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domenica 22 dicembre 2024

Rojava sotto attacco! - Matteo Saudino

 



Ricordiamoci di Rojava! - Gianni Tognoni

E se fosse proprio in questo nome, che si trova assolutamente a stento nelle cronache che in questi giorni sono impegnate a fornire le più diverse letture degli scenari del Medio Oriente, che occorre cercare una delle chiavi di lettura più di fondo di quanto sta succedendo?

Rojava è il nome di una “rivoluzione delle donne” che è stata protagonista prima della resistenza, e poi della sconfitta definitiva dell’Isis in anni che sembrano lontanissimi, dal 2014-2015. La storia di quel tempo e di quella vittoria riconosciuta come strettamente kurda, al di là del parziale supporto aereo degli Usa, e come allo stesso tempo prodotto e nuovo inizio di un processo di democrazia radicale, ha una letteratura internazionale a supporto e, in Italia, è stata oggetto di pubblicazioni anche recentissime, di grande successo, di Zero Calcare. Con Afrin e Kobane, le città-simbolo, Rojava costituisce di fatto il punto di riferimento, culturale oltre che politico, di infiniti gruppi, con fortissimo protagonismo di donne, che hanno visto nella società creata nel Nord Est della Siria un indicatore, incredibile per la sua concretezza, di un cammino nuovo della storia. La perfetta condivisione di responsabilità di uomini e donne a tutti i livelli, compreso quello militare (rimasto obbligatorio anche dopo la sconfitta dell’Isis, per gli attacchi mai interrotti e ora ad altissima intensità della Turchia) è senza dubbio, non solo per quei paesi, l’aspetto più evidente. Combinata però con l’originalità strutturale, provocatoria, della sperimentazione di un modello di democrazia sostanziale che viene applicato in tutti i settori, dall’economia, alla sanità, alla scuola, alla giustizia, pur in condizioni permanenti di precarietà: qualcosa che non nasce dal nulla, ma ha radici nel pensiero di Öcalan, leader indiscusso delle lotte per il diritto alla autodeterminazione del popolo kurdo, prigioniero da decenni, in isolamento assoluto e incomunicato nella prigione turca dell’isola di Imrali.

Nelle mappe che in questi giorni si sono moltiplicate per dare nomi e luoghi di vita alla frammentazione delle tante minoranze, etnie, popoli, realtà della Siria (Alevis, Armeni, Yazidi, Drusi, Assiri…), la Amministrazione Autonoma del Nord-est, riconosciuta a livello internazionale con questo nome, rappresenta di fatto uno dei fili conduttori più di fondo per comprendere che cosa è in giocoIl silenzio, che è di fatto una cancellazione di questa centralità, è il segnale più preoccupante della direzione che ci si può attendere o, meglio, temere. Alla dittatura che si è ‘dileguata’, più che essere sconfitta, con l’appoggio-collaborazione della Turchia (e l’intervento massiccio di Israele, distruttivo di tutto l’apparato militare) non è previsto, anzi è decisamente proibito, che possa succedere un tempo che abbia all’ordine del giorno il riconoscimento di un destino di civiltà per i popoli che hanno un loro progetto. Anche e soprattutto di quello kurdo, che è la dimostrazione indiscutibile che ‘si può fare’: anche e soprattutto in quell’area, in cui la versione ufficiale della storia sembra dipenda prevalentemente da ideologie travestite da ‘regimi’ religiosi, più o meno funzionali a strategie di poteri globali.

Non ha senso giocare a fare gli indovini su una situazione talmente imprevista per la forma che ha preso, e che ha rimesso in discussione tutti i disequilibri già esistenti. L’obiettivo di questo pro-memoria è molto limitato, e accorato: chiedere, a tutti, in tutti i modi, di non cancellare, nascondere, distruggere nel silenzio connivente della comunità internazionale una rara esperienza di civiltà come Rojava. È lo stesso destino che si cerca di ‘assegnare’ al popolo palestinese: e il popolo di Rojava è più piccolo, poco noto, parte di vecchissime e rinnovate divisioni-trattati coloniali che non si può nemmeno pensare di toccare.

In gioco è qualcosa di più profondo e grave: consolidare e rendere normale la decisione di fare della storia una partita a scacchi dei poteri statali, economici, militari di turno. Non importa con quali forme di dittature: le mosse che si devono fare prescindono dai loro costi umani, che sono obsoleti come categoria obbligatoria di riferimento. Si possono-debbono includere nelle cronache come descrittori, da sommare giorno per giorno, con la sola attenzione di mimare attenzione stratificando le vittime per donne e bambini: effetti indesiderati e inevitabili. Nulla di nuovo. Neppure per le centinaia di migliaia (per la Siria, da tempo, milioni) di migranti più o meno affidati a ‘flussi’ che fanno sempre più parte di considerazioni di mercato. Su tutto, trasversalmente, Erdogan insegna ed è rispettato.

Nonostante tutto: ricordiamoci di RojavaCome tutti i popoli che sperimentano vita, sono loro che diranno, sopravvivendo o meno, da che parte siamo andati anche noi, che non possiamo essere solo spettatori rassegnati.

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mercoledì 5 giugno 2024

Sepolti in carcere i difensori di Kobane: nel silenzio dell’Occidente - Laura Schrader

 Il 16 maggio un tribunale di Ankara ha emesso la sentenza nel processo per il “caso Kobane”. Il verdetto distribuisce a 24 esponenti del partito HDP centinaia di anni di carcere per aver agito ai fini della distruzione dell’unità dello Stato e dell’integrità del Paese e per numerosi altri reati, omicidi compresi. Agli ex co-presidenti del partito, Selahattin Demirtas e Figen Yuksegdag, spettano rispettivamente 42 anni e 5 mesi e 30 anni e 3 mesi anni di carcere. Pene tra 9 anni e 22 anni e 5 mesi per gli altri imputati, tra i quali la sindaca di Diyarbakir (12 anni) e il sindaco di Mardin, Ahmet Turk, ex parlamentare, figura storica della resistenza democratica kurda, oggi ottantunenne (condannato a 10 anni). Si conclude così un processo iniziato il 20 settembre 2018 e sviluppatosi nel corso di 83 paradossali udienze: apertamente violato o negato il diritto alla difesa, aula invasa da agenti di polizia, arrestato il presidente del tribunale per attività criminale, testimonianze segrete. Alcuni dei condannati erano già in carcere, come Selahattin Demirtas e Figen Yuksegdag, reclusi dal novembre 2016 per propaganda terroristica e insulti al presidente Erdogan. Quali e quanti strumenti avrebbero consentito una così cospicua attività criminosa? Secondo i giudici soltanto uno: Twitter.

Questi i fatti.

Era il 6 ottobre 2014. I blindati dell’Isis assediavano la città kurdo-siriana di Kobane, al confine con la Turchia. L’esercito iracheno era fuggito senza combattere regalando al nemico i propri armamenti. L’orda nera aveva conquistato la piana di Ninive e sterminato il popolo Yazidi sul monte Shengal (Sinjar). Kobane era la porta per arrivare a unire sotto il califfato il Nord dell’Irak con il Nord-Est della Siria. Staffan de Mistura, inviato dell’Onu in Siria, lanciava un appello: «Kobane è sotto assedio da tre settimane. Gli abitanti sono kurdi e si difendono tutti con grande coraggio. Adesso però sono molto vicini a non farcela più. Combattono con armi normali mentre l’Isis ha carri armati e mortai. La comunità internazionale li deve difendere perché non può più sostenere che un’altra città cada nelle mani dell’Isis. Ora serve un’azione concreta». Anche il Segretario generale delle Nazioni Unite, Ban-ki-Moon, dichiarava «serve un’azione internazionale». Ma la coalizione occidentale era bloccata: la Turchia negava la base aerea di Incirlik mentre dalla frontiera lasciava affluire verso Kobane i convogli dei foreign fighters dell’Isis e le sue forze di sicurezza sparavano a morte sui kurdi che volevano varcare il confine per unirsi ai difensori della città. In tutto il mondo e in molte città della Turchia si svolsero manifestazioni a sostegno della città assediata. I politici di HDP pubblicarono tweet contro l’Isis. Nelle piazze turche si scatenarono, contro le proteste democratiche, i gruppi filo-Isis spalleggiati dalle forze di sicurezza e tra il 6 e l’8 ottobre le manifestazioni degenerarono in gravi disordini, con furti, saccheggi, incendi, aggressioni, omicidi. Furono 46 i civili uccisi dalle bande jihadiste. Tra essi 34 erano membri o sostenitori di HDP.

