All'interno dell’aeroporto
di Cagliari Elmas c’è una biblioteca, pare, e verrà intitolata a Gigi Riva -
come viene annunciato sui social - Rombo di tuono Library (scrive l’Ansa).
Che sforzo!
Perché non intitolare l’aeroporto a Gigi Riva?
Va bene dedicargli lo stadio, o una strada, ma perché non l’aeroporto?
Qualcuno dirà che i nomi non si possono cambiare, l'aeroporto
Falcone-Borsellino di Palermo lo dimostra, i nomi si possono cambiare.
Quello che tutti i sardi provavano (e provano) per Gigi Riva è amore,
rispetto, stima senza limiti, il giorno dei funerali si è visto, e si è visto
tutti i giorni in cui Riva ha vissuto a Cagliari, ma nessuno di chi sta in alto
propone l’Aeroporto “Gigi Riva”.
Milioni di persone arrivando o partendo in aereo ricordanno Gigi Riva, o,
incuriositi, cercheranno di capire chi fosse.
Sembrerà strano un aeroporto intitolato a un calciatore, eppure Belfast ha
intitolato l’aeroporto a George Best, forse Gigi Riva è da meno?
Aeroporto di Cagliari-Elmas “Gigi Riva” suona proprio
bene!
ps: Nel libro
“Sardignolo” Alberto Mario Delogu ricorda che l’aeroporto di Cagliari-Elmas è
intitolato a Mario Mameli, un pilota d’aereo morto nell’adempimento del dovere.
Il dovere era bombardare (e ammazzare) gli abissini, a casa loro, in una guerra
infame.
…Per ricordare i fatti pare giusto citare
la motivazione con cui gli verrà concessa la medaglia d’argento al valor
militare “sul campo”, alla memoria: «Pilota d’apparecchio da bombardamento,
partecipava con slancio, entusiasmo e valore a numerose incursioni offensive.
Negli attacchi aerei della valle di Maj Mescic, della valle del Samre; di Amba
Aradam, del Tembien, piana di Andino contribuiva ad infliggere al nemico
gravissime perdite mediante attacchi a bassa quota dai quali il velivolo
rientrava spesso colpito. Il 1° marzo 1936, durante il bombardamento e
mitragliamento condotto con brillante aggressività a volo radente, per meglio
assolvere il proprio compito, sfidava arditamente l’offesa nemica svolgendo
azione valorosa che culminava con il sacrificio della propria esistenza. Cielo
di Monte Andino 1° marzo 1936…» (da qui)
Chissà se fra quei migranti che arrivano
(o non arrivano) in Italia c’è qualche pronipote di chi veniva bombardato da
Mario Mameli per portare la civiltà.
Alberto Mario Delogu, agronomo sassarese, dopo alcune esperienze professionali nell’Isola, dal 1998 si è trasferito in Canada. Dal 2005 è a Montreal, dov’è direttore di una corporate biovegana.
Lei è sardo, attento osservatore di cose sarde e italiane, pur da una terra lontana. Che idea si è fatto sul post-elezioni Politiche e sui teatrini a proposito della formazione del governo?
Dopo le elezioni del 2010 in Belgio ci sono voluti quasi 20 mesi perché si potesse formare un nuovo governo. L’Olanda l’anno scorso ci ha impiegato 7 mesi, la Germania 5 mesi. I due mesi italiani sono del tutto normali. Quel che non trovo normale è che negli ultimi 25 anni d’illusione maggioritaria i politici italiani abbiano disimparato l’arte della politica, cioè dialogare, discutere e imparare a trovare un accordo.
Non è dunque peregrina l’idea che in Sardegna venga aggiornato il concetto di “voto utile”, oggi integralmente riferito a quello per i partiti italiani che vanno per la maggiore.
Il corpo elettorale di un paese moderno è frammentato ed è giusto che lo sia. Il professor Mariotto Segni 25 anni fa ha commesso l’errore di pensare che gli italiani fossero anglosassoni e ha promosso l’OGM del maggioritario in nome della governabilità. Erano gli anni di Ghino di Tacco, degli aghi della bilancia e dell’idea che gli italiani si dovessero vergognare di avere avuto 60 governi in 60 anni. Ma l’Italia non è il Canada, e l’OGM è stato rigettato. La Sardegna poi è rimasta alla ruota di tutto questo, da ubbidiente provincia dell’impero.
