lunedì 30 maggio 2022

ROMPIAMO IL SILENZIO – FERMIAMO LA GUERRA!


SABATO 4 giugno  alle 16 – manifestazione nazionale

piazza della Repubblica, Roma

Il 17 aprile lo Stato turco ha lanciato una nuova campagna militare volta ad occupare nuove aree del Kurdistan meridionale, mentre prosegue i suoi attacchi in Rojava e a Sengal.

Il presidente fascista turco Erdogan ha dato l’ordine per questo attacco poiché presume che l’attenzione della comunità internazionale sia completamente concentrata sulla guerra in Ucraina. Vuole quindi trarre vantaggio dalla situazione attuale e portare a termine l’ennesimo attacco contro il popolo curdo. Questa guerra di occupazione mostra ancora una volta che Erdogan st cercando di manipolare la comunità internazionale affermando che sta lavorando per raggiungere la pace e la stabilità in Ucraina.

Parallelamente all’invasione turca l’esercito iracheno  sta attaccando gli ezidi sopravvissuti nel 2014 al genocidio dello Stato Islamico per smantellare la loro amministrazione autonoma, un sistema organizzativo sviluppato per dare alla gente la possibilità di non dover lasciare la propria patria e di essere in grado di difendersi, Tutto ciò avviene con la complicità del partito di Barzani il KDP e il governo centrale iracheno di Mustafa al-Kadhimi.

Attraverso la guerra la Turchia sta cercando di imporre il suo predominio politico e militare fino a Mosul e Kirkuk, e punta a raggiungere i confini del Patto Nazionale (“Misak-ı Milli” ratificato nell’ultimo parlamento ottomano), il sogno di un secolo.

Dobbiamo rompere il silenzio sull’invasione turca del Kurdistan meridionale e agire!

• Chiediamo a tutti i governi e alle organizzazioni internazionali, comprese le Nazioni Unite, la NATO, l’UE, il Consiglio d’Europa e la Lega araba, di intraprendere un’azione urgente contro questa violazione del diritto internazionale, di condannare inequivocabilmente questo crimine di aggressione e di chiedere che la Turchia ritiri le sue truppe dal Kurdistan meridionale

• Chiediamo ai partiti politici, alle organizzazioni per i diritti umani, alle organizzazioni per la pace, ai sindacalisti e agli attivisti di opporsi a questa aggressione della Turchia.

Manifestazione nazionale a Roma con concentramento in Piazza la Repubblica alle ore 16

Per adesioni:

info.uikionlus@gmail.com

info@retekurdistan.it

Ufficio d’informazione del Kurdistan

Comitato ‘’il tempo è arrivato; Liberta per Ocalan’’

Rete Kurdistan Italia

Comunità curda in Italia

 

Dobbiamo resistere alla guerra femminicida: la guerra di Stato turca di occupazione del sud Kurdistan

Dossier del TJK-E sulla guerra di occupazione turca in Kurdistan meridionale (*)

INDICE

1. Introduzione – La nuova fase dell’aggressione dello Stato Turco in Kurdistan.

2. Background degli attacchi

3. L’invasione e il movimento delle donne

4. Supporto e azione internazionale


1. La nuova fase dell’aggressione dello Stato Turco in Kurdistan

Il 14 aprile 2022 nuove incursioni aeree e bombardamenti hanno annunciato la nuova fase dell’aggressione turca contro il Kurdistan. Tali attacchi concentrati sulle regioni a sud del Kurdistan: Zap, Metina, Avasin, sono stati seguiti dall’avanzata di migliaia di soldati trasformandosi, quindi, in una carica su vasta scala che sta proseguendo sino ad oggi. L’obiettivo immediato dell’invasione militare è quindi lontano dall’essere le Forze di Difesa del Popolo, quanto la guerriglia curda. Ad ogni modo, questa escalation deve essere vista come la fase più recente nell’attacco supportato dallo stato turco verso la popolazione curda, verso la democrazia nella regione curda e verso le conquiste del Movimento di Liberazione Curda e del Movimento delle Donne Curde. Esploreremo questi avvenimenti dalla prospettiva del Movimento delle Donne Curde in Europa (TJK-E). Discuteremo: il contesto di questi attacchi la relazione tra la questione femminista e globalmente delle donne la necessità dell’azione internazionale per difendersi dall’aggressione imperialista.

