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mercoledì 22 dicembre 2021

Kafka nella Locride. Sulla surreale condanna di Mimmo Lucano - Marco Revelli

 

Non ho mai condiviso il luogo comune secondo cui le sentenze non si commentano né si giudicano, almeno fino a che non se ne leggono le motivazioni. Ci sono sentenze che gridano vendetta al cospetto di dio fin dal dispositivo. Quella finale che ha chiuso il processo per la strage di piazza Fontana senza nessun colpevole, per esempio. O quella sulla strage ferroviaria di Viareggio. O ancora quella sull’eccidio infinito dell’Eternit di Casale. La sentenza del tribunale di Locri contro Mimmo Lucano e il suo “modello Riace” aveva già fatto inorridire molti di noi al momento del giudizio (condanne doppie rispetto alle richieste dello stesso Pubblico ministero). Ora, lette le motivazioni (904 pagine), la sensazione di trovarsi di fronte a uno scandalo giudiziario è rafforzata. Non solo un’ingiustizia, ma un capovolgimento kafkiano della realtà: della stessa realtà documentata negli atti processuali ampiamente riprodotti, come se i fatti, nel loro passaggio attraverso il labirinto mentale del giudice, mutassero senso e natura, in una metamorfosi mostruosa che rende i protagonisti irriconoscibili per chiunque li abbia conosciuti, da vicino o da lontano.

Così il grande sogno di fare di questo piccolo borgo semiabbandonato della Locride un luogo dell’accoglienza dei migranti e insieme di recupero del territorio (la trasformazione del migrante da problema in risorsa territoriale: questa l’idea geniale che stava dietro quel “modello”) si rovescia, nella rappresentazione giudiziaria, in sordido esempio di “logica predatoria” in cui il denaro pubblico e i progetti ministeriali d’integrazione figurano come meri strumenti “asserviti agli appetiti di natura personale, spesso declinati in chiave politica”, di un sindaco criminale. Chiunque sia stato anche solo qualche giorno a Riace, e abbia visto quella comunità (ora distrutta) farsi giorno per giorno, e la vita ritornare tra le antiche pietre, sa quanto “pulito” fosse quel progetto. Evidentemente chi ha in mente solo la sporcizia della vita, vede tutto sotto questa forma. E infatti i soliti giornali della peggior destra si sono riconosciuti immediatamente in quell’aberrazione giudiziaria, facendola propria. “Libero”, quello che a suo tempo aveva sparato in prima sui migranti che “Dopo la miseria portano malattie” ora titola: “La sentenza che inchioda Lucano e la sinistra”. Gli fa eco il “Tempo” – che i migranti li butterebbe a mare – con “Lucano derubava i migranti”. Spiace che al coro truculento si accodi anche Marco Travaglio con un tombale “Accusati di essere troppo cattivi con Mimmo Lucano, dalle motivazioni della sua condanna scopriamo di essere stati troppo buoni”.

Lucano – a differenza di molti difesi da “Libero” e dal “Tempo” e fustigati da Travaglio – non si è messo nemmeno un centesimo in tasca. Lo scrive lo stesso giudice che “l’ex sindaco sia stato trovato senza un euro in tasca”, anche se subito aggiunge che questo “nulla importa” perché lui sa bene che l’utile, il furbacchione (termine di Travaglio) lo lucrava comunque, in immagine, successo politico, investimento per la vecchiaia (l’estensore delle motivazioni immagina di entrare nella testa stessa dell’imputato, per leggervi le reali intenzioni, non suffragate da nulla). E qui davvero il carattere “bipolare” dello schema che sta dietro questa sentenza – oggetto più da scienze cognitive e della psiche che non di quelle giuridiche – travolge il lettore, come una sorta di play in the play: di vertigine psichica in cui appare piuttosto evidente che il profilo da Dottor Jekill e Mr. Hide di Mimmo Lucano quale emerge dalla lunghissima requisitoria del giudice di Locri altro non è, in realtà, che la proiezione esternalizzata in un contesto fantastico della struttura tendenzialmente sdoppiata o, appunto, “bipolare” [qualcuno potrebbe definirla “schizoide” nel senso non clinico del termine]  del testo letterale delle motivazioni nelle quali, senza praticamente soluzione di continuità, si susseguono un elogio sperticato del “modello Riace” e un’ altrettanto estrema deplorazione dell’uomo che l’ha inventato e realizzato, come se il diavolo potesse produrre l’acqua santa e viceversa. Da una parte “si dà atto dell’integrazione virtuosa e solidale che nei primi anni veniva senz’altro praticata su quel territorio, ove si era riusciti mirabilmente a dare dignità e calore a uomini e donne venuti da terre remote, cercando di alleviare i loro percorsi di vita fatti di stenti e dolore” (sic! p. 60);  si scrive addirittura che dall’indagine e dalle parole stesse di Lucano è “senz’altro emersa una pura passione che lui ha nutrito per anni per quel mondo nuovo che ha saputo creare, ispirandosi agli ideali utopici della Città del Sole di Tommaso Campanella, che egli ha inteso reinterpretare con un misto di genialità e di intuito politico ‘illuminato’, di cui occorre dargli merito, e che giustamente hanno ricevuto così tanta eco e apprezzamenti internazionali” (p. 96). Dall’altra si stigmatizzano i “meccanismi illeciti e perversi, fondati sulla cupidigia e sull’avidità, che […] si sono tradotti in forme di vero e proprio ‘arrembaggio’ ai cospicui finanziamenti che arrivavano in quel paesino, che per anni era stato economicamente depresso, tanto da tradursi in una sottrazione sistematica di risorse …, che pure erano destinate a favore di quelle persone più deboli, del cui benessere e della cui integrazione, però, nessuno si interessava più” (p. 61). In mezzo, un capovolgimento assoluto della natura delle cose che nell’interpretazione giudiziale sarebbe maturato nel momento in cui il “sindaco santo” avrebbe capito che le risorse destinate ai migranti eccedevano le necessità e, tramutatosi in “sindaco dannato”, avrebbe deciso di lucrarvi; ma che in realtà, a leggere attentamente il testo della sentenza e gli ampi brani documentari frutto di costanti intercettazioni lì riportati, è l’effetto semantico di un clamoroso ribaltamento del senso delle frasi riportate, sistematicamente ricondotte a un significato esattamente opposto a quello del relativo significante (un senso perfettamente capovolto rispetto a quello letterale delle parole). 