Nella nostra isola i partiti “sardi” che vanno per la maggiore (Psdaz e PdS) sono in alleanza con i partiti italiani.
Avrei anche capito un’alleanza con la Liga Veneta degli anni ’80 che ha avuto un breve periodo di sincero indipendentismo, ma un’alleanza con questa Lega salviniana e nativista sinceramente non la capisco. Ammettiamo pure che si tratti di strategia, e che un Salvini al governo apra realmente le porte al federalismo. Ma anche alla scaltrezza strategica c’è un limite.
Il futuro del bipolarismo italiano è quello Di Maio-Salvini? E in Sardegna, nel caso, che accadrà?
Non ho una grande opinione del bipolarismo. La Sardegna dovrebbe mettere mano alla propria legge elettorale in senso proporzionale e darsi da fare per costruire pian piano un suo panorama politico autonomo.
In quale maniera, prima ancora che politicamente e a livello di partiti, in Sardegna si può combattere una vera battaglia culturale?
Nelle scuole e nelle università, nelle radio e nelle televisioni, nei giornali e su internet. Ci sono secoli di colonialismo culturale da scrostare, l’affresco della lingua e della cultura sarda da restaurare e da riportare ai colori e allo splendore originale. Serve alla cultura sarda una vera “operazione Ultima Cena”.
C’è un futuro per l’economia sarda?
Altroché se c’è. La Sardegna ha una serie invidiabile di risorse naturali. Ha sole, vento e terra, le fonti di energia del domani. La Germania ricava il 7 per cento della propria elettricità dal sole, con un’insolazione media al 60% di quella sarda. Invece di dover scegliere tra rifiuto e rapina i sardi devono farsi capaci di decidere, negoziare i benefici, trattare sulle royalties e sulle ricadute tecnologiche per imprese locali, sui fondi per la dismissione. Le comunità locali devono sedersi al tavolo. Ma c’è un’altra risorsa, la più importante, sulla quale bisogna investire: quella umana. Bisogna riportare i sardi a scuola e all’università. Anzi, bisogna portare le scuole e le università ai sardi. In America a fine ottocento nascevano università nei posti più sperduti, a ore di distanza dalle città più vicine. Stanford, Cornell, Yale, Berkeley, Davis sono nate così. Poi tutt’attorno nasceva una città. Invece in Sardegna è tutto sempre centripeto, si investe dove si è già investito. Bisogna cambiare, fare un atto di fede nel futuro. Prendiamo Cipro: ottanta anni di dominazione inglese hanno reso il popolo cipriota biligue, e una delle due è la lingua del commercio internazionale. Idem per Malta. Ai sardi invece è toccata la diglossia con l’italiano, che come lingua veicolare non vale granché.
Il deficit di vero rinnovamento delle classi dirigenti è quel che più potrebbe frenare la credibilità delle proposte della classe politica sarda. Come pensa, concretamente, che si possa superare questa difficoltà?
L’umorista tedesco Karl Valentin ipotizzava il teatro obbligatorio come strumento formativo per i giovani tedeschi. Ecco, a me piacerebbe l’emigrazione obbligatoria. Siamo, tra tutti i popoli insulari mediterranei, quello più restìo a muoversi. Non parlo di viaggi, parlo di uscire per stabilire ponti, vite, relazioni. Trovo che i politici sardi siano in genere pagu bessidos. Forse perché l’arte della coltivazione dell’orticello politico non lascia in genere molto altro tempo, e si sa che “chi va a Roma perde la poltrona”.
Ora si parla di Pd sardo, federato con Roma. Una proposta che Cabras e Maninchedda lanciarono già a inizio di questa legislatura. Non le pare che questa proposta arrivi fuori tempo massimo? Lei come la giudica?
Credo che si tratti di nominalismi, di riverniciature estetiche. Nelle quali gli italiani eccellono, per carità, sono bravissimi nel restyling. Ma a noi sardi spetta il dovere di essere più concreti. L’“operazione Ultima Cena” di cui parlavo prima è un restauro profondo, non una ripitturata.
La lingua sarda può essere una chiave culturale e politica?
Lo è, e lo deve essere. Con quel pizzico d’intolleranza draconiana della quale siamo stati vittime noi, a parti invertite, quando ci hanno imposto l’italiano. Vivo in Quebec e vivo ogni giorno il miracolo culturale di una scuola e di una politica che hanno saputo arrestare e invertire il declino di una lingua ormai data per morta. Si può fare.
Si chiede mai come sarà la nostra terra fra cinquant’anni?