2. Background

Il contesto politico dietro questi attacchi è l’obiettivo del partito di governo turco AKP-MHP di far rivivere le ambizioni dell’impero ottomano ed estendere il proprio controllo nella regione. Per fare ciò, la coalizione AKP-MHP cerca di dividere e distruggere il popolo curdo e di rafforzare le politiche di genocidio contro di essa. E’ importante capire gli effetti di queste politiche attraverso la regione e non solo in maniera isolata. Ciò contempla: le permanenti occupazioni oltre confine di Afrin e Serekaniye, entrambe ricche di ben documentate violazioni dei diritti umani e dei crimini contro l’umanitàl’incessante aggressione militare in Siria e nella parte ovest del Kurdistan (Rojava)la distruzione delle riserve idriche ed energetiche della società civile gli attacchi intensificati sulla regione degli Yazidi di Shengal (Sinjar) gli attacchi dei droni oltre confine sulle aree civili, incluso il campo per rifugiati Makhmour. Questi attacchi fanno parte di un’ampia strategia contro la società civile curda e contro il movimento per la democrazia, l’ecologia e la liberazione delle donne. Il governo del Partito Democratico del Kurdistan (KDP) nel governo regionale del Kurdistan sta collaborando con lo stato turco nell’attuale invasione del sude del Kurdistan, incluse le incursioni nello Shengal. Tale tradimento fa anche parte di un tentativo di dividere il popolo curdo e metter l’uno contro l’altro. Nelle ultime due settimane si è assistito a molteplici azioni illegali da parte dell’esercito turco, incluso il bombardamento di quartieri abitati da civili a Kobane nonché all’uso di armi chimiche nell’invasione del Kurdistan. E’ importante sottolineare che la tempistica di questi attacchi rispetto alla guerra in coso in Ucraina, non è una coincidenza. Lo Stato Turco conta sul fatto che lo sguardo del mondo è rivolto all’Ucraina per la propria avanzata imperialista. In quanto membro della NATO, la Turchia sta sfruttando al meglio lo scontro della NATO con la Russia.

3. L’invasione e il movimento delle donne

Il movimento curdo delle donne è divenuto fonte d’ispirazione per la lotta globale delle donne. Le conquiste del movimento delle donne si sono imposte all’attenzione globale nella regione del  Kurdistan ovest (Rojava), dove il movimento  è stato capace di mettere in pratica i propri valori e costruire una partecipazione politica delle donne, l’autodifesa e varie forme di emancipazione.  Il movimento di liberazione delle donne in Rojava ha dato l’avvio ad una radicale trasformazione sociale storicamente caratterizzata dal matrimonio forzato, dalla violenza sulle donne e dalla loro esclusione in ambito economico, politico e sociale. L’aver collocato la trasformazione femminista della società curda al centro del movimento, diventando un esempio unico a livello mondiale, ha sollecitato l’attenzione ed il supporto delle femministe di tutto il mondo. In tutti gli attacchi del Movimento di Liberazione Curda, lo stato turco punta in modo deliberato e sistematico alle donne e alle organizzazioni delle donne. Ciò è stato ben documentato, in particolare dalle invasioni di Afrin e Serekaniye e include l’uso sistematico della violenza di genere e del femminicidio come strumento di guerra e occupazione. L’attuale offensiva militare va anche compresa all’interno di questo contesto. Le politiche dell’AKP-MHP non riguardano solo il genocidio contro i curdi; tentano di uccidere i valori del movimento, e i principi che il  movimento ssta costruendo,  attraverso una società democratica, come la liberazione delle donne. Divenendo organizzato e politicamente attivo, il Movimento delle Donne Curde, è capace di difendersi ed essere la spina dorsale di un forte movimento sociale di democrazia e contro l’imperialismo. Lo stato turco sa che il movimento delle donne ed il supporto internazionale che questo ha, sono alla base della lotta per la libertà del Kurdistan. Le implicazioni dell’imperialismo dello stato turco e il suo attacco alla trasformazione femminista sono noti globalmente. 