Gli imputati del processo di Kobane, autori dei tweet che invitavano a mobilitarsi contro l’Isis, sono stati riconosciuti colpevoli del crimine di attentato all’integrità dello Stato e di tutte le violenze commesse nelle infuocate manifestazioni di piazza. La Corte Europea per i Diritti Umani aveva a suo tempo esaminato le accuse del “caso Kobane” e aveva concluso che né gli ex co-presidenti di HDP Demirtas e Yuksegdag né altri esponenti del partito hanno responsabilità per gli eventi. Anche in occasione dei procedimenti contro i medesimi co-presidenti nel 2016, la Corte aveva dichiarato ingiusto il processo e aveva chiesto l’immediata scarcerazione. HDP – Partito Democratico dei Popoli, che fa parte dell’Internazionale Socialista, rappresenta la sinistra kurda e turca. Rifiuta il capitalismo e si batte per il riconoscimento dei diritti del popolo kurdo e delle minoranze etniche e religiose, tra le quali importante è la perseguitata componente alevita. HDP è l’unico partito che può portare i valori della democrazia in un paese bloccato tra il nazionalismo islamista di AKP (il partito del presidente) e il nazionalismo kemalista del suo primo oppositore, il CHP. I partiti legali filo kurdi riescono a sopravvivere in media per 3-4 anni prima di essere eliminati. HDP è stato l’ottavo in circa trent’anni ad essere chiuso d’imperio prima delle ultime elezioni del maggio 2023.

Con la sentenza del “caso Kobane” attraverso la magistratura a lui asservita il presidente Recep Tayyp Erdogan vuole cancellare non soltanto il partito, ma ogni possibilità di sopravvivenza politica dei suoi esponenti e portare a termine la sua vendetta personale nei confronti dell’odiato Selahattin Demirtas. «Fino a quando resterò io al potere – aveva solennemente scandito nel comizio conclusivo della campagna elettorale del 2023 e nella prima trionfale esibizione dopo la risicata vittoria – il terrorista Selahattin Demirtas non uscirà dal carcere». La sua folla rispondeva con le dita alzate nel simbolo dei Fratelli Musulmani urlando “Pena di morte per Selo!”. Selahattin Demirtas è nato nel 1973 a Elazig ma è sempre vissuto a Diyarbakir. È sposato e ha due figlie. Avvocato specializzato nella difesa dei diritti umani, si è occupato degli omicidi politici e dei desaparecidos del Kurdistan, ha fondato le sezioni di Diyarbakir di Amnesty International e di IHD, l’Associazione turca per i Diritti Umani. È stato protagonista di battaglie ecologiste, per i diritti delle donne e della comunità Lgbt. Dalla nascita del partito, nel 2012, fino al 2018 è stato co-presidente di HDP insieme alla giornalista ed editrice femminista Figen Yuksegdag. Nelle elezioni del 7 giugno 2015 HDP con il 13,1% dei voti superò lo sbarramento del 10% impedendo all’AKP di Erdogan di arrivare alla maggioranza assoluta. Tre anni dopo, dal carcere, Demirtas aveva guidato la campagna elettorale nelle presidenziali del 2018 ottenendo l’8,4% dei voti.

Per il successo del giugno 2015 HDP ha pagato un terribile tributo di sangue. Il 20 luglio l’attentato suicida di un giovane turco affiliato all’Isis fa strage tra 300 ragazzi e ragazze della Federazione delle associazioni giovanili socialiste, vicina a HDP, arrivati da varie località della Turchia e riuniti in un centro culturale a Suruc, città al confine turco-siriano, per organizzare la distribuzione di aiuti umanitari alla vicina Kobane. I morti sono 34, oltre 100 i feriti. L’attentato sarebbe stato pianificato dallo stesso Erdogan e realizzato da una cellula dello Stato islamico controllata da un suo fedelissimo, Hakan Fidan, allora capo del MIT e oggi ministro degli Esteri. Circa tre mesi dopo, il 10 ottobre, due tremende esplosioni causano 103 morti e centinaia di feriti tra i manifestanti provenienti da tutto il paese che davanti alla stazione Centrale di Ankara stanno per iniziare la marcia per la pace organizzata da HDP con sindacati, associazioni e ordini professionali di sinistra per chiedere al Governo di fermare i bombardamenti contro il PKK e riaprire i negoziati per la democrazia. È l’attentato più sanguinoso di tutta la storia della Repubblica di Turchia. Sotto accusa ancora una volta lo “Stato profondo” (estremisti dei servizi segreti, di MHP e dei Lupi Grigi in collaborazione con l’Isis al servizio degli interessi presidenziali). Il 20 agosto 2016 a Gaziantep, mentre si festeggiano all’aperto le nozze di due membri del partito HDP con invitati arrivati da tutto il Kurdistan, un attentato suicida provoca 54 vittime (tra esse 29 bambini) e 94 feriti, molti gravissimi. Gaziantep è uno snodo centrale della collaborazione tra Turchia e Isis. I Servizi di Ankara conoscono quel punto della frontiera palmo per palmo. l’Isis anche questa volta non rivendica, confermando, secondo gli esperti, di essersi prestata all’altrui servizio.

È probabile che sulla sentenza del processo Kobane le istituzioni europee sapranno esprimere le consuete nobili parole di condanna mentre continueranno a coltivare i lucrosi interessi con Ankara e a elargirle denaro per fermare i siriani (veri profughi di guerra, da tenere lontano dall’accoglienza a cui avrebbero diritto) e mentre si inchinano alla volontà della Nato, per la quale Stoltenberg, in sintonia con Erdogan, condanna come terrorista un popolo che con coraggio, determinazione e dignità difende quei valori che per la politica occidentale sono concetti vuoti riempiti da un misero opportunismo.

Nel 2022 il premio Nobel per la Pace venne assegnato a una ONG russa di opposizione, a un attivista bielorusso e a un’associazione ucraina per i diritti umani. Io penso alle Madri di Galatasary, le Madri per la Pace, fragili come i narcisi del Kurdistan e forti come le rocce, che da trent’anni tengono viva la memoria degli scomparsi e chiedono giustizia e pace. Oppure a Selahattin Demirtas, che in un’intervista a Diyarbakir nel 2003 quando svolgeva il rischiosissimo compito di difensore dei diritti umani aveva detto: «La mia generazione è vissuta immersa nella violenza più brutale. Noi kurdi vogliamo vivere in una situazione di pace e nella quale siamo rispettati e lottiamo per questo. Io non faccio altro che quello che farebbero milioni di kurdi».

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lunedì 27 novembre 2023

Gli Ezidi. Una storia di persecuzioni e un genocidio dei nostri giorni - Michele Sferlinga

  

Alla fine del maggio scorso una delegazione italiana composta da alcuni esponenti della società civile, legati all’associazione Verso il Kurdistan Odv, ha compiuto un viaggio nella città irachena di Shengal, un piccolo complesso urbano abitato per lo più da esponenti della comunità ezida, dove dal 2014 è in corso una forma di autogoverno che prende il nome di Autonomia democratica di Shengal. Obiettivo del viaggio è stato ultimare il progetto di realizzazione di un presidio sanitario nella regione di Serdest, oltre a raccontare il dramma vissuto nel 2014 dalla comunità ezida, vittima di una ferocissima repressione da parte dell’Isis. Tornati da questa intensa esperienza, i membri dell’associazione (nata nel 2002 ad Alessandria, in Piemonte), da anni attivi con numerosi progetti di solidarietà e cooperazione con il popolo curdo, hanno deciso, su richiesta esplicita degli abitanti di Shengal, di lanciare una campagna di raccolta firme da sottoporre al Governo italiano per il definitivo riconoscimento del genocidio del popolo ezida (https://volerelaluna.it/mondo/2023/06/26/kurdistan-il-genocidio-degli-ezidi/).

