili e al lavoro più sporco, con la sola e incerta speranza di un futuro.

È in questo pantano di meschinità che chi possiede valori etici è destinato a soccombere. L'onestà è una netta minoranza che non ha più la forza di curare un organismo ormai in decomposizione; ogni tentativo di risanamento è vano. Il sindacato stesso, inevitabilmente, si trova ad essere lo specchio di questo squilibrio: non è un caso che la tessera predominante abbia un colore solo. Quando una fetta così grande dei lavoratori manifesta i valori appena descritti, il riflesso si estende e contamina anche la dinamica della rappresentanza.

Se il recapito è morto, non è stata una fatalità. È stato assassinato, lentamente e senza rimorsi, dalla complicità e dal tradimento degli stessi uomini e donne che, per dovere e per contratto, avrebbero dovuto difenderlo.

da qui

venerdì 4 ottobre 2024

Il caporalato esiste a Bologna? Sì. E il padrone si chiama Poste Italiane

 

Il Movimento Lottiamo Insieme diffonde la lettera a cuore aperto di un rider della posta.

 Roma, 2 ottobre 2024

Il servizio postale costituisce un servizio pubblico e, in quanto tale, ogni anno viene finanziato pubblicamente con 262,4 milioni di euro. Non è accettabile che il denaro dei cittadini venga utilizzato per generare precarietà lavorativa e incertezze nel vissuto di migliaia di lavoratrici e lavoratori. Soprattutto giovani. Per non parlare dei disagi all’utenza causati dal continuo ricambio dei portalettere. Con l’obiettivo di informare e sensibilizzare la cittadinanza su quanto accade sistematicamente nella filiera del recapito di Poste Italiane, il Movimento Lottiamo Insieme intende dare visibilità alla lettera di Gabriele, uno dei tantissimi rider della posta, a cui va la nostra più sincera solidarietà.

 

 

Lettera di un postino precario a Bologna

 

Il caporalato esiste a Bologna? Sì. E il padrone si chiama Poste Italiane. Già! Il primo datore di lavoro in Italia, certificato “Top Employer” per il quinto anno consecutivo «grazie alle sue politiche di risorse umane e, in particolar modo, all’impegno rivolto al benessere dei dipendenti e delle loro famiglie», si legge in un comunicato aziendale. La realtà però è ben diversa, almeno per la parte più debole dei lavoratori. Quegli oltre 10 mila precari assunti ogni anno con contratti di pochi mesi, sottoposti a condizioni “extra-contrattuali” vergognose. Ma andiamo con ordine.

 

Dal primo febbraio 2024 sono stato assunto da Poste Italiane per tre mesi. Ho firmato un contratto di 36 ore settimanali, per 1.300 euro circa più buoni pasto. Non male, penserete voi. Ho lavorato un mese a Bologna, poi mi sono visto costretto a dare le dimissioni. E come me altre centinaia di lavoratrici e lavoratori in tutta Italia. In 35 anni non ho mai sperimentato una condizione lavorativa così vergognosa.

 

È giusto che si sappia: il postino precario lavora sotto ricatto, costretto a fare ore e ore di straordinari non pagati, a subire mobbing e pressioni psicologiche, a mettere a rischio la sicurezza propria e degli altri. Dopo soli tre giorni di affiancamento viene chiesto ai neoassunti di lavorare come se fossero postini esperti. Il che è ovviamente impossibile, perché le procedure da ricordare sono tante, la posta va lavorata prima e dopo la consegna (in gergo “gita”), la posta ordinaria va sommata a quella prioritaria e a quella a firma per cui si esce carichi come muli.