4. Supporto e azione internazionale

La persistente resistenza diretta dell’invasione da parte delle forze di autodifesa è stata decisiva. Oltre a questo, dall’inizio dell’invasione, le organizzazioni della società civile, i gruppi politici e i gruppi umanitari del mondo, hanno condannato questi attacchi. E’ importante intensificare il supporto internazionale. Il TJK-E si appella a tutte le organizzazioni di donne, ai movimenti, ai gruppi e ai loro alleati per supportare il popolo curdo contro l’invasione e il genocidio. Abbiamo un bisogno urgente che tutti le organizzazioni per i diritti delle donne, i diritti umani e le organizzazioni della società civile in Europa levino le loro voci contro questa guerra. Tutti i governi dovrebbero essere spinti a prendere posizione contro l’imperialismo, la brutalità e i crimini di guerra di questa guerra condotta da un membro della NATO. Chiediamo al pubblico internazionale, in particolare alle donne di tutto il mondo, di schierarsi con noi contro questi attacchi. 

Kurdish Women’s Movement in Europe TJK-E 

Movimento Curdo per le Donne in Europa TJK-E

(*) ripreso da retejin.org – 22 aprile 2022

 


Curdi “prezzo” da pagare alla Nato? La vergogna e la miopia dell’Occidente - Davide Grasso

 

Non pochi, nel mondo dell’informazione, stanno commentando le pressioni turche su Svezia e Finlandia dicendo che i curdi saranno verosimilmente “il prezzo da pagare” per l’allargamento dell’alleanza atlantica in Europa. Espressioni dure, pronunciate spesso con l’aria serafica di chi la sa lunga di realpolitik, e non può permettersi di credere a principi astratti; modi di presentare il contesto che implicano di ritenere inevitabile, a meno di non essere anime belle, comprendere che il popolo curdo non può essere rispettato quanto quello ucraino. Se qualcuno dovesse pensare che questo è razzismo, si sentirà affermare che l’Ucraina è più vicina. Mariupol dista però da Roma 3.036 chilometri, mentre la provincia di Aleppo, dove i curdi delle Ypg-Ypj sono stati in questi mesi bombardati dalla Turchia e assediati da Assad, 2.934 chilometri.

L’Ucraina è in Europa: ma questo non impedisce di analizzare le conseguenze mediterranee ed eurasiatiche delle politiche che, di fatto, ci vengono imposte. Sabino Cassese afferma che l’avversione turca all’inclusione di Svezia e Finlandia nella Nato è superabile, poiché la posizione di Erdogan è “negoziale”: prevede infatti “soltanto” la consegna di presunti militanti del Pkk alle autorità turche. Che sarà mai di fronte ai benefici di questo allargamento, che – si pensa – impedirà massacri e distruzioni ben peggiori di quelli di Aleppo, della Siria e del Kurdistan? Le relazioni internazionali non scorrono, invece, su binari così nitidi o a compartimenti stagni. Anche Luigi Di Maio, per minimizzare il problema, pensa sia sufficiente ripetere che si tratta di “questioni bilaterali”. Erano bilaterali anche le questioni riguardanti la vendita di armi alla Turchia, usate contro i curdi in Iraq e in Siria; e contrariamente alla parola data in pubblico dal ministro degli esteri nell’ottobre 2019, i commerci sono continuati senza il minimo rispetto per l’opinione pubblica italiana.

Sia per ragioni morali e politiche che per ragioni strategiche la questione curda non è, in realtà, un quadro che si possa appendere alla parete per fare bella figura con i propri potenziali estimatori, per poi darlo via quando si crede più conveniente comprare o vendere qualcos’altro. Sono donne e uomini, bambine e bambini, non pacchi postali che possono essere imprigionati, uccisi e perseguitati perché il loro principale aguzzino è membro della Nato. Non è vero, in ogni casi, che la sudditanza alle richieste di Erdogan “convenga” alle popolazioni europee. Potremmo infatti scoprire che le povere vittime “sacrificali” curde costituiscono (e svelano) problemi geopolitici che non sono né marginali né negoziabili, e tantomeno in modo “bilaterale”.

