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giovedì 22 gennaio 2026

La sfiducia verso gli altri mondi - Raúl Zibechi

Occasionalmente, anche se raramente, troviamo echi nel modo in cui vediamo il mondo, e in particolare, il nostro mondo. Una recente intervista sul sito Comune, condotta da Gianluca Carmosino con l’antropologa italiana Stefania Consigliere, è particolarmente stimolante. Intitolata “Perché è difficile riconoscere nuovi mondi?“, presenta una prospettiva interessante.

L’antropologa sostiene che altri mondi, o mondi nuovi, esistano già, anche se appaiono disorganizzati e imperfetti. Individua due ragioni che ci impediscono di vederli, riconoscerli e dare loro l’importanza che meritano. La prima è “lo sguardo coloniale”. A suo avviso, “se un mondo non è tecnologicamente avanzato, ad esempio, o non ha una struttura sociale come la nostra, è un mondo un po’ selvaggio, meno desiderabile e primitivo”. Si tratta di un’“arroganza coloniale” che non è affatto esclusiva dell’Europa o del Nord del mondo, ma è atteggiamento consueto tra la sinistra e gli accademici latinoamericani, che tendono a guardare con distacco e disprezzo le iniziative provenienti dal basso e dalla sinistra. Una riflessione che condividiamo.

Il secondo tema affrontato riguarda “l’approccio eroico all’idea di cambiamento”, ereditato dalla nozione tradizionale di “rivoluzione come presa del potere, con il momento magico escatologico nel quale finalmente arriviamo alle leve del comando e dirigiamo la macchina dove ci piace…”. Riesce a collegare la presa del potere statale con “la tentazione del dominio”, che, secondo l’autrice, risulta essere l’aspetto meno esplorato dei movimenti antisistemici.

Credo che entrambe le riflessioni siano molto importanti, a patto che riusciamo ad accoglierle come un nostro problema e non come un problema altrui, lontano da noi. Tutti noi che sosteniamo lo zapatismo abbiamo sperimentato persone di sinistra e di altri movimenti che alzavano le spalle quando raccontavamo loro di aver partecipato a un incontro e di aver condiviso le nostre esperienze con i compagni, o che stavamo sostenendo la costruzione di un ospedale, di una scuola o la distribuzione di caffè biologico. L’immagine eroica degli operai bolscevichi che entrano nel Palazzo d’Inverno sembra davvero importante, mentre partecipare a un evento per ascoltare e imparare sembra secondario, quasi irrilevante.

Una citazione della scrittrice Simone Weil nell’intervista sopracitata riassume questo atteggiamento avanguardista di non ascolto: “… l’attenzione è la più alta e rara delle virtù. Quindi stare attenti, stare in ascolto, sentirsi, anziché performare”. Questi sono i passaggi preliminari necessari per intraprendere azioni profonde e, quindi, durature. L’immagine della presa del potere come ingresso al palazzo è diventata una cartolina, un’immagine che racchiude le idee semplicistiche di rivoluzione che hanno così profondamente permeato l’immaginario della sinistra mondiale. Tutto ciò che non si allinea con questo è quasi una perdita di tempo.

Un grosso problema di questa sinistra è che decontestualizza il prima e il dopo del benedetto binomio “rivoluzione = presa del potere”, isolando quell’evento e trasformandolo in un paradigma di ciò che è desiderabile, dell’unica cosa che ha veramente valore. Ma quel passo è sempre stato preceduto, in ogni caso, da migliaia di piccole azioni che non sembravano importanti, né si sapeva che potessero portare ad azioni più grandi. Un fornaio indipendentista catalano scrisse delle centinaia di forni per il pane di Barcellona, ​​che lavoravano tonnellate di farina ogni giorno per mano di migliaia di persone, come un importante antecedente alla rivoluzione di Barcellona del 1936, seguita al colpo di stato di Franco.