 

Le zone di consegna sono nuove, perciò, serve tempo per imparare i percorsi, inoltre spesso si viene assegnati dopo pochi giorni a zone diverse perché i precari fanno anche da tappabuchi per colmare esigenze di organico. I colleghi a tempo indeterminato, sottoposti a ben altri ritmi e condizioni lavorative, scommettono su chi “molla prima”. I capisquadra e i responsabili esercitano sui precari una certa pressione con minacce più o meno velate, del tipo «qua se non si migliora con le consegne non ti rinnovano», oppure «non guardare l’orario, vai avanti», o ancora «non vi posso autorizzare gli straordinari, la posta è quella e va consegnata. È normale rientrare più tardi all’inizio».

 

Tutto ciò significa lavorare almeno dieci ore al giorno in media, ma si arriva anche a dodici, sapendo che te ne verranno pagate solo sette. Significa essere sempre sotto pressione, di corsa, rischiare di farsi e fare male per consegnare di più e più in fretta. Significa essere costretti a compiere infrazioni e gesti poco sicuri. Significa saltare la pausa pranzo (che sarebbe di 15 minuti ma risulta impossibile farla). Significa offrire anche un servizio più scadente, perché ogni cosa diventa potenzialmente una perdita di tempo, un ostacolo. In pratica, non c’è alcuna corrispondenza tra quello che ci viene spiegato nei tre giorni iniziali di formazione sulla sicurezza e quanto, di fatto, ci viene poi richiesto. Un vero paradosso!

 

Nel solo mese di febbraio cinque neoassunti, me compreso, hanno dato le dimissioni dopo poche settimane. Il turnover è pazzesco, i ritmi sempre altissimi, le condizioni assurde. La cosa più inquietante di tutte è la normalizzazione di questa condizione indecente di sfruttamento e umiliazione continua.

 

Tutti nel centro promuovevano la narrazione del lavoro come sacrificio, veicolando una morale iper-lavorista funzionale alla perpetuazione del modello di sfruttamento stesso. «È normale all’inizio, poi ti abitui», una delle frasi motivazionali più ricorrenti nell’ambiente. Intanto «tieni botta, mi raccomando» e «resisti, poi andrà peggio perché andrà peggio, ma tu resisti», mi dicevano alcuni colleghi per confortarmi. E chi legittimamente si sottrae a queste dinamiche è un debole, uno che molla, un mantenuto.

 

I postini precari non hanno ovviamente alcun potere a disposizione, c’è un esercito di riserva pronto a sostituire chi non si adegua. Chi resta qui spera di lavorare almeno sei mesi per accedere alla graduatoria per una futura possibile assunzione a tempo indeterminato. Ma Poste può prorogare fino a dodici mesi, poi la stabilizzazione è tutt’altro che scontata.

 

In effetti, le opzioni per i precari sono due: ci si dimette ritenendo le condizioni inaccettabili, o si continua a testa bassa ingoiando tutto, nella speranza di essere riconfermati e un giorno assunti a tempo indeterminato. Così la macchina va avanti, nel silenzio generale, e nell’ignoranza dell’opinione pubblica che non sa cosa si cela dietro una cartolina pubblicitaria, un pacco o un quotidiano messo in buchetta.

 

Io stesso, determinato a non restare silente, sono rimasto senza energie e senza speranze in fretta. Il sindacato è poco presente e in molti casi connivente, attivare un percorso legale è lungo e costoso, dimettersi prima del tempo o fare meno lavoro fa ricadere le conseguenze su altri postini precari, quasi nessuno si lamenta o protesta per cui diventa molto difficile sottrarsi al meccanismo.

 

Ma la domanda di fondo è: per quale motivo un’azienda pubblica che dovrebbe svolgere un servizio pubblico opera come una multinazionale?

 

 

Il processo di privatizzazione va avanti da diversi anni e si presta ad un’accelerata. Con l’attuale governo il controllo pubblico si ridurrà al 51 per cento. Poste Italiane è una S.p.A. quotata in borsa, deve remunerare il capitale e spremere i dipendenti mica rispettare il diritto del lavoro e fornire servizi di qualità alla cittadinanza.