Per avere pienamente la misura di questa “operazione” è bene a questo punto focalizzare sia pur brevemente l’attenzione sulla materia del contendere (in termini giudiziari). Cioè sulla sostanza delle accuse mosse a Lucano e alla sua “associazione a delinquere”. A ben guardare i crimini si ridurrebbero a tre: l’aver trattenuto più a lungo dei 900 giorni permessi un certo numero di migranti (i cosiddetti “lungo permanenti”, a cui sono dedicate decine e decine di pagine); l’aver investito alcune somme dei sussidi statali in migliorie del contesto (un frantoio, alcune case-albergo) per attrezzare il territorio ad una adeguata abitabilità; aver speso una parte di quei sussidi pubblici in concerti e spettacoli al fine di attrarre attenzione e turisti nel borgo. Le cose che ogni buon sindaco dovrebbe fare, soprattutto in quelle aree interne a rischio di abbandono di cui tanto si parla e per cui tanto poco si fa. Il tutto con un certo numero di forzature, di atti irrituali e di violazioni amministrative (che sono indubbie, ma che non meritano certo sanzioni riservate neppure ai colpevoli di reati di mafia). Del resto chi lavora in quei contesti sa benissimo che se non si consolida la permanenza nei luoghi, se non si radicano i nuovi abitanti in un tessuto vivo e capace di produrre reddito, le misure di accoglienza sono come acqua sulle pietre. E che un buon sindaco ha non solo il diritto ma il dovere di valorizzare e riqualificare il territorio del proprio comune, tanto più se questo ha subito un processo di spopolamento e dequalificazione, favorendo il ripopolamento con misure di stabilizzazione dei nuovi “arrivanti” ed evitando che le pratiche, spesso costose, di accoglienza, si riducano a effimeri passaggi e a flussi in costante movimento, che riprodurrebbero la medesima logica di abbandono e sradicamento che aveva impoverito quei luoghi. Questo facevano appunto Lucano e i suoi “criminali associati”, investendo in un frantoio, in abitazioni destinate all’accoglienza sia turistica che migrante, in botteghe artigianali ed etniche, che costituivano appunto la vita che “ritornava a Riace”. Ma né i giudici di Locri né i virtuosi della penna al veleno lo sanno, e comunque non gli interessa. Conta lo spettacolo crudele della virtù infangata nella terra dei troppi vizi ‘ndranghetisti.

 

Ora – è importante soffermarsi su questo aspetto, perché lì si incardina quello che ho definito il “capovolgimento semantico” che fa da baricentro alla sentenza – nei brani di interviste utilizzate dal giudice di Locri per elaborare la propria personale narrazione e costruire la figura del “criminale Lucano”, il sindaco di Riace parlava esattamente delle cifre necessarie a realizzare quegli investimenti virtuosi – i famosi “700 o 800.000 euro” -, necessari a garantire non il futuro personale di se stesso, come malignamente il giudice insinua, ma del territorio e dei suoi (vecchi e nuovi) abitanti. E lo ripeterà un’infinità di volte, nelle conversazioni oggetto d’intercettazione ambientale, che di quei soldi neppure un euro era (e sarebbe) rimasto attaccato alle sue mani. Ripeterà anche, in un passaggio davvero toccante, se ascoltato con animo equo, dichiarando tristemente la propria stanchezza, e la tentazione di chiudere lì quell’esperienza che aveva segnato la sua vita, che il suo futuro non sarebbe affatto dipeso da quelle risorse, ma se lo immaginava lontano, nel ritorno all’insegnamento o, successivamente, nel circuito della cooperazione internazionale, con uno stipendio mensile da 1200 euro, perché gli bastava poco per vivere. Dice anche che sul suo conto gli erano rimasti 700 o 800 euro, quanto gli serviva per pagare la rata della macchina. E che lo stesso ufficiale della Guardia di Finanza che aveva indagato sulle pratiche “incriminate” del Comune di Riace, il tenente colonnello Sportelli, aveva riscontrato la sua perfetta onestà e buona fede, l’assenza totale di qualsiasi uso personale di quel denaro. D’altra parte quell’ufficiale lo aveva ribadito anche in giudizio e la constatazione era stata fatta propria dalla stessa accusa. Ciò nonostante nella sentenza si continua ad affermare che a Lucano “sarebbe sempre rimasto il guadagno che aveva conseguito con le attività predatorie dell’accoglienza”. Che gli “investimenti” in strutture migliorative del contesto territoriale erano in funzione della preparazione di un suo futuro privilegiato economicamente e politicamente. E addirittura che le affermazioni registrate nelle intercettazioni (di cui l’imputato era all’oscuro) sarebbero state fatte allo scopo di ingannare consapevolmente gli inquirenti, con mefistofelica furbizia (lo si descrive come convinto di “aver attuato una simulazione perfetta, con la quale si era sforzato di apparire all’esterno come un uomo retto ed onesto”). Bizzarro esempio di come chi ha utilizzato “subdolamente” una tecnologia (quale quella destinata all’intercettazione) si convinca del carattere “subdolo” di ciò che quella tecnologia gli restituisce (feticismo della tecnica? O mimetismo informatico?) anziché accettare ciò che oggettivamente essa rivela.

 

La cosa è tanto più grave in quanto questa sentenza, nel suo carattere di “monstrum”, non pesa solo sulla esistenza personale di Domenico Lucano, che, come si legge nelle intercettazioni, voleva “uscire a testa alta” a conclusione di una vicenda più che trentennale in cui aveva pagato un costo altissimo in termini economici e di affetti famigliari e che invece è stato coperto di fango da un meccanismo inquisitorio dissennato. Pesa e peserà come un macigno anche su tutti quei sindaci e amministratori locali delle cosiddette “aree interne” che volessero darsi da fare per salvare i propri territori dal degrado e dall’abbandono. Essa sta lì come un memento mori, a dirgli che la loro solitudine non sarà perdonata, che nessuna buona intenzione li salverà dall’inflessibile meccanismo di una burocrazia che non ammette sbavature né scostamenti, anzi verrà guardata con sospetto e ostilità. Riace, nel quadro che emerge dallo stesso immenso castello di carte della sentenza, era sola, nel suo progetto visionario, schiacciata da un quadro regolamentare e normativo ingestibile da chiunque non avesse a disposizione una macchina organizzativa (uffici legali, commercialisti, consulenti capaci di muoversi nel ginepraio delle rendicontazioni, dei database, delle disposizioni prefettizie governative ed europee, SPRAR, CAS, MSNA…) che solo una multinazionale o una cosca mafiosa potrebbero permettersi. Con i suoi “dilettanti allo sbaraglio” – le Cosimine (Ierinò), i Tonini (Capone), le Lemlen – Mimmo Lucano e la sua Riace avevano la sorte segnata. Come, con sulla testa la spada di Damocle di una sentenza di tal fatta, chiunque, in una terra desolata, si mettesse in testa di sollevare lo sguardo e seguire un progetto di rinascita.