Come evidenziato dalla giornalista Chiara Cruciati, «gli Ezidi sono sempre stati una cultura in conflitto con il sistema dominante, non sono mai diventati né uno Stato né una religione di Stato»; nel corso dei secoli «hanno accettato di integrarsi nella vita politica ed economica degli stati, sottomettendosi allo sfruttamento, costretti con la forza o convinti con la persuasione» (R. Beritan, C. Cruciati, La montagna sola. Gli ezidi e l’autonomia democratica di Sengal, Edizioni Alegre, 2022, pp. 36-37). Nella sua millenaria storia, il popolo ezida è sopravvissuto a settantaquattro ferman, termine utilizzato nella lingua natale kurmanji per riferirsi a tutti quelli “editti” con cui veniva ordinato per motivi religiosi, economici o politici il massacro dell’intera popolazione. Settantaquattro, fino ad arrivare al 2014, con l’ultimo tragico e brutale tentativo di sterminio avvenuto per mano dell’Isis.

In seguito a quel drammatico evento, l’Organizzazione delle Nazioni Unite ha incaricato l’Independent International Commision of Inquiry on the Syrian Arab Republic – una Commissione istituita nel 2011 dal Consiglio dei Diritti Umani – di investigare sui crimini perpetrati dall’Isis ai danni del popolo ezida, avvalendosi di numerose interviste a sopravvissuti, leader religiosi, attivisti, giornalisti ecc. L’esito di questa inchiesta, pubblicata all’interno del report They came to destroy: ISIS crimes against the Yazidis, evidenzia come, secondo la Commissione, sia possibile parlare, rispetto a quanto avvenuto nel 2014, di vero e proprio genocidio, applicando l’art. 2 della Convenzione del 9 dicembre 1948 per la prevenzione e repressione del delitto del genocidio. Secondo il testo della Convenzione, siglato tra gli altri anche da Siria e Iraq,

«per genocidio si intende ciascuno degli atti seguenti, commessi con l’intenzione di distruggere, in tutto o in parte, un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso, come tale: a) uccisione di membri del gruppo; b) lesioni gravi all’integrità fisica o mentale di membri del gruppo; c) il fatto di sottoporre deliberatamente il gruppo a condizioni di vita intese a provocare la sua distruzione fisica, totale o parziale; d) misure miranti a impedire nascite all’interno del gruppo; e) trasferimento forzato di fanciulli da un gruppo a un altro» (art. 2).

Data questa disposizione, la Commissione non solo ha ritenuto corretto identificare gli ezidi come un gruppo etnico e religioso, ma, attraverso le diverse testimonianze raccolte, ha determinato come l’Isis abbia compiuto una serie di attività criminali, con lo specifico intento di distruggere e annientare il popolo ezida di Shengal. Per questo motivo, l’Onu ha riconosciuto ufficialmente il genocidio degli ezidi in base a quanto stabilito all’art. 2 della Convenzione per la repressione del genocidio. L’Organizzazione delle Nazioni Unite non è l’unico organismo politico ad aver riconosciuto il genocidio ezida. Altre assemblee legislative, come il Bundestag tedesco, i parlamenti australiano, olandese e belga hanno dichiarato il pubblico riconoscimento del genocidio. Qualche mese fa, all’inizio di agosto, nel nono anniversario del massacro, anche il Parlamento inglese ha ufficialmente riconosciuto il genocidio ezida; il quinto nella storia anglosassone dopo Olocausto, Rwanda, Srebrenica e Cambogia.

E in Italia? Come riportato nel messaggio diffuso dall’Associazione “Verso il Kurdistan”, il 26 marzo 2019 è stata approvata nella Commissione Affari Esteri e Comunitari della Camera una risoluzione che impegna il Governo, tra le altre cose, «ad assumere iniziative per sensibilizzare la comunità internazionale e valutare le modalità più opportune per riconoscere il genocidio yazida». Nonostante questo atto non abbia generato alcun effetto politico concreto nella legislatura scorsa, negli ultimi mesi, grazie al costante lavoro svolto dalle tante realtà associative attive su questo tema, alcuni passi avanti sono stati raggiunti. A livello locale, in molti comuni italiani sono state approvate delibere per il riconoscimento del genocidio. Ciò è avvenuto, in particolare, a Firenze, dove è stato sancito l’impegno «a rappresentare in ogni sede istituzionale la necessità del riconoscimento del popolo ezida come vittima di un genocidio».

Sul piano nazionale, il 12 luglio 2023 il senatore Tino Magni ha presentato un’interrogazione parlamentare al Ministro degli affari esteri e della cooperazione internazionale affinché venga chiarito quali iniziative intende assumere il Governo italiano «per sensibilizzare la comunità internazionale […], anche al fine di riconoscere ufficialmente il genocidio ezida». Nella risposta, pubblicata il 23 ottobre scorso, si legge che «il Governo continuerà a fornire assistenza alla comunità ezida in Iraq, a sollevare nei fora multilaterali, ma anche in tutte le occasioni utili a livello bilaterale, la questione delle violenze sessuali», sostenendo «in tutte le sedi propizie iniziative volte a rafforzare il sistema di perseguimento dei responsabili di violazioni del diritto internazionale umanitario». Non, dunque, un autentico riconoscimento del genocidio, come avvenuto in altri paesi, ma, almeno, un impegno, una promessa di sollevare la questione durante gli incontri istituzionali con i rappresentanti degli Stati.

Eppure, l’importanza di questo riconoscimento ufficiale era stata sottolineata anche l’11 ottobre durante una sessione del Comitato permanente sui Diritti umani nel mondo, istituito presso la commissione Esteri della Camera dei deputati e presieduto dall’onorevole Laura Boldrini, con un’audizione proprio dei rappresentanti dell’associazione Verso il Kurdistan e dell’ufficio di Informazione del Kurdistan in Italia (Uiki onlus). Dopo i puntuali interventi dei rappresentanti delle associazioni, in quell’occasione, era stata ribadita l’importanza e la necessità di attuare questo riconoscimento anche da parte del Parlamento italiano, dando concreta attuazione alla risoluzione approvata quattro anni prima.

L’articolo riprende quello pubblicato il 16 novembre nel sito de “La via libera”
(https://lavialibera.it/it-schede-1592-genocidio_shengal_isis_kurdistan_italia_mancato_riconoscimento )

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martedì 29 agosto 2023

Stupri e violenze di ogni genere nel cantone di Afrin preparano il terreno alla sostituzione etnica - Gianni Sartori

 

Da quando nel 2018 l’esercito turco ha invaso, con i suoi ascari jihadisti, il cantone di Afrin non si contano le violazioni dei diritti umani perpetrate dalle truppe di occupazione. Nella prospettiva di un esodo imposto agli abitanti originari da sostituire con una popolazione filo-turca.

Che lo stupro fosse, oltre che un crimine di guerra e contro l’umanità, anche un’arma di guerra me lo aveva spiegato in dettaglio (come si suol dire “fuor di metafora”, di ogni possibile metafora) Bruna Bianchi una decina di anni fa (v. l’intervista del 2013)*.

Ovviamente ci sono guerre e guerre. Quelle di cui si parla e quelle su cui si preferisce stendere un velo (un sudario ?) poco pietoso.

Così avviene per l’occupazione di Afrin nel Nord della Siria,avviata nel 2018 da parte dell’esercito turco con i suoi ascari jihadisti.

Secondo quanto ha denunciato (durante una conferenza-stampa nel campo di Serdem, a Shehba, dove si affollano decine di migliaia di sfollati) una portavoce dell’’Organizzazione per i diritti umani di Afrin-Siria, in questi cinque anni almeno 99 donne sono state ammazzate, 74 violentate e oltre un migliaio rapite. E almeno una decina si sarebbero suicidate dopo aver subito maltrattamenti e umiliazioni.

Non esisterebbero invece al momento dati attendibili sulla pratica alquanto diffusa dei “matrimoni” forzati.