 

D’altra parte, i colossi di e-commerce e logistica dettano il modello in quanto clienti di Poste. In questo scenario sconcertante, è una vera fortuna che la scorsa primavera sia nato a Roma il Movimento Lottiamo Insieme delle lavoratrici e dei lavoratori precari di Poste Italiane, per dare voce e speranza a chi vive o subisce tali situazioni.

Carmine Pascale 

Movimento Lottiamo Insieme – movlottiamoinsieme@gmail.com

da qui

venerdì 17 maggio 2024

Movimento “Lottiamo Insieme”: l’inerzia delle Istituzioni dinanzi allo strapotere di Poste Italiane (e delle grandi aziende)

 

Quando la legge non è uguale per tutti… perché denaro, potere e amicizie rendono taluni più uguali degli altri!

 

Al Capo dello Stato, Presidente Sergio Mattarella,

Precarietà vuol dire vivere in uno stato di costante incertezza economico sociale che abbraccia e cambia ogni aspetto dell’esistenza quotidiana, generando emozioni negative quali rabbia, angoscia, disperazione. Appare evidente come tale disagio possa compromettere la possibilità di progettare un futuro. Ma significa anche maggiori profitti per le imprese, perché un lavoratore precario è un lavoratore fragile e ricattabile, propenso a rinunciare all’esercizio dei propri diritti nel timore di non essere riconfermato alla scadenza del contratto.

Il principale datore di lavoro in Italia, Poste Italiane, dichiara di promuovere uno «sviluppo sostenibile orientato al benessere dei dipendenti», però ogni anno assume migliaia di giovani precari usa e getta da destinare alle attività di smistamento e consegna della posta. Sono i cosiddetti CTD, coloro che vengono assunti con contratti a tempo determinato, costretti solitamente a spostarsi di centinaia di chilometri da dove risiedono e a farsi carico di spese di locazione non indifferenti, anche solo per brevi periodi. L’occasione di entrare a far parte della grande azienda, prospettata attraverso un’incessante campagna di propaganda, presto si riduce a fugace, e per di più illusoria, esperienza lavorativa. Può durare, infatti, sino a un massimo di dodici mesi.

Successivamente, la possibilità di conquistare l’ambito posto fisso ruota intorno a una procedura di stabilizzazione che si avvale di graduatoria. Formulata in base al numero di giorni di servizio prestati e aggiornata escludendo l’applicazione del diritto di precedenza. Così da favorire l’instaurarsi di logiche clientelari! Circa diecimila persone sono attualmente presenti in questa sorta di limbo senza speranza. La maggior parte si è vista scavalcare da colleghi che hanno avuto la “fortuna” di raggiungere il fatidico traguardo dei 365 giorni di durata contrattuale.

Poste Italiane ha assunto ben 90 mila lavoratori a tempo determinato dal 2017 a oggi. Provvedendo a stabilizzare a malapena 12.500 risorse nel medesimo periodo. Molte delle quali attraverso forme occupazionali flessibili, che si traducono in salari bassi e situazioni di vita difficili. Basti pensare all’ampio ricorso al part time, soprattutto tra le lavoratrici femminili: non è una libera scelta, bensì il risultato di condizioni di lavoro sfavorevoli risultanti da un metodo di sviluppo orientato alla massimizzazione del profitto. Sono tantissimi, ma restano invisibili i precari delle Poste in quanto è necessario maturare almeno sei mesi di servizio per inseguire il sogno del posto fisso e, dunque, accedere alla graduatoria.

Come avrete intuito, nel gioco dell’oca della precarietà griffato Poste il traguardo è precluso a molti. La probabilità di ottenere il doppio sei che garantirebbe l’integrazione a tempo indeterminato varia per ciascuna persona. A differenza delle dure condizioni di lavoro simili ovunque. Orari estenuanti, scarsa sicurezza, straordinari non pagati, sono gli elementi ricorrenti nelle storie raccontate dai giovani precari di Poste Italiane. Si trovano, in sostanza, costretti a lavorare sotto il ricatto della mancata riconferma qualora non completassero le consegne previste. Per tale motivo, nella prassi accettano di prestare più ore di lavoro rispetto a quanto stabilito senza ricevere alcun compenso aggiuntivo. Cioè, a titolo gratuito e in nero!