Sono appena tornato dal Perù, dove ho avuto una lunga conversazione con uno dei consulenti più esperti dell’organizzazione amazzonica AIDESEP (Associazione Interetnica per lo Sviluppo della Foresta Pluviale Peruviana), che riunisce quasi 2.500 comunità in nove federazioni. Abbiamo parlato a lungo dei 15 governi autonomi che altrettante comunità hanno creato a causa dell’impossibilità di dialogo e negoziazione con il governo di Lima. Quando gli ho chiesto perché i popoli indigeni delle Ande, Quechua e Aymara, non abbiano intrapreso un percorso simile, il suo racconto mi ha sorpreso. La CONACAMI (Confederazione Nazionale delle Comunità del Perù Colpite dall’Attività Mineraria), che rappresentava più della metà delle sei comunità andine del Paese, ha iniziato a discutere la possibilità di adottare un’identità indigena, poiché fino ad allora le organizzazioni si identificavano solo come contadine. Adottare un orientamento indigeno significava rompere con la tradizione di mobilitarsi per rivendicare qualcosa dallo Stato, poiché non riuscivano a concepire altra opzione che negoziare per ottenere risorse. La posizione indigena fu sostenuta, tra gli altri, dal nostro compagno Hugo Blanco. Tuttavia, i partiti di sinistra peruviani si rifiutarono di consentire questo passo, perché ritenevano di perdere il controllo della “loro” base, rigorosamente controllata dalle gerarchie di partito e da movimenti come il PCC (Confederazione Contadina Peruviana). Usarono la minaccia di tagliare i finanziamenti al movimento attraverso le ONG da loro controllate come ricatto, riuscendo così a bloccare questo passo storico che avrebbe condotto i popoli andini verso percorsi più vicini alla costruzione dell’autonomia.

Sollevo questa questione perché sento che, oltre allo sguardo coloniale e alla visione eroica dei cambiamenti che analizza Consigliere, ci sono gli interessi personali e politici meschini di coloro che vivono a scapito dello sforzo dei popoli e usano la loro influenza per ottenere qualche tipo di vantaggio.


Pubblicato su Desinformemonos con il titolo La desconfianza de la izquierda hacia los mundos otros

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mercoledì 26 aprile 2023

La militarizzazione dei beni comuni - Raúl Zibechi

 

Alcuni fatti molto recenti che si sono verificati nel continente latinoamericano rappresentano un giro di vite nella militarizzazione dei beni comuni, per via legale o di fatto, ad opera dei governi e delle loro forze armate o di gruppi armati irregolari che agiscono liberamente quando gli Stati lo consentono.

La scorsa settimana si è appreso che il governo argentino, attraverso lo Stato Maggiore delle Forze Armate, ha annunciato otto piani di intervento militare che prevedono la militarizzazione di aree con risorse naturali e spazi sovrani, come Vaca Muerta[1] (il più grande giacimento di idrocarburi dell’Argentina) l’Atlantico del Sud e le zone di estrazione del litio. In questo modo, sostiene l’agenzia di stampa Tierra Viva che ha diffuso la notizia, il governo impiega risorse militari per proteggere l’attività svolta dalle multinazionali.

Questa è solo l’ultima di una lunga serie di militarizzazioni, che vanno da quelle messe in atto dai governi del Messico e del Venezuela a quelle adottate dai governi del Perù e del Cile. Questi ultimi si sono recentemente contraddistinti per la violenza indiscriminata contro la popolazione aymara e quechua del Sud peruviano (Dina Boluarte) e per il massiccio coinvolgimento delle forze armate nella difesa delle imprese forestali di fronte al popolo mapuche (Gabriel Boric).

Il governo brasiliano di Jair Bolsonaro aveva consegnato il controllo dell’Amazzonia alle forze armate, che la proteggono fin dai tempi della dittatura militare (1964-1985), ma ora il governo di Lula da Silva sembra deciso a rinnovare la licenza ambientale all’impianto idroelettrico di Belo Monte, una gigantesca diga in territorio amazzonico che ha causato una grave crisi umanitaria e ambientale in una delle regioni più ricche di biodiversità della più grande foresta pluviale del pianeta.