Ovviamente si tratta di numeri in difetto, quelli accertati.

Per un portavoce di Kongra Star potrebbe trattarsi solamente del 10% dei crimini effettivamente avvenuti.

Un quadro generale alquanto fosco alimentato, oltre da stupri e rapimenti, anche da torture e aggressioni sessuali di ogni genere, sia contro le donne in generale che contro i minori.

Di gran parte delle migliaia di donne sequestrate, rapite (di fatto “desaparecidas”, scomparse)non si conosce quale sia stato il destino.

In un comunicato letto da Heyhan Elî si sollecitano “tutte le organizzazioni internazionali in difesa dei diritti umani, le organizzazioni umanitarie femministe a compiere il loro dovere morale e legale di fronte ai crimini commessi contro la popolazione nei territori occupati del Nord della Siria. Gli autori di questi crimini, in particolare quelli contro le donne e i bambini, devono essere tradotti davanti a un tribunale.

Occorre inoltre esercitare ogni possibile pressione sullo Stato turco affinché ritiri le sue truppe dai territori occupati. Gli sfollati devono poter rientrare in sicurezza nelle loro terree le vittime devono poter usufruire di sostegno sia morale che materiale”.

La settimana scorsa un altro esponente dell’organizzazione, Mihemed Ebdo, aveva denunciato come dall’inizio del 2023 le violazioni dei diritti umani si fossero ulteriormente accentuate.

 “Lo Stato turco – aveva dichiarato – viola i diritti umani nella regione commettendo crimini di ogni genere: massacri, rapimento, stupri, saccheggi e distruzione dell’ambiente naturale”.

Complessivamente dall’inizio dell’anno i rapimenti documentati (in totale) sarebbero stati almeno 208, tra cui 24 donne e un minore (un tredicenne vittima di violenze sessuale).

Sempre nel 2023, tredici persone (tra cui tre donne) sono state assassinate dalle forze occupanti. Inoltre oltre 16mila alberi sono stati abbattuti, un altro migliaio sradicati e circa settanta ettari di terreno dati alle fiamme.

Su tali vicende era intervenuto in questi giorni anche Alif Muhammad, portavoce del Coordinamento del Kongra Star.

Denunciando in particolare un recente episodio, l’azione criminale compiuta daZakaria Bustani, un esponente del – cosiddetto – Consiglio locale del distretto di Jinderes (sempre nel cantone di Afrin sotto occupazione). Insieme al figlio, Nasr Bustani, si sarebbe reso responsabile dello stupro di una ragazzina di 14 anni rapita da casa sua minacciando di morte i presenti.

Sempre in agosto, le truppe di occupazione e i mercenari islamisti avrebbero violentato anche tre insegnanti di una scuola di Jarablus. Invece un capo della milizia Al-Sharqiya si sarebbe “limitato” a minacciare un cittadino di Janders di violentarne la figlia se non avesse versato un forte riscatto.

Stando ai dati forniti dal portavoce di Kongra Star tra luglio e agosto i mercenari filo-turchi avrebbero violentato almeno 20 donne e cinque bambini

Per non parlare del saccheggio (per poi vendere i reperti sul mercato nero) e della pura e semplice distruzione di siti storici come il tempio di Ishtar d’Ayn Dara, del mausoleo di Nebi Huri, della grotta di Duderi e della tomba di Mar Maron.

Scopo apertamente dichiarato, lo stravolgimento demografico della regione attraverso la realizzazione di colonie in cui insediare popolazioni filo-turche.

In questa opera di“genocidio culturale” Ankara può contare sul sostegno economico di Qatar, Kuwait, organizzazioni legate ai Fratelli musulmani (al-Ayadi al Bayda, Kuwait al-Rahma, Binyan al-Qatari…). E anche -spiace dirlo – di qualche organizzazione palestinese.

*nota 1: L’arma dello stupro

Intervista a Bruna Bianchi di Gianni Sartori – 02/09/2013

Alla fine di marzo 2013 l’Alto Commissariato forniva dati inquietanti sugli stupri nei campi dei rifugiati somali (si parla del 60% delle donne) mentre alcune Ong denunciavano l’esercito congolese per le violenze nel nord-est della RDC (sfatando l’idea che le violenze fossero opera solo delle milizie). Situazione sempre più drammatica anche per le donne siriane, vittime sia dei soldati governativi che dei combattenti ribelli. Stando alle dichiarazioni dei medici, sono in continuo aumento quelle che arrivano negli ospedali libanesi. Ma soltanto se incinte, altrimenti lo stupro subito rimane una “vergogna” privata. Ne abbiamo parlato con Bruna Bianchi, docente di Storia Contemporanea (Università Cà Foscari di Venezia).

1) D. A quasi 40 anni dalla pubblicazione di Against our will di Susan Brownmiller che denunciava lo stupro come “arma repressiva” nei confronti delle donne, le cose non sembrano essere cambiate. Un suo parere…

1.      Lo stupro è onnipresente, non solo nelle situazioni citate, tanto in pace quanto in guerra. Le donne migranti che dal Messico cercano di attraversare illegalmente la frontiera con gli Stati Uniti, prima di partire prendono anticoncezionali sapendo che quasi certamente verranno violentate. Rientra nella loro condizione in quanto donne sole o comunque in una situazione di debolezza, come quelle nei campi profughi. In tutte le guerre civili contemporanee, il cui scopo è quello di distruggere un’organizzazione sociale, sradicare o annientare una comunità, gli stupri hanno raggiunto un’ampiezza e una ferocia estrema.

Le donne, soprattutto in tempo di guerra, mantengono i legami della famiglia e della comunità e quindi occupano un posto particolare in questa logica della distruzione. Ucciderle e degradarle si è rivelata una strategia militare efficace per diffondere il terrore, costringerle alla fuga, rendere impossibile il ritorno.

2) D. Cosa ha rappresentato, anche simbolicamente, lo stupro in situazioni di conflitto come i Balcani, il Ruanda o la Repubblica democratica del Congo?

1.      Violentare, occupare il corpo della donna significa conquistare simbolicamente un territorio (quindi lo stupro conquista, degrada, ripulisce lo spazio). Nei Balcani, negli anni ’90, tutti i gruppi etnici se ne sono resi colpevoli. L’opinione pubblica è rimasta particolarmente colpita dall’orrore dei “campi di stupro” organizzati dai serbi con lo scopo di far nascere “piccoli cetnici” da donne bosniache musulmane in base al pregiudizio che solo gli uomini possono trasmettere l’etnia. Si contava sul fatto che le donne, considerate “contaminate”, sarebbero state rifiutate dalla loro comunità e i figli abbandonati ad un destino di marginalità. In Ruanda invece molti bambini nati da stupro sono stati arruolati nell’esercito. Per queste ragioni oggi si parla di stupro come crimine contro l’umanità, crimine di genere e contro l’infanzia.

In Congo il fattore determinante è il controllo delle risorse minerarie e quindi, ancora una volta, sfruttamento del territorio. Gli stupri esprimono volontà di terrorizzare, umiliare, imporre il senso dell’inesorabilità di un destino di sottomissione totale e renderlo manifesto attraverso l’umiliazione della donna, la sua disumanizzazione. Lo stupro inoltre  rafforza lo spirito di complicità maschile, esalta il potere e l’autorità come valori inscritti nella virilità. Nella cultura dominante il corpo femminile è una risorsa da sfruttare. Pensiamo al lavoro agricolo, svolto nel mondo in gran parte dalle donne, al traffico di ragazze a scopo matrimoniale, al turismo sessuale o alla prostituzione.

3) D. Sulla prostituzione, anche in ambito femminista, non c’è sempre pieno accordo, o sbaglio?

1.      La prostituzione è una forma estrema di sfruttamento e oppressione, un turpe mercato alimentato da povertà e discriminazione che riduce ogni anno in schiavitù sessuale 5milioni di donne, di cui un milione di bambine. Esse sono inviate per lo più nei paesi occidentali dove l’accesso a prestazioni sessuali a pagamento ha avuto una crescita esponenziale. E’ considerata una servitù irrinunciabile, socialmente accettata e coperta dai media che riducono la questione alle “donne sfruttate” da un lato e a “pochi sfruttatori” (quelli che gestiscono i traffici) dall’altro. Una parte significativa della giurisprudenza femminista considera la prostituzione come tortura in quanto l’uso del corpo delle donne a fini di piacere rientra nei “trattamenti disumani e degradanti”. Esistono poi altre correnti di pensiero femminista che invece parlano di sex work, forse pensando di sottrarre le donne alla svalorizzazione.