La prima ragione è politica: consegnare dissidenti a un regime totalitario che ne detiene migliaia in condizioni agghiaccianti (si vedano le opere di Zehra Doğan) significa confessare ancora una volta che la difesa dei diritti umani è, per l’Unione Europea, meramente di facciata. Il già diffuso scetticismo popolare verso la credibilità delle classi dirigenti dell’UE vedrebbe confermata l’idea che l’affermazione dei criteri di azione fondati su principi giuridici o morali non conta nulla: le democrazie liberali non avrebbero problemi a causare tortura e morte per chi si oppone a regimi sanguinari. Non si pensi che non vi sia sensibilità, tra gli strati sociali meno privilegiati delle società europee, verso questi elementi della comunicazione politica; e non per altruismo, ma perché chi non può controllare razionalmente il carattere tecnico delle informazioni monetarie, finanziarie ed economiche che impattano sulla sua vita, può comunque trarre conclusioni generali sull’attendibilità di chi gliele fornisce.

Con questo si viene al secondo punto. Questa percezione negativa non ha al momento canali di espressione orientati in senso progressivo. La lezione che la Nato impartisce alle masse tanto cristiane quanto musulmane d’Asia e d’Europa ogni volta che permette le violenze turche contro i curdi (una popolazione altrettanto numerosa degli ucraini) favorisce la propaganda di partiti come Russia Unita di Putin, che denuncia con una certa facilità il doppiopesismo occidentale sul diritto internazionale e l’autodeterminazione dei popoli. Vero è che questo doppiopesismo è lo stesso di Mosca, ma non è detto che gran parte dell’opinione pubblica occidentale se ne accorga. Non è un problema legato solo alle leggi del cuore o all’onorabilità (pur importantissime): implica un aspetto giuridico. La Turchia occupa e bombarda ampi territori siriani e iracheni per colpire i movimenti sociali progressisti del Pkk e del Pyd, e i movimenti arabi ed ezidi loro alleati che hanno liberato quei territori dall’Isis, detenendo con difficoltà migliaia di criminali di quell’organizzazione.

Non esiste alcuna sanzione internazionale contro queste aggressioni, che nulla hanno di diverso, quanto a illegalità internazionale, da quelle russe, causando peraltro forme di ingegneria demografica, colonialismo d’insediamento, diversione delle risorse idriche oltre a mezzo milione di profughi e migliaia di vittime combattenti e civili. Ben al di là dell’inestimabile protezione che Svezia e Finlandia hanno fornito finora ad attivisti e richiedenti asilo curdi, ciò che Erdogan sta negoziando è un’ulteriore via libera della Nato a operazioni militari nella Siria del nord-est, dove gli Stati Uniti hanno truppe e dove Erdogan intende distruggere le conquiste democratiche siriane e irachene, autoctone e secolari, promosse dal Pyd e dal Pkk in questi anni. È grave semmai che Ue e Usa, per tutelare le relazioni con il presidente turco, non abbiano ancora espunto il Pkk da una lista alquanto arbitraria delle organizzazioni terroristiche, visto che cooperano in Siria con il Pyd che è un partito del tutto analogo, unico in grado di resistere militarmente e politicamente al jihadismo più estremo, nell’area dove da dieci anni questo tenta ogni volta di rialzare la testa (e visto che Erdogan, a Idlib, coopera con Hayat Tahrir as-Sham, alias Al-Qaeda).

Questo è l’ultimo aspetto, decisivo e strategico. La Turchia è un paese plurale, con una società ricca di pulsioni volte a una forma democratica del moderno. Con le sue purghe e la sua violenza il presidente ha però trasformato il paese in una prigione votata alla rifondazione legalizzata del jihad globale, disciplinato politicamente da una guida statale che siede nel Consiglio d’Europa e in quello della Nato. L’esercito turco tiene sotto il suo comando in Siria bande criminali come Ahrar al-Sharqiya e Failaq Al-Majd, che commettono crimini contro l’umanità e in cui militano ex miliziani di Daesh e Al-Qaeda.

Tali o simili jihadisti siriani sono stati mandati da Ankara a combattere in Libia, in Azerbaijan e persino in Kashmir. La legittimazione globale e comunicativa di un regresso globale del e nel mondo islamico, operata da Erdogan, non è meno pericolosa di altri fenomeni. Passa anche per le moschee che il governo turco finanzia in Europa: spesso centrali operative, ideologiche e propagandistiche di una Fratellanza musulmana sempre attiva nelle nostre società, come in Medio oriente, per marginalizzare le musulmane e i musulmani che non condividono le rappresentazioni dell’islam proprie dei governi turco e qatariota.