Con i bambini che nascono oggi nel ruolo di noi ultracinquantenni. Sembra una battuta, ma quel che voglio dire è che ho una fiducia immensa nelle nuove e nuovissime generazioni. Come vorremmo fosse la Sardegna tra cinquant’anni lo decidiamo noi oggi, nelle famiglie e nelle scuole sarde.
Qualche settimana fa qualche centinaio di migranti eritrei, ma non solo, sono arrivati a Cagliari, e una parte dorme per strada, in attesa di andare in Continente.*
delinquenza varia e morti accidentali, notizie in un giorno solo.
In nessuno di questi casi è coinvolto un migrante, nonostante tutti gli allarmi e le squallide strumentalizzazioni sulla loro pelle.
Bastiamo noi da soli a farci male, senza gettare colpe sugli altri.
Leggo qui che l’autista di un autobus che trasportava in Baviera dalla frontiera gli ultimi arrivati dei 180.000 rifugiati di quest’anno in Germania, a un certo punto ha fermato il mezzo e ha detto così ai suoi ospiti:
“Scusate signore e signori da tutto il mondo che siete su questo autobus, voglio dire qualcosa.
Voglio dire benvenuti.
Benvenuti in Germania, benvenuti nel mio Paese.
Vi auguro una buona giornata”.
Chissà se capita anche da noi. * nella notte fra il 17 e il 18 agosto 50 eritrei sono stati fatti partire in nave verso Civitavecchia e altrettanti sono stati fatti partire in nave verso Genova (qui).
alcuni partono, altri restano, altri arriveranno e partiranno, "Vanno, vengono, ogni tanto si fermano, Vanno, vengono, ritornano, e magari si fermano tanti giorni..." canta Fabrizio de Andrè.
un libro che smonta miti e ti fa vedere la tua terra con altri occhi, fa ridere e pensare. ne ho regalato solo sette copie, se mi è piaciuto, e molto, prova a indovinarlo. divertente e amaro, va bene per tutti, non ve ne pentirete - franz
…Un paio d’anni dopo la laurea in agraria ha lasciato la Sardegna al seguito del prof. Paolo De Castro per andare a lavorare al centro studi Nomisma di Bologna, diretto a quel tempo da Romano Prodi. Ha lasciato Bologna nel ‘93 per andare a studiare economia all’Università della California, tre anni di master conclusi con una tesi sul mercato mondiale del Pecorino Romano. Poi il ritorno in Sardegna per prender servizio, giustappunto, come direttore del Consorzio del Pecorino Romano. La “reimmersione” sarda è stata istruttiva, anche se non sempre in senso positivo, e dopo un anno e mezzo ho preferito fare le valigie alla volta del Nordamerica, destinazione Canada, che a quel tempo, e ancora oggi, cercava immigrati qualificati. In Canada non avevo parenti né amici né lavoro, e pochi risparmi. Ho cominciato da zero, facendo anche dei mestieri raccogliticci, poi pian piano, come accade agli emigrati in paesi aperti e accoglienti, ho cominciato a trovare il lavoro giusto per le mie competenze, e da lì è cominciata una carriera nel commercio internazionale e nel marketing agroalimentare. Nel 2000 hai ceduto alla nostalgia e hai riprovato a tornare in Sardegna, ma ancora una volta il “gran ritorno” non ha funzionato. Ho sbattuto il muso sugli stessi spigoli che avevo urtato cinque anni prima. Questa volta sono andato via senza guardarmi alle spalle. Sono ridiventato quindi canadese, complice anche una gentile e minuta funzionaria dell’ufficio immigrazione dell’aeroporto di Toronto, di etnia indiana o pakistana, la quale, quando le ho dato i documenti e comunicato la mia intenzione di rinunciare alla residenza in Canada, mi ha guardato a lungo, poi mi ha restituito i documenti e mi ha risposto: “Tieni, ripensaci ancora. Ti lascio entrare. Vedrai, forse questo paese ha ancora bisogno di te. Ripensaci”. Ancora mi commuovo a raccontare quest’episodio. Ricordo di aver pensato: un paese che mi accoglie in questo modo è un paese che mi merita. E da quel giorno sento un leggero fremito d’orgoglio ogni volta che vedo sventolare la foglia d’acero… da qui