Il risultato è quello di accendere una guerra tra poveri in cui va avanti chi più sopporta e resiste. Poste Italiane non gioca a dadi con i precari. Nel ricorrere al lavoro temporaneo persegue il conseguimento di un ingiusto vantaggio. Pur rispettando la proporzione tra lavoratori stabili e a termine relativa all’intero organico, quest’ultimi sono concentrati sulle figure di addetti allo smistamento e portalettere. In modo da disporre di una quota enorme di flessibilità nella gestione del servizio postale. L’azienda dovrebbe assumere stabilmente laddove necessario. Invece, continua ad approfittare di una normativa a maglie larghe sui contratti a termine, utilizzabili entro l’anno senza dover chiarire quali siano le ragioni che ne legittimano la sottoscrizione.

Negli ultimi tempi le lavoratrici e i lavoratori precari di Poste Italiane hanno dato vita a un vero e proprio movimento di protesta, «Lottiamo Insieme», per dare voce e speranza all’esasperazione di una moltitudine di donne e uomini, soprattutto giovani, prigionieri nel limbo dell’incertezza. Il «metodo Poste» alimenta precariato e produce sfruttamento, in maniera non dissimile da quanto accade nei sistemi di caporalato. È fondamentale, quindi, intraprendere un deciso cambio di rotta che può avvenire in un’unica direzione: promuovendo l’occupazione stabile e dignitosa, preferibilmente attingendo alle risorse selezionate, formate e utilizzate già in precedenza. Ciò in senso conforme allo spirito della nostra Costituzione.

Nel complice silenzio “sindacale”, Lottiamo Insieme invita pubblicamente le Istituzioni e Poste Italiane a fare scelte consapevoli e rispondenti all’esigenza di garantire piena ed effettiva tutela dei diritti dei lavoratori. Augurandosi che la situazione appena descritta possa costituire un’occasione per riaffermare la centralità della dignità del lavoro, a beneficio di tutti i cittadini. Il caso, tenuto accuratamente lontano dai riflettori, di recente è approdato in Parlamento. Con discrezione e senza clamore. In fin dei conti, questa volta è lo Stato a violare le sue stesse leggi!

Roma, 4 aprile 2024

Carmine Pascale

Andrea Fasano

Movimento Lottiamo Insieme

da qui

domenica 7 aprile 2024

Movimento “Lottiamo Insieme”: l’inerzia delle Istituzioni dinanzi allo strapotere di Poste Italiane (e delle grandi aziende)

 

Quando la legge non è uguale per tutti… perché denaro, potere e amicizie rendono taluni più uguali degli altri!

 

Al Capo dello Stato, Presidente Sergio Mattarella,

Precarietà vuol dire vivere in uno stato di costante incertezza economico sociale che abbraccia e cambia ogni aspetto dell’esistenza quotidiana, generando emozioni negative quali rabbia, angoscia, disperazione. Appare evidente come tale disagio possa compromettere la possibilità di progettare un futuro. Ma significa anche maggiori profitti per le imprese, perché un lavoratore precario è un lavoratore fragile e ricattabile, propenso a rinunciare all’esercizio dei propri diritti nel timore di non essere riconfermato alla scadenza del contratto.

Il principale datore di lavoro in Italia, Poste Italiane, dichiara di promuovere uno «sviluppo sostenibile orientato al benessere dei dipendenti», però ogni anno assume migliaia di giovani precari usa e getta da destinare alle attività di smistamento e consegna della posta. Sono i cosiddetti CTD, coloro che vengono assunti con contratti a tempo determinato, costretti solitamente a spostarsi di centinaia di chilometri da dove risiedono e a farsi carico di spese di locazione non indifferenti, anche solo per brevi periodi. L’occasione di entrare a far parte della grande azienda, prospettata attraverso un’incessante campagna di propaganda, presto si riduce a fugace, e per di più illusoria, esperienza lavorativa. Può durare, infatti, sino a un massimo di dodici mesi.