Infine, sia detto en passant anche se tocca un aspetto non secondario della faccenda ovvero la questione dei mandanti “di potere” di quanto è avvenuto, un’ultima domanda, che mi gira sullo stomaco: si è accorto Travaglio, leggendo “le carte”, del ruolo significativo nella damnatio di Mimmo Lucano, svolto da un certo Michele Di Bari, al tempo prefetto di Reggio Calabria: l’uomo che tenne nel cassetto una relazione dei propri ispettori elogiativa per Riace e che innescò l’azione della Procura contro il suo sindaco? E’ lo stesso alto funzionario voluto da Matteo Salvini, al tempo in cui era ministro dell’interno, al Viminale a occuparsi di contrasto ai migranti e costretto di recente alle dimissioni perché la moglie è indagata per una brutta storia di caporalato e di sfruttamento dei migranti. A ognuno i propri amici. E nemici.

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giovedì 21 ottobre 2021

Due M contro l’abuso di pensiero - Anna Lombroso


Ma ve lo siete dimenticato il ritornello? bisogna sostenere i governi dei tecnici altrimenti si cade nelle mani – lorde di sangue, denaro sporco, indebitamento, leggi ad personam – della destra?

Per carità sarà casuale che una manifestazione che prendendo spunto dalla battaglia contro il green pass ha espresso  la sua opposizione al governo e alla gestione pandemica, sia sfociata in incidenti provocati dalla teppaglia fascista con una incursione nel tempio simbolico della rappresentanza degli sfruttati, ma, vedi la coincidenza, non sono passate 48 ore che l’amorevole coppietta allacciata con le due M intrecciate, Mario e Maurizio, ha subito reclamato il pugno duro contro le manifestazioni violente,  in modo che, val la pena di ricordarlo, i manovratori possano sedere indisturbati al tavolo del gioco delle tre carte, quella cabina di regia del Pnrr che, suo malgrado, suona come una pernacchia.

D’altra parte questa esimia manovalanza locale del racket ha i suoi problemi, più realista del re ha voluto strafare e adesso si trova impelagata in restrizioni e comandi ai quali il più avveduto Macron ha pensato bene di sottrarsi, mentre i padroni e gli strozzini carolingi reclamano dai peracottari nostrani le libbre di carne promesse sotto forma di oltre 520 condizioni capestro.

Eh certo ci volevano dei tecnici addestrati, dei competenti autorevoli per sottoscrivere la condanna a morte di un Paese ormai ridotto a espressione geografica e che non può più contare nemmeno su un destino di hotel diffuso o di parco tematico dove un popolino indolente svolga mansioni servili, essendosi svenduto beni e terre.  Ci volevano dei sacerdoti mandati dai papi neri che officiassero riti penitenziali per penalizzare la marmaglia, che ha voluto e goduto troppo, con una austerità severa e punitiva, come ogni giorno pretende qualche pensatore della cerchia progressista, che appunto è convinto che il progresso debba servire a semplificare la vita dei potenti e complicare quella degli straccioni, immeritevoli delle sue meraviglia e dei suoi doni.

E difatti da lungo tempo, ma con una recente recrudescenza c’è sempre qualcuno che si affaccia, il più autorevole  a ricordarci che dobbiamo morire e che l’unica proroga è concessa dalla puntura, gli altri a augurarci sofferenze redentive che ci conducano verso una vita virtuosa fatta di espiazione, sacrificio, fatica e obbedienza. Di solito gli apostoli dell’aggiornamento delle virtù cardinali, appartengono però alla categoria dei fortunati culialcaldo, che hanno limitato il cimento con le sfide augurate ai giovani d’oggi, viziati dalla promessa dell’opimo reddito di cittadinanza o di una carriera presso Amazon, alla comparsata alla Ruota delle Fortuna, a una brillante scalata nell’impresa familiare  dalla quale si sono dissociati al primo tintinnio delle catene del bagno penale.

Perlopiù l’invito a uno studio matto e disperatissimo che potrebbe consentire dopo laurea e svariati master di prodigarsi come pizzaiolo a Londra o per portare i caffè di Starbucks a Wall Street, proviene da soggetti che per nascita, appartenenza, fidelizzazione sono stati arruolati e premiati in qualità di geni precoci e enfant prodige e issati sul seggiolone di influenti media, prestigiose istituzioni e autorevoli organizzazioni, malgrado abbiano dimostrato una evidente avversione per titoli di studio e diplomi, non avendo bisogno di esibirli perché al posto dell’università della strada molto frequentata da profili social hanno sostituito l’insegnamento di vecchi marpioni, la benevolenza di maestri, con preferenza per quelli cattivi, la sottomissione a potenti in attesa di un tradimento emancipatore.

Ciononostante eccoli pontificare sui doveri, sulle responsabilità, sull’obbligo sociale e morale dello studio, loro che non sono riusciti a completare un liceo troppo occupati a diventare direttori, deputati, manager, imprenditori di se stessi, patacche ammirate e vezzeggiate dalla stampa, e sul dovere, a loro risparmiato, della fatica che comporterebbe, non avendo mai conosciuto e provato la soddisfazione del sapere, della conoscenza non finalizzata a tradurre l’arrivismo in  posti e rendite.

Ed ecco qua l’immarcescibile Walter Veltroni  che lamenta che  “la negazione dell’autorevolezza che nasce dallo studio, dalla fatica, dal sapere, che è stata messa in discussione dal principio in base al quale tutti potevamo dire tutto su tutto” altro non sarebbe che un veleno seminato  il cui “esito è questo: i professori non vanno bene, gli scienziati non vanno bene, i medici non vanno bene, ma così il paese rischia davvero molto”.