Il jihad globale istituzionalizzato ordito oggi dall’abile Erdogan, predicato o armato che sia, si è formato sulle ceneri, ma anche in rapporto, con quello clandestino lanciato a suo tempo da Bin Laden. Questo non incontra gli interessi strategici e fondamentali dei mediorientali e degli europei che intendano vivere in pace, libertà e nel rispetto reciproco. Questi interessi non sono negoziabili perché sono tutt’uno con ciò che motiva concretamente l’avversione all’espansionismo coloniale di Putin in Ucraina, alle violenze israeliane in Palestina e che in passato ha motivato la giusta opposizione all’invasione angloamericana dell’Iraq. Permettere l’imprigionamento di militanti e combattenti per la libertà, e nuove guerre d’invasione, per accontentare Erdogan rende ipocrita la giustificazione usata per l’adesione di Svezia e Finlandia alla Nato: l’avversità alle invasioni e la deterrenza della loro possibilità.

Pensare che la sproporzione di interesse strategico tra Europa e Medio oriente, e tra Mare del nord e Mediterraneo, sia così ampia da giustificare capitolazioni del genere significa avere una percezione della politica e degli equilibri mondiali forse inadatta persino al Settecento. Il Partito Giustizia e Sviluppo di Erdogan non controlla, come Russia Unita di Putin, una potenza nucleare, né gran parte del capitale fossile; ma ne controlla gran parte del transito, e ha aspirazioni all’egemonia ideologica sull’intero mondo musulmano, dal Marocco all’Afghanistan. Credere che vendere al despota i suoi dissidenti e oppositori ci conduca alla pace è miope. Abbiamo interesse a vivere bene con gli altri popoli, che devono vivere bene a loro volta; questo ci permetterebbe di effettuare commerci più stabili, sicuri e giusti con le altre terre. Il “prezzo” da pagare per questo non è consegnare i curdi, ma aiutarli nell’ottica di favorire un cambiamento politico interno alla Turchia.

(*) ripreso da /www.micromega.net

 

Una nota della “bottega” sui legami Erdogan-Isis

Su «Il fatto quotidiano» del 28 maggio Davide Grasso ha scritto «Le tante relazioni pericolose tra Erdogan e i terroristi Isis» (chi è abbonato a «Il fatto» lo può leggere sul sito) rispondendo a un lungo articolo, davvero disinformato, di Alessandro Orsini che lodava il sultano di Ankara per essersi battuto contro l’Isis. Le cose stanno molto diversamente. Come ricorda Grasso i legami – armi, via libera alle frontiere ecc – fra Erdogan e Stato Islamico sono ben documentati. Quanto all’accusa di Orsini secondo cui l’Italia non agì contro i terroristi “islamici”, Grasso spiega: «lo Stato italiano nulla ha fatto contro l’Isis in Siria […] mentre centinaia di italiani sono partiti per il Rojava per sostenere le Ypg, alcuni combattendo in prima persona fino a cadere sul campo come Lorenzo Orsetti […] contro l’equipaggiamento anche italiano in dotazione all’ esercito turco. Se la ministra Pinotti, durante la liberazione di Raqqa, non cedette alle richieste americane di coinvolgimento italiano, fu proprio per non scontentare Erdogan».



Il prezzo del sì: estradizione dei curdi e armi per Ankara - Chiara Cruciati

 

Il presidente turco Recep Tayyip Erdogan vede sempre opportunità nelle faglie europee, di fronte a una crisi o a un cambio di paradigma ha spesso la carta buona da giocare. Lo ha fatto con l’emergenza migratoria siriana in piena guerra civile, strappando all’Europa sei miliardi di euro per “gestire” tre milioni di profughi, e lo ha fatto nell’ottobre 2019 con il ritiro Usa dalla Siria del nord-est, occupando un pezzo di Rojava dove impiantare un semi-emirato islamista.

Oggi sul tavolo ha l’adesione alla Nato di Svezia e Finlandia. Erdogan sa che serve l’unanimità e ha posto le sue condizioni, niente arriva gratis: Helsinki e Stoccolma devono cessare di essere Stati-santuario del Pkk, consegnargli i membri del Partito curdo dei Lavoratori e cancellare l’embargo di armi verso Ankara deciso proprio nel 2019, a fronte dell’occupazione delle città curdo-siriane di Gire Spi e Serekaniye.