Successivamente, la possibilità di conquistare l’ambito posto fisso ruota intorno a una procedura di stabilizzazione che si avvale di graduatoria. Formulata in base al numero di giorni di servizio prestati e aggiornata escludendo l’applicazione del diritto di precedenza. Così da favorire l’instaurarsi di logiche clientelari! Circa diecimila persone sono attualmente presenti in questa sorta di limbo senza speranza. La maggior parte si è vista scavalcare da colleghi che hanno avuto la “fortuna” di raggiungere il fatidico traguardo dei 365 giorni di durata contrattuale.

Poste Italiane ha assunto ben 90 mila lavoratori a tempo determinato dal 2017 a oggi. Provvedendo a stabilizzare a malapena 12.500 risorse nel medesimo periodo. Molte delle quali attraverso forme occupazionali flessibili, che si traducono in salari bassi e situazioni di vita difficili. Basti pensare all’ampio ricorso al part time, soprattutto tra le lavoratrici femminili: non è una libera scelta, bensì il risultato di condizioni di lavoro sfavorevoli risultanti da un metodo di sviluppo orientato alla massimizzazione del profitto. Sono tantissimi, ma restano invisibili i precari delle Poste in quanto è necessario maturare almeno sei mesi di servizio per inseguire il sogno del posto fisso e, dunque, accedere alla graduatoria.

Come avrete intuito, nel gioco dell’oca della precarietà griffato Poste il traguardo è precluso a molti. La probabilità di ottenere il doppio sei che garantirebbe l’integrazione a tempo indeterminato varia per ciascuna persona. A differenza delle dure condizioni di lavoro simili ovunque. Orari estenuanti, scarsa sicurezza, straordinari non pagati, sono gli elementi ricorrenti nelle storie raccontate dai giovani precari di Poste Italiane. Si trovano, in sostanza, costretti a lavorare sotto il ricatto della mancata riconferma qualora non completassero le consegne previste. Per tale motivo, nella prassi accettano di prestare più ore di lavoro rispetto a quanto stabilito senza ricevere alcun compenso aggiuntivo. Cioè, a titolo gratuito e in nero!

Il risultato è quello di accendere una guerra tra poveri in cui va avanti chi più sopporta e resiste. Poste Italiane non gioca a dadi con i precari. Nel ricorrere al lavoro temporaneo persegue il conseguimento di un ingiusto vantaggio. Pur rispettando la proporzione tra lavoratori stabili e a termine relativa all’intero organico, quest’ultimi sono concentrati sulle figure di addetti allo smistamento e portalettere. In modo da disporre di una quota enorme di flessibilità nella gestione del servizio postale. L’azienda dovrebbe assumere stabilmente laddove necessario. Invece, continua ad approfittare di una normativa a maglie larghe sui contratti a termine, utilizzabili entro l’anno senza dover chiarire quali siano le ragioni che ne legittimano la sottoscrizione.

Negli ultimi tempi le lavoratrici e i lavoratori precari di Poste Italiane hanno dato vita a un vero e proprio movimento di protesta, «Lottiamo Insieme», per dare voce e speranza all’esasperazione di una moltitudine di donne e uomini, soprattutto giovani, prigionieri nel limbo dell’incertezza. Il «metodo Poste» alimenta precariato e produce sfruttamento, in maniera non dissimile da quanto accade nei sistemi di caporalato. È fondamentale, quindi, intraprendere un deciso cambio di rotta che può avvenire in un’unica direzione: promuovendo l’occupazione stabile e dignitosa, preferibilmente attingendo alle risorse selezionate, formate e utilizzate già in precedenza. Ciò in senso conforme allo spirito della nostra Costituzione.