Eh si, bisogna porre rimedio a questa catastrofe sociale culturale e morale che permette a tutti di esprimere la propria opinione, proprio come può fare lui  che  non è professore, scienziato, medico e nemmeno diplomato e il cui talento risiede da sempre  in una duttile elasticità che resiste ai colpi conservando intatto  un vuoto che può a comando riempirsi di stereotipi utili a rendersi accettabile e gradito a chi sta ai vertici dell’oligarchia della quale intende far parte per sempre.

Grazie a gente come lui si è permesso che si configurasse come una naturale reazione alla loro occupazione del sistema,  la specializzazione del dilettantismo:  americanisti che non sanno l’inglese, costituzionalisti che conoscono solo la Carta igienica, registi che hanno maturato la loro competenza coi filmini dello smartphone, fino a celebrare il successo di soggetti di comprovata inesperienza, che rivendicavano la loro impreparazione come una virtù e la loro imperizia come la dimostrazione della estraneità ai vizi e alle contaminazione della combinazione tra malapolitica e malaffarismo.

Che poi anche sulla  competenza dei migliori, molto ci sarebbe da dire, a proposito della loro spocchia irriducibile e  incurante dell’inanellarsi di fallimenti accumulati,  scommettendo sull’UE, sulla “disciplina” dei conti, sull’austerità espansiva, sul rispetto dei trattati, sulla doverosa riduzione del debito, sulla bontà delle privatizzazioni, sull’adesione cieca all’atlantismo, sulla coltivazione irragionevole del primato dell’Occidente da salvaguardare dal meticciato e dalle mire espansive di nuovi attori incompatibili con la democrazia e la crescita sostenibile, sui licenziamenti come ricetta per promuovere occupazione.

Se la sociologia definisce la loro qualità come “incapacità addestrata”, riferendosi a quel paradosso secondo il quale a una maggiore competenza corrisponde una superiore incapacità di reagire a situazioni anomale e inattese, noi gente comune dovremmo averli messi alla prova nel passato e in questi due anni di test effettuati dai “custodi del tempio del sapere” intenti a mandarci in rovina, a farci fare da cavie delle sperimentazioni sanitarie e sociali, con l’unica finalità accertata di conservare il dominio e i beni e i privilegi che ne conseguono.

Eppure molti danno loro credito, molti si affidano come se la denominazione di migliori garantisse che agiscono nell’interesse generale, molti accettano le loro menzogne anche quando dimostrano quanto sia miserabile il loro servirsi della teppaglia della quale si sono accorti con sorpresa dopo che per anni è stata tollerate e vezzeggiata a dispetto delle leggi, per delegittimare protesta e opposizione ai soprusi, agli oltraggi e allo sfruttamento.

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giovedì 19 agosto 2021

TUTTI DICONO DI VOLER AIUTARE I MIGRANTI A CASA LORO. MA POCHI SANNO DA COSA SCAPPANO - Davide Longo



Da anni il leitmotiv della propaganda di Matteo Salvini in tema di immigrazione è che i migranti che scappano da una situazione di guerra sono una minima parte rispetto a quelli che arrivano in Italia con lo status di migranti economici. Per il ministro dell’Interno è necessario accogliere i primi e respingere i secondi perché i migranti economici non fuggono da reali condizioni di pericolo per se stessi e per le loro famiglie. Come se la guerra fosse l’unico motivo plausibile per innescare un fenomeno migratorio. Come se, in altre parole, i migranti economici fossero persone che si spostano da una situazione di relativa tranquillità nel proprio Paese per cercare fortuna in altre zone del mondo. Come altre narrazioni sul fenomeno migratorio, anche questa è falsa e non tiene conto delle condizioni reali dei Paesi da cui fuggono le persone che vediamo arrivare in Europa.

La Nigeria è un ottimo esempio di “paradiso” in cui Salvini vorrebbe rispedire i migranti economici. Si tratta del Paese da cui proviene la maggior parte dei migranti che sbarcano sulle coste italiane: oltre 37mila nel 2016 e 18mila nel 2017. Eppure, di tutti i nigeriani arrivati in Europa negli ultimi anni, solo una piccola percentuale ha ottenuto lo status di rifugiato politico (meno del 5% nel 2016), solo il 25% ha ricevuto una qualche forma di protezione prevista dall’ordinamento giuridico del Paese in cui ha fatto richiesta d’asilo. La maggioranza dei nigeriani non riceve alcun tipo di protezione, etichettati come rifugiati di serie B. 

A un’analisi superficiale dei suoi dati economici, la Nigeria non sembra un Paese da cui fuggire. Nel 2017 l’economia è cresciuta del 1,94%, trainata dall’estrazione di 2,5 milioni di barili di petrolio al giorno. Nonostante l’economia nigeriana dipenda dall’attività petrolifera, anche i settori slegati dalla produzione di greggio hanno visto una timida crescita dello 0,8% nello stesso periodo. Inoltre, negli ultimi anni la Nigeria ha conosciuto un boom demografico che l’ha portata a sfiorare i 200 milioni di abitanti, destinati a diventare 300 entro il 2050, stando a un report delle Nazioni Unite che la colloca al terzo posto tra i Paesi più popolosi del futuro. 

Ma crescita economica e demografica non significano automaticamente redistribuzione della ricchezza e benessere generale della popolazione. Secondo uno studio del 2018 di Oxfam e del gruppo Development Finance International, il Paese è l’ultimo in una lista di 157 nazioni classificate per l’impegno dei loro governi nella riduzione della disuguaglianza. La spesa pubblica della Nigeria per la sanità e l’istruzione viene definita da Oxfam “vergognosamente bassa” e “riflette una tutela sociale molto scarsa per i cittadini”. Nel 2016 oltre otto milioni di nigeriani soffrivano di insufficienza alimentare a causa della crisi che ha sconvolto il nordest del Paese, mentre la disoccupazione giovanile nel 2018 si attestava al 36,5%. Lagos, principale megalopoli nigeriana, è stata incoronatadall’Intelligence Unit dell’Economist come la terza peggiore città del mondo (su 140), subito dopo la capitale siriana Damasco e Dhaka, in Bangladesh. Nonostante la crescita economica, il numero di persone che vivono in condizioni di povertà è impressionante: 91 milioni nel 2018, pari al 46,6% della popolazione totale. 