4) D. A suo avviso è possibile tracciare una linea di demarcazione tra i metodi adottati dagli eserciti o dalle milizie comunque legate al potere (gruppi etnici dominanti o strumento di interessi economici) e quelli dei “movimenti di liberazione”? Ho in mente i gruppi guerriglieri latino-americani del secolo scorso o le milizie libertarie nella guerra civile di Spagna che semplicemente fucilavano gli stupratori (soprattutto quando provenivano dai loro ranghi)?

1.      Ritengo che quando si prendono le armi sia difficile sfuggire allo spirito del militarismo. In Guatemala, ad esempio, sia l’esercito che i gruppi paramilitari e i guerriglieri che si resero colpevoli di stupro condividevano la stessa immagine della donna, simbolo della terra e oggetto di appropriazione e anche di protezione. Le donne riproducono la nazione fisicamente e simbolicamente, incarnano la moralità di una comunità, mentre gli uomini la proteggono, la difendono e la vendicano. Il corpo femminile è il luogo simbolico del territorio della nazione, sia per lo stato che per i movimenti identitari, oggetto della protezione o dell’esecrazione maschile. La concezione maschile della vergogna e dell’onore è un nodo cruciale per comprendere le dinamiche degli stupri di massa. Si pensi alla Partizione dell’India quando tra 75mila e centomila donne furono violentate e rapite e molte altre furono uccise o spinte a togliersi la vita dai propri famigliari per non essere stuprate dagli uomini dell’altro gruppo religioso.

5) D. Esiste poi un’altra faccia della medaglia. La sua opinione sulle donne addestrate e arruolate nell’esercito afgano e presentate all’opinione pubblica come esempio di “emancipazione”?

1.      Vedo un rischio di un uso disonesto e retorico delle donne-soldato in Afghanistan non solo da parte di chi le arruola, ma anche di chi dice “in fondo ora ci sono le donne-soldato, anche le donne possono essere militariste, violente…”.

In tutte le società l’ordine simbolico dominante è quello maschile. Pensiamo all’enfasi su concetti come autonomia, indipendenza, competizione. Tutto ciò che è legato agli affetti, al quotidiano, alla responsabilità per la vita, alla cura è svalutato. Non esiste più l’ordine simbolico della madre e il lavoro domestico e di cura delle donne è invisibile, non pagato, svalorizzato. In un certo senso le donne costituiscono una casta, destinate per nascita a un lavoro senza valore. Non vedo quindi come ci si possa stupire se alcune accolgono i valori dominanti.

6) D. Volendo individuare i fattori economici all’origine dell’oppressione subita dalle donne, contro chi punterebbe il dito?

1.      Tra le opere che hanno dato un contributo decisivo alla conoscenza della posizione delle donne nella società antica non si può non menzionare The living goddesses dell’archeologa e linguista lituana Marija Gimbutas. Il volume dimostra che nell’Europa antica nell’arco di alcuni millenni (dal 7000 al 3000 a.c.) si erano sviluppate diverse società matrifocali nelle quali la donna, associata in quanto madre alla natura, portatrice di vita e di morte, aveva un ruolo fondamentale a livello simbolico e religioso, così come nella pratica sociale. La studiosa descrive queste culture, poi quasi completamente distrutte con le invasioni delle popolazioni indoeuropee, come pacifiche, prive di gerarchie e di forti differenze di classe. Altri studi hanno disegnato un quadro che in parte rientra nelle linee tracciate da Engels. L’egualitarismo originario e la condizione delle donne iniziarono a declinare quando esse persero la loro autonomia economica, quando il lavoro delle donne, inizialmente pubblico nel contesto delle comunità o dei villaggi, fu trasformato in un servizio privato nei confini della famiglia.

D 7) Tale trasformazione è da considerare più un frutto della natura umana o della cultura?

1.      Come femminista rifiuto la dicotomia tra natura e cultura. Il femminismo, e in particolare l’eco-femminismo, hanno criticato il pensiero oppositivo. E’ impossibile separare la natura dalla cultura; si pensi alle prime relazioni delle donne con l’ambiente naturale. Spinte dalla volontà di nutrire e proteggere i figli, le donne svilupparono la prima vera relazione produttiva con la natura; in questo processo acquisirono una conoscenza profonda delle forze generative delle piante, degli animali, della terra e la tramandarono, ovvero crearono la società e la storia.

8)   D. Questo per la cultura. Diversa invece la posizione dell’eco-femminismo nei confronti della tecnologia, estranea se non ostile alla natura. Un atteggiamento in cui colgo alcune affinità con il pacifismo e l’ecologismo radicale; in parte anche con l’antispecismo…

1.      A partire dal dilemma ambientale contemporaneo e dalle sue connessioni con la scienza e la tecnologia, l’ecofemminismo ha ricostruito il processo di formazione di una visione del mondo e di una scienza che, riconcettualizzando la natura come una macchina anziché come organismo vivente, sanzionarono il dominio dell’uomo sulla natura e sulla donna. La percezione della natura come materia inerte si rese necessaria per eliminare ogni remora morale allo sfruttamento accelerato e indiscriminato delle risorse naturali e umane. Riducendo gli esseri viventi a macchine da studiare, su cui sperimentare, separando ragione ed emozione e stabilendo la supriorità della razionalità astratta, il pensiero scientifico dissocia l’uomo dalla donna, gli animali, la natura; femminilizza la natura e naturalizza le donne. La natura e le donne esistono per i bisogni degli uomini. Storicamente il mondo degli uomini è stato costruito in opposizione al mondo della natura e a quello delle donne. Essere uomini significa dissociarsi dal femminile e da quello che rappresenta: vulnerabilità, cura, inclusione. La mascolinità può essere raggiunta attraverso l’opposizione al mondo concreto della vita quotidiana, fuggendo dal contatto con il mondo femminile della casa verso il mondo maschile della politica o della vita pubblica.  Questa esperienza di due mondi giace al cuore dei dualismi oppositivi.

9) D. E per il futuro? Vede qualche possibile alternativa allo stato di cose presente?

1.      Il futuro di una comunità veramente umana richiede che gli uomini, per preservare la loro stessa umanità e dignità, vogliano e sappiano riconoscere e far propri i valori della produzione e del sostegno della vita, cambiare il modo di pensare, di essere nel mondo e nella relazione con le donne, rifiutino la violenza. Per quanto riguarda i movimenti, al momento attuale tra femministe, pacifisti, ambientalisti, antispecisti (ma penso anche a chi si batte per i diritti dell’infanzia, contro lo sfruttamento minorile, in difesa delle minoranze, degli indigeni…) manca la connessione. Da questo punto di vista il caso del Congo – da cui eravamo partiti – appare emblematico: di fronte alla violenza sugli inermi, donne e bambini, alla distruzione delle foreste, all’estinzione degli animali, alla tragedia dei profughi non è più consentito avere sguardi parziali, occorre connetterli, sia a livello teorico che pratico.

da qui

lunedì 30 maggio 2022

ROMPIAMO IL SILENZIO – FERMIAMO LA GUERRA!


SABATO 4 giugno  alle 16 – manifestazione nazionale

piazza della Repubblica, Roma

Il 17 aprile lo Stato turco ha lanciato una nuova campagna militare volta ad occupare nuove aree del Kurdistan meridionale, mentre prosegue i suoi attacchi in Rojava e a Sengal.

Il presidente fascista turco Erdogan ha dato l’ordine per questo attacco poiché presume che l’attenzione della comunità internazionale sia completamente concentrata sulla guerra in Ucraina. Vuole quindi trarre vantaggio dalla situazione attuale e portare a termine l’ennesimo attacco contro il popolo curdo. Questa guerra di occupazione mostra ancora una volta che Erdogan st cercando di manipolare la comunità internazionale affermando che sta lavorando per raggiungere la pace e la stabilità in Ucraina.