Nel complice silenzio “sindacale”, Lottiamo Insieme invita pubblicamente le Istituzioni e Poste Italiane a fare scelte consapevoli e rispondenti all’esigenza di garantire piena ed effettiva tutela dei diritti dei lavoratori. Augurandosi che la situazione appena descritta possa costituire un’occasione per riaffermare la centralità della dignità del lavoro, a beneficio di tutti i cittadini. Il caso, tenuto accuratamente lontano dai riflettori, di recente è approdato in Parlamento. Con discrezione e senza clamore. In fin dei conti, questa volta è lo Stato a violare le sue stesse leggi!

Roma, 4 aprile 2024

Carmine Pascale

Andrea Fasano

Movimento Lottiamo Insieme

da qui

giovedì 21 marzo 2024

privatizzando le Poste italiane

 



Privatizzazione Poste Italiane. A l'AntiDiplomatico diamo la parola ai lavoratori - Giulia Bertotto

La proposta di privatizzazione di Poste Italiane sta riempiendo - e a ragione vista la portata storica, economica e anche democratica che comporta - le prime pagine dei giornali. Poste Italiane venne fondata nel 1862 nell’Italia post-unitaria, originariamente col nome di Ente Poste Italiane (EPI), convertita in società per azioni nel 1998. Nel 2022 presentava un fatturato di 11,8 miliardi di euro.

Il decreto della presidenza del Consiglio dei ministri per la privatizzazione di Poste Italiane è stato inviato alla Camera per l’esame delle Commissioni competenti. Alla proprietà pubblica resterà una quota minima del 35%. Attualmente Poste Italiane è controllata per il 29,26% dal Ministero dell’Economia e delle Finanze, per il 35% da Cassa Depositi e Prestiti (una SpA controllata dal Ministero dell'Economia e delle Finanze) e il restante da investitori istituzionali e retail (vendita al dettaglio).

Abbiamo intervistato due dipendenti romani, un portalettere e una addetta ai lavori interni, i quali preferiscono tutelarsi restando anonimi.

La parola a loro. Ai lavoratori. 

Perché volete evitare la privatizzazione di Poste Italiane?

La nostra lotta contro la privatizzazione dei Poste Italiane come cittadini italiani e come lavoratori. Fin dalla sua Fondazione PI è stato un ente che ha avuto un ruolo nell’Unità d’Italia, è quindi un’istituzione storica che ha contribuito anche alla rinascita degli italiani dopo le Guerre, rappresentando un punto di rilancio e forza del nostro paese. Poste Italiane è un baluardo solido per i risparmi della cittadinanza. Inoltre i suoi uffici sono così capillarmente diffusi sul territorio nazionale, che questa privatizzazione significherebbe mettere fisicamente la penisola nelle mani di un privato. In ogni piccolo paese c’è una chiesa, una farmacia, un bar e sicuramente un ufficio postale. Buoni fruttiferi, libretti, conti correnti, PI è una realtà concreta nella nostra vita. Affidare tutto questa ricchezza -o anche una parte di essa- a un privato, è pericoloso, sconcertante. Come lavoratori ipotizziamo che il privato si libererà presto di settori aziendali meno remunerativi (a differenza del ramo finanziario) e che non fanno alti profitti come il recapito. Di conseguenza ipotizziamo minore tutela del lavoratore che comporterà un taglio dei posti e un ulteriore aumento della mole di lavoro. Quindi un futuro “alla Amazon”, con turni disumani, tutele irrisorie, assenza di permessi (il vecchio contratto prevede PIR, mentre gli assunti dal 2019 beneficiano solo di malattia e ferie ma non di permesso retribuito e sono cedibili con il ramo d'azienda). Ricordiamo che il postino che deve uscire in tutte le condizioni comprese pioggia e neve sui motomezzi e che durante il lockdown non ha smesso nemmeno per un giorno di recapitare beni di prima necessita e non a chi era costretto in casa.