Un’economia basata sul petrolio ha come conseguenza una forte dipendenza della Nigeria dalle multinazionali straniere, che controllano una grossa parte della ricchezza del Paese. L’esproprio forzato di terreni ai danni delle comunità agricole locali e il forte impatto ambientale dei processi estrattivi rendono insostenibili le condizioni di vita della popolazione del Delta del Niger, che spesso è costretta a emigrare altrove. Il governo nigeriano svende le terre alle multinazionali, che si macchiano di numerosi illeciti per salvaguardare o accrescere i propri profitti: nel 2014 le Ong Re:Common, Global Witness e The Corner House hanno presentato un esposto che ha portato a processo l’Eni, molto attiva nel Paese. La multinazionale italiana, insieme all’anglo-olandese Shell, avrebbe pagato una maxitangente di un miliardo e 92 milioni di dollari, ripartita tra i vari membri del governo nigeriano, per aggiudicarsi l’esplorazione del giacimento petrolifero Opl 245. Secondo una ricerca condotta dal Resources Development Consulting (Rdc) la struttura fiscale data al contratto avrebbe permesso alle due corporation del petrolio di non pagare sei miliardi di dollari di tasse dovute allo Stato. Per multinazionali e Governo questo significa guadagni milionari. Per i nigeriani, invece, la perdita equivale a due anni di spesa pubblica del governo federale. Le multinazionali occidentali non sono responsabili solo dello sfruttamento delle risorse del territorio del Delta del Niger e dei relativi danni ambientali. Indirettamente sono anche una delle cause del crollo della spesa pubblica nigeriana in materia, ad esempio, di sanità e istruzione.

Un altro motivo che spinge i nigeriani a lasciare il proprio Paese sono le violenze del gruppo terroristico Boko Haram, attivo nel nord della Nigeria. Questa organizzazione estremista islamica ha condotto numerosi attacchi e attentati che sono costati la vita a oltre 58mila persone tra il 2011 e il 2019, costringendo centinaia di migliaia di nigeriani a fuggire dalle zone più colpite dall’azione di guerriglia del gruppo integralista e a fuggire in altre regioni del Paese o in quelli confinanti, come il Camerun

Numerose donne nigeriane arrivano in Italia dopo essere cadute vittima di tratta. Nel 2018 la Nigeria si trovava al 133esimo posto nella classifica dei 144 Paesi che rientrano nel Rapporto Mondiale sul Divario di Genere stilato dal World Economic Forum: un netto peggioramento rispetto al 2006, anno in cui si trovava al 94° posto. Negli strati sociali più poveri il 75% delle ragazze non va a scuola e nelle aree urbane il 51% delle donne non non riceve alcuna educazione. In questo contesto di povertà estrema moltissime ragazze vengono vendute dalle famiglie ai trafficanti, per finire a prostituirsi per le strade di Lagos (ottava città al mondo più pericolosa per le donne) o in qualche città europea. Molte si indebitano con i trafficanti per espatriare, convinte di poterli ripagare una volta trovato un lavoro nel Paese di destinazione, dove invece finiscono per essere costrette a prostituirsi.

Sfruttamento economico da parte delle multinazionali straniere, devastazioni ambientali, diseguaglianze sociali, attacchi terroristici, tratta di esseri umani: anche se in Nigeria non esiste una guerra dichiarata, le condizioni di vita della popolazione, soprattutto della parte più povera, bastano per spingere a migrare chiunque ne abbia la possibilità, o il coraggio. Chi fugge dalla Nigeria non viene in Italia a fare villeggiatura, a campeggiare a spese degli italiani, come Matteo Salvini ha dichiarato quasi due anni fa, e continua a dichiarare, in un clima da campagna elettorale permanente che ormai sembra la normalità nel dibattito politico italiano.

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martedì 17 agosto 2021

A Kabul finisce la jihad occidentalista; quelle donne abbandonate dagli USA ai talebani spiegano i nostri tempi - Gennaro Carotenuto

 

 

La tragedia della capitale afgana Kabul, che corre verso un nuovo 30 aprile, il giorno del 1975 quando fu evacuata l’ambasciata statunitense a Saigon, è un passaggio storico di prima grandezza, che pare chiosare un tempo più lungo del nostro presente. La narrazione neoconservatrice del nuovo secolo americano, figlia ancora del trionfo statunitense nella guerra fredda, fu declinata nel post-11 settembre 2001 nella teoria della esportazione della democrazia in punta di baionetta.

Donald Rumsfeld, il criminale di guerra da poco scomparso, impune come impuni sono rimasti George Bush jr, Tony Blair e i loro principali complici, tuonava che fosse necessario muovere guerra a 30-50 paesi per quel disegno che rispondeva alla logica del “pensiero unico”: la supremazia, economica, militare, etica, del maschio bianco occidentale sul pianeta. Guardando indietro, con pallidissime attenuazioni nell’era Obama, se sommiamo alle guerre conclamate le “covert action”, gli embarghi che anche in queste ore impediscono perfino l’arrivo di bombole di ossigeno ai popoli che si sostiene di voler salvare, e le rivoluzioni colorate, non andiamo lontani da quei numeri angosciosi. Se al contrario, e proprio l’imminente capitolazione del governo afgano lo dimostra, contiamo il numero di “democrazie esportate” il piatto (per i popoli) piange.

L’Occidente liberal-democratico, la Washington neoconservatrice, riteneva di potere, di avere il diritto-dovere, di imporre i propri valori. Valori da imporre attraverso una jihad occidentalista, una guerra santa che chiamarono “infinite justice”, giustizia infinita. A difesa di quella guerra santa fu schierato l’intero complesso mediatico mainstream. Per anni chiunque non si uniformasse a quella narrazione bellicista era accusato di essere complice dei terroristi, Osama Bin Laden e succedanei. Nonostante le stucchevoli commemorazioni di queste ore di quelli che si accomodano sempre dalla parte della ragione, per loro Gino Strada era un terrorista. E come Gino Strada erano per esempio terroristi tutti gli indigeni latinoamericani (ho memoria, non dimentico, non perdono), dai mapuche della Patagonia cilena ai movimenti contadini, quelli ambientalisti o per l’acqua pubblica in tutto il Continente, e i governi che quei movimenti osarono esprimere come risposta alla logica unicamente mercatista della democrazia, battezzata fin dal 1989 Washington consensus.