Secondo Silvia Adoue, insegnante presso la scuola Florestan Fernandes del Movimento Sem Terra, Lula ha deciso, dopo un incontro con le forze armate, di destinare il Fondo per l’Amazzonia all’aumento della presenza della Polizia federale e della Polizia stradale nazionale in territorio amazzonico; ha deciso inoltre che i crediti di carbonio siano investiti nella sorveglianza della regione da parte delle forze armate, le quali verrebbero meglio equipaggiate per svolgere questi compiti.

Non si fa menzione della possibilità di ridurre l’estrazione di minerali dall’Amazzonia. Adoue conclude, in una sua comunicazione personale, che l’avidità risvegliata nella società nel suo insieme dalla domanda di minerali per l’industria 4.0 crea un nuovo individualismo estrattivista che contamina tutte le relazioni.

La militarizzazione delle risorse naturali (beni comuni per la vita dei popoli, secondo noi) per favorire il loro sfruttamento da parte delle multinazionali è diventata una caratteristica strategica del capitalismo neoliberista in questa fase di estrema violenza.

La responsabile del Comando Sud degli Stati Uniti, generale Laura Richardson, ha sottolineato l’importanza dei beni comuni latinoamericani per il suo paese e ha posto l’accento sul Triangolo del litio (Argentina, Cile e Bolivia), sull’oro del Venezuela e sul petrolio in Guyana; ha ricordato inoltre che il 31% dell’acqua dolce mondiale si trova nella regione. Per tutti questi motivi, ha concluso, gli Stati Uniti hanno molto da fare in questa regione.

Nella loro competizione con la Cina, gli Stati Uniti devono subordinare ancora di più il loro ‘cortile di casa’, in modo analogo a ciò che avviene con l’Europa, sebbene con caratteristiche diverse. Come fornitori storici di materie prime, dobbiamo continuare a muoverci in questa direzione subordinando la sovranità delle nazioni alle esigenze dell’impero. Di che impero si tratti, è necessario chiarirlo.

Se la militarizzazione ha un carattere strutturale, ciò significa che, per i popoli indigeni e i settori popolari, nelle aree in cui opera l’alleanza tra militari e multinazionali i diritti e la legalità costituzionale vengono menoDi conseguenza, appellarsi a quei diritti ha senso solo in termini di propaganda, per mostrare che le regole definite dal sistema non vengono osservate. Ma sarebbe molto irresponsabile costruire strategie sulla base di diritti che non saranno rispettati.

Per questo dobbiamo rispondere all’interrogativo su come difendere i beni comuni dalla guerra contro i popoli e contro la vita. Si tratta in realtà di uno dei compiti più complessi che ci attendono, perché non ci sono precedenti, dal momento che la svolta militarista del capitalismo e il sequestro degli Stati da parte del capitale finanziario hanno modificato le regole del gioco.

I popoli riuniti nel CNI (Congresso Nazionale Indigeno) e nell’EZLN (Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale) hanno messo in atto la resistenza civile pacifica, che ha enormi costi di logoramento per le comunità e una grande virtù: è volontà dei popoli non entrare in una guerra che può solo giovare al capitale.

Nel corso di questo mese il CNI effettuerà una lunga carovana attraverso vari Stati del sud, che si concluderà con un incontro internazionale a San Cristóbal de las Casas, con lo slogan: Il Sud resiste! Affiancare la carovana è uno dei compiti necessari per passare dall’indignazione di fronte a tanta rapina all’azione collettiva per la difesa della Madre Terra e dei popoli che la abitano.

Fonte: “Extractivismo rima con militarismo”, in La Jornada

Traduzione a cura di Camminardomandando.


[1] Sull’estrattivismo a Vaca Muerta si veda in comune-info.net: “Vaca Muerta, la frontiera estrattiva”.

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lunedì 12 settembre 2022

OSTACOLATO MOVIMENTO


In un mondo che vive di relazioni impostate sul confine, abbiamo la necessità di parlare di come il confine stesso si evolve, e come viene vissuto da chi lo rafforza, da chi lo combatte, da chi lo rende fluido, da chi se ne appropria facendone una parte di sé.