Ci saranno svantaggi anche per i cittadini che usufruiscono dei servizi offerti?

Certamente, purtroppo. Poste Italiane oggi è una società che possiede grandissimi utili, il Governo nel 2023 ha preso utili per 600 milioni di euro. Perché PI venderebbe a 3,8 miliardi circa, almeno il 29% delle quote azionarie se ad esempio in sette anni il guadagno sarebbe superiore a quello attuale? La domanda dovrebbe allarmare non solo i lavoratori ma tutti i cittadini. Stanno vendendo un pezzetto di Stato italiano e il rischio è quello di andare oltre perché Cassa Depositi e Prestiti che detiene al momento il 35% delle restanti quote (se vendessero solo quel 29%) è già un tassello di privatizzazione. Cassa Depositi e Prestiti è la banca da cui lo stato attinge per effettuare tutte le sue operazioni, e svendendo PI si svenderà una quota di essa ai privati. Dentro questa percentuale figura anche la Goldman Sachs. Attori privati potranno gestire il denaro pubblico delle nostre tasse e anche dei nostri risparmi.


Il privato accetta il rischio d’impresa, osa, il pubblico ha la priorità e il dovere di tutelare i cittadini, dove finiranno queste garanzie sociali?

La ricaduta sui lavoratori e quindi sulle loro famiglie sarà spietata. Chi ha un vecchio contratto di lavoro forse è più al sicuro ma i nuovi lavoratori assunti con i nuovi contratti non lo sono affatto. Loro sono come dei codici a barre, nel loro contratto c’è scritto che possono essere ceduti a terzi in caso di necessità. PI potrebbe venire divisa in due come è successo ad Alitalia. I report relativi a studi bancari, ad esempio quello di Medio Banca parlano di una vendita già realizzata e di tagli del 25% del personale. Questi sono tutti utili per gli investitori e rendono appetibili le quote. Ma questo non conviene certo ai cittadini che perderanno personale agli sportelli.


Ci sarà ancora il servizio pubblico? Questa è una di quelle domande che dobbiamo porci anche in riferimento al servizio sanitario del nostro paese. Il processo di privatizzazione è un metodo di esproprio alla cittadinanza dalle braccia lunghe...

Sì, coloro che ci governano da sinistra a destra svendono a terzi ciò che a loro neppure appartiene, ma che appartiene alla collettività che paga le tasse. Il servizio pubblico è invece fondamentale dal punto di vista politico perché bilancia i poteri, ma anche sul piano sociale, gli uffici sono una istituzione nella comunità.

Del resto lo slogan PI non è “Il cambiamento siamo noi"?

Lo chiamano “futuro” ma si deve intendere “profitto”. Attribuire ai privati il taglio del personale li solleva agli occhi dell’opinione pubblica che non è informata dei fatti o che non ha compreso l’operazione in corso, dalla responsabilità di una strage sociale.

Come si esprimono i sindacati sulla situazione?

La CGIL, la UIL e i COBAS, si stanno mobilitando attraverso inizi di protesta, rimane fuori la CISL. PI ha 120 mila lavoratori, più della metà sono iscritti alla CISL, sindacato che detiene quindi la maggioranza delle deleghe e dunque costituisce questa grossa fetta di rappresentanza quando va a trattare con gli AD. Vuol dire che se la CISL rimane fuori da questa contrattualizzazione, siamo davanti a un problema. Probabilmente questo sindacato non entrerà in lotta contro la privatizzazione perché nelle prossime elezioni politiche ci sarà un candidato europarlamentare legato all’esecutivo Meloni, quindi andrebbero contro iniziative governative. Questo il quadro fantapolitico intricato e fatale. Il nostro intento è attivare i lavoratori al di là di ogni sigla e dei colori politici. I lavoratori possono fare moltissimo se riescono ad andare oltre le ideologie e ad organizzare un movimento a prescindere dalle bandiere.

da qui