Sappiamo bene, lo sapevamo anche vent’anni fa, quando a milioni scendemmo in piazza contro quelle “guerre infinite” (anche noi, tutti terroristi e amici dei talebani o di Saddam Hussein) che dietro il millenarismo della “fine della storia” vi fosse poco più della cultura militarista e gli interessi multimilionari del complesso militare industriale e di quello, negazionista del cambio climatico, dei combustibili fossili. In quell’invasione, in quei duemila miliardi spesi nella quasi totalità in armi, come afferma Gino Strada nel suo testamento politico, non c’era altro. Men che meno vi erano le donne che si levavano il burka, buone per un po’ di comunicazione for export, per dare una mano di vernice progre a una tradizionale guerra coloniale. Colonialismo che, come è noto, ha sempre esportato la propria civiltà a fin di bene.

Se ci fosse stato altro, oltre all’infinita ipocrisia, non avremmo tradito le masse giovanili mediorientali, almeno in parte occidentalizzate, che si sollevarono nelle primavere arabe. Saremmo state dalla loro parte e non avremmo continuato a tenerci il sacco a vicenda con classi dirigenti vili, corrotte, violente, oscurantiste e all’uopo terroriste. La viltà di George Bush padre, che dopo la prima guerra del Golfo, tradì gli sciiti iracheni dopo averli indotti a sollevarsi contro Saddam Hussein, è stata in questi anni ripetuta su infiniti scacchieri. Quelle migliaia di uomini e donne afgani abbandonati nelle mani dei talebani, e che nella migliore delle ipotesi si trasformeranno in novelli “boat people” vietnamiti (oggi indesiderabili, ma questo è un altro tema), sono solo l’ultimo caso di un Sud globale che ormai sa che proprio chi crede alla retorica della democrazia occidentale sarà il primo a essere tradito da questa.

Eppure oggi sui giornali leggiamo l’ennesimo ribaltamento della realtà. Di fronte a quella che è una sconfitta esiziale tanto militare come politica degli Stati Uniti d’America (e a cascata dell’Europa) gli editoriali dei difensori a oltranza di una impresa indifendibile hanno il cattivo gusto di sostenere che, se vent’anni di intervento militare non sono bastati, allora oggi è giusto lasciare gli afgani (le donne afgane, sulle quali tanta retorica è costruita anche in queste ore) al loro destino. Come nelle narrazioni sul nostro Mezzogiorno, non siamo noi a essere scappati via col bottino, solo loro a essere irredimibili. E quindi, così come andammo generosamente ad aiutarli, così adesso li abbandoniamo al loro destino, restando sempre e comunque dalla parte della ragione.

Mi si consenta una chiosa che meriterebbe ben altra trattazione. Chi scrive coincide che una serie di fenomeni della nostra epoca, quelli sopra ricordati, il tramonto necessario dell’epoca dei combustibili fossili connessa al cambio climatico, la stessa pandemia del Covid, siano linee di faglia che attestano la fine di cinquecento anni di supremazia dello spazio nordatlantico e delle culture che vi insistono sul pianeta. Accade, è noto, in favore di quelle dell’Asia orientale, la Cina in primo luogo, il cinismo della quale è innegabile e indifendibile su innumerevoli scacchieri, incluso quello afgano. Se non è desiderabile, personalmente non lo desidero affatto, un “secolo cinese”, è innanzitutto necessario ammettere che il nuovo secolo americano non sia mai esistito se non negli interessi di pochissimi, quegli stessi che negli ultimi trent’anni hanno prodotto la più grande concentrazione di ricchezza della storia nello stesso Occidente, contribuendo in maniera decisiva a indebolirne i regimi democratici.

Una volta di più, come anche le commemorazioni per il ventennale di Genova hanno dimostrato, chi governava sbagliava (e non in buona fede) e chi protestava aveva ragione. Ma cosa sta facendo il mondo euro-americano per convivere in pace e democrazia, proprio sulla base dei propri valori, veri, presunti, millantati, in un mondo che o è multipolare o non sarà? Un altro Occidente, che ripudi la guerra, resta possibile e necessario

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Angela Merkel ha detto che “in Afghanistan abbiamo sbagliato tutto”: e quindi, tutto come prima?

Mario Draghi assicura “l’impegno di proteggere i cittadini afghani che hanno collaborato con la nostra missione”: e gli altri, le bambine e i bambini, le donne che torneranno a essere lapidate allo stadio?

dice Biden che il “nation building” (inteso come la ricostruzione del paese) e la «creazione di una democrazia centralizzata e unificata» non sono mai stati gli obiettivi della missione statunitense: come sempre, agli Usa interessa l’esportazione della (loro) democrazia (così si rubano, scusate, guadagnano miliardi di dollari), non la creazione della democrazia in quei paesi, ogni tanto anche un presidente dice la verità.

dice S. che “l’Italia non è il campo profughi d’Europa!”: è un disco rotto, come quasi tutti

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sabato 22 maggio 2021

Portico d’Ottavia - Giovanni Iozzoli

E’ all’ombra delle fosche tragedie globali, che di solito si consumano le tragicommedie italiane. Anch’esse, alle volte, assumono risvolti drammatici (pensiamo alla stagione dello stragismo di Stato durante la guerra fredda), ma il più della volte forme ed esiti delle vicende italiane, si collocano nel campo del grottesco. Come per una vocazione nazionale, o una misteriosa inerzia che spinge in quella direzione. In questo senso, la foto di gruppo sul palco della lobby israelita romana, quello su cui l’intero ceto politico italiano, il 12 maggio, si è arrampicato scompostamente, quasi sgomitando, sotto l’egida della gloriosa bandiera israeliana, è anche una foto d’epoca, a suo modo. Potrebbe finire nei libri di scuola del futuro – di una scuola finalmente matura, formativa e consapevole – nel capitolo sulla crisi italiana di inizio secolo; la didascalia direbbe: questa era la classe dirigente italiana di allora, quelli che governavano insieme e insieme corsero in aiuto del più forte, dell’oppressore, dell’invasore, sorridendo e stringendosi tra loro. Gli studenti del futuro (più attrezzati di quelli odierni) si stupiranno: ma come? Si schierarono tutti dalla parte dell’invasore?

Non potranno capire, quei ragazzi, come sia stato possibile che, nell’Italia del 2021, la distruzione di Gaza City, sia stata raccontata a reti unificate come una proterva aggressione palestinese. Neanche Goebbels nel ’39 ebbe il coraggio di dire ai tedeschi che la Polonia minacciava la sicurezza della Germania.