Parallelamente all’invasione turca l’esercito iracheno  sta attaccando gli ezidi sopravvissuti nel 2014 al genocidio dello Stato Islamico per smantellare la loro amministrazione autonoma, un sistema organizzativo sviluppato per dare alla gente la possibilità di non dover lasciare la propria patria e di essere in grado di difendersi, Tutto ciò avviene con la complicità del partito di Barzani il KDP e il governo centrale iracheno di Mustafa al-Kadhimi.

Attraverso la guerra la Turchia sta cercando di imporre il suo predominio politico e militare fino a Mosul e Kirkuk, e punta a raggiungere i confini del Patto Nazionale (“Misak-ı Milli” ratificato nell’ultimo parlamento ottomano), il sogno di un secolo.

Dobbiamo rompere il silenzio sull’invasione turca del Kurdistan meridionale e agire!

• Chiediamo a tutti i governi e alle organizzazioni internazionali, comprese le Nazioni Unite, la NATO, l’UE, il Consiglio d’Europa e la Lega araba, di intraprendere un’azione urgente contro questa violazione del diritto internazionale, di condannare inequivocabilmente questo crimine di aggressione e di chiedere che la Turchia ritiri le sue truppe dal Kurdistan meridionale

• Chiediamo ai partiti politici, alle organizzazioni per i diritti umani, alle organizzazioni per la pace, ai sindacalisti e agli attivisti di opporsi a questa aggressione della Turchia.

Manifestazione nazionale a Roma con concentramento in Piazza la Repubblica alle ore 16

Per adesioni:

info.uikionlus@gmail.com

info@retekurdistan.it

Ufficio d’informazione del Kurdistan

Comitato ‘’il tempo è arrivato; Liberta per Ocalan’’

Rete Kurdistan Italia

Comunità curda in Italia

 

Dobbiamo resistere alla guerra femminicida: la guerra di Stato turca di occupazione del sud Kurdistan

Dossier del TJK-E sulla guerra di occupazione turca in Kurdistan meridionale (*)

INDICE

1. Introduzione – La nuova fase dell’aggressione dello Stato Turco in Kurdistan.

2. Background degli attacchi

3. L’invasione e il movimento delle donne

4. Supporto e azione internazionale


1. La nuova fase dell’aggressione dello Stato Turco in Kurdistan

Il 14 aprile 2022 nuove incursioni aeree e bombardamenti hanno annunciato la nuova fase dell’aggressione turca contro il Kurdistan. Tali attacchi concentrati sulle regioni a sud del Kurdistan: Zap, Metina, Avasin, sono stati seguiti dall’avanzata di migliaia di soldati trasformandosi, quindi, in una carica su vasta scala che sta proseguendo sino ad oggi. L’obiettivo immediato dell’invasione militare è quindi lontano dall’essere le Forze di Difesa del Popolo, quanto la guerriglia curda. Ad ogni modo, questa escalation deve essere vista come la fase più recente nell’attacco supportato dallo stato turco verso la popolazione curda, verso la democrazia nella regione curda e verso le conquiste del Movimento di Liberazione Curda e del Movimento delle Donne Curde. Esploreremo questi avvenimenti dalla prospettiva del Movimento delle Donne Curde in Europa (TJK-E). Discuteremo: il contesto di questi attacchi la relazione tra la questione femminista e globalmente delle donne la necessità dell’azione internazionale per difendersi dall’aggressione imperialista.

2. Background

Il contesto politico dietro questi attacchi è l’obiettivo del partito di governo turco AKP-MHP di far rivivere le ambizioni dell’impero ottomano ed estendere il proprio controllo nella regione. Per fare ciò, la coalizione AKP-MHP cerca di dividere e distruggere il popolo curdo e di rafforzare le politiche di genocidio contro di essa. E’ importante capire gli effetti di queste politiche attraverso la regione e non solo in maniera isolata. Ciò contempla: le permanenti occupazioni oltre confine di Afrin e Serekaniye, entrambe ricche di ben documentate violazioni dei diritti umani e dei crimini contro l’umanitàl’incessante aggressione militare in Siria e nella parte ovest del Kurdistan (Rojava)la distruzione delle riserve idriche ed energetiche della società civile gli attacchi intensificati sulla regione degli Yazidi di Shengal (Sinjar) gli attacchi dei droni oltre confine sulle aree civili, incluso il campo per rifugiati Makhmour. Questi attacchi fanno parte di un’ampia strategia contro la società civile curda e contro il movimento per la democrazia, l’ecologia e la liberazione delle donne. Il governo del Partito Democratico del Kurdistan (KDP) nel governo regionale del Kurdistan sta collaborando con lo stato turco nell’attuale invasione del sude del Kurdistan, incluse le incursioni nello Shengal. Tale tradimento fa anche parte di un tentativo di dividere il popolo curdo e metter l’uno contro l’altro. Nelle ultime due settimane si è assistito a molteplici azioni illegali da parte dell’esercito turco, incluso il bombardamento di quartieri abitati da civili a Kobane nonché all’uso di armi chimiche nell’invasione del Kurdistan. E’ importante sottolineare che la tempistica di questi attacchi rispetto alla guerra in coso in Ucraina, non è una coincidenza. Lo Stato Turco conta sul fatto che lo sguardo del mondo è rivolto all’Ucraina per la propria avanzata imperialista. In quanto membro della NATO, la Turchia sta sfruttando al meglio lo scontro della NATO con la Russia.

3. L’invasione e il movimento delle donne

Il movimento curdo delle donne è divenuto fonte d’ispirazione per la lotta globale delle donne. Le conquiste del movimento delle donne si sono imposte all’attenzione globale nella regione del  Kurdistan ovest (Rojava), dove il movimento  è stato capace di mettere in pratica i propri valori e costruire una partecipazione politica delle donne, l’autodifesa e varie forme di emancipazione.  Il movimento di liberazione delle donne in Rojava ha dato l’avvio ad una radicale trasformazione sociale storicamente caratterizzata dal matrimonio forzato, dalla violenza sulle donne e dalla loro esclusione in ambito economico, politico e sociale. L’aver collocato la trasformazione femminista della società curda al centro del movimento, diventando un esempio unico a livello mondiale, ha sollecitato l’attenzione ed il supporto delle femministe di tutto il mondo. In tutti gli attacchi del Movimento di Liberazione Curda, lo stato turco punta in modo deliberato e sistematico alle donne e alle organizzazioni delle donne. Ciò è stato ben documentato, in particolare dalle invasioni di Afrin e Serekaniye e include l’uso sistematico della violenza di genere e del femminicidio come strumento di guerra e occupazione. L’attuale offensiva militare va anche compresa all’interno di questo contesto. Le politiche dell’AKP-MHP non riguardano solo il genocidio contro i curdi; tentano di uccidere i valori del movimento, e i principi che il  movimento ssta costruendo,  attraverso una società democratica, come la liberazione delle donne. Divenendo organizzato e politicamente attivo, il Movimento delle Donne Curde, è capace di difendersi ed essere la spina dorsale di un forte movimento sociale di democrazia e contro l’imperialismo. Lo stato turco sa che il movimento delle donne ed il supporto internazionale che questo ha, sono alla base della lotta per la libertà del Kurdistan. Le implicazioni dell’imperialismo dello stato turco e il suo attacco alla trasformazione femminista sono noti globalmente. 

4. Supporto e azione internazionale

La persistente resistenza diretta dell’invasione da parte delle forze di autodifesa è stata decisiva. Oltre a questo, dall’inizio dell’invasione, le organizzazioni della società civile, i gruppi politici e i gruppi umanitari del mondo, hanno condannato questi attacchi. E’ importante intensificare il supporto internazionale. Il TJK-E si appella a tutte le organizzazioni di donne, ai movimenti, ai gruppi e ai loro alleati per supportare il popolo curdo contro l’invasione e il genocidio. Abbiamo un bisogno urgente che tutti le organizzazioni per i diritti delle donne, i diritti umani e le organizzazioni della società civile in Europa levino le loro voci contro questa guerra. Tutti i governi dovrebbero essere spinti a prendere posizione contro l’imperialismo, la brutalità e i crimini di guerra di questa guerra condotta da un membro della NATO. Chiediamo al pubblico internazionale, in particolare alle donne di tutto il mondo, di schierarsi con noi contro questi attacchi. 