…Ma se lo specchio in cui vedremo riflessa la nostra immagine collettiva leggendo Sardignolo è piuttosto impietoso, molti degli aspetti trattati, in realtà, ci affratellano con il resto degli italiani: come il baronato universitario e la negazione della meritocrazia nei nostri atenei, o l’esterofilia più bieca, che ci spinge in modo compulsivo a cancellare ogni traccia di identità, non solo linguistica, e ad adottare modelli cui poi non riusciamo ad adeguarci fino in fondo. Sardignolo è un invito, reso irresistibile da un’ironia sorprendente, a guardare oltre o a cercare legami ben più profondi che ci uniscono alla nostra terra, un’esortazione che può abbracciare qualunque lettrice e lettore, non necessariamente sardo… da qui
…Seicentomila apolidi come Mariano che è combattuto tra il desiderio innato d’amare la sua patria ed il razional pensiero di continuare a beneficiare dello status di cittadino nordamericano, ponendo sul piatto della bilancia i pro e i contro al suo inconscio, offrendo una prospettiva di cambiamento all’amico Bachisio nelle taglienti sferzate verso i grotteschi personaggi che animano il suo epistolario, che alla fine lo condizioneranno nella scelta di abbandonare la Sardegna per riprendersi quello status di emigrato che forse in fondo è il suo marchio di fabbrica. La Sardegna di Alberto Mario DeLogu è vuota degli artefici del disastro economico e culturale nel quale è sprofondata: per scelta, suppongo, non vengono mai menzionati quei politici che, grazie alle loro non scelte, hanno contribuito non poco a creare una voragine tra l’isola e il continente in maniera molto più incisiva rispetto ai duecento chilometri di Mar Tirreno o della sua differente struttura geologica rispetto alla penisola… da qui
…Fulminante il passaggio in cui parla dell’ospitalità dei nuoresi, praticamente una sorta di presa in ostaggio dell’ospite. Insomma due “fuoriusciti” che da lontano creano e riflettono sull’identità. Sì perché l’dentità è questione di cultura e chi meglio di un letterato può elaborare un pensiero identitario. Chi siamo? Per i nostri amici siamo gente che non sa di essere, che ha le idee confuse sul proprio essere. Gente che focalizza la propria ragion d’essere solo quando è fuori da sé: quindi i sardi per avere un ruolo in Sardegna devono lasciarla la Sardegna, ragionare su di lei a distanza per coglierne le opportunità e le contraddizioni e questo sia che siano, sardi illustri, sia che siano sardi in attesa di diventare illustri. I tanti studenti del progetto master end back ad esempio, o i ricercatori delle diverse facoltà cagliaritane in attesa di contratto, per farne un altro d’esempio. Sotto traccia non sono poche le provocazioni che i due testi rimandano: che ruolo deve avere la politica nella formazione dell’immagine che il sardo ha di sé? Saremo sempre il popolo dei cassaintegrati? Perché lo sapete che anche il lavoro crea identità giusto? Identità positiva se il lavoro lo si ha, identità negativa quando il lavoro manca. Per non parlare del ruolo dell’Università, nel creare l’idea d’identità dei giovani sardi. Pensate quali straordinari risultati raggiungono i nostri atenei nel creare nei loro migliori dottorati l’identità del portaborse – schiavo del professore – senza lavoro retribuito a quarant’anni? Meditiamo gente, meditiamo. da qui
Nel libro “Sardignolo” Alberto
Mario Delogu ricorda che l’aeroporto di Cagliari-Elmas è intitolato a un pilota
d’aereo morto nell’adempimento del dovere. Il dovere era bombardare (e
ammazzare) gli abissini, a casa loro, in una guerra infame.
…Per ricordare i fatti pare giusto citare la motivazione con
cui gli verrà concessa la medaglia d’argento al valor militare “sul campo”,
alla memoria: «Pilota d’apparecchio da bombardamento, partecipava con slancio,
entusiasmo e valore a numerose incursioni offensive. Negli attacchi aerei della
valle di Maj Mescic, della valle del Samre; di Amba Aradam, del Tembien, piana
di Andino contribuiva ad infliggere al nemico gravissime perdite mediante
attacchi a bassa quota dai quali il velivolo rientrava spesso colpito. Il 1°
marzo 1936, durante il bombardamento e mitragliamento condotto con brillante
aggressività a volo radente, per meglio assolvere il proprio compito, sfidava
arditamente l’offesa nemica svolgendo azione valorosa che culminava con il
sacrificio della propria esistenza. Cielo di Monte Andino 1° marzo 1936»…