Abbiamo la necessità di raccontare che, mentre l’interconnessione globale permette di portare i confini della propria comunità di appartenenza come parte del bagaglio di viaggio, con i migranti che in tutto il mondo possono continuare a vivere attivamente più luoghi (se non fisici, sicuramente culturali e politici), assistiamo ancora alla tendenza a rafforzare, militarizzare e brutalizzare linee di demarcazione che dovrebbero e potrebbero essere ogni giorno meno visibili.

Abbiamo la necessità di raccontare le barriere e i muri che impediscono fisicamente il movimento, la migrazione, l’accesso alle risorse e la sostenibilità sociale.

Abbiamo scelto di raccontare il muro della vergogna di Lima, barriera tutta interna a una città e a un paese in cui la sperequazione sociale ed economica bolla, spesso incondizionatamente, la vita di migliaia e milioni di persone. Abbiamo scelto di raccontare le barriere tra Botswana e Zimbabwe, caso non isolato nella regione, che bloccano il movimento di animali e persone migranti, in controtendenza con l’integrazione di territori naturali da proteggere per il bene di tutti e tutte. Abbiamo scelto di raccontare il muro della Cisgiordania, da anni strumento di separazione e colonizzazione nei confronti di un popolo che si vede limitare l’accesso alle risorse naturali.

Abbiamo scelto di raccontare i muri e le barriere del mondo, per sostenere le pratiche e le esperienze reali che seguono processi sociali, economici e storici opposti a quelli che vedono e vogliono l’esistenza di quei muri.

 

Lima – Muro della vergogna

43 distretti, 10 milioni di abitanti, e un muro di 10 chilometri che se ci sbatti il muso non ti permette più – se mai ci fossi riuscito – di far finta di non vederlo, quel confine evidente in tutta la metropoli. Lima, il miraggio di una vita più serena, la grande città dove trovare lavoro e costruirsi un’esistenza per qualcuno impossibile da immaginare nei villaggi di provincia. La provincia, prima invasa e saccheggiata dagli imperi europei, oggi stritolata da compagnie minerarie. In mezzo, il periodo En la boca del lobo – come recita uno dei film più importanti prodotti in Perù nel 1988 per la regia di Francisco Lombardi – tra le minacce dei guerriglieri terroristi di Sendero Luminoso e della repressione governativa che non guardava in faccia a nessuno.

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Botswana-Zimbabwe: l’uomo e l’ambiente

Due storie diverse, separate da una linea – una tra le tante che segnano le mappe del continente – che arbitrariamente attraversa territori comuni agli allevatori e, soprattutto, al bestiame. E sono proprio gli animali – il bestiame da reddito destinato alle esportazioni, così come la fauna che popola gli ambienti naturali – che sembrano essere al centro di questa vicenda: per raccontare la gestione delle zone di confine tra Botswana e Zimbabwe (ma anche, ampliando lo sguardo, Namibia, Zambia e Sudafrica) non si possono non tenere in conto le relazioni tra bestiame allevato e selvatico, e tra uomo e ambiente, insieme alle dinamiche migratorie prettamente umane. Parliamo infatti di una regione caratterizzata dalla presenza (e dall’ampliamento) di parchi naturali e zone protette transfrontaliere, tra cui quella dell’Okavango-Zambesi. Ampie zone, quindi, in cui la protezione delle specie animali selvatiche da un lato, e dei bovini allevati per l’esportazione dall’altro, rappresenta evidentemente una priorità politica.

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Palestina – Mauer macht frei

Oltre 700 chilometri per separare, segnare una distinzione netta tra un noi e un loro, ma anche per separare città, villaggi e comunità più o meno grandi le une dalle altre, e ognuna dalle proprie risorse idriche e agricole. Checkpoint, torrette, filo spinato e otto metri di cemento per proteggere quel noi dagli attacchi di quel loro, un confine militarizzato la cui necessità di protezione nasce con la sua stessa costruzione, in quello che potrebbe sembrare un paradosso politico, ma che rappresenta uno dei concetti chiave nella sostanza delle relazioni internazionali dalla guerra fredda in giù.

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https://ogzero.org/studium/barriere-e-ostacoli-impediscono-il-libero-movimento-delle-persone/