Kurdish Women’s Movement in Europe TJK-E 

Movimento Curdo per le Donne in Europa TJK-E

(*) ripreso da retejin.org – 22 aprile 2022

 


Curdi “prezzo” da pagare alla Nato? La vergogna e la miopia dell’Occidente - Davide Grasso

 

Non pochi, nel mondo dell’informazione, stanno commentando le pressioni turche su Svezia e Finlandia dicendo che i curdi saranno verosimilmente “il prezzo da pagare” per l’allargamento dell’alleanza atlantica in Europa. Espressioni dure, pronunciate spesso con l’aria serafica di chi la sa lunga di realpolitik, e non può permettersi di credere a principi astratti; modi di presentare il contesto che implicano di ritenere inevitabile, a meno di non essere anime belle, comprendere che il popolo curdo non può essere rispettato quanto quello ucraino. Se qualcuno dovesse pensare che questo è razzismo, si sentirà affermare che l’Ucraina è più vicina. Mariupol dista però da Roma 3.036 chilometri, mentre la provincia di Aleppo, dove i curdi delle Ypg-Ypj sono stati in questi mesi bombardati dalla Turchia e assediati da Assad, 2.934 chilometri.

L’Ucraina è in Europa: ma questo non impedisce di analizzare le conseguenze mediterranee ed eurasiatiche delle politiche che, di fatto, ci vengono imposte. Sabino Cassese afferma che l’avversione turca all’inclusione di Svezia e Finlandia nella Nato è superabile, poiché la posizione di Erdogan è “negoziale”: prevede infatti “soltanto” la consegna di presunti militanti del Pkk alle autorità turche. Che sarà mai di fronte ai benefici di questo allargamento, che – si pensa – impedirà massacri e distruzioni ben peggiori di quelli di Aleppo, della Siria e del Kurdistan? Le relazioni internazionali non scorrono, invece, su binari così nitidi o a compartimenti stagni. Anche Luigi Di Maio, per minimizzare il problema, pensa sia sufficiente ripetere che si tratta di “questioni bilaterali”. Erano bilaterali anche le questioni riguardanti la vendita di armi alla Turchia, usate contro i curdi in Iraq e in Siria; e contrariamente alla parola data in pubblico dal ministro degli esteri nell’ottobre 2019, i commerci sono continuati senza il minimo rispetto per l’opinione pubblica italiana.

Sia per ragioni morali e politiche che per ragioni strategiche la questione curda non è, in realtà, un quadro che si possa appendere alla parete per fare bella figura con i propri potenziali estimatori, per poi darlo via quando si crede più conveniente comprare o vendere qualcos’altro. Sono donne e uomini, bambine e bambini, non pacchi postali che possono essere imprigionati, uccisi e perseguitati perché il loro principale aguzzino è membro della Nato. Non è vero, in ogni casi, che la sudditanza alle richieste di Erdogan “convenga” alle popolazioni europee. Potremmo infatti scoprire che le povere vittime “sacrificali” curde costituiscono (e svelano) problemi geopolitici che non sono né marginali né negoziabili, e tantomeno in modo “bilaterale”.

La prima ragione è politica: consegnare dissidenti a un regime totalitario che ne detiene migliaia in condizioni agghiaccianti (si vedano le opere di Zehra Doğan) significa confessare ancora una volta che la difesa dei diritti umani è, per l’Unione Europea, meramente di facciata. Il già diffuso scetticismo popolare verso la credibilità delle classi dirigenti dell’UE vedrebbe confermata l’idea che l’affermazione dei criteri di azione fondati su principi giuridici o morali non conta nulla: le democrazie liberali non avrebbero problemi a causare tortura e morte per chi si oppone a regimi sanguinari. Non si pensi che non vi sia sensibilità, tra gli strati sociali meno privilegiati delle società europee, verso questi elementi della comunicazione politica; e non per altruismo, ma perché chi non può controllare razionalmente il carattere tecnico delle informazioni monetarie, finanziarie ed economiche che impattano sulla sua vita, può comunque trarre conclusioni generali sull’attendibilità di chi gliele fornisce.

Con questo si viene al secondo punto. Questa percezione negativa non ha al momento canali di espressione orientati in senso progressivo. La lezione che la Nato impartisce alle masse tanto cristiane quanto musulmane d’Asia e d’Europa ogni volta che permette le violenze turche contro i curdi (una popolazione altrettanto numerosa degli ucraini) favorisce la propaganda di partiti come Russia Unita di Putin, che denuncia con una certa facilità il doppiopesismo occidentale sul diritto internazionale e l’autodeterminazione dei popoli. Vero è che questo doppiopesismo è lo stesso di Mosca, ma non è detto che gran parte dell’opinione pubblica occidentale se ne accorga. Non è un problema legato solo alle leggi del cuore o all’onorabilità (pur importantissime): implica un aspetto giuridico. La Turchia occupa e bombarda ampi territori siriani e iracheni per colpire i movimenti sociali progressisti del Pkk e del Pyd, e i movimenti arabi ed ezidi loro alleati che hanno liberato quei territori dall’Isis, detenendo con difficoltà migliaia di criminali di quell’organizzazione.

Non esiste alcuna sanzione internazionale contro queste aggressioni, che nulla hanno di diverso, quanto a illegalità internazionale, da quelle russe, causando peraltro forme di ingegneria demografica, colonialismo d’insediamento, diversione delle risorse idriche oltre a mezzo milione di profughi e migliaia di vittime combattenti e civili. Ben al di là dell’inestimabile protezione che Svezia e Finlandia hanno fornito finora ad attivisti e richiedenti asilo curdi, ciò che Erdogan sta negoziando è un’ulteriore via libera della Nato a operazioni militari nella Siria del nord-est, dove gli Stati Uniti hanno truppe e dove Erdogan intende distruggere le conquiste democratiche siriane e irachene, autoctone e secolari, promosse dal Pyd e dal Pkk in questi anni. È grave semmai che Ue e Usa, per tutelare le relazioni con il presidente turco, non abbiano ancora espunto il Pkk da una lista alquanto arbitraria delle organizzazioni terroristiche, visto che cooperano in Siria con il Pyd che è un partito del tutto analogo, unico in grado di resistere militarmente e politicamente al jihadismo più estremo, nell’area dove da dieci anni questo tenta ogni volta di rialzare la testa (e visto che Erdogan, a Idlib, coopera con Hayat Tahrir as-Sham, alias Al-Qaeda).

Questo è l’ultimo aspetto, decisivo e strategico. La Turchia è un paese plurale, con una società ricca di pulsioni volte a una forma democratica del moderno. Con le sue purghe e la sua violenza il presidente ha però trasformato il paese in una prigione votata alla rifondazione legalizzata del jihad globale, disciplinato politicamente da una guida statale che siede nel Consiglio d’Europa e in quello della Nato. L’esercito turco tiene sotto il suo comando in Siria bande criminali come Ahrar al-Sharqiya e Failaq Al-Majd, che commettono crimini contro l’umanità e in cui militano ex miliziani di Daesh e Al-Qaeda.

Tali o simili jihadisti siriani sono stati mandati da Ankara a combattere in Libia, in Azerbaijan e persino in Kashmir. La legittimazione globale e comunicativa di un regresso globale del e nel mondo islamico, operata da Erdogan, non è meno pericolosa di altri fenomeni. Passa anche per le moschee che il governo turco finanzia in Europa: spesso centrali operative, ideologiche e propagandistiche di una Fratellanza musulmana sempre attiva nelle nostre società, come in Medio oriente, per marginalizzare le musulmane e i musulmani che non condividono le rappresentazioni dell’islam proprie dei governi turco e qatariota.