Per molti politicanti schierati su quel palco, a Portico d’Ottavia, quel tipo di collocazione è stata assunta in modo inconsapevole, automatico, come fosse una postura naturale. Non è il frutto di una discussione politica, di una riflessione, di una scelta di campo ponderata. E del resto in quali sedi sarebbe potuto maturare un eventuale dibattito? I partiti si sono squagliati e le istituzioni rappresentative sopravvivono come feticcio o simulacro. Questo ceto politico non ha conosciuto altro che quel tipo di posizionamento. E’ gente cresciuta in seno all’ortodossia euro-atlantico-sionista, quella in cui il fascio di interessi denominato “Occidente” non presenta più divaricazioni o alternative al suo interno. E’ un fascio compatto, monocromatico.

Foto d’epoca, dicevamo, Salvini, Letta, Meloni e vario sottobosco umano, che petto in fuori impugnano la bandiera bianca e celeste, sotto l’occhio soddisfatto e ammiccante dei dirigenti della rappresentanza sionista in Italia. Immagini storiche, a loro modo, in grado di restituire il sapore di un’epoca – tanto quanto le vecchie foto sgranate degli squadristi in camicia nera, con fez e pantaloni a sbuffo, testimoni viventi dell’epopea gaglioffa e criminale del ventennio; o la foto del Presidente Leone che mostra le corna agli studenti, simbolo di un’Italietta marcia, antica e profonda; o l’istantanea di un Craxi livido e incredulo, che esce dall’Hotel Raphael sotto una pioggia di monetine, mentre crollano gli scenari di cartapesta della Prima Repubblica. Foto gallery antropologica di un paese indecifrabile.

Ah, ecco, giusto: Bettino Craxi. Qualcuno farà mai leggere a quel timido ectoplasma di Enrico Letta, il testo del discorso che l’allora presidente del Consiglio pronunciò alla Camera il 6 novembre del 1985, dopo lo strappo di Sigonella e il caso Achille Lauro – un discorso in cui il Presidente del Consiglio italiano rivendicava il diritto alla lotta armata per il popolo palestinese, paragonando la resistenza araba al nostro Risorgimento? Povero Letta, rimarrebbe a bocca aperta. Che razza di Italia era? – si chiederebbe allibito l’ectoplasma. Era un’Italia altrettanto atlantista, guidata da un Presidente del Consiglio anticomunista, che però qua e là, in politica estera, si prendeva anche la responsabilità di assumere posizioni autonome: perché alle spalle c’era un’idea repubblicana di interesse nazionale – evitare che l’Italia diventasse un campo di battaglia geopolitico, tutelare le linee di approvvigionamento energetico e le reti di commercio internazionale –, dentro un paese ancora vivo, giovane, che discuteva (non ossessivamente solo di vaccini), un paese che si divideva, dibatteva, articolava le sue posizioni. E un ceto politico che allora molti noi osteggiarono (a morte) ma che oggi giganteggia, davanti all’immagine degli eroi di Portico d’Ottavia, coraggiosamente schierati dalla parte dei bombardieri.

E quella foto Letta-Salvini-Meloni, come potremmo chiamarla, per conservarla degnamente nel pantheon bislacco e vigliacchetto della storia patria? La foto di Portico D’Ottavia? No, finiremmo per nobilitarla con accostamenti classicheggianti. Battezziamola piuttosto: foto della Ripresa e Resilienza; si, così, con la denominazione pomposa che hanno affibbiato al loro piano bipartisan di distribuzione di soldi pubblici alle lobbies private. I posteri rideranno della totale incongruenza della didascalia, rispetto alle facce di quella ciurma di sopravvissuti. Perché si capisce bene che l’unica cosa davvero resiliente è il caparbio attaccamento di costoro ai brandelli residui del loro potere – ormai ampiamente commissariato da centri di comando extra-nazionale o extra-istituzionale.

Hanno voglia a mettersi in posa. Non rappresentano più niente. Sono solo utili idioti o sbiadita tappezzeria di quelli che comandano davvero. Nessuno – americani o israeliani – ha bisogno della loro approvazione. Probabilmente, il criminale di guerra Netanyahu non ricorda neanche il nome o la faccia di Salvini, nonostante il piccolo padano esibisca sempre orgoglioso la foto con Bibi. Israele non ha mai avuto bisogno di alibi democratici: rappresenta l’Occidente e agisce senza fronzoli e ipocrisie; gli bastano i carri armati le batterie antimissile.

A proposito di missili: non piacciono a nessuno, e forse non piace neanche Hamas; ma chi ha un po’ di residua onestà intellettuale deve riconoscere che è solo grazie a quei missili che esiste ancora una “questione palestinese”. Sono i missili a tenere aperta la ferita. Fosse per i cantori della pacificazione – quelli che siedono a Washington, Bruxelles, Riad o al Cairo – l’assimilazione coloniale delle terre di Palestina sarebbe già compiuta da tempo. Se settant’anni di resistenza e speranza antisionista, sono ormai affidati a qualche migliaio di Qassam, la colpa non è dei palestinesi, ma dei traditori d’Oriente e d’Occidente che li hanno da tempo condannati a uscire dalla storia.

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martedì 12 giugno 2018

ANIMAL FARM: ZOOLOGIA DEL NUOVO GOVERNO (l’animale politico e il politico animale) - Gian Luigi Deiana