Così i due paesi scandinavi invieranno delegazioni in Turchia per negoziare il sì di Ankara all’adesione. Il prezzo lo pagheranno i curdi, quelli in diaspora e chi in Medio Oriente lavora da anni alla costruzione di società alternative al settarismo regionale, tra Siria e Iraq.

In Svezia e Finlandia vivono circa 100mila curdi, l’80% in territorio svedese. L’emigrazione è iniziata negli anni ‘70, per farsi più prepotente dopo il colpo di stato turco del 1980. Secondo Ankara, da qui il Pkk gestirebbe la sua rete di finanziamenti e reclutamento in Europa, grazie alla tolleranza delle autorità locali.

Il ministro degli esteri Cavusoglu ha detto di aver condiviso con le autorità svedesi le prove della presenza di membri del Pkk sul territorio dello stato, liberi di operare: «Gli abbiamo detto che non ci basta la dichiarazione della Svezia che il Pkk è già sulla loro lista del terrorismo – ha riportato ai giornalisti Cavusoglu domenica scorsa, dopo un incontro con gli omologhi di Helsinki e Stoccolma – Ci hanno risposto che penseranno a un nuovo piano».

Lunedì qualche dettaglio in più. Ankara avrebbe chiesto alla Svezia l’estradizione di undici presunti membri del Pkk, alla Finlandia di sei, seppur la lista dei desideri sarebbe ben più lunga: secondo il ministero della giustizia turco, negli ultimi cinque anni sarebbero state mosse 33 richieste di estradizione, mai accolte.

Un comportamento che agli occhi turchi è incomprensibile, soprattutto alla luce della propaganda durata decenni intorno all’omicidio di Olof Palme del 1986: all’epoca si seguì anche la pista curda, rispuntata a fine anni ‘90 dopo le dichiarazioni di un ex membro del Pkk che dava al suo gruppo la responsabilità della morte del primo ministro svedese. Ordinata dallo stesso Ocalan, si disse, dopo che Stoccolma aveva dato il via libera all’estradizione di otto combattenti. Una pista presto abbandonata ma che non esita a ricomparire nei momenti di necessità turchi.

E poi c’è il legame che Stoccolma ha intessuto con l’Amministrazione autonoma della Siria del nord-est, espressione del confederalismo democratico teorizzato dal leader del Pkk, Ocalan: oltre al sostegno attraverso la coalizione anti-Isis, una delegazione di alto livello svedese – con a capo la ministra degli esteri Ann Linde – nel 2020 ha fatto visita alle Forze democratiche siriane (federazione multietnica e multiconfessionale nata durante la lotta all’Isis e ora impegnata contro l’invasione turca) e lo scorso anno il ministro della difesa Hultqvist ha avuto un colloquio video con il loro leader, Mazloum Abdi, a cui ha rinnovato l’appoggio del suo paese.

La seconda richiesta viene da sé: scongelare l’esportazione di armi. «Non diremo di sì ai paesi che applicano sanzioni alla Turchia», il commento di lunedì del presidente turco a cui servono armi per proseguire nelle guerre in giro per il Mediterraneo. A partire proprio da quella contro le comunità curde sparse tra Turchia, Siria e Iraq: l’ultima operazione, “Blocco dell’Artiglio”, è cominciata a metà aprile e prende di mira le regioni di Zap e Avasin, le montagne del nord iracheno base militare e ideologica del Pkk. Oltre 900 i bombardamenti turchi.

Ma non va come dovrebbe: quasi impossibili da espugnare, le montagne garantiscono al Pkk la difesa utile al contrattacco. Se secondo l’esercito turco, in un mese le perdite sarebbero state di soli sei soldati, molto diverso è il bilancio delle Hpg, le forze armate curde: in un comunicato di due giorni fa danno conto di 427 militari turchi uccisi, sette droni e un elicottero abbattuti.

 

ripreso dal quotidiano il manifesto

 

https://www.labottegadelbarbieri.org/erdogan-non-e-uomo-di-pace-anzi/

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