Il jihad globale istituzionalizzato ordito oggi dall’abile Erdogan, predicato o armato che sia, si è formato sulle ceneri, ma anche in rapporto, con quello clandestino lanciato a suo tempo da Bin Laden. Questo non incontra gli interessi strategici e fondamentali dei mediorientali e degli europei che intendano vivere in pace, libertà e nel rispetto reciproco. Questi interessi non sono negoziabili perché sono tutt’uno con ciò che motiva concretamente l’avversione all’espansionismo coloniale di Putin in Ucraina, alle violenze israeliane in Palestina e che in passato ha motivato la giusta opposizione all’invasione angloamericana dell’Iraq. Permettere l’imprigionamento di militanti e combattenti per la libertà, e nuove guerre d’invasione, per accontentare Erdogan rende ipocrita la giustificazione usata per l’adesione di Svezia e Finlandia alla Nato: l’avversità alle invasioni e la deterrenza della loro possibilità.

Pensare che la sproporzione di interesse strategico tra Europa e Medio oriente, e tra Mare del nord e Mediterraneo, sia così ampia da giustificare capitolazioni del genere significa avere una percezione della politica e degli equilibri mondiali forse inadatta persino al Settecento. Il Partito Giustizia e Sviluppo di Erdogan non controlla, come Russia Unita di Putin, una potenza nucleare, né gran parte del capitale fossile; ma ne controlla gran parte del transito, e ha aspirazioni all’egemonia ideologica sull’intero mondo musulmano, dal Marocco all’Afghanistan. Credere che vendere al despota i suoi dissidenti e oppositori ci conduca alla pace è miope. Abbiamo interesse a vivere bene con gli altri popoli, che devono vivere bene a loro volta; questo ci permetterebbe di effettuare commerci più stabili, sicuri e giusti con le altre terre. Il “prezzo” da pagare per questo non è consegnare i curdi, ma aiutarli nell’ottica di favorire un cambiamento politico interno alla Turchia.

(*) ripreso da /www.micromega.net

 

Una nota della “bottega” sui legami Erdogan-Isis

Su «Il fatto quotidiano» del 28 maggio Davide Grasso ha scritto «Le tante relazioni pericolose tra Erdogan e i terroristi Isis» (chi è abbonato a «Il fatto» lo può leggere sul sito) rispondendo a un lungo articolo, davvero disinformato, di Alessandro Orsini che lodava il sultano di Ankara per essersi battuto contro l’Isis. Le cose stanno molto diversamente. Come ricorda Grasso i legami – armi, via libera alle frontiere ecc – fra Erdogan e Stato Islamico sono ben documentati. Quanto all’accusa di Orsini secondo cui l’Italia non agì contro i terroristi “islamici”, Grasso spiega: «lo Stato italiano nulla ha fatto contro l’Isis in Siria […] mentre centinaia di italiani sono partiti per il Rojava per sostenere le Ypg, alcuni combattendo in prima persona fino a cadere sul campo come Lorenzo Orsetti […] contro l’equipaggiamento anche italiano in dotazione all’ esercito turco. Se la ministra Pinotti, durante la liberazione di Raqqa, non cedette alle richieste americane di coinvolgimento italiano, fu proprio per non scontentare Erdogan».



Il prezzo del sì: estradizione dei curdi e armi per Ankara - Chiara Cruciati

 

Il presidente turco Recep Tayyip Erdogan vede sempre opportunità nelle faglie europee, di fronte a una crisi o a un cambio di paradigma ha spesso la carta buona da giocare. Lo ha fatto con l’emergenza migratoria siriana in piena guerra civile, strappando all’Europa sei miliardi di euro per “gestire” tre milioni di profughi, e lo ha fatto nell’ottobre 2019 con il ritiro Usa dalla Siria del nord-est, occupando un pezzo di Rojava dove impiantare un semi-emirato islamista.

Oggi sul tavolo ha l’adesione alla Nato di Svezia e Finlandia. Erdogan sa che serve l’unanimità e ha posto le sue condizioni, niente arriva gratis: Helsinki e Stoccolma devono cessare di essere Stati-santuario del Pkk, consegnargli i membri del Partito curdo dei Lavoratori e cancellare l’embargo di armi verso Ankara deciso proprio nel 2019, a fronte dell’occupazione delle città curdo-siriane di Gire Spi e Serekaniye.

Così i due paesi scandinavi invieranno delegazioni in Turchia per negoziare il sì di Ankara all’adesione. Il prezzo lo pagheranno i curdi, quelli in diaspora e chi in Medio Oriente lavora da anni alla costruzione di società alternative al settarismo regionale, tra Siria e Iraq.

In Svezia e Finlandia vivono circa 100mila curdi, l’80% in territorio svedese. L’emigrazione è iniziata negli anni ‘70, per farsi più prepotente dopo il colpo di stato turco del 1980. Secondo Ankara, da qui il Pkk gestirebbe la sua rete di finanziamenti e reclutamento in Europa, grazie alla tolleranza delle autorità locali.

Il ministro degli esteri Cavusoglu ha detto di aver condiviso con le autorità svedesi le prove della presenza di membri del Pkk sul territorio dello stato, liberi di operare: «Gli abbiamo detto che non ci basta la dichiarazione della Svezia che il Pkk è già sulla loro lista del terrorismo – ha riportato ai giornalisti Cavusoglu domenica scorsa, dopo un incontro con gli omologhi di Helsinki e Stoccolma – Ci hanno risposto che penseranno a un nuovo piano».

Lunedì qualche dettaglio in più. Ankara avrebbe chiesto alla Svezia l’estradizione di undici presunti membri del Pkk, alla Finlandia di sei, seppur la lista dei desideri sarebbe ben più lunga: secondo il ministero della giustizia turco, negli ultimi cinque anni sarebbero state mosse 33 richieste di estradizione, mai accolte.

Un comportamento che agli occhi turchi è incomprensibile, soprattutto alla luce della propaganda durata decenni intorno all’omicidio di Olof Palme del 1986: all’epoca si seguì anche la pista curda, rispuntata a fine anni ‘90 dopo le dichiarazioni di un ex membro del Pkk che dava al suo gruppo la responsabilità della morte del primo ministro svedese. Ordinata dallo stesso Ocalan, si disse, dopo che Stoccolma aveva dato il via libera all’estradizione di otto combattenti. Una pista presto abbandonata ma che non esita a ricomparire nei momenti di necessità turchi.

E poi c’è il legame che Stoccolma ha intessuto con l’Amministrazione autonoma della Siria del nord-est, espressione del confederalismo democratico teorizzato dal leader del Pkk, Ocalan: oltre al sostegno attraverso la coalizione anti-Isis, una delegazione di alto livello svedese – con a capo la ministra degli esteri Ann Linde – nel 2020 ha fatto visita alle Forze democratiche siriane (federazione multietnica e multiconfessionale nata durante la lotta all’Isis e ora impegnata contro l’invasione turca) e lo scorso anno il ministro della difesa Hultqvist ha avuto un colloquio video con il loro leader, Mazloum Abdi, a cui ha rinnovato l’appoggio del suo paese.

La seconda richiesta viene da sé: scongelare l’esportazione di armi. «Non diremo di sì ai paesi che applicano sanzioni alla Turchia», il commento di lunedì del presidente turco a cui servono armi per proseguire nelle guerre in giro per il Mediterraneo. A partire proprio da quella contro le comunità curde sparse tra Turchia, Siria e Iraq: l’ultima operazione, “Blocco dell’Artiglio”, è cominciata a metà aprile e prende di mira le regioni di Zap e Avasin, le montagne del nord iracheno base militare e ideologica del Pkk. Oltre 900 i bombardamenti turchi.

Ma non va come dovrebbe: quasi impossibili da espugnare, le montagne garantiscono al Pkk la difesa utile al contrattacco. Se secondo l’esercito turco, in un mese le perdite sarebbero state di soli sei soldati, molto diverso è il bilancio delle Hpg, le forze armate curde: in un comunicato di due giorni fa danno conto di 427 militari turchi uccisi, sette droni e un elicottero abbattuti.

 

ripreso dal quotidiano il manifesto

 

https://www.labottegadelbarbieri.org/erdogan-non-e-uomo-di-pace-anzi/