il momento è quello che è, sia che lo si veda come la benefica fine di una pacchia (salvini sui migranti) sia che lo si veda come la quiete prima della tempesta (fine del quantitative easing e di draghi alla bce); quindi è necessario ostinarsi a giudicare non sulla base della prevenzione soggettiva ma sulla base dei fatti oggettivi; però, con questa precondizione tassativa: la vigilanza è un dovere etico e quando si hanno elementi per giudicare non ci si può astenere dal farlo;
il nuovo governo ha superato il primo vaglio formale, il voto di fiducia; ma già prima di questo è stata piazzata senza preavviso una segnaletica direzionale, riguardante i diritti; questo passo non è stato compiuto dal capo del governo ma ciascuno per la sua parte dai due vicepresidenti, in fregola di un proprio personale biglietto da visita; poiché la figura del capo del governo è stata definita in modo impeccabile da vittorio sgarbi, con la didascalia “lei è il vicepresidente dei suoi due vicepresidenti”, e poiché il suo biglietto da visita è già tutto nel suo curriculum e nel suo sorriso durbans, è bene per amor di patria passare subito a questi due vice;
poiché la riduzione zoologica dei comportamenti umani è sempre un utile modello di spiegazione, da esopo a walt disney, i due vicepresidenti possono essere indicati come la cicala e lo scardafone, il lupo e l’agnello ecc., col rischio però di offendere queste povere bestie; di conseguenza è bene attenersi a un modello più filosofico e più letterario, quelli del vecchio aristotele e del grande orwell, e chiamare i due vice rispettivamente ali di burro e palla di lardo;
secondo aristotele la condotta di tutte le comunità animali è mossa da tre fattori: l’istinto, la gregarietà e il soddisfacimento; nell’uomo questi tre fattori sono potenziati ed elevati di grado, rispettivamente nella forma della razionalità, della socialità e della felicità, e per poter conformare la propensione dei singoli a questo codice comune l’animale umano ha elaborato una attitudine specifica, la politica; di qui l’uomo non è più semplicemente un animale sociale, ma è per sua specifica natura un animale politico: razionale, socievole, proteso alla felicità;
tuttavia la razionalità non rimuove l’istinto, la socialità non rimuove la gregarietà e il desiderio di felicità non rimuove la voglia di predazione: in sintesi, la politica non rimuove la bestialità, anzi la può potenziare a livelli mostruosi e dai tempi del serpente, della mela di eva e della bugia di adamo lo fa incessantemente;
nella miserevole condizione italiana, e grazie alla totale evanescenza del cosiddetto presidente del consiglio, possiamo ridurre lo schema aristotelico ai due vicepresidenti, ottenendone il caso di scuola di questa indissolubile accoppiata, la politica e la bestialità praticamente allo stato puro: di majo come animale politico e salvini come politico animale; e quindi cinquestelle come aspirazione virtuale e lega come brutalità reale;
chi ben comincia vede già metà dell’opera, ma chi comincia male la può vedere praticamente compiuta: il ministro del lavoro ha cominciato “soft” con la conclamata sensibilità ai fattorini in bicicletta dei pasti di ristorante, benché lo scoop gli fosse stato bruciato una settimana prima dal sindaco di bologna; il ministro dell’interno ha invece iniziato “hard” con tre spudorate invasioni sulla politica estera: alleanza col razzista ungherese orban, insulto all’unico paese nordafricano che collabora ai rimpatrii, ed opposizione dura alla riforma del trattato di dublino sulla condivisione del problema dell’immigrazione; con perfetto tempismo ha poi dettato l’epitaffio del governo italiano sulla tomba di un giovane immigrato del mali, assassinato con una fucilata il giorno prima della fiducia: “è finita la pacchia”;
poiché la disparità di peso specifico fra i due vicepresidenti è già immediatamente evidente, e per questi aspetti ormai irreversibile, la ricerca di una spiegazione obbliga a prendere atto del fatto che mentre butterfly si è mosso con le sue ali di burro per sorridere ai riders e cominciare a imbastire qualche filo sul tema del lavoro, palla di lardo si è mosso con gli scarponi chiodati per marcare tutto il territorio ghignando e ringhiando: qui è la differenza zoologica tra un animale politico e un politico animale, tessere fili o marcare il territorio, e poiché questa alternativa trascina la propensione dei cittadini a tessere o a pestare è indispensabile prenderne atto;
ma è ancor più indispensabile individuare il trucco che consente a questo rozzo incantesimo di immobilizzarsi nell’aria; il trucco di un incantesimo sta sempre nella formula magica e in questo caso sta ovviamente nel cosiddetto “contratto”: ma attenzione, non per le cose che il contratto promette di fare, capitolo a sua volta pieno di legittime fumisterie e di imbrogli (lato “politico” del contratto), quanto piuttosto per le cose illegittime che il contratto “non” vieta che siano fatte (lato “animale” del contratto); se il contratto vietasse a ogni singolo ministro di pregiudicare l’azione di altri ministeri o dell’intero governo, e di lanciare con questo messaggi preventivi, obliqui e violenti all’opinione pubblica, salvini sarebbe già obbligatoriamente in castigo a scrivere “pacchia” e altre sconcezze dietro la lavagna; ma poiché in un contratto ciò che “non” è vietato è permesso egli si è letteralmente preso “tutta” la lavagna e ci scrive sopra tutte le schifezze proprie della sua consapevole e meditata regressione bestiale;
le controprove non sono all’ordine del giorno, sono all’ordine dell’ora; il ministro dell’interno ha dettato la logica della flat tax senza che il ministro dell’economia abbia ancora messo il culo sulla sua poltrona; il ministro dell’interno ha imposto la scenografia della propria sedia vuota all’atto del surreale voto di fiducia alla camera, mentre il suo omologo butterfly si prestava penosamente a coprire le gaffes del presidente; e chi, tra i due vicepresidenti titolati, butterfly e palla di lardo, presiederà la prima riunione del consiglio dei ministri in assenza del presidente durbans, in volo per il g7? naturalmente lui, palla di lardo; bel consiglio dei ministri, dove i più importanti tra essi agli occhi del mondo (il presidente, il ministro degli esteri e il ministro dell’economia) sono ridotti alla stregua delle tre scimmiette senza che quasi nessuno conosca in italia il loro nome;
ovviamente se i tre principali attori di governo (presidenza, esteri, economia) si riducono alla stregua delle tre scimmiette, la frenesia di marcamento del territorio non può che dilagare: vedi il ministro della famiglia fontana (‘la famiglia arcobaleno non esiste’), vedi il governatore zaia (‘siamo razzisti contro chi non ci permette di vivere come prima’) ecc.; nella prospettiva di questa elevazione morale sta il cuore religioso del politico animale, la soluzione finale del problema migranti: allearsi con orban; allearsi con orban significa impedire il principio della distribuzione equilibrata tra i paesi dell’unione; non volere una distribuzione equilibrata significa volere piena licenza sui respingimenti in mare;
si poteva concedere ad ali di burro una chance sulla sua conquista al palazzo del minotauro, ma purtroppo ha finito per allearsi proprio con lui, la bestia; ora arriva l’estate, e quelle ali stanno per sciogliersi al sole delle spiagge, nel frastuono delle ronde e delle botte ai venditori di chincaglieria di strada;
sembra che il partito di palla di lardo, in forza di questa esibizione di gomiti, stia aumentando vertiginosamente i consensi; in un vecchio film western clint eastwood sibilò a un chiassoso gradasso: “mi piacciono quelli come te, perché quando cadono fanno molto rumore”.